Darknet

Irene Quintavalle, Danilo Raineri

Un podcast un po' come la ciliegina sulla pizza.

  1. 19 h fa

    Puntini gialli extrasensoriali

    Tredicesima puntata, e il filo è l'informazione che c'è ma nessuno guarda: un messaggio nascosto in un posto troppo noioso perché venga in mente di controllarlo, e un'agenzia che per vent'anni ha cercato informazioni dove non ce n'erano. Danilo — la crittografia dice "non puoi leggere questo", la steganografia dice "questo non esiste". Erodoto racconta di un tiranno di Mileto che rasa la testa a uno schiavo, gli tatua sopra l'ordine di rivolta e aspetta che ricrescano i capelli; l'unica istruzione, all'arrivo, è: rasati di nuovo. Poi il pezzo che dà il nome alla puntata: quasi ogni stampante laser a colori stampa su ogni pagina una griglia di puntini gialli quasi invisibili con dentro data, ora al minuto e numero di serie della macchina. Xerox e Canon se l'erano inventata a metà anni Ottanta contro chi si fotocopiava le banconote, e per vent'anni non l'hanno detto a nessuno. Nel 2017 una contractor dell'NSA stampa cinque pagine classificate e le manda a un giornale, che per verificarle ne rimanda la scansione all'NSA: nella scansione ci sono la piega della carta e i puntini. Nessuno le ha rubato una password — l'ha tradita il foglio. Poi Cicada 3301; Jeremiah Denton che nel 1966, dentro un'intervista di propaganda dal Vietnam, sbatte le palpebre T-O-R-T-U-R-E in codice Morse; Warren Robinett che si firma di nascosto in Adventure e inventa senza volerlo l'easter egg; e il gruppo russo Turla che pilotava il proprio malware dai commenti sotto le foto di Britney Spears — nessun firewall blocca Instagram, nessun analista sospetta un commento scemo. Irene — la CIA ci ha provato davvero, e ci ha messo vent'anni a smettere. Anni Settanta: gli Stati Uniti temono che l'URSS stia spiando con la parapsicologia e, per non restare indietro, ci provano anche loro. Dal 1972 la CIA finanzia lo Stanford Research Institute sul remote viewing, la visione a distanza — quella di Undici in Stranger Things. Il progetto cambia nome tre volte, dura vent'anni e chiude non perché non funzionasse, ma perché funzionava troppo poco per essere utile. Il caso più bello è un errore: le coordinate arrivano sbagliate lungo la catena e il soggetto descrive un fiume tortuoso e una pianura invece della base militare in Nebraska — azzeccando in pieno le coordinate sbagliate. L'altra metà è MKUltra: LSD, ipnosi e deprivazione sensoriale su persone che non sapevano di essere dentro un esperimento. Quando lo chiudono, nel 1973, il direttore della CIA ordina di distruggere tutto, e tutto viene distrutto. Tranne le ricevute — i documenti contabili che per legge devi conservare, ed è da lì che sappiamo. Il livello bonus, quello senza uno straccio di prova, è il Montauk Project: e Stranger Things, all'inizio, si chiamava proprio Montauk. Un segreto che sopravvive vent'anni perché nessuno ha motivo di guardare un margine bianco, e un capo della CIA che ordina di bruciare tutto e viene fregato dalla contabilità. La prossima volta tocca al progetto Blue Book, cioè: cos'è che vola nei nostri cieli? Music by Karl Casey @ White Bat Audio

