Trump sta tirando la volata a Roberto Vannacci? La domanda, questa settimana, è diventata politicamente molto meno bizzarra di quanto potesse sembrare. Dopo lo scontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump, il punto centrale riguarda lo spazio che può aprirsi a destra per una figura diversa, più utile al clima trumpiano, più compatibile con un certo immaginario conservatore, più spendibile come interlocutore alternativo dentro gli equilibri italiani. Meloni ha provato a reagire costruendo un contro-frame: dopo il colpo comunicativo dell’“ha implorato una foto”, è andata a Gemona tra gli alpini, gli applausi, la folla, le immagini di sostegno, la passeggiata trionfale. Una scena perfetta, che proprio per questo interessante. Gemona era un contesto politicamente favorevole, amministrato dal centrodestra, con Fratelli d’Italia molto forte, dentro una cornice simbolica e sociale lontanissima da una piazza ostile. La comunicazione politica funziona anche così: sceglie il luogo, seleziona l’inquadratura, isola la porzione più comoda della realtà e la trasforma nel racconto dominante. Mentre le immagini raccontavano una Meloni acclamata, i sondaggi raccontavano un centrodestra uscito ammaccato dallo scontro con Trump. È qui che Vannacci diventa un elemento politicamente interessante. Per una parte dell’elettorato di destra incarna un corpo diverso da quello di Meloni: il generale, il combattente, l’uomo della postura dura, il personaggio che comunica vittoria ancora prima di parlare. Poi quel capitale simbolico viene anche gestito malissimo sui social, con contenuti deboli, improvvisati, lontani dalla forza dell’archetipo che Vannacci vorrebbe incarnare. In questa puntata provo a mettere insieme Trump, Meloni, Vannacci, Sigonella, Gemona, i sondaggi e il grande tema del framing: il modo in cui la politica costruisce le immagini che poi noi scambiamo per realtà.