Il Punto della Settimana

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  1. 1 g fa

    Il piccolo scisma | Il Punto della Settimana

    Non è la prima volta che la “Fraternità Sacerdotale San Pio X”, fondata da Marcel Lefebvre nel 1970, sfida l’autorità di un papa: lo aveva già fatto anche 38 anni fa, consacrando quattro vescovi, immediatamente scomunicati dal Vaticano. Tuttavia, in quella circostanza, diversamente da quanto era avvenuto in passato per altri scismi, l’atteggiamento dei vertici della Chiesa cattolica fu molto meno drastico, dando, in generale, la netta sensazione di non voler approfondire troppo il solco che la divideva dal nuovo movimento tradizionalista lefebvriano. Anzi, nel 2009, papa Ratzinger aveva addirittura revocato la scomunica. D’altra parte, si trattava di un tentativo di contestare certi principi del Concilio Vaticano II che, in fondo, aveva trovato ben pochi proseliti, restando, in definitiva, un fenomeno assolutamente marginale. E poi, in fin dei conti, la sua pretesa di continuare la celebrazione della messa in latino era già stata accolta dal pontefice tedesco, consentendo a tutti quei fedeli che avessero voluto praticare ancora quel tipo di liturgia - risalente al Messale Tridentino di Pio V del 1570 – di farlo tranquillamente. Insomma, nulla di neanche lontanamente paragonabile ai grandi scismi dei secoli andati. Viene, pertanto, adesso da domandarsi quali mai possano essere state le ragioni che hanno spinto la Fraternità a rimettere nuovamente in discussione l’autorità del pontefice romano. Tra l’altro, sul soglio di Pietro non c’è più nemmeno il determinato e coriaceo Mario Bergoglio, ma il prudente Robert Prevost che, infatti, non ha risposto subito con la scomunica per chi minacciava il primato pontificio, esortando, invece, gli insubordinati sacerdoti di Econe a considerare bene la gravità del loro atto, prima di portarlo incautamente a termine. Che significato attribuire a quello di voler consacrare altri quattro vescovi, in un momento in cui, oltre tutto, ai seguaci di Marcel Lefebvre non erano certo preclusi i loro rituali, le loro vesti talari e persino le critiche più aperte alle tesi del Concilio Vaticano II ? Forse a muovere questa sorta di quasi irrilevante ribellione è stata la stessa marginalità del movimento di Econe che ha, probabilmente, avvertito il bisogno di ritagliarsi un sia pur fuggente attimo di visibilità, come spesso capita a molte minoranze settarie. In conclusione, lo scisma lefebvriano con la sua sfida alla volontà della Chiesa cattolica di rimanere un aperto terreno di confronto sui problemi del nostro tempo, va ad inserirsi in quel confuso scenario ideologico con il quale, purtroppo, ci siamo ormai abituati a rapportarci quotidianamente. Uno scenario che, dalle dispute politiche a quelle scientifiche o religiose, pullula di minoranze che vogliono, ad ogni costo, imporre la propria “alterità”, la propria verità e la propria presunta superiorità culturale.

