9 episodi

Digital Roadmaps for Ambitious Brands è il Podcast dedicato a Imprenditori e Manager che attraverso il digitale vogliono liberare tutto il potenziale del proprio brand nel mondo.

Claudio Tonti e Giovanni Ciampaglia, rispettivamente Head of Strategy e Direttore Marketing di Websolute, gruppo di agenzie Digital italiano, discutono di marketing, l’eCommerce e il digitale in modo strategico, per fare business e crescere, insieme a altri ospiti esperti.

Digital Roadmaps for Ambitious Brands - by Websolute Websolute Podcast

    • Economia
    • 5,0 • 2 valutazioni

Digital Roadmaps for Ambitious Brands è il Podcast dedicato a Imprenditori e Manager che attraverso il digitale vogliono liberare tutto il potenziale del proprio brand nel mondo.

Claudio Tonti e Giovanni Ciampaglia, rispettivamente Head of Strategy e Direttore Marketing di Websolute, gruppo di agenzie Digital italiano, discutono di marketing, l’eCommerce e il digitale in modo strategico, per fare business e crescere, insieme a altri ospiti esperti.

    Marketplace: sì o no? Con Gianluca Diegoli

    Marketplace: sì o no? Con Gianluca Diegoli

    In questa decima puntata del nostro Podcast, Giovanni Ciampaglia e Claudio Tonti danno il benvenuto a un ospite speciale: Gianluca Diegoli, fondatore del Blog [mini]marketing, manager, autore, docente e punto di riferimento per tutto il mondo del marketing in Italia.
    Tra teoria e pratica, con Gianluca si è parlato di un argomento importante: la scelta di essere presenti o meno in un marketplace. È nata così una conversazione poliedrica e interessante, che abbiamo riassunto in sei domande.

    Marketplace: devo essere un brand per esserci?
    “Ho un brand, devo essere presente su Amazon?” È da questa domanda che prende il via la conversazione. La risposta chiama a sé altre domande: quando si è davvero un brand? Tutti possono definirsi brand?
    Essere un brand significa che è possibile attrarre persone verso una property, che sia un’app o il sito. Non vuol dire auto celebrarsi ma essere, in qualche modo, riconoscibili e autorevoli per il pubblico. Capaci di innescare il movimento. 

    Su piattaforme esterne come Amazon, non essere un brand non è un problema. Perché? Perché qui le persone cercano un prodotto o la risposta a una domanda piuttosto che il marchio.

    Quali altre domande mi devo fare prima di decidere?

    In generale, la bussola per orientarsi è composta da due elementi: capire il margine che si desidera dalla vendita e avere ben chiara l’importanza che riveste per l’azienda il lifetime value (se il cliente riacquisterà e se mi interessa o conviene avere un rapporto diretto con lui).

    Quali sono i vantaggi dei marketplace?

    Attraverso un’analisi attenta è possibile raccogliere diverse informazioni utili. E anche imparare: Amazon è, infatti, un maestro nell’insegnamento della vendita online. La sua gestione delle immagini e i video, nonché la capacità di strutturare contenuti volti a persuadere sono importanti lezioni che possono aiutare il business.
    Senza dimenticare che i marketplace sono anche luoghi utili per incrementare la visibilità dell’azienda e dei prodotti.

    La domanda per il mio prodotto c’è/non c’è: cosa devo fare?
    Luoghi digitali come Amazon sono potenti motori di ricerca, spazi dove ci sono molte domande. E se c’è domanda per il mio prodotto o la mia categoria di prodotti significa che c’è spazio anche per me.
    Se la domanda è presente, la risposta è esserci, a meno che strategicamente non si decida di snobbarla. Rischiando, però, di perdere opportunità.
    Se la domanda per il prodotto che vendo non è presente, Amazon è comunque il luogo giusto dove posso crearla. Non di rado, il prodotto o la categoria vengono create in base alle domande.

    Quanto pesa l’Omnicanalità nel successo di una strategia su marketplace?

