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Uno sguardo da vicino alla religione che ha cambiato la storia del mondo

  1. 8 set

    Parroco fino alla morte, la testimonianza-record di don Franco

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8657 PARROCO FINO ALLA MORTE, LA TESTIMONIANZA-RECORD DI DON FRANCO di Stefano Chiappalone   Sembrava eterno e in effetti nell'eternità c'è entrato a quasi 96 anni lo scorso 2 maggio. Ma la longevità non è il solo "record" di mons. Franco Geremia, rimasto fino alla morte alla guida della parrocchia di San Giovanni Battista a Civitella Roveto, in provincia de L'Aquila, nel lembo abruzzese della diocesi laziale di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo. Le tappe puramente biografiche della sua lunga esistenza si potrebbero anche sintetizzare in poche righe, con l'avvertenza però che queste righe sono dense e sovrabbondanti come ciascuna delle sue giornate, scandite dai ritmi della liturgia e vissute con l'animo del pastore e il talento organizzativo di un imprenditore alle prese con mille opere - e in tutte «il primato era di Dio», ha evidenziato il vescovo mons. Gerardo Antonazzo durante le esequie. Da buon organizzatore don Franco non se n'è andato in un giorno a caso, ma nel primo sabato (giorno tradizionalmente dedicato a Maria) del mese mariano. Per di più, mi dicono (ma non ho modo di verificare) che abbia chiuso gli occhi intorno a mezzogiorno: l'ora del Regina Caeli. Se così fosse, si confermerebbe preciso come un orologio in vita e in morte. Don Franco era nato a Sora il 23 ottobre 1930, studente nel seminario diocesano e poi nel Pontificio Seminario Romano Maggiore, fu ordinato sacerdote in Laterano dal cardinale Clemente Micara il 9 aprile 1955. Parroco di Civitella Roveto dal 12 gennaio 1958 (e successivamente anche della Santissima Trinità nella frazione di Meta) fino all'ultimo respiro, dieci giorni fa. Quasi sette decenni: un record cronologico che si trasfigura in testimonianza di fedeltà al contempo "ordinaria" e straordinaria in un'epoca in cui tutto dura poco e si consuma in fretta. Sette decenni in cui il mondo è cambiato a un ritmo a dir poco frenetico, si sono avvicendati Papi, vescovi e sindaci, e lui era sempre lì, «monumento nazionale del paese» come la maestra vecchia del racconto di Giovannino Guareschi che «aveva insegnato l'abbiccì ai padri, ai figli e ai figli dei figli». LA GRAMMATICA DEL SACRO E come la maestra vecchia di Guareschi, don Franco aveva insegnato «l'abbiccì» della fede cristiana «ai padri, ai figli e ai figli dei figli», ciascuno dei quali avrà il suo ricordo, così che quanto sto per scrivere è inevitabilmente parziale e incompleto. È solo una piccola parte di una delle innumerevoli storie che nel corso delle generazioni si sono intrecciate con la sua, ma a tal punto che, anche per chi a Civitella non vive più da tanti anni, la notizia che don Franco non è più a questo mondo è un "trauma": c'era già prima che io nascessi e idealmente ci sarebbe sempre stato, stabile come il monte Sion o, volendo, come il monte Viglio che domina la Valle Roveto dall'alto dei suoi duemila metri. Quella prolungata permanenza pareva quasi il segno terreno di una realtà più elevata: l'"eterno parroco" in fondo non faceva che indicare l'Eterno Padre - quello che si affaccia dall'alto nella pala dell'altar maggiore della chiesa parrocchiale, raffigurante il battesimo di Cristo per mano del Battista. Ed è nella festa del Battista che ha inizio questo legame mai affievolito neanche quando i saluti nei miei periodici ritorni in patria si facevano più brevi man mano che lo vedevo affaticato e non volevo "pesare" sui suoi ritmi sempre serrati. Con don Franco ho fatto conoscenza molto presto, così presto da non rendermene conto: ero in fasce quando mi battezzò alle prime luci del giorno di san Giovanni, sulla riva del fiume Liri che in occasione della festa del patrono diventa come il Giordano. Praticamente fu il primo prete con cui venni in contatto all'alba della vita, oltre che all'alba di quel 24 giugno. Correva l'anno 1982, lui aveva poco più di cinquant'anni ed era già in paese da quasi un quarto di secolo. Da quell'evento di cui non ho memoria si spalanca invece un "baule" di ricordi personali, da quelli più "feriali" a quelli più toccanti, come quando venne a confortarmi in una circostanza particolarmente drammatica e ancora mi pare di sentire addosso la benedizione che mi lasciò andandosene. E c'era anche in circostanze più ordinarie, come quando al liceo presi una sfilza di insufficienze in greco e gli chiesi di darmi un po' di ripetizioni - si sa, i preti "di una volta" avevano un bagaglio culturale che è diventato merce rara - e rimasi meravigliato al vedere che traduceva senza quasi aprire il vocabolario. Ma più e prima ancora della grammatica greca, mi ha trasmesso la "grammatica del sacro". UNA NUVOLA D'INCENSO Lo rivedo comparire in mezzo a una nuvola d'incenso, mentre una mano svelava il Bambino Gesù alla Messa di mezzanotte: sono immagini vaghe, quasi oniriche, che mi porto dentro dall'infanzia, quando, come molti bambini, a Messa non ci volevo andare eppure restavo ammirato da quello spettacolo solenne. Ne risento la voce da oratore, affacciato al balcone del palazzo comunale - a mo' di pulpito - dove la processione sosta il 24 giugno per il "panegirico" in onore di san Giovanni. Lo rivedo ancora aprire uno squarcio sul soprannaturale quando raccontava a noi bambini la storia di Filomena Carnevale, la stigmatizzata della Valle Roveto che aveva conosciuto da giovane prete. O più prosaicamente, ma non troppo, ci raccomandava di stare composti durante la processione - e ripensandoci il primo a stare "composto" davanti a Dio era lui, con quella talare nera che ha sempre indossato nei suoi oltre settant'anni di sacerdozio. Quella dell'abito è stata la sua predicazione muta e incessante, di cui forse non era nemmeno consapevole tanto la portava con naturalezza. Se per assurdo un giorno si fosse presentato in giacchetta e pantaloni, invece che per don Franco la gente lo avrebbe scambiato per un "signor Franco" qualunque, perché quella talare era tutt'uno con lui. Non se ne abbiano a male i portatori di clergyman, il fatto è che vederlo era implicitamente un promemoria divino (più o meno come il suono delle campane) poiché della configurazione a Cristo - in persona Christi - impressa quando ricevette l'ordine sacro non portava soltanto questo o quel segno, ma se ne rivestiva l'intera persona da capo a piedi. Se ne è rivestito fino alla fine perché Dio ora gli cambi l'abito talare in veste di gloria.

