Realmen 💪 tempi duri, forgiano uomini forti

Emanuele e Francesco

Nel cuore dell’uomo vive uno spirito avventuroso, sognatore, pronto a partire e a pensare in grande. Dove è andato a finire il tuo spirito autentico? REALMEN è un podcast per ritrovare la consapevolezza di cosa vuol dire essere uomini e del contributo fondamentale che possiamo dare al mondo. Un nuovo episodio ogni settimana! Per approfondire, vai su https://realmen.it Ti aspettiamo!

  1. 29 lug

    Abramo #personaggi_biblici

    Cosa succede a un uomo che si fida di Dio fino in fondo? Abramo parte a 75 anni senza sapere dove sta andando, e da lì in poi smette di scegliere per convenienza: chi è glielo dice Dio, e chi lo sa non ha più paura di perdere. Uscire dalla casa di tuo padre Abramo lascia la sua terra e la sua parentela perché ha ricevuto una chiamata, non perché in famiglia stava male: nessuna ferita da cui scappare, nessun conto da regolare. È il contrario del copia e incolla — tuo padre fa il calzolaio e fai il calzolaio, oppure fai l’esatto opposto, che è lo stesso. Chi sei lo scopri per strada, non il giorno prima di partire. L’identità te la dà Dio, non te la dai tu Fartela dare dagli uomini è più veloce: dal capo, dai clienti, da tua moglie. Regge finché quelli ci sono, e ti fa ascoltare la voce sbagliata proprio nel momento che conta. Poi il bene che aspetti tarda, e allora te lo costruisci da solo: la tua versione fatta in casa somiglia abbastanza all’originale da tenerti buono per anni, e nella storia di Abramo ha un nome, Ismaele. Quello che sei lo ricevi stando davanti a Dio, e da lì l’attesa smette di essere tempo perso. La libertà è fare delle scelte su Dio, non tenere le porte aperte Abramo lascia a Lot la prima scelta sul terreno migliore e resta in pace, perché la sua vita non dipende da quel campo. Tu chiami libertà l’avere tutte le opzioni aperte e poter cambiare idea sempre, e finisci a non riuscire più a rinunciare a niente — schiavo persino delle cose belle che hai ricevuto. Diventi pienamente te stesso quando chiudi delle porte e vai fino in fondo su una strada sola. Buon ascolto! Per entrare a far parte dei gruppi realmen

  2. 23 lug

    La parola data

    In questi ultimi vent’anni ci siamo abituati allo scialla: tenerci tutte le porte aperte, non esporci mai, rispondere «le faremo sapere» anche quando la risposta è già no. La parola data sembra roba d’altri tempi, da codice cavalleresco, eppure tocca la nostra integrità prima ancora del nostro rapporto con gli altri. La parola data parla di noi, non degli altri Essere uomini di parola nasce da dentro, non dal bisogno di compiacere gli altri o di schivare il conflitto con un «ci penso, ti faccio sapere». Gli altri restano una forma di accountability che passa attraverso ciò che promettiamo, ma la radice è la nostra integrità: è lì che sentiamo se una cosa è giusta o sbagliata. Mantenere la parola è un esercizio di verità Dare la parola non ci garantisce di essere sempre all’altezza: capita di sbagliare, di mancare un impegno, di arrivare in ritardo. Quello che conta è fare verità invece di accampare scuse, dire «mi sono sbagliato» con serenità e assumersi l’errore verbalizzandolo. Non siamo schiavi di ogni cosa che diciamo: se cambia una priorità possiamo tornare indietro, purché con chiarezza e trasparenza. Chi tiene alla parola impara a dire di no Se la parola ha davvero un peso, non la possiamo dare a tutti: un no detto con cognizione di causa vale più di un sì molle che poi non manteniamo. Prendere sul serio gli impegni ci costringe a riconoscere i nostri limiti e a costruire confini sani, invece di riempirci di promesse che non reggeremo. Il rischio è adeguarsi alla mediocrità in cui tutti parlano e straparlano senza fare quello che dicono. L’invito è il contrario: mettere le azioni dove mettiamo la bocca e recuperare questo sguardo sulla verità. Buon ascolto! Per entrare a far parte dei gruppi realmen