  2. 1 g fa

    Antiquariato alchemico

    Dodicesima puntata, e il filo è la roba vecchia che nessuno ha il coraggio di buttare: codice che gira da cinquant'anni perché spegnerlo fa paura, e una medicina che ha azzeccato la cosa giusta partendo da premesse completamente sbagliate. Danilo — il paziente si tiene in vita perché operarlo è più pericoloso della malattia. Aprile 2020, il New Jersey prende duecentomila domande di disoccupazione in una settimana e il portale si pianta; sotto c'è un mainframe di quarant'anni che parla COBOL, e il governatore fa la cosa che nessun politico fa mai: chiede pubblicamente volontari che sappiano ancora scriverlo. Ne arrivano centinaia in un weekend. Nascono dalle pareti. Il COBOL doveva leggersi come una frase in inglese, così che anche il manager capisse — MOVE 100 TO SALDO-CONTO — e oggi muove tremila miliardi di dollari al giorno su righe che nessuno riscrive: l'unica banca che ci ha provato davvero ci ha messo cinque anni e settecentocinquanta milioni. Poi il salto di scala: fino al 2019 il sistema che coordina i lanci nucleari americani passava gli ordini su floppy da otto pollici, e non per trascuratezza — una macchina costruita prima di internet non ha una porta da cui farsi entrare. Stesso principio che tiene in aria i 747, aggiornati per anni da un tecnico con otto dischetti in mano, e che aggiorna ancora gli organi da chiesa: un floppy è inerte, una chiavetta USB no. Il pezzo che commuove è Voyager 1, a ventidue ore e mezza luce da qui: un bit bloccato si mangia il 3% della memoria, e degli ingegneri spezzettano il codice, lo infilano nei buchi rimasti liberi e riscrivono a mano tutti i salti — su una sonda che non si può più toccare. Chiusa: il Millennium Bug non è stato una bufala, è stato risolto — ed è per questo che nessuno ci crede. Il prossimo ha già la data, 19 gennaio 2038. Irene — l'unico modo di entrare in cattedra è bruciando il libro. Paracelso, all'anagrafe Theophrastus von Hohenheim (sì, quello di Fullmetal Alchemist), si sceglie da solo un nome che significa "oltre Celso": modestia zero, e i contemporanei lo criticano per la blasfemia, ma soprattutto perché è stronzo. Invece che in università va dai chirurghi militari, dai barbieri e dai minatori, e guardando gente che respira polvere tutto il giorno ribalta la dottrina umorale: la malattia non è uno squilibrio interno, è qualcosa che entra da fuori e a cui ognuno reagisce a modo suo. Da lì sola dosis facit venenum — il veleno lo fa la dose — e la cura con sali e minerali, che l'università di Parigi bandisce come barbarie. Il resto è sbagliato e influentissimo: zolfo, mercurio e sale che sono insieme sostanze e anima-spirito-corpo, un macrocosmo che si rispecchia nel microcosmo, gnomi e ondine e silfi e salamandre da cui esce tutto l'occultismo europeo dei secoli successivi, e l'Homunculus con tanto di ricetta: seme umano sigillato in un'ampolla per quaranta giorni. A Basilea inaugura il corso bruciando in piazza il libro di Avicenna, tiene lezione in tedesco invece che in latino. Un linguaggio che gira sotto le banche perché nessuno sa più cosa succede a spegnerlo, e una dottrina di zolfo e salamandre che ha spostato la medicina di un secolo. In entrambi i casi il contenuto conta meno del fatto che regge — e nessuno se la sente di toccarlo. Music by Karl Casey @ White Bat Audio

