Eutanasia - BastaBugie.it

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La chiamano "dolce morte", ma in realtà è l'uccisione di innocenti

  1. Kessler gemellaggio con la morte

    18/11/2025

    Kessler gemellaggio con la morte

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8353 KESSLER, GEMELLAGGIO EUTANASICO CON LA MORTE di Tommaso Scandroglio   Insieme sono nate, insieme han vissuto e insieme sono morte. Ieri le famose gemelle Kessler si sono suicidate nella loro abitazione a Grünwald, vicino a Monaco di Baviera. Avevano 89 anni. A sedici lasciarono la Repubblica democratica tedesca per traferirsi nella Germania dell'Ovest. Volevano diventare ballerine. Questa loro grande passione, unita alla capacità di cantare e recitare, le fecero diventare in breve tempo soubrette apprezzate in tutto il mondo. Per molti anni divennero una presenza iconica anche qui da noi in Italia, sulla Rai (le loro quattro gambe furono le prime gambe scoperte della storia della TV italiana, come amano ripetere tutti i media in queste ore). Ricordiamo Giardino d'inverno e Studio Uno. In Germania, come da noi, il suicidio assistito è legale a patto che si rispettino alcune condizioni. Perché sono ormai i protocolli, quindi una mera convenzione, a rendere buono ciò che non lo è. Ed una morte protocollata è stata la scelta di Alice ed Ellen le quali avevano stretto un gemellaggio con la morte tempo fa. Infatti nel 2019 ai media italiani avevano dichiarato di aver concluso un patto eutanasico: «Siamo sorelle gemelle e molto legate. Per noi sarebbe impossibile vederci soffrire. Ognuna di noi sarebbe disposta, se necessario, a dare all'altra una pillola, o qualcosa di simile, per porre fine alle sue sofferenze. Dopodiché, l'altra le porrebbe fine da sola. [...] Che senso avrebbe per la sorella sopravvissuta continuare a vivere da sola? Sarebbe una sofferenza immensa. Inoltre, dovrebbe aspettarsi problemi legali». D'altronde, aggiunsero, «non siamo religiose». GEMELLE NELLA VITA COME NELLA MORTE Nel momento in cui scriviamo non si conoscono i motivi di questo gesto estremo, che da estremo sta diventando sempre più normale. Si sa solo che la polizia tedesca ha iniziato le indagini del caso per escludere altre cause oltre a quella del suicidio assistito. La morte in coppia di coloro le quali in coppia divennero note in tutto il mondo accende alcune suggestioni estetiche ed etiche. Alice ed Ellen non furono mai due persone distinte, ma una sola persona. Come Qui, Quo, Qua, se la prima iniziava una frase l'altra la finiva. Mai un dissenso pubblico all'interno della dualità ballerina, mai un attrito capace di fratturare il monolite kessleriano: il giudizio dell'una era il medesimo dell'altra. L'una si specchiava nell'altra alla perfezione e il pubblico amava questa gemellarità omnicomprensiva, ossia estesa ad ogni più minuto particolare esistenziale, perché vedeva in loro la quintessenza della perfetta uguaglianza. Prima di essere qualsiasi altra cosa, Alice ed Ellen erano gemelle. Anzi, erano solo gemelle, nella vita come nella morte. Alice ed Ellen in realtà erano già morte da decenni e al loro posto fu messa dallo star system il fenomeno pop chiamato Gemelle Kessler: un essere a quattro gambe scoperte e bicefalo. Ed è questo fenomeno pop che pensava per loro, decideva per loro, si esibiva a posto loro. Questa unità in duplice copia, questo sistema binario elevato a spettacolo unario (sic) pare fosse diventata per loro un canone esistenziale da rispettare rigidamente, anzi teutonicamente, un copione da interpretare non a due voci, ma all'unisono. Un brand che per loro divenne uno stile di vita, sia pubblica che privata. Sicuramente l'affiatamento tra gemelli è noto, ma qui si adombra il sospetto che non fossero più capaci o addirittura non volessero più uscire da quel ruolo che così tanta fortuna portò loro. Quasi una gabbia. E questa vita monocorde non poteva che finire in modo simultaneo: con la stessa modalità e allo stesso tempo. In perfetto sincrono come quando ballavano.  QUALSIASI RAGIONE È VALIDA PER MORIRE? Speculari quando danzavano davanti al pubblico, speculari quando hanno preso una pastiglia letale davanti alla morte. Pensare ad un finale diverso, avrebbe incrinato l'ideale perfetto della gemellarità. Se muore l'una deve morire anche l'altra. E qui si scopre quanto le motivazioni che spingono una persona all'eutanasia siano affette dalla più estesa arbitrarietà. Qualsiasi ragione anche delle più irragionevoli è valida per morire. Lo abbiamo ricordato poc'anzi citando quanto detto dalle loro due bocche che in modo omofono avevano dichiarato che sarebbe stato senza senso per l'una vivere senza l'altra. Come sarebbe senza senso dividere a metà una persona e pensare che ciascuna metà possa sopravvivere. Perché, come accennato, non erano più due, ma una e ciascuna era la perfetta metà di questo intero chiamato Gemelle Kessler. Va da sé che, stando così le cose, dove stava l'una, stava l'altra (vivevano, manco a dirsi, nella stessa casa) e quindi se l'una era ad un passo di danza dalla morte l'altra non avrebbe mai potuto attardarsi. Una stortura del rapporto di fratellanza anche quando si chiama gemellanza, perché l'unione d'affetto non fonde due in uno - questo capita solo nel matrimonio, ma con molti distinguo - non fa eclissare le singole identità a scapito di un'unica identità condivisa, generale, collettiva. E dunque se l'una a torto aveva deciso che era venuto il momento di chiudere il sipario, l'altra avrebbe dovuto tenerlo aperto, sia per sé che per amore per la sorella. Perché non si esce di scena prima che la musica sia finita. Fosse anche una canzonetta senza senso come Da-da-un-pa.

