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Sirimedho Stefano De Luca pratica da decenni meditazione e pratica spirituale con la guida di importanti maestri della tradizione buddhista; è insegnante certificato di Mindfulness. Nel suo podcast, Sirimedho propone meditazioni guidate nella tradizione buddhista e laica della Mindfulness e insegnamenti di Dharma basati sulla sua esperienza personale, adatti per principianti e per meditatori esperti.

Terrapura: Meditazione, Mindfulness, Buddhism‪o‬ Sirimedho Stefano De Luca

    • Buddismo
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Sirimedho Stefano De Luca pratica da decenni meditazione e pratica spirituale con la guida di importanti maestri della tradizione buddhista; è insegnante certificato di Mindfulness. Nel suo podcast, Sirimedho propone meditazioni guidate nella tradizione buddhista e laica della Mindfulness e insegnamenti di Dharma basati sulla sua esperienza personale, adatti per principianti e per meditatori esperti.

    Ep. 110 Riflessioni su samvega e pasāda

    Ep. 110 Riflessioni su samvega e pasāda

    Il Buddha ci insegna che la nostra pratica può essere fortificata da un senso di urgenza spirituale, in lingua Pāli chiamato samvega, urgenza che nasce da un senso di angoscia e disillusione sulla vita come di solito è vissuta, dal terrore di rimanere intrappolati nel dolore e nell’insoddisfazione, dalla determinazione a trovare una via più stabile e significativa.



    Questo senso di angoscia viene però bilanciato da un senso di serena fiducia, in Pāli pasāda, che sorge nel momento in cui si trova un modo affidabile per andare oltre il senso di urgenza di samvega.



    Il Buddha ci ha raccontato di come sia sorta in lui la forte urgenza spirituale quando incontrò i cosiddetti “quattro messaggeri divini”: la vista di un uomo anziano, di un uomo malato e di un morto, come abbiamo discusso nelle riflessioni sulle Quattro Visioni. Queste visioni hanno colpito così fortemente il Beato al punto da fargli sentire che non poteva continuare a vivere senza aver trovato una stabilità rispetto a questi temi così scioccanti. Questo è proprio l’effetto di samvega, sentirsi aprire la terra sotto i piedi, intuire che nella vita c’è di più, la paura di non aver ancora toccato quel di più, quella stabilità.



    Il Buddha però incontrò anche un quarto messaggero, la vista di un monaco itinerante, un samana.



    Osservando la libertà, la pace di quel monaco, il futuro Buddha percepì la possibilità di trovare delle risposte a quei temi così vitali, risposte a quelle domande così ineludibili. Sviluppò così il senso di pasāda, la chiara e serena confidenza che esiste un cammino, che lo portò ad essere a sua volta un monaco, offrendosi la possibilità di andare oltre quel senso di terrore pur spinto da un forte senso di urgenza.



    Possiamo così dire che samvega sia il motore che accende la trasformazione e pasāda la conoscenza che possiamo fare qualcosa per andare oltre la sofferenza e che quindi valga la pena di praticare. Come dice Thānissaro Bhikkhu:



    Così l’atteggiamento buddhista verso la vita coltiva samvega – una chiara accettazione dell’insensatezza del ciclo della nascita, dell’invecchiamento e della morte – e lo sviluppa in pasāda: un percorso sicuro verso il Senza morte. Tale percorso include non solo un orientamento comprovato nel tempo, ma anche un’istituzione sociale che lo nutra e lo mantenga in vita. Sono tutte cose di cui la nostra società ha disperatamente bisogno. È un peccato che, nei nostri attuali sforzi per integrare il Buddhismo, siano aspetti della tradizione buddhista di solito ignorati. Continuiamo a dimenticare che una delle fonti della forza del Buddhismo è la sua capacità di tenere un piede fuori dalle mode, e che la metafora tradizionale per la pratica è che attraversa il torrente andando oltre fino alla riva successiva.Thānissaro Bhikkhu, “Affirming the Truths of the Heart: The Buddhist Teachings on Saṁvega & Pasāda“



    Nel Sutta Nipāta, Snp. 4.15, “Attananda Sutta”, “Il bastone brandito”, è il Buddha stesso che ci riporta in versi quando e come lui stesso fece esperienza di samvega:



    Vado a raccontarvicome ho sperimentatosamvega [la costernazione].A vedere le persone litigarecome pesci in piccoli stagni,in competizione gli uni con gli altri –a vedere questo,una paura mi è sorta.Il mondo era completamentesenza sostanza.Tutte le direzionierano distrutte.Alla ricerca di un rifugio per me stesso,non ne h

