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  1. Beatrice Venezi licenziata dalla Fenice per non essere di sinistra

    May 5

    Beatrice Venezi licenziata dalla Fenice per non essere di sinistra

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8526 BEATRICE VENEZI LICENZIATA DALLA FENICE PER NON ESSERE DI SINISTRA di Federica Di Vito   Siamo giunti all'atto finale del rapporto tra Beatrice Venezi e il Teatro La Fenice. O meglio, è arrivata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo da tempo. «La Fondazione Teatro La Fenice, per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi, comunica di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi», si legge infatti in una nota diffusa dal teatro per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi. Decisione «maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione Teatro La Fenica e della sua orchestra», prosegue. Intanto, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, «prende atto della decisione di Nicola Colabianchi, assunta in autonomia e indipendenza, e conferma al sovrintendente de La Fenice la sua più completa fiducia». Le polemiche esplose i giorni scorsi riguardano l'intervista che il maestro d'orchestra Venezi aveva rilasciato al quotidiano argentino La Nacion il 23 aprile, nella quale aveva imputato all'orchestra di «tramandare le posizioni praticamente di padre in figlio». La Venezi, forte di collaborazioni estere, commentando la notizia del suo "licenziamento", ha spiegato che all'estero «si chiedono come sia possibile che una Fondazione finanziata con fondi pubblici possa essere in mano ai sindacati, gestito in un contesto totalmente anarchico». Già lo scorso ottobre il Telegraph aveva titolato le reazioni della sinistra alla nomina della Venezi: «Il contraccolpo di sinistra contro questo affascinante direttore d'orchestra italiano, puzza di sessismo». Definito nell'articolo «uno scandalo tutto italiano» rende l'idea di come la «cupola» dominante del nostro Paese, per dirla con le parole di Marcello Veneziani, ci tenga a epurare i suoi ambienti (artistici, editoriali, culturali) da qualsiasi estraneo che simpatizzi minimamente con l'area conservatrice. Idea che ha ben espresso Alfredo Antoniozzi, esponente di Fratelli d'Italia commentando la vicenda: «L'amara verità è che l'Italia ancora oggi è come quella che descrisse Montanelli cinquant'anni fa: regna il centrodestra ma governa la sinistra nei posti chiave della cultura». Già dall'esordio il rapporto tra La Fenice e Beatrice Venezi era apparso teso. Il 22 settembre scorso, appena resa pubblica la sua nomina a direttore musicale, tutti gli orchestrali del teatro La Fenice si erano ribellati, ritenendo le sue competenze inadeguate per un teatro prestigioso come quello di Venezia. Protesta che è durata ben sette mesi durante i quali abbiamo assistito a episodi quanto meno sconvenienti: durante la prima della Venezi prevista per il 17 ottobre le maestranze avevano scelto di incrociare le braccia e tenere un concerto gratuito in Campo Sant'Angelo. Poi è arrivata la minaccia di non rinnovo degli abbonati qualora fosse stata confermata la direzione della Venezi. Altre proteste al concerto di Capodanno fino ad arrivare alla festosa messinscena fuori dal teatro o agli applausi durante l'intervallo dell'opera di Wagner dopo l'annuncio della fine della collaborazione. A noi risulta troppo palese la colpa principale della Venezi, quella di essere troppo vicina al governo e di non averne mai fatto mistero. L'anno prima aveva partecipato a Sanremo chiedendo di essere chiamata «direttore» al maschile, l'invito ad Atreju e la nomina a consigliere musicale del ministero della Cultura. Una lunga lista di cose imperdonabili. Beatrice Venezi è stata rimossa per aver espresso un'opinione legittima (ma di un certo peso per il ruolo ricoperto) e perché è culturalmente di destra. A chi ancora sostiene la sua presunta inadeguatezza rammentiamo qualche altro ruolo pubblico. Che la giovanissima (23 anni) vicepresidente della Regione Toscana, Mia Diop, non abbia un curriculum all'altezza del ruolo (difficile da maturare anche solo per la giovane età) poco importa. Anzi, era stata applaudita come un segno di maturità e di speranza verso i giovani, peccato che gli stessi che esultavano svilivano l'età troppo giovane della Venezi - che comunque un curriculum di tutto rispetto con tanto di carriera internazionale per lo meno ce l'ha. Per non parlare dell'astro nascente progressista Silvia Salis che ieri sera ha compiuto il rito d'iniziazione catodica da Fabio Fazio. Da atletica, passando per qualche ruolo dirigenziale in ambito sportivo, è stata subito lanciata dalla politica a sindaco di una città capoluogo di regione. In fondo è proprio la sindaca che il 25 aprile l'ha detto a gran voce, «la Liberazione non è di tutti». Così anche ruoli come la direzione d'orchestra, e non c'è curriculum che tenga, non sono di tutti.