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  2. 28 giu

    La NATO e i suoi vincoli | Il Punto della Settimana

    Le incaute (almeno così vogliamo sperare) parole di Mark Rutte hanno offerto alle opposizioni un assist degno del Gianni Rivera dei tempi migliori, per presentare la vicenda dei 500 voli partiti da Aviano e Sigonella come la prova di un coinvolgimento italiano nella guerra contro l’Iran. Cerchiamo allora di fare allora un minimo di chiarezza. Come è noto, sono numerose le basi militari - collocate sul nostro territorio - ad ospitare forze armate statunitensi (o anche di altri Paesi NATO), sia in pianta stabile, che in occasione di particolari manovre concordate in seno all’Alleanza Atlantica. E stiamo parlando non soltanto di forze terrestri, navali ed aeree, ma anche di svariate istallazioni tecniche destinate alle comunicazioni, al controllo dello spazio aereo o delle zone di frontiera. Di regola, tutto quanto avvenga in questi ambiti è - salvo casi davvero straordinari, se non addirittura inimmaginabili - controllato dallo Stato Italiano, attraverso le sue Forze Armate, le sue Forze dell’Ordine ed i suoi Servizi di Intelligence. Il loro impegno, come si può ben immaginare, è particolarmente intenso, dal momento che tutte le attività che si svolgono senza sosta in queste basi, sono, in definitiva, proprio quelle che contribuiscono ad assicurare la costante difesa di ogni Paese che aderisca all’Alleanza. Ed a questo proposito, può anche capitare che, in situazioni particolari – proprio come quella che ha appena visto un massiccio impiego di forze statunitensi nel Golfo - emergano esigenze specifiche a livello di logistica, di rifornimenti o di spostamenti rapidi di personale: esigenze che, ultimamente, hanno, appunto, richiesto una intensificazione delle attività americane nelle basi in questione. Il tutto però, avviene sempre sotto controllo italiano. In questi casi, vige, infatti, stabilmente una distinzione netta tra missioni di combattimento e missioni di altra natura tecnica. Pertanto, come del resto già successo in passato, l’Italia, sul conflitto iraniano, ha negato l’uso delle sue basi per missioni di combattimento, mentre ha consentito tutte quelle di carattere tecnico e logistico. In sostanza, nessun aereo statunitense è decollato da basi italiane per andare a bombardare l’Iran o altri obiettivi nell’area, mentre non pochi hanno, invece, fatto scalo in Italia prima di raggiungere altre postazioni situate nelle zone di guerra. Poi, ovviamente, come siano stati utilizzati una volta giunti in Medio Oriente, non può più essere un problema di competenza anche italiana. Dobbiamo, quindi, essere chiari ed evitare di nasconderci dietro ipocriti e poco credibili esercizi di ambiguità politica, poiché partecipare ad una alleanza militare come la Nato, comporta pure il dovere di contribuire sempre al mantenimento di un alto livello di capacità operativa delle forze militari: e non solo in Italia, ma ovunque queste stiano agendo. Di conseguenza, il solo pensare di potersi furbescamente sottrarre a determinati compiti, vorrebbe già dire che, in pratica, si è deciso di uscire dalla cooperazione militare. In altre parole, sebbene le distinzioni politiche all’interno della NATO restino – ed oggi in particolar modo – assolutamente legittime e giustificate, non debbono, comunque, mai spingersi fino al punto di mettere in discussione i vincoli di solidarietà tra alleati. Altrimenti, meglio illudersi di poter fare da soli e non lamentarsi quando poi si prova, sul serio, l’effetto che fa la zannata dell’orso sulla nostra pelle.