    • 24 min
    Ep. 108 Riflessioni sulle Quattro Dimore Divine e la gioia

    Ep. 108 Riflessioni sulle Quattro Dimore Divine e la gioia

    L’immagine che accompagna queste riflessioni sulle Quattro Dimore Divine e la gioia è una miniatura dipinta su un manoscritto di foglie di palma raffigurante la storia di Nalagiri e Buddha. Nalagiri, un elefante feroce, fu inviato da Devadatta per uccidere il Buddha mentre stava raccogliendo la sua elemosina quotidiana in Rajagaha, ma a causa dell’enorme gentilezza amorevole (mettā) emanata dal Buddha, l’elefante Nalagiri si calma. Mettā è la prima delle Quattro Dimore Divine, i Quattro Incommensurabili, i brahmavihara: gentilezza amorevole – mettā, compassione –karunā, gioia compartecipe – mudita, ed equanimità – upekkha.



    Se il Buddha ha placato un elefante feroce, sembra proprio che le Quattro Dimore Divine possano dare pace non soltanto a chi le esperimenta ma anche a chi le osserva!



    Il Buddha mette in relazione le Quattro Dimore con gli stati di assorbimento profondo, i jhāna, e il lasciar andare definitivo del nirvana nel bellissimo Venāgapura Sutta, di cui qui riportiamo la parte relativa alle Quattro Dimore Divine:



    Qui, brahmino, quando dimoro in dipendenza di un villaggio o città, la mattina mi vesto, prendo la mia ciotola e la mia veste ed entro in quel villaggio o città per l’elemosina. Dopo il pasto, tornato dal giro dell’elemosina, entro in un boschetto. Raccolgo dell’erba o delle foglie che trovo lì in un mucchio e poi mi siedo. Dopo aver piegato le gambe trasversalmente e raddrizzato il corpo, stabilisco la consapevolezza di fronte a me. Poi dimoro pervadendo un quarto con una mente soffusa di gentilezza amorevole, allo stesso modo il secondo quarto, il terzo quarto e il quarto quarto. Così sopra, sotto, attraverso e ovunque, e a tutti quanto a me stesso, dimoro pervadendo il mondo intero con una mente intrisa di gentilezza amorevole, vasta, esaltata, smisurata, senza inimicizia, senza cattiva volontà. Abito pervadendo un quarto con una mente soffusa di compassione … con una mente soffusa di gioia altruistica … con una mente permeata di equanimità, allo stesso modo il secondo quarto, il terzo quarto e il quarto quarto. Così sopra, sotto, attraverso e ovunque, e a tutti quanto a me stesso, dimoro pervadendo il mondo intero con una mente soffusa di equanimità, vasta, esaltata, smisurata, senza inimicizia, senza cattiva volontà.Allora, brahmino, quando sono in tale stato, se cammino avanti e indietro, in quell’occasione il mio camminare avanti e indietro è divino. Se sto in piedi, in quell’occasione la mia posizione è divina. Se sono seduto, in quell’occasione la mia seduta è divina. Se mi sdraio, in quell’occasione quello è il mio divino letto alto e lussuoso. Quello è quel divino letto alto e lussuoso che attualmente posso ottenere a piacimento, senza problemi o difficoltà.Anguttara Nikaya, Venāgapura Sutta, 3.63



    Dopo aver letto questa bellissima e poetica descrizione dell’effetto delle Quattro Dimore, come non praticarle? Questo sutta è anche la base di un canto che si fa nei monasteri Theravada, come è possibile leggerlo in Pāli e inglese nel Chanting Book del Monastero Amaravati, “Suffusion With the Divine Abidings”, nelle pagine 42 e 43 e asportabili come audio in Pāli e in inglese.

    • 24 min
    Ep. 107 Meditazione sul respiro e trovare la gioia

    Ep. 107 Meditazione sul respiro e trovare la gioia

    Il Buddha ha dato due insegnamenti, due sutta, particolarmente rilevanti per le pratiche meditative. Il primo di questi è il Satipatthana Sutta, i Quattro Fondamenti della Consapevolezza che indica numerose meditazioni sul corpo, le sensazioni, la mente e il Dharma. Il secondo è l’Anapanasati Sutta, Discorso sulla Consapevolezza del Respiro, MN 118, dove il Beato indica una progressione di sedici meditazioni, strutturate in tetradi (blocchi di quattro meditazioni) analoghe a quelli del Satipatthana Sutta.