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  2. Il lascito di Umberto Bossi e la promessa incompiuta del federalismo

    Mar 24

    Il lascito di Umberto Bossi e la promessa incompiuta del federalismo

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8490 IL LASCITO DI UMBERTO BOSSI E LA PROMESSA INCOMPIUTA DEL FEDERALISMO di Ruben Razzante   La morte di Umberto Bossi segna la fine di una stagione politica che ha inciso profondamente nella storia della Seconda Repubblica e lascia aperta una riflessione complessa sul suo lascito, fatto di intuizioni potenti, battaglie identitarie e scelte controverse. Bossi è stato, prima di tutto, un animale politico nel senso più pieno del termine, capace di intercettare un sentimento diffuso nelle regioni del Nord e di trasformarlo in una forza organizzata, identitaria e duratura. La nascita della Lega rappresentò una rottura radicale con i partiti tradizionali: non solo una protesta contro Roma e il centralismo, ma una narrazione alternativa del Paese, fondata sulla contrapposizione tra produttività settentrionale e inefficienza statale. Tuttavia, il percorso di Bossi non fu lineare e uno dei momenti più controversi resta il 1994, quando contribuì alla caduta del primo governo guidato da Silvio Berlusconi dopo appena sette mesi, finendo - secondo molti osservatori - nella trappola istituzionale del presidente Oscar Luigi Scalfaro. Quel ribaltone aprì la strada al governo tecnico di Lamberto Dini e successivamente alla vittoria del centrosinistra nel 1996, segnando una frattura profonda nei rapporti tra Lega e centrodestra. Eppure, proprio la capacità di ricucire strappi apparentemente insanabili rappresenta un altro tratto distintivo della leadership bossiana: dopo anni di tensioni e divisioni, la riappacificazione con Berlusconi portò alla nascita di una coalizione più solida, culminata nella vittoria del 2001 e in una legislatura che, fino al 2006, fu tra le più stabili della storia recente, caratterizzata da riforme e da un consolidamento dell'asse tra Lega e Forza Italia. IL FEDERALISMO NON SI È MAI REALIZZATO L'ictus che colpì Bossi nel 2004 segnò un punto di svolta personale e politico, riducendo progressivamente la presenza pubblica del leader della Lega, ma non cancellandone l'influenza simbolica, che rimase forte soprattutto tra gli iscritti e nella base militante. Il cuore del suo lascito risiede nella centralità attribuita agli interessi del Nord, un'intuizione che ha ridefinito il dibattito politico italiano per decenni: dalla secessione, inizialmente evocata come obiettivo radicale, al più pragmatico federalismo, Bossi seppe adattare la sua strategia alle condizioni reali del sistema, riconoscendo i limiti di un progetto indipendentista in un contesto istituzionale fortemente vincolato. Tuttavia, il federalismo spinto che immaginava non si è mai pienamente realizzato, rimanendo una promessa incompiuta della sua parabola politica. Negli ultimi anni, ormai figura più simbolica che operativa, Bossi non ha rinunciato a esprimere critiche anche dure nei confronti della trasformazione della Lega sotto la guida di Matteo Salvini, accusato di aver snaturato il partito, spostandone il baricentro verso una dimensione nazionale e verso il consenso nel Sud, a scapito della storica base settentrionale. La scelta di dichiarare il voto per Forza Italia e la nascita del Comitato per il Nord insieme a figure a lui vicine rappresentano il segnale di una frattura mai ricomposta, che riflette due visioni diverse del ruolo e dell'identità del Carroccio. LA DECADENZA E IL CALO DI CONSENSO In questo contesto, la morte di Bossi potrebbe riaprire un dibattito interno profondo: da un lato la tentazione di recuperare le radici padane e rilanciare una politica fortemente ancorata agli interessi economici e produttivi del Nord, dall'altro la prosecuzione della linea nazional-populista che ha garantito alla Lega successi significativi negli anni recenti ma che oggi mostra segni di affaticamento proprio nelle sue roccaforti storiche. Il calo di consenso nelle regioni settentrionali, a fronte di una maggiore attenzione a temi come il ponte sullo Stretto, evidenzia una tensione strategica non ancora risolta. La domanda che si apre è se il "culto padano", mai del tutto scomparso, possa tornare a essere un elemento mobilitante oppure se appartenga definitivamente a una fase storica irripetibile. In ogni caso, il lascito di Bossi resta quello di aver imposto una questione territoriale che continua a condizionare la politica italiana, costringendo alleanze e governi a confrontarsi con le istanze di autonomia, efficienza e rappresentanza provenienti dal Nord, anche quando queste non trovano piena traduzione istituzionale, come nel governo Meloni, fortemente sbilanciato in favore degli interessi del sud a scapito della valorizzazione delle eccellenze economiche e produttive settentrionali. Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Bossi, buone intuizioni ma senza una visione culturale" analizza l'azione politica dello storico segretario della Lega Nord. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 21 marzo 2026:  Ad uno sguardo retrospettivo sintetico sulla sua vita politica risulta che Umberto Bossi ha espresso intuizioni di potenziale interesse, ma né lui né la Lega sono riusciti a configurarle in una visione culturale chiara. Gli spunti legati alla situazione di un momento possono dare ossigeno immediato e fare da propulsore per uno sviluppo politico anche significativo, ma hanno bisogno di essere sostenuti da una coerenza di quadro che in questo caso non c'è stata. I bisogni e le richieste di un momento, fosse anche per una intera macroregione come il Nord d'Italia, sono fondamentali perché la gente si mobiliti all'inizio e per un periodo, ma non riescono a mobilitarla a lungo. Per questo servono principi chiaramente coagulati in una consistente cultura politica. Le intuizioni politiche di Bossi avevano una dimensione legata al suo tempo, ma contenevano anche valori solidi e potenzialmente duraturi, se coltivati con consapevolezza. Quelle del primo tipo riguardavano l'insoddisfazione e il fastidio delle categorie produttive del Settentrione davanti al centralismo statalista, alla burocrazia partitica e sindacale, ad una "casta", come si diceva allora, che si autoalimentava e che faceva pagare i costi del sistema alle regioni del Nord. Quelle del secondo tipo riguardavano la famiglia, la terra, la comunità locale, il popolo, la propria storia, le culture dei cento campanili, la dimensione reale della vita sotto le artificiosità della politica di professione. Questi principi e valori non erano solo legati alle insoddisfazioni espresse sinteticamente nello slogan "Roma ladrona", non esprimevano solo un fastidio per un fisco oppressivo o per politiche che facevano pagare ad una parte dell'Italia l'assistenzialismo dell'altra. Essi avevano una loro consistenza oltre la contingenza. Il punto è proprio questo: quanta chiarezza c'era nelle prospettive di Bossi e della sua Lega su questi valori? Nelle regioni del Nord, dove la Lega si sviluppò, era evidente il nesso tra i valori che abbiamo elencato sopra e lo stesso sviluppo economico. La centralità della famiglia e della religione cattolica come molle di questo sviluppo erano accertati. Ma fino a che punto Bossi e la Lega chiarirono questo rapporto? Puntare su imprese che volevano meno tasse, ipotizzare una qualche identità etnica propria della Padania, inventarsi il "dio Po", recuperare in Alberto da Giussano le proprie origini, rinverdire il giuramento di Pontida... non erano sufficienti, nella loro confusione strumentale, a supportare a lungo un partito che volesse essere anche un movimento culturale. Tornando ai valori citati sopra, essi richiamano un concetto di fondo che avrebbe potuto fare da collante, chiaro e propositivo, della cultura politica della Lega: la sussidiarietà. La famiglia, il municipio, la regione avrebbero potuto venire intese come "società naturali" che, giustamente erano pronte a lottare contro uno Stato accentratore e irrispettoso non delle autonomie in generale, ma delle autonomie delle società naturali appunto. La lotta avrebbe potuto essere tra natura e artificio e allora sì che avrebbe assunto un respiro lungimirante. Come è noto da quando Matteo Salvini ha spinto le cose per trasformare la Lega in un partito nazionale elettoralmente ci fu un momento nel quale l'idea ebbe successo. Da allora nella Lega si sono fronteggiate due linee, nonostante l'apparente unanimismo di convenienza. Ma la linea di chi contestava l'apertura nazionale rimaneva impigliata nei piccoli rapporti di potere locali e non pensava a valorizzare le grandi potenzialità della sussidiarietà correttamente intesa. Le intuizioni di Bossi avevano una potenzialità di cui Bossi non era a conoscenza. Si spiega così anche il difficile rapporto con Gianfranco Miglio, il politologo del federalismo, il quale cercò di rinforzare il quadro culturale della Lega senza riuscirci. Ripartire dal basso, questo era il grande messaggio rivoluzionario della Lega, la rivendicazione di una priorità politica delle società naturali rispetto allo Stato che dovevano riprendersi con la lotta la propria originaria autonomia. Non per fuggire dalle tasse, dalla burocrazia o dell'ipertrofia legislativa, ma per riordinare in modo naturale tutta la politica, liberandola dalle ideologie e riconducendola alla realtà. Una prova piuttosto evidente che questo tipo di chiarezza non c'era o era difettosa è che durante i governi leghisti delle regioni settentrionali quei valori non sono stati promossi. Chi scrive queste righe ha una conoscenza maggiore del Veneto e del Friuli Venezia Giulia più che di Lombardia o Piemonte. Ora, in quelle due regioni, non si riescono a individuare nel governo leghista