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  2. 1 set

    Il vescovo mette in riga i preti: il diritto al funerale non è assoluto

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8654 IL VESCOVO METTE IN RIGA I PRETI: IL DIRITTO AL FUNERALE NON E' ASSOLUTO di Andrea Zambrano   Funerali, facciamo chiarezza. Il vescovo di Sanremo Antonio Suetta lo aveva annunciato in occasione del recente caso di un funerale ecclesiastico negato ad un massone della zona. «Nelle prossime settimane verrà pubblicata una Nota con le opportune indicazioni giuridico pastorali concernenti le esequie ecclesiastiche». E la promessa è stata mantenuta. Il giorno dell'Assunta, Suetta ha pubblicato sul sito diocesano un vademecum giuridico pastorale con le disposizioni per gestire al meglio - e secondo dottrina - le esequie ecclesiastiche. Troppa confusione nei funerali cristiani e i casi delle esequie negate ai due massoni, di Roma e di Sanremo, di cui la Bussola aveva dato notizia, erano solo la punta dell'iceberg di una concezione del funerale che non è quella propriamente cattolica. Spesso, infatti, i parroci tendono a lasciar correre gli infiniti abusi, che rischiano di snaturare del tutto le esequie cattoliche tanto che non c'è soltanto il rischio che possano sorgere veri e propri illeciti canonici, come nel caso dei due massoni accompagnati in chiesa, ma che si possano commettere quei grandi o piccoli abusi che snaturano del tutto il senso del commiato secondo la Chiesa. Così Suetta esordisce dicendo che «le esequie sono un sacramentale (tranne la Messa esequiale che è un sacramento), che costituisce la preghiera di intercessione della Chiesa per il defunto e per la sua famiglia» ma «la mondanizzazione del trapasso si traduce nella perdita del senso cristiano della morte e nell'appiattimento dell'azione sacra, riducendo il tutto a categorie meramente umane di ricordo e di emozioni passeggere». Che fare, dunque? Tornare a ribadire ai fedeli, ma soprattutto ai sacerdoti, le regole per un buon funerale cristiano e legittimare anche quei "no" che oggigiorno destano tanto scandalo perché visti come una mancanza di pietà verso il defunto. Niente di più falso. Infatti, Suetta scrive che proprio per non «cedere pericolosamente il posto alla celebrazione della memoria del defunto o alla esasperata dimensione del ricordo» in uno «stonato "protagonismo" di parenti e amici», «bisogna evitare cedimenti o concessioni alla mera emotività e correggere deviazioni piuttosto diffuse, che spesso sono indice non solo di un fraintendimento dell'essenza stessa delle esequie ecclesiastiche, ma ancor prima di una vera e propria assenza di fede». LA SACRALITÀ DEL RITO Lucidamente bisogna tutelare la sacralità del rito, nella sostanza e nei contenuti eliminando, scoraggiando e anche proibendo «riferimenti eccessivamente terreni a passioni o interessi del defunto (musicali, sportivi, politici, ecc.)» i quali «snaturano il senso dell'accompagnamento spirituale». «Appaiono fuori luogo ad esempio - ricorda Suetta tanto per fare un esempio - gli addobbi o i vestiti coi colori della squadra del cuore, di un gruppo politico o di un determinato movimento d'opinione». Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale, ma chi ha frequentato funerali nell'ultimo decennio sa che c'è stata un'esplosione di queste manifestazioni. Così come il protagonismo degli amici del defunto o dei suoi parenti rischia di portare fuori strada: «Le testimonianze e i ricordi, ancorché́ toccanti e commoventi, esprimono in genere il mero commiato o ringraziamento verso il defunto» ma destano perplessità perché «i ricordi sono collocati in momenti inappropriati (dopo l'omelia o al termine della cerimonia)» o «hanno un'enfasi e una lunghezza spropositata». Tutto questo produce «un funerale mondano che è la negazione più patente dell'essenza del credo cristiano». Invece - e il vescovo ligure lo ribadisce nella sua nota dottrinale - sono tre: la preghiera per il defunto, onorare il corpo come germe della risurrezione della carne e il recare conforto e speranza ai vivi. Tutto il resto è un di più e spesso è un di più di cattivo gusto. Invece tutto deve portare a rispettare la pietas verso il defunto. A cominciare dalla scelta della chiesa che «non dovrebbe esprimere tanto un posto scelto per motivi di praticità, di gusto o di richiamo affettivo, quanto indicare l'ambiente umano e cristiano appropriato e confacente». Sappiamo bene, però, che molti funerali si svolgono con la presenza del defunto che non ha mai messo piede in una chiesa. E qui che la nota di Suetta si fa necessariamente severa perché va a toccare il tema del "diritto al funerale" che non può essere assoluto ma «richiede la congruenza del rito con la presumibile disposizione dell'estinto». E tanto più se il defunto «prima della morte non diede alcun segno di pentimento, deve essere privato delle esequie ecclesiastiche». LA DISCIPLINA ECCLESIASTICA CHE MOLTI DIMENTICANO Alcuni casi? Quelli che il can. 1184 § 1 della disciplina ecclesiastica norma da tempo, anche se molti preti fanno finta di dimenticarla: «Quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana e gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli» E si badi: «La notorietà della contrarietà alla fede non deve risultare da una sentenza, basta che sia una situazione di fatto pacificamente conosciuta» mentre «dare pubblicità del pentimento evita il pericolo di scandalo». Per questo «la privazione delle esequie non esprime un giudizio sul defunto ma una forma di tutela della comunità e di rispetto della presumibile volontà per fatti concludenti dell'estinto». E veniamo così al tema della massoneria che ha infiammato le cronache agostane dopo lo scoop della Bussola del funerale negato in diocesi di Roma ad una figura apicale delle logge e che ha trascinato in una reazione a catena anche la decisione di Suetta su un caso simile: «A chi aderisce ad associazioni o partiti anticristiani, per questa stessa loro scelta, le esequie ecclesiastiche non sono loro possibili. L'assoluta inconciliabilità fra la fede cattolica e l'adesione alla massoneria è stata fermamente e chiaramente ribadita dall'allora Congregazione per la Dottrina della Fede nella Dichiarazione sulla massoneria, del 26 novembre 1983». Nel ricordare che «rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche», Suetta ricorda così che «i fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione». Molto spazio viene dato a spiegare le motivazioni per cui «è impossibile benedire quei defunti che muoiano nella condizione di non poter avere le esequie ecclesiastiche, perché́ sarebbe contraddire la verità stessa del segno della benedizione ed il suo significato più reale, riducendola - invece - quasi ad un mero atto esteriore, ad una formalità, o - peggio - assimilandola ad una "azione magica"». C'è spazio anche per la cremazione. Suetta la affronta ricordando che «non è un'alternativa alla sepoltura». L'una è sostenuta, l'altra (la cremazione) è soltanto tollerata purché «non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana» (can. 1176 § 3). Però, e questo è un passaggio che dovrebbe interessare molti cattolici, ormai convinti della piena bontà della cremazione «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell'aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti». Altre interessanti disposizioni sono contenute nel capitolo finale. Tra queste il non concedere l'autorizzazione e nemmeno l'uso dell'ambone per commiati o interventi. Al massimo per questo tipo di interventi si può valutare la messa a diposizione di un momento fuori dalla chiesa o al cimitero; così come si proibisce l'introduzione in chiesa di oggetti appartenenti al defunto che sono estranei alla celebrazione; e infine ammettere alla proclamazione delle letture soltanto fedeli noti al sacerdote. E su questi, molti parroci potrebbero capitolare. Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Il vademecum di Suetta libera vivi e morti dalle esequie creative" parla del vescovo di Ventimiglia-San Remo che dà l'estremo saluto alle trovate di parenti e preti più intenti a esaltare il defunto che a pregare per la sua anima e onorarne il corpo. E anche a chi resta la sobrietà dei riti e la speranza cristiana offrono maggiore conforto di un ricordo mondano. Il testo non fa che ribadire l'insegnamento della Chiesa, così ovvio e così dimenticato da far notizia. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 19 agosto 2026: Bisogna essere grati a mons. Antonio Suetta per il suo vademecum per le esequie ecclesiastiche. Perché è raro oggi trovare dei vescovi che difendano i riti della Chiesa, nella consapevolezza che quando questi riti possono esprimersi senza essere sfigurati dalla "creatività" umana, essi raggiungono pienamente quello scopo per cui sono stati istituiti. Nel caso delle esequie, il vescovo di Ventimiglia-San Remo ricorda quanto la Chiesa insegna nel suo diritto universale, ossia che essi hanno la finalità di pregare per il defunto, onorarne il corpo e offrire ai vivi, in particolare alle persone più vicine al defunto, conforto e speranza. Pregare per il defunto: già su questo punto è necessario correggere la traiettoria. E non di poco. Il ri

