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Creuza de mä è un viaggio che non tutti possono affrontare: è introspezione, coraggio, audacia, fallimento, amore. Una navigazione che approda sui temi della passione e del viaggio e che testimonia la voglia di non avere confini. In questa sospensione tra realtà e sogno si sviluppa l’intreccio di sette brani e altrettanti protagonisti. E’ di queste vite che ci faremo carico in questo viaggio da compiere insieme.
Curato da Lucia Lamboglia e con la voce di Simona Atzori.
Per la bibilografia cliccare qui: https://faber.deand.re/podcast/creuza-de-ma/

Creuza de mä, il podcast FaberDeAndre.Com

    • Music

Creuza de mä è un viaggio che non tutti possono affrontare: è introspezione, coraggio, audacia, fallimento, amore. Una navigazione che approda sui temi della passione e del viaggio e che testimonia la voglia di non avere confini. In questa sospensione tra realtà e sogno si sviluppa l’intreccio di sette brani e altrettanti protagonisti. E’ di queste vite che ci faremo carico in questo viaggio da compiere insieme.
Curato da Lucia Lamboglia e con la voce di Simona Atzori.
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    Sidun - Crêuza de mä, il podcast

    Sidun - Crêuza de mä, il podcast

    “La guerra è un’ossessione dei vecchi che mandano i giovani a combatterla”, scriveva Baricco, e nell’intera discografia di De Andrè troviamo spesso riferimenti in grado di riprendere questo concetto. ù

    Da “Girotondo” a “La guerra di Piero”, il tema bellico non si è mai distanziato troppo dal pensiero di Fabrizio che ne ha cantato ogni conseguenza, descrivendone il tormento e la fatica.

    In questo caso specifico ci troviamo in Libano, durante la drammatica guerra civile durata ben quindici anni. De Andrè punta il faro sul passaggio delle truppe israeliane a Sidone, tra il confine del Libano e Beirut e ne presenta il lavoro così: “Sidone è la città libanese che ci ha regalato, oltre all’uso delle lettere e dell’alfabeto, anche l’invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale nel 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. Un grumo di sangue, orecchie e denti da latte, ancora poco prima labbra grosse al sole, tumore dolce e benigno di sua madre, forse sua unica e insostituibile ricchezza.”L’inizio del brano coincide con le voci dei presidenti Ronald Reagan e Ariel Sharon e con in sottofondo i cingoli di un carro armato. L’immagine descritta è quella di un padre che regge tra le braccia i resti del figlio, il più innocente che sconta l’egoismo esercitato dal potere. Un padre che piange e odia e in questo ciclico ripetersi di emozioni, si rafforza l’inutilità del conflitto bellico.
    Continuando con l’ascolto del brano, conosciamo chi questa guerra la combatte: i soldati, descritti come cani arrabbiati con la schiuma alla bocca in cerca di agnelli.

    Camminiamo ancora percorrendo la forza evocativa del testo e arriviamo a Sidone, con la sua superba eredità nascosta però dalle fiamme, offuscata dall’odio.

    La “piccola morte” che viene cantata a questo punto del brano non è da intendersi come la morte di un bambino bensì va accolta come figura retorica dietro la quale si cela la fine civile e culturale di un piccolo paese.

    Il finale di Sidun è solo strumentale, un sottofondo che richiama il lamento senza fine di un padre arabo in un teatro di numerosi massacri.

    Un brano, Sidun, che può, a ben ragione, assumere il rango di emblema del concetto di universalità applicato ai contenuti, espressi in maniera più o meno costante, nelle canzoni di Fabrizio De André, se si considera la drammatica e, in apparenza, perenne contemporaneità dei temi affrontati, soprattutto nel caso di quelli “contro la guerra”.

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    Curato da Lucia Lamboglia e con la voce di Simona Atzori.

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    • 4 min
    Jamin-a - Crêuza de mä, il podcast

    Jamin-a - Crêuza de mä, il podcast

    C’è un’espressione usata da Cesare Romana nel libro “Smisurate Preghiere” in riferimento a Creuza de Ma che apprezzo particolarmente e che dice “ricamare il silenzio”.

    E’ un’espressione che rimanda al viaggio che si affronta nell’intero disco e quel silenzio mi piace sovrapporlo all’incertezza di una navigazione spesso turbolenta.