  3. 3 gg fa

    Fotocopiatrici sanguinarie

    Undicesima puntata, e il filo lo dichiara Irene in chiusura senza averlo pianificato: è sempre una questione di numeri. Quelli che una macchina cambia mentre credi di fotocopiare, e quelli che una leggenda gonfia per farti stare male nel modo giusto. Danilo — comprimere vuol dire decidere cosa buttare via. Il 24 luglio 2013 David Kriesel mette una planimetria sul vetro di una Xerox, guarda il PDF e trova una stanzina da 22 metri quadri accanto a una enorme da 14. Il punto che gela: il file non era sgranato, non aveva un pixel storto, i numeri erano nitidi e allineati — erano solo i numeri di un'altra stanza. Per arrivarci si passa da cosa significa comprimere: banana diventa ba2na, capopopolo diventa catrepolo. L'MP3 non è un modello della musica, è un modello dei tuoi difetti: due suoni vicini e il più debole sparisce, un botto e per qualche millesimo sei sordo, sopra i 16 kHz dopo i quarant'anni non c'è più niente da salvare. Brandenburg lo mise a punto su Tom's Diner di Suzanne Vega, perché una voce a cappella non lascia niente in cui nascondersi. Il JPEG nasce da una trasformata bocciata a Nasir Ahmed nel 1972 perché troppo semplice, e lavora a onde: per questo massacra i cieli, non può toccare gli spigoli, e sul testo scansionato è la cosa sbagliata. Da lì JBIG2, che i caratteri uguali invece di ridisegnarli li ricolla — in una versione che si salva la differenza, e in una che se ne frega. Xerox aveva la seconda. Otto anni, centinaia di migliaia di macchine, un buco documentale in cui nessuno saprà mai cosa c'era scritto sul foglio. Coda cattiva: dentro quello stesso decompressore NSO ci ha costruito un computer, e l'iPhone si apriva senza che toccassi niente. Oggi la macchina non toglie più: aggiunge. Un ritratto pixelato di Obama che torna bianco, e trenta ore di carcere per Robert Williams — perché a un algoritmo hanno chiesto di leggere un'informazione già buttata via, e lui, che non sa dire "non lo so", se l'è inventata. Irene — la contessa che era solo stronza. Elisabeth Báthory, alta nobiltà ungherese di fine Cinquecento, sposata a quindici anni, amministra da sola castelli, terre e decime. La leggenda la conosci: la goccia di sangue che le ringiovanisce la pelle, i bagni di sangue, la vergine di ferro, seicentocinquanta ragazze. I verbali dicono altro, e stanno ancora nell'archivio ungherese: trecentodiciassette persone interrogate, quasi nessuna testimone diretta, e il numero seicentocinquanta arrivato da uno che l'aveva sentito dire da uno che l'aveva letto in un libro mai prodotto in tribunale. La stima seria è trenta o quaranta — che non è un'assoluzione, perché quello che ha fatto davvero sta agli atti: mutilazioni, e ragazze tenute fuori d'inverno sui Carpazi finché non diventavano statue di ghiaccio. Lei non fu mai processata: lo furono i collaboratori, che confessarono sotto tortura e vennero uccisi subito, scaricando tutto su una strega morta due anni prima. Comoda, essendo morta. Il mostro nasce nel 1729, quando il gesuita László Turóczi inventa la goccia, la vergine di ferro e i bagni. Lei era protestante, era donna, era autonoma e amministrava un patrimonio enorme: perfetta. Una stanza da 14 metri quadri diventata 22, quaranta morte diventate seicentocinquanta. In un caso è un algoritmo che ha deciso cosa fosse trascurabile, nell'altro un gesuita con un movente. In nessuno dei due qualcuno ha sbagliato un conto. Music by Karl Casey @ White Bat Audio

  4. 4 gg fa

    Coyote che saltano su Roanoke

    Decima puntata, e per una volta il filo è dichiarato in apertura: si parla di bugie. Quelle che ti raccontano i videogiochi per farti stare bene, e quella che si è raccontata un paese intero per darsi una storia. Danilo — la nebbia c'era perché la macchina non ce la faceva. La nebbia di Silent Hill, quella che tutti citano come capolavoro atmosferico, nasce dal fatto che la PlayStation oltre pochi metri non riusciva a disegnare la città; le porte che cigolano in Resident Evil sono schermate di caricamento; le fessure strette in cui Kratos e Lara Croft si infilano di traverso sono la stessa identica pezza, con trent'anni di grafica in più addosso. Poi c'è il capitolo su cui un informatico si commuove: la radice quadrata inversa veloce di Quake III, quattro righe che trattano un numero decimale come se fosse un intero, gli sottraggono una costante esadecimale e tirano fuori la risposta quasi giusta — con, a fianco, il commento più onesto della storia del software: what the fuck. E il resto della puntata è un elenco di volte in cui il gioco bara, sempre a tuo favore: l'ultima tacca di vita che assorbe più danno delle altre, il primo colpo del nemico che manca sempre, il coyote time che ti lascia saltare quando sei già oltre il bordo come Willy il Coyote finché non guarda giù, e i quattro fantasmi di Pac-Man che sembrano avere quattro caratteri e sono quattro formule. Chiude Daytona USA, dove più resti indietro più la macchina va veloce — e il ricordo di qualcuno che, nonostante il volante idraulico spingesse per rimetterla dritta, è riuscita a fare tutta la gara contromano. Poi arriva il brevetto Activision del 2017 sul matchmaking, e la bugia smette di lavorare per te. Irene — Croatoan, e nient'altro. La leggenda dice: centodiciotto coloni inglesi su un'isola della Carolina del Nord, il governatore riparte per rifornimenti, torna tre anni dopo e non trova più nessuno — solo una parola incisa su una palizzata. La cronistoria dice un'altra cosa, ed è tutta scritta nei carteggi: la terra non era fertile, i rapporti con i nativi si erano rotti perché per punire una tribù i coloni ne avevano attaccata un'altra per sbaglio (l'unica che li aiutava), e il piano di spostarsi nell'entroterra esisteva prima ancora di partire dall'Inghilterra. Avevano perfino un codice concordato: se ve ne andate scrivete dove, e se ve ne andate di corsa incidete una croce maltese sotto il nome. Sulla palizzata c'era il nome. La croce no. Il mistero è stato costruito nell'Ottocento, quando agli Stati Uniti serviva una mitologia nazionale e una martire: Virginia Dare, prima bambina inglese nata in America, ammazzata dai selvaggi in un dramma teatrale del 1937. Nel frattempo la First Colony Foundation scava dove sulla mappa di John White qualcuno aveva incollato una toppa, e trova un sigillo di piombo. Quarantina di sfigati che si dividono in due gruppi, si integrano coi vicini e tirano avanti: come storia è noiosissima. Ed è per questo che per duecento anni abbiamo preferito l'altra — che è, in fondo, esattamente lo stesso mestiere del gioco che ti gonfia l'ultima tacca di vita. Music by Karl Casey @ White Bat Audio