  3. 15 lug

    Cosa ci rimane di reale? #ai #minimalismo_digitale

    Con l’intelligenza artificiale capace di generare in pochi secondi contenuti realistici, la domanda non è più se useremo l’IA, ma cosa, alla fine, ci rimarrà di reale? Ne parliamo partendo da un weekend in montagna, dove quella domanda ce la siamo fatta sul serio, camminando. Quello che resta reale sono le persone, non i contenuti La mia previsione è che a breve il 99% dei contenuti saranno creati artificialmente: articoli, foto, video, e tanti lavori, come è già successo con la prima industrializzazione, verranno sostituiti dalle macchine. Ma camminando nel bosco al tramonto, guardando i figli che ridono, ho capito ciò che di vero e reale mi rimarrà sempre nella vita. Oggi, abbiamo il privilegio di porci queste domande e di cercare le risposte che ci portano alla Verità più profonda. La scelta è tra restare consumatori o riappropriarsi del reale Vediamo una polarizzazione tra chi resta chiuso nel consumo, nello scroll di contenuti, e chi nutre il desiderio del reale: il respiro dell’alba, il contatto con gli animali, l’odore della terra. Questo non vuol dire scappare sulle montagne e chiudersi in una vita eremitica. Significa usare la tecnologia con intenzionalità, non evitarla per principio, acquisendo consapevolezza e competenze in prima persona invece di accontentarsi dello slop medio generato da una IA. E soprattutto educarsi a vivere lunghi momenti di realtà non artificiale. Ne parliamo con tutte le contraddizioni e i compromessi che questa scelta porta con sé. Buon ascolto! Per entrare a far parte dei gruppi realmen

  4. 8 lug

    I videogiochi fanno male?

    Giocare ai videogiochi è un problema? È solo uno svago o c’è qualcosa di più? È luogo di relazioni o isolamento? Per capirci qualcosa ne parliamo con Andrea, che da quel mondo ne è uscito dopo anni da gamer incallito. Senza necessariamente demonizzare un industria da miliardi di dollari, cerchiamo di capire insieme cosa sta succedendo e quali sono i pericoli per noi stessi ed i nostri figli. Adrenalina a palla! Il videogioco online dà adrenalina, soddisfazione e relazioni senza la fatica che chiede la realtà. Andrea racconta che per restare a quel livello di concentrazione si distaccava totalmente da ciò che aveva intorno, e che una buona parte della sua adolescenza l’ha vissuta semplicemente chiuso in una stanza davanti a uno schermo. Il gioco aveva smesso di essere un gioco ed era più attraente della vita. La noia serve a crescere Per diventare bravi in uno sport o in una passione bisogna attraversare la frustrazione e la noia. I videogiochi sono costruiti perché questo non accada mai: sei sempre sul pezzo, sempre premiato. Così un bisogno reale, come la creatività o il tempo con gli altri, viene colmato da qualcosa di più facile e luccicante, e smette di essere coltivato. Quello che manca è la relazione Da bambino Andrea non chiedeva un gioco nuovo, chiedeva di passare tempo con i suoi genitori. I dispositivi vengono spesso messi in mano con le migliori intenzioni, ma finiscono per prendere il posto proprio di quella relazione. E dalle dipendenze non si esce da soli: serve qualcuno che ti metta davanti al problema e cammini con te. Più che puntare il dito contro il mondo dei videogiochi, conta accorgersi dei meccanismi che ci sono dietro, prendendosi la responsabilità di chi siamo e di cui abbiamo davvero bisogno. Come adulti invece siamo chiamati a vegliare con attenzione su chi questa consapevolezza ancora non può averla. Buon ascolto! Per entrare a far parte dei gruppi realmen

  5. 1 lug

    San Giuseppe #personaggi_biblici

    Secondo episodio della rubrica sui personaggi biblici, e per noi San Giuseppe è la figura che più di ogni altra racconta cosa significhi essere uomini e padri. Di lui i Vangeli non riportano una sola parola, eppure il suo modo di stare al mondo dice tutto. Prendendo spunto dal libro di Don Fabio Rosini, ci siamo fermati su due passaggi che ci hanno colpito nel profondo. La chiamata che chiede di perdere la propria vita Quando l’angelo dice a Giuseppe “figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria”, non lo rassicura soltanto: lo chiama dentro un progetto più grande di lui, ricordandogli la sua stirpe regale nascosta. A un certo punto quella stessa voce bussa alla porta di ogni uomo e gli chiede di non avere paura di perdere la propria indipendenza, la propria libertà, i propri piani. Diventare uomini è proprio questo: accettare di donare la vita per qualcosa che ci supera, perché è attraverso quella perdita che entriamo nel progetto di Dio. Essere padri è custodire una vita che non ci appartiene Maria accoglie Dio dentro di sé; Giuseppe è chiamato ad accogliere e proteggere il progetto di Dio che vive in un’altra persona. L’angelo non gli dice “prendi tuo figlio”, ma “prendi con te il bambino e sua madre”: Giuseppe affianca, provvede e protegge qualcosa che non è suo e di cui si fa comunque pienamente carico. La missione di un padre non è primeggiare o scalare la montagna, ma mettersi al servizio perché un’altra vita possa fiorire — ed è per questo che una società che pensa solo a emergere si ritrova così povera di padri. L’autorità che nasce dal silenzio e dall’obbedienza Giuseppe non pronuncia una parola in tutto il Vangelo: ascolta e agisce. Il verbo che lo descrive è “destatosi”, si alza nella notte e fa quello che deve, senza discutere e senza clamore. È il contrario della passività, che è il vero peccato dell’uomo: proprio nella sua piccolezza e nella sua obbedienza Giuseppe diventa il canale attraverso cui si compiono le profezie e viene custodita la salvezza. Sono poche cose, ma pesano. Se le lasciamo entrare davvero e proviamo a pregare questi passi, hanno molto da insegnarci sull’uomo che vogliamo diventare. Se senti che è il momento di camminare sulla tua mascolinità insieme ad altri uomini, nei gruppi realmen lo facciamo ogni settimana. Buon ascolto! Per entrare a far parte dei gruppi realmen