    E’ in questo clima che si ricama, usando i fili dell’immaginazione, del desiderio e della speranza.

    Sono fili che intrecciandosi tra loro creano una porta che si apre sul viaggio nell’eros, sulla protagonista dell’unico brano di De André con riferimenti tanto espliciti: lupa di pelle scura, sugo di sale di cosce, sultana delle bagasce.

    E’ lo stesso De Andrè a parlare della donna per chiarirne la posizione da “non prostituta” descrivendola cosi:“Il brano ci pone davanti una descrizione a tratti pornografica, sfruttando a pieno il genovese che, anche in questo caso, offre una libertà di espressione che la lingua italiana e i termini equivalenti non saprebbero donare. “

    Da menzionare è sicuramente Mario Arcari col suo shanaj, strumento originario dell’India e simile per forma all’oboe, il cui suono era ritenuto propiziatorio. Un suono che rimanda dunque al desiderio del marinaio, alla ricompensa di un uomo che “dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna lo aiuti.”

    Gli aggettivi utilizzati per descrivere Jamin-a si sprecano senza dar spazio all’equivoco. Simbolo di un viaggio tanto erotico quanto necessario, la donna rappresenta quell’atto di fede praticato per contrastare una vita fatta di rischi.

    Come chiarisce ancora Fabrizio, Jamin-a non è un sogno bensì la speranza di una tregua di fronte un mare in burrasca.

    A Genova c’è un detto popolare che tradotto recita così: Cara moglie, passato il ponte di Portofino torno libero e scapolo. Un ottimo riassunto del senso racchiuso nel brano.

    Da un punto di vista strettamente discografico, per l'uscita del remix dell'album del 2014, in occasione dei 30 anni dalla pubblicazione, venne fornita una versione inedita del brano, decisamente alternativa rispetto all'ascolto originario, fino ad allora tenuta nel cassetto.

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    Curato da Lucia Lamboglia e con la voce di Simona Atzori.

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    • 3 min
    Crêuza de mä - Crêuza de mä, il podcast

    Crêuza de mä - Crêuza de mä, il podcast

    Crêuza de mä è un movimento lento, continuo, rassicurante. L’undicesimo album in studio di Fabrizio De Andrè è un insieme di suoni capaci di cullarti con l’inusuale potere di trasportarti esattamente dove vorresti essere.

    Per meglio comprendere il significato del brano, ci toccherà fare qualche passo indietro e partire proprio dall’inizio, rappresentato in questo caso dalla traduzione dell’espressione “Crêuza de mä”. La versione maggiormente accreditata racconta della “Creuza” come di strada suburbana che delimita i confini di proprietà e che conduce dall’interno verso il mare.

    Composto interamente in genovese sfida la comprensione di chiunque, almeno al primo ascolto, dell’intero testo. Perfino degli stessi genovesi. De Andrè fu chiaro e illuminante nella sua risposta al “In che lingua hai cantato?” “In una lingua del sogno che suonasse come idioma comune a tutti i popoli del Mediterraneo. Anche quella speranza si è rivelata un sogno.”

    Un viaggio intenso, dunque, quello che ci propone questo lavoro discografico dai temi di un’attualità pungente: il mare, il viaggio, le passioni. Il brano racconta del ritorno a terra di alcuni pescatori che si rintanano nella Taverna di Andrea, ad “asciugare le ossa.”.

    Sono questi uomini per definizione mal fidati ad aprire la strada agli altri protagonisti del disco con i quali condivideranno il medesimo destino sgarbato.

    Nulla viene lasciato al caso, dalle prime note della gaida macedone, una sorta di cornamusa che, come un banditore, scandisce l’inizio del viaggio fino alle voci di mercato sul finale, in particolare della signora Caterina. E’ lo stesso De André a raccontare l’aneddoto che la riguarda: “La fortuna è stata di trovare la Caterina, una donna che vende il pesce, che canta in re maggiore da sempre, ovviamente senza saperlo, per cui sembra che lei canti sul pezzo. Noi lo abbiamo sistemato finché non è stato perfetto e musicale.”