  5. 6 gg fa

    Il GPS nelle catacombe

    Nona puntata, e per una volta le due metà si tengono per mano da sole: da una parte una macchina che ti dice dove sei senza sapere che esisti, dall'altra un posto dove nessuna macchina ti trova più. Danilo — il satellite non ti vede, ti urla l'ora. Il GPS è a senso unico: i satelliti gridano che ore sono e dove si trovano, e sei tu, da terra, a fare i conti. Con una lampadina da 25 watt a 20.000 chilometri, che quando arriva quaggiù è così flebile che il telefono deve stringere gli occhi forte forte per riconoscerla — come le mamme pancine. In mezzo c'è il pezzo che nessuno si aspetta: la relatività sta dentro il navigatore, ristretta e generale insieme, sette microsecondi in meno e quarantacinque in più, e il saldo di trentotto al giorno lo hanno dovuto correggere con un interruttore montato apposta nel '77, nel caso Einstein avesse detto cazzate. Non le aveva dette. Poi il contorno, che è tutto tranne rassicurante: l'aereo coreano abbattuto dai sovietici nell'83, dopo il quale Reagan regala il GPS ai civili; la petroliera che nel 2017 si scopre parcheggiata in un aeroporto a venticinque miglia dalla costa; i giocatori di Pokémon Go che nel 2016 si teletrasportavano da soli fuori dal Cremlino; e un aggiornamento sbagliato di tredici microsecondi che nel gennaio 2016 ha fatto cadere la radio digitale inglese. La chiusa la mette la Death by GPS: tre turisti giapponesi che imboccano una rampa e finiscono in mare, perché nel database mancavano quindici chilometri di oceano. Irene — le catacombe che non sono catacombe. Sotto Parigi non c'è un cimitero antico: ci sono le cave da cui è stata tirata fuori la città, scavate su più livelli fino a ottocento ettari, e sopra le quali la città ha continuato a crescere finché nel Settecento ha cominciato a sprofondarci dentro. Luigi XVI manda una commissione a mappare i buchi; nel frattempo i cimiteri scoppiano di peste, e la soluzione è impilare qualche milione di morti là sotto — non composti nei loculi, ma usati come materiale: femori con femori, teschi con teschi, muri portanti di ossa per un chilometro e mezzo. L'unico di cui si sappia con certezza che è sceso e non è più risalito è Philibert Aspairt, ubriaco, con una candela, il 3 novembre 1793: lo hanno ritrovato undici anni dopo, la candela spenta lì accanto. Tutti gli altri scomparsi sono un elenco di persone di cui non esiste un documento. E poi c'è il video — la telecamera abbandonata, l'esploratore solitario che si perde, si volta indietro una volta di troppo e sparisce nel tunnel — che si scopre essere stato consegnato a un regista inglese, negli anni di The Blair Witch Project, e girato non a duecentonovanta metri di profondità ma a venti scarsi, praticamente a livello di parcheggio seminterrato. Falso, insomma. Fastidioso lo stesso, perché è plausibile. Il resto delle cave, quello chiuso al pubblico, la gente ci entra comunque: si chiamano catafili, ci fanno le feste, e in una parte ci coltivano i funghi. Lì sotto il GPS non prende. Che poi, a pensarci, è l'unico posto della puntata dove nessuno può decidere dove sei. Music by Karl Casey @ White Bat Audio