    Il vescovo mette in riga i preti: il diritto al funerale non è assoluto
  3. 11 ago

    Lefebvriani: non si difende la Chiesa disobbedendo alla Chiesa

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8627 LEFEBVRIANI: NON SI DIFENDE LA CHIESA DISOBBEDENDO ALLA CHIESA di Roberto de Mattei   È dovere del cristiano mantenere la coerenza tra le parole e i fatti. Ma che cosa accade quando i fatti contraddicono le parole? Quando, ad esempio, si proclama a parole rispetto e obbedienza al Romano Pontefice e, nei fatti, lo si sfida pubblicamente davanti a tutto il popolo cristiano, come è accaduto a Écône con le consacrazioni episcopali del 1 luglio 2026? La risposta ci è offerta da uno dei principi più antichi della tradizione giuridica occidentale: facta sunt potentiora verbis, «i fatti sono più forti delle parole» (cfr. Digesta, 50, 17, 185). La sentenza esprime una regola elementare della giustizia: quando esiste contraddizione tra ciò che una persona afferma e ciò che essa compie, il diritto attribuisce prevalenza ai fatti. Le parole possono essere ambigue, retoriche, o perfino simulatorie; gli atti, invece, producono effetti oggettivi e rivelano concretamente la volontà dell'agente Il principio attraversa tutta la storia del diritto europeo, dal diritto romano fino agli ordinamenti contemporanei, ed è accolto anche dal diritto canonico. Per questo motivo, il diritto della Chiesa, come ogni ordinamento giuridico, giudica anzitutto gli atti esterni. Le dichiarazioni del soggetto possono contribuire a chiarire il significato dell'azione, ma normalmente non prevalgono sul contenuto oggettivo dei fatti. Se così fosse, l'applicazione della legge dipenderebbe dalle intenzioni dichiarate dall'autore dell'atto e non dalla realtà oggettiva del suo comportamento. Nel diritto della Chiesa questo principio deve essere armonizzato con un'altra distinzione fondamentale, elaborata dalla teologia scolastica e dalla canonistica classica: quella tra peccato e delitto. Peccato e delitto possono avere la medesima radice, ma appartengono a due ordini distinti. San Tommaso d'Aquino insegna che il peccato appartiene all'ordine morale, perché consiste nella violazione volontaria della legge divina (Summa Theologiae, I-II, qq. 71-89).  Il delitto (crimen) appartiene invece all'ordine giuridico della Chiesa, poiché consiste nella violazione di una legge ecclesiastica alla quale l'autorità ha collegato una sanzione. Non ogni peccato costituisce un delitto, né ogni delitto coincide semplicemente con il peccato. Il primo riguarda il rapporto dell'uomo con Dio; il secondo tutela il bene comune della Chiesa. FORO INTERNO E FORO ESTERNO Da qui nasce una seconda distinzione, altrettanto decisiva: quella tra foro interno e foro esterno. Il foro interno riguarda la coscienza dell'uomo davanti a Dio ed è l'ambito proprio della confessione sacramentale e della direzione spirituale. Il foro esterno riguarda invece la società visibile della Chiesa, nella quale l'autorità deve giudicare i fatti, applicare le norme e, quando necessario, infliggere le pene. La pena ecclesiastica non viene irrogata per punire il peccato in quanto tale, ma per reprimere il delitto, ristabilire la giustizia, riparare lo scandalo e favorire l'emendamento del reo (Felice Cappello, Summa Iuris Canonici, vol. III, De delictis et poenis, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1935; Matteo Conte a Coronata, Institutiones Iuris Canonici, vol. IV, Marietti, Torino 1955). La distinzione tra peccato e delitto, così come quella tra foro interno e foro esterno, spiega perché il diritto canonico attribuisca normalmente prevalenza ai fatti. Il giudice ecclesiastico deve partire dagli atti esteriori, gli unici suscettibili di prova. Ciò non significa che il diritto ignori la dimensione soggettiva. Al contrario, il can. 1321 § 1 del Codice di diritto canonico stabilisce che «nessuno è punito se la violazione esterna della legge o del precetto da lui commessa non sia gravemente imputabile per dolo o per colpa» (Codex Iuris Canonici, 1983, can. 1321 § 1). Ma non bisogna confondere l'imputabilità soggettiva con la violazione oggettiva della legge. In questa prospettiva, lo scisma, che il can. 751 definisce come «il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti», può essere considerato sia come peccato nell'ordine morale che come delitto nell'ordine canonico. È certo, però, che la consacrazione episcopale contro l'esplicita volontà del Romano pontefice non può mai essere considerata un atto moralmente o giuridicamente neutro. Come spiega un eminente giurista quale il cardinale Velasio De Paolis, la consacrazione di vescovi contro il mandato pontificio è, infatti, indipendentemente dalle intenzioni soggettive di chi la compie, un atto intrinsece malus, un peccato e un delitto, che nessuna circostanza può giustificare (Velasio De Paolis - Davide Cito, Le sanzioni nella Chiesa. Commento al Codice di Diritto canonico. Libro VI, Urbaniana University Press, Roma 2000, pp. 296-297). LA CONFUSIONE TRA LA TEOLOGIA MORALE E IL DIRITTO CANONICO La debolezza di fondo dei sermoni, delle interviste e degli articoli diffusi dalla Fraternità San Pio X prima e dopo le consacrazioni del 1° luglio consiste nella confusione tra la teologia morale e il diritto canonico. Per giustificare un atto di natura eminentemente giuridica, si trasforma una questione di diritto canonico in una questione morale e pastorale. Ci si richiama alle buone intenzioni, al proprio giudizio e, talvolta con non poco sentimentalismo, alla propria esperienza di fede. Si invoca inoltre un presunto stato di necessità, smentito dall'esempio di tanti sacerdoti e fedeli laici che, trovandosi nelle medesime condizioni, conservano integralmente la fede, ma continuano a rimanere uniti al Corpo visibile della Chiesa. Indimostrabile è poi la tesi che, senza le consacrazioni episcopali, la Fraternità San Pio X sarebbe necessariamente condotta all'accettazione degli errori del Concilio Vaticano II e del post-concilio. La questione non sta nell'accertare se esiste una crisi nella Chiesa, che è a tutti evidente, né nello stabilire se i responsabili delle consacrazioni hanno l'intenzione di operare per il bene della Chiesa, ma nel verificare se il loro comportamento sia conforme alla legge divina ed ecclesiastica. Il problema giuridico non può essere eluso perché, come ricordava Pio XII, «la vita della Chiesa e il diritto canonico sono inseparabili» (Allocuzione del 3 giugno 1956). Cristo, ribadiva lo stesso Pontefice, «ha fondato la sua Chiesa non come un movimento spirituale informe, ma come una comunità bene organizzata» (Wie heissen Sie, 3 giugno 1956); e «chi dice comunità e direzione di un'autorità, dice con ciò stesso potere del diritto e della legge» (Dans notre souhait, 15 luglio 1950). La saggezza del diritto della Chiesa consiste nell'avere sempre mantenuto distinti, senza mai separarli, l'ordine morale e quello giuridico. Il diritto non pretende di sostituirsi al giudizio di Dio sulle anime, ma non rinuncia per questo a giudicare oggettivamente gli atti che incidono sulla comunione ecclesiale. È in questa distinzione che il principio facta sunt potentiora verbis trova il suo significato più profondo: i fatti prevalgono sulle parole nell'accertamento della realtà oggettiva dell'azione. Altrimenti il giudizio giuridico si trasforma in un giudizio di coscienza, il diritto della Chiesa svanisce e la stessa visibilità del Corpo Mistico di Cristo rischia di evaporare.

