La solitudine contemporanea non può essere interpretata soltanto come un problema individuale, psicologico o caratteriale. Essa è anche il risultato di un errore profondo nel modo in cui abbiamo pensato, costruito e vissuto il rapporto tra individuo e comunità. Per molto tempo la cultura dell’individualismo ha separato la persona dal contesto comunitario. L’individuo è stato presentato come autonomo, autosufficiente, capace di bastare a se stesso. La libertà è stata spesso intesa come distacco dai legami, come emancipazione da ogni appartenenza, come possibilità di scegliere da soli la propria strada. Tuttavia, dopo aver isolato le persone, la società ha chiesto loro di ricostruire da sole una dimensione relazionale. È stato detto agli individui: ora siete liberi, ora potete creare le vostre relazioni, le vostre reti, le vostre comunità. Ma molti non ci sono riusciti. E da questo fallimento è nata una solitudine diffusa, silenziosa, quotidiana. Oggi milioni di persone vivono la solitudine non solo quando sono fisicamente sole, ma anche dentro le relazioni. Si può essere soli in un matrimonio, in una famiglia, in un gruppo, in una comunità religiosa, professionale o sociale. Questo dimostra che la solitudine non coincide semplicemente con l’assenza di persone attorno a noi. Essa nasce quando manca il riconoscimento, quando manca l’accoglienza, quando manca la possibilità di essere se stessi senza dover recitare una parte. Uno degli errori più gravi della nostra epoca consiste nell’aver trasformato la comunità in una dimensione identitaria ed escludente. Molte comunità non accolgono più la persona nella sua interezza, con le sue fragilità, le sue paure, le sue contraddizioni. Al contrario, pongono requisiti di accesso. Per appartenere bisogna essere in un certo modo: avere una determinata fede, una certa età, un certo reddito, un certo aspetto fisico, un certo orientamento, un certo stile di vita. Chi non possiede queste caratteristiche viene lasciato fuori, o percepisce di non poter entrare davvero. Ma questa è precisamente la negazione dell’idea autentica di comunità. Una comunità non dovrebbe essere un luogo di selezione, ma di inclusione. Non dovrebbe funzionare come un club riservato a chi possiede determinati requisiti, ma come uno spazio umano capace di accogliere la pluralità delle esperienze. La comunità dovrebbe essere il luogo in cui ciascuno può portare non solo la propria forza, ma anche la propria vulnerabilità. Il neo-comunitarismo interrelazionale nasce allora da questa esigenza: ricostruire comunità non fondate sull’identità chiusa, ma sulla relazione aperta. Comunità capaci di includere invece di escludere, di ascoltare invece di giudicare, di accompagnare invece di selezionare. Solo così le persone smetteranno di nascondersi nella solitudine e potranno trovare nella comunità non una minaccia, ma un rifugio. I vantaggi sarebbero enormi: umani, sociali ed economici. Una società meno sola è anche una società più sana, più cooperativa, più produttiva e più giusta. Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/commentario-de-lavoce-info--3612556/support.