Monia Ciocioni Podcast

Monia Ciocioni

Coach somatica per chi vuole crescere senza smontarsi. Sistema nervoso • Emozioni • Vita ad alta intensità Metodo RE.GO.LA™ ↓ moniaciocioni.substack.com

  1. Il riposo che non ti permetti

    11 h fa

    Il riposo che non ti permetti

    Quand’è stata l’ultima volta che ti sei fermata davvero? Non il crollo sul divano a fine giornata, troppo stanca per fare altro. Non il sonno che arriva per sfinimento. Intendo un fermarti con intenzione: senza la lista delle cose da fare che gira in testa, senza quella voce sottile che mormora stai perdendo tempo. Per molte di noi quella domanda resta sospesa. Non perché non abbiamo mai riposato, ma perché facciamo fatica a ricordare un riposo che non fosse accompagnato da qualcosa di pesante. Una giustificazione. Un “me lo sono guadagnato” che doveva arrivare prima. Il riposo come premio, mai come diritto. In questo episodio di Niente Paura voglio ribaltare proprio questo: il riposo non è una tecnica per rendere di più. Non è il “self-care” da ottimizzare per tornare al lavoro più performanti. È un atto di rispetto verso il tuo sistema nervoso — e imparare a permettertelo è un lavoro più profondo di quanto sembri. Vivi in allerta, e non te ne accorgi più Il sistema nervoso autonomo funziona per alternanza: una fase di attivazione, in cui mobiliti energia per agire, e una fase di recupero, in cui il corpo si ripara, digerisce, consolida, si rigenera. Sono due battiti dello stesso respiro. Nessuno dei due è “migliore” dell’altro: il problema nasce quando uno dei due sparisce. E per molte di noi è la fase di recupero a essersi assottigliata fino quasi a scomparire. Restiamo in attivazione quasi costante — non per emergenze reali, ma per un’abitudine così radicata che non la sentiamo nemmeno più. La chiamiamo “essere persone attive”, “avere tanto da fare”, “essere fatte così”. In realtà è un sistema nervoso che ha dimenticato come si scende di giri. Il segnale non è drammatico. È sottile: la difficoltà ad addormentarti anche quando sei esausta, l’irrequietezza nei momenti vuoti, il bisogno di riempire ogni pausa con il telefono, la sensazione di colpa appena ti siedi senza uno scopo. Il corpo ha perso la capacità di riconoscere quando è sicuro fermarsi. Da dove arriva la colpa Qui c’è il nodo. Per tantissime persone — e per le donne in modo particolare — la produttività non è solo un’abitudine: è diventata un valore morale. “Essere brava” coincide con “fare tanto”. “Valere” coincide con “essere utile, disponibile, instancabile”. Non è una scelta consapevole. Per molte è una lezione imparata da bambine, in un’epoca in cui il nostro valore veniva misurato — esplicitamente o tra le righe — su quello che facevamo, sui risultati, sull’essere “quella responsabile”, più che su quello che semplicemente eravamo. Da adulte, quel metro è rimasto. E ogni volta che ci fermiamo, scatta in automatico: non stai facendo abbastanza. C’è un modo di guardare a questa colpa che la cambia di segno. Nell’Internal Family Systems di Richard Schwartz, quella voce che ti fa sentire in colpa quando riposi non è una nemica da zittire: è una parte di te. Una parte protettrice, che in passato ha avuto un compito preciso — tenerti attiva, performante, al sicuro dal giudizio o dal rifiuto che temevi sarebbe arrivato se ti fossi fermata. Ha lavorato per anni convinta di proteggerti. Il punto non è combatterla. È ringraziarla e aggiornarla. Farle sapere che le condizioni sono cambiate, che oggi fermarsi non è pericoloso, che non sei più la bambina che doveva guadagnarsi l’approvazione facendo. Quando smetti di lottare contro la colpa e inizi ad ascoltare cosa cerca di proteggere, qualcosa si scioglie. Imparare a permettersi Il corpo non capisce le buone intenzioni. Non basta decidere “da oggi riposo di più”. Il sistema nervoso impara attraverso segnali ripetuti e concreti di sicurezza: il respiro che rallenta e si allunga nell’espirazione, il contatto con una superficie che ti sostiene, l’assenza — anche solo per qualche minuto — della richiesta di produrre qualcosa. Sono micro-esperienze che, ripetute, insegnano al corpo una cosa nuova: adesso è sicuro mollare. Non è un interruttore, è un allenamento al contrario — disimparare l’allerta. E come ogni apprendimento ha bisogno di costanza, non di intensità. Non devi crollare per avere il diritto di riposare. Non devi prima svuotarti del tutto per meritarti di ricaricarti. Il riposo non viene dopo il valore: è parte del modo in cui il valore si sostiene nel tempo. Il riposo non è qualcosa che si guadagna. È qualcosa che si impara a permettersi. 🎧 Il riposo che non ti permetti è disponibile su Spotify. Se l’episodio ti lascia qualcosa, lascia una recensione a stelline su Spotify: è il gesto — piccolo per te, grande per me — che aiuta l’algoritmo a far trovare Niente Paura a chi ne ha bisogno e ancora non sa che esiste. 🤍 This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit moniaciocioni.substack.com

