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Trasposizione in formato audio degli episodi della celebre trasmissione Blu Notte, andata in onda dal 1998 al 2012. Carlo Lucarelli racconta in modo avvincente e pieno di retroscena controversi i casi più oscuri della storia italiana. Raccolta non ufficiale a scopo divulgativo delle puntate più famose della trasmissione Rai. Questo podcast è pubblicato senza alcuno scopo di lucro e con il solo fine di rendere accessibili al pubblico contenuti culturali già presenti gratuitamente su altre piattaforme. Per info e aggiornamenti segui la pagina Instagram del podcast instagram.com/blu.notte.podcast

Blu Notte - Misteri Italiani A cura di: Michele D’Innella

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Trasposizione in formato audio degli episodi della celebre trasmissione Blu Notte, andata in onda dal 1998 al 2012. Carlo Lucarelli racconta in modo avvincente e pieno di retroscena controversi i casi più oscuri della storia italiana. Raccolta non ufficiale a scopo divulgativo delle puntate più famose della trasmissione Rai. Questo podcast è pubblicato senza alcuno scopo di lucro e con il solo fine di rendere accessibili al pubblico contenuti culturali già presenti gratuitamente su altre piattaforme. Per info e aggiornamenti segui la pagina Instagram del podcast instagram.com/blu.notte.podcast

    La Banda della Uno Bianca

    La Banda della Uno Bianca

    Attiva soprattutto in Emilia-Romagna tra il 1987 e il 1994, la banda deve il nome col quale divenne celebre all’abitudine di utilizzare delle Fiat Uno, modello all’epoca molto diffuso (quindi facile da trovare, rubare e ideale per passare inosservati) che finì per diventare una sorta di firma delle loro azioni criminali.

    Ma il dato più eclatante è che il gruppo era quasi interamente composto da membri della polizia di Stato, uomini che per anni condussero una doppia vita: tutori della legge a lungo insospettabili da un lato, dall’altro delinquenti autori di colpi che si distinguevano per la spietata efferatezza.

    Cuore della banda erano i tre fratelli Savi. Roberto, il maggiore, poliziotto alla Questura di Bologna dove, quando fu arrestato, aveva il grado di assistente capo e ricopriva il servizio di operatore radio nella centrale operativa.

    Fabio, detto “il lungo” per via della statura, unico membro della banda a non essere nelle forze dell’ordine, perché da giovane la sua domanda per entrare in polizia fu bocciata per via di un difetto alla vista.

    Alberto, il minore, di carattere debole e succube dei due fratelli.

    A loro si aggiungono altri 3 colleghi poliziotti: Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli.
     
    L’esordio è il 19 giugno 1987: viene rapinato un casello autostradale di Pesaro. I caselli sono i principali obbiettivi della banda in questa prima fase, ne rapinano dodici in due mesi.

    Sono colpi modesti, dove l’impiego della violenza è ancora moderato: basti pensare che si conta solo un ferito in questa prima serie di rapine. Ma le cose cambieranno presto.

    Sempre nel 1987 mettono in atto un tentativo di estorsione nei confronti di un venditore d’auto di Rimini, il quale finge di cedere al ricatto ma avverte la polizia. Ne scaturisce un conflitto a fuoco nei pressi di Cesena, luogo scelto dagli estorsori per la consegna del denaro, durante il quale resta ferito il sovrintendente Antonio Mosca, che morirà dopo una lunga agonia.

    È il primo della lunga serie di vittime della Banda della Uno bianca: i morti inizieranno a moltiplicarsi già nei mesi successivi.

    Dal 1990 si verifica un’altra evoluzione significativa. Alle rapine si aggiungono altri tipi di azioni criminali: veri e propri attentati di matrice razzista.

    All’incirca dello stesso periodo sono anche altri dei più efferati delitti della banda. Il 15 gennaio 1990, durante una rapina, fanno esplodere nell’ufficio postale in via Emilia Levante, affollato di anziani in coda per la pensione, due bombe. Ne risultano 45 feriti e un morto.

    Del 4 gennaio 1991 è invece quella che verrà ricordata come “la strage del Pilastro”. La banda si trovava nel quartiere di Bologna per caso quando la loro auto viene superata da una pattuglia dell’Arma. Credendo si tratti di un tentativo di registrare il numero di targa i criminali decidono di eliminare i carabinieri. Ne segue uno scontro armato dove i banditi sfoderano una potenza di fuoco impressionante, che non lascia scampo ai 3 giovani militari.
     