    La risposta è: tantissimo. Tutta l’azienda deve aprirsi a una visione omnicanale. E non solo: il reparto e-commerce non va strutturato separatamente e non deve avere solo obiettivi quali il ROAS, ma anche comprendere l’importanza della notorietà di marca. Un modello collaborativo omnicanale, che permette di superare quello “a comparti stagni”, aiuta ad avere obiettivi comuni e, di conseguenza, a strutturarsi strategicamente in maniera corretta.

    Quali sono i trend di marketing più interessanti in questo momento?

    Complici gli ultimi anni vissuti, ci sono segnali che le persone tendano a fidarsi di più, ad aspirare a una maggiore stabilità. Cercano la continuità, che è senza dubbio la parola chiave da considerare a livello marketing in questo momento storico.
    Per questo, il Subscription business model sta avendo notevole successo, perché è un modello vicino alle necessità del nuovo compratore. E, dunque, andrebbe attentamente considerato da ogni azienda. E tu cosa ne pensi? Se hai domande oppure vuoi condividere riflessioni commenta l'articolo oppure scrivici a podcast@websolute.it. Ti aspettiamo

    • 48 min
    Come si crea una strategia di advertising online? Con Andrea Sportillo, CEO di MOCA Interactive

    Come si crea una strategia di advertising online? Con Andrea Sportillo, CEO di MOCA Interactive

    Ottavo episodio del nostro Podcast. Si tocca un tema fondamentale: l’advertising online.

    Esploriamo questo argomento con una conversazione tra Claudio Tonti, Giovanni Ciampaglia e Andrea Sportillo, amministratore delegato di MOCA Interactive, una tra le più note agenzie in Italia in tema di performance marketing, advertising online e SEO.

    Un dialogo che approfondisce e mostra falsi miti e verità a proposito delle campagne adv digitali. E che abbiamo riassunto sotto in sette punti fondamentali.

    1) L’advertising non è (solo) una questione di budget

    Se non investo mi perdo delle opportunità? Non una domanda, ma la domanda.

    L’advertising online è ormai un passaggio obbligato per tutti: ogni brand, infatti, deve farsi vedere, ma anche essere consapevole che la pubblicità online è il “pezzo” di una torta più grande. Un buon budget, di conseguenza, non basta. E nemmeno aumentarlo può aiutare (o portare “magicamente” visitatori al sito) se non è stata strutturata una strategia globale e coerente per il marchio.

    2) L’advertising non crea, ma consolida

    Come si crea una strategia di advertising? Come si impostano le attività? Da dove si parte?
    Risposta: avendo chiaro il concetto che l’advertising non crea, ma consolida (la reputazione del brand, la strategia, il business plan). Per questo investimento e azioni vanno predisposte solo e quando ci sono le giuste fondamenta.

    3) Attenzione alla trappola del ROAS
    L’e-commerce consente misurazioni molto precise di ogni azione dell’utente. Tuttavia, spesso, chi fa e-commerce può cadere nell’errore di incastrare ogni decisione in termini di advertising in uno schema dove conta principalmente il ROAS (Return on Advertising Spend). A meno che il brand non sia molto conosciuto o non abbia già ottime e consolidate performance, ogni azienda ha bisogno di tempo per farsi notare e, di conseguenza, conquistare e fidelizzare il suo pubblico.

    4) La giusta strategia: ogni tassello al suo posto
    Il digitale, è un ecosistema molto complesso. C’è rumore, la competizione è alta e così le aspettative dei clienti. I requisiti da soddisfare sono molti e variegati. Per questo, ogni tassello deve andare al suo posto. Un ottimo prodotto, un ottimo sito (studiato per un’ottima user experience), una reputazione consolidata, microcomunicazioni curate e un piano di newsletter possono fare la differenza.

    5) Come la pandemia ha cambiato il mercato dell’advertising online
    Interpretare l’impatto della pandemia sul mercato dell’advertising online è stato complesso. Alcune aziende hanno deciso di bloccare gli investimenti e altre hanno approfittato dello spazio vuoto lasciato dagli inserzionisti. Il risultato di questi ultimi 24 mesi è che oggi si ottengono meno risultati a parità di spesa. Quindi la cura dei dettagli e la precisione nell’approccio sono elementi imprescindibili per valorizzare ogni euro investito.

