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Il mondo visto da lontano: conversazione sulle notizie piú importanti della settimana, dalla redazione di the Submarine.

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Il mondo visto da lontano: conversazione sulle notizie piú importanti della settimana, dalla redazione di the Submarine.

    193: L’armadio perduto delle stragi

    193: L’armadio perduto delle stragi

    Sta passando largamente inosservata la notizia che all’Archivio centrale dello Stato mancano tutti i documenti prodotti dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dal 1968 al 1980 — per coincidenza, lo stato non ha un solo foglio su stazioni, aerei, ferrovie, ponti degli anni delle Stragi

    Nell’archivio del ministero dei Trasporti non ci sono documenti che riguardano gli anni “delle Stragi” — dal 1968 al 1980 — e mancano addirittura tutte le documentazioni del ministero e del rispettivo gabinetto. La rivelazione arriva dalla relazione annuale del Comitato consultivo sulle attività di versamento all’Archivio Centrale dello Stato della documentazione relativa alla direttiva Renzi/Draghi. La conferma è arrivata dalla sottosegretaria del ministero Fausta Bergamotto (FdI) che ha ammesso quanto aveva anticipato già la presidente dell’Associazione familiari vittime della strage di Ustica, Daria Bonfietti. Bergamotto ha risposto, facendo le veci di Salvini, all’interrogazione di Luigi Marattin, che ha presentato un’interpellanza analoga a quella della settimana scorsa di Federico Fornaro. Tra i documenti riversati nell’Archivio centrale dello Stato, in realtà, mancano completamente tutti i documenti relativi al periodo 1968–1989 del Mit, nonché tutta la documentazione del ministro e del capo di Gabinetto. Bonfietti sottolinea che la mancanza di documenti “è contro la legge,” legge che però è “purtroppo totalmente disattesa non contemplando alcun tipo di sanzione.”

    Tra gli altri argomenti della puntata:
    I dati della disuguaglianza in Italia, presentati da Oxfam in occasione del Forum economico mondiale;L’emendamento al Milleproroghe per eliminare la scadenza delle concessioni balnerari;Le miniere di Litio e Cobalto in Italia
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    in copertina: elaborazione foto CC BY-SA 3.0 Maristela Possamai

    • 43 min
    192: La crisi dei carburanti e gli orizzonti del governo Meloni

    192: La crisi dei carburanti e gli orizzonti del governo Meloni

    Il governo Meloni è tranquillo, coperto da una ampia maggioranza parlamentare. Ma nei primi mesi di governo ha deluso in modo seriale i propri elettori, e nei prossimi mesi le difficoltà da affrontare saranno ancora più complesse.

    Lo sciopero dei benzinai, annunciato perché il governo aveva cercato di scaricare la responsabilità dell’aumento dei carburanti sulla categoria, è “congelato” — almeno fino al 17, quando ci sarà un nuovo incontro tra i rappresentanti delle associazioni e Palazzo Chigi. Mentre scriviamo non sono ancora stati formalizzati i cambiamenti al Dl benzina, che dovrebbe essere bollinato oggi, ma dovrebbe contenere un meccanismo per ridurre le accise in caso il prezzo del self service superi i 2 euro, e un ammorbidimento delle sanzioni contro i benzinai che non espongono il doppio prezzo, con le più rigide riservate solo per le “omissioni” e non per i “ritardi.”

    Aver fermato lo sciopero dei benzinai è una vittoria importante per il governo, che viene da una serie di “tradimenti” nei confronti di diversi bacini elettorali, e che era quindi preoccupato di una rottura con la filiera del trasporto. Ma aver temporaneamente calmato i benzinai non vuol dire aver risolto il problema dei carburanti: ieri Fazzolari è tornato a sottolineare che “si riducono le accise solo se c'è un aumento del prezzo del carburante e dunque un maggior gettito Iva da utilizzare.” L’idea, quindi, sembra essere quella di cercare di “resistere” e incassare l’extragettito, fino a quando non ci siano abbastanza risorse per abbassare le accise — come se i prezzi non fossero già oltre l’insostenibilità.

