15 min

2 Giugno: la festa della Repubblica | Gli occhi della storia Gli occhi della storia

    • Cultura e società

Oggi è la Festa della Repubblica: cioè l’anniversario di quando, nel 1946, 24 milioni di italiani furono chiamati a votare per scegliere la forma di governo dell’Italia dopo la fine del fascismo, repubblica o monarchia. Anche se il 2 giugno viene celebrato come una festa nazionale, 74 anni fa il clima era tutt’altro che festoso. L’Italia era appena uscita dalla Seconda guerra mondiale e il voto si svolse tra le macerie dei bombardamenti alleati e quelle delle demolizioni dei nazisti in ritirata, con centinaia di migliaia di italiani ancora sparsi per i campi di prigionia in tutto il mondo, intere province sotto governo militare straniero e un clima che sembrava vicino a quello di una guerra civile. Alla fine gli italiani scelsero la Repubblica, con 12.718.641 voti contro i 10.718.502 della Monarchia.

Lunedi 10 giugno 1946. Ore 18,00, Montecitorio, Salone della Lupa
La corte di cassazione è riunita al gran completo. Il Presidente della corte Giuseppe Pagano sta per leggere i risultati finali del referendum istituzionale del 2 giugno. All’improvviso il colpo di scena il presidente Pagano si limita solo a comunicare il numero dei voti senza proclamare come tutti si aspettavano la vittoria della Repubblica sulla Monarchia. La formula utilizzata da Pagano sorprende la platea. Alcide De Gasperi presidente del consiglio, si dice meravigliatissimo
Ore 19.10, De Gasperi sale al Quirinale da Re Umberto II. Per il Governo non ci sono dubbi: i risultati comunicati della Corte di Cassazione sono sufficienti per il passaggio immediato dei poteri al presidente del consiglio e per la nascita di fatto della Repubblica.

Non tutti gli italiani ebbero l’opportunità di votare. Ad esempio, non parteciparono alle elezioni i militari prigionieri di guerra nei campi degli alleati e gli internati in Germania che stavano cominciando lentamente a ritornare. Non si votò nella provincia di Bolzano, che dopo la creazione della Repubblica di Salò era stata annessa alla Germania e che dopo la fine della guerra era stata messa sotto governo diretto degli Alleati. Non si votò nemmeno a Pola, Fiume e Zara, tre città italiane prima della guerra, ma che sarebbero passate alla Jugoslavia. E non si votò nemmeno a Trieste, sottoposta ad amministrazione internazionale e al centro di un complicato contenzioso diplomatico che si sarebbe risolto soltanto nel 1954, con il ritorno della città all’Italia.

Non ci fu alcun broglio, anche se la leggenda è ancora molto diffusa.
Storici ed esperti, che hanno analizzato i risultati con tecniche moderne, concordano nel dire che il voto si svolse in maniera tutto sommato regolare. Un distacco di quasi due milioni di voti è difficilissimo da creare artificialmente: richiede la complicità di migliaia di persone e lascia dietro di sé una lunghissima scia di prove. La leggenda, comunque, è rimasta viva: in parte a causa del clima teso che si respirava in quelle settimane e che continuò per anni a incombere sull’Italia, in parte perché lo spoglio e il processo con cui venne annunciato il referendum furono gestiti in maniera incerta e a volte decisamente pasticciata…

Il periodo immediatamente successivo al referendum fu complicato e poco chiaro, finendo per alimentare il sospetto di irregolarità. I primi risultati arrivarono il 4 giugno e sembravano dare in vantaggio la monarchia. Durante la notte e la mattina del 5, la Repubblica passò in netto vantaggio e il 10 la Corte di Cassazione proclamò il risultato: 12 milioni di voti a favore della Repubblica e 10 a favore della monarchia. A sorpresa, nel comunicato utilizzò una formula dubitativa, che rimandava l’annuncio definitivo al 18 giugno dopo l’esame delle contestazioni presentate soprattutto dai monarchici.

