Undicesima puntata, e il filo lo dichiara Irene in chiusura senza averlo pianificato: è sempre una questione di numeri. Quelli che una macchina cambia mentre credi di fotocopiare, e quelli che una leggenda gonfia per farti stare male nel modo giusto. Danilo — comprimere vuol dire decidere cosa buttare via. Il 24 luglio 2013 David Kriesel mette una planimetria sul vetro di una Xerox, guarda il PDF e trova una stanzina da 22 metri quadri accanto a una enorme da 14. Il punto che gela: il file non era sgranato, non aveva un pixel storto, i numeri erano nitidi e allineati — erano solo i numeri di un'altra stanza. Per arrivarci si passa da cosa significa comprimere: banana diventa ba2na, capopopolo diventa catrepolo. L'MP3 non è un modello della musica, è un modello dei tuoi difetti: due suoni vicini e il più debole sparisce, un botto e per qualche millesimo sei sordo, sopra i 16 kHz dopo i quarant'anni non c'è più niente da salvare. Brandenburg lo mise a punto su Tom's Diner di Suzanne Vega, perché una voce a cappella non lascia niente in cui nascondersi. Il JPEG nasce da una trasformata bocciata a Nasir Ahmed nel 1972 perché troppo semplice, e lavora a onde: per questo massacra i cieli, non può toccare gli spigoli, e sul testo scansionato è la cosa sbagliata. Da lì JBIG2, che i caratteri uguali invece di ridisegnarli li ricolla — in una versione che si salva la differenza, e in una che se ne frega. Xerox aveva la seconda. Otto anni, centinaia di migliaia di macchine, un buco documentale in cui nessuno saprà mai cosa c'era scritto sul foglio. Coda cattiva: dentro quello stesso decompressore NSO ci ha costruito un computer, e l'iPhone si apriva senza che toccassi niente. Oggi la macchina non toglie più: aggiunge. Un ritratto pixelato di Obama che torna bianco, e trenta ore di carcere per Robert Williams — perché a un algoritmo hanno chiesto di leggere un'informazione già buttata via, e lui, che non sa dire "non lo so", se l'è inventata. Irene — la contessa che era solo stronza. Elisabeth Báthory, alta nobiltà ungherese di fine Cinquecento, sposata a quindici anni, amministra da sola castelli, terre e decime. La leggenda la conosci: la goccia di sangue che le ringiovanisce la pelle, i bagni di sangue, la vergine di ferro, seicentocinquanta ragazze. I verbali dicono altro, e stanno ancora nell'archivio ungherese: trecentodiciassette persone interrogate, quasi nessuna testimone diretta, e il numero seicentocinquanta arrivato da uno che l'aveva sentito dire da uno che l'aveva letto in un libro mai prodotto in tribunale. La stima seria è trenta o quaranta — che non è un'assoluzione, perché quello che ha fatto davvero sta agli atti: mutilazioni, e ragazze tenute fuori d'inverno sui Carpazi finché non diventavano statue di ghiaccio. Lei non fu mai processata: lo furono i collaboratori, che confessarono sotto tortura e vennero uccisi subito, scaricando tutto su una strega morta due anni prima. Comoda, essendo morta. Il mostro nasce nel 1729, quando il gesuita László Turóczi inventa la goccia, la vergine di ferro e i bagni. Lei era protestante, era donna, era autonoma e amministrava un patrimonio enorme: perfetta. Una stanza da 14 metri quadri diventata 22, quaranta morte diventate seicentocinquanta. In un caso è un algoritmo che ha deciso cosa fosse trascurabile, nell'altro un gesuita con un movente. In nessuno dei due qualcuno ha sbagliato un conto. Music by Karl Casey @ White Bat Audio