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  3. 21 giu

    Per “vincere” così, meglio perdere

    Ci pare che i 14 punti di intesa, che sono stati sottoscritti dagli Iraniani e dai “trumpiani”, costituiscano una bizzarra (quanto assurda) dimostrazione di come una indiscutibile vittoria militare possa trasformarsi in una imbarazzante sconfitta e di come, invece, una sonora batosta sul campo di battaglia possa sorprendentemente prendere le forme di autentico successo sul piano politico e strategico. Non ci risulta, infatti, per niente facile capire cosa abbia mai indotto gli Stati Uniti a compromettere, in modo così autolesionistico, l’esito finale di un conflitto che, in realtà, avevano avuto in mano fin dalle primissime ore: quelle cioè, in cui tutta la leadership iraniana era stata, in un sol colpo, cancellata e spazzata via, unitamente alla sua marina, alla sua aviazione ed a una buona parte di quelle infrastrutture missilistiche (e, probabilmente, anche nucleari) che, alla repubblica islamica, erano costati decenni di sacrifici inauditi. Ammirevole, invece, la maestria scacchistica con la quale Teheran ha saputo rimodellare un’autentica catastrofe militare ed istituzionale, dandole abilmente i connotati di una trattativa diplomatica da condursi in condizioni di “pari dignità”. E’, infatti, pressoché innegabile che, chiudendo lo Stretto di Hormuz, l’Iran abbia costretto il mondo intero a riconoscergli una capacità di interdizione (o, se volete, di ricatto) che ha rivalutato enormemente il peso specifico di uno Stato che, fino a ieri, era certamente tra i più emarginati del Pianeta. Il Paese islamico si è, dunque, imposto, da un giorno all’altro, come il pericolosissimo ed imprescindibile “custode” di una via navigabile, attraverso la quale transita circa un quinto del petrolio mondiale. Così, se la sconfitta militare è stata praticamente totale, la solidità politica del regime è, al momento, tutt’altro che sul punto di crollare. Certo, la versione che la Casa Bianca ci dà di questa storia è di ben altra natura: e lo abbiamo sentito ripetere, fino allo sfinimento, per la durata di tutto il G7. Tuttavia, la verità è, invece, quella che gli Stati Uniti non si sono rivelati in grado di portare a termine le proprie azioni iniziali. Impossibile, ad esempio, negare che gli attacchi iraniani contro gli Stati del Golfo si siano, impunemente, verificati nonostante la presenza delle forze americane nella regione, dimostrando che la garanzia di sicurezza a stelle e strisce non era poi così efficace nel contrastarli. L’Iran ha, infatti, ripetutamente preso di mira tutte le sei monarchie del Golfo, senza farsi alcuno scrupolo nel coinvolgere infrastrutture energetiche, aeroporti civili e quartieri residenziali, persino durante il periodo in cui vigeva il cessate il fuoco. Valga a conferma della mancanza di affidabilità statunitense cui ci stiamo riferendo, anche il commento che lo stesso Donald Trump ha ritenuto di poter fare, definendo, lo scorso 3 giugno, “una cosa di poco conto” l’attacco missilistico che i pasdaran avevano appena sferrato sul principale aeroporto del Kuwait. Nessuna meraviglia, quindi, se gli stessi Stati del Golfo abbiano, a questo punto, tratto la conclusione che la protezione di Washington - su cui si fondavano le loro certezze – una volta messa seriamente alla prova, si sia purtroppo rivelata non pienamente all’altezza della situazione. E da questo genere di considerazioni, è, dunque, sorta anche la loro esigenza di diversificare le proprie fonti di assistenza bellica, che, non a caso, adesso hanno cominciato ad estendersi pure al Pakistan, alla Turchia, all’Egitto, se non addirittura alla Cina… Gli Stati del Golfo si stanno così preparando (e forse anche rassegnando) ad uno scenario in cui il controllo di Teheran sullo Stretto diventerà una sgraditissima regola permanente da accettare, piuttosto che una temporanea anomalia da correggere in tempi rapidi. Uno scenario in cui, rebus sic stantibus, Washington reciterà magari ancora una parte importante, ma che non sarà, comunque, più quella del protagonista assoluto. La guerra sembra, pertanto, avere prodotto l’esatto contrario rispetto a quelle che erano le aspettative americane prima del 28 febbraio: visto che il regime iraniano ne è uscito militarmente distrutto, ma politicamente addirittura potenziato, essendosi finalmente guadagnato quei galloni di potenza regionale universalmente riconosciuta, dopo 47 anni di fideistica attesa. Al contrario, gli Stati Uniti hanno, invece, ancora una volta confermato di poter vincere qualsiasi conflitto armato, ma di non sapere poi tradurre il successo militare in un qualche cosa di concretamente positivo per i propri interessi.

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  4. 14 giu

    I Mondiali dell’era MAGA | Il Punto della Settimana

    E pensare che quando, otto anni fa, la FIFA aveva assegnato i Mondiali del 2026 a Stati Uniti, Messico e Canada, i tre Paesi ospitanti si erano impegnati a garantire “procedure di ingresso semplificate e non discriminatorie” per atleti, accompagnatori, arbitri e tifosi muniti di biglietto... Già, però, a quel tempo, difficilmente qualcuno avrebbe potuto immaginare che l’avvento, a Washington, di una nuova Amministrazione avrebbe finito per rimettere in discussione un po’ troppe cose: sino al punto di affermare che le sue normative sulla sicurezza nazionale e sull’immigrazione avrebbero avuto una priorità assoluta anche rispetto a qualsiasi richiesta fosse stata, eventualmente, avanzata dalla Federazione Internazionale del calcio. Di conseguenza, sono stati imposti divieti di ingresso (o restrizioni) a carico dei tifosi di ben 39 Paesi, mentre la sicurezza negli stadi è stata affidata a quella agenzia “ICE”, la cui inquietante notorietà, a livello globale, non è certo legata ad un uso abituale del “guanto di velluto”... C’è poi anche una lista di Stati, i cui cittadini, per ottenere un visto che consenta loro l’accesso ai campi da gioco, dovranno versare una cauzione che varia tra i 5mila ed i 15mila dollari. E con questo clima di accoglienza tutt’altro che caloroso, sono, fin da subito, venuti a contatto anche alcuni addetti ai lavori come l’arbitro somalo, Omar Artan, fermato all’aeroporto di Miami (e poi rispedito in patria) per un caso di omonimia, allegramente scambiato per un presunto “legame con organizzazioni terroristiche”... Oppure come l’ex pallone d’oro, Fabio Cannavaro – oggi commissario tecnico dell’Uzbekistan – che ha rischiato, tragicomicamente, di finire dentro per sospetto traffico di sostanze stupefacenti… E se “il buongiorno si vede dal mattino”, prepariamoci pure ad assistere ad un mese durante il quale lo spettacolo extra calcistico - in quanto a clamore - potrebbe persino superare quello più propriamente sportivo che invece, in condizioni di normalità, dovrebbe essere, di gran lunga, il più coinvolgente.

