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Basta guardarci, infondo siamo umani, peccatori seriali, sofferenti eternali.

Peccatori Seriali Serial Sinner

    • Performing Arts

Basta guardarci, infondo siamo umani, peccatori seriali, sofferenti eternali.

    L’Ultima

    L’Ultima

    D’istinto m’ascolto nel voler firmare;
    Il tempo del resto non se ne cura...
    È stato un gran maestro,
    Impermeabile e scorrevole
    Fiume grande d’universo.
    Rabbia e Rancore son scappati
    Liberi tra i giardini terreni del regno,
    Mi trovo sol con questo corpo,
    Caldo e accogliente.
    Una volta, gelava..
    Una volta, marciva..
    Una volta, mutava di continuo.
    Non mi sentiva, automobilista contromano
    Per poco investiva!
    Che bizzarra storia, non l’ho mica chiamato!
    D’un tratto si è solo girato!
    Mi ha guardato e m’ha detto..
    “E tu quindi? Mi hai sempre osservato?”
    Io risi e abbracciandolo risposi
    “Ti ho sempre aspettato”

    • 1 min
    Addio

    Addio

    M’adagio di comodo nel mio giaciglio,
    La vista diviene scura,
    Entro nella dimora di cui sono proprietaria.
    Ho in mano una scatola, ampia e luminosa,
    Sfarzosa e d’un color caldo passionale,
    Riempita con preziosità uniche e rare,
    Di cui tuoi sguardi son da me i prediletti.
    L’osservo sospirando, per un’ultima volta.
    Lentamente la depongo sul terreno,
    E a mani vuote, la lascio andare.

    • 1 min
    Uroboro

    Uroboro

    Ritorna lento il reale
    Mi ritrovo di momento nel centro
    Tra il mio e il vostro universo.
    Sento il tuo stacco,
    D’una vuota forma che pesa sul cuore.
    Tento con toppe di suturare invano,
    Ma il ricamo non è arte che m’appartiene.
    D’ira d’odio di getto scaravento gli aghi
    Mi colpisco, svio per poco l’attenzione.
    Seppur con gli occhi di getto ti cerco,
    E d’intorno solo ombrose chimere.

    Cala il sole, svanisce lento il reale
    Mi ritrovo di momento dinanzi
    Al mio caldo e accogliente universo.
    Sento vicino il tuo battito,
    Per raggiungerti varco l’interno
    D’un portone possente che lascio scomparire.
    M’addentro con desiderio e volontà,
    Lasciando da parte la razionalità della realtà.
    Un abbraccio d’amore che dura per ore
    Nessun vuoto e nessun dolore.
    Il tempo e lo spazio divengon onirici,
    Come quei battiti dei cuori uniti.


    Ma la luce ritorna, e il portone s’apre,
    Svanisce lieve ogni colore;
    Ritorna lento il reale:
    Mi ridesto nuovamente nel centro
    Del mio e del vostro universo.