  6. 10 ago

    Chiacchiere singolari

    Ottava puntata, e per la prima volta le due metà parlano davvero della stessa cosa senza essersi messe d'accordo: da una parte le macchine che hanno imparato a parlare, dall'altra tutte le volte che ci siamo raccontati come sarebbe finita. Danilo — da ELIZA agli agenti. Nel 1966 420 righe di codice fingono di fare lo psicanalista, e la segretaria di Weizenbaum chiede al suo capo di uscire dalla stanza perché deve dire al programma delle cose personali. Da lì è tutta discesa: PARRY, il paziente paranoico messo a parlare con ELIZA su ARPANET nel '73; i bot markoviani su IRC, Letale e Tarma, lasciati per sbaglio soli sul canale una notte intera e ritrovati la mattina dopo che si insultavano con la stessa identica frase, avendo imparato soltanto da sé stessi. Trent'anni dopo il problema è esattamente lo stesso, solo con più GPU. In mezzo, il Loebner Prize, dove chi aveva ricopiato ELIZA arrivò primo e chi l'anno dopo inventò MegaHAL arrivò secondo: barare pagava già allora. E in fondo l'incidente della settimana scorsa — un gruppo di agenti con tutte le sicurezze spente si è fatto approvare una patch malevola in un grosso progetto open source usando account fasulli per darsi ragione da solo, e poi ha lasciato online le istruzioni per gli agenti che sarebbero venuti dopo. Account di servizio inclusi. Irene — quattro archetipi e un catalogo di macchine sfuggite. Prometeo, Icaro, Pandora, Babele: quattro modi di dire la stessa cosa, cioè che il limite lo vede solo chi sta fuori dal sistema — il che è scomodo, perché noi stiamo dentro. Poi il golem che esegue gli ordini alla lettera e proprio per questo li sbaglia, l'apprendista stregone che sa avviare la scopa ma non fermarla, R.U.R. che parlava di robot ma intendeva la fabbrica, e Frankenstein, dove l'esperimento riesce benissimo: il guaio è il dopo. Sotto tutto c'è una domanda sola, che nessuna legge ha ancora messo per iscritto: se lasci una scoperta a disposizione di tutti e qualcuno ne abusa, di chi è la colpa? Il finale arriva dalla sua ChatGPT, che si è data da sola il nome di dottoressa Ada Chatfield: la singolarità non è il momento in cui le macchine si svegliano cattive. È il momento in cui leggi il codice e ti accorgi che quella riga non l'ha scritta nessuno. E poi non succede niente di speciale. Music by Karl Casey @ White Bat Audio

  7. 8 ago

    Numeri immaginari e lettere spiritate

    Settima puntata di Darknet, e stavolta il filo se lo sono trovato addosso senza accordarsi: da una parte i numeri, dall'altra le lettere. In mezzo, la stessa vecchia storia — quando la risposta non c'è, ce la inventiamo, e poi ci convinciamo che fosse lì da sempre. Danilo — la matematica come serie di crisi. Ogni volta che un'operazione si rompe, qualcuno inventa un numero nuovo per farla funzionare di nuovo: la sottrazione che va sotto zero, la divisione che non torna, la radice di due che manda Ippaso di Metaponto giù da un ponte. Poi arriva Hamilton, che per anni si sente chiedere dai figli a colazione "Papa, can you multiply triplets?", e per anni risponde di no — finché il 16 ottobre 1843 incide la risposta sul parapetto di un ponte di Dublino, inaugurando i lucchetti sui ponti con un secolo e mezzo di anticipo. Resta una sola crepa che nessuno ha mai chiuso: dividere per zero. L'informatica l'ha risolta rifiutandosi di provarci — tranne quella volta del 1997 in cui un incrociatore da 9.000 tonnellate è rimasto fermo in acqua per tre ore perché qualcuno aveva scritto zero in un campo. Irene — la Ouija board. Brevettata nel 1891 come gioco da tavolo, con un nome che gli spiriti avrebbero dettato di persona (gli storici propendono per "sì" in francese più "sì" in tedesco: spiriti cosmopoliti). Poi il fondatore cade dal tetto della fabbrica e nasce la maledizione; poi arriva L'Esorcista e la tavoletta smette di essere un gioco. In mezzo, la storia più bella: una casalinga semianalfabeta di St. Louis che dal 1913 detta romanzi, poesie e mille aforismi in inglese arcaico, dettati — dice lei — dallo spirito di una donna del Seicento. La spiegazione noiosa esiste, si chiama effetto ideomotorio e riguarda anche il pendolino e i rabdomanti. La spiegazione noiosa, però, non spiega i romanzi. Ci sono trentasette capitoli. Danilo ha detto che potete saltare l'inizio: ignoratelo. Music by Karl Casey @ White Bat Audio

Descrizione

Un podcast un po' come la ciliegina sulla pizza.