Musica e Mondo

Giovo

La musica come punto di vista sul mondo. Sono Giovo, racconto del pianeta terra attraverso le sette note.

  1. -22 h

    Terremoto in Venezuela: Danny Ocean, le popstar dell'esilio e il silenzio di Dudamel

    La Guaira, costa nord del Venezuela. Mercoledì 23 giugno la terra trema due volte, a quaranta secondi di distanza: magnitudo 7,2 e 7,5, quello che i sismologi chiamano un doppietto. È la scossa più forte che il paese ricordi da centoventisei anni. A La Guaira crollano un centinaio di palazzi, Caracas resta al buio. I morti sono migliaia, più di cinquantamila persone risultano disperse, settantamila famiglie senza casa. Le squadre di soccorso sono poche e senza mezzi, e la gente prende le pale da sola. Sotto le macerie mancano ancora sette calciatori delle nazionali giovanili, il più giovane di sedici anni. Ma il Venezuela non è un paese normale. A gennaio le forze statunitensi hanno catturato il presidente Nicolás Maduro e lo hanno portato a New York sotto processo. Al suo posto c'è Delcy Rodríguez, che governa trattando con Washington. Trump ha detto che gli Stati Uniti gestiranno il Venezuela e il suo petrolio. Ecco perché le navi che arrivano oggi con gli aiuti sono le stesse di chi sei mesi fa ha rovesciato il governo. Il terremoto è geologia, ma il numero dei morti è anche politica. E la musica? Il Venezuela vive il suo momento più grande dagli anni Ottanta, ma nato in esilio: Danny Ocean, Elena Rose, Mau y Ricky hanno sfondato fuori perché dentro il paese era crollato. Quando arriva il terremoto, sono loro la prima rete di emergenza: aprono i telefoni, coordinano i soccorsi, raccolgono donazioni. Dall'altra parte c'è El Sistema, il programma pubblico che insegna musica classica ai bambini poveri, e la sua stella Gustavo Dudamel, accusato di aver accompagnato il potere col silenzio. Da una parte il pop dell'esilio che ha rotto col regime, dall'altra la classica di Stato. E oggi quello stesso Stato tratta con chi è venuto a occupare il paese.  Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.  🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio  📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack. IG: @giovodust / @musicaemondo_news

    8 min
  2. -22 h

    Amapiano, xenofobia e la guerra tra poveri in Sudafrica

    Due mesi fa, su questa newsletter, vi abbiamo raccontato dei movimenti anti-immigrati in Sudafrica: un dj radiofonico entrato a cavallo nel centro di Durban alla guida di una folla armata di fruste e scudi zulu contro i migranti, e di Operation Dudula, in zulu "cacciare via", con la sua colonna sonora fatta di maskandi, le chitarre acustiche dei minatori. Oggi, 30 giugno, scade un ultimatum. Alcuni gruppi nazionalisti hanno dato ai migranti irregolari una data per lasciare il Paese. Lo Stato dice che questo ricatto non vale nulla, ma la paura non aspetta i tribunali. Johannesburg è blindata. A Yeoville, quartiere di migranti, un gruppo ha dato fuoco all'angolo dove dormono i senzatetto. Più di venticinquemila persone sono già state rimpatriate verso Nigeria, Malawi, Ghana, Zimbabwe e Mozambico. Quattro persone sono morte nelle violenze delle ultime settimane. Il presidente Cyril Ramaphosa parla di vigilantismo, giustizia fatta in casa. Ma di fondo c'è la fame: la disoccupazione supera il trenta per cento, l'ANC di Mandela ha promesso lavoro e mantenuto poco, e la rabbia trova il bersaglio più povero. È una guerra tra poveri. E qui torna la musica. Il mondo balla l'amapiano, il suono che il Sudafrica esporta ovunque, nato nelle township di Soweto e Pretoria e venduto come la musica di un'Africa unita. Ma le stesse township che l'hanno inventato oggi sono il fronte di una guerra tra africani. L'inno nazionale si chiama Nkosi Sikelel' iAfrika, "Dio benedica l'Africa". Si cantava contro l'apartheid. Adesso si canta marciando contro altri africani.  Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.  🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio  📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack. IG: @giovodust / @musicaemondo_news