    Lefebvriani: non si difende la Chiesa disobbedendo alla Chiesa
  4. 21 lug

    Il confessionale con l'intelligenza artificiale assolve dai peccati?

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8591 IL CONFESSIONALE CON L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE ASSOLVE DAI PECCATI? di Samuele Pinna   Non c'è nulla di più tangibile, concreto e - potremmo persino dire - "materialista" del Sacramento cattolico. Vale per tutti e sette i Sacramenti, che si realizzano a partire dalla materia (l'acqua per il Battesimo, il pane e il vino per l'Eucaristia, l'olio per gli Infermi, etc.). Ergo, non c'è nulla di virtuale nella tradizione cattolica: tutto rimanda invece a un livello corporeo e spirituale. E oggi sembra proprio questo aspetto della spiritualità a essere carente in una società sempre più tecnico-scientifica, psicologista e pragmatica, ma incapace di raggiungere quel desiderio di felicità - che altro non è se non il desiderio d'Infinito -, nonostante il benessere diffuso. L'uomo pare crescere nelle conoscenze, ma non nello spirito. Si psicanalizza e si apre a mondi innaturali, ma sembra non raggiungere mai quella gioia voluta a tutti i costi e quella pacificazione tanto agognata e quasi sempre delusa. L'INIZIATIVA PROVOCATORIA Non stupisce, allora, l'iniziativa volutamente provocatoria dell'artista italiano Matteo Mandelli, intitolata The Algorithm Creed all'AI WEEK 2026: un confessionale ligneo integrato con un'IA che "confessa" e "assolve" i peccati degli utenti. Un'opera definita dagli stessi ideatori "eretica", ma destinata a far discutere - come la precedente installazione Deus in Machina, di matrice svizzera - con l'intento di far riflettere sui limiti necessari da porre alle nuove tecnologie. Limite che in casa cattolica deve far sorgere una domanda: una macchina può davvero assolvere un peccatore? Sebbene l'Intelligenza Artificiale abbia la capacità di comparare un numero assai più ampio di dati in tempi brevissimi rispetto a un uomo, non potrà mai sostituire la mediazione antropica. E questo è il primo punto su cui riflettere: Gesù ha voluto che la sua opera fosse proseguita da uomini che avrebbero donato la loro vita all'annuncio del Vangelo. Non è solamente una questione di talenti, ma anzitutto di grazia: quegli uomini, scelti dalla Chiesa e consacrati mediante il Sacramento dell'Ordine, hanno un compito speciale. La grandezza del sacerdozio non deriva, dunque, dalle sole doti particolari - che, per volere di Dio, ogni creatura possiede -, ma dal rendere presente con la propria vita i doni soprannaturali. Dovremmo, perciò, volere dei sacerdoti che celebrino l'Eucaristia mettendo al centro Cristo (e non se stessi, né la "comunità"), che non disdegnino di stare ore in confessionale, che sappiano accogliere chiunque per annunciare a tutti la verità appresa da Cristo. NON È UNA SEDUTA PSICOANALITICA Il Sacramento della Riconciliazione non richiede risposte preconfezionate, né può essere assimilato a sedute psicoanalitiche (esiste, infatti, una differenza sostanziale tra la confessione e la direzione spirituale, che riguarda anche la dimensione psichica del battezzato), ma prevede l'intervento di persone consacrate per questo servizio. La Chiesa insegna che nei Sacramenti chi agisce è Cristo attraverso il ministro, nonostante la sua indegnità o i suoi limiti. L'assoluzione è un atto sacramentale che necessita di questa mediazione. Molti, difatti, si chiedono perché si debbano confessare i propri peccati a un'altra persona, pur dedicata a quell'incarico. Ma questa è una visione puramente psicologica, non spirituale: il prete non è il fine del momento celebrativo, ma il mezzo attraverso cui la grazia divina può fluire e discendere copiosa sul penitente. E il motivo di questa scelta, che la Chiesa continua a proporre rimanendo fedele al mandato del suo Signore, va fatto risalire al Nazareno, il quale ha voluto affidare il dono del perdono ai suoi Apostoli, che lo hanno poi trasmesso ai loro successori (vescovi e presbiteri): «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,23). Un tesoro in vasi di creta, certamente, che però ricorda come la fede cristiana non sia astratta, ma si eserciti nelle pieghe reali - e non ideali - della storia. Non esiste una fede "fai-da-te", così come il rapporto con Dio non si riduce a un semplice "Tu e io", ma richiede sempre un "noi": l'essere Corpo di Cristo. Il perdono passa, pertanto, sempre attraverso la Chiesa: non posso autoassolvermi, perché riconosco di avere bisogno di un cammino di purificazione per poter partecipare in massimo grado di quella grazia divina capace di redimere e rendere "nuove creature". Il problema, forse, è che oggi si tende a ridurre il peccato a un errore di sistema, mentre esso è una ferita della libertà, che conduce all'infelicità. La misericordia, poi, non è un algoritmo, ma un atto d'amore personale, di un Dio che perdona a chi è disposto a pentirsi per cambiare vita. Per questo solo il Signore può perdonare, e solo un ministro ordinato può farlo in persona Christi.