    6) L’agenzia che fa advertising? È un consulente che accompagna il cliente

    L’expertise di un’agenzia può fare la differenza per un cliente? La risposta di Andrea Sportillo è affermativa. Poiché è realmente difficile che un’azienda possa internalizzare una risorsa specializzata a tempo pieno, avere un partner significa affidarsi a professionisti dalla competenza profonda.

    7) Il presente e il futuro: “content is the king”

    Al di là delle piattaforme che vanno per la maggiore, la tendenza a cui si assiste, quando si parla di player del settore, è una maggiore automatizzazione. Saper leggere, comprendere e collegare i dati è fondamentale, ma c’è un altro fattore che non può essere ignorato: la creazione del contenuto perfetto per quella determinata campagna.

    • 58 min
    Le cinque anime dell’e-commerce

    Le cinque anime dell’e-commerce

    Dopo una stimolante conversazione che ci ha permesso di capire perché “L’e-commerce non è solo e-commerce”, in questa puntata partiamo alla scoperta, in compagnia di Claudio Tonti e Giovanni Ciampaglia, delle cinque anime di questo fondamentale strumento che costruisce la marca.

    Cinque anime, cinque tipologie di strategia - non necessariamente isolate ma modulabili tra loro, cinque punti di vista differenti. Per approfondire, per capire, per farsi sorprendere dalle possibilità di questo strumento multiforme come un caleidoscopio.

    1) e-commerce come esperienza di brand

    Primo baricentro di una possibile strategia di e-commerce è considerare questo touch point come la Brand Experience Platform. L’e-commerce è, infatti, espressione massima dell’esperienza di marca e personificazione di tutte le molteplici facce del brand. Una sua perfetta sintesi.

    2) e-commerce come l’ultimo miglio del viaggio

    L’e-commerce come ultima tappa del Customer Journey prima dell’acquisto: è questa la seconda anima di questo touch point. È la trasformazione da e-commerce a info-commerce, la creazione di uno spazio digitale che offre all’utente tutte le informazioni utili (in particolare prezzo/fascia di prezzo o possibilità di personalizzare il prodotto) per attivare il percorso verso le reti di vendita. Un approccio utile soprattutto se si hanno prodotti complicati da vendere online, come, ad esempio, automobili e cucine.

    3) e-commerce come estensione del business

    Nell’e-commerce devo necessariamente vendere i miei prodotti? La risposta è no.
    Avere un e-commerce è avere a disposizione uno strumento grazie al quale è possibile sperimentare, essere creativi, aggiungere.

    4) e-commerce come club e membership

    Esclusività e scarsità: sono queste le parole che identificano la quarta anima dell’e-commerce. Qui la vendita online si lega al concetto di club, spazio riservato dove l’utente può scoprire privilegi e vantaggi, dando vita a un viaggio stuzzicante: nel Club non solo gli iscritti possono ricevere contenuti esclusivi e dialogare con esperti, ma lo spazio stesso può trasformarsi in occasione di vendita (anche cross canale). Come? Attraverso l’invito all’acquisto di prodotti in edizione limitata, l’invio di offerte esclusive (esempio pack per iscritti) o coupon.

    5) e-commerce come canale di vendita

    Ultima anima, la più conosciuta. Che richiede un lavoro attento, un team dedicato e la capacità di mettere in fila molti elementi diversi. Perché fare e-commerce vuol dire mettere in piedi una macchina oliata, perfetta.

    Tra le sfide più importanti c’è quella del Dirty Omnichannel. L’Omnicanalità è un privilegio di pochi, occorre una propria rete di vendita o negozi monomarca. Chi non possiede questi spazi fisici deve costruire meccaniche capaci di funzionare nella complessità del mondo reale.

