Viaggio nella Luna

Viaggio nella Luna Crew

Trasmissione Radiofonica di Cinema in onda su Radio Talpa ogni domenica dalle 10 alle 12

  1. 16/01/2025

    Il Nosferatu di Eggers divide la redazione

    Oggi i nostri Viaggiatori Lunari nell’ottava puntata della dodicesima stagione di Viaggio nella Luna si sono trovati un attimo divisi sul giudizio dopo la visione di Nosferatu di Robert Eggers al cinema. Ma andiamo a vedere più da vicino le due versioni a confronto in una tensione dialettica quasi palpabile all’interno della trasmissione. Come i secoli manzoniani l’un contro l’altro armati ecco le due recensioni. Recensione 1: di Federico Minguzzi e Thomas Filippi Robert Eggers colpisce ancora con “Nosferatu”, un’opera che trascende il genere horror per diventare un’esperienza sensoriale e viscerale. Eggers, con la maestria che lo contraddistingue, tesse una tela cinematografica di rara bellezza e inquietudine, omaggiando il classico di Murnau ma infondendogli una nuova, potente linfa vitale. Fotografia: Jarin Blaschke, già collaboratore di Eggers in “The Witch” e “The Lighthouse”, dipinge un mondo di ombre e contrasti, evocando l’atmosfera espressionista del capolavoro del 1922. Ogni inquadratura è un quadro gotico, ricco di dettagli macabri e suggestioni oniriche. La luce, elemento chiave del film, scolpisce i volti dei personaggi, accentuandone le espressioni di terrore e follia. Audio: Il sound design è immersivo e perturbante. I silenzi carichi di tensione si alternano a rumori inquietanti e sussurri agghiaccianti, creando un’atmosfera di costante suspense. Il lavoro sul suono contribuisce a rendere palpabile la presenza del male, che si insinua nell’animo dei personaggi e dello spettatore. Costumi: I costumi, curati nei minimi dettagli, trasportano lo spettatore nella Transilvania del XIX secolo. Gli abiti, logori e polverosi, contribuiscono a creare un senso di decadenza e malattia, riflettendo la corruzione morale che si cela dietro la facciata di rispettabilità della società. Musiche: Mark Korven, compositore di fiducia di Eggers, firma una colonna sonora ipnotica e disturbante. Le melodie, cupe e dissonanti, amplificano il senso di angoscia e premonizione, accompagnando lo spettatore in un viaggio negli abissi dell’orrore. Regia: La regia di Eggers è impeccabile. Con mano sicura, il regista orchestra una sinfonia di terrore, dosando sapientemente suspense, violenza e poesia. Le scene, girate con maestria, sono cariche di simbolismo e rimandi all’immaginario gotico. Eggers dimostra ancora una volta di essere un maestro del genere, capace di creare atmosfere uniche e indimenticabili. Cast: Bill Skarsgård, nei panni di Nosferatu, è semplicemente straordinario. L’attore, con una performance fisica e intensa, dà vita a un mostro terrificante e al tempo stesso tragico. Lily-Rose Depp, nel ruolo di Ellen, è eterea e magnetica, incarnando la purezza e l’innocenza che si scontrano con l’orrore. Il cast di supporto, composto da Willem Dafoe, Nicholas Hoult e Anya Taylor-Joy, offre prove convincenti e memorabili. “Nosferatu” è un film che rimane impresso nella memoria, un’opera d’arte che esplora le profondità dell’animo umano e i confini del terrore. Un capolavoro assoluto, destinato a diventare un classico del genere. Recensione 2: di Marco Belemmi Robert Eggers torna sul grande schermo con “Nosferatu”, un omaggio al classico di Murnau che si distingue per la cura formale e la fedeltà all’estetica espressionista. Il film è indubbiamente ben fatto, ma lascia con la sensazione di essere un esercizio di stile, un’opera che riproduce con precisione l’atmosfera del capolavoro del 1922 senza però infondervi una nuova linfa vitale. Eggers, pur dimostrando una grande padronanza del linguaggio cinematografico, sembra limitarsi a ricalcare le orme di Murnau, senza osare nuove interpretazioni o approfondimenti tematici. La fotografia, le scenografie, i costumi e le musiche sono impeccabili, ma contribuiscono a creare un’atmosfera fredda e distante, quasi museale. Il film, pur essendo tecnicamente ineccepibile, manca di quella forza emotiva e di quella capacità di coinvolgere lo spettatore che hanno reso grande l’originale. La storia, pur nota, viene raccontata con un ritmo lento e compassato, che rischia di annoiare lo spettatore moderno. “Nosferatu” è un film che si ammira per la sua bellezza formale e per la fedeltà all’originale, ma che difficilmente lascerà un segno profondo nello spettatore. Un’opera che, pur essendo ben fatta, manca di quella scintilla di originalità e di quella passione che avrebbero potuto trasformarla in un vero capolavoro. Addio David… Nella puntata troverete anche tanto altro come il saluto iniziale al grande David Lynch che ci ha lasciato oggi e di cui sentiremo tremenda la mancanza… Ma anche le serie tv consigliate, il classico da rispolverare del Checco (Il Mio Nome è Nessuno di Tonino Valerii, 1973) e l’ineffabile domanda del Filippi. Non perdetevi il podcast dunque!