    Il confessionale con l'intelligenza artificiale assolve dai peccati?
  5. 7 lug

    Perche i Lefebvriani citano a sproposito sant'Atanasio

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8602 PERCHE' I LEFEBVRIANI CITANO A SPROPOSITO SANT'ATANASIO di Roberto de Mattei   Nei sessant'anni trascorsi tra il Concilio di Nicea (325) e il Concilio di Costantinopoli (381) la Chiesa conobbe, con la crisi ariana, uno dei momenti più difficili della sua storia. Fu un'epoca di defezione della fede in cui spiccarono figure di strenui difensori dell'ortodossia come sant'Atanasio di Alessandria e sant'Ilario di Poitiers. Sant'Atanasio, in particolare, è divenuto il simbolo della lotta contro l'arianesimo, penetrato fino ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche.  Nella attuale discussione sulle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, il nome di sant'Atanasio viene talvolta evocato come esempio di un vescovo che avrebbe consacrato nuovi vescovi al di fuori delle ordinarie norme disciplinari. Un esame rigoroso delle fonti storiche conduce tuttavia a conclusioni assai diverse.  Per comprendere correttamente l'attività di Atanasio occorre anzitutto richiamare il quadro canonico del IV secolo. Nei primi secoli non esisteva la procedura giuridica di un mandato pontificio necessario per ogni consacrazione episcopale. Esisteva tuttavia una prassi consolidata, che il primo Concilio di Nicea codificò al canone 4. Questa prassi stabiliva che ogni nuovo vescovo dovesse essere consacrato da tutti i vescovi della provincia ecclesiastica o, qualora ciò non fosse possibile, almeno da tre vescovi, con la conferma finale del metropolita, che era il vescovo principale di una provincia ecclesiastica. Il metropolita possedeva una giurisdizione ordinaria sulla propria provincia. Il Papa esercitava invece un primato universale sulla Chiesa.   Atanasio divenuto vescovo della sede metropolitana di Alessandria l'8 giugno 328, aveva la responsabilità di una delle più vaste circoscrizioni ecclesiastiche dell'Oriente cristiano. Il canone 6 di Nicea stabiliva infatti: «L'antica consuetudine vigente in Egitto, Libia e Pentapoli rimanga in vigore, così che il vescovo di Alessandria abbia autorità su tutte queste regioni». L'OPPOSIZIONE ARIANA ALLA NOMINA DI ATANASIO L'opposizione ariana alla nomina di Atanasio si manifestò immediatamente. Il sinodo di Tiro del 335 depose irregolarmente Atanasio, mentre l'imperatore Costantino ne decretava il primo esilio a Treviri. La conseguenza di tali vicende fu la continua alternanza, nelle diocesi egiziane, di vescovi fedeli a Nicea e di candidati sostenuti dal partito eusebiano. L'attività di sant'Atanasio non si limitò alla difesa dottrinale del simbolo niceno, ma comportò anche un'intensa opera di ricostruzione della gerarchia ecclesiastica nelle province soggette alla sua giurisdizione. Dopo ogni ritorno dall'esilio, il vescovo di Alessandria trovava infatti numerose sedi occupate da vescovi filoariani insediati con l'appoggio dell'autorità imperiale. Il suo primo compito fu quello di deporli e sostituirli con pastori fedeli alla professione di Nicea.  Lo studio fondamentale di Annick Martin ha ricostruito con precisione questa attività, dimostrando che le nomine operate da Atanasio riguardavano sedi appartenenti all'Egitto, alla Libia o alla Pentapoli, cioè territori sottoposti alla sua giurisdizione canonica (Athanase d'Alexandrie et l'Église d'Égypte au IVe siècle (328-373), École française de Rome, Rome 1996).  Un'analoga conclusione emerge dalla ricostruzione del prof. Manlio Simonetti. Analizzando il ritorno di Atanasio nel 346 e quello definitivo del 362, Simonetti sottolinea come il patriarca procedesse alla restaurazione della gerarchia nicena nelle Chiese egiziane senza mai oltrepassare l'ambito della propria competenza ecclesiastica (La crisi ariana nel IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975.) L'attività di Atanasio era assolutamente conforme alla disciplina giuridica dell'epoca, perché costituiva il naturale esercizio dell'autorità metropolitana di Alessandria. Le numerose ordinazioni episcopali attribuite ad Atanasio non furono mai considerate abusive dalla Chiesa del suo tempo, proprio perché avvenivano all'interno del territorio soggetto alla sua competenza canonica. Le consacrazioni compiute dal patriarca di Alessandria avvennero in circostanze eccezionali, ma non furono mai effettuate contro il Papa o in opposizione alla Santa Sede. Anzi, il riconoscimento romano costituì uno degli elementi essenziali della azione pastorale di Atanasio. Durante tutta la crisi ariana il vescovo di Alessandria cercò costantemente il sostegno dei Pontefici romani e ne riconobbe l'autorità. ATANASIO A ROMA Dopo la deposizione decretata dai sinodi orientali, Atanasio si recò a Roma, dove fu accolto da papa san Giulio I. Il sinodo romano del 341 dichiarò invalide le accuse formulate contro il patriarca alessandrino e ne riconobbe pienamente la legittimità. Nella celebre lettera indirizzata ai vescovi orientali, Giulio rimproverava loro di aver proceduto senza consultare la Chiesa romana, ricordando che le questioni di tale importanza dovevano essere sottoposte al giudizio della Sede apostolica. Negli anni successivi Atanasio mantenne rapporti costanti anche con papa Liberio. La temporanea debolezza mostrata da quest'ultimo durante l'esilio non modificò mai l'atteggiamento del patriarca egiziano, che continuò a considerare Roma come il centro della comunione ecclesiale. Ancora più stretta fu poi la collaborazione con papa san Damaso, il quale sostenne pienamente il ristabilimento dell'ortodossia nicena e confermò il prestigio della sede alessandrina. Il cardinale John Henry Newman nel suo libro su Gli Ariani del IV secolo (tr. it. Jaca Book, Milano 1981), ha ben chiarito il significato ecclesiologico della vicenda. Atanasio resistette agli imperatori, ai concili filoariani e alle pressioni politiche, ma non si oppose mai al principio del primato romano. La sua lotta era rivolta contro i vescovi eterodossi e contro l'interferenza del potere civile, non contro la costituzione gerarchica della Chiesa. Tutta la sua azione pastorale appare costantemente inserita nell'esercizio della legittima giurisdizione della sede alessandrina e nella ricerca della comunione con la Sede romana. Le consacrazioni episcopali promosse da Atanasio rappresentavano un atto ordinario di governo ecclesiastico, reso straordinario soltanto dalle condizioni eccezionali create dall'intervento dell'autorità imperiale nelle controversie dottrinali. Atanasio era il legittimo patriarca di Alessandria; le sue consacrazioni avvenivano nell'ambito della sua giurisdizione patriarcale; egli cercò costantemente il sostegno dei Romani Pontefici. Per questo l''esempio di sant'Atanasio rimane uno dei più alti modelli di fedeltà alla Tradizione nei momenti di crisi ecclesiale e non può essere in alcun modo invocato come esempio di disobbedienza alla autorità del Sommo Pontefice, senza contraddire la verità dei fatti e cadere così nella condanna della storia.