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  3. La memoria di Charlie Kirk diventa scomoda

    Mar 17

    La memoria di Charlie Kirk diventa scomoda

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8481 LA MEMORIA DI CHARLIE KIRK DIVENTA SCOMODA   Si può avere timore delle opinioni in difesa della vita e in difesa delle verità scientifiche? Si può avere paura di queste opinioni anche quando arrivano da chi, proprio per esse, ci ha rimesso la vita? Ebbene sì, ed è quanto sta accadendo in Valle d'Aosta, dove una semplice proposta di intitolare un'aula di un Ateneo alla memoria di Charlie Kirk è bastata a scatenare una tempesta ideologica. Nelle scorse settimane, infatti, Lega Vallée d'Aoste e Renaissance hanno avanzato l'idea di intitolare un'aula dell'Università della Valle d'Aosta a Charlie Kirk, attivista pro life ed esponente politico statunitense ucciso in un attentato il 10 settembre dello scorso anno. La mozione sarebbe dovuta approdare in Consiglio regionale nelle sedute del 28 e 29 gennaio scorsi, ma la decisione - anche a seguito delle polemiche che sono sorte - è slittata, come ha fatto sapere il consigliere regionale della Lega Andrea Manfrin, raggiunto telefonicamente da Pro Vita & Famiglia. La proposta è nata, come detto, per iniziativa dei gruppi Lega Vallée d'Aoste e Renaissance e prevede l'intitolazione di uno spazio dell'Università della Valle d'Aosta a Charlie Kirk, con l'obiettivo di ricordarne la figura e l'impegno politico e culturale. Il tema avrebbe dovuto essere discusso formalmente in aula a fine gennaio, ma il tutto si è trasformato in un vespaio di polemiche ideologiche, spostando l'attenzione da una scelta simbolica a un terreno di scontro politico. LE ACCUSE DI CGIL E ARCIGAY Le voci critiche sono state quelle di Cgil Valle d'Aosta e Arcigay: la prima ha parlato di una scelta «del tutto inopportuna» e «divisiva», sostenendo che sarebbe sbagliato dedicare uno spazio di un ateneo pubblico a una figura che avrebbe costruito la propria notorietà politica su «posizioni xenofobe e sessiste» e su un «sistematico attacco al mondo universitario». Secondo il sindacato, infatti, le posizioni di Kirk sarebbero state legate ai valori dell'«evangelismo reazionario», con attacchi ai diritti delle persone transgender. La Cgil ha inoltre denunciato una non meglio precisata «grave ingerenza della politica» nelle scelte che dovrebbero restare di competenza esclusiva dell'Ateneo. Ancora più fazioso il comunicato di Arcigay Queer Valle d'Aosta, che ha definito la proposta «una scelta ideologica che usa un'istituzione pubblica come palcoscenico politico» e ha sostenuto che «non è pluralismo: è un tentativo di legittimazione istituzionale di una cultura politica reazionaria, autoritaria e apertamente ostile ai diritti civili». Arcigay ha inoltre riportato - decontestualizzate - alcune frasi attribuite a Kirk per dipingerlo come una figura pericolosa, arrivando a sostenere che l'intitolazione di un'aula rappresenterebbe una minaccia per i valori di inclusione e rispetto. LA PAURA DELLE IDEE ALTRUI Queste polemiche, però, rivelano soprattutto la difficoltà di una certa parte politica nell'accettare un confronto democratico con idee diverse dalle proprie. Charlie Kirk viene infatti falsamente accusato, anche nella sua memoria, di violenza, omofobia e discriminazione, senza invece riconoscere che si trattava di un attivista che difendeva con coraggio le sue posizioni - innocue e in difesa dei valori - senza ricorrere alla censura. Al centro del suo impegno c'erano infatti la difesa della vita, la libertà educativa e il richiamo alle verità scientifiche e biologiche contro le imposizioni ideologiche del gender. E dunque proprio questo sembra essere il vero motivo degli attacchi alla mozione: non l'intitolazione di un'aula, ma la paura che quelle idee possano ancora parlare, essere ricordate e trovare spazio nel confronto pubblico e democratico. Una paura che porta a trasformare le idee diverse dal mainstream in opinioni "violente", "omofobe" e "discriminatorie". Praticamente chi a parole invoca continuamente il pluralismo e la democrazia finisce per negarle. Sulla vicenda abbiamo raggiunto telefonicamente uno dei sottoscrittori della mozione, il consigliere regionale della Lega Andrea Manfrin, anche firmatario del Manifesto valoriale di Pro Vita & Famiglia alle ultime elezioni regionali. «L'iniziativa dell'intitolazione di uno spazio a Charlie Kirk - spiega - persegue l'obiettivo di rendere omaggio a chi ha sacrificato la propria vita sull'altare della libertà di espressione. Nessuno ha promosso, più di lui, il dialogo tra idee diverse, antitetiche, sfidando chiunque a dimostrare che quello che sosteneva era sbagliato, in maniera libera, di fronte a tutti. Nessuno, più di lui, ha dimostrato, con la forza della parola e della Fede, che anche un ambiente apparentemente ostile, può cambiare radicalmente opinione». Secondo il consigliere Manfrin, dunque, «le tonnellate di fango e livore riversate sui social di fronte a questa proposta, i molteplici tentativi di infangare la sua memoria non possono offuscare il suo messaggio. Abbiamo aperto un dibattito sul tema, e questo è già un grande risultato».