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  5. 7 giu

    “Scherzi a parte” di cattivo gusto | Il Punto della Settimana

    Non abbiamo mai provato alcuna simpatia per la persona in questione, né per i personaggi che la coinvolsero nelle sue precedenti vicende giudiziarie: tuttavia riflettendo sul linciaggio mediatico al quale è stata, recentemente, sottoposta Nicole Minetti, non possiamo fare a meno di chiederci a quali infimi livelli sia scaduto il dibattito pubblico in questo nostro “travagliato” Paese, divenuto – ormai evidentemente - un luogo in cui chiunque può sparare la notizia più strampalata che gli venga in mente, contando sul “fatto” che tanto – prima che ne sia accertata l’infondatezza – ne risulteranno, comunque, ampiamente influenzate le opinioni pubbliche e magari anche sconvolte delle esistenze private. La Procura generale di Milano ha, infatti, appena chiarito che gli elementi di cronaca riportati da un quotidiano e da un paio di trasmissioni televisive “non corrispondono al vero e non non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito”. Ricordiamo, brevemente, che la Minetti aveva ottenuto la grazia il 18 febbraio 2026 - con il parere favorevole del Procuratore generale della Corte d’Appello e del ministro Nordio - per gravi motivi umanitari legati alle condizioni di salute del figlio minore adottato. Poco tempo dopo, era però arrivato il primo articolo di un quotidiano che, giorno dopo giorno, ha poi costruito, un castello di carte accusatorio, fondato sulle dichiarazioni di una estetista uruguaiana la quale - raccontando di festini alla “sesso, droga and rock and roll” che si sarebbero svolti abitualmente nella residenza sud americana dell’imprenditore veneziano, Giuseppe Cipriani (attuale compagno della Minetti) - avrebbe dimostrato che, in realtà, lo stile di vita della ex collaboratrice di Berlusconi non era affatto mutato, rispetto a quello che lei conduceva ai bei tempi allegri del “bunga bunga”. Logico, a questo punto, l’allarme squillato al Quirinale, dove si è giustamente temuto di essere caduti in una trappola (o, comunque, in un errore istituzionalmente imperdonabile) e da dove, di conseguenza, è partita un’immediata richiesta al povero (ed incolpevole) Nordio, affinché acquisisse “con urgenza” informazioni sulla “supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”. Bene, adesso l’esito delle verifiche supplementari – che hanno coinvolto persino l’Interpol e le magistrature di Uruguay e Spagna – è finalmente arrivato per smentire tutte le affermazioni sui festini e per confermare la piena regolarità nell’adozione del bambino, nonché l’assenza di una qualsiasi pendenza giudiziaria a carico della Minetti all’estero. Quindi, una bolla di sapone, una brutta puntata di “scherzi a parte”, che però ha rischiato di nuocere seriamente non solo alla dignità di alcune persone, ma anche alla credibilità delle massime istituzioni dello Stato. Purtroppo, anche se il meccanismo è antico e quindi ben conosciuto, continua a funzionare piuttosto bene: si pubblica un’accusa, la politica entra in subbuglio e poi la smentita arriva quando il danno ormai è già stato fatto… Pertanto, non illudiamoci: ci sarà ancora una prossima volta, con le sue ennesime presunzioni di verità, cui seguiranno - con il solito colpevole ritardo - le relative e neanche troppo imbarazzate smentite.