    2 h 3 min
  2. 05/12/2024

    La stanza accanto non è mai stata così vuota

    Bentornato alla settima puntata della dodicesima stagione di Viaggio nella Luna, una trasmissione radiofonica di cinema, e incidentalmente anche un podcast, che vi terrà divanamente incollati (since 2013). E fin qui le certezze, direte voi, fedeli radio-espettatori. Ma questa puntata si caratterizza per la cocente delusione patita da Marco, fervente ammiratore di Pedro Almodóvar, che si ritrova a parlare del lavoro del regista spagnolo in termini non così entusiastici come vorrebbe. Ma andiamo per ordine. La Stanza Accanto, l’ultimo lavoro di Pedro Almodóvar, è arrivato nelle sale come un evento cinematografico, forte di un cast stellare e della firma di un regista che ha fatto la storia del cinema spagnolo. Tilda Swinton e Julianne Moore, due giganti della recitazione, si confrontano in un dramma intimo e intenso, ma… e qui arriva il “ma” – la stanza accanto, a mio avviso, si rivela una stanza piuttosto vuota. Un involucro elegante e raffinato, certo, ma privo di quella sostanza, di quella complessità narrativa che ci si aspetterebbe da un regista del calibro di Almodóvar. Il film racconta la storia di Martha e Ingrid, due amiche di vecchia data che si ritrovano dopo anni di lontananza. Martha, interpretata da una straordinaria Tilda Swinton, è una reporter di guerra segnata da un profondo dolore, mentre Ingrid, a cui Julianne Moore dona la sua consueta intensità, è una scrittrice di successo che ha trovato rifugio in una tranquilla casa di campagna. Il loro incontro riapre vecchie ferite, fa riaffiorare ricordi dolorosi, mette a nudo le fragilità di due donne che hanno scelto strade diverse per affrontare il dolore e la perdita. Fin qui, tutto bene. Il problema, a mio avviso, è che Almodóvar si concentra quasi esclusivamente sulle performance delle due attrici, costruendo un film che sembra un palcoscenico teatrale su cui Swinton e Moore possono dare sfoggio del loro immenso talento. E lo fanno magistralmente, intendiamoci. I loro sguardi, i loro silenzi, le loro esplosioni di rabbia e dolore sono di una potenza espressiva straordinaria. Ma intorno a loro? Cosa resta? La sceneggiatura, ispirata al romanzo “Attraverso la vita” di Sigrid Nunez, appare fragile, quasi scheletrica. I dialoghi, pur ben scritti, non riescono a scavare in profondità nella psicologia dei personaggi, lasciandoci con una sensazione di incompletezza. Le tematiche affrontate – il dolore, la memoria, l’amicizia, la maternità – sono appena accennate, come se Almodóvar avesse paura di sporcarsi le mani con le emozioni più crude e viscerali. Manca quella complessità, quella stratificazione di significati che ha reso grandi i suoi film del passato. Persino la regia, solitamente ricca di guizzi e invenzioni visive, appare qui più contenuta, quasi anonima. Almodóvar sembra volersi mettere da parte, lasciando che siano le due attrici a “fare il film”. E loro lo fanno, con una bravura che lascia senza fiato. Ma alla fine, ci resta la sensazione di aver assistito a un saggio di recitazione, a una dimostrazione di virtuosismo attoriale fine a se stessa. Un film che, pur con tutti i suoi pregi, non riesce a emozionare e coinvolgere fino in fondo. Prendiamo ad esempio la scena in cui Martha e Ingrid discutono del passato. I dialoghi sono ben scritti, certo, ma manca quella tensione emotiva, quella vera conflittualità che ci si aspetterebbe da due donne con un passato così complesso. Sembra quasi che Almodóvar eviti di farle scontrare veramente, preferendo mantenere un tono distaccato e cerebrale. Anche la fotografia, solitamente un elemento forte nei film di Almodóvar, qui appare piuttosto anonima. Mancano quei colori accesi, quelle inquadrature barocche che hanno caratterizzato la sua estetica. Sembra quasi che il regista abbia voluto adottare uno stile più sobrio e minimalista, ma il risultato è un po’ freddo e distante. Se confrontiamo La stanza accanto con film come Donne sull’orlo di una crisi di nervi o Legami!, notiamo subito una differenza sostanziale. In quei film, Almodóvar utilizzava la macchina da presa con libertà e irriverenza, creando un linguaggio visivo unico e inconfondibile. Qui, invece, la regia appare più statica, quasi teatrale. Certo, La stanza accanto non è un film da buttare via. Le interpretazioni di Swinton e Moore valgono da sole il prezzo del biglietto. Ma da Almodóvar, da un regista che ci ha abituato a capolavori come “Tutto su mia madre”, “Parla con lei”, “Volver”, ci saremmo aspettati qualcosa di più. Un film che, oltre a celebrare il talento delle sue interpreti, avesse qualcosa di importante da dire sul mondo, sulle relazioni umane, sulle emozioni che ci attraversano. La stanza accanto, pur con la sua eleganza formale e le sue indubbie qualità, ci lascia con un senso di vuoto, con