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    • 48 min
    191: Il governo Meloni ha un problema con l’istruzione e la ricerca

    191: Il governo Meloni ha un problema con l’istruzione e la ricerca

    Con Rosa Fioravante, segretaria nazionale ADI - Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia

    Mentre il ministro Valditara tiene banco con le proprie opinioni sui lavori umilianti e il merito, Bernini condanna i dottorandi al precariato, abbandonando a un futuro non precisato il passaggio verso un contratto di ricerca

    Il ministro dell’Istruzione e del Merito è di nuovo al centro delle polemiche per un’affermazione fatta il 21 novembre durante un evento pubblico a Milano — lo stesso in cui ha proposto i lavori socialmente utili per gli alunni violenti. Non si è fermato lì: ha anche detto che l’umiliazione “è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità.” Di fronte alle critiche, il ministro ha fatto una mezza marcia indietro, dicendo di aver “usato un termine sicuramente inadeguato,” ma “confermo il messaggio.” 

    Il ministro aveva fatto discutere fin da quanto il suo dicastero è stato annunciato da Meloni. La questione del “merito,” da sempre centrale al pensiero della destra italiana, con il quale si giustificano i sacrifici chiesti ai cittadini, fa il paio con l’idea della “libertà” della ricerca, con cui la ministra dell’Università Anna Maria Bernini sembra aver rimandato a data da destinarsi la piena attuazione della riforma del pre–ruolo universitario, che avrebbe garantito un contratto di ricerca ai dottorandi, andando a sostituire gli assegni di ricerca.

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    • 32 min
    190: Il revisionismo Covid del governo Meloni

    190: Il revisionismo Covid del governo Meloni

    Il governo Meloni ha come priorità abbattere tutte le ultime norme, restrizioni ed eredità giuridiche riguardanti la lotta alla pandemia: ieri il nuovo ministro alla Salute, Orazio Schillaci, ha annunciato che il bollettino sull’andamento della pandemia in Italia diventerà settimanale e non più quotidiano. Non è chiaro se ciò significherà la fine della diffusione e della disponibilità di dati per il pubblico o semplicemente il ministero smetterà di aggregarli — ma probabilmente lo si capirà già oggi.

    Ci sono però anche misure più sostanziali: il governo sta infatti lavorando a un provvedimento che disponga il rientro in servizio del personale sanitario sospeso per inadempienza all’obbligo vaccinale. Il ministro ha dichiarato che ritiene “opportuno avviare un progressivo ritorno alla normalità” incassando anche il sostegno del presidente della Federazione degli ordini dei medici, che ha sorprendentemente definito la decisione “di buon senso e saggezza.” Dovrebbero anche avere termine le sanzioni per gli over 50 che non hanno effettuato nemmeno la prima dose di vaccino.

    Ma quanto era atteso questo provvedimento? In realtà il fenomeno no-vax in Italia è stato piuttosto contenuto rispetto a molti altri paesi europei: ad oggi l’85,8% della popolazione ha iniziato il ciclo vaccinale, l’84% ha avuto una dose di richiamo e il 68% due — la quarta dose invece è stata effettuata solo dal 7% della popolazione, anche a causa di una campagna sottotono gestita dal precedente governo. È interessante notare però che la fascia di popolazione meno vaccinata, quella tra i 40 e i 49 anni, che ha una copertura con prima dose solo dell’89,6%, è anche una di quelle che ha votato più volentieri Fratelli d’Italia alle urne.

    Il provvedimento più forte di tutti però sarà la probabile abrogazione totale dell’obbligo delle mascherine, anche negli ospedali. L’obbligo di indossarla sul posto di lavoro scade il 31 ottobre e, se il governo deciderà di non prorogarlo, semplicemente non si rinnoverà automaticamente. La Fiaso, federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere, ha però messo le mani avanti, chiedendo che in questo caso “le direzioni sanitarie valutino l'obbligo mascherine per operatori sanitari sulla base dei rischi, reparto per reparto, a tutela dei fragili.”

    Nel frattempo sembra proprio che la commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria si farà: due proposte sono state già depositate da Lega e FdI, mentre l’autoproclamato Terzo polo e il Pd si sono detti favorevoli — anche se Francesco Boccia, del Pd, ha chiesto che “allora si parli di tutto, anche delle responsabilità delle Regioni del Nord.” Il governo per il momento sembra comunque essere fortunato: secondo il consueto — per ora? — report settimanale dell’Iss, l’incidenza e i ricoveri sono in calo in tutto il paese. L’occupazione delle terapie intensive è intorno al 2,2%, mentre quella delle aree mediche è al 10,8% — numeri che comunque parlano di una pandemia, sebbene meno grave di due anni fa, ben lontana dall’essere conclusa.