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  3. 24 juin

    La musica è tutta finta? James Blake, l'AI e Spotify

    Recensioni pagate, ascolti gonfiati dai bot, canzoni scritte dall'intelligenza artificiale. Il musicista James Blake dice che nella musica niente è più vero. E i dati gli danno ragione.  James Blake, ha 37 anni, nel 2013 ha vinto il Mercury Prize e ha lavorato con Beyoncé, Kendrick Lamar e Frank Ocean. L'industria musicale la vive dall'interno. E su Instagram scrive una cosa pesante: non fidarti delle recensioni, le pagano le etichette; non fidarti dei commenti, sono profili falsi; non fidarti degli ascolti in streaming, pagano "fattorie di bot" per gonfiarli. Un bot è un software che finge di essere una persona. La tesi più grande si chiama teoria dell'internet morto: gran parte di quello che vediamo online non lo fanno più gli umani, ma le macchine. Sembrava paranoia, ma uno studio del 2025 dice che più della metà del traffico internet è prodotto da bot. Nella musica non è più una teoria. A New York un uomo ha generato con l'AI centinaia di migliaia di canzoni e, con account finti che le ascoltavano in loop, ha incassato otto milioni di dollari di diritti. La band dei Velvet Sundown ha superato il milione di ascoltatori al mese su Spotify, poi si è scoperto che non esisteva. La piattaforma Deezer dice che ad aprile 2026 il 44% dei brani caricati ogni giorno è fatto dall'intelligenza artificiale. Perché succede? Diversi libri provano a dargli un nome: il "tecnofeudalesimo" di Yanis Varoufakis, la "merdificazione" di Cory Doctorow, gli "artisti fantasma" di Spotify raccontati da Liz Pelly, il colonialismo dell'AI di Karen Hao. A maggio 2026 interviene anche Papa Leone XIV con un'enciclica. E mentre il governo britannico prova a permettere alle aziende di addestrare l'AI sulle canzoni senza permesso, mille musicisti rispondono con un disco fatto di soli studi di registrazione vuoti. La cosa più potente che hanno: il silenzio. Tag james blake, intelligenza artificiale, musica ai, spotify, deezer, bot, teoria internet morto, velvet sundown, yanis varoufakis, tecnofeudalismo, cory doctorow, enshittification, liz pelly, karen hao, papa leone xiv, keir starmer, diritto d'autore, is this what we want, streaming, podcast italiano Carosello, 4 parti 1/4 Si chiama James Blake, ha 37 anni, ha vinto il Mercury Prize e lavorato con Beyoncé e Kendrick Lamar. L'industria la vive dall'alto. E su Instagram scrive: non fidarti delle recensioni, le pagano le etichette. Non fidarti dei commenti né degli ascolti, sono bot, software che fingono di essere persone. Chiude così: nel 2026 non c'è un solo pezzo del sistema che non sia falso. 2/4 C'è un nome per questo: teoria dell'internet morto. Quasi tutto, online, lo fanno le macchine. Uno studio del 2025 dice che più della metà del traffico internet è prodotto da bot. E nella musica è una sentenza: a New York un uomo ha generato con l'AI centinaia di migliaia di canzoni, le ha fatte ascoltare a account finti e ha incassato otto milioni di dollari. I Velvet Sundown hanno superato il milione di ascoltatori al mese, poi si è scoperto che non esistono. Su Deezer, ad aprile 2026, il 44% dei brani caricati ogni giorno è fatto dall'AI.  Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.  🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio  📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack. IG: @giovodust / @musicaemondo_news

