Riccardo Cascioli - BastaBugie.it

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Il giornalista Riccardo Cascioli, direttore de "La nuova Bussola Quotidiana", apre uno squarcio sull'Italia di oggi dando una chiave di lettura originale dell'attualità

  1. Ucraina e Iran, una lezione sull'inutilità della guerra

    May 12

    Ucraina e Iran, una lezione sull'inutilità della guerra

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8544 UCRAINA E IRAN, UNA LEZIONE SULL'INUTILITA' DELLA GUERRA di Riccardo Cascioli   Nei giorni scorsi ha destato interesse il fatto che la parata di Mosca del Giorno della Vittoria, il 9 maggio, che celebra la vittoria sul nazismo, si sia svolta in tono dimesso rispetto agli anni passati: appena tre quarti d'ora, niente carri armati, niente missili, capacità militari mostrate solo in video, discorso del presidente russo Putin molto più stringato del solito. Paura di possibili attacchi ucraini si è detto, ma sono girate anche voci di possibili timori di un golpe a Mosca. Sempre difficile stabilire cosa ci sia di vero e quanto sia propaganda nelle informazioni che passano, resta però il fatto che paragonata ai toni trionfalistici degli anni passati, la parata di quest'anno ha obiettivamente offerto un'immagine di vulnerabilità, di un regime in difesa. Il fatto è che dopo oltre quattro anni di guerra in Ucraina, gli obiettivi territoriali prefissati non sono ancora stati raggiunti e non è possibile neanche prevedere se lo saranno. È una situazione non prevista a Mosca, che considerava la campagna d'Ucraina un affare di poche settimane; ed è un paradosso se si considera la disparità di forze tra la Russia e l'Ucraina. Spostiamoci nel settore mediorientale e troviamo un'altra situazione analoga, anzi una doppia situazione. Gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran, su spinta di Israele, pensando di liquidare la pratica in 3-4 settimane al massimo, come aveva annunciato il presidente americano Donald Trump. I colpi subiti negli scorsi mesi dal regime degli ayatollah, le grandi proteste popolari dello scorso gennaio (represse nel sangue), le divisioni interne al regime, avevano dato l'illusione di un regime prossimo alla fine per cui sarebbe bastata una spallata per eliminarlo e con esso la paventata minaccia nucleare. STATI UNITI IN DIFFICOLTÀ Come stiamo però vedendo le cose sono andate molto diversamente: di settimane ne sono già passate dieci e la situazione si è molto ingarbugliata e gli ultimi sviluppi ne sono la dimostrazione. Nel solito post sul social Truth, Trump ha definito ieri sera «assolutamente inaccettabile» («totally unacceptable») la risposta dell'Iran alla proposta americana per un accordo duraturo. La situazione torna dunque in alto mare, ma ora gli Stati Uniti si trovano in grande difficoltà perché con tutta la loro forza militare non sono stati in grado di piegare l'Iran: per questo motivo Teheran risponde picche anche sui termini di un eventuale accordo, ma per Washington riprendere i bombardamenti non sarà facile sia perché la disponibilità di munizioni comincia a scarseggiare sia perché la vittoria militare sul campo sarebbe tutt'altro che certa. E senza considerare che Trump deve tenere conto delle elezioni di mid-term a novembre che non gli permettono di tirare troppo per le lunghe una guerra che già gli ha provocato un clamoroso calo nell'indice di gradimento. Parallelamente anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu si trova in una situazione simile. Dopo il tragico massacro di cittadini israeliani subito il 7 ottobre 2023 si è lanciato in una guerra totale per eliminare la presenza di Hamas a Gaza, di Hezbollah in Libano e del regime iraniano. Se per l'Iran abbiamo già visto, analogo discorso si può fare per gli altri due fronti: Gaza è stata rasa al suolo ma Hamas è ancora lì; l'esercito israeliano ha invaso il Libano del Sud, ha bombardato Beirut e altre città libanesi ma Hezbollah è ancora vivo e vegeto. Come mai in tutti questi casi non si è stati in grado di centrare gli obiettivi (a prescindere dalla condivisibilità o meno di questi obiettivi)? Sicuramente per errori di sottovalutazione riguardo alle forze del nemico, o di sopravvalutazione delle proprie; ma anche perché - ed è evidente nei casi di Ucraina e Iran - a sostegno delle vittime predestinate entrano in gioco altre potenze che hanno interesse a fermare gli "aggressori". Il risultato è che per porre fine alla guerra - e sempre che a nessuno venga in mente di usare l'arma nucleare - si dovrà necessariamente arrivare a un accordo negoziato, il che comporta necessariamente ridimensionare gli obiettivi, ma con una situazione peggiore rispetto a prima della guerra. UN ACCORDO CHE PEGGIORA LA SITUAZIONE ANTECEDENTE In Ucraina un accordo potrà anche prevedere che la Russia inglobi i territori ucraini già conquistati, ma saranno territori tutti da bonificare e ricostruire e Mosca dovrà fare i conti con le perdite economiche ed umane sofferte: le stime considerate più realistiche parlano di almeno 200mila soldati morti (alcune arrivano fino a 325 mila), ma con i feriti si arriva a perdite di oltre un milione di persone. Una vera e propria bomba sociale, e da mettere in conto sono anche le ripercussioni politiche e militari di una operazione andata male. In Iran, gli Stati Uniti si stanno trovando a negoziare un accordo che rischia di peggiorare la situazione antecedente il 28 febbraio: il regime è ancora lì, il programma nucleare sarà forse ritardato ma non certo cancellato, potrebbe essere riconosciuto a Teheran un qualche diritto sullo Stretto di Hormuz, e in compenso potrebbero essere revocate, totalmente o parzialmente, le sanzioni contro il regime degli ayatollah. Il tutto, ovviamente, senza considerare le pesanti conseguenze sul costo dell'energia e sulla sicurezza alimentare che tutto il mondo si ritrova a pagare. A questo va aggiunto anche il carico di sofferenze e di odio che ogni guerra comporta e che si trasmette per generazioni. Cosa ci dice tutto questo? Che prima di stare a disquisire sulla "guerra giusta" bisognerebbe riflettere anzitutto sull'inutilità della guerra per raggiungere obiettivi politici ed economici. Non si tratta di pacifismo, ma di realismo. Il pacifismo, con la sua utopia, favorisce la violenza e il diritto del più forte; il realismo invece, insieme a un giusto investimento per la difesa, suggerisce di cercare in tutti i modi di risolvere i contenziosi conciliando i diversi interessi, rifuggendo dall'idea che la pace si possa ottenere eliminando una parte, piccola o grande che sia, dell'umanità.

