20 min

1. Risse al Coin: il "sistema" inventato dai ragazzini Cani violenti

    • Cronaca nera

A dicembre del 2020, mentre esplodono i contagi, decine di adolescenti si danno appuntamento al Pincio, un colle di Roma, per picchiarsi: una rissa che qualcuno scambia per un'operazione “acchiappa-like”. Ne parlano giornali e tv, ma come per ogni violenza di strada non può essere solo un affare da Instagram. E io ne so qualcosa.

Mi chiamo Lorenzo Giroffi, faccio il giornalista: realizzo reportage su conflitti e violenze nel mondo, forse perché mi sono rimaste dentro alcune cose che anch'io ho vissuto da ragazzino, ed è arrivato il momento di fare i conti con quel passato.

Parto per la Bosnia per raccontare, appunto, la violenza che iracheni, pakistani e afghani subiscono al confine con l'Europa per poi essere respinti. Ma lì vado soprattutto per incontrare Milan. È lui – un italiano di seconda generazione, appena maggiorenne, cresciuto a Piacenza e ora rifugiatosi dai nonni bosniaci – che tra il 2018 e il 2019 ha organizzato un sistema di risse clandestine sul retro dei grandi magazzini del centro di una placida città di provincia. Li chiamavano “eventi”, mi dice, centinaia di ragazzini che si menavano senza regole e si riprendevano con il telefonino.

A dicembre del 2020, mentre esplodono i contagi, decine di adolescenti si danno appuntamento al Pincio, un colle di Roma, per picchiarsi: una rissa che qualcuno scambia per un'operazione “acchiappa-like”. Ne parlano giornali e tv, ma come per ogni violenza di strada non può essere solo un affare da Instagram. E io ne so qualcosa.

Mi chiamo Lorenzo Giroffi, faccio il giornalista: realizzo reportage su conflitti e violenze nel mondo, forse perché mi sono rimaste dentro alcune cose che anch'io ho vissuto da ragazzino, ed è arrivato il momento di fare i conti con quel passato.

Parto per la Bosnia per raccontare, appunto, la violenza che iracheni, pakistani e afghani subiscono al confine con l'Europa per poi essere respinti. Ma lì vado soprattutto per incontrare Milan. È lui – un italiano di seconda generazione, appena maggiorenne, cresciuto a Piacenza e ora rifugiatosi dai nonni bosniaci – che tra il 2018 e il 2019 ha organizzato un sistema di risse clandestine sul retro dei grandi magazzini del centro di una placida città di provincia. Li chiamavano “eventi”, mi dice, centinaia di ragazzini che si menavano senza regole e si riprendevano con il telefonino.

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