    7 min
  4. Valanghe di euro dall'Ue ai media per fabbricare il consenso

    Mar 10

    Valanghe di euro dall'Ue ai media per fabbricare il consenso

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8450 VALANGHE DI EURO DALL'UE AI MEDIA PER FABBRICARE IL CONSENSO di Lorenza Formicola   C'è un miliardo di euro che si muove nell'ombra dei palazzi di vetro di Bruxelles, con un unico obiettivo: fabbricare il consenso. Mentre l'Unione Europea si erge a paladina globale della libertà di stampa, un rapporto esplosivo intitolato Bruxelles's media machine: European media funding and the shaping of public discourse, firmato da Thomas Fazi per il think tank MCC Brussels, squarcia il velo su un sistema di finanziamento capillare. Non si tratta di semplice sostegno all'editoria, ma di una vera e propria ingegneria del discorso pubblico che, nell'ultimo decennio, ha drenato quasi 1 miliardo di euro dalle tasche dei contribuenti per alimentare narrazioni pro-UE e soffocare il dissenso. La cifra è notevole, ma secondo il rapporto è persino prudente. La Commissione Europea e il Parlamento Europeo erogano collettivamente circa 80 milioni di euro all'anno per "progetti mediatici". Analizzando la struttura di spesa, emerge un sistema ramificato: il cuore finanziario di questa colossale operazione di condizionamento batte all'interno della DG CONNECT - dipartimento della Commissione europea responsabile per la politica digitale dell'UE - che ogni anno irriga il sistema mediatico con circa 50 milioni di euro. A questa imponente dotazione si affianca l'azione parallela del Parlamento Europeo, il quale, agendo tramite la propria DG COMM (Direzione Generale della Comunicazione), immette nel circuito altri 10 milioni di euro annui sotto forma di sovvenzioni destinate a co-finanziare programmi radiofonici, televisivi e piattaforme digitali incaricate di riportare l'attività legislativa comunitaria.  Tuttavia, la proiezione di potere di Bruxelles travalica i confini dell'Unione per farsi strumento geopolitico: per il solo 2025, infatti, sono stati stanziati ulteriori 10 milioni di euro destinati esclusivamente al panorama informativo ucraino. Tutto questo avviene sotto etichette rassicuranti: "lotta alla disinformazione", "promozione dell'integrazione europea" o "difesa dei valori". MILIONI DI EURO Il rapporto scende nel dettaglio dei beneficiari, svelando che la Commissione europea ha letteralmente messo a libro paga tante agenzie di stampa: 7 milioni di euro all'Agence France-Presse (AFP), 5,6 milioni all'italiana ANSA, 3,2 milioni alla tedesca DPA, 2 milioni alla spagnola EFE e persino 1 milione alla statunitense Associated Press (AP). Anche testate minori come la portoghese Lusa (200.000 euro) o la polacca PAP (500.000 euro) compaiono nella lista. Il quadro si fa ancora più inquietante osservando le emittenti e i gruppi editoriali. Euronews svetta con un finanziamento monstre di 230 milioni di euro. Seguono la franco-tedesca ARTE con 26 milioni, la piattaforma Euractiv con 6 milioni e giganti del servizio pubblico come Deutsche Welle (35 milioni), France Médias Monde con 16,5 milioni, 444.hu (Ungheria) 1,1 milioni di euro e la spagnola RTVE con 700.000 euro.  In Italia, la RAI ha beneficiato di 2 milioni di euro, mentre il Gruppo Editoriale GEDI ha ricevuto 190.000 euro. Persino organizzazioni teoricamente indipendenti come Reporters Without Borders (5,7 milioni) e il sito di investigazione Bellingcat (440.000 euro) risultano agganciate ai flussi di Bruxelles.  Il controllo avviene attraverso programmi tecnici dai nomi asettici. L'IMREG (Information Measures for the EU Cohesion Policy) ha speso dal 2017 ad oggi oltre 40 milioni di euro in campagne "pubbliredazionali". Il programma Journalism Partnerships, con un budget di circa 50 milioni, supervisiona collaborazioni che promuovono esplicitamente la "demistificazione dell'UE" e la lotta ai "movimenti nazionali estremisti". Il quadro si completa con le Multimedia Actions, un polmone finanziario da oltre 20 milioni di euro l'anno che tiene in vita la European Newsroom, il consorzio di 24 agenzie di stampa strategicamente appostato nel cuore di Bruxelles. A queste si affianca l'EDMO (European Digital Media Observatory), la corazzata "anti-disinformazione" da 27 milioni di euro incaricata di pattugliare i confini della verità ufficiale. Il risultato è un conflitto di interessi sistemico: un ecosistema in continua espansione che, sotto le insegne virtuose della difesa dei valori europei, cementa una dipendenza finanziaria letale che incentiva l'allineamento e marginalizza le voci dissenzienti. UNA NARRAZIONE PILOTATA DALL'ALTO La strategia di Bruxelles non si limita ai media tradizionali, ma si estende al controllo brutale dello spazio digitale. Jim Jordan, presidente della Commissione Giustizia alla Camera Usa, ha rivelato una campagna decennale architettata per imporre la censura europea su scala globale. Attraverso il Digital Services Act (DSA), la Commissione Europea ha trasformato quelli che erano nati come codici di condotta "volontari" in veri e propri obblighi di fatto, costringendo le piattaforme a riscrivere le proprie linee guida per conformarsi ai desiderata di Bruxelles. L'obiettivo di questa pressione sistematica è la definizione dei confini del dibattito pubblico su temi politici cruciali, come l'immigrazione o l'identità di genere. Migliaia di documenti interni confermano come le Big Tech, per non perdere l'accesso al mercato unico europeo, abbiano esteso gli standard restrittivi dell'Unione a tutto il mondo, censurando contenuti protetti dal Primo Emendamento persino negli Stati Uniti. Un caso emblematico è quello di TikTok, che ha modificato le proprie policy globali arrivando a oscurare affermazioni come "esistono solo due generi" per allinearsi ai parametri del DSA. Le radici di questa offensiva risalgono a ben prima dell'entrata in vigore del nuovo regolamento: già nel 2020, Bruxelles pretendeva la rimozione dei contenuti che mettevano in discussione le narrazioni ufficiali sull'emergenza sanitaria legata al Covid-19 e sui vaccini. Con l'avvento del DSA, questa prassi è divenuta strutturale, imponendo alle piattaforme una "revisione continua" dei contenuti per restare in regola. Le interferenze sono state particolarmente aggressive durante le tornate elettorali in Francia, Olanda, Irlanda, Slovacchia, Moldova e Romania, dove la Commissione ha esercitato un monitoraggio ossessivo sui contenuti politici ritenuti sgraditi.  In questa trama di influenze e capitali, il confine tra informazione e propaganda istituzionale non è più una linea sottile. Ciò che le istituzioni vendono come un argine alla disinformazione si rivela, alla luce dei fatti, un'imponente opera di architettura sociale: una "sfera pubblica" fabbricata in laboratorio per essere impermeabile al dissenso. In questo impero invisibile, centinaia di milioni di cittadini europei si ritrovano immersi in una narrazione che è stata pagata per essere fedele.