    La meditazione che si propone appartiene alla seconda tetrade, quella sulle sensazioni, e in particolare la prima meditazione, rivolta alla gioia. Queste meditazioni è opportuno ripercorrerle dall’inizio, e così avremo questi cinque passi, come riportati nel sutta:



    1. Inspirando un lungo respiro, egli sa, “Io inspiro un lungo respiro”; espirando un lungo respiro, egli sa, “Io espiro un lungo respiro”. 2 Inspirando un breve respiro, egli sa, “Io inspiro un breve respiro”; espirando un breve respiro, egli sa, “Io espiro un breve respiro”.3. “Sperimentando l’intero corpo io inspirerò”, così egli si esercita; “Sperimentando l’intero corpo io espirerò”, così egli si esercita.4. “Calmando le formazioni corporee io inspirerò”, così egli si esercita; “Calmando le formazioni corporee io espirerò”, così egli si esercita.5. “Sperimentando la gioia (l’estasi) io inspirerò (espirerò)”, così egli si esercita. Anapanasati Sutta



    La meditazione segue quindi proprio questa progressione, con l’obiettivo di arrivare a sperimentare e dimorare nella gioia. Questa gioia può essere particolarmente forte o molto tranquilla, non è molto importante, ma è parte della nostra pratica toccare lo stato di tranquillità, di pace, di felicità che la contraddistingue.



    Anche la gioia è uno stato mentale impermanente, non soggetto a durare, ma è uno dei motori che ci rinforza nella pratica, nella fiducia (saddha in Pāli) negli insegnamenti del Buddha e ci far stare bene.



    Meditazione sul respiro e trovare la gioia



    Iniziamo la meditazione portando l’attenzione sul respiro. Durante tutta la meditazione il questa attenzione sul respiro sarà sempre presente; qualora la perdessimo, gentilmente ritorniamo a percepire il respiro.Facciamo ora intenzionalmente dei respiri lunghi. Osserviamo l’effetto di questi respiri lunghi sul corpo e sulla mente.Facciamo ora intenzionalmente dei respiri brevi. Osserviamo l’effetto di questi respiri brevi sul corpo e sulla mente.Permettiamo ora al nostro respiro di essere naturale. Portiamo l’attenzione percependo se stiamo facendo respiri lunghi o brevi.Seguiamo l’intero percorso del respiro, sperimentando come si dispiega nel nostro corpo: se si solleva o abbassa il torace e l’addome, dove lo sentiamo meglio, l’effetto sul resto del corpo.Portiamo ora l’attenzione sul punto dove percepiamo meglio il respiro. Manteniamo l’attenzione soltanto su quel punto, percependolo nella sua dimensione di luminosità e morbidezza.Sentiamo come il corpo e la mente si riposano, si rilassano. Cerchiamo ora nel corpo un punto dove ci sentiamo molto bene, dove sentiamo che c’è un seme di tranquillità, pace e gioia. Sempre seguendo il respiro, portiamo l’attenzione su quel punto.Permettiamo ora a quel punto di gioia di espandersi. Ogni respiro che entra, riempiendoci di energia, porta energia a quel punto. Ogni respiro che esce permette a quel punto di espandersi, fino a riempire di gioia tutto il corpo, tutta la mente.Continui

    • 36 min
    Ep. 106 Riflessioni di Dharma sulla gioia e il samādhi

    Ep. 106 Riflessioni di Dharma sulla gioia e il samādhi

    La gioia riveste un ruolo particolare negli insegnamenti del Buddha. E’ uno dei fattori importanti per il raggiungimento degli stati di assorbimento meditativo, i jhāna, che conducono all’unificazione della concentrazione, il samādhi :



    «Un nobile discepolo la cui mente è retta è ispirato dal significato [veda], è ispirato dal Dhamma e prova contentezza [pāmojja] per il Dhamma.Quando si è contenti sorge la gioia [pīti]; per chi è gioioso il corpo si calma; chi ha un corpo calmo prova felicità [sukha]; in chi è felice la mente si concentra.È detto che il nobile discepolo conserva il suo equilibrio in mezzo a una generazione priva di equilibrio, dimora privo di afflizioni in mezzo a una generazione afflitta e, entrato nella corrente del Dhamma, coltiva la riflessione sulla generosità.»Aṅguttaranikāya, III, 287”In Ajahn Sucitto. “Le Perfezioni. Modi di attraversare i flutti della vita”



    E’ interessante notare che è classificata come sankhārakkhandha – uno dei fattori mentali che sorgono con la mente, con la coscienza, e non come vedāna – sensazione. Viene articolata in gioia dei cinque gradi, pañcavaṇā pīti, vale a dire: khuddikā (leggero senso di interesse), khaṇikā (gioia momentanea), okkantikā (interesse oscillante, inondazione di gioia), ubbegā (estasi, forte emozione) e pharaṇā pīti (interesse corrispondente a rapimento, gioia soffusa).