  6. 24 giu

    Soldi, budget e investimenti... facciamo ordine!

    Ci hanno raccontato che i soldi siano una questione di fortuna, una lotteria dietro l’angolo che prima o poi ti svolta. In questo episodio mettiamo sul tavolo l’esatto opposto: dietro chi gestisce bene il denaro c’è un’architettura neanche troppo complessa, fatta di consapevolezza e di scelte. E parte da una domanda che viene prima dei numeri, cioè chi sei e dove vuoi andare. Stare al comando conta più che guadagnare di più Pensiamo sempre che per avere di più dobbiamo guadagnare di più, ma è solo una mezza verità: anche chi riceve milioni a volte sperpera tutto, e nel nostro piccolo facciamo lo stesso. Vivere nell’abbondanza vuol dire avere ciò che ti serve e stare al comando delle tue entrate e delle tue uscite, l’opposto dell’affanno di chi mette insieme il pranzo con la cena senza più spazio mentale per la propria vita. Nel lavoro porta la tua unicità Il lavoro è uno scambio: dai la tua professionalità e il tuo tempo in cambio di uno stipendio, ed è uno scambio alla pari, dove anche il datore di lavoro ha bisogno di te. La differenza la fa l’essere una pedina non intercambiabile: chi porta la propria unicità conta davvero, mentre chi si accontenta di “avere un lavoro e basta” resta un ingranaggio, sostituibile al primo taglio di budget. Un budget per priorità, a partire da te stesso Sulle entrate hai poco controllo immediato, sulle uscite molto: per questo conviene dividere quello che entra in scatole, con un ordine chiaro fatto di prime necessità, fondo di emergenza, risparmi e investimenti, sfizi e donazioni. Il primo investimento però sei tu, la tua formazione e la tua professionalità, che rendono più di qualsiasi schema per arricchirsi in fretta. E anche pochi soldi messi da parte con costanza, negli anni, fanno una differenza enorme. Tutto questo regge se prima sai chi sei: come ricorda San Paolo, si impara a vivere nell’abbondanza e nella miseria restando centrati su qualcosa di più grande dei soldi. Se vuoi fare questo lavoro su di te insieme ad altri uomini, ti aspettiamo nei gruppi realmen. Buon ascolto! Per entrare a far parte dei gruppi realmen

  7. 10 giu

    L'arte di riposare

    Abbiamo parlato tante volte di lavoro e di burnout; in questo episodio ci siamo chiesti come si fa a entrare realmente nel riposo. Riposarsi davvero è un’arte, e l’estate, con il suo cambio di ritmi, ce ne dà l’occasione. Stare sempre sul pezzo ti fa fermare solo quando crolli La mentalità dell’efficienza riempie ogni tempo morto: ottimizzi anche la pausa, e ti fermi quando sei crollato. Così emergono i falsi riposi — lo scroll, le serie tv, i “piccoli premi” che ti concedi dopo esserti fatto in quattro — che invece di ricaricarti ti demoliscono e ti lasciano più stanco di prima. Il riposo vero è uno spazio da prendersi e da difendere Il primo passo è ascoltarsi: darsi il permesso di prendere tempo per sé, oltre la paura del giudizio e le frasi autosabotanti (“quando finirò questo progetto…”). Quello spazio va difeso e vissuto fine a se stesso, senza agganciarlo a una qualche produttività: a volte per entrarci c’è una vera battaglia da combattere, con te stesso e con gli altri. I canali di ricarica sono appuntamenti con te stesso Le uscite di energia — lavoro e famiglia — sono fisse, mentre i canali di entrata (sport, amicizie maschili, hobby, spiritualità) sono i primi che saltano. Vanno presi come appuntamenti di lavoro, compreso una routine di sonno regolare e un giorno di stacco settimanale: il riposo è rebuilding, e più ti ricarichi più sei in grado di donarti in maniera libera e presente. La sfida: fissa i momenti di ricarica come scogli in mezzo al mare e lascia che la vita ci giri intorno: è quello che proviamo a vivere anche nei gruppi realmen, tra piano di battaglia e uscita mensile. Buon ascolto! Per entrare a far parte dei gruppi realmen

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