    Perche i Lefebvriani citano a sproposito sant'Atanasio
  6. 16 giu

    I tre motivi per cui i sacerdoti lasciano il ministero

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8572 I TRE MOTIVI PER CUI I SACERDOTI LASCIANO IL MINISTERO di Giuseppe Forlai   Da sempre i preti abbandonano il ministero, i coniugi si separano, le monache lasciano la clausura, i frati il convento. I motivi sono i più diversi, le cause profonde che portano a determinate scelte spesso insondabili. Sembra assurdo dirlo, ma tant'è: non tutti sanno precisamente perché cambiano vita; più che altro "sentono" che qualcosa si è rotto dentro, mettendo tutto in discussione. Quando un prete abbandona non bisogna scandalizzarsi, piuttosto chiedersi con molta umiltà e sapienza: «Perché io rimango?». Si narra che dei monaci egiziani incontrarono lungo il sentiero un anziano abbà rannicchiato con la testa tra le mani che versava lacrime abbondanti. Domandarono: «Padre, perché piangi? Cosa ti è mai successo?». Egli rispose: «Ho visto pocanzi un monaco cadere in un grande peccato». Stupefatti i giovani esclamarono: «E dunque, perché questa spropositata disperazione?». E l'anziano: «Oggi lui, domani io». Attenzione a puntare il dito. Senza fare le pulci a chi lascia, è utile condurre una disamina delle varie storie di vita, almeno nel tentativo di rimanere lucidi e farsi un esame di coscienza. Giudicare no, vigilare sì. Le cause degli abbandoni si rimpallano da anni, e le più "quotate" sono conosciute. C'è chi parla di crisi del celibato, di una formazione seminaristica lontana dalla realtà (questa motivazione va sempre molto di moda, soprattutto in chi non ha mai fatto il formatore); c'è poi chi denuncia la solitudine del prete o il logoramento pastorale, oppure la scarsa cura di taluni vescovi verso sacerdoti. In questi ultimi anni è poi aumentato il fenomeno dei preti adulti che lasciano, e l'abbandono non sembra più essere appannaggio dei giovani o della famigerata crisi del settimo anno. Si lascia il ministero anche a sessant'anni (come d'altra parte si divorzia perfino in età matura). Comunque i dati sociologici esistono e non vale la pena riproporli. Chi scrive fa l'eremita, non l'esperto, quindi non azzardo analisi. Posso però condividere alcune costanti che ho registrato accompagnando i consacrati. ALCUNE COSTANTI La prima cosa che mi colpisce è come nei preti in crisi l'emozione del momento abbia la forza di cancellare un'intera biografia: esperienze, scelte, valori, convinzioni di fede vengono quasi azzerate da un fallimento, un innamoramento, una delusione. Come se l'identità personale non si distendesse più sul corso del tempo vissuto, ma si contraesse improvvisamente, appiattendosi sul disagio dell'oggi; non esiste più nulla al di fuori del sentirsi male, e il rinchiudersi interamente nel disagio - cassando la memoria - sembra essere l'unica maniera per sentirsi liberi. Avviene come se di un romanzo di mille pagine ne restassero solo dieci, e da queste si pretendesse di conoscere tutta la trama. La seconda cosa che mi colpisce - e che segue sovente la scomparsa della biografia personale - è che nelle storie di abbandono il senso della comunità e la responsabilità verso il prossimo decadono rapidamente. I volti delle persone che hanno accompagnato il cammino sbiadiscono, le persone affidate, il popolo di Dio - che sembrava prima la ragione precipua di ogni dedizione - improvvisamente non hanno più alcun posto nella coscienza di sé. Dopo anni di discernimento comunitario fatto per diventare prete, coinvolgendo superiori, formatori, parroci di pastorale e popolo di Dio, per scegliere di lasciare non serve più nessuno... se non lo psicologo, che finalmente «mi fa sentire me stesso». Questo, devo dire, mi ha fatto sempre molto pensare. La terza cosa che constato è la discriminante del fattore fede. Ossia il prete che entra in una crisi destabilizzante con una lettura provvidenziale della sua storia, vive il tempo della prova non come una messa in discussione di tutto, ma come un'occasione. Posso essere interiormente lacerato e per lungo tempo, ma a seconda del fatto che io abbia o meno un'esperienza viva di Cristo e dei sacramenti la crisi sboccherà in esiti sensibilmente diversi. La maggior parte dei preti che ho conosciuto e che per motivi personali hanno lasciato il ministero, si sono anche allontanati del tutto o in parte dal credo della Chiesa, a favore di una religiosità cucita addosso in maniera individualistica. In questo caso si comprende come le crisi vocazionali - specie nei giovani preti che hanno ricevuto da ragazzi una formazione cristiana meramente aggregativa sentimentale - possano essere interpretate come crisi di fede. Le cause remote degli abbandoni non tocca a me stabilirle, ma gli stessi preti che incontro ogni tanto ne elencano qualcuna, che riporto di seguito. TRE CAUSE RICORRENTI 1) La fatica a essere onesti Essere sinceri ed essere autentici sono due cose molto diverse. I formatori non sempre sanno operare tale distinzione nei seminaristi: un candidato che tutto racconta non significa che sia autentico. Si è sinceri quando si manifesta ciò che si sente, si è autentici quando si rivela ciò che si è e si desidera davvero. Non è la stessa cosa. Si può essere gravemente narcisisti e contemporaneamente sinceri, solo per fare un esempio. 2) Il mito dell'infaticabilità senza equilibrio Il bravo prete/seminarista - si pensa - è quello che si dà tanto da fare. Anche qui si rischia di confondere il vero lavoro con la dispersione. Un prete che corre dalla mattina alla sera senza rispettare i suoi limiti fisici e spirituali, non è uno che lavora, bensì più semplicemente un uomo disordinato. E questo affannarsi (che è una forma di accidia) è un ottimo alibi per occultare i "draghi": vuoti da non sentire, intemperanze nel celibato da occultare, legami morbosi da non ammettere. 3) La fragilità del cammino di fede Crescere nell'amore del Signore è ciò che di meno scontato si possa registrare nella vita presbiterale. Perdere la fede è un attimo che può scoccare senza avvedersene. Il prete può non accorgersi di rimanere fermo nella sequela: il contatto quotidiano e frequente con "le cose di Dio" può dare l'illusione di essere intimo con il Signore. Errore fatale. Non basta essere stati ordinati per diventare dei credenti. Il grande domenicano francese Henri-Dominique Lacordaire (+ 1861) diceva che se un prete ha la donna, beve, è attaccato ai soldi e non sa perché è prete, prima o poi si perde; se un prete ha la donna, beve, è attaccato al denaro, ma sa perché e per chi è prete, allora tutto cambia, tutto è recuperabile. «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).