la sensazione di una occasione mancata. Federico poi ci parla di una classifica curiosa, i dieci film che non sono piaciuti a Orson Welles: SENTIERI SELVAGGI (1956 John Ford)Uno dei film western più iconici di sempre, nonché tra i migliori film della storia secondo Spielberg e Scorsese nonché Tarantino. Considerato un capolavoro dalla critica, beh, per Welles è stato un film che ha bollato come TERRIBILE. L’ANGELO AZZURRO (1930 Josef Von Stemberg con Marlene Dietrich)Un classico incluso nei 1000 film da vedere prima di morire. Welles l’ha considerato come un melodramma cheap, ciarpame pittato sul velluto. ORIZZONTE PERDUTO (1937 Frank Capra)Uno dei film più avventurosi per la critica. Orson, invece, lo considera l’unico film brutto di Frank Capra: “Sono crepato dal ridere… la Shangri-la che si vede nel film mi è sembrata un country club asiatico!”. SAYONARA (1957 Joshua Logan)Questo film con Marlon Brando, che ai tempi funzionò parecchio, con delle premesse coraggiose, ovvero quelle di affrontare lo stigma del razzismo che qui ha luogo tra giapponesi e americani. Welles lo apostrofò come “UN ABOMINIO, è stato come vedere un musical mediocre”. IL FIUME (1951 di Jean Renoir)La favola Indiana di Renoir che ha ispirato Scorsese e Wes Anderson, per Welles è stato testualmente “Un brutto film molto sopravvalutato. CHINATOWN (1974 Roman Polanski)Dove la prestazione di John Houston ha fatto letteralmente cacare a Welles. ANNIE (1982 John Huston)Un film brutto su tutti i livelli. LA FINESTRA SUL CORTILE (1954)Da sempre acclamato dalla critica come uno dei migliori, se non il migliore, film di Hitch. Welles l’ha apostrofato come uno dei più brutti film che egli abbia mai visto, dove Hitchcock ha cannato completamente il concetto di voyeurismo, definendo il film stupido e bollando la prestazione di James Stewart come grottesco e trombone. TEMPI MODERNI (1936 Chaplin)Per Welles è grezzo e volgare. SCARPETTE ROSSE (1948 di Pressburger e Powell)Per Welles non ha mai funzionato, secondo lui il duo di registi non è mai stato in grado di fare un film decente. Checco poi, per la sua consueta rubrica “Un classico da rispolverare” ci parla di un film memorabile: Il Corvo (1943) di Clouzot. Ma sentiamo dalla sua viva voce cosa racconta di questo film il buon Checco: “Ah, Il Corvo di Clouzot! Un film che sa di pioggia battente su strade acciottolate, di segreti sussurrati dietro persiane socchiuse, di una Francia ferita che si specchia nelle sue stesse ombre. Ricordo ancora la prima volta che lo vidi, in una piccola sala d’essai con le poltrone di velluto rosso ormai consunte. L’atmosfera era densa, quasi palpabile, come se il male di cui parlava il film aleggiasse tra gli spettatori. Clouzot, maestro del noir, ci trascina in un vortice di sospetti e menzogne, dove nessuno è innocente e la verità si nasconde dietro una cortina di ipocrisia. Le lettere anonime, firmate Il Corvo, lacerano la facciata perbenista di una piccola cittadina di provincia, svelando i peccati e le miserie dei suoi abitanti. Un microcosmo dominato dalla paura, dalla delazione, da una malvagità che si insinua subdola nelle anime. Pierre Fresnay, con il suo sguardo ambiguo e il suo fascino tormentato, è perfetto nei panni del dottor Vorzet, uomo inquietante e misterioso che diventa il bersaglio principale del Corvo. Attorno a lui, un coro di personaggi memorabili: la giovane Denise, vittima innocente di una rete di intrighi; il farmacista irascibile e pettegolo; la madre superiora severa e intransigente. Il Corvo è un film che scava nell’animo umano, mostrandoci il lato oscuro della società, la fragilità della morale, la potenza distruttiva delle parole. Un’opera senza tempo, che continua a affascinare e inquietar a distanza di decenni. Un film che sa di nostalgia, non solo per un’epoca passata, ma anche per un cinema che non ha paura di guardare in faccia il male.” Thomas infine chiude in bellezza parlando di Step Father – Il Patrigno (1987) che pur essendo un cult per molti appassionati di horror, mostra oggi i segni del tempo. La trama, incentrata su un serial killer che si insinua in famiglie ignare assumendo l’identità di un padre amorevole, appare prevedibile e ricca di cliché. Terry O’Quinn, nonostante una performance carismatica, non riesce a riscattare un film che soffre di ritmo lento e scene di violenza gratuite e poco convincenti. Gli effetti speciali artigianali, un tempo forse suggestivi, oggi risultano datati e involuntariamente comici. Stepfather rimane un prodotto tipico degli anni ’80, ma il suo fascino si è affievolito con il passare degli anni, lasciando spazio a un senso di già visto e a una certa ingenuità narrativa. Se volete approfondire su tutto ciò di cui sopra (e anche di più, come ad esempio i film natalizi preferiti dei Viaggiatori) ascoltatevi il podcast e siate felici!