    I pescatori arrivano da lontano, da un punto non identificato che rappresenta proprio l’assenza di confini che offre il mare. Gli uomini infatti sono consci del proprio destino, del loro perenne navigare e di questa conseguente incertezza che continuerà a muoversi sotto i loro piedi sotto forma di acqua. Conducono un viaggio senza fine, carico della rassegnazione che offre la costrizione, per cui ogni sosta rappresenta una breve ma necessaria occasione per ubriacarsi e portarsi via da quel ciclico ripetersi di avvenimenti.

    Dopo l’approdo, il brano prosegue con una serie di alimenti che passano e restano sulla tavola imbandita: un piacere intenso ma fugace, forse un altro riferimento ai piaceri della vita. Si evocano odori e profumi della cucina ligure che sono un punto fermo, un ritrovarsi, un modo di rinnovarsi senza perdere le proprie radici. I marinai, legati al mare da una corda marcia d’acqua e sale, devono riprendere il loro incerto navigare. Dopo aver goduto di cibo, vino e piccole e immancabili certezze, non possono sottrarsi al loro destino. Lo sa bene De André, ce lo aveva già detto. “E poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita” cantava riferendosi a Jones il suonatore.

    Crêuza de mä sarà colonna sonora dell’inaugurazione del Viadotto Genova San Giorgio, sorto sulle spoglie del Ponte Morandi, nell’agosto del 2020, in una versione contenente ben diciotto voci di artisti per omaggiare Fabrizio e Genova.

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    • 4 min
    Creuza de mä, il podcast

    Creuza de mä, il podcast

    “Genova è anche gli amici che da lontano ti vedono crescere e invecchiare, per esempio i pescatori, che hanno la faccia solcata da rughe che sembrano sorrisi e, qualsiasi cosa tu gli confidi, l'hanno già saputa dal mare.”

    La vita è un intreccio di tante cose, come un lavoro a maglia. I ferri, sempre due, sono vita e morte ed è nel punto in cui si uniscono che si colloca Genova. Partiremo da qui.

    L’ex repubblica marinara, da sempre considerata culla delle civiltà antiche, ha, dai tempi più remoti, ricoperto un ruolo importante nel commercio marittimo. Creuza de mä, pubblicato nel 1984, vede la luce proprio tra le onde del Mare Nostrum e rappresenta una raccolta di suoni, più che di parole. Il lavoro discografico, composto interamente in genovese, gode di un momento collaborativo perfetto tra Fabrizio e Mauro Pagani.

    Questa fortunata miscela di talenti vantava una già importante collaborazione durante il tour “L’Indiano” e resterà viva come proficuo scambio di idee fino al 1992.

    Segnalato sulla rivista Rolling Stones da David Byrne come uno dei dischi più importanti degli anni Ottanta e dalla rivista Musica e Dischi come il miglior album dello stesso decennio, guadagnerà un successo oltre confine nonostante l’iniziale mancato entusiasmo da parte dei discografici.

    De Andrè, in merito alle scelte linguistiche, era solito specificare: “Si è tentato di fare una specie di sintesi di quelli che erano i suoni nel Mediterraneo: suoni non soltanto strumentali ma anche vocali. (…) Ci siamo resi conto che la lingua genovese, con la sua impostazione, con un vocabolario di 1500 termini persiani, turchi e arabi, era quella che più si adattava ad accompagnare questo tipo di musica. Ne è nata una specie di sintesi, di sunto, di quello che potrebbe essere la musica mediterranea.”

    Da prendere in considerazione, a questo punto, anche la musicalità del genovese che serve alla lingua italiana una sempre apprezzata “gentilezza” nei termini e una quantità notevole di parole tronche, qualità condivisa con altri idiomi locali.

    "Creuza de mä" è un viaggio che non tutti possono affrontare: è introspezione, coraggio, audacia, fallimento, amore. Una navigazione che approda sui temi della passione e del viaggio e che testimonia la voglia di non avere confini. In questa sospensione tra realtà e sogno si sviluppa l’intreccio di sette brani e altrettanti protagonisti che condividono i medesimi desideri, figli di simili destini e complici nella voglia di riscattare se stessi, ognuno in modo diverso.

    E’ di queste vite che ci faremo carico in questo viaggio da compiere insieme, per raccontarne le ambizioni, le voglie, i dispiaceri e le intenzioni.

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    Curato da Lucia Lamboglia e con la voce di Simona Atzori.

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    • 3 min

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