    8 min
  5. Il Costa Rica ha una nuova presidente, cattolica e pro life

    Mar 3

    Il Costa Rica ha una nuova presidente, cattolica e pro life

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8466 IL COSTA RICA HA UNA NUOVA PRESIDENTE, CATTOLICA E PRO LIFE di Paola Belletti   Laura Virginia Fernandez è la nuova presidente del Costa Rica. Entrerà ufficialmente in carica l'8 maggio prossimo e sarà la seconda donna presidente dello stato dell'America centrale. Leader del Partito Pueblo Soberano (PPSO), è considerata erede del presidente uscente, Rodrigo Chaves, del quale intende proseguire le politiche. Con il 96,87% delle schede scrutinate alle 12:00 del 2 febbraio, Fernández ha ottenuto 1.191.727 voti (48,30%). Come riporta Aciprensa in un ampio commento dove riferisce la vittoria elettorale e tratteggia il profilo della neo eletta, «avendo superato la soglia del 40% richiesta dalla legge elettorale, non sarà necessario un secondo turno. Oltre alla presidenza, questa domenica sono stati eletti i 57 membri dell'Assemblea Legislativa. Il partito del Popolo Sovrano ha ottenuto 31 seggi, assicurandosi così la maggioranza nell'organismo che approva le leggi. Il Partito di Liberazione Nazionale ne avrà 17, il Fronte Ampio 7, mentre i restanti due sono stati divisi tra la Coalizione Agenda Cittadina e il Partito dell'Unità Sociale Cristiana». Quello che gli osservatori frettolosamente definiscono come essere conservatrice, si declina per la Fernandez in fede cattolica vissuta e conseguente difesa dei valori non negoziabili, a partire da quella della vita che secondo la presidente entrante va difesa dal concepimento alla morte naturale. Il 2 febbraio, nella sua prima conferenza stampa, Fernández ha ringraziato "Dio e il popolo della Costa Rica" per i risultati elettorali. «"Confido in Dio, che so sarà con noi ogni giorno e ogni minuto del prossimo governo", ha aggiunto. Nel governo di Rodrigo Chaves, è stata Ministra della Pianificazione Nazionale e della Politica Economica dal 2022 al 2025 e, contemporaneamente, Ministra della Presidenza dal 2024 al 2025». Con la sua squadra di governo intende promuovere "una grande crociata per la dignità umana nazionale, una grande crociata per l'amore del prossimo, una grande crociata per la giustizia sociale, per il salvataggio dei valori e della famiglia". La sua fede cattolica è manifesta, non esibita. Il giorno delle elezioni ha partecipato alla celebrazione eucaristica nella Basilica di Nostra Signore degli Angeli, patrona del paese. Così ha commentato in un post su X: "Ho pregato per tutti i costaricani, per questo amato Paese, per ciò che verrà". Della sua solida posizione a difesa della vita ha parlato in più di un'occasione. Nel programma El Octavo Mandamiento il 4 agosto 2025 «ha dichiarato di essere "contraria all'aborto; credo nella vita dal concepimento alla morte naturale"». Fernández ne ha parlato pubblicamente in diverse occasioni. Nel programma El Octavo Mandamiento , il 4 agosto 2025, ha dichiarato di essere «"contraria all'aborto; credo nella vita dal concepimento alla morte naturale".» Quando era ancora in carica Chaves, nel cui governo Fernandez ha ricoperto ruoli importanti (Ministra della Pianificazione Nazionale e della Politica Economica dal 2022 al 2025 e, contemporaneamente, Ministra della Presidenza dal 2024 al 2025), il governo aveva modificato una norma introdotta da Alvarado che allargava l'accesso all'aborto, ripristinando una legislazione più rigorosa a difesa della vita del nascituro e delle madri. L'accesso all'aborto cosiddetto terapeutico è permesso quindi dall'ottobre del 2025 solo in caso di pericolo imminente per la vita della madre. «Dopo l'abrogazione, Fernández ha dichiarato di essere "enormemente soddisfatta perché la legge precedente, che conteneva indebite lacune che mettevano a rischio la vita dei bambini non ancora nati, è stata abrogata"». La presidente entrante ha inserito nel suo piano di governo cinque principi guida fondamentali e uno di essi è proprio sui valori portanti della "vita, la famiglia e i valori che ci definiscono come nazione". Nel documento dichiara che ogni politica pubblica sarà "progettata e pianificata per proteggere la vita e le nostre famiglie". Altre priorità che si è data Fernandez riguardano la giustizia sociale, la sicurezza e la lotta al crimine organizzato - il narcotraffico approfitta della posizione strategica del paese. «"Riconosciamo, in questo momento, non solo il culmine di un processo elettorale, ma l'inizio di un compito impegnativo e di grande responsabilità: servire l'intera nazione, nella sua diversità di opinioni, sensibilità e realtà sociali", hanno affermato i vescovi. Hanno affermato che coloro che presto assumeranno i loro incarichi avranno "la sfida di unire il Paese, sanare le divisioni e promuovere un clima di dialogo, rispetto e sincera ricerca del bene"». Così si sono espressi i vescovi del paese in una dichiarazione all'indomani del voto congratulandosi con Laura Fernández Delgado e gli altri deputati eletti. Assicurano la preghiera e il loro accompagnamento spirituale e chiedono a Dio di "illuminarli con saggezza, prudenza e forza, affinché le loro decisioni siano sempre orientate alla giustizia, alla pace e alla dignità di tutte le persone, in particolare di coloro che vivono in situazioni di maggiore vulnerabilità".