    • 1 min
    La Storia dal Cielo

    La Storia dal Cielo

    Un giovane guerriero di un regno prosperoso, sotto la guida d’un imperatrice benevola, materna con ogni cittadino, gentile e saggia ; fu mandato da lei in missione per salvare il regno.
    L’unica speranza che aveva il suo popolo era nelle mani di due figure sagge, che ormai mancavano da tempo in quella terra.
    Erano scappate, non sentendosi più “a casa”, trovandosi male con gli abitati del regno.
    L’eroe andò prima da una Donna stupenda, pura e forte, d’animo.
    Bastava guardarla e te ne innamoravi in una maniera così pura e spensierata, che sentivi quasi di esserci stato assieme da tutta la vita.
    Questo effetto, l’aveva su qualsiasi ente vivo.
    La trovò con un leone bianco, un animale estremamente possente e forte, ammaliato e docile sotto le carezze della donna.
    Il cavaliere le chiese di tornare al regno, amandola e unendola a sé.
    Ella, dopo 3 notti d’amore e d’unione, gli rivelò che non sarebbe potuta tornare al regno finché il Maestro, non l’avesse Accompagnata, Chiamata, Liberata e Portata con sé.
    Per far tornare lei, l’eroe avrebbe prima dovuto convincere Lui.
    Così, il guerriero andò dalla seconda figura.
    Arrivò in un tempio possentemente grande, dove ormai si rifugiava da tempo costui.
    Entrando, s’inginocchio d’istinto davanti alla vista d’un uomo senza età, immobile e quindi immortale; incoronato da una corona di luce dorata, con in mano un bastone in legno.
    La sala si riempì d’un canto d’uccelli che enunciavano verità sacre e insegnamenti divini, portatori della sapienza suprema.
    L’uomo non disse una parola, ma l’eroe capì che nessuna supplica, nessuna richiesta, nessuna parola, avrebbe riportato al villaggio il Maestro.
    Così, uscì e rimase a contemplare il tempio fino a sera, davanti a un ruscello.
    Arrivò la Luna che, riflettendosi nelle acqua limpide, madre di luce oscura e misteriosa, rivelò al guerriero affranto, cosa avrebbe potuto fare per riuscire a comunicare, per riuscire a farsi vedere, dal Maestro.
    Avrebbe dovuto SACRIFICARSI.
    Così, senza farselo ripetere due volte, impavido, l’eroe salì in cima al monte dinanzi al tempio e si appese ad un albero con una corda di rami spinosi che toccavano tutto il suo corpo.
    Contemplando il dolore in ogni singolo punto a contattato con gli spilli, dopo un po’ , smise di sentirlo.
    Lasciò per un attimo la sua materialità.
    Si osservò da fuori, si rese conto di cosa stava facendo e si sentì libero, leggero e privo di mali.
    Col suo corpo eterico, tornò al tempio e, con sua sorpresa, l’uomo non c’era più.
    Al suo posto, su un altro trono, stava una Donna, etera come lui, somigliante ad una Dea.
    Teneva nella mano sinistra una Bilancia, perfettamente dritta, che equilibrava tenendo alta, nell’altra mano, una spada dal manico d’argento e la lama d’un d’orato accecante che, nemmeno in forma eterea, l’eroe riuscì a osservare senza provar bruciore.
    La donna gli sorrise, e lanciò la spada contro di lui, trapassandogli il petto.
    Il suo corpo etereo inizio a scomparire e di colpo, si ritrovò sotto all’albero precedente, nel suo corpo materiale.
    Era a terra, rilassato, senza neanche un graffio.
    La sera stava per terminare e la Luna, sorridendogli, lo accompagnò durante la strada verso il regno, ormai, salvo.

    • 5 min
    Ritorno a Vallandon - Nataniele S. Paghini

    Ritorno a Vallandon - Nataniele S. Paghini

    Onorata di dar voce e vita ad alcuni testi della raccolta “Ritorno a Vallandon” di Nataniele S. Paghini

    • 7 min
    Precipitazione

    Precipitazione

    Raggiunsi l’altura
    Un grattacielo possente nel tutto
    Vagavo beata tra il vento
    Bagnata da luce pura che
    Saziava ogni poro della mia anima.
    Distrattamente sicura, scorsi il basso
    Una mano dura, un mostro mi spinse.
    Precipitai di colpo urlando.
    Il maligno si fece strada dalla bocca,
    Raggiunse lo stomaco che si contorse,
    Fino ai polmoni che s’otturarono.
    Mi pervase l’animo straziandolo
    E il cuore si fermò;
    L’eccitava la brama del dolore.
    Sfondai il terreno con un tonfo,
    Mi rialzai a stento, sofferente.
    Sangue nero sgorgava d’ogni parte,
    Dai miei occhi lacrime sparse
    Scorgendo d’ogni dove mostri antichi.
    Ridendo mi pressavano i polsi,
    I secondi bloccarono la gola,
    E il terzo con occhi oscuri,
    Penetrò di forza l’animo ormai posseduto
    Regalando al mostro ciò che voleva.
    Di colpo un botto alimentato dalle grida.
    Dal buio d’una prigione
    Cerco ancora quel bagliore
    Del grattacielo privo di dolore.

    • 2 min

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