    2 h 2 min
  3. 28/11/2024

    Giurato Numero 2: un'anatomia della coscienza in bilico tra legge e morale

    In questa sesta puntata della dodicesima stagione di Viaggio nella Luna Marco ci parla di un film in uscita nelle sale proprio in questi giorni. Giurato nr. 2 di Clint Eastwood. Clint Eastwood, a 94 anni, torna dietro la macchina da presa con un legal drama che si interroga sulla fragilità della verità e sul peso delle scelte individuali. Ispirandosi a classici del genere come 12 Angry Men e Il buio oltre la siepe, Eastwood ci consegna un film teso e introspettivo, che scava a fondo nella psicologia del protagonista, Justin Kemp (Nicholas Hoult), un giovane padre di famiglia tormentato da un segreto che potrebbe ribaltare le sorti di un processo per omicidio. Justin Kemp viene selezionato come giurato in un processo per omicidio a Savannah, Georgia. Mentre il caso si dipana, Justin realizza con orrore di essere coinvolto nell’incidente che ha causato la morte della vittima, avendo investito una donna con la sua auto un anno prima. Diviso tra il senso di colpa e la paura delle conseguenze, Justin si trova di fronte a un dilemma morale: rivelare la verità e affrontare la giustizia o manipolare il processo per far assolvere l’imputato e proteggere se stesso? La sua decisione lo porterà a confrontarsi con la propria coscienza, mettendo in discussione la sua integrità e il suo senso di responsabilità. La sceneggiatura di Jonathan Abrams, intessuta di riferimenti a grandi pensatori come Festinger, Freud e Kohlberg, costruisce un dilemma morale complesso e avvincente. Justin, intrappolato in una spirale di dissonanza cognitiva, cerca di espiare il proprio senso di colpa manipolando il processo, oscillando tra l’obbedienza alle norme sociali e la ricerca di una giustizia superiore. In particolare nel film si evidenziano questi temi cari a certa parte della letteratura psicologica: Dissonanza cognitiva: Justin si trova in una situazione di forte dissonanza cognitiva, ovvero un conflitto tra le sue conoscenze (sa di aver causato l’incidente), le sue emozioni (senso di colpa, paura) e i suoi comportamenti (il tentativo di manipolare il processo). Questa dissonanza genera in lui un profondo malessere psicologico e lo spinge a cercare di razionalizzare le proprie azioni, anche a costo di distorcere la realtà. Senso di colpa e bisogno di espiazione: Il senso di colpa per l’incidente e la paura delle conseguenze lo tormentano. Inconsciamente, Justin cerca di espiare la propria colpa manipolando il processo per far assolvere l’imputato, quasi a voler “bilanciare” il suo errore con un atto di giustizia. Influenza sociale e conformismo: Nonostante i suoi dubbi, Justin si lascia influenzare dalle opinioni degli altri giurati e dal clima generale del processo. Questo meccanismo di conformismo, studiato da psicologi sociali come Solomon Asch, lo porta a mettere in discussione le proprie percezioni e a conformarsi al gruppo, anche se questo significa negare la verità. Meccanismi di difesa: Per gestire l’angoscia e il senso di colpa, Justin mette in atto diversi meccanismi di difesa, come la negazione (inizialmente rifiuta di credere di essere coinvolto nell’incidente), la razionalizzazione (cerca di giustificare le proprie azioni) e la proiezione (attribuisce all’imputato la responsabilità dell’incidente). Moralità e sviluppo morale: La sceneggiatura esplora anche il concetto di moralità e le diverse fasi dello sviluppo morale, secondo le teorie di psicologi come Lawrence Kohlberg. Justin si trova a dover affrontare un conflitto tra il suo stadio di sviluppo morale convenzionale (basato sul rispetto delle leggi e delle norme sociali) e un possibile stadio post-convenzionale (basato su principi etici universali). Psicologia della testimonianza: Il film tocca anche la psicologia della testimonianza, mostrando come la memoria e la percezione degli eventi possano essere influenzate da fattori emotivi e contestuali. In particolare il tema della la dissonanza cognitiva è un tema centrale in Giurato Numero 2 e la sceneggiatura sembra attingere a piene mani dalle teorie di Leon Festinger, psicologo sociale che ha formulato questa teoria negli anni ’50. Festinger, nel suo libro “A Theory of Cognitive Dissonance” (1957), ha spiegato come le persone tendano a mantenere una coerenza interna tra le proprie credenze, i propri atteggiamenti e i propri comportamenti. Quando si verifica una discrepanza tra questi elementi, si genera uno stato di disagio psicologico (dissonanza) che spinge l’individuo a cercare di ristabilire l’equilibrio. Nel caso di Justin, la dissonanza nasce dal conflitto tra la consapevolezza di aver causato l’incidente e il desiderio di non affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Per ridurre questa dissonanza, Justin cerca di convincersi che non è stato lui il responsabile, che l’incidente è stato solo una tragica fatalità e che l’imputato è in realtà colpevole. Oltre a Festinger, altri pensatori che hanno influenzato i temi psicologici del film sono: Elizabeth Loftus: Le sue ricerche sulla memoria e sulla psicologia della testimonianza hanno evidenziato come i ricordi possano essere fragili e malleabili, soggetti a distorsioni e influenze esterne. “Giurato Numero 2” tocca questo tema mostrando come la percezione degli eventi e la memoria di Justin possano essere influenzate dal trauma e dal senso di colpa. Sigmund Freud: Le teorie di Freud sui meccanismi di difesa, come la negazione, la razionalizzazione e la proiezione, sono evidenti nel comportamento di Justin. Freud ha spiegato come questi meccanismi inconsci aiutino le persone a gestire l’ansia e a proteggere l’Io da conflitti e impulsi inaccettabili. Lawrence Kohlberg: La sua teoria dello sviluppo morale, che descrive le diverse fasi del ragionamento morale, è sottesa al dilemma di Justin. Kohlberg ha individuato sei stadi di sviluppo morale, che vanno dall’obbedienza alle regole per evitare punizioni (stadio pre-convenzionale) all’adesione a principi etici universali (stadio post-convenzionale). Justin sembra oscillare tra uno stadio convenzionale, in cui cerca di conformarsi alle norme sociali e alle aspettative degli altri giurati, e uno stadio post-convenzionale, in cui inizia a mettere in discussione la giustizia del processo e la validità delle leggi. Solomon Asch: I suoi esperimenti sull’influenza sociale e il conformismo hanno dimostrato come le persone tendano a conformarsi alle opinioni del gruppo, anche quando queste sono palesemente errate. Nel film, Justin si lascia influenzare dagli altri giurati, mettendo in discussione le proprie percezioni e i propri dubbi. In definitiva il film offre un interessante spaccato della psicologia umana, mostrando come i processi mentali e le emozioni possano influenzare le nostre azioni e le nostre decisioni, soprattutto in situazioni di forte stress e pressione sociale. Eastwood dirige con la consueta maestria, creando un’atmosfera di tensione crescente attraverso inquadrature precise e una narrazione asciutta, priva di fronzoli. Hoult offre un’interpretazione intensa e convincente, trasmettendo con grande efficacia il tormento interiore di un uomo in bilico tra la legge e la morale. Tuttavia, il film non è privo di difetti. In alcuni punti la narrazione rallenta, perdendo un po’ di mordente, e il finale, pur efficace, avrebbe potuto essere più incisivo. Nonostante qualche piccola imperfezione, “Giurato Numero 2” si conferma un’opera solida e riflessiva, che conferma il talento di Eastwood nel raccontare storie di uomini comuni alle prese con scelte difficili. Un film che ci interroga sulla natura della giustizia, sulla fragilità della memoria e sul potere della coscienza, lasciandoci con domande che riecheggiano a lungo nella mente dello spettatore. Poi Checco per la sua rubrica “Un Classico da rispolverare” ci parla di un grande film del passato: Il Bacio della Pantera (1942) di Jacques Tourneur. Il film è un capolavoro dell’horror psicologico che si distingue per la sua atmosfera suggestiva e inquietante. Attraverso l’uso sapiente delle ombre, del fuori campo e di una colonna sonora evocativa, Tourneur crea un senso di tensione costante, esplorando le paure represse e gli istinti primordiali dei personaggi. La storia di Irena, tormentata dalla leggenda della pantera che si dice si celi nella sua stirpe, è un’allegoria affascinante sulla sensualità femminile, la paura del diverso e il conflitto tra natura e cultura. Pur con un budget limitato, Tourneur realizza un film di grande impatto visivo ed emotivo, che ha influenzato generazioni di registi e continua ad affascinare gli spettatori con la sua eleganza formale e la sua potenza simbolica. Infine Federico ci parla di un film che non gli è piaciuto. Immaculate (2022) di Michael Mohan, nonostante un’interessante premessa di partenza, si rivela un horror deludente e prevedibile. La storia di una giovane incinta costretta a rifugiarsi in un convento gestito da suore sinistre manca di originalità e suspense, riciclando cliché del genere senza apportare nulla di nuovo. La regia piatta e priva di guizzi non riesce a creare un’atmosfera inquietante, mentre la sceneggiatura si affida a jump scare gratuiti e a svolte narrative scontate. Le interpretazioni sono mediocri e i personaggi poco approfonditi, impedendo allo spettatore di empatizzare con le loro vicende. Nel complesso, Immaculate è un’occasione sprecata, un film che non riesce a sfruttare il potenziale della sua ambientazione claustrofobica e della sua tematica religiosa, risultando un prodotto dimenticabile e poco incisivo. Ma c’è tanto altro in questo concentrato di Logos che chiamiamo podcast, e allora perchè non ascoltarselo per bene?

    2 h 1 min
  4. 19/11/2024

    Reunion con Marco Gentili: 301 Filmont, Aurum e altri progetti che bollono in pentola