Il Referendum tra Monarchia e Repubblica, vide le italiane al voto per la prima volta. "Per andare a votare per la prima volta comprai un vestito nuovo, bianco con il fiocco blu. Era una giornata speciale, un sogno che avevamo rea

Oggi è la Festa della Repubblica: cioè l’anniversario di quando, nel 1946, 24 milioni di italiani furono chiamati a votare per scegliere la forma di governo dell’Italia dopo la fine del fascismo, repubblica o monarchia. Anche se il 2 giugno viene celebrato come una festa nazionale, 74 anni fa il clima era tutt’altro che festoso. L’Italia era appena uscita dalla Seconda guerra mondiale e il voto si svolse tra le macerie dei bombardamenti alleati e quelle delle demolizioni dei nazisti in ritirata, con centinaia di migliaia di italiani ancora sparsi per i campi di prigionia in tutto il mondo, intere province sotto governo militare straniero e un clima che sembrava vicino a quello di una guerra civile. Alla fine gli italiani scelsero la Repubblica, con 12.718.641 voti contro i 10.718.502 della Monarchia.

Lunedi 10 giugno 1946. Ore 18,00, Montecitorio, Salone della Lupa
La corte di cassazione è riunita al gran completo. Il Presidente della corte Giuseppe Pagano sta per leggere i risultati finali del referendum istituzionale del 2 giugno. All’improvviso il colpo di scena il presidente Pagano si limita solo a comunicare il numero dei voti senza proclamare come tutti si aspettavano la vittoria della Repubblica sulla Monarchia. La formula utilizzata da Pagano sorprende la platea. Alcide De Gasperi presidente del consiglio, si dice meravigliatissimo
Ore 19.10, De Gasperi sale al Quirinale da Re Umberto II. Per il Governo non ci sono dubbi: i risultati comunicati della Corte di Cassazione sono sufficienti per il passaggio immediato dei poteri al presidente del consiglio e per la nascita di fatto della Repubblica.

Non tutti gli italiani ebbero l’opportunità di votare. Ad esempio, non parteciparono alle elezioni i militari prigionieri di guerra nei campi degli alleati e gli internati in Germania che stavano cominciando lentamente a ritornare. Non si votò nella provincia di Bolzano, che dopo la creazione della Repubblica di Salò era stata annessa alla Germania e che dopo la fine della guerra era stata messa sotto governo diretto degli Alleati. Non si votò nemmeno a Pola, Fiume e Zara, tre città italiane prima della guerra, ma che sarebbero passate alla Jugoslavia. E non si votò nemmeno a Trieste, sottoposta ad amministrazione internazionale e al centro di un complicato contenzioso diplomatico che si sarebbe risolto soltanto nel 1954, con il ritorno della città all’Italia.

Non ci fu alcun broglio, anche se la leggenda è ancora molto diffusa.
Storici ed esperti, che hanno analizzato i risultati con tecniche moderne, concordano nel dire che il voto si svolse in maniera tutto sommato regolare. Un distacco di quasi due milioni di voti è difficilissimo da creare artificialmente: richiede la complicità di migliaia di persone e lascia dietro di sé una lunghissima scia di prove. La leggenda, comunque, è rimasta viva: in parte a causa del clima teso che si respirava in quelle settimane e che continuò per anni a incombere sull’Italia, in parte perché lo spoglio e il processo con cui venne annunciato il referendum furono gestiti in maniera incerta e a volte decisamente pasticciata…

Il periodo immediatamente successivo al referendum fu complicato e poco chiaro, finendo per alimentare il sospetto di irregolarità. I primi risultati arrivarono il 4 giugno e sembravano dare in vantaggio la monarchia. Durante la notte e la mattina del 5, la Repubblica passò in netto vantaggio e il 10 la Corte di Cassazione proclamò il risultato: 12 milioni di voti a favore della Repubblica e 10 a favore della monarchia. A sorpresa, nel comunicato utilizzò una formula dubitativa, che rimandava l’annuncio definitivo al 18 giugno dopo l’esame delle contestazioni presentate soprattutto dai monarchici.

Il Referendum tra Monarchia e Repubblica, vide le italiane al voto per la prima volta. "Per andare a votare per la prima volta comprai un vestito nuovo, bianco con il fiocco blu. Era una giornata speciale, un sogno che avevamo rea

15 min

Top podcast nella categoria Cultura e società