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  2. 16/09/2025

    In nome della scienza le persone sono usate come cavie

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8292 IN NOME DELLA SCIENZA LE PERSONE SONO USATE COME CAVIE di Francesca Romana Poleggi   In Cina, il polmone di un maiale è stato impiantato in un uomo di 39 anni che poi è morto dopo nove giorni. Sulla rivista Nature Medicine è stato spiegato che l'uomo è rimasto stabile durante tutto il periodo post-operatorio: i parametri fisiologici, emodinamici e omeostatici sono rimasti. Durante i nove giorni seguenti il trapianto, l'uomo ha prodotto anticorpi contro l'organo estraneo, nonostante gli fossero stati somministrati potenti farmaci immunosoppressori, con conseguente crisi di rigetto. Alcune domande sorgono spontanee: come si può «mantenere in vita» un uomo «morto»? Come può un uomo morto produrre anticorpi? Come si può "morire" dopo nove giorni che uno è stato dichiarato morto? La risposta, ovviamente, è che le persone "cerebralmente morte" non sono morte. Hanno un cuore pulsante, assorbono ossigeno e rilasciano anidride carbonica attraverso i polmoni, metabolizzano i nutrienti, eliminano le scorie, combattono le infezioni e rigettano organi estranei. Si comportano esattamente come ci si aspetterebbe che si comportassero le persone con lesioni cerebrali. Sono state dichiarate morte per ottenere legalmente i loro organi per il trapianto oppure per essere usate come cavie per xenotrapianti. Gli xenotrapianti, ovvero il trapianto di organi da altre specie nell'uomo, hanno sempre fallito. Nel 2022, per esempio, un paziente americano ha ricevuto il cuore di un maiale geneticamente modificato. David Bennett Sr. - questo il nome dell'uomo - è sopravvissuto 45 giorni prima di morire apparentemente a causa di un virus suino che si è insinuato nel suo nuovo cuore. Nell'agosto del 2023, due uomini furono utilizzati come cavie dai ricercatori dell'Università dell'Alabama e del Langone Transplant Institute della New York University (ricevettero reni di maiale). Sono stati tenuti in terapia intensiva per tutta la durata dello studio. Nel marzo 2024, alcuni scienziati cinesi hanno trapiantato il fegato di un maiale in un essere umano pur sapendo che i fegati di maiale non possono sostituire quelli umani. Dopo 10 giorni il paziente è stato ucciso in modo d poter studiare il suo nuovo fegato. Il concetto di "morte cerebrale" è servito a trasformare le persone in risorse, merci o cavie. I comitati bioetici degli ospedali normalmente sostengono che tenere in vita le persone cerebralmente morte è accanimento terapeutico - se sono davvero morte. Oppure, la "morte cerebrale" non è vera morte, ma un costrutto sociale utilitaristico e una finzione giuridica. Le persone "cerebralmente morte", se sono sono ancora vive, meritano di essere trattate come persone, non usate come cavie da laboratorio.

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  3. 05/08/2025

    Eutanasia in Olanda: in un anno 517 persone uccise senza consenso

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8235 EUTANASIA IN OLANDA: IN UN ANNO 517 PERSONE UCCISE SENZA IL CONSENSO di Alex Schadenberg   C'è un dato che dovrebbe far rabbrividire ogni coscienza: nel solo anno 2021, nei Paesi Bassi, sono state soppresse 517 persone tramite eutanasia senza alcuna esplicita richiesta o consenso. Si tratta di casi classificati con l'acronimo LAWER (Life-ending Acts Without Explicit Request). Questo fenomeno, che di fatto configura l'eliminazione di vite umane da parte dei medici senza autorizzazione da parte dei pazienti, è la tragica conferma di una verità che Pro Vita & Famiglia denuncia da anni: legalizzare l'eutanasia apre a una spirale di morte fuori controllo. L'allarme arriva dallo studio quinquennale commissionato dal governo olandese per indagare i decessi derivanti da decisioni mediche di fine vita. I ricercatori, attraverso questionari anonimi rivolti ai medici, hanno tracciato un quadro impietoso: 9.799 decessi medicalmente assistiti, di cui 9.038 per eutanasia, 245 per suicidio assistito e, appunto, 517 senza alcuna richiesta esplicita. Un dato sconcertante, perché parliamo di persone uccise deliberatamente senza consenso: una pratica che, in quasi tutte le giurisdizioni del mondo, si definirebbe con una sola parola: omicidio. IL VOLTO PIÙ DISUMANO: GLI INFANTICIDI Tra i 517 casi di LAWER spiccano 6 infanticidi, probabilmente eseguiti secondo il famigerato Protocollo di Groningen, che consente di somministrare un'iniezione letale a neonati con disabilità, quando medici e genitori concordano che la loro vita sarebbe "incompatibile con la dignità". È il volto più disumano e oscuro della cultura eutanasica: la soppressione della vita innocente e fragile, valutata come inutile, scomoda, inadatta a sopravvivere. L'ennesima prova, dunque, che quando si legittima la morte come risposta alla sofferenza, quando si delega al medico il potere di "decidere per il bene del paziente", anche senza che questi lo abbia mai chiesto, si apre la strada alla sistematica violazione del diritto alla vita e alla mercificazione dell'essere umano. I neonati non sono numeri, e nemmeno vite da sopprimere per "compassione": sono persone. E lo sono anche gli anziani, i disabili, i malati mentali, i pazienti in stato di demenza, i fragili. Insomma, tutti. Ma c'è di più. Il rapporto ufficiale del 2021 sulle eutanasie in Olanda ha registrato 7.666 casi dichiarati, tra cui 206 relativi a persone con demenza iniziale, 6 con demenza avanzata e 115 affette da gravi disturbi psichiatrici. Tuttavia, lo studio governativo ha rilevato 9.799 decessi in totale. Ciò significa che 2.133 morti per eutanasia non sono mai state dichiarate ufficialmente: una sotto-dichiarazione del 22%, che si somma a quelle registrate in studi precedenti. Nel 2015, infatti, i casi ufficiali erano 5.561, ma lo studio quinquennale ne rilevava 7.254. Anche allora, oltre 1.690 decessi medicalmente assistiti erano spariti dai registri, pari al 23%. Una costante che dovrebbe far riflettere: in Olanda, dunque, più di un quinto dei casi di eutanasia sfuggono al controllo e alle statistiche ufficiali. DATI INSABBIATI ANCHE IN CANADA E USA Il caso olandese non è isolato. Anche in Canada, dove l'eutanasia (MAiD) è legale dal 2016, si registrano dati sospetti e statistiche insabbiate. L'attivista Amy Hasbrouck, già presidente della Euthanasia Prevention Coalition, ha analizzato il rapporto 2021-2022 del Québec, scoprendo 289 casi non registrati: mentre la Commissione ufficiale riportava 3.663 decessi dichiarati dai medici, il confronto con i dati delle strutture sanitarie e del Collège des Médecins du Québec portava il numero totale a 3.952. Lo stesso vale per gli Stati Uniti. In Oregon, nel 2024, si sono registrati 376 suicidi assistiti, ma in ben 178 casi non si conosce se il farmaco sia stato ingerito né se il paziente sia effettivamente deceduto per quella causa. Un vuoto di dati che lascia spazio all'arbitrio, e impedisce ogni controllo pubblico. E allora sorge spontaneo chiedersi: quante persone vengono realmente uccise senza consenso anche in quei Paesi dove l'eutanasia è legale? Chi le tutela? Chi denuncia? Chi vigila? In assenza di studi indipendenti e imparziali come quello olandese, non lo si saprà mai con certezza.  La conclusione è chiara e drammatica: legalizzare l'eutanasia sdoganta una vera e propria forma di omicidio, solo che lo si vuole chiamare "medicalizzato", pur di non ammettere la drammatica e disumana realtà. I dati, inoltre, mostrano che, una volta abbattuto il muro della tutela della vita umana, si inizia con i "casi estremi" ma si finisce per sopprimere anche chi non lo chiede, chi non può parlare, chi è fragile e indifeso. Il modello olandese è la dimostrazione tragica che aprire alla morte come "terapia" conduce ad abusi strutturali, all'eliminazione dei più vulnerabili e alla deresponsabilizzazione della società. Ed è dunque un dovere morale, culturale e giuridico.