    Riguardando indietro alle vecchie puntate di VnL scopriamo che questo è il quinto incontro in sei anni con il grande Marco Gentili, cineasta a 360 gradi di Rimini. Il primo incontro risale infatti al 23 dicembre 2018 dove abbiamo conosciuto Marco e il suo lavoro, e da quel momento l’appuntamento con lui è stato imprescindibile qui a Viaggio nella Luna. Per chi volesse dare un ascolto agli incontri con Marco questa è la lista: 23 dicembre 2018 – La Passione di un cineasta 16 dicembre 2019 – Draconis, il nuovo progetto in uscita nel 2020 27 marzo 2022 – La maledetta scena 11 10 aprile 2023 – Un gradito ritorno In questa puntata Marco ci racconta del suo nuovo grande progetto di produzione cinematografica che è 301 Filmont, casa di produzione con sede a San marino, che ha assorbito la precedente Moonpath con sede a Riccione. Poi il discorso corre al suo nuovo lavoro Aurum, un corto cinematografico con ambientazione medievale che narra la storia di Cagliostro tra le mura di San Leo, in programmazione al cinema Fulgor a Rimini il 2 dicembre in prima nazionale assoluta. Marco ci parla di Aurum e dei mille altri progetti che bollono nella sua capientissima pentola (12 sceneggiature di film pronte nel suo cassetto!), poi come al solito non si tira indietro a domande di cultura cinematografica generale. E il discorso corre al Cinema d’Animazione, ai film apprezzati e quelli un po’ meno, alle gioie e dolori del botteghino e al sistema di finanziamento pubblico all’industria cinematografica italiana. Tantissimi altri i temi toccati fino ad arrivare alla recensione di Flow di Marco, un delizioso film d’animazione al cinema che rivoluziona un po’ i canoni del classico film d’intrattenimento per bambini con animali antropomorfizzati. Checco infine ci parla di una colonna portante del cinema brillante: Sciarada (1963) di Stanley Donen, con tre miti assoluti: Audrey Hepburn, Cary Grant e Walter Matthau. Per chi volesse approfondire la conoscenza con questo grande regista riminese non ha che da ascoltarsi il podcast qui di seguito. Buon ascolto e arrivederci alla prossima puntata di Viaggio nella Luna!

    2 h 2 min
  5. 13/11/2024

    The Substance, oltre i confini del corpo

    Nella quarta puntata della dodicesima stagione di Viaggio nella Luna si parla del film del momento: The Substance di Coralie Fargeat. Il film si inserisce nel filone del body horror con un’opera che, pur strizzando l’occhio ai maestri del genere, si distingue per una spiccata originalità e un’incisiva critica sociale. Il film, presentato a Cannes 77, riecheggia le atmosfere claustrofobiche e disturbanti di Kubrick e Cronenberg, ma le rielabora in una chiave moderna e femminista, offrendo un’esperienza visiva e tematica di grande impatto. Come in Arancia Meccanica e Shining, anche in The Substance la regista costruisce un universo asettico e geometrico, in cui i protagonisti si muovono come pedine in un gioco perverso. L’ambientazione, dominata da colori freddi e spazi claustrofobici, contribuisce a creare un senso di oppressione e alienazione. La regista, come Kubrick, utilizza la macchina da presa in modo voyeuristico, indugiando sui corpi e sulle trasformazioni fisiche, amplificando il senso di disagio e inquietudine. Tuttavia, a differenza di Kubrick, Fargeat non si limita a osservare la violenza e la degenerazione, ma le contestualizza all’interno di un discorso più ampio sulla società contemporanea e sulle sue ossessioni. L’influenza di Cronenberg, maestro del body horror, è evidente nelle sequenze più disturbanti del film, in cui la carne si trasforma e si ribella ai confini del corpo. La “sostanza” del titolo, come il “videodrome” di Cronenberg, è un agente mutageno che altera la percezione della realtà e spinge i protagonisti verso una spirale di orrore e follia. Tuttavia, mentre in Videodrome la mutazione è una metafora della contaminazione mediatica, in “The Substance” assume una valenza più specificamente legata al corpo femminile e alle pressioni sociali che lo plasmano. The Substance si inserisce a pieno titolo nel nuovo filone del body horror, che negli ultimi anni ha visto opere come Titane e Raw di Julia Decournau esplorare le potenzialità del genere in chiave autoriale e femminista. Come questi film, The Substance utilizza il corpo come campo di battaglia per raccontare le ansie e le contraddizioni della società contemporanea. La mutazione fisica diventa una metafora della trasformazione interiore, del conflitto tra identità e apparenza, tra desiderio e repressione. Ciò che distingue The Substance da altri film del genere è la sua capacità di coniugare l’orrore viscerale con una riflessione lucida e tagliente sulla società dello spettacolo e sulla mercificazione del corpo femminile. Fargeat non si limita a mostrare la violenza, ma la contestualizza all’interno di un sistema che sfrutta e distrugge le donne, costringendole a rincorrere un ideale di bellezza irraggiungibile. Il film è un atto d’accusa contro l’industria dell’intrattenimento, che alimenta l’ossessione per la giovinezza e trasforma le donne in oggetti di consumo. The Substance è un film complesso e sfaccettato, che si inserisce nel solco della tradizione del body horror, ma al contempo la rinnova con una sensibilità moderna e femminista. Un’opera che conferma il talento di Coralie Fargeat e la sua capacità di utilizzare il linguaggio del genere per affrontare temi scomodi e attuali. Un film che, pur nella sua crudezza, offre uno sguardo lucido e inquietante sulla società in cui viviamo e sulle sue contraddizioni. Federico invece ci parla di Rebel Ridge di Jeremy Saulnier. Il film è un pugno nello stomaco, un thriller teso e rabbioso che trascende il genere poliziesco per trasformarsi in una feroce critica socio-politica. Jeremy Saulnier, con la maestria visiva già dimostrata in Green Room e Blue Ruin, costruisce un’America rurale marcia fino al midollo, dove la violenza della polizia e la corruzione dilagano senza controllo. Don Johnson, nei panni dello sceriffo corrotto, è agghiacciante, mentre Aaron Pierre, con la sua interpretazione intensa e fisica, incarna la rabbia di chi è schiacciato da un sistema ingiusto. Saulnier non offre soluzioni facili, ma ci costringe a guardare in faccia la brutalità del presente, lasciandoci con un senso di disagio e impotenza. Un film necessario, disturbante e potente, che rimarrà impresso a lungo nella memoria. Checco invece, per un classico da rispolverare, ci parla de Il Giorno della Locusta (1974) di John Schlesinger. L’opera è un affresco grottesco e disperato di Hollywood, un’immersione negli abissi dell’industria cinematografica che divora sogni e speranze. Attraverso gli occhi di un giovane scenografo, Schlesinger ci trascina in un mondo di illusioni e fallimenti, popolato da personaggi alienati e alla deriva. La fotografia di Conrad Hall dipinge un quadro decadente e allucinato, mentre le musiche di John Barry amplificano il senso di disfacimento e follia. Un film visionario e disturbante, che svela il lato oscuro della fabbrica dei sogni e ci lascia con un profondo senso di inquietudine. Un capolavoro imperfetto ma potente, che anticipa il cinismo e la disillusione di molte opere contemporanee. Poi si è parlato di serie TV (The Penguin) e della genesi del personaggio di Batman nella cinematografia. Se volete scoprire tutto, ma proprio tutto, ascoltatevi il podcast qui di seguito.