    Negli anni che seguono continueranno le rapine e continueranno le morti. Le sanguinose vicende della Uno bianca si concluderanno solo nel novembre del 1994, quando i membri vengono arrestati grazie soprattutto a due poliziotti della Questura di Rimini: Luciano Baglioni e Pietro Costanza.

    È la fine di una lunga serie di indagini macchiate dal sospetto del silenzio e del depistaggio. Ma questa è un’altra storia. Quella della banda si conclude così: con tutti e cinque i componenti in manette e alle spalle un bilancio di 103 azioni criminali, 102 feriti e 24 morti.

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    • 57 min
    Tra Brigate Rosse e Camorra - L’omicidio del vicequestore Ammaturo

    Tra Brigate Rosse e Camorra - L’omicidio del vicequestore Ammaturo

    L'omicidio di Antonio Ammaturo, un poliziotto italiano, venne commesso a Napoli il 15 luglio 1982. Fu ucciso dalle Brigate Rosse sotto casa sua, in piazza Nicola Amore, insieme all'agente Pasquale Paola.

    Quel giorno era appena uscito dalla propria abitazione per recarsi in questura con l’auto di servizio guidata dall’agente scelto Pasquale Paola quando due uomini, scesi da una vettura, aprirono il fuoco contro l’auto, assassinandone gli occupanti.

    Gli autori del fatto risultarono appartenere alle Brigate Rosse. I membri del commando ed esecutori dell'omicidio furono i brigatisti Vincenzo Stoccoro, Emilio Manna, Stefano Scarabello, Vittorio Bolognesi e Marina Sarnelli, i quali verranno poi condannati all'ergastolo.

    Dietro il suo omicidio si cela una storia di intrighi legati al rapimento e al rilascio misterioso del politico Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse, un rilascio che vide la partecipazione di Raffaele Cutolo, dei servizi segreti e di personaggi politici.

    I mandanti dell'omicidio invece non sono mai stati identificati con chiarezza.

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    • 47 min
    Lo Strano Caso dei Pesciolini Rossi

    Lo Strano Caso dei Pesciolini Rossi

    A Rimini il 19 marzo 1997 Massimiliano Iorio, impiegato comunale di 38 anni, muore nella sua abitazione di vicolo Santa Chiara. Il suo corpo viene ritrovato la sera del giorno dopo. La scena che si presenta agli investigatori è terribile quanto sconcertante: Max non aveva mai fatto mistero di essere gay, ma mai in vita sua si era travestito da donna. Invece qualcuno lo aveva fatto ritrovare con indumenti femminili indossati evidentemente a forza, compreso un paio di scarpe con tacchi a spillo di tre numeri più piccole.

    Le indagini vanno avanti a stento. Max è un ragazzo tranquillo, conosciuto e ben voluto da tutti, senza un nemico al mondo. L’ampia cerchia di amici viene setacciata, ma non emerge nulla.

    Passano due anni e un nuovo magistrato inizia a sospettare di un ragazzo, fratello di un’amica di Max, uno che invece per i tacchi a spillo aveva una vera passione. Ma è un’altra pista morta: è vero, quella passione è un po’ eccessiva, ma nulla di più, niente che la ricolleghi al delitto.

    Bisogna arrivare al 2011, quando il sostituto procuratore Paolo Gengarelli pensa di passare al vaglio i reperti con le nuove tecnologie del dna, che nel frattempo hanno fatto passi da gigante. Fra questi reperti ci sono delle gocce di sangue trovate sul mobiletto dello stereo, che è anche l’unico oggetto mancante dalla casa. E poi cinque sigarette che giacevano nel portacenere. C’erano anche tre bicchieri portati all’epoca alla Polizia Scientifica di Bologna, ma non c’è più modo di rintracciarli.

    Si prelevano dunque campioni di dna a nove persone, quelle che in un primo tempo erano state vagliate più a fondo. Ma il responso chiude ancora una volta tutte le porte: il dna non è di nessuno di loro. Si riesce ad appurare solo delle cinque sigarette, tre sono state fumate da Iorio, una da uno sconosciuto e la quinta da entrambi. L’assassino è proprio quello sconosciuto, perché suo è anche il dna della goccia di sangue.

    Sembra che l’omicidio di Max debba finire fra quelli irrisolti. E invece il 23 gennaio del 2012 arriva il colpo di scena: l’assassino è Zoran Ahmetovic, bosniaco di 37 anni. È detenuto  per altri reati ed ha confessato.