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  2. L'illusione che la guerra all'Iran crei un mondo migliore

    Mar 3

    L'illusione che la guerra all'Iran crei un mondo migliore

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8470 L'ILLUSIONE CHE LA GUERRA ALL'IRAN CREI UN MONDO MIGLIORE di Riccardo Cascioli   «La violenza non è mai la scelta giusta», ha detto ieri papa Leone XIV, durante la visita a una parrocchia romana, riferendosi all'attacco contro l'Iran. E poco prima, all'Angelus, aveva detto che «la stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso il dialogo ragionevole, autentico e responsabile». Non è lo scontato fervorino moralistico di un Papa che fa il suo mestiere, è la consapevolezza profonda della realtà. La guerra non ha mai portato una pace vera, ha solo peggiorato la situazione. Basta restare nella regione mediorientale per averne la prova inconfutabile: dalla prima guerra del Golfo in poi è stato un susseguirsi di guerre e distruzioni, che hanno portato solo più violenze, morti e destabilizzazione. Come ricordavamo già sabato, le uccisioni di Gheddafi e Saddam, la cacciata di Assad, hanno nettamente peggiorato la situazione in Libia, Iraq e Siria. Così come la realtà si è incaricata di smentire l'allora presidente americano Barack Obama che aveva commentato l'uccisione, il 2 maggio 2011, del leader di al-Qaeda, Osama bin Laden, affermando trionfalmente che «ora il mondo è un posto più sicuro». Questi quindici anni hanno invece visto peggiorare enormemente l'insicurezza, inclusa l'ascesa dell'Isis nonché l'estendersi del fenomeno del jihadismo. Il mondo diventa più sicuro solo se si rispetta l'ordine naturale, l'ordine voluto da Dio, dove la sacralità della vita, il rispetto della dignità della persona - di ogni persona - sono la pietra fondamentale. Netanyahu ha parlato ieri di «guerra che finisce l'era delle guerre», ma è pura illusione, pur restando semplicemente in Medio Oriente: non solo perché gli sviluppi della situazione in Iran sono tutti da vedere o perché gli interessi politici e strategici dei vari Paesi possono cambiare velocemente il gioco delle alleanze (come è sempre accaduto), ma anche perché sottovaluta enormemente il "fattore odio" che anni di guerra e violenze di ogni genere hanno fortemente incrementato nelle popolazioni della regione, e non solo fra i palestinesi. E l'odio è un combustibile formidabile, capace di accendere la guerra in ogni momento. Nessuna simpatia per il regime iraniano degli ayatollah, nessun lutto per la morte di un feroce tiranno, ma pensare che la sua uscita di scena avvii necessariamente una transizione verso la democrazia è, nella migliore delle ipotesi, di una ingenuità disarmante o frutto di una cecità ideologica. E certamente chi l'ha provocata non lo pensa. L'obiettivo è invece un governo che rientri nell'orbita occidentale, democratico o dittatoriale che sia. Del resto era una dittatura anche quella dello Scià di Persia, rovesciato a favore della Repubblica islamica. Perché, contrariamente a quello che si vuol fare credere con la propaganda, nel mondo non c'è una lotta tra democrazie e dittature. Ci sono invece guerre per definire le rispettive zone d'influenza tra potenze, regionali e mondiali. La caduta di Assad in Siria serviva non per stabilire la democrazia e rispettare la libertà religiosa, ma per eliminare un alleato della Russia e dell'Iran, nonché "competitor" di Israele. Tanto è vero che i Paesi occidentali hanno scandalosamente legittimato un nuovo governo chiaramente jihadista. Se fosse il tasso di democraticità a dettare l'agenda, l'Arabia Saudita - che malgrado le recenti riforme resta una brutale dittatura - non potrebbe essere il più importante alleato dell'Occidente nella regione. E se davvero si volessero colpire anzitutto i finanziatori del jihadismo anti-occidentale (e anche anti-israeliano) bisognerebbe iniziare dal Qatar, che invece gode dello status di "maggiore alleato non-Nato" ed è sede della principale base americana nella regione. E con gli esempi si potrebbe continuare a lungo. La lotta per la libertà in Iran, la protesta degli studenti e delle donne, va certamente sostenuta, ma proprio come passione per il rispetto della vita e della dignità umana. Quello a cui stiamo assistendo invece è un uso strumentale della sofferenza del popolo iraniano per giustificare tutt'altro tipo di interessi, a cui - se servisse - si potrà tranquillamente sacrificare anche la libertà e la democrazia. Nota di BastaBugie: Gianandrea Gaiani nell'articolo seguente dal titolo "Una guerra senza prospettive che mette ko l'Europa" spiega perché ancora una volta USA e Israele sembrano avere tutto l'interesse a destabilizzare aree che sul piano energetico e geopolitico sono nel "cortile di casa" degli europei. L'unica certezza è che il conflitto colpirà duramente l'Europa e i suoi interessi economici. A cominciare dall'approvvigionamento del petrolio.  Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 3 marzo 2026: Mentre la politica si divide in Italia e in Europa tra il sostegno e la critica all'avventura militare israelo-statunitense contro l'Iran, l'unica certezza al momento è che il conflitto colpirà ancora una volta duramente l'Europa e i suoi interessi strategici ed economici.  Non solo perché non vi sono prospettive né piani per gestire politicamente questa crisi una volta terminati i bombardamenti, ma soprattutto perché intelligence statunitense e Pentagono hanno confermato che non c'erano elementi che facessero prevedere un attacco iraniano a Israele o alle basi degli USA in Medio Oriente, Come nel 2003, quando l'Amministrazione Bush motivò l'invasione dell'Iraq con le armi di distruzione di massa in mano al regime di Saddam Hussein risultate inesistenti, oggi Donald Trump sostiene contro ogni rapporto internazionale che l'Iran era sul punto di attaccare gli Stati Uniti e di costruire armi nucleari. Curiosamente, lo stesso Trump aveva dichiarato nel giugno 2025, dopo i raids dei bombardieri B-2 sui siti atomici iraniani, che il programma nucleare di Teheran era stato cancellato. Benjamin Netanyahu sostiene da oltre 20 anni che l'Iran è sul punto di dotarsi di armi atomiche ma non ha mai aperto a ispezioni internazionali l'arsenale nucleare israeliano, che Tel Aviv non ha mai ammesso di possedere ma che conterebbe circa 150 testate con missili balistici a lungo raggio. L'Europa è ancora una volta vittima designata dell'iniziativa militare di nazioni, Stati Uniti e Israele, che ci si ostina a voler considerare alleate, nonostante nessun europeo sia stato avvisato dagli Sati Uniti dell'imminente attacco all'Iran. I militari italiani che in Iraq e Kuwait rischiano, oggi come nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025, di venire coinvolti nella risposta missilistica iraniana contro le basi statunitensi, sono schierati laggiù per aiutare il governo di Baghdad a combattere lo Stato Islamico, non per fare da bersagli in seguito agli attacchi statunitensi all'Iran. La decisione britannica di non partecipare ai raids sull'Iran ma di consentire agli USA di impiegare le loro basi a Cipro ha portato la guerra a lambire l'Europa. I missili e i droni iraniani lanciato contro le due basi britanniche a Cipro, giuridicamente territorio britannico, espone di fatto uno stato membro della UE (di cui ora Nicosia ha la presidenza semestrale) a un conflitto che rischia di infiammare l'intero Medio Oriente e il Mediterraneo Orientale. Ancora una volta USA e Israele sembrano avere tutto l'interesse a destabilizzare aree che sul piano energetico e geopolitico sono nel "cortile di casa" degli europei e che avremmo tutto l'interesse a mantenere stabili.  Dopo aver rinunciato all'energia in quantità infinita e a prezzi convenienti offerta dalla Russia, oggi l'Europa paga per prima il prezzo della guerra in Medio Oriente e della chiusura dello Stretto di Hormuz e della ripresa degli attacchi delle milizie Houthi contro i mercantili in transito nel Mar Rosso da e per il Mediterraneo. Una sorta di "tempesta perfetta" che rientra certamente negli interessi di Washington, che vedrà così aumentare l'export del petrolio e gas a prezzi consistenti, il cui rialzo assicura agli Stati Uniti di continuare le estrazioni con la tecnica della frantumazione delle rocce (fracking) non più conveniente se le quotazioni scendono sotto i 62 dollari al barile. Domenica Trump ha affermato che l'effetto dell'attacco all'Iran sul prezzo del petrolio potrebbe essere meno forte rispetto a quanto pensano gli analisti ipotizzando un forte aumento «se le cose vanno male. Vedremo cosa succede».  Il Brent aveva chiuso venerdì quotato poco meno di 73 dollari al barile ma ieri ha raggiunto gli 82 dollari, dopo essere già aumentato di oltre il 20% dall'inizio dell'anno, in parte in previsione di un attacco contro Teheran. Sebbene l'Opec abbia concordato di aumentare la propria produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile, secondo gli analisti il petrolio aggiuntivo avrà uno scarso impatto sul mercato se dovessero continuare le interruzioni delle forniture dovute all'escalation del conflitto.  L'attività nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita oltre un quinto del petrolio, il 20 per cento dei prodotti petroliferi e il 20 per cento del gas mondiale, si è fermata in seguito alla guerra, con decine di petroliere bloccate attorno all'accesso allo stretto mentre le compagnie assicurative, hanno avvertito che i premi aumenteranno bruscamente per qualsiasi nave che desideri transitare nello Stretto. Si impenna anche il prezzo del gas dopo l'annuncio della sospensione della produzione di GNL del Qatar: ieri ad Amsterdam il Ttf è salito