    2 h 5 min
  6. 01/11/2024

    Le due versioni di Speak No Evil come paradigma di due mondi divergenti: cinema americano e cinema europeo

    In questa terza puntata di Viaggio nella Luna (stagione 12) Marco ci conduce in un affascinante viaggio attraverso le differenze che contraddistinguono il cinema americano da quello europeo. assumendo come punto di partenza il film Speak No Evil, thriller psicologico che ha fatto discutere per le sue scelte narrative e stilistiche, comparandone le due versioni, quella americana (2024), a firma di James Watkins, e quella europea (2022), diretta dal regista danese Christian Tafdrup che ne ha curato anche la sceneggiatura. Le due versioni di Speak No Evil offrono visioni marcatamente diverse della stessa storia. Ma cosa ci svela questo confronto? Quali sono le caratteristiche distintive del cinema prodotto ai due lati dell’Atlantico? Innanzitutto, è evidente come le aspettative del pubblico influenzino profondamente le scelte narrative. Il cinema americano, con la sua lunga tradizione di blockbuster e finali risolutivi, tende a privilegiare un approccio più lineare e prevedibile, mentre il cinema europeo spesso si concede maggiori libertà narrative, lasciando al pubblico uno spazio più ampio per l’interpretazione. Anche i temi universali come l’amicizia, la famiglia e la fiducia vengono affrontati in modo diverso. Il cinema americano, con la sua tendenza a idealizzare le relazioni umane, spesso presenta storie a lieto fine, mentre il cinema europeo non esita a esplorare le sfumature più oscure della psiche umana. E cosa dire dello stile visivo? La fotografia, la colonna sonora, il montaggio: tutti elementi che contribuiscono a creare un’atmosfera unica e a immergere lo spettatore in mondi narrativi differenti. Il cinema americano, con i suoi budget più elevati, spesso punta su effetti speciali spettacolari e su un’estetica più levigata, mentre il cinema europeo predilige un approccio più realistico e intimista. Ma le differenze non si limitano allo stile. Anche il genere horror viene declinato in modo diverso nei due continenti. L’horror americano, con le sue radici nella letteratura gotica e nei film espressionisti tedeschi, spesso si concentra sul sovrannaturale e sul macabro, mentre l’horror europeo, influenzato dalle tradizioni popolari e dalle avanguardie artistiche, tende a esplorare le paure più profonde dell’animo umano. Tutto ciò ci porta a riflettere sul ruolo della cultura nazionale nel cinema. I valori, le identità, le storie che caratterizzano un paese influenzano inevitabilmente le scelte dei cineasti. Il cinema americano, con la sua vocazione universalista, tende a produrre film che possano piacere a un pubblico globale, mentre il cinema europeo, più legato alle proprie radici, spesso esplora tematiche più specifiche e personali. Ma quali sono le implicazioni di queste differenze? Da un lato, la diversità è un valore da preservare, in quanto ci permette di scoprire nuovi modi di raccontare storie e di ampliare i nostri orizzonti culturali. Dall’altro, la globalizzazione e la diffusione delle piattaforme di streaming stanno portando a una crescente omogeneizzazione dei prodotti culturali, con il rischio di perdere le specificità di ciascuna cultura cinematografica. In conclusione, il confronto tra le due versioni di Speak No Evil ci ha offerto l’opportunità di riflettere sulle profonde differenze che caratterizzano il cinema americano ed europeo. Due mondi che, pur avendo molto in comune, conservano una propria identità e continuano a offrirci esperienze cinematografiche uniche, ciascuna secondo la propria declinazione, ovviamente. Federico ci parla poi di un film conturbante: Men di Alex Garland (2022). Il regista ci immerge in un’esperienza cinematografica inquietante e viscerale, dove la natura, apparentemente idilliaca, si rivela un’entità oscura e minacciosa. La campagna inglese, scenario principale del film, è dipinta con una bellezza quasi surreale. Campi verdi, boschi rigogliosi e un cielo terso creano un’atmosfera di apparente tranquillità. Tuttavia, questa bellezza è ingannevole. La natura in “Men” è un personaggio a sé stante, un’entità primordiale che riflette e amplifica le paure e le ossessioni della protagonista, Harper. Garland gioca con l’idea di una connessione profonda e disturbante tra l’uomo e l’ambiente circostante. La natura, in questo caso, diventa uno specchio delle interiorità di Harper, amplificando i suoi traumi e le sue angosce. La natura, spesso associata al femminile, viene rappresentata in modo ambivalente. Da un lato, è una forza generatrice e nutriente, ma dall’altro, può essere anche distruttiva e vendicativa. Questa dualità riflette la complessità della psiche femminile e le sue contraddizioni. La natura è anche un’allegoria del patriarcato. Le creature maschili che perseguitano Harper sono profondamente radicate nella terra, come se fossero delle manifestazioni della violenza maschile insita nella natura stessa. L’estetica visiva di “Men” è fondamentale per trasmettere il senso di disagio e di disorientamento. Immagini distorte, colori saturi e una fotografia cupa contribuiscono a creare un’atmosfera claustrofobica e opprimente. La natura, inizialmente idilliaca, si trasforma gradualmente in un incubo. Paesaggi onirici e creature mostruose si fondono, creando un’esperienza visiva surreale e disturbante. Il corpo femminile di Harper diventa un campo di battaglia, un luogo dove si manifestano le paure e le ossessioni dell’inconscio. La natura, in questo caso, si intromette nel corpo femminile, violandone i confini. Men è un film che non lascia indifferenti. È un’opera complessa e sfaccettata, che invita lo spettatore a riflettere su temi importanti come il trauma, la mascolinità tossica e il rapporto tra l’uomo e la natura. L’estetica della natura, in questo film, è uno strumento potente per esplorare le profondità dell’animo umano e le sue più oscure paure. Infine Checco per il suo classico da rispolverare ci parla di Festen di Thomas Vintenberg, un film dove etica ed estetica si fondono per dar vita ad un dramma famigliare dalle tinte inquietanti, il tutto aderendo alla lettera ai vincoli di Dogma 95, il decalogo che un gruppo di registi tra cui Lars Von Trier e lo stesso Vinterberg si diedero per una rinascita culturale ed estetica del cinema europeo. Durante una festa di compleanno, un’accusa sconvolgente getta una famiglia rispettata nel caos. Vinterberg, con uno stile crudo e realistico, svela le ipocrisie e le ferite profonde che si nascondono dietro le facciate perfette. Il film è un pugno nello stomaco, che ci costringe a confrontarci con temi difficili come l’abuso, il tradimento e la vergogna. La regia è intensa, i dialoghi sono taglienti e le interpretazioni sono magistrali. Un’opera che lascia il segno e che ci invita a riflettere sul peso del passato e sull’importanza della verità. Un capolavoro che mette a nudo le fragilità umane e le dinamiche familiari, con un impatto emotivo devastante. Per questo e per molto altro potete far riferimento al podcast qui sotto, buon ascolto!