    In conclusione

    L’e-commerce permette di raggiungere le persone, far arrivare il messaggio e stabilire relazioni che durano nel tempo. E questo apre possibilità incredibili per la crescita della marca. Cinque sono le sue anime e infinite le possibilità, qualunque sia la situazione e il contesto in cui si muove il brand. Fare e-commerce è, dunque, sempre possibile, e lo è per tutti. Ma la vera domanda è: può esistere un business che fra dieci anni ha ignorato questa evoluzione?

    E tu, vendi online? Se sì, come stai curando la tua presenza? Quali relazioni hai con i punti di vendita? Hai un club o prodotti accessori? Raccontacelo. E se hai domande o vuoi approfondire altri aspetti dell’e-commerce, siamo qui per ascoltarti!

    • 1h 2 min
    Come costruire un sito web di successo, parte 2

    Come costruire un sito web di successo, parte 2

    Con Claudio Tonti, Giovanni Ciampaglia e Nicola Bonora scopriamo tra casi di successo e ambiti da considerare, perché non esiste design senza ricerca e perché una proposta è quella giusta. Il tutto attraverso una sintesi del Podcast in sei punti chiave.

    1) Non esiste design senza ricerca

    È questo il concetto che dovrebbe guidare la progettazione di un sito web. Senza ricerca, senza pensiero, l’approccio è esecutivo, basato sul passato e sulle certezze acquisite nel tempo. Per questo il tempo del pensiero è fondamentale. Così com’è fondamentale avere un metodo.
    La creatività è unione dei puntini, trovare nuove forme utilizzando elementi preesistenti al fine di creare qualcosa di nuovo, utile e bello. E ricercare, reperire puntini, significa creare progetti che funzionano ma sono anche sostenibili.

    2) La qualità della domanda fa la differenza

    Ricerca e domanda sono collegate, e rispondere a una domanda con un’altra domanda significa innescare un processo di scoperta virtuoso, il primo passo verso un’esplorazione più approfondita. Quando si pensa o progetta un sito web si scava dialogando, e l’approccio alle domande e la qualità delle stesse possono dire molto su come lavora l’agenzia.  
    Il partner giusto è colui che fa domande e che aiuta l’azienda a raccogliersi attorno a quelle giuste. Dalle quali poi partire.

    3) Gli ambiti da indagare, le domande da fare
    Sono quattro gli ambiti di indagine principali:


    Componente aziendale.
    Utenti.
    Contenuti.
    Concorrenza.

    L’avvio dell’indagine conoscitiva, ovvero l’esercizio d’ascolto e assorbimento che poi avvia il confronto e innesca il percorso di progettazione, prende poi via da una serie di domande che, inizialmente, possono stimolare risposte narrative.


    Perché esiste l’azienda?
    Che cosa fa particolarmente bene?
    Cosa muove le persone?

    4) Da esploro ad acquisto: innescare il movimento
    Occorre avere chiaro un concetto importante: il sito web è lo spazio ideale per far muovere le persone. Da esploro a desidero, da desidero a voglio, da voglio ad acquisto. Sia la fase di ricerca sia quella progettuale servono a capire quali elementi possano aiutare il movimento. Inoltre questo percorso contamina tutti i vari touchpoint aziendali.

    5) Tre tipi di casi, tre opportunità da gestire

    Quando ci si trova a progettare un nuovo sito possono verificarsi tre situazioni:


    Caso 1: l’azienda è in grado di rispondere a ogni domanda - Allora la ricerca diventa occasione per assorbire e diventare consapevoli del suo impegno e dei suoi valori.
    Caso 2: l’azienda è in grado di rispondere solo ad alcune domande - Allora la ricerca diventa occasione per chiarire dubbi e far emergere le informazioni mancanti.
    Caso 3: l’azienda non ha le risposte - In questo caso la fase di ricerca è sì più difficile ma anche più stimolante perché è possibile costruire le risposte insieme.

    6) Una proposta è quella giusta

    Che l’azienda sia in grado o meno di rispondere a tutte le domande, la discriminante tra progetto soddisfacente o insoddisfacente per il cliente dipende dal grado di coinvolgimento del cliente stesso. Se il viaggio si fa insieme, si costruisce insieme e ai risultati si arriva insieme. Proprio per questo, alla fine di un processo progettuale ben svolto, il risultato non possono essere le dispersive (e ormai obsolete) tre proposte. Se la ricerca è stata condotta correttamente la proposta può essere solo una, quella giusta. Le tre proposte servono solo se il cliente non ha partecipato al design.