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    • 53 min
    189: La galleria degli orrori del governo Meloni

    189: La galleria degli orrori del governo Meloni

    Giorgia Meloni e i suoi ministri hanno giurato, mettendo fine all’allucinazione che questo sarebbe stato un governo moderato. Al contrario, tra i ministri ci sono molti nomi impresentabili e figure dell’estrema destra.

    L’elenco è problematico persino nel nome assegnato ad alcuni dicasteri: come quello per l’Agricoltura e la sovranità alimentare, che sembra un richiamo all’autarchia; o quello dell’Istruzione, che diventa dell’Istruzione e del Merito; o quello della Famiglia, della Natalità e delle Pari Opportunità. È rientrato dalla finestra anche il famoso ministero del Made in Italy, che sostituirà quello dello Sviluppo Economico — ribattezzato, appunto, ministero delle Imprese e del Made in Italy. Durante la lettura della lista, Meloni ha invertito Zangrillo e Pichetto Fratin, che saranno rispettivamente ministro della Pubblica amministrazione e dell’Ambiente. Una svista può capitare — ma nel frattempo entrambi avevano iniziato a parlare a nome dei rispettivi ministeri.

    Per il resto: Eugenia Roccella, la nuova ministra della Famiglia, della Natalità e delle Pari Opportunità, è stata portavoce del Family Day ed è famosa per le proprie posizioni anti-abortiste — lo scorso 25 agosto ha dichiarato in tv che “l’aborto non è un diritto” ed è contraria all’adozione per le coppie LGBTQI+. È anche autrice di libri come Eluana non deve morire e Contro il cristianesimo: Onu e Ue come nuova ideologia.

    Anche sul lato economico non va molto meglio: il ministero dell’Economia alla fine è stato assegnato al leghista-governista Giancarlo Giorgetti, probabilmente come mossa per blindare la Lega al governo a prescindere dai capricci di Salvini. Giorgetti, nonostante l’aura di affidabilità e le lodi del ministro uscente Franco, è un leghista molto “classico,” soprattutto nell’atteggiamento verso il sud: in passato è stato al centro di diverse polemiche in proposito — come quando nel 2018, commentando il Rdc, aveva detto che era una misura gradita “all’Italia che non ci piace” — e da ministro dello Sviluppo economico del governo Draghi ha destinato meno fondi del Pnrr al sud rispetto a quanto previsto e con più ritardo — del 40% che sarebbe dovuto andare al Mezzogiorno, a giugno il suo ministero era fermo al 25%.

    E la nuova ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Calderone? È una strenua sostenitrice del lavoro “flessibile” contrapposto al posto fisso e al salario minimo. Vuole che i giovani abbiano la “capacità del rischio.” Nel suo libro del 2012 10 idee per il lavoro dei nostri figli, Calderone criticava “l’architettura legislativa votata all’assistenzialismo” e costruzioni bolsceviche come il servizio sanitario nazionale o le borse di studio, colpevoli di andare incontro ai più poveri e non ai più meritevoli.

    Sono preoccupanti anche altri nomi, solo in apparenza meno impresentabili: a partire da Calderoli ministro agli Affari Regionali e alle Autonomie, dove potrà portare avanti un’agenda autonomista e pseudo-federalista, oppure il già citato ministero delle Imprese e del Made in Italy che è stato affidato ad Adolfo Urso, presidente uscente del Copasir ed esponente di FdI proveniente da una lunga militanza nel Msi. Una delle figure più criticate è quella di Daniela Santanché, posta al dicastero del Turismo nonostante i suoi evidenti interessi nel settore, essendo co–proprietaria insieme a Briatore del Twiga, il famigerato stabilimento di lusso a Forte dei Marmi, che fattura all’anno 4 milioni di euro e paga una concessione d’affitto allo Stato di 17.619€. Comunque non vi vorremmo illudere, la maggior parte dei membri del governo sono senatori e non deputati — e questo potrebbe essere un punto debole per il futuro, data la maggioranza più risicata in Senato.