    1 h 60 min
  7. 27/10/2024

    Challengers di Luca Guadagnino: in bilico tra sensualità e sincope

    Uno sguardo sensuale Guadagnino trasforma il campo da tennis in un vero e proprio palcoscenico, dove le partite diventano metafore delle relazioni umane. Ogni scambio di palla è un confronto, una sfida, un tentativo di dominare l’avversario e, allo stesso tempo, se stessi. La telecamera si muove con eleganza, catturando la tensione e la sensualità di ogni gesto, trasformando lo sport in un’esperienza estetica. Al centro della storia troviamo un triangolo amoroso che brucia con la stessa intensità di una partita di tennis ai cinque set. Zendaya, con la sua energia magnetica, interpreta Tashi, una coach ambiziosa che decide di far sfidare il suo ex fidanzato Art (Mike Faist) contro il suo attuale marito Patrick (Josh O’Connor). Le dinamiche tra i tre personaggi sono complesse e sfaccettate, un intreccio di amore, rivalità e desiderio che tiene lo spettatore incollato allo schermo. L’estetica di Challengers è un mix esplosivo tra il kitsch e il sublime. I colori saturi, i costumi sgargianti e le scenografie opulente creano un’atmosfera decadente e sensuale, che ricorda i film di Visconti. Allo stesso tempo, Guadagnino non rinuncia a momenti di pura bellezza, come le sequenze slow-motion che celebrano il corpo in movimento. Challengers è un film che non lascia indifferenti. C’è chi ne apprezza l’ambizione visiva e la profondità psicologica dei personaggi, e chi lo trova eccessivamente artificioso e autoreferenziale. In ogni caso, è innegabile che Guadagnino abbia realizzato un’opera unica e provocatoria, che invita lo spettatore a riflettere sulla natura del desiderio, del successo e dell’amore. Challengers è un film che va oltre il semplice intrattenimento, proponendo una riflessione sulla natura umana e sui rapporti interpersonali. È un’opera audace e provocatoria, che non teme di sperimentare e di osare. Uno dei temi centrali del film è l’ossessione per il controllo. Tashi, in particolare, manipola le vite degli altri come se fossero pedine di una partita a scacchi. Il tennis diventa una metafora della sua necessità di dominare e di plasmare la realtà secondo i suoi desideri. Questa dinamica, se da un lato rende il personaggio affascinante e complesso, dall’altro solleva interrogativi sulla natura del potere e sulle conseguenze delle nostre azioni. Il passato incombe sui personaggi come un’ombra. Le ferite del passato non guariscono mai del tutto e continuano a influenzare le scelte presenti. La relazione tra Art e Tashi, in particolare, è segnata da un profondo legame e da un’altrettanto profonda ferita. Il ritorno di Art sul campo da tennis è un tentativo di riconnettersi con il suo passato e, allo stesso tempo, di sfuggire ad esso. Il corpo è al centro dell’attenzione in Challengers. I corpi dei protagonisti sono esibiti con orgoglio, ma anche con una certa vulnerabilità. Le sequenze in slow-motion mettono in evidenza la bellezza e la fragilità del corpo umano, sottolineando la sua natura effimera. Il corpo diventa un campo di battaglia, dove si combattono le proprie battaglie interiori. Il finale di Challengers è aperto a diverse interpretazioni. Lascia allo spettatore il compito di completare il puzzle e di dare un senso a quanto visto. Questa scelta registica è audace e stimolante, ma potrebbe deludere chi si aspetta una conclusione più definita. La sincope in Challengers Il termine “sincope” in ambito cinematografico indica un’interruzione del flusso narrativo, un momento di sospensione o di disorientamento. In “Challengers”, questa tecnica narrativa viene utilizzata in modo particolarmente efficace per sottolineare la natura frammentaria della memoria, l’imprevedibilità delle emozioni e la complessità delle relazioni umane. Flashbacks e flashforward: Il film è costellato di flashback e flashforward che frammentano la narrazione e creano un senso di disorientamento nello spettatore. Questi salti temporali ci permettono di entrare nella mente dei personaggi, di comprendere le loro motivazioni e di cogliere le sfumature delle loro relazioni. Slow motion e primi piani: L’uso frequente del slow motion e dei primi piani contribuisce a creare un’atmosfera onirica e a sottolineare l’importanza di determinati momenti. Questi momenti di sospensione temporale ci invitano a riflettere sul significato profondo delle azioni dei personaggi. La musica: La colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross, con i suoi cambiamenti improvvisi di ritmo e le sue atmosfere dense, contribuisce a creare un senso di disorientamento e di tensione, amplificando l’effetto delle sincopi narrative. Le sincopi in “Challengers” non sono utilizzate in modo casuale, ma servono a esplorare la psiche dei personaggi e a rivelare le loro fragilità. Attraverso questi momenti di sospensione, lo spettatore può accedere a un livello più profondo della coscienza dei protagonisti, comprendendo le loro paure, i loro desideri e le loro contraddizioni. Tashi: I flashback sulla sua infanzia e sulla sua carriera sportiva ci permettono di comprendere le ragioni che l’hanno spinta a diventare una coach ambiziosa e manipolatrice. Art: I suoi ricordi del passato con Tashi rivelano un uomo fragile e insicuro, che cerca di nascondere le proprie debolezze dietro un’apparente sicurezza. Patrick: I suoi sogni e le sue fantasie ci mostrano un uomo ambizioso e competitivo, ma anche profondamente solo e insoddisfatto. Le sincopi in “Challengers” ci invitano a riflettere sulla natura del tempo e sulla sua relatività. Il passato, il presente e il futuro si intrecciano continuamente, creando un continuum temporale in cui passato e presente si influenzano a vicenda. Questa concezione del tempo è tipica del cinema di Guadagnino, che spesso esplora le conseguenze delle scelte passate sulle vite dei personaggi. L’uso della sincope in “Challengers” rende il film un’esperienza visiva e emotiva intensa e coinvolgente. Attraverso questa tecnica narrativa, Guadagnino riesce a creare un’atmosfera di suspense e a esplorare le profondità della psiche dei personaggi, offrendo allo spettatore una riflessione profonda sulla natura del tempo, dell’amore e delle relazioni umane. In conclusione Challengers è un film che va oltre le apparenze, offrendo una riflessione profonda sulla natura umana e sulle relazioni interpersonali. È un’opera ambiziosa e provocatoria, in bilico tra sensualità e sincope, che non teme di affrontare temi complessi e di esplorare le zone d’ombra dell’animo umano. Nonostante qualche difetto, Challengers è un film che merita di essere visto e discusso. E così han fatto i ragazzi di Viaggio nella Luna nel podcast della seconda puntata della dodicesima stagione, sviscerando e vivisezionando l’opera di Guadagnino. Ascoltatevi il podcast per scoprire gli altri temi della puntata!