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  3. Salvare Jimmy Lai, non dimenticare Hong Kong

    Feb 24

    Salvare Jimmy Lai, non dimenticare Hong Kong

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8464 SALVARE JIMMY LAI, NON DIMENTICARE HONG KONG di Riccardo Cascioli   Ora che la condanna di Jimmy Lai a 20 anni di detenzione è stata pronunciata dal tribunale di Hong Kong, la partita si sposta sul piano internazionale e il caso dell'editore-direttore del quotidiano Apple Daily potrebbe diventare una delle pedine da muovere nella complessa partita a scacchi che dovrà stabilire nuovi equilibri geopolitici. Le reazioni di ieri al verdetto hanno già messo in mostra quali saranno le possibili mosse. Il governo cinese, per bocca del ministro degli Esteri Lin Jian, nell'esprimere «pieno sostegno» al governo di Hong Kong e alla condanna impartita dai giudici a difesa della sicurezza nazionale, ha mandato un messaggio chiaro a Londra e Washington: i Paesi coinvolti devono «rispettare la sovranità della Cina e il sistema legale di Hong Kong, astenersi dal fare dichiarazioni irresponsabili, non interferire nel sistema giudiziario di Hong Kong o negli affari interni della Cina in alcuna forma». Da parte sua il segretario di Stato americano Marco Rubio, parlando di «conclusione ingiusta e tragica di questo caso» chiede che la Cina conceda a Jimmy Lai «la libertà vigilata per motivi umanitari», richiesta condivisa anche dal governo britannico per bocca del ministro degli Esteri Yvette Cooper. La richiesta è giustificata sia dall'età di Jimmy Lai (ha compiuto 78 anni lo scorso dicembre) sia dalle sue condizioni di salute ulteriormente deterioratesi in questi anni di prigionia. La possibilità - e la speranza - è che il caso Jimmy Lai entri in qualche negoziato - commerciale, militare, politico - così da poter arrivare a una sua liberazione per motivi umanitari, magari con un esilio nel Regno Unito insieme alla sua famiglia, mantenendo la Cina il principio di gestire Hong Kong a suo piacimento e magari ottenendo in cambio qualche concessione da Usa e Regno Unito. LA QUESTIONE HONG KONG Una soluzione del genere a questo punto sarebbe certo auspicabile per quanto riguarda la sorte di Jimmy Lai, ma lascerebbe comunque irrisolta la questione Hong Kong. Perché, ricordiamolo, se Jimmy Lai è diventato giustamente il simbolo della battaglia per la libertà e la democrazia, in condizioni analoghe alle sue ci sono altri giornalisti e attivisti pro-democrazia: ieri sono stati condannati con lui altri 8 (sei ex dipendenti di Apple Daily e due esponenti di associazioni democratiche) a pene che vanno dai sei ai dieci anni. E nei prossimi giorni - come ricordava ieri AsiaNews - si attende la sentenza per tre altri attivisti democratici che rischiano fino a dieci anni di galera per sedizione: l'avvocato Chow Hang-tung (40 anni), Lee Cheuk-yan (68) e Albert Ho (74), in prigione dal 2021. "Salvare" Jimmy Lai e chiudere gli occhi su tutto il resto sarebbe una politica miope, perché il soffocamento di Hong Kong ha un significato che va ben oltre il destino degli oltre sette milioni di abitanti dell'ex colonia britannica. Quello che sta accadendo è una palese violazione dell'accordo sino-britannico con cui il Regno Unito restituiva Hong Kong alla Cina il 1° luglio 1997, accordo in base al quale sotto lo slogan "un Paese, due sistemi", Pechino garantiva che gli abitanti di Hong Kong avrebbero goduto per 50 anni il mantenimento degli stessi diritti e libertà garantite nella colonia dal Regno Unito. In questi 28 anni invece si è assistito da parte di Pechino alla progressiva e sistematica distruzione del sistema Hong Kong sulla base di interpretazioni soggettive, per non dire puramente arbitrarie, degli accordi sottoscritti. Il che è abbastanza per comprendere che la principale difficoltà nel trattare con il regime comunista cinese è proprio la sua inaffidabilità. Cosa che spiega peraltro quanto sta accadendo con l'accordo segreto sino-vaticano per la nomina dei vescovi cattolici. Finora la Santa Sede ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco arrivando sempre con umiliante ritardo a ratificare le nomine decise unilateralmente da Pechino che, non per niente, nei comunicati ufficiali ignora sempre la Santa Sede. UN SILENZIO IMBARAZZATO E IMBARAZZANTE A questo proposito, qui sta l'altro aspetto sconcertante della vicenda di Jimmy Lai: il totale silenzio del Vaticano, ma anche della Chiesa di Hong Kong. Le cronache dei media di tutto il mondo fanno risaltare semplicemente la storia di un imprenditore ed editore che ha condotto una battaglia per la libertà e la democrazia, ne fanno un simbolo della libertà di stampa, ma la storia di Jimmy Lai è molto più di questo. È una storia di fede, la storia di un convertito che nell'incontro con Cristo ha compreso anche il senso della sua battaglia per la libertà. Ed è significativa la presenza costante e silenziosa ad ogni udienza in tribunale del cardinale Joseph Zen, che lo ha battezzato nel 1997. Gli anni di carcere, come ha testimoniato alla Bussola una ex giornalista del suo quotidiano Apple Daily, ci hanno mostrato un vero confessore della fede, una testimonianza di martirio bianco. E il Vaticano lo ignora completamente, più preoccupato di non dispiacere il regime comunista cinese che non di manifestare vicinanza e solidarietà a un fratello perseguitato, valorizzandone anche l'esempio per tutti i credenti. Ieri i media vaticani non hanno neanche dato la notizia della sentenza: Vatican News e Osservatore Romano riportavano notizie da tutto il mondo, dalla vittoria elettorale in Giappone del primo ministro Sanae Takaichi ai massacri in Congo, dalla morte del fisico Antonino Zichichi ai nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Ma della condanna di Jimmy Lai, che pure era sui giornali di tutto il mondo, di destra e di sinistra, neanche una riga. Un silenzio imbarazzato e imbarazzante, che la dice lunga sul disastro che la Segreteria di Stato vaticana sta provocando con il dossier cinese.