    I tre motivi per cui i sacerdoti lasciano il ministero
  7. 12 mag

    Un anno con Leone XIV: un papa prudente davanti a divisioni gravissime

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8532 UN ANNO CON LEONE XIV: UN PAPA PRUDENTE DAVANTI A DIVISIONI GRAVISSIME di Roberto de Mattei   Un anno fa, il lunedì 8 maggio del 2025, si apriva il pontificato di Leone XIV, Robert Francis Prevost, 267° pontefice della Chiesa cattolica, primo Papa statunitense, primo appartenente all'Ordine di Sant'Agostino.  «La pace sia con tutti voi... Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante» sono state le prime parole del nuovo Pontefice, pronunciate dalla loggia della Basilica di San Pietro. Fin dall'esordio, Leone XIV ha voluto incentrare il suo ministero sulla pace e sull'unità, dentro e fuori la Chiesa. Per questo, ha invitato a "costruire ponti, con il dialogo, con l'incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace". Un Papa "costruttore di ponti", un Papa "Pellegrino di pace e di unità", come egli stesso si è definito nell'omelia della Messa nell'aeroporto di Bamenda, in Camerun, lo scorso 17 aprile. Un obiettivo certamente alto e nobile quello della pace, soprattutto se essa è costruita sulla pietra angolare che è Cristo, Capo della Chiesa e Salvatore del mondo, ma la situazione della Chiesa e del mondo oggi non è purtroppo favorevole ai costruttori di ponti e ai pellegrini di pace.  Fare il bilancio di un anno pontificato, tenendo presente questa realtà non è semplice, perché il complesso di parole, di atti, di documenti del Pontefice non indica ancora l'unità di una direzione, permettendoci di prevedere le priorità e le prospettive pastorali che orienteranno la Chiesa. Fino oggi le scelte del Pontefice sono state caute e misurate, mentre gravi e profondi sono i problemi che si avvicinano e che egli ha di fronte in un incerto futuro. Il più grave in assoluto di questi problemi è il caso tedesco. Il 21 aprile scorso, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, già consigliere di Papa Francesco nel governo della Chiesa, ha raccomandato ai servizi pastorali della sua diocesi l'uso di un manuale intitolato "La benedizione dà forza all'amore", che propone diverse "formule" per benedire le coppie dello stesso sesso e i divorziati risposati. Il testo è stato approvato dalla Conferenza del 4 aprile 2025, che riunisce la Conferenza episcopale tedesca e il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK). LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE GAY Interrogato su questo episodio durante il volo di ritorno dalla sua visita africana, giovedì 23 aprile, Leone XIV ha voluto chiarire la sua posizione con queste parole: «La Santa Sede ha chiaramente fatto sapere che non siamo d'accordo con la benedizione formalizzata delle coppie, in questo caso le coppie omosessuali, come chiedete, o le coppie in situazione irregolare, al di là di quanto è stato specificamente autorizzato da Papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevono benedizioni. Tutti sono invitati a seguire Gesù, e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo, oggi penso che il tema possa causare più divisione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna». Il Papa discorda dunque dal Cammino Sinodale tedesco e prende indirettamente le distanze dalla dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, Fiducia Supplicans, pubblicata il 18 dicembre 2023 e approvata da Papa Francesco, che consente la benedizione pastorale, anche se non rituale, per le coppie in situazioni "irregolari" e per quelle dello stesso sesso. Però Papa Leone sa che i vescovi tedeschi continueranno a richiamarsi a quel documento, almeno fino a quando non ne uscirà uno della stessa, o di maggior autorità ma di segno diverso. La posizione dei vescovi tedeschi, d'altra parte, è chiara e, a suo modo, coerente. La Conferenza episcopale fin dal gennaio del 2020 si è messa alla testa di un "cammino sinodale", che ha l'obiettivo di estendere alla Chiesa universale le decisioni "vincolanti" del suo "sinodo permanente", tra le quali, l'ordinazione ministeriale delle donne e l'inclusione degli omosessuali nella Chiesa, aprendo loro tutti i sacramenti, anche il matrimonio.  La Santa Sede è intervenuta più di una volta per mettere in guardia i vescovi tedeschi, fin da quando monsignor Filippo Iannone, che nel 2025 Leone XIV ha messo a capo del dicastero per i vescovi, scrisse al loro presidente, il cardinale Marx, per avvisare che questi temi dirompenti "non riguardano la Chiesa in Germania ma la Chiesa universale e, con poche eccezioni, non possono essere oggetto di deliberazioni o decisioni di una Chiesa particolare". Ma lo stesso cardinale Marx, in un'intervista rilasciata al settimanale Stern il 30 marzo 2022, aveva dichiarato che: "Il catechismo non è scolpito nella pietra. Si può anche dubitare di ciò che dice". E, di fatto, lo ha ribadito il 21 aprile scorso. Leone XIV si trova dunque di fronte ad una grave lacerazione, che sulla scia dell'esempio tedesco, potrebbe estendersi ad altri episcopati, ponendolo in una posizione di quasi minoranza all'interno della Chiesa. LE CONSACRAZIONI EPISCOPALI SENZA MANDATO PONTIFICIO Ma un altro problema è all'orizzonte: le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio che la Fraternità San Pio X ha annunciato per il 1 luglio 2026. Sembra che la Santa Sede stia preparando un decreto di scomunica, analogo a quello promulgato dalla Congregazione per i Vescovi il 1 luglio 1988. Ma al di là del giudizio sulle consacrazioni e sulle censure che ad esse seguiranno, non si può non constatare che ci troveremo di fronte a una frattura ecclesiale, che anch'essa vanifica, o quanto meno allontana, la auspicata mèta della pace e dell'unità nella Chiesa. Dopo la scomunica del 1988, Benedetto XVI aveva per così dire gettato un ponte al mondo tradizionalista promulgando nel 2007 il Motu Proprio Summorum Pontificum e revocando nel 2009 le scomuniche comminate alla Fraternità San Pio X. Successivamente, papa Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e ha stabilito modalità per il riconoscimento dei matrimoni celebrati nei loro priorati. D'altra parte, se nel 1988 si poteva immaginare una progressiva scomparsa della Fraternità San Pio X, dopo la morte del suo fondatore, la realtà di oggi è che essa conta più di 700 sacerdoti, oltre 200 seminaristi, più di un centinaio di priorati e centinaia di centri di Messa in oltre 60 Paesi, con centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo. Quanto dovrebbe accadere nel mese di luglio non sarà la costruzione di un ponte, ma la creazione di un nuovo fossato tra questo mondo e la Santa Sede. Sullo sfondo della politica internazionale, poi, alla guerra russo-ucraina, si è aggiunta quella che vede gli Stati Uniti ed Israele contrapposti all'Iran in Medio Oriente. Il Papa ha condannato questa come tutte le altre guerre, ma la pace è ancora lontana e con lo scontro tra Donald Trump e Leone XIV si è recentemente aperto un contrasto, che è forse il più grave nella storia delle relazioni tra Santa Sede e Stati Uniti nell'ultimo secolo. Di tutto questo il Papa non ha diretta responsabilità, ma visto sotto l'angolatura della pace e dell'unità considerati come beni assoluti, il bilancio del suo primo anno di pontificato appare preoccupante. Se si ricorda però che la pace e l'unità non sono valori assoluti, ma si fondano su Verità e Giustizia, anche gli scontri e le divisioni possono essere salutari, aiutando a ritrovare la strada, che nel caos si è smarrita. E questa la migliore preghiera e il sincero augurio che si può fare per Leone XIV: che egli ci conduca alla vera pace di Cristo, nel Regno di Cristo, affrontando tutte le difficoltà, le sofferenze, e le lotte, che questo cammino può comportare.