    1 h 51 min
  8. 20/10/2024

    Il Gusto delle cose, Blink Twice, It's what's inside: 3 film di cui vale la pena parlare

    Ed eccola qui la sospirata dodicesima stagione di Viaggio nella Luna, finalmente è stata partorita (da remoto) la prima puntata, in religioso smart working dai 3 viaggiatori lunari Marco Belemmi, Federico Minguzzi e Thomas Filippi, orfani del prode Checco Morosini rallentato quest’oggi da un inghippo domestico ma pronto a lanciarsi nell’agone con il suo smodato carico di umanità riciclata. “Il Gusto delle cose”: Un’ode al palato e all’anima (recensione nel podcast di Marco) Tran Anh Hung ci regala un’esperienza cinematografica che va ben oltre la semplice narrazione. “Il Gusto delle cose” è un banchetto visivo e gustativo, un’opera d’arte che celebra la vita attraverso i sensi. La storia di Eugenie e Dodin, due anime legate dalla passione per la cucina, si dipana come un raffinato piatto, dove ogni inquadratura è un ingrediente che contribuisce a creare un quadro di rara bellezza. La regia di Hung è delicata e precisa, catturando la maestria con cui i due protagonisti danno vita a creazioni culinarie che sono vere e proprie opere d’arte. Juliette Binoche e Benoît Magimel offrono interpretazioni memorabili, trasmettendo con intensità l’amore, la complicità e la profonda connessione che lega i loro personaggi. La loro chimica sullo schermo è palpabile, e la loro passione per il cibo diventa una metafora della loro stessa relazione. Ma “Il Gusto delle cose” non è solo un film sul cibo. È un’esplorazione profonda dell’animo umano, delle fragilità e delle gioie che ci rendono unici. La malattia di Eugenie diventa l’occasione per riflettere sulla finitezza della vita e sull’importanza di gustare ogni istante. La fotografia è un altro elemento che contribuisce a rendere questo film un’esperienza indimenticabile. Ogni piatto è immortalato con una cura maniacale, invitando lo spettatore a un viaggio sensoriale senza precedenti. “Il Gusto delle cose” è un film che tocca il cuore e stuzzica l’appetito. È un’opera d’arte che celebra la bellezza della vita, la gioia di condividere un pasto e l’importanza di seguire le proprie passioni. Se amate il cinema che emoziona e vi fa riflettere, questo film è un must-see. Blink Twice: Un gioiello dark che ti lascerà senza fiato (recensione nel podcast di Thomas) Zoë Kravitz ci regala un esordio alla regia semplicemente esplosivo con “Blink Twice”. Questo thriller psicologico ci catapulta in un mondo di lussi e perversioni, dove l’apparenza inganna e la paranoia si insinua in ogni angolo. L’incontro tra il potente Slater King e la fragile Frida è il detonatore di una spirale di eventi inquietanti. L’isola paradisiaca si trasforma in una prigione dorata, dove la linea tra realtà e illusione si fa sempre più sottile. Kravitz costruisce una narrazione magistrale, dosando sapientemente tensione e rivelazioni, fino a un climax che ti lascerà a bocca aperta. L’estetica cupa e dark del film è un personaggio a sé stante. Le inquadrature suggestive, la fotografia ricca di contrasti e la colonna sonora inquietante creano un’atmosfera opprimente che ti pervade fin dalla prima scena. Ogni dettaglio è studiato con cura per amplificare il senso di disagio e di mistero. Channing Tatum è perfetto nel ruolo del carismatico e inquietante Slater King. La sua interpretazione complessa e sfaccettata ci regala un villain indimenticabile. Al suo fianco, Zoë Kravitz stessa ci offre una performance intensa e toccante nei panni della protagonista. “Blink Twice” è molto più di un semplice thriller. È un film che affronta temi importanti come il potere, il consenso e la violenza di genere, offrendo una prospettiva femminile forte e incisiva. Kravitz non ha paura di scavare nelle profondità dell’animo umano, regalandoci un’opera coraggiosa e provocatoria.“It’s What’s Inside”: Una Perla Nascosta di notevole fattura (recensione nel podcast di Federico) Se cercate un thriller psicologico che vi tenga incollati allo schermo fino all’ultima inquadratura, “It’s What’s Inside” è un’esperienza cinematografica che non potete assolutamente perdere. Questo gioiello nascosto di Netflix ci catapulta in un vortice di identità, inganni e colpi di scena inaspettati, lasciandoci a bocca aperta e con la mente in subbuglio. Il concept alla base del film è semplicemente geniale: cosa accadrebbe se un gruppo di persone si scambiasse i corpi? “It’s What’s Inside” prende questa premessa e la sviluppa in un racconto avvincente e ricco di sfumature, esplorando temi profondi come l’identità, l’apparenza e le relazioni umane. I personaggi sono ben delineati e complessi, ognuno con i propri segreti e le proprie motivazioni. La tensione è palpabile fin dalle prime scene e cresce inesorabilmente man mano che la trama si sviluppa, tenendoci con il fiato sospeso fino all’epilogo sorprendente. “It’s What’s Inside” non è solo un semplice thriller, ma un film che ci invita a riflettere sulla nostra identità e su come percepiamo noi stessi e gli altri. La regia è impeccabile e la fotografia contribuisce a creare un’atmosfera cupa e inquietante, perfetta per immergerci completamente nella storia. Ascoltate il Podcast per saperne di più, mooolto di più Ovviamente in due ore di podcast non si parla solo di queste tre opere, ma di tanto altro, ad esempio: miglior film del 2024, il più grande jump scare al cinema, classici del cinema: La Conversazione (1974) di F. F. Coppola, e molto altro. Non rimane altro che ascoltarvelo per scoprirne di più. Alla prossima!

    2 h
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Descrizione

Trasmissione Radiofonica di Cinema in onda su Radio Talpa ogni domenica dalle 10 alle 12