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  4. 23 juin

    Kenya, Ruto e le proteste: gospel contro rap

    Le piazze del Kenya si stanno riempiendo di nuovo. Il motivo è una correzione alla legge di bilancio: nuove tasse sul pane, sui trasferimenti di denaro via telefono e sulla connessione internet. I manifestanti dicono che sono le stesse tasse provate nel 2024, solo con un altro nome. Il governo non decide da solo: il Fondo Monetario Internazionale, l'organismo che presta denaro agli Stati indebitati, chiede al Kenya di tagliare il debito. E il presidente William Ruto scarica quel costo sui beni di prima necessità. A pagare sono soprattutto i giovani: quasi sette disoccupati su dieci hanno meno di trentacinque anni. Qui entra la musica, perché in Kenya racconta la classe sociale meglio di qualsiasi cosa. "Anguka Nayo" è dei Wadagliz, un duo del quartiere popolare di Nairobi. Il loro genere si chiama arbantone, musica giovane e di strada. È il suono dei poveri delle città, ed è quello che riempie le piazze. Anche Bien, ex voce dei Sauti Sol, la band pop più famosa del paese, grida "Ruto Must Go". Nel 2022 Ruto aveva vinto come candidato degli "hustler", di chi sopravvive con piccoli lavori. Oggi i suoi stessi elettori lo chiamano "Zakayo", come Zaccheo, l'esattore delle tasse del Vangelo. Ruto è un cristiano evangelico, prega in pubblico e canta gospel. Nel 2025 ha voluto costruire una megachurch dentro il palazzo presidenziale, ma la Costituzione dice che il Kenya è laico, e un tribunale ha bloccato i lavori. Persino i vescovi cattolici gli hanno restituito una donazione. Così il cerchio si chiude: da una parte il gospel del presidente, dall'altra l'arbantone e il rap dei quartieri.  Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.  🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio  📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack. IG: @giovodust / @musicaemondo_news

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  5. 22 juin

    Abelardo de la Espriella: come la destra ha vinto in Colombia (e con quale musica)

    La Colombia ha scelto il suo nuovo presidente: Abelardo de la Espriella, avvocato milionario soprannominato "El Tigre", ha vinto per meno di un punto percentuale e porta il Paese verso una svolta a destra. Ma per capire il sentimento di chi lo ha votato bisogna guardare alla musica. Da una parte il vallenato e la música popular, colonne sonore del Paese reale e delle classi popolari. Dall'altra il rock militante, l'avanguardia urbana e gli artisti che hanno accompagnato l'esperienza della sinistra di Gustavo Petro. In questa puntata raccontiamo come generi musicali, identità sociali e conflitti di classe abbiano attraversato una delle elezioni più divisive della storia colombiana. E perché, ancora una volta, la rabbia popolare è stata intercettata dalla destra. Il voto si capisce anche attraverso le voci che hanno accompagnato questa frattura: Silvestre Dangond, Pipe Bueno e Marbelle sul lato della destra, mentre Doctor Krápula e Systema Solar hanno (inefficacemente) rappresentato l’immaginario dell'area vicina al candidato sostenuto dall'ex presidente Petro, insieme a Edson Velandia. Nel mezzo, le grandi popstar come Karol G, Maluma e Feid hanno scelto la neutralità, lasciando un vuoto simbolico in un paese sempre più spaccato.  Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.  🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio  📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack. IG: @giovodust / @musicaemondo_news

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  6. 19 juin

    K-pop e Corea del Nord: i transfughi del gruppo 1VERSE

    Cheorwon, Corea del Sud, un'ora e mezza da Seul, appoggiata al confine con la Corea del Nord. Pochi giorni fa qui è finito un festival musicale, il DMZ Peace Train. La DMZ è la zona demilitarizzata, la striscia di terra piena di mine e filo spinato che divide le due Coree dal 1953. Le band hanno suonato a poche centinaia di metri da lì, tra cui Thurston Moore dei Sonic Youth. Tutti cantavano di pace, ma nessuno ha pronunciato la parola riunificazione. In Corea la musica racconta questa frattura da sempre. C'è Arirang, una melodia antica cantata da secoli sia al Nord sia al Sud: parla di chi parte e non torna, è il lamento delle famiglie separate dalla guerra. E qualcosa si muove. Il 17 giugno Seul ha annunciato che sposterà più a nord la Civilian Control Line, un confine militare interno che da settant'anni tiene i civili lontani dalla frontiera. A deciderlo è Lee Jae Myung, il nuovo presidente (a suo dire) progressista, che ha già spento gli altoparlanti della propaganda. Dal lato Nord, invece, Kim Jong Un nel 2024 ha dichiarato le due Coree "due Stati ostili", ha demolito l'Arco della Riunificazione e ha modificato l'inno. Ma Kim non si ferma ai simboli: dal 2024 ha mandato più di ventimila soldati a combattere per la Russia in Ucraina. Detto questo, sul Nord l'Occidente racconta molte balle, dallo zio di KJU dato in pasto ai cani al taglio di capelli obbligatorio. A smentirle ci sono i 1VERSE, gruppo K-pop con due membri fuggiti dal Nord, che da bambini ascoltavano di nascosto la musica del Sud. Quella musica ha attraversato il confine che le mine tengono chiuso. La politica, quel confine, non l'ha mai aperto.  Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.  🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio  📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack. IG: @giovodust / @musicaemondo_news