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  4. 29/07/2025

    L'inno della Cei per il suicidio assistito

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8246 L'INNO DELLA CEI PER IL SUICIDIO ASSISTITO di Tommaso Scandroglio   Questa legge s'ha da fare. La legge è quella sul suicidio assistito all'esame al Senato e promossa dal centrodestra. L'imperativo categorico è invece pronunciato dalla Chiesa italiana. Leggasi: Conferenza episcopale italiana. La quale, con evidente certezza ha intessuto rapporti di partnership con esponenti del governo per collaborare ad avallare la legge. Non è più moralmente riprovevole che Giuda si sia tolto la vita, ma che non fu aiutato da nessuno a farlo grazie ad una legge e contro la legge di Dio. Per bocca del suo organo di stampa, il quotidiano Avvenire, la Cei da settimane sta perorando la causa (talvolta ce ne siamo occupati anche noi). Il 26 luglio scorso Avvenire ha sfornato due articoli a sostegno della legge. Il primo è a firma di Mario Marazziti. L'invito di Marazziti è quello di guardare alla legge 219/17 sul consenso informato, a cui da parlamentare contribuì nella stesura, per poter legiferare sul suicidio assistito in modo corretto. «È una legge di diritto mite, che non norma tutto ma offre strumenti per umanizzare il morire senza chiamare la morte», scrive il nostro. Una legge di diritto mite? Una legge che ha umanizzato il morire? Una norma che ha legittimato il suicidio e l'eutanasia nella sua forma di omicidio del consenziente sarebbe una legge di diritto mite e umana? Al comma 5 dell'art. 1 infatti possiamo leggere: «Ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare [...] qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario [...]. Ha, inoltre, il diritto di revocare [...] il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l'interruzione del trattamento. [...] Sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l'idratazione artificiale». Dunque se ad esempio una persona chiede, anche tramite Disposizioni anticipate di trattamento (DAT), che le venga tolta la nutrizione e l'idratazione assistita, può esigerlo e il medico deve obbedire, quindi deve ucciderla come espressamente indicato al comma 6. QUESTA LEGGE S'HA DA FARE Noticina a margine: vero è che il comma 6 dice anche che «il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali», ma il rifiuto di trattamenti salvavita non è contrario alla legge alla deontologia e alle buone pratiche, anzi è permesso da queste tre fonti. Seconda noticina a margine: la mite e umana legge 219 permette l'eutanasia anche su persona non consenziente, ossia su minori e maggiorenni incapaci, se è questo che hanno deciso genitori e rappresentanti legali (art. 3). Questa nostra noticina serve a rispondere a Marazziti laddove, trovando ammirevole coraggio, scrive: «Fosse stata in vigore già nel 2009 Eluana Englaro avrebbe continuato a vivere». Se ci fosse stata questa legge Eluana, persona incapace, molto probabilmente sarebbe morta prima e non dopo anni di battaglie legali. Su questo invece Marazziti ha perfettamente ragione: se ci fosse stata la legge 219 «Piergiorgio Welby avrebbe potuto rifiutare legalmente il sostegno vitale», prova provata che anche per il collaboratore di Avvenire la legge 219 permette l'omicidio del consenziente. Ciò detto, con sprezzo del principio di non contraddizione, il Nostro così conclude: «La legge 219 umanizza il morire quanto si può». Poi sulla legge sul suicidio assistito appunta: «La Corte ha invitato a colmare una assenza, non per introdurre il suicidio assistito, ma per dare la possibilità di non sanzionare chi assecondi, in casi molto circoscritti». Una cortina fumogena di parole nemmeno tanto fitta. Ma se non punisco Caio che ha aiutato Tizio a togliersi la vita, la legge non sta introducendo il suicidio assistito nel nostro Paese, ossia non lo sta permettendo? Passiamo al secondo articolo di Avvenire. Si tratta di una lettera siglata da sei firmatari, tra cui le ex parlamentari Paola Binetti e Luisa Santolini, che chiede di approvare la legge sul suicidio assistito perché altrimenti verrebbe approvato il ben peggiore disegno di legge Bazoli targato PD: «Alla fine l'alternativa sarà tra la legge Bazoli e l'attuale testo base». Non solo, ma la legge della Toscana che ha legittimato l'aiuto al suicidio e le sentenze della Corte costituzionali non lasciano scampo: questa legge s'ha da fare. SI FAVORISCE IL SUICIDIO ASSISTITO Anche in questa lettera aperta emerge una certa incomprensione della lingua italiana e/o della logica di base. Infatti i sei mittenti della missiva, tra cui anche due medici e un avvocato, scrivono a proposito della proposta di legge della maggioranza: «In nessun punto di tale testo si favorisce il suicidio assistito. Anzi, è vero il contrario» e citano l'art. 1 della proposta in cui si dichiara che «La Repubblica assicura la tutela della vita di ogni persona». Ma, come già appuntavamo qualche giorno fa, «l'art. 1 dice di tutelare la vita e poi già all'art. 2 ritira questa tutela permettendo l'aiuto al suicidio». E in merito al fatto che questo Ddl non favorisca il suicidio assistito facciamo un esempio semplice semplice. Fingiamo che domani ci fosse una legge che depenalizzasse la pedofilia. Secondo voi, questa legge favorirebbe o no la pedofilia? Se togli una sanzione ad una condotta questa condotta verrà scelta sicuramente da più persone proprio perché non finisci più in galera o non devi più pagare una sanzione pecuniaria. Non ci pare così difficile da capire. Senza poi aggiungere che in realtà questa norma legittimerebbe il suicidio assistito e non semplicemente prevederebbe la sua depenalizzazione. Veniamo ad una sintesi di questi due articoli. La Cei sceglie il male minore. Noi invece scegliamo un santo per rispondere al cardinal Zuppi. La scelta è caduta su Sant'Agostino: «Ammesso infatti che noi possiamo commettere un peccato più leggero per impedire che un'altra persona ne commetta uno più grave, sarà lecito impedire a un altro lo stupro con un furto commesso da noi, l'incesto con un nostro stupro; e se esiste un'empietà che a noi sembri peggiore dell'incesto, si dirà che noi possiamo commettere anche l'incesto se in questo modo si otterrà che quella empietà non venga perpetrata da quell'altra persona. In questo modo, nell'ambito di ogni singolo peccato, si crederà lecito commettere furti per furti, stupri per stupri, incesti per incesti, sacrilegi per sacrilegi; crederemo lecito commettere noi i peccati anziché farli commettere agli altri» (Contra mendacium, 9, 20). Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Qualche domanda ai vescovi sul suicidio assistito" spiega perché sembra che i nostri pastori non abbiano chiaro come funziona la vita dell'uomo, quale sia il fine dell'unzione sacra che hanno ricevuto e cosa siano i comandamenti di Dio. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 29 luglio 2025: La Conferenza Episcopale Italiana - la quale, grazie a Dio, non è la Chiesa cattolica in Italia - ha deciso che il proprio ruolo, nel frangente storico attuale di discussione di depenalizzazione del suicidio assistito, sarebbe quello di contrattare con il governo per porre presunti paletti legislativi nel terreno del male, che eviterebbero derive ben più gravi. Anche la Pontificia Accademia per la Vita, nella persona del suo presidente, mons. Renzo Pegoraro, ritiene atteggiamento realistico e conforme al Vangelo, quello di opporsi al principio di legittimità del suicidio assistito, ammettendone nel contempo l'effettiva praticabilità, mediante depenalizzazione. Un ragionamento da curatori fallimentari, più che da servi di Cristo Gesù, apostoli per vocazione, prescelti per annunziare il vangelo di Dio (cf Rm 1, 1), costituiti per portare un frutto che rimanga (cf. Gv 15, 16). PRIMA DOMANDA: ma i nostri pastori hanno ben presente come funziona la vita dell'uomo, singolo e in società? Sono davvero seri quando pensano che abbia minimamente senso condannare un principio, mentre acconsentono ad una legge che permette di contraddire questo principio? Chi scrive, spera che si tratti semplicemente di un disorientamento causato dalla frequentazione di labirinti giuridici, fatti di leggi, articoli, commi e sentenze... Ma sta di fatto che i nostri pastori hanno perso di vista la prospettiva del mondo reale. Se vescovi, parroci, sindaci e magistrati, colpiti dalle stragi sulle strade durante i week-end, si profondessero per spiegare quanto è sbagliato, pericoloso, immorale, irresponsabile guidare ad alta velocità, magari dopo l'assunzione di alcool e stupefacenti, ma poi gli stessi garantissero che tuttavia il trasgressore non subirà alcuna conseguenza, quale risultato reale avrà l'intransigente e accorata difesa del principio? I nostri pastori credono ancora alle conseguenze del peccato originale sulla natura umana? SECONDA DOMANDA: i nostri pastori hanno ben presente qual è il fine dell'unzione sacra che hanno ricevuto? Ricordano che la predicazione del Vangelo, in tutta la sua integrità, è un grave dovere che incombe su di loro? E ricordano che, se anziché dare luce e mettere sale in un mondo tenebroso e insipido, dovessero accontentarsi di dialogare sulle bollette della luce più o meno vantaggiose per il consumatore o su rischi e vantaggi del sale iodato nella dieta degli ipertesi, non starebbero adempiendo alla loro missione? Non solo, ma che andrebbero incontro ad un destino poco felice, che Nostro Signore riassume con l'essere gettati via e calpestati dagli uomini (cf. Mt 5, 13)? La sensazione - agghiacciante, ma solo una sensazione - è che

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  5. L'eutanasia è la quinta causa di morte in Canada