    Ma come si è arrivati a lui?  La Procura di Rimini aveva le perizie della polizia scientifica al Ris di Parma, dove ci si è resi conto che uno di quei profili genetici poteva essere attribuibile a nomadi della famiglia Ahmetovic, all’epoca dei fatti era presenti a Rimini. Andando per esclusione si è arrivati a Zoran.

    Quella sera lui e Max avevano avuto in incontro occasionale. Max lo aveva anche presentato al suo ex fidanzato come “Michele”. E Michele era uno dei tanti nomi usati dall’Ahmetovic. Questi racconta di una serata folle, con alcol e droga, alla fine della quale sarebbe stato colto da una sorta di raptus. Zoran aveva strangolato Max, infierito su di lui con sei coltellate, colpito con il vaso dei pesci rossi buttato all’aria la casa. Non voleva nemmeno rubare, si era portato via solo quello stereo, lasciando cadere una sua gocciolina di sangue sul mobiletto.

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    • 48 min
    Michele Sindona - L’uomo che vendette l’anima al Diavolo

    Michele Sindona - L’uomo che vendette l’anima al Diavolo

    Michele Sindona è stato un faccendiere, banchiere e criminale italiano. Membro illustre della loggia P2 di Licio Gelli, ha avuto chiare associazioni con Cosa nostra e con la famiglia Gambino negli Stati Uniti.

    Originario di Patti (Messina), Sindona diventa, nel corso degli anni Sessanta, uno dei più aggressivi banchieri del mondo; secondo Giulio Andreotti, addirittura “il salvatore della Lira”.

    La sua abilità? Legare in un nodo inestricabile di affari quattro pilastri della società italiana: politica, Vaticano, massoneria e mafia.

    Sindona arriverà ad estendere il suo dominio su un numero incalcolabile di banche e società finanziarie ed a controllare la metà dei titoli quotati a Piazza Affari.

    Il suo impero personale comincia a scricchiolare nel 1974, con il fallimento della Franklin Bank e con l’accusa di bancarotta mossagli dal governo americano.

    Fuggito in Sicilia nel 1979, dove resterà per 75 giorni per evitare l’arresto ed accusato di essere il mandante dell’omicidio Ambrosoli, il liquidatore di uno dei suoi istituti, ricompare poi negli Stati Uniti inscenando un finto sequestro e con una ferita ad una gamba.

    Condannato e poi estradato in Italia, morirà nel supercarcere di Voghera (dove è guardato a vista giorno e notte), sorseggiando un caffè al cianuro. Suicidio od omicidio?

    Ma chi è stato veramente Michele Sindona? In Sicilia, in quella lontana estate, cerca alleanze e protezioni oppure è solo un prigioniero in ostaggio? Come mai, indagando proprio su Sindona, la magistratura, questa volta milanese, arriverà a scoprire la loggia P2 di Licio Gelli? Che legame esiste tra i due misteriosi “suicidi” di Michele Sindona e Roberto Calvi?

    I segreti della mafia moderna, i misteri dei delitti politici degli anni Ottanta, gli enigmi delle stragi mafiose degli anni Novanta nascono da qui. Dal mistero Sindona.

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    • 46 min
    Il Delitto della Camera Chiusa - Mara Calisti

    Il Delitto della Camera Chiusa - Mara Calisti

    Quello di Mara Calisti è un esempio di “delitto a camera chiusa”: Mara era sola in casa con il padre la sera in cui venne uccisa. Alle 3.30 di notte entra nella stanza del genitore, ha il tempo di dire “Babbo, guarda cosa mi hanno fatto” per poi accasciarsi e morire a causa una ferita di coltello o cacciavite che le ha tranciato l'aorta. Un colpo per il medico legale non sembra inferto per uccidere, ma sferrato in un momento di ira.

    Le indagini non sono mai riuscite a fare chiarezza su questo delitto. Non è mai stato identificato l’autore della telefonata allo studio dell'avvocato presso il quale la donna lavorava. Nella telefonata si diceva di indagare tra i corsisti dell’università della terza età. Prima di essere uccisa Mara Calisti aveva frequentato un giovane, originario di Terni, con precedenti penali, si diceva, ma questa persona non è mai stata trovata. Come resta un mistero l’asserito aborto pochi giorni prima di essere uccisa.