    7 min
  4. Caso Epstein, una lezione sul potere di questo mondo

    Feb 3

    Caso Epstein, una lezione sul potere di questo mondo

    VIDEO: Il film sulla pedofilia ➜ https://www.youtube.com/watch?v=fXuKi3vKR4Q TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8445 CASO EPSTEIN, UNA LEZIONE SUL POTERE DI QUESTO MONDO di Riccardo Cascioli   La diffusione il 30 gennaio di altre 3 milioni di pagine, tra cui 2mila video e 180mila immagini, dei cosiddetti Epstein files, come era ampiamente prevedibile ha scatenato un mare di polemiche e attacchi reciproci. All'appello mancano ancora due milioni di pagine, che sono quelle che dovrebbero fare più riflettere. Ha detto infatti il vice procuratore generale Todd Blanche che questi documenti e immagini non sono stati pubblicati perché riguardano «immagini di abusi sessuali, pedo-pornografia, morte, ferite e abusi fisici». Curiosamente, questa dichiarazione è anche ciò di cui si parla meno, anzi, praticamente nulla: molto più interessante concentrarsi sulla presenza del presidente americano Donald Trump o dell'ex presidente Bill Clinton, delle malattie veneree che si sarebbe preso il fondatore di Microsoft Bill Gates o delle perversioni del principe britannico Andrea. Vale a dire che l'interesse dei media è per la strumentalizzazione politica che se ne può trarre o per la pruriginosa curiosità che certi personaggi generano. Invece il caso Epstein dovrebbe soprattutto essere preso come una lezione sul Potere o, meglio, sul Potere che governa questo mondo. Intanto, proprio il personaggio chiave: Jeffrey Epstein, una carriera iniziata con l'insegnamento della matematica in una scuola secondaria per poi approdare alla finanza e scalarne le vette, si dice grazie a una straordinaria capacità di tessere relazioni sociali. Eppure rimane misterioso come il figlio di un giardiniere e di una casalinga di Brooklyn possa diventare dal nulla un miliardario in grado di manovrare politici e uomini d'affari di mezzo mondo. Ed è quantomeno curioso come possa essere arrivato impunemente a gestire un vero e proprio traffico di esseri umani quando già poco più che ventenne era stato segnalato nella scuola dove insegnava per le attenzioni morbose verso le studentesse minorenni. E come abbia comunque potuto sviluppare il suo turpe commercio dopo una prima pena mite ottenuta con un vergognoso patteggiamento nel 2008 per sfruttamento della prostituzione: 18 mesi di detenzione poi ridotti a 3 mesi e mezzo più altri dieci mesi scarsi di uscita quotidiana per il lavoro. LA FREQUENTAZIONE DELLE RESIDENZE DI EPSTEIN Fino al secondo arresto nel 2019 per denunce che non si potevano evidentemente più ignorare, a cui si è sommato il sequestro dei documenti, immagini e filmati di cui si parla in questi giorni, Epstein ha costruito una incredibile rete di relazioni influenti internazionali che coinvolgono uomini politici di peso (uno per tutti l'ex premier israeliano Ehud Barak), servizi segreti di Paesi come Russia e Israele, uomini d'affari miliardari, tutti ricattabili o ricattati. E qui è il punto: la frequentazione delle residenze di Epstein, inclusa la famosa isola privata caraibica Little Saint James, e l'uso del suo aereo personale, non hanno colore politico né bandiera nazionale. Anche se le donazioni elettorali americane di Epstein favorivano nettamente il Partito democratico, le "amicizie" andavano ben oltre, erano trasversali e transnazionali. E la capacità di condizionare la vita personale, gli affari e le decisioni politiche ed economiche altrettanto. Non per niente già a settembre, dopo la pubblicazione dei primi file, è stato rimosso da ambasciatore britannico negli Stati Uniti Lord Peter Mandelson, che ora si scopre aver passato a Epstein informazioni confidenziali quando era ministro dell'Economia nel governo Brown; mentre in Slovacchia si è dovuto dimettere il consigliere per la sicurezza del premier Fico, Miroslav Lajčák; e non parliamo dello sconquasso provocato nelle famiglie reali britannica e norvegese. Certo, bisogna anche essere attenti a non fare di ogni erba un fascio: non tutti i nomi che appaiono negli Epstein files sono necessariamente colpevoli di misfatti, ma come funziona il Potere è comunque chiaro: c'è un livello superiore, ai più sconosciuto, che facendo leva su debolezze e perversioni e usando l'arma del ricatto condiziona in diversi modi governi, parlamenti, economie. VIZI E PERVERSIONI Ed è una cosa che va ben oltre la soddisfazione di vizi e perversioni che i ricchi e i potenti pensano di potersi permettere. Non parliamo cioè di cose simili alle "cene eleganti" di Arcore, magari in una dimensione extralarge: qui siamo proprio a un altro livello, quello che seleziona chi conta e chi no. E l'accenno del vice Procuratore generale Blanche a morti, torture e pedopornografia fa piuttosto pensare a una élite legata anche a riti iniziatici, satanisti. Oltre 1.200 sono le vittime identificate, ha detto Blanche, una enormità: 1200 ragazze, molte minorenni, sacrificate sull'altare del Potere, usate come oggetto di piacere, ridotte a schiave sessuali, torturate e poi abbandonate come stracci ormai inservibili. Il caso più conosciuto è quello di Virginia Giuffré, la grande accusatrice del principe Andrea oltre che di Epstein e della sua complice Ghislaine Maxwell, suicidatasi nell'aprile 2025 e di cui sono uscite postume le memorie (Nobody's girl, la ragazza di nessuno). Ma come lei tutte le altre. Perché il Potere del mondo è questo - di "sistemi Epstein" ce ne sono molti -, non riconosce la dignità delle persone che sta nell'essere fatte a immagine e somiglianza di Dio, le usa per i propri fini, semina sofferenze e morte, distrugge tutto ciò che è umano. Per questo non basta indignarsi o semplicemente puntare l'indice come se noi fossimo semplicemente lontani spettatori o ci ritenessimo immuni dal fascino che il Potere esercita. E men che meno siamo chiamati a partecipare al gioco del "chi è più corrotto" per far prevalere una parte politica sull'altra. Siamo invece chiamati anzitutto a riconoscere che solo l'appartenenza a Cristo e alla Chiesa dà a noi e a ciascuno piena dignità umana, ci rende liberi da questo Potere e capaci di costruire luoghi di umanità che possono generare speranza e vincere questo obbrobrio che sa di morte. Nota di BastaBugie: nel seguente video dal titolo "Sound of Freedom, il film più importante mai fatto in America" (durata: 35 minuti) Jim Caviezel, l'attore principale del film, e Tim Ballard, il vero protagonista della storia raccontata nel film, denunciano il traffico di bambini e il racket della pedofilia in atto negli Stati Uniti. Per approfondimenti sul film Sound of freedom e per vedere il trailer, clicca nel seguente link. https://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=124 video https://www.youtube.com/watch?v=fXuKi3vKR4Q