    01/07/2025

    L'eutanasia è la quinta causa di morte in Canada

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8208 L'EUTANASIA E' LA QUINTA CAUSA DI MORTE IN CANADA   In Canada, oggi, quasi una persona su venti muore per mano dello Stato. Secondo i dati ufficiali relativi al 2023, 15.343 canadesi sono morti attraverso il MAiD - acronimo di Medical Assistance in Dying - che indica il suicidio assistito o l'eutanasia su richiesta. Si tratta del 4,7% di tutti i decessi nel Paese. In altre parole: una morte su venti è stata causata intenzionalmente da un medico, con l'autorizzazione dello Stato e ciò rappresenta la 5a causa di morte in tutto il Paese. Nel 2016, anno dell'approvazione della legge, i decessi per MAiD furono "solo" 1.018. Oggi, a meno di dieci anni di distanza, sono oltre tredici volte di più. Nel 2022, infatti, il numero delle morti assistite era già salito a 13.241, con un'incidenza del 4,1% su tutti i decessi. In quell'anno, l'eutanasia è ufficialmente diventata la quinta causa di morte in Canada, superando malattie gravi come il diabete, l'ictus e le patologie epatiche. In molte province, come il Québec, si è registrata un'accelerazione ancora più allarmante, con un trend costante di crescita anno dopo anno. I "MOTIVI": POVERTÀ, SOLITUDINE, DISABILITÀ Non si tratta solo di persone con malattie terminali. Una parte crescente delle richieste di morte assistita riguarda soggetti affetti da patologie croniche, disabili, anziani soli e persino persone che denunciano povertà, abbandono e disagio psicologico. In numerosi casi documentati, cittadini canadesi hanno dichiarato di scegliere il MAiD per "non essere un peso per la famiglia", per l'assenza di supporto adeguato o per la difficoltà ad accedere a cure palliative di qualità. Altri hanno raccontato di non riuscire più a pagare l'affitto o il supporto sanitario e di aver scelto la morte come unica via d'uscita. Un tempo presentato come atto di compassione, oggi il MAiD divide profondamente la società canadese. Un numero crescente di intellettuali, medici e opinionisti denuncia il rischio che l'eutanasia stia diventando una "soluzione sociale" al disagio. Il quotidiano "The Times" ha parlato apertamente di "omicidio sociale", sostenendo che il Canada non è più un modello da seguire ma un pericoloso esempio da cui guardarsi. La diffusione capillare del MAiD - ormai disponibile anche nelle case di cura e negli ospedali psichiatrici - viene vista con crescente preoccupazione anche da molte famiglie e associazioni per i diritti dei disabili. UN CAMPANELLO D'ALLARME Il caso canadese deve suonare come un campanello d'allarme anche per l'Italia. A metà luglio, infatti, il Parlamento dovrebbe iniziare a discutere un disegno di legge proprio sul tema del fine vita e voci (che per ora purtroppo sembrano confermate) lasciano intendere che anche il centrodestra sarebbe disposto ad arrivare a una "quadra" per presentare un testo unificato. Ma il percorso del Canada dimostra che non esistono limiti che reggano nel tempo: ciò che nasce come eccezione rischia di diventare regola. E ciò che inizia come "ultima scelta" rischia di trasformarsi in una pressione implicita (o esplicita) sui più deboli, i più poveri, i più fragili. In una società che rifiuta la sofferenza, la disabilità e l'anzianità, la "libertà di morire" diventa una forma subdola di selezione sociale. Oggi il Canada, quindi, ci mostra cosa accade quando lo Stato abdica al dovere di custodire ogni vita e sceglie invece la strada della morte come risposta al disagio e alle sofferenze. Anziché rafforzare le cure palliative, i servizi di prossimità, il sostegno agli anziani e ai disabili, si offre la morte come unica soluzione. L'Italia ha ancora il tempo - e il dovere - di fare una scelta diversa: una scelta di civiltà che metta al centro la cura, non l'eliminazione.

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  6. 16/04/2024

    Evitare l'eutanasia per gli animali, ma non per le persone

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7757 EVITARE L'EUTANASIA PER GLI ANIMALI, MA NON PER LE PERSONE di Fabio Piemonte Ha 5 anni la cagnolina Mila e se ne sta tutto il giorno con il muso a terra, triste, in un canile di Los Angeles. Caduta in depressione era stata condannata all'eutanasia ma, grazie all'impegno e alla sensibilizzazione sui social della stessa volontaria del canile Lorrena, è stata sottratta a tale triste sorte. Lorenna infatti l'ha presa in affido temporaneo e portata a casa sua, le sta curando un'infezione all'orecchio con l'antibiotico e Mila ha presto ripreso a scodinzolare e correre felice. I video condivisi da Lorenna sui social hanno commosso tante persone e dai commenti si evince che diverse persone si sono rese disponibili per adottare Mila. Certamente se da un lato è bello vedere come una società civile si mobiliti per salvare un cane “depresso” dall'eutanasia; dall'altro è decisamente triste vedere come non ci si muova allo stesso modo quando si tratta di essere umani. E in effetti all'annuncio (che è in realtà un grido d'aiuto) della ventottenne olandese depressa Zoraya, alla quale dovrebbe esser concessa a breve (tra maggio e giugno) l'eutanasia dietro sua esplicita richiesta, non c'è stata alcuna levata di scudi da parte dell'opinione pubblica per difenderne la dignità e supportarla attraverso un'autentica compassione per aiutarla a superare questo difficile momento che sta attraversando. Insomma se da una parte si è opportunamente docili all'indignazione nei confronti degli animali quando vessano in condizioni degradanti, dall'altra non ci si sdegna parimenti né si combatte, come invece sarebbe doveroso, per difendere e promuovere la dignità dell'uomo, a maggior ragione quando viene a trovarsi in condizioni di particolare fragilità quali sono quelle di un figlio nel grembo materno, di un giovane depresso o di un anziano. È questo chiaramente un altro segno lampante del “mondo alla rovescia” nel quale stiamo vivendo. Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo seguente dal titolo "In Olanda basta la tristezza per scegliere l'eutanasia" racconta perché a 28 anni Zoraya ha programmato di farla finita a maggio. Il motivo? Troppo depressa, anche per il suo psichiatra. Da ultima risorsa il suicidio diventa un'opzione normale, purché a norma di protocollo. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 11 aprile 2024: Una scelta triste nata da una vita triste. L'olandese Zoraya ter Beek, 28 anni, ha deciso che morirà a maggio. Non ha un tumore allo stadio terminale, non soffre di patologie neurodegenerative come la Sla, ma è depressa, triste fino alla morte. Una depressione che va a braccetto con tratti di autismo e con un disturbo borderline di personalità. Innamorata del suo ragazzo, una bella casa, due gatti, ma niente di tutto questo le è bastato per riempire un vuoto che è talmente vuoto da non avere nome. Ne ha parlato con The Free Press. La goccia che ha fatto traboccare il vaso? Quando il suo psichiatra le disse: «non c'è più niente che possiamo fare per te. Non migliorerà mai». L'eutanasia della speranza clinica, del codice deontologico ed anche della ricerca scientifica che guarda al futuro. Una medicina arrendevole. Zoraya ha tatuato un albero della vita capovolto: «Sta perdendo le foglie, sta morendo - ha detto - Non vedo [la mia morte] come la partenza della mia anima, ma più come la liberazione di me stessa dalla vita». Il corpo come carcere dell'anima. Morirà a casa sua: «Nella maggior parte dei casi c'è prima una tazza di caffè a calmare i nervi e a creare un'atmosfera soft. Poi [la dottoressa] mi chiederà se sono pronta. Prenderò posto sul divano. Mi chiederà ancora una volta se sono sicura, avvierà la procedura e mi augurerà buon viaggio. O, nel mio caso, un bel pisolino». Notare la narrazione suadente per occultare la tragedia e la gravità della scelta: la dottoressa che come una mamma canta una ninna nanna per un sonno eterno dandole la medicina che spegnerà ogni suo dolore perché spegnerà la sua vita; l'ambientazione soft quasi che la ragazza fosse sdraiata sul divano per un massaggio; la casa come luogo degli affetti - morirà infatti con accanto il suo ragazzo e i gatti. Nulla fa pensare ad un omicidio. Ma in realtà è proprio un omicidio. La ragazza ha aggiunto: «Ho un po' paura di morire, perché è l'ultima incognita. Non sappiamo davvero cosa accadrà dopo, oppure non c'è niente? Questa è la parte che mi spaventa». Pensate, esistono psicologi cattolici che anche con i pazienti non credenti fortemente tentati dal suicidio, come ultima carta, si giocano la seguente: “E se la Chiesa avesse ragione sui suicidi quando dice che togliersi la vita può essere peccato mortale che porta all'inferno? In questo caso tu ti uccideresti per non soffrire più, ma potresti ottenere l'effetto opposto. Infatti potresti passere da un inferno ad uno ben peggiore e che non avrà mai fine”. Per qualcuno questo discorsetto si è rivelato un buon deterrente. Una volta morta, un Comitato di revisione valuterà che il decesso della ragazza sia avvenuto rispettando il protocollo in vigore nei Paesi Bassi. Le condizioni fondamentali per l'accesso all'eutanasia sono che la scelta di morire sia libera e che la sofferenza della persona sia insopportabile e senza prospettive di miglioramento. Sofferenze anche solo psicologiche, come nel caso di Zoraya. L'unico criterio morale rimasto nell'eutanasia è la burocrazia. L'omicidio legale di una persona depressa è l'esito di alcune premesse di carattere ideologico-culturale. La prima: l'idea che la qualità della vita prevalga sulla dignità della persona. Se la prima può peggiorare, la seconda conserva la sua preziosità sempre, al di là di patologie, infermità e sofferenze. La seconda premessa: l'idea che la libertà personale è il riferimento ultimo nelle scelte morali. Un'idea che in questo caso mostra tutta la sua vacuità: una persona depressa, con tratti autistici e con personalità borderline quanto è libera? Ha scelto Zoraya o la sua depressione? Sotto tortura del dolore e del male di vivere non si è liberi. Terza premessa: il piano inclinato. Theo Boer, professore di etica sanitaria presso l'Università teologica protestante di Groningen, ha fatto parte per un decennio di un comitato di revisione dell'eutanasia nei Paesi Bassi. «In quegli anni - ha dichiarato - ho visto la pratica olandese dell'eutanasia evolversi da morte come ultima risorsa a morte come opzione predefinita». Alla fine ha lasciato l'incarico. La morte cessa di essere un male da evitare, eccetto in casi eccezionali. L'eccezione, come si dice, diventa regola e così rimanere in vita o darsi la morte sono entrambe scelte buone. Preghiamo perché quell'albero capovolto tatuato sul braccio di Zoraya possa comunque, seppur all'ultimo momento, rifiorire.