    • 56 min
    Come costruire un sito web nel modo giusto

    Come costruire un sito web nel modo giusto

    Quinto episodio per il nostro Podcast. In questa puntata Claudio Tonti e Giovanni Ciampaglia dialogano con Nicola Bonora, UX Strategist e Content Designer, confrontandosi su un tema che offre innumerevoli spunti di riflessione: cosa significa davvero costruire un sito web.

    Qual è il significato di un sito per un brand? Dove si colloca all’interno dell’ecosistema comunicativo di un’azienda? Come ci si approccia a questo tipo di progetto?

    Lo scopriamo insieme attraverso una sintesi del Podcast in cinque domande fondamentali.

    Domanda 1: Ha senso parlare di siti nel 2022?

    La risposta è sì, ha assolutamente senso.
    Ha senso a patto che il sito si innesti correttamente nell’evoluzione dei comportamenti del pubblico e sia una costruzione aderente agli obiettivi, al tipo di business e al target dell’azienda.

    Domanda 2: A cosa serve un sito?

    Se dovessimo avvalerci di una metafora sportiva, potremmo definire il sito la “casa base”, il luogo dove si segna il punto e dove avvengono scambi di valore per l’azienda. È infatti qui, proprio nel sito, che si mette a terra l’asset strategico, si raggiungono gli obiettivi prefissati.

    È dunque fondamentale, prima di iniziare ad approcciare la costruzione di un nuovo sito, valutare quanto ogni singolo obiettivo - vendita di prodotti, notorietà del brand, acquisizione contatti, rafforzamento customer care - pesi, in termini di Web Experience e in termini di contenuti. 

    Domanda 3: Cosa significa farsi la domanda giusta?

    Prima di costruire occorre progettare. Prima di progettare occorre farsi delle domande. Consapevoli, mirate, adeguate. 

    La formulazione della domanda giusta, quella vera, è tuttora una grossa sfida quando si tratta di costruire la propria identità nel web. Si tende, purtroppo, ad agire ancora dando la risposta giusta alla domanda sbagliata. Per poi stupirsi che il sito, pur tecnicamente perfetto, non riesca a far fare al brand quel salto evolutivo necessario per la sua crescita.

    Domanda 4: Come si fa la domanda giusta?

    Solo capendo meccanismi e flussi, e come il brand gestisce le relazioni nel cosiddetto “mondo reale” è possibile interpretare al meglio il mezzo web e far sì che generi valore.
    Il sito non è solo un sito, è la personificazione del brand.

    Emerge così un punto fondamentale della questione: quando si chiede un sito in realtà si sta chiedendo come cambiare modo di comunicare. E se il bisogno è cambiare, è necessario avere un partner che porti alla luce i valori aziendali, per poi trasformarli in un nuovo modo di raccontarsi. Leggibile per le persone, utile per il business.
    Capire cosa dire e come dirlo porta alla costruzione del progetto giusto. Il sito diventa conseguenza naturale. Non altro da sé ma un vero touchpoint che fa ordine e genera utilità.

    Domanda 5: Quali sono gli errori da evitare?

    1) Non vedere il sito come parte di un ecosistema.
    Quando si approccia un nuovo sito non si sta solo rifacendo quello vecchio, si sta ricreando un ecosistema. È fondamentale, dunque, considerare che la creazione dell’infrastruttura è solo uno degli investimenti da sostenere. Ci sono poi il mantenimento, le attività di brand awareness, nuovi contenuti, la promozione.

    2) Non c’è design senza ricerca.
    La componente della ricerca e dell’ascolto sono, spesso, sottovalutate. Ogni sito è unico nel suo genere perché ogni brand ha una sua personale identità. L’indagine e la raccolta delle informazioni sono assolutamente imprescindibili, il primo passo per un progetto di successo.