    Mara e il padre si trovavano nel vecchio appartamento di Todi, mentre il resto della famiglia nella nuova abitazione. I carabinieri accorrono sul posto e trovano l’uomo con il corpo della figlia in braccio. I vicini sono sgomenti. Le porte e le finestre sono chiuse e non ci sono segni di effrazione. Chi ha ucciso aveva le chiavi o è stato fatto entrare. Forse anche per questo le indagini si indirizzano verso il padre, l’unica persona a trovarsi in casa con la ragazza.

    Pochi minuti dopo le 3.30, a delitto compiuto, un vicino sente il rumore del portone, pesante, che si chiude sbattendo. Forse è l’assassino che fugge. Un’altra inquilina dice ai carabinieri di aver sentito suonare il campanello, per errore visto che cercava il pulsante dell’illuminazione, di una delle abitazioni poco prima che le urla del signor Calisti svegliassero tutto il palazzo.

    Per il medico legale è impossibile, vista la ferita, che la giovane sia riuscita a camminare dalla sua stanza a quella del padre: sarebbe morta prima o è stata pugnalato nella seconda stanza. Nella cassetta degli attrezzi del padre della giovane viene trovata una goccia di sangue di Mara. Le tracce di sangue, però, portano dalla camera della ragazza a quella del genitore. Sula scia di sangue, però, non ci sono le impronte dei piedi della vittima.

    Si ipotizza anche la presenza di un ladro che aveva visto fare parte del trasloco e pensava di trovare la casa vuota. Viene sospettato un professionista, forse amante della giovane, ma la sera del delitto ha un alibi: era con la moglie e degli amici.

    L'omicidio di Mara Calisti è irrisolto dal 14 luglio 1993. Il colpevole non è stato mai trovato. Il primo a finire sotto accusa è il padre Mario che viveva con lei, ma viene prosciolto una prima volta. Inquisito di nuovo nel gennaio del 1998, è definitivamente prosciolto da ogni accusa "per non aver commesso il fatto" il 5 marzo 2001.

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    • 48 min
    Imprenditori contro il Racket - Storie di piccoli Grandi Eroi

    Imprenditori contro il Racket - Storie di piccoli Grandi Eroi

    Libero Grassi (Catania, 19 luglio 1924) è stato un imprenditore italiano, ucciso da Cosa Nostra dopo essersi opposto a una richiesta di pizzo. È divenuto simbolo della lotta alla criminalità.

    Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, la Sigma, Libero Grassi ha il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia e di uscire allo scoperto, con grande esposizione mediatica.

    L'imprenditore denuncia gli estorsori (i fratelli Avitabile, arrestati il 19 marzo 1991 assieme a un complice), e rifiuta l'offerta di una scorta personale. Nel gennaio 1991 il Giornale di Sicilia aveva pubblicato una sua lettera sul rifiuto di cedere ai ricatti della mafia.

    La stessa Sicindustria gli volta le spalle. In una lettera pubblicata sul Corriere della Sera il 30 aprile 1991 afferma che «l'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana» e definisce "scandalosa" la decisione del giudice catanese Luigi Russo (del 4 aprile 1991) in cui si afferma che non è reato pagare la "protezione" ai boss mafiosi.

    Il 29 agosto del 1991, alle sette e mezza di mattina, viene ucciso a Palermo con quattro colpi di pistola mentre si reca a piedi al lavoro.

    Una grande folla prende parte al suo funerale, tra cui l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il figlio Davide sorprende tutti alzando le dita in segno di vittoria mentre porta la bara del padre.

    Non mancano le polemiche, tra chi sostiene fin dall'inizio la battaglia dell'imprenditore, come i Verdi e il Centro Peppino Impastato (dedicato ad un'altra vittima della mafia) e chi non ha preso le sue difese, come Assindustria.

    Qualche mese dopo la morte di Grassi, è varato il decreto che porta alla legge anti-racket 172, con l'istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione.

    La vedova Pina Maisano Grassi, nonostante minacce e intimidazioni, prosegue la lotta per la legalità in nome del marito, all'interno delle istituzioni e al fianco della società civile in sostegno delle tante associazioni anti-racket sorte dal 1991 in Sicilia e nel resto d'Italia. Nel 1992 è eletta senatrice nelle file dei Verdi, fino al 1994.

    A Libero Grassi è stato intitolato un istituto tecnico commerciale di Palermo.

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    • 1h 45 min

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