    7 min
  6. Cinquant'anni di Repubblica, il quotidiano laicista che piace alla gente che piace

    Feb 10

    Cinquant'anni di Repubblica, il quotidiano laicista che piace alla gente che piace

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8440 CINQUANT'ANNI DI REPUBBLICA, IL QUOTIDIANO LAICISTA CHE PIACE ALLA GENTE CHE PIACE di Giuliano Guzzo   Da giorni si celebra un compleanno rilevante per il mondo dell'informazione italiana: quello dei 50 anni di Repubblica. Mezzo secolo di stampa che piace alla gente che piace, il primo quotidiano di cui vale forse la pena leggere i titoli e senz'altro l'ultimo nel quale, per chi abbia a cuore i principi non negoziabili, è raccomandabile riconoscersi. Abortista, divorzista, pro eutanasia di Stato, pro fecondazione in vitro, ovviamente pro ddl Zan e rivendicazioni Lgbt e chi più ne ha più ne metta, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari (1924-2022) fin dalle origini sta orgogliosamente dalla parte «giusta» della storia. È spesso il giornale dei professori (presenti, futuri e in pensione), a volte quello di chi vuol darsi un tono, sempre quello dei radical chic. Ha di certo pubblicato grandi firme, ma soprattutto enormi ego; a partire da quello del suo fondatore, il già citato Scalfari, che coi suoi interminabili editoriali della domenica - un'omelia laica imperdibile per i maggiorenti dell'amichettismo di casa ai Parioli e a Capalbio - spaziava dalla politica alla filosofia al costume, non di rado incorrendo nella gaffe. Non a caso sugli errori scalfariani sono stati pubblicati perfino libri. Eppure, va detto, Repubblica era Scalfari e Scalfari era Repubblica. DOPO SCALFARI Ezio Mauro, il primo a succedere al fondatore nel 1996, non ha più avuto - forse per un suo senso della misura sabaudo -, il carisma da sommo sacerdote, da patriarca del laicismo appunto di Scalfari; e i successori del successore meno ancora. Risultato: dopo 50 anni Repubblica è sempre Repubblica, la bibbia quotidiana dei «sinceramente democratici», ma i lettori calano. Eccome: dei dati ufficiali piuttosto recenti (Ads, settembre 2025) parlano di crisi nera: sotto le 100.000 copie, meno della metà di quelle del Corriere. Aggiungiamoci le ultime novità sul cambio di proprietà, e si capisce quanto sia ora amaro, il cinquantesimo compleanno di questo giornale che sicuramente la storia l'ha fatta. Però si tratta di capire quale. Senza voler risultare sprezzanti né voler semplificare, si può osservare come a Repubblica la cosa riuscita meglio, sul piano politico, sia sempre stata la demonizzazione dell'avversario politico più in vista: per molti anni è stato Silvio Berlusconi, il Cavaliere, poi è venuto Matteo Salvini, oggi tocca naturalmente a Giorgia Meloni, domani chissà. Ma in fondo neppure importa chi: ciò che conta, per la linea di questa testata, è rilanciare un sentimento di ostilità ideologica viscerale e talmente insistita da far apparire, dopo un po', simpatico il bersaglio di tutti quegli editoriali e quelle inchieste. UN PRESENTE INCERTO E UN FUTURO INCERTISSIMO Per quanto riguarda invece l'antropologia sposata da Rep, beh, come già si diceva in apertura è in buona sostanza quella del permissivismo più assoluto. Non c'è opzione bioetica che il giornalone fondato da Scalfari non consideri percorribile. E chi, a fronte di tutto ciò, si fosse per caso meravigliato del fatto che giovedì anche Papa Leone XIV abbia inviato i suoi (brevi) auguri alla testata, facciamo osservare che nel messaggio papale - dove non manca un elegante ma eloquente richiamo alla «diversità di opinioni, dei punti di vista» - si trova l'augurio alla testata di «costruire sempre una comunicazione libera e dialogante, animata dalla ricerca della verità e senza pregiudizi». Ora, già richiamare apertis verbis «la verità» nel tempio editoriale del relativismo può essere una piccola frecciata, ma forse lo è ancor più quel «costruire» al posto di «continuare a costruire»: vuol dire che forse la comunicazione «libera e dialogante», nel giornalone radical chic per eccellenza, manca ancora? Chissà. Conoscendo lo stile molto misurato di Papa Leone XIV non lo si può né affermare né escludere. Ciò che è sicuro è che per Repubblica i tempi d'oro in cui Scalfari intervistava Papa Francesco (o Papa Francesco intervistava Scalfari, non si è mai davvero capito) sono acqua passata. Con il pontefice statunitense le vere o presunte «aperture della Chiesa» fanno oggi molta, moltissima fatica a finire in pagina. Dopo mezzo secolo di storia editoriale anche gloriosa, ma con un presente incerto e un futuro incertissimo, a Repubblica, il fu giornale-partito scalfariano, non resta dunque che giocarsi la carta della demonizzazione o lo spauracchio del «fascismo eterno» di Umberto Eco (sua storica firma), a danno ora di Giorgia Meloni ora di Donald Trump, che ogni giorno prende a picconate qualcosa di caro alla testata. Che, con alcune firme, continua ad esprimere qualità: nessuno lo nega. Ma dopo decenni di veleno sputato quasi ovunque, sulla morale naturale e sulla Chiesa (la cotta scalfariana per Papa Bergoglio non cancella il passato), ecco, oggi quel veleno sembra essere rimasto nel giornale. Un quotidiano che vende sempre meno e potrebbe, in un ironico boomerang, vivere un'eutanasia di quelle per cui ha sempre tifato. Tanti auguri.