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  5. Attacco Usa in Venezuela: l'illusione che a risolvere sia la forza

    Jan 6

    Attacco Usa in Venezuela: l'illusione che a risolvere sia la forza

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8407 ATTACCO USA IN VENEZUELA: L'ILLUSIONE CHE A RISOLVERE SIA LA FORZA di Riccardo Cascioli   Non era difficile prevedere l'epilogo della crisi apertasi tra Stati Uniti e Venezuela, ne avevamo parlato giusto un mese fa. È stata una guerra lampo quella lanciata dal presidente americano Donald Trump all'alba del 3 gennaio e si è conclusa nel giro di poche ore con l'arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e la sua deportazione a New York dove già oggi dovrebbe comparire a processo. Se "l'operazione antiterrorismo" - come l'ha definita Trump, anche per aggirare l'altrimenti necessaria approvazione del Congresso - è stata rapida, bisognerà attendere per capire come evolverà la situazione in Venezuela e non solo. Ovviamente in queste ore si sprecano le analisi e gli approfondimenti, e anche noi ne facciamo (vedi nota in fondo all'articolo), ma prima di tutto c'è una domanda che non può essere evitata davanti a un intervento militare del genere: il fine giustifica i mezzi? Ammesso che un fine sia legittimo - come l'abbattimento di un regime criminale che estende i suoi danni anche al di fuori dei confini nazionali - è lecito qualsiasi mezzo per raggiungere l'obiettivo, inclusa la violazione delle più elementari norme di diritto internazionale? La risposta non può che essere negativa. Nessuna simpatia - e i nostri lettori lo sanno bene - per il regime socialista bolivariano instaurato dal presidente Hugo Chavez a partire dal 1999 e proseguito dopo la sua morte con il delfino Maduro. Un regime che ha ridotto alla fame il Venezuela, con oltre sei milioni di rifugiati all'estero; ha creato una feroce macchina repressiva, con migliaia di arresti arbitrari; ha trasformato il Paese in una centrale del narcotraffico; ha dato ospitalità a gruppi terroristi (vedi le colombiane Farc ma anche Hezbollah) puntando a destabilizzare soprattutto altri Stati latino-americani. E poi ha perpetuato il potere truccando le elezioni, incluse le ultime del luglio 2024 quando Maduro è stato proclamato presidente al posto di quello che gli osservatori stranieri ritengono il vero vincitore, il candidato delle opposizioni Edmundo González Urrutia (dopo l'esclusione di Maria Corina Machado, recente premio Nobel per la Pace). Comprensibile quindi la gioia di moltissimi venezuelani alla notizia dell'arresto di Maduro; ma a parte le incertezze su quello che accadrà ora, rimane la questione di fondo. Non solo perché chiaramente i motivi veri dell'intervento statunitense non hanno a che fare con la democrazia e il rispetto dei diritti umani (peraltro non è scontato che l'arresto di Maduro porti automaticamente a una transizione democratica), e primariamente neanche con narcotraffico e petrolio. È chiaro che la guerra lampo in Venezuela rientra nel più ampio disegno di una risistemazione degli equilibri mondiali fondata su zone d'influenza, o sulla definizione e rispetto dei "cortili di casa" delle grandi potenze. E il recente documento dell'amministrazione Trump sulla strategia di sicurezza nazionale considera chiaramente tutto il continente americano cortile degli Stati Uniti. Si potrebbe dire che non è niente di nuovo, le grandi potenze da sempre cercano di esercitare la loro influenza sui Paesi strategicamente importanti, ed è vero. Ma il punto è che l'intervento militare, l'aggressione, non può essere un mezzo accettabile anche quando il fine può essere considerato buono. Del resto è anche un'illusione, più volte dimostrata dalla storia, quella di poter creare condizioni di pace attraverso la guerra. Le guerre creano solo altre guerre, il riarmo chiama il riarmo. L'esperienza anche recente suggerisce che il dopo-Maduro potrebbe non essere per nulla pacifico e democratico; e inoltre l'intervento americano in Venezuela non è un episodio isolato: altri Paesi sono già nel mirino di Trump, Cuba e Iran su tutti. Non bisogna poi dimenticare il contesto internazionale, l'Ucraina "cortile di casa" della Russia e la Cina così incoraggiata e pronta ad annettersi Taiwan, solo per citare i casi più eclatanti che promettono di moltiplicare conflitti e tensioni. Nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, papa Leone XIV ha affrontato proprio questo punto, invitando a rovesciare questa mentalità e ricordando che la pace non è una méta lontana ma «una presenza e un cammino» che vanno accolti e riconosciuti: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace», dice il Papa, che aggiunge: «Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze». È la descrizione precisa del clima culturale in cui siamo immersi, in cui la guerra a tutti i livelli non solo appare inevitabile ma addirittura desiderabile; liquidare il cattivo di turno senza badare troppo alla forma viene chiamato giustizia; e l'uso della violenza e il cinismo vengono considerati realismo politico. Nota di BastaBugie: Stefano Magni nell'articolo dal titolo "Dopo l'arresto di Maduro non c'è un cambio di regime" ed Eugenio Capozzi nell'articolo dal titolo "Strategia di sicurezza nazionale trumpiana, il test del Venezuela" parlano del blitz in Venezuela e del conseguente arresto del dittatore Nicolas Maduro, coerente con la nuova Strategia di sicurezza nazionale di Trump, per la quale il continente americano deve essere rimesso in sicurezza da ingerenze ostili. DOPO L'ARRESTO DI MADURO NON C'È UN CAMBIO DI REGIME Con un blitz da manuale, le forze speciali americane hanno catturato il dittatore venezuelano Nicolas Maduro e lo hanno portato, in arresto, a New York dove verrà processato per narcotraffico. Non si era mai vista una "guerra" tanto breve e relativamente indolore, con zero perdite fra gli statunitensi e 40 morti fra i venezuelani. Ma adesso, che ne sarà del Venezuela? Se si dava per scontato un cambio di regime e un'affermazione delle forze democratiche, coalizzate attorno alla figura carismatica di Maria Corina Machado (premio Nobel per la Pace), l'intenzione di Trump sembrerebbe quella di tenere in piedi il regime comunista e controllarlo dall'esterno, per gestire il petrolio del paese nel modo più sicuro e "tranquillo" possibile. Questo, almeno, è ciò che si deduce dalla stessa conferenza stampa congiunta di Donald Trump, con Marco Rubio (Segretario di Stato) e Pete Hegseth (Segretario alla Guerra). Così si abbatte un dittatore per tenere in piedi la sua dittatura? Prima di tutto è bene vedere come si sia arrivati sino a questo punto. Trump ha considerato illegittimo il presidente Nicolas Maduro sin dal 2019, durante il suo primo mandato alla Casa Bianca. Nel 2019 il successore di Hugo Chavez era stato riconfermato a seguito di elezioni fortemente contestate e palesemente truccate, costringendo all'esilio il principale oppositore Juan Guaidó. Nel 2020, Maduro era stato formalmente incriminato per traffico di droga dalla magistratura statunitense. Nel 2024, rieletto a seguito di elezioni ancor più palesemente fraudolente, a scapito del vero vincitore Edmundo Gonzalez Urrutia (ora in esilio in Spagna), Maduro è stato considerato illegittimo anche dall'amministrazione Biden e dall'Unione Europea. Nei primi mesi del secondo mandato, Trump ha raddoppiato la taglia sul dittatore venezuelano. Fra l'agosto 2025 e sabato 3 gennaio 2026, giorno del blitz, la pressione militare americana nei Caraibi non ha fatto che aumentare. Lo scopo dichiarato era quello di fermare il narcotraffico e tutti i barchini rapidi trovati sulle rotte della droga, anche senza previa ispezione, sono stati fatti saltare dalla Marina statunitense, provocando in tutto 120 morti, un'operazione di dubbia legalità (anche secondo le stesse leggi americane) che andava ben oltre il contrasto al traffico di droga. Nel frattempo, che lo scopo fosse più alto rispetto alla lotta antidroga, lo si deduceva dalla quantità e dalla qualità delle forze schierate a ridosso del Venezuela: la portaerei Ford, un sottomarino nucleare, un incrociatore lanciamissili e navi d'assalto anfibio con una forza di 10mila marines. Con un'operazione simil-militare, Trump ha anche favorito l'esfiltrazione di Maria Corina Machado, permettendole di presenziare, a Oslo, alla cerimonia del Nobel per la Pace appena assegnatole. Un'ennesima umiliazione per Maduro, le cui proposte di trattative (l'ultima il 2 gennaio, alla vigilia del blitz) sono cadute inesorabilmente nel vuoto. Insomma, tutto faceva pensare a un cambio di regime. Una volta arrestato Maduro, Maria Corina Machado ha dichiarato, a nome di tutta l'opposizione: «Siamo pronti per far valere il nostro mandato e prendere il potere». Ma il futuro dell'opposizione ora è incerto, proprio per la proverbiale imprevedibilità del presidente americano. Trump afferma che Delcy Rodriguez, vicepresidente di Maduro e presidente ad interim, rimarrà al suo posto e "collaborerà" con gli Usa. Al contrario, Maria Corina Machado, la "Lech Walesa del Venezuela", viene liquidata da Trump con parole sprezzanti: «non ha il sostegno o il rispetto per guidare il Venezuela». Alla domanda se Delcy Rodríguez abbia fatto qualche promessa durante la telefonata dopo la cattura di Nicolás Maduro, tra cui l'espulsione degli avversari americani dal Venezuela, il Segretario di Stato Marco Rubio ha risposto stando sul vago: «Vedremo cosa succederà in futuro». La nuova presidente del Venezuela, come prima cosa, chiede la scarcerazione immediata di Maduro e non si mostra affatto col