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    • 41 min
    188: La fine dell’illusione di un governo Meloni moderato

    188: La fine dell’illusione di un governo Meloni moderato

    Dopo settimane di retroscena che raccontavano un governo Meloni sorprendentemente domato, quasi “draghiano,” la coalizione di destra ha messo alla presidenza del Senato un ex missino e alla Camera un omofobo anti–aborto

    Il primo colpo di scena di questa legislatura è arrivato con l’elezione di Ignazio La Russa a presidente del Senato “a insaputa” di Forza Italia: l’accordo nella maggioranza, che fino a ieri mattina sera sembrava definitivo — con il “passo indietro” di Calderoli — evidentemente non lo era ancora. Forza Italia ha deciso quindi di non partecipare alla prima votazione — con l’eccezione di Berlusconi e Casellati — ma La Russa è stato eletto lo stesso, con i voti di almeno 17 senatori delle opposizioni. Chi l’ha votato, e perché? I sospetti si sono indirizzati subito verso Renzi e Calenda, che respingono le accuse. Pagella Politica ha analizzato i video della votazione per capire quali senatori sono rimasti “troppo tempo” all’interno del catafalco per aver fatto scheda bianca: tra i nomi, oltre a vari terzopolisti, ci sono anche diversi esponenti del M5S e del Pd, tra cui Patuanelli, Camusso e Delrio.

    Ma perché Forza Italia non ha voluto sostenere La Russa? A quanto pare l’ostinazione di Berlusconi — che poco prima del voto ha avuto con La Russa uno scontro acceso, mandandolo platealmente affanculo — è da ricondurre alla trattativa per far avere un ministero alla sua fedelissima Licia Ronzulli. Dopo lo smacco della votazione, Berlusconi si è formalmente congratulato con il suo ex ministro della Difesa, e ha spiegato di aver voluto “dare un segnale” contro i veti. L’ex cavaliere ora medita vendetta, e pretende di ottenere almeno i ministeri della Giustizia e dello Sviluppo Economico.

    La seduta del Senato si era aperta con il discorso commosso di Liliana Segre, che ha ricordato il centenario della marcia su Roma, ha citato Matteotti come iniziatore ideale della Resistenza, ha criticato i recenti tentativi di modifica della Costituzione e ha esortato a non considerare “divisive” le feste del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno. Un discorso molto “politico,” certamente calibrato sulla composizione della maggioranza e sul nome di chi avrebbe preso il suo posto nel giro di un paio d’ore — uno che il 25 aprile ha sempre rivendicato di non festeggiarlo. Nel suo discorso di insediamento, La Russa ha detto di condividere le parole di Segre, e ha ricordato le violenze politiche degli anni Settanta — da lui vissute da protagonista — appianandole nella retorica di pacificazione nazionale, citando sia Sergio Ramelli, sia Fausto e Iaio: “Cercherò con tutte le mie forze di essere il presidente di tutti.”

    Alla Camera le cose si sono svolte in modo piú ordinato: le opposizioni si sono contate — anche se 3 parlamentari del Pd hanno votato Richetti, il nome dei renziani — mentre la coalizione di centrodestra ha eletto in modo piuttosto compatto Lorenzo Fontana, esponente leghista veronese ultra-cattolico, noto per le sue posizioni oltranziste sui diritti civili e sull’immigrazione. Per dare un’idea del personaggio si potrebbero citare tante sue dichiarazioni passate, ma scegliamo un consiglio bibliografico: La culla vuota, libro scritto nel 2018 per un editore assolutamente non neofascista, poco prima di diventare ministro della Famiglia nel governo giallo-verde, in cui Fontana spiega che “il destino degli italiani rischia di essere l’estinzione” per via della “precisa scelta di colmare il gap demografico con i flussi migratori.” La prefazione è di Matteo Salvini.

    • 41 min

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Mdfkc ,

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Accento lombardo, cantilena con vocali marcate,
anti tutto immobilista, linguaggio colonialimperialista contrastato da idee noglobal inizi 2000.
Estremo senso di colpa provincialcattolico sulle pronunce, paura della suscettibilità altrui.
Prolisso, soporifero, decadente.
Perfetto rimedio all’insonnia.

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