    3) Non si considera il concetto di evoluzione.
    Ogni nuovo sito deve aiutare l’azienda a cambiare livello, a fare un salto qualitativo.

    • 1h 1m
    Profilare, conversare, attrarre: l’approccio al Social Media Marketing

    Profilare, conversare, attrarre: l’approccio al Social Media Marketing

    L’obiettivo è ambizioso: fare chiarezza su una forma di Digital Marketing complessa, multiforme e in costante cambiamento: il Social Media Marketing.

    Come approcciarsi? Cosa comunicare? Parlare a tutti è il vero vantaggio che offrono i social media? Lo scopriamo insieme attraverso cinque keyword fondamentali che scompongono e approfondiscono il Social Media Marketing.

    KEYWORD 1: CONVERSAZIONE
    ovvero Cosa significa fare Social Media Marketing?
    Dalla loro nascita a oggi, i social media hanno cambiato più volte la loro forma, richiedendo capacità di adattamento e flessibilità a chi li approccia, ma c’è una costante che è rimasta sempre la stessa nel corso del tempo: i social media sono i luoghi dove i brand possono conversare con il proprio pubblico. La conversazione ha, ovviamente, canoni diversi dagli altri strumenti di comunicazione. È bidirezionale, e proprio grazie a questa caratteristica offre l’opportunità di portare la relazione tra marchio e pubblico a un livello impensabile prima.
    D’altronde: è più facile convincere una persona con un cartellone pubblicitario o spiegando, con accuratezza, le proprie ragioni e le proprie scelte?

    KEYWORD 2: APPROCCIO
    ovvero Che tipo di presenza posso avere sui social?
    Sono principalmente tre gli scenari che si aprono di fronte a ogni brand che desidera approcciarsi al mondo del Social Media Marketing.


    “L’approccio minimale”. In questo caso i social sono il palcoscenico dove il pubblico può trovare il racconto di cosa fa la marca.
    “La festa”. Intercetto pubblico interessante, mi intrometto nella conversazione, ascolto e intervengo. Per poi arrivare a farmi scegliere. Nel modo più spontaneo e sincero possibile.
    I social come elemento fondamentale del Media Planning. Adottare una Social Paid Strategy per cercare e trovare le persone giuste da sollecitare e creare campagne e contenuti con un alto grado di personalizzazione.

    KEYWORD 3: CONNESSIONE
    ovvero Come si inizia una conversazione? 

    Fare Social Media Marketing non è pubblicare qualsiasi cosa. E nemmeno diffondere quanti più contenuti possibile. È comunicare il messaggio giusto al momento giusto. E anche farlo arrivare al cluster giusto. Il “purché se ne parli”, che ha caratterizzato l’approccio iniziale ai social, non è più sostenibile. Sui social occorre essere rilevanti, non semplicemente presenti. I social devono diventare la perfetta espressione di una strategia più ampia. Questo significa solo una cosa: trovare gli argomenti in cui si è autorevoli e inserirsi nelle conversazioni opportune, quelle in grado di far raggiungere al brand i propri KPI.

    KEYWORD 4: VALORI
    ovvero Di cosa parlare?
    “Social Media requires souls.” Sui social occorre raccontare i valori del brand e di come quei valori sono in grado di incidere sul suo impegno quotidiano. È questa la base per un legame duraturo con il consumatore. Si tratta di una strategia che richiede tempo e lungimiranza, lunghe conversazioni e flessibilità ma che porta risultati ineguagliabili: rafforza la brand identity e fa sentire il pubblico parte di un modo di essere.

    KEYWORD 5: TARGETIZZAZIONE
    ovvero Parlare a delle nicchie: sì o no?

    I social sono il più grande strumento di targetizzazione del mondo, a patto che si comprenda bene questo loro potenziale. Concretizzano il modello del marketing su misura. Anche se si ha un prodotto che va bene per tutti, c’è la possibilità di scegliere un gruppo di persone e fidelizzarlo e, parallelamente, far crescere quel numero di “fan”. Il risultato? Una connessione pazzesca.

    • 2 min

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