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  6. Jimmy Lai è colpevole: esito scontato a Hong Kong di un processo-farsa

    12/30/2025

    Jimmy Lai è colpevole: esito scontato a Hong Kong di un processo-farsa

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8398 JIMMY LAI E' COLPEVOLE: ESITO SCONTATO A HONG KONG DI UN PROCESSO-FARSA di Riccardo Cascioli   «Colpevole». Come era ampiamente previsto. I tre giudici della Corte di Hong Kong hanno trovato Jimmy Lai, l'imprenditore ed editore cattolico in carcere dal 2020 per la sua battaglia in difesa della libertà e della verità, colpevole per tutti e tre i capi d'accusa: due riguardanti la presunta cospirazione e collusione con forze straniere in base alla Legge sulla sicurezza nazionale che il governo cinese ha imposto a Hong Kong nel 2020 per reprimere il movimento democratico; il terzo per aver pubblicato materiale sedizioso sul suo giornale Apple Daily, che le autorità hanno chiuso d'imperio nel 2021. Per le due accuse di cospirazione è previsto il carcere a vita, ma bisogna dire che anche una detenzione limitata significherebbe la morte in prigione per Jimmy Lai, che lo scorso 8 dicembre ha compiuto 78 anni e ha gravi problemi di salute - diabete e ipertensione - che stanno rapidamente peggiorando a causa delle condizioni in prigionia. Sulla pena concreta che gli verrà addebitata inizierà ora un altro procedimento, con una prima udienza già fissata per il 12 gennaio 2026. Gli avvocati difensori hanno detto che Jimmy non ha ancora deciso se farà appello contro il verdetto di colpevolezza. Jimmy Lai, a cui è stato assegnato alla Giornata della Bussola lo scorso 25 ottobre il premio "Fatti per la Verità" (ritirato da suo figlio Sebastien), ha ascoltato immobile il verdetto e le parole della giudice Esther Toh che lo ha accusato di aver sempre nutrito «risentimento e odio» nei confronti della Cina. Nell'aula stracolma erano presenti anche sua moglie Teresa, il figlio Augustin e il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong e lui stesso simbolo della lotta per la libertà di Hong Kong e della Chiesa nonché grande amico di Jimmy Lai, che ha ricevuto nella Chiesa cattolica nel 1997 (nella foto LaPresse, il loro arrivo insieme in tribunale). Una grande folla ha atteso il verdetto anche all'esterno del tribunale, a testimonianza del sostegno della popolazione locale per colui che è considerato il simbolo della battaglia per la democrazia a Hong Kong. LA LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE E come tale è giudicato dal regime cinese, come dimostrano le prime reazioni alla sentenza. L'Ufficio cinese per la sicurezza nazionale con sede a Hong Kong ha rilasciato un comunicato definendo Lai «un burattino delle forze esterne anti-cinesi» che ha tentato una «rivoluzione colorata» nella città. «Condanniamo fermamente la manipolazione politica di Hong Kong da parte di un piccolo numero di politici occidentali e media anti-cinesi con il pretesto dei 'diritti umani' e della 'libertà', che scagionano esplicitamente Jimmy Lai». E di fronte alle proteste internazionali per questo processo che si trascina da tre anni, il ministero degli Esteri cinese ha duramente condannato i Paesi che «diffamano» il sistema giudiziario di Hong Kong, esortando al rispetto della sovranità della Cina. La stessa Cina, bisogna aggiungere, che nel trattato firmato con il Regno Unito per il ritorno dell'ex colonia britannica nel 1997, aveva garantito per 50 anni autonomia a Hong Kong sotto lo slogan "Un Paese, due sistemi". Promessa, neanche a dirlo, immediatamente tradita e ne è prova proprio la Legge sulla Sicurezza nazionale, con conseguente arresto e processo a Jimmy Lai oltre che ad altri esponenti democratici di Hong Kong. Peraltro è proprio il sistema giudiziario di Hong Kong, che è stato sistematicamente sovvertito, come afferma anche il comunicato diffuso da Caoilfhionn Gallagher, responsabile del team legale internazionale che si occupa della difesa di Jimmy Lai (al proposito bisogna ricordare che la Cina vieta ora la possibilità ai cittadini di Hong Kong di avere difensori stranieri): «Il verdetto odierno è una macchia sul sistema giuridico di Hong Kong, un tempo invidiabile - ha detto la Gallagher -. Un uomo coraggioso e brillante di 78 anni è stato condannato con questo verdetto vendicativo e gravemente ingiusto, condannato per il solo fatto di essere un editore e giornalista di successo e un attivista pacifico e devoto alla causa della democrazia. Dopo cinque lunghi anni di detenzione in violazione del diritto internazionale, è ora di porre fine a questo processo farsa e di rilasciare Lai. Se la Cina non lo rilascerà immediatamente e incondizionatamente, la comunità internazionale dovrà chiamarla a rispondere delle sue responsabilità». UN PROCESSO FARSA «È un processo farsa e un atto vergognoso di persecuzione», ha commentato il verdetto odierno Beh Lih Yi, direttore dell'area Asia-Pacifico della Commissione per la Protezione dei