    E’ il quarto dei sette fattori di illuminazione, elencato tra l’energia e la tranquillità.



    Nella versione di gioia compartecipe, muditā, è uno dei Quattro Incommensurabili dimore divine (Brahmavihārā), quel sentimento di gioia che si prova gli altri sono felici, anche se uno non vi ha contribuito, è una forma di gioia compartecipe, che ci avvicina agli altri.



    Ajahn Chah usava dire: “Dobbiamo accollarci le cose, prima di poter comprendere quanto sono pesanti.” Vedere quanto sono pesanti è vedere dukkha. Avendo visto dukkha, lasciamo andare. Quando abbiamo lasciato andare, ci accorgiamo di come si possa essere leggeri. “Ah, che sollievo!”. E’ qui che subentra la gioia o piti, come viene chiamata nei ‘fattori di illuminazione’’. […]Piti non è solo il piacere del divertimento. Ma è un genere di esperienza che conduce ad aprirsi alla vita, a risvegliarsi. Quando c’è gioia siamo pronti a scoprire nuove cose. D’altro lato, se abbiamo già deciso che ‘la vita è sofferenza’ e la riteniamo ‘insopportabile’, non ci accorgeremo di nient’altro. […]Tornando alla gioia, la gioia è spontanea. Non puoi prevederla. Non puoi crearla. Sorge nel momento. Quando c’è vera gioia, sei nel momento. E in questo modo la gioia diventa per noi un punto di riferimento significativo: se c’è vera gioia, sappiamo di essere nel momento, e se siamo veramente nel momento, allora c’è vera gioia.Ajahn Tiradhammo, “La gioia spirituale“



    Come ci mostra Ajahn Sucitto, la gioia è elemento essenziale dello stato di samādhi, lo stato di concentrata unificazione meditativa, l’ultimo dei passi del Nobile Ottuplice Sentiero:



    Quando invece l’intenzione della consapevolezza è di pura relazione, la chiamiamo presenza mentale, ci riferiamo alle cose così come sono.Quando si ottiene uno stato di pura relazione, la presenza mentale raggiunge la gioia, la contentezza, ed è questo stato che chiamiamo samādhi. […][La concentrazione] proviamo invece a considerarla come l’ha descritta il Buddha, cioè come un diletto, un’esperienza piacevole.

    • 28 min
    Ep. 105 Meditazione sulla gioia

    Ep. 105 Meditazione sulla gioia

    A guardare le pubblicità, sembra che vivere con gioia sia uno degli obiettivi della nostra epoca! A tutti è capitato di vivere momenti di felicità e di gioia, ma sembra che questo avvenga solo in occasioni speciali e, quando avviene, spesso sia venato da una vena di melanconia, già con il pensiero a quando la gioia non ci sarà più.



    Questa meditazione sulla gioia va a toccare un aspetto importante della pratica: la gioia è un aspetto importante da perseguire, è la porta agli stati di assorbimento profondi, i jhāna. E un altro aspetto interessante: la gioia non dipende dalle condizioni a contorno, ma può essere coltivata. Ma come fare?



    Meditazione sulla gioia



    Questa meditazione sulla gioia è stata insegnata da Tsoknyi Rinpoche e riportata da Scott Tusa.