    9 min
  2. Quando la fiducia si rompe, il primo filtro lo installa il corpo

    4 gg fa

    Quando la fiducia si rompe, il primo filtro lo installa il corpo

    Dopo un tradimento, una rottura o una delusione profonda succede qualcosa che non decidi tu. Prima ancora di formulare un pensiero, il sistema nervoso installa un filtro. Non è una scelta, non è debolezza, non è “non averla superata”. È un meccanismo antico che fa esattamente il lavoro per cui è stato progettato: tenerti al sicuro da ciò che ti ha già ferito una volta. Il problema non è il filtro. Il problema è quando resta acceso troppo a lungo. Cosa fa davvero la rottura della fiducia al sistema nervoso La fiducia, a livello neurobiologico, è uno stato di sicurezza percepita. È la condizione in cui il tuo corpo smette di scansionare l’ambiente alla ricerca di minacce e si concede di stare. Stephen Porges, con la teoria polivagale, ha dato un nome a questo: lo stato ventro-vagale, quello in cui ci sentiamo connesse, aperte, capaci di stare in relazione senza vigilanza. Quando qualcuno tradisce la tua fiducia, il corpo registra un’informazione precisa: ciò che sembrava sicuro non lo era. E aggiorna il sistema di conseguenza. Da quel momento la soglia di allarme si abbassa. Quello che prima leggevi come normale — un messaggio che tarda ad arrivare, un tono leggermente diverso, una distanza — adesso lo leggi come segnale di pericolo. Non perché sei diventata diffidente per carattere. Perché il tuo sistema di rilevamento delle minacce, quello che Porges chiama neurocezione, ha imparato la lezione e ora la applica ovunque. È intelligenza adattiva. Il corpo non distingue tra “quella persona specifica” e “le persone in generale”. Generalizza, perché generalizzare è più veloce e, in termini di sopravvivenza, più sicuro. Meglio cento falsi allarmi che una minaccia mancata. Il prezzo lo paghi dopo. Quando la protezione diventa prigione Un filtro protettivo che resta attivo per settimane ha senso. Uno che resta attivo per anni smette di proteggerti e inizia a governarti. Il segno che la protezione è diventata prigione è questo: non stai più rispondendo a ciò che accade davvero, stai rispondendo a ciò che è già accaduto. La parete si alza prima ancora che ci sia qualcosa da cui difendersi. Chiudi prima di sapere se c’è motivo di chiudere. Interpreti l’ambiguità sempre nella stessa direzione — verso il pericolo — perché il sistema ha un’impostazione di default e non l’hai più aggiornata. Qui va fatta una distinzione che cambia tutto. Protezione sana: leggi un segnale reale nel presente e scegli come rispondere. C’è uno spazio tra lo stimolo e la reazione. Puoi dire di no, puoi prendere tempo, puoi proteggerti — ma è una decisione, non un automatismo. Chiusura automatica: il segnale parte da solo, prima del pensiero. Non c’è spazio, non c’è scelta. Reagisci al passato proiettato sul presente. E spesso te ne accorgi solo dopo, quando la persona davanti a te non era affatto la minaccia che il tuo sistema aveva già deciso che fosse. La differenza non è nel cosa fai. È nella presenza o assenza di quello spazio interno tra lo stimolo e la risposta. Quello spazio è dove vive la libertà. La prima fiducia da ricostruire non è verso gli altri Qui sta il punto che quasi tutti saltano. Dopo un tradimento, l’istinto dice: devo imparare a fidarmi di nuovo degli altri. Ma è la mossa sbagliata, o almeno fuori sequenza. Perché ciò che si è incrinato davvero, sotto il dolore per l’altra persona, è qualcosa di più scomodo: la fiducia nel tuo stesso giudizio. Il pensiero che ti tiene sveglia non è solo “lui/lei mi ha tradita”. È “come ho fatto a non vederlo”. È la frattura tra te e la tua capacità di leggere la realtà. Ed è questa che genera l’ipervigilanza: se non puoi più fidarti delle tue percezioni, allora devi controllare tutto, sempre, perché il sistema che avrebbe dovuto avvisarti ha fallito una volta. Ricostruire la fiducia negli altri mentre quella in te stessa è ancora in frantumi è come rimettere mobili in una casa con le fondamenta crepate. La sequenza corretta è l’inverso. qualcosa non va, lo sentirai — e che quando lo sentirai, ti ascolterai. Quella è la base. Tutto il resto poggia lì. E si ricostruisce in un modo solo: mantenendo piccole promesse a te stessa, ripetutamente, finché il sistema raccoglie prove nuove. Non con le affermazioni positive. Con i fatti. Dici che ti riposi e ti riposi. Dici che dici di no e dici di no. Ogni volta, il corpo registra: posso contare su di me. È lento. È l’unico modo che funziona. La compassione non è il contrario della lucidità Qui entra Kristin Neff e il suo lavoro sulla self-compassion, che viene spesso frainteso come un invito a essere morbide con se stesse al posto di essere oneste. È l’opposto. Neff distingue tre componenti, e quella che conta di più in questo contesto è la mindfulness: la capacità di stare con ciò che provi senza né reprimerlo né esserne travolta. Non “non ho paura” — falso, e il corpo lo sa. Non “sono terrorizzata e quindi devo chiudere tutto” — sovra-identificazione. Ma: “c’è paura, la riconosco, e non per questo le consegno il volante”. È questo che ricrea lo spazio tra stimolo e risposta. La compassione verso te stessa non ti rende più ingenua. Ti rende capace di sentire l’allarme senza obbedirgli ciecamente — che è esattamente la differenza tra protezione sana e chiusura automatica. E nei momenti in cui la parete si alza Quando il sistema parte e la chiusura arriva prima del pensiero, il discorso razionale serve a poco. Il corpo non si convince con le parole, si regola con i segnali. Un ancoraggio sensoriale — il respiro che rallenta, una mano sul petto, una fragranza che associ alla calma, per me la Rosa — non risolve nulla da solo, ma fa una cosa precisa: ti riporta nel presente abbastanza a lungo da ricreare quello spazio. E nello spazio, di nuovo, torna la scelta. Non si tratta di abbattere la parete. La parete ti ha protetta, le devi rispetto. Si tratta di tornare a essere tu a decidere quando si alza e quando si abbassa — invece di lasciare che lo decida una ferita di anni fa. La protezione che scegli è forza. La protezione che ti governa è prigione. Tutto il lavoro sta nel recuperare la differenza. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit moniaciocioni.substack.com