Giornalisti: «La sentenza sottolinea il totale disprezzo di Hong Kong per la libertà di stampa - ha affermato - L'unico crimine di Jimmy Lai è quello di dirigere un giornale e difendere la democrazia». «Oggi è un giorno buio per chiunque crede nella verità, nella libertà e nella giustizia - ha commentato Sebastien Lai, costretto a vivere a Londra -. Io e la mia famiglia siamo rattristati ma non sorpresi dal verdetto di colpevolezza per mio padre. Siamo sempre stati consapevoli che mio padre è stato perseguito soltanto per il suo giornalismo coraggioso e il suo incrollabile impegno per la democrazia. La condanna odierna è il culmine di una persecuzione da parte delle autorità cinesi e di Hong Kong. È un attacco ai valori che ci sono più cari. Ora spetta al governo britannico difendere questi valori assicurando il rilascio di mio padre, prima che sia troppo tardi». Bisogna infatti ricordare che Jimmy Lai è anche cittadino britannico. Anche un'altra figlia di Jimmi Lai, Claire, ha voluto rilasciare una dichiarazione, riferendosi soprattutto alle precarie condizioni di salute del padre: «Avendo trascorso gli ultimi anni a Hong Kong, ho assistito personalmente al rapido deterioramento della salute di mio padre - ha detto -. Ha 78 anni e ha trascorso cinque anni in condizioni terribili, e siamo preoccupati per quanto ancora potrà sopportare. Questo verdetto dimostra che le autorità continuano a temere nostro padre, anche nel suo stato di debolezza, per ciò che rappresenta. Ribadiamo la sua innocenza e condanniamo questo errore giudiziario. Ci auguriamo che gli Stati Uniti continuino a esercitare pressioni affinché mio padre possa tornare dalla nostra famiglia e riprendersi in pace». Non sono un caso i riferimenti a Regno Unito e Usa. Il caso infatti ha anche una grossa ripercussione internazionale. Il ministero degli Esteri britannico ha prontamente condannato la «persecuzione politica» di Jimmy Lai, mentre si ricorderà che il presidente americano Donald Trump aveva in ottobre dichiarato di aver sollevato il caso di Jimmy Lai nel corso del vertice con Xi Jinping, chiedendone la liberazione. Anche il governo italiano, in occasione della presenza di Sebastien Lai in Italia per la Giornata della Bussola, ha chiesto la liberazione di Jimmy Lai con un comunicato dell'inviato speciale del Ministro degli Esteri per la promozione della libertà religiosa, Davide Dionisi, che ha personalmente incontrato il figlio dell'imprenditore di Hong Kong. Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo seguente dal titolo "La Cina non si tocca, in Vaticano congiura del silenzio su Jimmy Lai" parla di come sia stata ignorata totalmente dai media vaticani e dalla Santa Sede la notizia della condanna dell'editore cattolico di Hong Kong Jimmy Lai. È un altro frutto perverso dell'accordo segreto Cina-Vaticano: in nome della ragion politica si abbandonano i cattolici nelle mani dei loro persecutori. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 dicembre 2025: Per tutta la giornata di ieri sono proseguite le dichiarazioni di condanna contro le autorità cinesi e di Hong Kong per il verdetto di colpevolezza per cospirazione e sedizione nei confronti di Jimmy Lai, imprenditore ed editore assurto a simbolo della battaglia di Hong Kong per la libertà e la democrazia. Anche l'Unione Europea, con una nota del Servizio europeo per l'azione Esterna, ha parlato di «processo politico» e di «erosione della democrazia e delle libertà fondamentali a Hong Kong dall'entrata in vigore della Legge sulla Sicurezza nazionale nel 2020»; e ha chiesto «il rilascio immediato e incondizionato di Jimmy Lai». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il senatore italiano di Fratelli d'Italia Giulio Terzi, secondo il quale «con le accuse pretestuose di sedizione e collusione con forze straniere, i giudici hanno privato della libertà un cittadino britannico e distrutto la reputazione di Hong Kong come spazio di libertà di espressione, di stampa, di religione, di impresa». Altri duri comunicati anche da organizzazioni umanitarie come The Committee for Freedom in Hong Kong Foundation, Human Rights Watch, Amnesty International e Reporters sans Frontières. Ma c'è un dettaglio che in tutto questo coro internazionale di proteste sfugge: è vero, Jimmy Lai è un simbolo della battaglia per la libertà e la democrazia a Hong Kong, ma è soprattutto un cattolico che dal momento della sua conversione - è stato battezzato nel 1997 dal cardinale Joseph Zen, arcivescovo emerito di Hong Kong - ha vissuto in modo nuovo sia la sua professione di editore sia la sua battaglia civile, fino ad accettare il carcere per vivere fino in fondo la sua testimonianza alla Verità. Ricordavamo nell'articolo che gli abbiamo dedicato in occasione del conferimento del premio "Fatti per la Verità", consegnato a suo figlio Sebastien nel corso della Giornata dell

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  7. Ci vogliono far diventare tutte famiglie nel bosco