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  7. 01/11/2023

    Per risparmiare un miliardo di sterline l'anno, l'Inghilterra decide di decimare gli anziani

    VIDEO: L'eutanasia di Hitler ➜ http://www.youtube.com/watch?v=Bk-Wm588S1M TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2536 PER RISPARMIARE UN MILIARDO DI STERLINE L'ANNO, L'INGHILTERRA DECIDE DI DECIMARE GLI ANZIANI di Elisabetta Del Soldato Il sistema Sanitario nazionale della Gran Bretagna sta facendo i conti con la recessione e i primi a rimetterci sono i più vunerabili: gli anziani, i malati terminali, le persone dichiarate morte ancor prima che lo siano, perché cercare di salvarle o di farle stare meglio costa troppo. Qualche giorno fa uno dei sottosegretari alla Sanità, il liberaldemocratico Norman Lamb, non ha esitato a invitare i medici di base a compilare una lista dei loro pazienti che potrebbero morire entro un anno. Una volta identificati, i malati terminali saranno chiamati a un incontro col medico che gli chiederà dove preferiscono morire e se vogliono scrivere o dettare un testamento biologico in cui danno il permesso ai medici di sospendere medicinali e nutrizione quando si annuncerà la fine. Lamb, che ha annunciato il progetto del governo a una recente conferenza sul fine vita, ha detto di aspettarsi che per ogni medico almeno un paziente su cento entri nella lista dei 'terminabili'. I motivi sono molto pragmatici: «Un quarto dei letti negli ospedali sono occupati da malati terminali – ha spiegato –, e tra loro quattro su dieci non richiedono cure mediche. Se queste persone fossero ammesse una volta in meno al pronto soccorso la Sanità risparmierebbe un miliardo e 350 milioni di sterline l'anno», circa un miliardo e mezzo di euro. L'esponente del governo conservatore­liberale non ha specificato quale sarà il destino dei malati finiti in quella che vari giornali britannici hanno ribattezzato «lista della morte». Ma è molto probabile che saranno destinati al «Liverpool Care Pathway», un protocollo adottato per la prima volta negli anni Novanta in un ospedale della città portuale, e che dal 2004, dopo essere stato raccomandato dal National Institute for Health and Clinical Excellence, è diventato pratica comune nelle istituzioni sanitarie del Regno. Sulla carta «Lcp» si presenta come un programma di fine vita per rendere l'ultimo periodo di un paziente più tollerabile, nel Paese che è culla delle cure palliative. In realtà il protocollo ha finito col tradursi anche nella sospensione di cure e nutrizione e nella somministrazione di forti sedativi a persone classificate «vicine alla morte». Ogni anno il sistema sanitario nazionale registra 450mila decessi nelle sue strutture; di questi, 130 mila sono di persone sottoposte al «Lcp» in modo proprio o improprio. Il Ministero della Sanità, dopo le molteplici controversie sollevate dal programma, ha più volte tenuto a ribadire che il Liverpool Care Pathweay non è equiparabile all'eutanasia, che i pazienti che vi sono sottoposti vengono monitorati e possono essere tolti dal protocollo se mostrano un miglioramento. Ma negli ultimi mesi sono fioccate sempre più insistenti e numerose le denunce di famiglie che accusano i medici di aver introdotto i loro cari nel programma quando in realtà questi non stavano affatto morendo e di averne accelerato il decesso a causa della sospensione di cure e nutrizione. Mary Cooper, 79 anni, uno dei tanti esempi, è morta in giugno pochi giorni dopo il ricovero al Queen Elizabeth Hospital di King's Lynn, nel Norfolk. La sua famiglia sostiene di non essere mai stata avvisata del fatto che la donna fosse stata inserita nel programma. «Ci hanno informati – denuncia il marito – quando ormai per Mary era troppo tardi». L'ospedale dice di aver discusso la questione con la famiglia e che questa era d'accordo. Ma secondo la figlia l'ospedale non è mai stato chiaro: «I medici ci hanno detto che l'avrebbero aiutata a sentire meno dolore possibile, ma non ci hanno spiegato esattamente quello che avrebbero fatto». La settimana scorsa un uomo la cui madre è morta dopo essere stata sottoposta per trenta ore al Lcp al Western General Hospital di Edinburgo ha chiesto alla polizia di investigare. Paul Tulloch è convinto che la madre Jean di 83 anni potesse sopravvivere e sostiene di essere stato ignorato dai medici quando ha chiesto che venisse ritirata dal protocollo. L'anno scorso un rapporto del Royal College of Physicians ha rivelato che nel 4% dei casi i familiari non vengono informati della decisione di sottoporre un paziente al Lcp. E ora anche l'autorevole oncologo Mark Glaser condanna il Liverpool Care Pathway dicendo che si tratta di «un sistema corrotto e scandaloso che serve solo per liberare i letti degli ospedali occupati dagli anziani e per raggiungere obiettivi premiati con più soldi». Nota di BastaBugie: Nell'ottobre del 1939 iniziò l'Aktion T4, con cui furono soppresse in maniera sistematica oltre 70.000 persone ("disinfettate", secondo la macabra terminologia amministrativo-contabile del programma tedesco). Ecco il testo: "Viene conferita la responsabilità di estendere la competenza di taluni medici, designati per nome, cosicché ai pazienti che, sulla base di un giudizio umano, sono considerati incurabili possa essere concessa una morte pietosa dopo una diagnosi approfondita". Ordine al capo del Reich Boulher e al Dott. Karl Brandt. Firmato: Hitler. Nel seguente video viene ricordata la figura del Beato Von Galen, vescovo e cardinale. Memorabili i suoi interventi contro l'eutanasia sistematica di malati psichiatrici e handicappati. In questo filmato si ricordano le omelie del vescovo, la solidarietà dei cattolici della diocesi, la furia nazista, l'ordine di Hitler di eliminarlo a guerra conclusa, la solidarietà di Papa Pio XII verso il vescovo Von Galen che lo crea cardinale, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XVI.

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  8. Giudice inglese decide la morte di una bimba di 7 mesi contro la volontà dei genitori

    24/10/2023

    Giudice inglese decide la morte di una bimba di 7 mesi contro la volontà dei genitori