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  7. 18 juin

    Israele riconosce il Somaliland: la colonna sonora di una (non) nazione

    Domenica scorsa, a Gerusalemme, durante un pranzo di Stato, c'era un ospite speciale: Abdirahman Mohamed Abdullahi, detto Irro, presidente del Somaliland. Era la prima volta nella storia che un capo di Stato del Somaliland metteva piede ufficialmente in un altro Paese. Ma cos'è il Somaliland? È un territorio nel Corno d'Africa, a nord della Somalia, sul Golfo di Aden. Il nord era una colonia britannica, il sud una colonia italiana. Nel 1960 il nord fu indipendente per cinque giorni, poi si unì al sud per formare la Somalia. Quell'unione, per molti al nord, fu un errore. Negli anni Ottanta il dittatore Siad Barre bombardò Hargeisa dall'aria e uccise decine di migliaia di civili: il genocidio degli Isaaq. Per questo nel 1991 il nord dichiarò di nuovo l'indipendenza. Da allora il Somaliland funziona come uno Stato, con governo, moneta ed elezioni. Da trentacinque anni. Eppure quasi nessuno lo riconosce. Perché allora Israele, e perché adesso? Il Somaliland sta a trenta chilometri da Bab el-Mandeb, un passaggio cruciale per le navi, vicino allo Yemen di Ansar Allah, (gli Houthi), impegnati nell'Asse della Resistenza iraniano-palestinese. Israele cerca un appoggio in quel mare, e il Somaliland vende pezzi di sé da anni. Netanyahu inquadra il riconoscimento dentro gli Accordi di Abramo, durante l'offensiva a Gaza. Israele riconosce al Somaliland il diritto di essere nazione, ma ai palestinesi lo nega. E in mezzo c'è la musica di Sahra Halgan, la cantante diventata simbolo di un (non) Paese.  Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.  🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio  📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack. IG: @giovodust / @musicaemondo_news

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  8. 17 juin

    La canzone di Lucio Dalla che Vannacci non ha capito

    Quindici giugno, Auditorium della Conciliazione, Roma. Roberto Vannacci fonda il suo partito, Futuro Nazionale. Alla fine del discorso parte "Futura" di Lucio Dalla, e lui la presenta come una canzone che guarda avanti, proprio come loro. In platea sventolano le bandiere, ma quasi nessuno canta. Facciamo un passo indietro. Vannacci è il generale dell'esercito che nel 2023 pubblica da solo, su Amazon, il libro "Il mondo al contrario", pieno di posizioni retrograde. All'inizio non lo nota nessuno. Poi scatta (l'evitabilissima e controproducente) indignazione, parte un'inchiesta del Ministero della Difesa, e il meccanismo si ribalta: "hanno censurato il generale". Più lo attaccano, più cresce. A febbraio 2026 lascia la Lega e fonda Futuro Nazionale, a destra di Fratelli d'Italia. Le iniziali sono FN, come Forza Nuova. Il simbolo è una fiamma tricolore, come l'MSI. E cita con orgoglio la Decima Mas, il reparto militare legato alla Repubblica di Salò. E qui torna la canzone. "Futura" è del 1980. Dalla la scrisse a Berlino, davanti al Muro, e immagina due persone che decidono di avere un figlio nonostante la paura della guerra. Parla di abbattere i muri. Un partito che nei simboli guarda agli anni Venti prende come inno un brano che guardava avanti. Lo dice Gaetano Curreri degli Stadio, amico di Dalla. Lo dice la famiglia, che manda una diffida. E tra chi detiene i diritti c'è Sony Music. Quando un artista muore, chi decide cosa significa la sua musica?  Musica e Mondo è la newsletter gratuita di Giovo.  🎵 La puoi ascoltare gratis su tutti i servizi audio  📩 Se la vuoi leggere la trovi su Substack. IG: @giovodust / @musicaemondo_news

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