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  7. Pierferdinando Casini e il trasformismo democristiano

    12/30/2025

    Pierferdinando Casini e il trasformismo democristiano

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8400 PIERFERDINANDO CASINI E IL TRASFORMISMO DEMOCRISTIANO di Lorenzo Bertocchi   Settant'anni e non sentirli, almeno politicamente. Pierferdinando Casini spegne le candeline come solo un democristiano sa fare: rilasciando un'intervista in cui il passato diventa un grande magazzino di memorie selezionate e il presente un elegante slalom tra valori, cambiali e tortellini. Alla domanda su chi sia stato il più grande democristiano, Casini non ha dubbi: Amintore Fanfani. Quell'uomo del "piano casa" che, pur incontrato poco, rimane per lui una specie di santo laico della prima Repubblica. Poi arriva il capitolo spinoso: divorzio e aborto. E qui Casini rispolvera la vecchia cassetta degli attrezzi democristiana, quella che contiene prudenza, evocazioni ecclesiastiche e un pizzico di realpolitik. Quelle leggi? «Cambiali pagate alla Chiesa», taglia corto l'ex enfant prodige dei dorotei. L'aborto forse passava, il divorzio era già scritto nei tempi: i cambiamenti sociali non aspettavano nessuno, nemmeno la Balena Bianca. Peccato che a pagare oggi sia soprattutto la reputazione del protagonista di quell'epoca: Amintore Fanfani, col suo celebre aforisma profetico: «Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l'aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!». Visione lucida di un'Italia che tuffandosi nella libertà sarebbe scivolata fino in fondo. E Pierferdinando? Beh, di quei cambiamenti sociali pare essersi accorto eccome, se dal referendum del 1974 ha tratto le sue personali conseguenze: due divorzi, prima dalla bellissima Roberta Lubich e poi dalla ricchissima Azzurra Caltagirone. Gli va certamente riconosciuto un certo senso dell'adattamento. Quelle "cambiali pagate alla Chiesa" certificano un fallimento epocale: non solo della Dc, ma in fondo della stessa Chiesa che era convinta di poter frenare la storia con le mille correnti e che invece non ha incassato nulla. Ha vinto una politica che per convenienza ostentava fedeltà, trasformando però le questioni morali in moneta di scambio parlamentare. È la democrazia, bellezza - direbbe forse Pierferdy. In un Paese dove la fede si assottigliava e la Chiesa arrancava a interpretare le nuove stagioni, sono proliferati i Pierferdy, abili a stare sempre nel mezzo - tra sacrestia e comizio, tra Dio e pragmatismo, tra valori proclamati e scelte personali più disinvolte. Dall'appennino bolognese ai palazzi romani, Casini è in Parlamento dal 1983: una costanza più perseguita della coerenza. Ex democristiano, poi con Berlusconi, poi con Monti, infine con Renzi: un cammino che più che una carriera sembra un pellegrinaggio tra tutte le sfumature del centro. La sua "bolognesità", poi, è stata la chiave dell'apoteosi: nel 2018, quando Renzi sublimò la fusione a freddo tra cattodem ed ex Pci, la rossa Bologna lo elesse nelle file del centrosinistra. Da rossa a rosé: sommelier della politica, Casini ha saputo riconoscere la bottiglia giusta al momento giusto. Una carriera costruita sempre al centro, il suo naturale habitat, il centro di gravità permanente: quello dove si entra in sacrestia con un santino della Madonna di San Luca nel portafoglio e si esce di corsa a mangiare una piadina alla Festa dell'Unità. Non si tirino in ballo don Camillo e Peppone: loro, almeno, sapevano da che parte stare. Il vero dramma della politica italiana (e anche della Chiesa italiana?) oggi è che di don Camillo e Peppone ne sono rimasti pochi, mentre di Pierferdy ce ne sono sempre di più. E resistono, impermeabili alle bufere, ai cambi di maggioranza, ai cicli economici e perfino alle epoche storiche. Del resto, essere al centro - soprattutto del proprio destino - è un'arte. E Pierferdinando Casini, a settant'anni, dimostra di essere ancora un grande interprete. Auguri!

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Per chi non crede che la politica sia l'arte del compromesso, ma uno strumento utile per raggiungere il bene comune secondo quello che prevede la Legge Naturale scritta nel cuore di ogni uomo