    Iniziamo sedendoci in una posizione comoda ma attenta, possibilmente con la schiena ben dritta. Continuiamo esplorando il corpo, partendo dalla cima della testa fino alla pianta dei piedi, osservando in ogni parte del corpo le sensazioni che arrivano, senza volerle cambiare, ma aprendoci con curiosità alle sensazioni corporee e ai pensieri presenti. Usiamo per questo una gentile consapevolezza.Potrebbe emergere una sensazione o un’emozione spiacevole. Permettiamogli di essere riconosciuta, di incontrarla, lasciandola nel campo della consapevolezza. Possiamo entrare così in contatto con il mondo interiore delle emozioni e delle sensazioni, osservandole senza giudizio. Potrebbe emergere delle paure incontrando sensazioni di disagio, o voler rimandare il contatto qualora la paura diventa troppo forte. Diventando consapevoli di una sensazione, non facciamo nulla di speciale. Semplicemente guardiamo com’è, osservando come sorge, permane e poi scompare – senza aggrapparsi, senza rifiutarla. Avvertendo queste sensazioni spiacevoli, sembra che ci stiamo allontanando dalla gioia. Ma permettendo a queste sensazioni di esistere, di essere riconosciute, diamo dignità alla sofferenza, permettendogli di esistere senza pregiudizi, senza vergogna, affrontandola con compassione e apertura. Stiamo creando uno spazio nel cuore dove poter esistere. Osservando e portando nel cuore ogni sensazione spiacevole, alla fine possiamo sviluppare la nostra gioia innata. Senza eccitazione, è un senso di soddisfazione, come quando ci si sente felici senza un motivo. E’ un profondo appagamento, come un bambino felice soltanto perché può correre, o perché c’è il sole e lo stiamo vedendo attraverso delle foglie. Continuiamo la pratica, sviluppando sempre più questa gioia interiore.







    Meditazione sulla gioia registrata nel gruppo di meditazione di Terrapura il 26 marzo 2021.



    Puoi anche ascoltare queste altre meditazioni sulla gioia:




    Meditazione sul raggiungimento della gioia spirituale

    • 32 min
    Ep. 104 Riflessioni di Dharma sulla rabbia

    Ep. 104 Riflessioni di Dharma sulla rabbia

    Queste riflessioni di Dharma sulla rabbia seguono la meditazione sullo stesso tema.




    Ep. 103 Meditazione sulla rabbia




    La rabbia, in lingua Pāli vyāpāda, è considerata il secondo dei Cinque Impedimenti, gli ostacoli alla vita spirituale, i nīvaraṇa, inseme al desiderio di piaceri sensoriali – kāmacchanda, sonnolenza e torpore – thīna-middha, irrequietezza e rimorso – uddhacca-kukkucca e bubbio scettico – vicikicchā. (numerosi di questi elenchi sono disponibili sulla pagina “Elenchi del Buddha” del sito Saddha.it).



    Definita come il desiderio di punire, ferire o distruggere, può essere rivolto ad una persona ma anche ad una situazione ed ha la caratteristica di nutrirsi della propria energia: quando ci lasciamo avvolgere dalla rabbia, questa ci seduce e continuiamo ad aggiungere pensieri ed emozioni che la rendono ancora più forte; perdiamo così la capacità di giudicare la persona, la situazione, in modo equo, ma vediamo soltanto gli aspetti negativi. Tutto il male diventa esterno, non ci rendiamo più conto che il luogo dove la rabbia dimora è proprio la nostra mente, che è un’emozione che si è sviluppata là.



    E’ quello che succede al personaggio dei fumetti Hulk: un professore e scienziato che a causa di radiazioni quando si arrabbia si trasforma e diventa una specie di mostro verde, una furia irrazionale che farà azioni che il professore, tornato alla sua personalità, dovrà sopportare con sensi di colpa per tutti i dolori arrecati.



    La rabbia può anche essere rivolta verso noi stessi, con il senso di colpa così abituale in molti di noi occidentali.



    Come ci ricorda Ajahn Brahmavamso:



    Il Buddha paragonava la cattiva volontà, la rabbia, all’essere malato. Come la malattia nega la libertà e la felicità della salute, così la cattiva volontà e la rabbia negano la libertà e la felicità della pace.Ajahn Brahmavamso, “The Five Hindrances“



    E’ lenita e curata dalla pratica della gentilezza amorevole, portando la calma al posto della furia, la gentilezza al posto del fronteggiarsi.



    Per conoscere la rabbia dobbiamo innanzi tutto comprendere che è uno stato mentale e, come tale, vive nella nostra mente e non nella persona o nella situazione con cui ci stiamo arrabbiando, fossimo anche noi stessi. Questo fa tutta la differenza del mondo, lasciandoci la responsabilità di accudire alla nostra mente, come accudiremmo una pianta che cresce:



    E’ importante sapere cosa sta facendo la mente. Se nasce la rabbia [ci possiamo chiedere]: la mente si sente arrabbiata? Pensa alla rabbia? O è consapevole della rabbia? La differenza tra questi stati è la differenza tra essere assorbiti e impigliati nella sensazione dell’esperienza, essere catturati nella storia onirica dell’esperienza, e chiaramente

    • 31 min

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