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7582 GIUDICE INGLESE DECIDE LA MORTE DI UNA BIMBA DI 7 MESI CONTRO LA VOLONTA' DEI GENITORI di Manuela Antonacci «Con il cuore pesante sono giunto alla conclusione che gli svantaggi di cure cosi invasive non giustificano i benefici di queste stesse cure». Con questa "sentenza", nel vero senso della parola, il giudice dell'Alta Corte britannica, Justice Peel, ha deciso che è "nel migliore interesse" di Indi Gregory, una neonata di sette mesi, affetta da una malattia rara del Dna mitocondriale, staccare i supporti vitali che permettono alla piccola di continuare a vivere. La piccola è ricoverata al Queen's Medical Centre di Nottingham I genitori di Indi, Claire Staniforth e Dean Gregory del Derbyshire, sono sostenuti dall'associazione Christian Concern, per i diritti umani, il cui braccio legale, il Christian Legal Center sta assistendo nel tentativo di ricorrere in appello. La decisione dell'Alta Corte è stata presa in seguito all'udienza privata che il Nottingham University Hospitals NHS Trust ha richiesto e sostenuto presso il tribunale stesso. Dean Gregory, il padre di Indi, ha espresso il suo sgomento per la decisione del giudice. «Siamo devastati dalla sentenza e ricorreremo in appello». Ha inoltre criticato la descrizione delle condizioni mediche in cui versa la piccola, fatta durante il processo. «Quella immagine era così fuorviante che, dopo aver ascoltato il discorso in tribunale, i media hanno riferito che Indi doveva essere rianimata nove volte in un giorno. Questo è completamente falso», ha detto Gregory. Secondo lui, la piccola è una vera combattente che merita cure migliori da parte del servizio sanitario nazionale. «Durante la sua breve vita Indi ha dimostrato a tutti che si sbagliavano e merita più tempo e cure possibili, piuttosto che il tentativo di porre fine alla sua vita al più presto». Ha inoltre fatto notare che la bambina prova gioia e piange come un qualunque neonato. Inoltre, sua madre Claire sottolinea: «Non soffre e trae un evidente conforto dalla presenza della sua mamma e del suo papà, perché il battito cardiaco è stabile e calmo quando viene coccolata tra le nostre braccia». Tutto ciò che Dean Gregory e sua moglie chiedono è avere più tempo affinché le condizioni della bimba si stabilizzino, così da poterla riportare a casa e farla vivere serenamente in un ambiente che per la prima volta nella sua vita finalmente non sia una camera d'ospedale. Di fronte a tutto questo dolore, Gegory ha anche sottolineato quanto la battaglia legale abbia fatto sentire a loro genitori, tutto il peso di un intero sistema che si muove contro di loro. Dal canto suo, l'amministratore delegato del Christian Legal Center, Andrea Williams, ha dichiarato: «La vita è preziosa e deve essere protetta dalla legge. Dobbiamo dare alle persone, tutte le possibilità di vivere piuttosto che solo quelle di porre fine alla propria vita prematuramente, dicendo che è nel loro interesse morire». Altro trattamento disumano ricevuto dai genitori è stato l'essere stati informati con sole 48 ore di preavviso dell'udienza che avrebbe determinato il destino di Indi. Nota di BastaBugie: Patricia Gooding-Williams nell'articolo seguente dal titolo "Così i medici britannici hanno fatto morire mia sorella Sudiksha" riporta gli scioccanti dettagli della morte della 19enne, affetta da una grave malattia genetica (nota come ST), che medici e giudici inglesi avevano deciso di far morire contro la sua volontà. Ecco l'intervista alla sorella. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 12 ottobre 2023: «I medici hanno negato a mia sorella le medicine di cui aveva bisogno (...) Si sono rifiutati di darle un antibiotico per curare un'infezione contratta in ospedale, solo quando i miei genitori li hanno supplicati in ginocchio lo hanno fatto; ma non le hanno dato la medicina per la pressione sanguigna, cosa che ha causato l'arresto cardiaco (...) È questo che ha ucciso mia sorella Sudiksha Thirumalesh». Varshan Thirumalesh parla al telefono con la Bussola mentre si trova sul treno che dal Kent lo porta a Birmingham per partecipare al funerale di sua sorella. E racconta lo scioccante trattamento subito da Sudiksha Thirumalesh, la studentessa 19enne affetta da sindrome da deplezione mitocondriale (MDS) a cui medici e giudici volevano sospendere le cure contro il suo volere e quello della sua famiglia. E che è morta il 14 settembre prima di una sentenza definitiva: per infarto, una morte naturale date le sue condizioni, hanno detto i medici. Ma Varshan ci racconta tutta un'altra storia, che apre una finestra sulla realtà del trattamento comune nei casi di fine vita nel Regno Unito. La controparte, l'NHS Trust degli University Hospitals di Birmingham, ha combattuto per porre fine alla vita di Sudiksha e ha fatto silenziare la famiglia con un Ordine di trasparenza del tribunale per impedire alla stampa o alla famiglia di rivelare nomi e circostanze in tempo reale. Recentemente, le restrizioni sono state parzialmente revocate consentendo alla famiglia di rendere noto il nome della figlia, Sudiksha Thirumalesh (precedentemente indicata come ST) e a Varshan di raccontare la sua storia. Abbiamo seguito con sgomento la vicenda che ha portato alla morte di Sudiksha, ma puoi dirci qualcosa della tua famiglia? Siamo una famiglia cattolica dell'India settentrionale. Mio padre è stato il primo ad emigrare in Inghilterra nel 2001. È un esperto analista informatico e si è trasferito nel Regno Unito per migliori prospettive di lavoro, e alla fine ha aperto la propria azienda. Mia madre, mia sorella ed io lo abbiamo raggiunto nel 2003. Ci siamo stabiliti felicemente nella zona di Birmingham e viviamo secondo i nostri valori cristiani. Come questi valori cristiani hanno influenzato il modo in cui la tua famiglia ha affrontato la malattia di tua sorella e il caso giudiziario che alla fine le ha negato il diritto alla vita? Fin dall'inizio è stato chiaro che da cristiani diamo alla vita un valore diverso rispetto ai medici ospedalieri. Noi crediamo che la vita abbia sempre valore e dignità anche se la persona è molto malata. Il sistema invece rinuncia molto facilmente alla vita in nome del miglior interesse del paziente. Il personale si prendeva gioco delle nostre convinzioni e prendeva in giro Sudiksha. Hanno cercato di spezzarla psicologicamente e di distruggere la sua voglia di vivere dicendole ripetutamente che sarebbe morta. Le hanno detto che loro sapevano cosa era meglio per lei. Le dissero che non c'era una bacchetta magica da agitare e che doveva accettare che la morte fosse vicina. Hanno fatto di tutto per provocare la sua morte il più rapidamente possibile. Mia sorella ha detto loro che era sotto la protezione di Dio. Non ha mai lasciato andare la piccola croce di legno che teneva in mano, anche quando veniva sottoposta a terapie. Aveva perso completamente la fiducia nei medici. Alla fine, ha detto che si fidava solo di Dio. Come è stata trattata la famiglia dall'ospedale? È stato molto stressante e intimidatorio. Quando i medici hanno deciso di porre fine alla vita di Sudiksha, siamo stati portati in una sala riunioni. Il medico ci ha detto che volevano toglierle il ventilatore e terminare la dialisi. Ho risposto che era un percorso per uccidere mia sorella. Il medico allora ha detto: o ritiri la frase o esci dalla stanza. Ad un certo punto, Sudiksha stava abbastanza bene da poter tornare a casa con un ventilatore, ma non l'hanno lasciata uscire dall'ospedale. Non uscirai dal reparto di Terapia Intensiva, le hanno detto. Avevamo paura di lasciarla sola e un membro della famiglia è rimasto al suo capezzale giorno e notte. Mia madre ha persino imparato a monitorare le sue esigenze quotidiane e il suo sondino gastrico nasale. Anche se le infermiere sono state molto di aiuto, quell'ospedale e un medico in particolare sono responsabili della morte accelerata di mia sorella. Se la malattia mitocondriale non può essere curata nel Regno Unito, perché i medici non avrebbero dovuto lasciare che Sudiksha andasse all'estero? È una malattia molto costosa da curare e il Servizio sanitario nazionale (NHS) non fornisce il trattamento. Ma a Newcastle c'è una ricerca che viene condotta sul trattamento nucleosidico. Sudiksha ha sostenuto questa ricerca recandosi più volte a Newcastle per fornire biopsie muscolari per gli studi clinici. Uno dei medici le disse che doveva andare all'estero per curarsi, altrimenti la malattia l'avrebbe gradualmente uccisa. I medici del Trust dissero che non erano contrari al fatto che mia sorella andasse altrove per farsi curare, ma poi hanno fatto tutto il possibile per impedirle di andarsene. Tutti i medici hanno testimoniato contro la possibilità di Sudiksha di andare in Canada per un trattamento sperimentale. Se a Sudiksha fosse stato permesso di andare in Canada sei mesi prima, io credo che oggi sarebbe ancora viva. Col senno di poi, ritieni ancora che sia stata giusta la decisione di combattere "il sistema" in tribunale?

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La chiamano "dolce morte", ma in realtà è l'uccisione di innocenti