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Un’antologia di citazioni sulla città meneghina da romanzi, diari, cronache, poesie, lettere e canzoni. Da Manzoni a Hemingway, da Scerbanenco a Savinio, da Gadda a Stendhal, da Gaber a De Carlo. Milano è stata amata e odiata ma, soprattutto, narrata tante volte: questa guida si propone come un compagno di strada, un amico colto da consultare alla bisogna per ritrovare i luoghi della narrativa e inventare itinerari inediti. Con illustrazioni, indice dei luoghi e mappa on line.
(© Elleboro editore - M. Sacchi, S. Muraca)
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Milano, dicono di lei M. Sacchi, S. Muraca

    • Cultura e società
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Un’antologia di citazioni sulla città meneghina da romanzi, diari, cronache, poesie, lettere e canzoni. Da Manzoni a Hemingway, da Scerbanenco a Savinio, da Gadda a Stendhal, da Gaber a De Carlo. Milano è stata amata e odiata ma, soprattutto, narrata tante volte: questa guida si propone come un compagno di strada, un amico colto da consultare alla bisogna per ritrovare i luoghi della narrativa e inventare itinerari inediti. Con illustrazioni, indice dei luoghi e mappa on line.
(© Elleboro editore - M. Sacchi, S. Muraca)
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    Il Corriere della sera

    Il Corriere della sera

    Il corriere della sera ha dato lavoro a diversi scrittori nel palazzo di via Solferino. Tra questi Eugenio Montale e Dino Buzzati che ha trasfigurato la vita di redazione nel suo capolavoro Il deserto dei Tartari.

    "La Fortezza?" rispose l’uomo "quale Fortezza?" "La Fortezza Bastiani" disse Drogo. "Da queste
    parti non ci sono fortezze" fece il carrettiere. "Non l’ho mai sentito dire." Evidentemente era male informato. Drogo riprese il cammino e avvertiva una sottile inquietudine man mano che il pomeriggio avanzava. Egli scrutava i bordi altissimi della valle per scoprire la Fortezza. Immaginava una specie di antico castello con muraglie vertiginose. Passando le ore, sempre più si convinceva che Francesco gli aveva dato una informazione sbagliata; la ridotta da lui indicata doveva essere già molto indietro. E si avvicinava la sera".
    Dino Buzzati, Il deserto dei tartari.
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    La Braidense

    La Braidense

    "C’era da percorrere un passaggio a volte altissime, in penombra, fiancheggiato da tante statue, calchi o copie cioè di nudi classici, mutili nel sesso quelli maschili, non so se per ira dei compagni di Gesù o se per beffa dei ragazzi che, lì accanto, frequentavano le belle arti. La luce ti coglieva giù in fondo, dove il passaggio buio sbocca nel cortile. C’è subito una fontanella col mascherone che tiene in bocca un tubo ricurvo in giù: tu premi un bottone lì accosto e attingi col ramaiolo di ferro stagnato. Mi fermavo sempre a bere, prima di dare un’occhiata all’intorno, sul cortile quadrato pieno di archi, di colonne e di statue".
    Luciano Bianciardi, La vita agra.
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    Il Bar Jamaica

    Il Bar Jamaica

    "Alla fine del 1945 avevamo schiodato a Brera le casse dei libri che tornavano in sede, lavoravamo nel giubilo e nel disordine, fermandoci a leggere accoccolati sui talloni se un testo agognato ci veniva infine in mano. Tornavano a funzionare Pinacoteca Biblioteca, mentre fuori al bar Giamaica, convenivano pittori, fotografi, scrittori. La sera tornavamo a casa sfrecciando per via Brera e via Pontaccio mentre dal Giamaica uscivano Crippa e Dova rincorrendoci, ragazze perbene e perbeniste, con qualche fracassante lazzo".
    Rossana Rossanda, La ragazza del secolo.
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    Il mito di Brera

    Il mito di Brera

    Il quartiere di Brera, è stato uno degli snodi dei percorsi narrativi del '900, con la sua aura trasgressiva dove si mischiavano artisti, scrittori, poeti, ragazze di vita e fannulloni. L'incrocio dei destini avveniva al bar Jamaica, cuore della movida, che Emilio Tadini paragonava ad un Olimpo minore e Bianciardi descriveva come una cittadella appartata. Lì si incontravano Piero Manzoni, Lucio Fontana, Salvatore Quasimodo, Ugo Mulas, Mario Dondero e tanti altri. A pochi passi la Pinacoteca e la Biblioteca Braidense, meta erudita già dai tempi di Giuseppe Parini era il luogo dove Lalla Romano (che abitava al 17) portava il giovane nipote Emiliano (nel romanzo "L'ospite"), dove il giovane Luciano Bianchi (Bianciardi) andava a studiare dopo aver guardato Il "Cristo morto" del Mantegna.

    "Era una strada tranquilla e tutta nostra; il traffico quasi non ci si azzardava, ma anche in via della
    Braida, che pure è centrale e frequentata, le auto sembravano riconoscere che questa era zona nostra e rallentavano più del dovuto, e i piloti non s’arrabbiavano né facevano le corna se un pedone uscito dal caffè delle Antille traversava senza guardare, obbligandoli a una secca frenata. Per tacito consenso insomma quella era la nostra isola, la nostra cittadella".
    Luciano Bianciardi, La vita agra


    "Noi pensiamo sempre a Brera come luogo dell’arte e dei libri, ma questa, così schiettamente culturale, non fu la sua prima destinazione. Le origini di Brera vanno fatte risalire al medioevo e all’ordine laico degli Umiliati, detti anche Berrettani della Penitenza per il gran cappello che portavano. Andarono a collocarsi appunto in territorio chiamato “Braida del Guercio”, dove costruirono case, edificando anche la loro chiesa di Santa Maria".
    Maurizio Cucchi, La traversata di Milano.
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    San Siro

    San Siro

    "Quelli che quando perde l’Inter o il Milan
    dicono che in fondo è una partita di calcio
    E poi vanno a casa e picchiano i figli, oh yes".
    Enzo Jannacci, Quelli che.

    "L’immenso ovale posa sui prati lisci e fangosi, è una forma irreale, folle, nel silenzio doloroso, funebre del giorno che nasce".
    Pier Paolo Pasolini, La nebbiosa, 1959.

    "Non credo che esista un altro spettacolo sportivo capace, come questo, di offrire un riscontro alla varietà dell’esistenza, di specchiarla o piuttosto di rappresentarla nei suoi andirivieni, nei suoi rovesciamenti e contraccolpi; e persino nelle sue stasi e ripetizioni; al limite nella sua monotonia. La passione che li accompagna muore nelle ceneri di un tardo pomeriggio domenicale e da queste, di domenica in domenica, non si sa come, risorge".
    Vittorio Sereni, Il fantasma nerazzurro
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    L'incendio di Via Keplero

    L'incendio di Via Keplero

    "Se ne raccontavano di cotte e di crude sul fuoco del numero 14. Ma la verità è che neppur Sua Eccellenza Filippo Tommaso Marinetti avrebbe potuto simultanare quel che accadde, in tre minuti, dentro la ululante topaia, come subito invece gli riuscì fatto al fuoco: che ne disprigionò fuori a un tratto tutte le donne che ci abitavano seminude nel ferragosto e la lor prole globale, fuor dal tanfo e dallo spavento repentino della casa, poi diversi maschi, poi alcune signore povere e al dir d’ognuno alquanto malandate in gamba, che apparvero ossute e bianche e spettinate, in sottane".
    Carlo Emilio Gadda, L'incendio di via Keplero.
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