    Un anno con Leone XIV: un papa prudente davanti a divisioni gravissime
  8. 21 apr

    Lourdes e Fatima contro il cattolicesimo annacquato

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8503 LOURDES E FATIMA CONTRO IL CATTOLICESIMO ANNACQUATO La Madonna non è apparsa per distribuire consolazioni facili, ma per chiedere penitenza, preghiera e conversione ai peccatori di Roberto de Mattei   Il nome di Lourdes, assieme a quello di Fatima, evoca una delle più grandi apparizioni mariane della storia.  In questo comune francese, ai piedi dei Pirenei, tra l'11 febbraio e il 16 luglio 1858, nella grotta di Massabielle, la Madonna apparve diciotto volte a una contadina di quattordici anni, Bernadette Soubirous. Il carattere miracoloso dell'evento fu riconosciuto da Pio IX e da tutti i Papi suoi successori, alcuni dei quali visitarono Lourdes. Bernadette fu canonizzata dalla Chiesa e sul luogo delle apparizioni furono costruite tre basiliche, che formano un unico santuario, il terzo al mondo per il numero dei pellegrini, dopo la basilica di San Pietro e quella di Guadalupe. Il nome di Lourdes è legato innanzitutto all'Immacolata Concezione, perché la Beata Vergine Maria vi confermò il dogma che Pio IX aveva solennemente definito, quattro anni prima, l'8 dicembre 1854. Il 25 marzo 1858, Bernadette così si rivolse alla misteriosa signora che ormai da tempo le appariva: "Signora, volete avere la bontà di dirmi chi siete?". Per tre volte Bernadette rinnovò la domanda finché, come ella stessa racconta, la Madonna allargò le braccia verso terra, alzò gli occhi verso il cielo e nel medesimo tempo, elevando le mani e congiungendole all'altezza del petto, disse: "Io sono l'Immacolata Concezione". "Sembra - commenterà un secolo dopo Pio XII - che la stessa Beata Vergine Maria abbia voluto, in maniera prodigiosa, quasi confermare, tra il plauso di tutta la Chiesa, la sentenza pronunziata dal Vicario del suo divin Figlio in terra" (Enciclica Fulgens Corona dell'8 settembre 1953). Le parole di Lourdes: "Io sono l'Immacolata Concezione". confermano anche la preghiera che la stessa Beata Vergine volle incisa sulla Medaglia Miracolosa, rivelata a santa Caterina Labouré a Rue du Bac, il 27 novembre 1830 e che, da allora è stata ripetuta milioni di volte da generazioni di cattolici: "O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi". Gli uomini sono concepiti nel peccato e, per salvarsi, devono ricorrere all'intercessione della Beata Vergine Maria, piena di grazia e priva di ogni ombra di peccato. PENTITEVI Ma accanto a queste parole "Io sono l'Immacolata Concezione", vi è un'altra parola che viene pronunciata con forza dalla Madonna a Lourdes durante l'apparizione a santa Bernadetta del 24 febbraio 1858. Pio XII così lo ricorda: "La Vergine immacolata, mai sfiorata dal peccato, si manifesta a una fanciulla innocente, in una società, che non ha affatto coscienza dei mali che la divorano, che copre le sue miserie e le sue ingiustizie con apparenze di prosperità, di splendore e di spensieratezza. In materna comprensione, ella volge uno sguardo su questo mondo riscattato dal sangue del Figlio suo, dove, purtroppo, il peccato ogni giorno accumula tante stragi, ed ella, per tre volte, lancia il suo vibrante richiamo: «Penitenza, penitenza, penitenza!». Chiede inoltre atti significativi: «Andate a baciare la terra in penitenza per i peccatori». E agli atti occorre aggiungere la preghiera: Pregherete Dio per i peccatori». Come al tempo di Giovanni Battista, come all'inizio del ministero di Gesù, lo stesso invito, forte e perentorio, indica agli uomini la via del ritorno a Dio: «Pentitevi» (Mt 3, 2; 4,17). Chi oserebbe dire che questo appello alla conversione del cuore abbia perduto nei giorni nostri qualche cosa della sua efficacia?". (Enciclica Le pélérinage de del 2 luglio 1957, nel centenario delle apparizioni) La penitenza, come spiega Pio XII, è innanzitutto un appello alla conversione del cuore, un pentimento profondo, una riconciliazione dell'uomo con Dio. E' solo in questa prospettiva che possiamo comprendere il significato dei miracoli che caratterizzano Lourdes, fino dalle sue origini, rendendola un punto di riferimento mondiale per i malati e i sofferenti. Per evitare ogni forma di sensazionalismo, la Chiesa volle fin dall'inizio un rigoroso discernimento di queste guarigioni. Nel 1905, san Pio X istituì ufficialmente il Bureau des constatations médicales, l'Ufficio delle constatazioni mediche del santuario, dov, medici di diversa formazione e convinzione religiosa esaminano con criteri scientifici le guarigioni dichiarate. CHI RIFIUTA IL PENTIMENTO E LA PENITENZA Secondo Alessandro De Franciscis, presidente del Bureau dal 2009, negli archivi del santuario sono conservate le documentazioni di circa 7.500 guarigioni considerate inspiegabili dal punto di vista medico. Di queste, solo 72 sono state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa come miracoli, a conferma di un discernimento estremamente prudente. Il 16 aprile 2025, il santuario ha accolto la proclamazione dell'ultimo miracolo ufficiale di Lourdes: la guarigione, avvenuta nel 2009, di Antonia Raco, affetta da Sclerosi Laterale Primaria. Tuttavia, ridurre Lourdes a un semplice "luogo di miracoli" sarebbe fuorviante: le guarigioni fisiche, pur straordinarie, sono inserite in un orizzonte più ampio, dove il vero centro è la conversione del cuore. Quando Gesù dice al paralitico: "Ti sono rimessi i tuoi peccati" (Mc 2,5), e poi lo guarisce nel corpo, manifesta che la guarigione fisica è segno di un'autorità più alta. "Cristo - spiega san Tommaso d'Aquino - compì miracoli corporali per mostrare che aveva il potere di compiere miracoli spirituali, che sono più grandi" (Summa Theologiae, III, q. 44, a. 2). Chi è in grado di guarire i corpi, può guarire l'anima, restituendo alla vita ciò che sembra inesorabilmente destinato alla morte. Per essere guariti dobbiamo però accogliere le grazie di pentimento e di conversione che Gesù ci offre. L'appello alla penitenza e alla conversione di Lourdes non è diverso da quello di Fatima, dove, secondo il "Terzo Segreto", i tre pastorelli videro "al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!". Tre volte, come a Lourdes sono ripetute queste parole, non dalla Madonna però, ma da un Angelo che impugna una spada di fuoco. Chi rifiuta il pentimento e la penitenza, attira su di sé non la misericordia, ma la giustizia di Dio. A rue du Bac, a Lourdes, a Fatima, il messaggio del Cielo non cambia: è una pressante richiesta agli uomini affinché ritornino a Dio, prima di provare le terribili conseguenze dell'allontanamento da Lui. Quando e come avverrà la risposta della terra alle richieste misericordiose del Cielo?

    Lourdes e Fatima contro il cattolicesimo annacquato

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Uno sguardo da vicino alla religione che ha cambiato la storia del mondo