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  6. 31 mag

    Niente Roma Pride | Il Punto della Settimana

    Niente Pride, quindi, per le associazioni che rappresentano le comunità Lgbtqia ebraiche italiane ed europee. Il prossimo 20 giugno, la tradizionale sfilata romana dei carri che festeggiano l’inclusività sessuale, risulterà, infatti, un po’ meno inclusiva, almeno riguardo alla partecipazione del Keshet Italia: gruppo che si compone, appunto, di elementi di religione o, comunque, di cultura israelita, rei – secondo gli organizzatori del Roma Pride – di non “avere preso e non intendere prendere le distanze dal genocidio a Gaza”. A questa argomentazione, i membri del Keshet controbattono, sostenendo che, in realtà, l’unica vera loro colpa sarebbe quella di essere ebrei e parlano di un antisemitismo “mascherato da posizionamento politico che rimane, comunque, antisemitismo”. Sulla questione è prontamente intervenuta l’ex parlamentare del PD, Anna Paola Concia, da sempre paladina dei diritti delle minoranze sessuali, la quale si è detta contrariata dinanzi a questo tipo di discriminazione, poiché – ha ricordato - “Il Roma Pride non è di proprietà di nessuno” ed era anzi “una manifestazione inclusiva che oggi discrimina perdendo la sua natura”. Ed in effetti, questa sorta di “esame di ammissione”, di controllo della correttezza politica o della verginità culturale che viene ormai, sempre più frequentemente, richiesto ai nostri connazionali ebrei ogni volta che desiderano fare o dire qualcosa, infastidisce notevolmente pure noi. Anche perché, francamente, ci pare che questa pratica non venga applicata a nessun’altra categoria di cittadini italiani o stranieri presenti nel nostro Paese, ai quali non si chiede, infatti, mai di rendere conto di eventuali nefandezze commesse dai loro governi. Tra l’altro - a voler anche essere minimamente obbiettivi - chi si occupa di Roma Pride dovrebbe ben sapere che è proprio Israele l’unico Stato mediorientale in cui essere gay non è reato... Insomma, se chi – come noi – è nato a Genova ed è stato regolarmente battezzato, decide di salire sul carro che rappresenta la Liguria, lo farà liberamente senza che a nessuno, prima di lasciarlo accomodare, venga in mente di domandargli cosa ne pensi di Gaza, di Flottiglia o di Hamas. Invece, dagli ebrei italiani – percepiti ancora, evidentemente, come un corpo estraneo al resto della società – si continuano a pretendere abiure e prove di lealtà, esattamente come succedeva ai tempi bui della caccia all’untore.

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  7. 24 mag

    Un Paese irriconoscibile | Il Punto della Settimana

    Secondo i sondaggi israeliani più recenti, il partito di Ben Gvir, alle prossime elezioni politiche, dovrebbe raccogliere da sei agli otto seggi che, per la sopravvivenza politica (ma anche giudiziaria) di Benjamin Netanyahu, assumono un’importanza potenzialmente decisiva. Al momento, infatti, secondo le indagini demoscopiche, l’attuale maggioranza di governo viene accreditata di 51 seggi, rispetto ai 56 delle varie opposizioni, la cui coesione andrebbe, comunque, assolutamente verificata. Questo significa che nessuno dei due eventuali schieramenti contrapposti potrebbe, oggi, ottenere quei 61 seggi che, da sempre, sono necessari per formare una sia pur risicata maggioranza in un parlamento come la Knesset che si compone, appunto, di 120 membri. Ecco perché anche i voti della destra messianico/religiosa – per quanto impresentabili o imbarazzanti possano essere – diventano ossigeno indispensabile per l’uomo che, sebbene a fasi alterne, governa Israele addirittura dal 1996. Naturalmente, non possiamo entrare nella testa di Netanyahu, ma considerato il pragmatismo – spesso magari anche duro o spietato – che ha sempre caratterizzato la su azione di governo, ci viene da immaginare un suo ovviamente oggi inesprimibile, ma, comunque, profondo fastidio nei confronti di certe sparate di alcuni suoi ministri che, probabilmente, se potesse, chiuderebbe in una gabbia, gettando via la chiave. Però, come si è detto, non può e deve, quindi, barcamenarsi tra una timida presa di distanza dalla vergognosa esibizione di Ben Gvir dell’altro giorno ed una sostanziale adesione ad ogni istanza portata avanti dalle componenti più intolleranti ed integraliste presenti in un Paese che, almeno fino a ieri, noi eravamo soliti definire come “l’unico faro di democrazia in Medio Oriente”. Ed a questo proposito, ben si comprende il netto dissenso, espresso dalle comunità ebraiche europee, in merito alle irresponsabili provocazioni di Ben-Gvir, nel più che fondato timore che queste possano contribuire, in maniera determinante, al superamento definitivo di quell’ormai sottilissimo confine che dovrebbe ancora separare la critica legittima alla politica di Gerusalemme dal vero e proprio antisemitismo. Un fenomeno che ormai sta dilagando - senza freni, senza ritegno e senza memoria - in ogni ambito delle società europee, rendendo sempre più difficile distinguere tra quello che è il conflitto politico e quello che è l’odio razziale. E pensare che Israele aveva, almeno formalmente, raccolto un vasto – quanto da noi inaspettato – patrimonio di solidarietà internazionale dopo la tragedia del 7 ottobre. Purtroppo, lo ha gradualmente sprecato: sia con l’incontrollata violenza esercitata su Gaza, che con alcune svolte politiche che ci portano adesso a domandarci dove sia finito il Paese che - prima a Camp David nel 2000 e poi ancora nel 2008 – offrì, rispettivamente ad Arafat e ad Abu Mazen, praticamente tutto quello che i due rais potessero desiderare, in cambio della sola pace. Naturalmente, sul mai chiarito rifiuto opposto dai due leadres arabi in entrambe le circostanze, l’interesse di politici, storici e commentatori continua ad essere pressochè pari a zero...ma di questo è inutile parlare.