    9 min
  3. La fatica di decidere chi sei

    23 giu

    La fatica di decidere chi sei

    Né chi eri. Non ancora chi diventerai. E quel posto in mezzo — sospeso, senza nome — è una delle posizioni più scomode che esistano per il sistema nervoso. Perché il tuo sistema nervoso ama la prevedibilità. Sapere chi sei, cosa fai, dove stai andando: sono coordinate che gli dicono “sei al sicuro”. Quando l’identità entra in transizione, quelle coordinate saltano. E il corpo legge l’incertezza come minaccia — non perché stai sbagliando qualcosa, ma perché stai crescendo. La fatica che senti non è il segnale che ti sei persa. È il costo biologico di stare in uno spazio aperto invece che in una definizione chiusa. L’ACT lo chiama il sé come processo: non sei un’etichetta fissa da difendere, sei qualcosa che si muove. E l’IFS ci ricorda che, sotto tutte le parti che si agitano quando non sai più chi sei, c’è un centro che resta — il Sé. Quello non è in transizione. Quello sa stare anche quando tutto il resto cambia. In questo episodio parlo di cosa succede nel sistema nervoso quando l’identità si trasforma, e di come attraversare quel “mezzo” senza fuggire nella prima definizione rassicurante che capita. Quando ti accorgi di voler chiudere in fretta la domanda “chi sono adesso?”, fermati. Una goccia di Vetiver sui polsi, due respiri lenti, e lascia che la domanda resti aperta ancora un po’. È lì che avviene la trasformazione — non nella risposta, ma nella capacità di stare senza ancora averla. Ascolta su Spotify — link in bio. 🤍 Se l’episodio ti accompagna, lasciami una stella su Spotify: aiuta altre donne a trovarlo. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit moniaciocioni.substack.com

    7 min
  4. Il corpo che dice no

    19 giu

    Il corpo che dice no

    Il tuo corpo lo sapeva prima di te. Quella stretta allo stomaco prima di dire “sì” a qualcosa che non volevi. La spalla che si irrigidisce accanto a certe persone. Il respiro che si accorcia in una stanza in cui non ti senti al sicuro. Non sono reazioni a caso. Sono informazioni. Damasio li chiama marcatori somatici: il corpo registra ciò che è bene e ciò che è male per te molto prima che la mente trovi le parole. Decide in millisecondi, attraverso la sensazione. Poi la testa arriva e razionalizza — spesso coprendo proprio il segnale che contava. Per anni ho imparato a ignorare quei segnali. A chiamarli “esagerazione”, “ansia”, “non è niente”. Finché il corpo ha smesso di sussurrare e ha iniziato a dire no più forte. “Il corpo che dice no” non è il corpo che ti tradisce. È il corpo che ti protegge — e ti chiede di tornare ad ascoltarlo. In questo episodio parlo di come il sistema nervoso comunica i tuoi confini prima ancora che tu li pensi, e di come riconoscere quei segnali invece di metterli a tacere. Quando senti quella stretta, prova a fermarti un istante. Una goccia di Balance sui polsi, due respiri lenti, e chiediti: cosa sta cercando di dirmi questo? Ascolta su Spotify — link in bio. 🤍 Se l’episodio ti accompagna, lasciami una stella su Spotify: aiuta altre donne a trovarlo.Il This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit moniaciocioni.substack.com

    7 min

Descrizione

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