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  8. 17 mag

    Perplessità su Bruxelles | Il Punto della Settimana

    Non osiamo quasi immaginare gli ulteriori danni energetici che imprese e famiglie subirebbero se la crisi del Golfo dovesse protrarsi ancora a lungo. Infatti, al di là di ogni velleitaria narrazione green, il petrolio ed il gas continuano ad essere risorse indispensabili per il funzionamento delle economie globali e, pertanto, una riduzione dei loro volumi disponibili non potrebbe che incidere pesantemente sui nostri costi di produzione e poi, di conseguenza, anche sui prezzi al consumo. E purtroppo - come ci hanno ormai spiegato, fin troppo bene, analisti ed esperti di ogni continente - tra il 15 ed il 20% del petrolio mondiale consumato transitava normalmente da Hormuz. Per il gas poi, il disagio si è fatto persino più opprimente, poiché una quota (oscillante tra il 20 e il 25%) del gas naturale liquefatto che si consumava a livello planetario, proveniva proprio dal Qatar. Inoltre, se anche, improvvisamente, i pasdaran si trasformassero in miti fraticelli di Assisi e Donald Trump assumesse le fattezze del Mahtma Gandhi, la crisi sarebbe, comunque, destinata a perdurare ancora per molto tempo, dal momento che quella di ripristinare l’ordinario funzionamento delle catene logistiche e degli impianti rimasti danneggiati dai missili iraniani non sarà certo una faccenda che si risolve in pochi minuti. Ed a questo proposito, basta considerare che le stime per il recupero della più importante struttura mondiale di liquefazione – e cioè, quella di Ras Laffan – ci parlano di interventi che potrebbero richiedere dai 4 ai 5 anni di lavoro... E il gas – inutile ricordarlo – se rappresenta una risorsa strategica per l’Europa intera, lo è poi, in maniera particolare, per l’Italia, visto che, nel nostro Paese, una parte consistente dell’elettricità proviene proprio da centrali termoelettriche a gas. Centrali i cui costi sono, tra l’altro, anche aggravati - nell’Unione Europea - dal pagamento delle quote di CO2 che, attualmente, incidono per quasi 30 Euro a megawattora. Per questo motivo, ci sorprende non poco il fatto che, nonostante il momento che le economie comunitarie stanno vivendo, la Commissione UE – almeno fino ad oggi – si sia opposta all’idea di sospendere, sia pure per qualche mese, questa forma di tassa carbonica, così onerosa rispetto al costo dell’elettricità. Bruxelles sta, invece, dando l’impressione di muoversi come se quella che è un’autentica emergenza energetica fosse, in realtà, solo il frutto della fantasia di qualche ossessionato menagramo. Solo così, riusciamo, infatti, a spiegarci il suo rifiuto di consentire agli Stati membri di derogare – come, ad esempio, proposto anche dall’Italia - al patto di stabilità per poter meglio sostenere, in questa fase, sia le famiglie, che le imprese europee. Pertanto, di fronte a tali rigidità (per non dire ottusità), gli spazi a disposizione dei governi – specialmente quelli maggiormente indebitati - non possono che ridursi a ben poca cosa: come, del resto, dimostrano gli interventi temporanei sulle accise di benzina e gasolio che, in definitiva - oltre a servire come una mentina contro una polmonite - non distinguono nemmeno tra chi viaggia per necessità di lavoro o di salute e chi, invece, lo fa per divertirsi al volante della sua potentissima Ferrari...

    3 min

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