    12/09/2025

    Ci vogliono far diventare tutte famiglie nel bosco

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8374 CI VOGLIONO FAR DIVENTARE TUTTE FAMIGLIE NEL BOSCO di Riccardo Cascioli   La vicenda di quella che è ormai nota come "famiglia del bosco" rappresenta un vero paradosso perché viene punita esattamente per aver scelto uno stile di vita che è quello che l'Unione Europea con le organizzazioni ambientaliste - dal WWF in giù - vorrebbero imporre a tutti i cittadini. Esagerazione? No, è proprio così. Non sappiamo tutta la storia di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, la coppia che con tre figli minorenni vive da alcuni anni nella zona di Palmoli, in Abruzzo. Sappiamo però che seguono uno stile di vita - pare condiviso con altre famiglie in zona - che si definisce neo-rurale: una piccola abitazione in pietra, sistemata alla bell'e meglio, con un gabinetto a secco in una casupola esterna; niente acqua corrente; elettricità solo da pannelli solari; cibo in gran parte autoprodotto (orto e animali); un'auto giusto per gli spostamenti indispensabili. Che sia in nome della lotta ai cambiamenti climatici, per salvare il pianeta, per odio alla modernità o qualsiasi altro motivo, questo è comunque il modo in cui hanno scelto di vivere. Ma è anche lo stile di vita che ha portato il Tribunale dei minori dell'Aquila a sospendere la potestà genitoriale e a togliere loro i tre bambini, cosa di cui abbiamo già parlato. Qui torniamo al paradosso citato all'inizio, e che ruota tutt'attorno al concetto di "impronta ecologica", che da circa trent'anni è diventato l'indice con cui giudicare la sostenibilità del nostro stile di vita. Almeno secondo questo regime di tirannia ecologista che ci sta imponendo scelte irrazionali, dalla casa all'automobile, dall'energia ai consumi. Quante volte ci hanno fatto sentire in colpa per la nostra impronta ecologica troppo elevata, che ruba risorse ai poveri di questo mondo e anche alle generazioni future? COS'È L'IMPRONTA ECOLOGICA? Avete presente Greta Thunberg quando davanti a una platea di politici ed intellettuali italiani accusava «Ci avete rubato il futuro»? O quando all'ONU sprizzava lacrime di rabbia dicendo «Avete rubato i miei sogni e l'infanzia»? Tutta colpa della nostra maledetta impronta ecologica che divora risorse che la Terra non è in grado di rigenerare, ci dicono. Ma che cos'è l'impronta ecologica? Pretende di essere una unità di misura scientifica che calcola il nostro impatto nell'ecosistema globale. E si definisce come «la superficie di terra e acqua che una popolazione umana richiede per produrre le risorse che essa consuma e per smaltire i suoi rifiuti tenendo conto della tecnologia prevalente». È questa la definizione ufficiale data dai due pionieri che hanno inventato questa unità di misura, Mathis Wackernagel e William Rees, due accademici che hanno tradotto in formule la loro ricerca nel libro Our ecological footprint: Reducing human impact on the Earth (pubblicato in italiano con il titolo L'impronta ecologica: Come ridurre l'impatto dell'uomo sulla Terra), uscito nel 1996 e subito diventato, grazie all'adozione da parte del WWF, un fondamento teorico a sostegno delle tesi ecologiste. I due hanno anche creato il Global Footprint Network che continua il lavoro di approfondimento del tema e, diciamolo pure, di indottrinamento. Allora, per tornare al punto di questo articolo, andiamo pure sul sito del Global Footprint Network a misurare la nostra impronta ecologica (ci sono diversi siti che offrono questo calcolo, ma andiamo sull'originale) per capire qual è il vero obiettivo di questo bombardamento propagandistico. Si tratta di rispondere ad alcune domande sulle abitudini alimentari, sull'abitazione, sull'uso dell'energia, sulla mobilità. Personalmente penso di rappresentare l'italiano medio che vive in un contesto urbano: famiglia in un appartamento di 80 metri quadri, un'automobile con spostamenti legati soprattutto alle esigenze familiari, alimentazione variata con cibo acquistato soprattutto al supermercato. Il risultato, per chi crede a queste cose, è terrificante: «Se tutti avessimo il tuo stile di vita, l'umanità avrebbe bisogno di 4,2 Pianeti Terra». E, per entrare più nello specifico, io avrei finito le risorse che mi potrei permettere già il 29 marzo, mio personale "Giorno di Sovrasfruttamento della Terra". LO STILE DI VITA CHE LE ÉLITE VORREBBERO IMPORCI Ne avrete già sentito parlare: l'Earth Overshoot Day ci viene ricordato dai media ogni anno con grande enfasi per ricordarci che da quel giorno e fino al 31 dicembre tutta la popolazione mondiale vive in deficit ecologico, ovviamente per colpa dei Paesi industrializzati: nel 2025 il Giorno di Sovrasfruttamento è caduto il 24 luglio (a sottolineare l'estrema gravità della crisi ecologica). Qualcuno potrebbe pensare che la mia pessima impronta ecologica sia dovuta a personali cattive abitudini di spreco non necessariamente attribuibili a tutti quelli nelle mie condizioni. In realtà, però, se andiamo a vedere qual è complessivamente l'impronta ecologica dell'Italia, scopriamo che è addirittura peggiore: 4,5. E allora chiediamoci: come potremmo rientrare in una situazione di equilibrio con l'ambiente? Semplicemente adottando lo stesso stile di vita della "famiglia nel bosco". Provare (il calcolo dell'impronta ecologica) per credere. Questo è lo stile di vita che le élite ecologiste vorrebbero imporci; questo è dove ci stanno portando il Green Deal europeo, gli Accordi di Parigi sul clima, le regole dello sviluppo sostenibile. E tutto passa grazie alla creazione di un clima di emergenza (inesistente) e spacciando per verità ineluttabili delle teorie pseudo-scientifiche che non tengono davanti alla realtà, ma che nessuno ha il coraggio di mettere in discussione. Ci si chiede: ma se questo è l'obiettivo perché se la prendono allora con la "famiglia nel bosco" che fa esattamente ciò che vorrebbero far fare a noi tutti? Non dovrebbe essere presentata come un modello? In effetti la grande stampa in questi anni ci ha sempre presentato in modo edificante storie analoghe, di persone fuggite dalla società e rifugiatesi nella natura, che non hanno figli in nome della salvezza del pianeta. Ecco, forse sono proprio i figli il problema della famiglia nel bosco. E poi perché Nathan e Catherine si sono scontrati accidentalmente con un'altra ideologia molto potente: quella dello Stato onnipresente, dello Stato che non tollera che qualcosa sfugga al suo controllo, dello Stato vero "padrone" ed educatore dei bambini. È uno scontro tra due ideologie, ma che entrambe concorrono a schiacciarci. È il caso di prenderne coscienza.

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  8. L'assassinio di Rabin pesa ancora sul futuro israelo-palestinese

    12/02/2025

    L'assassinio di Rabin pesa ancora sul futuro israelo-palestinese

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8369 L'ASSASSINIO DI RABIN PESA ANCORA SUL FUTURO ISRAELO-PALESTINESE di Riccardo Cascioli   Ricordare l'omicidio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, avvenuto esattamente 30 anni fa, il 4 novembre del 1995, è anche un modo per comprendere la crisi attuale. Perché pur cambiando gli interpreti e, in alcuni casi, anche le sigle, in Medio Oriente le ragioni del conflitto, gli argomenti che lo infiammano, i rispettivi progetti che vorrebbero ridisegnarlo restano costanti nel tempo. E ciò che è avvenuto 30 anni fa ha inferto una ferita profonda di cui si pagano ancora le conseguenze. Rabin fu assassinato dal 25enne Yigal Amir, esponente del gruppo estremista israeliano Eyal, un acronimo in ebraico che sta per Organizzazione ebraica nazionale. Due colpi di pistola alla schiena mentre lasciava il palco di una manifestazione in favore del processo di pace: la sua colpa era stata quella di aver firmato a Oslo l'accordo del 1993 con il leader palestinese Yasser Arafat (che valse a entrambi il premio Nobel per la pace nel 1994), che prevedeva il ritiro delle truppe israeliane da una parte di Gaza e della Cisgiordania, territori in cui si costituiva l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che da parte sua rinunciava a perseguire la distruzione di Israele. Si era ancora distanti dal realizzare "due popoli, due Stati", ma per la prima volta dopo quasi 50 anni si intravvedeva una possibilità concreta di soluzione politica della guerra israelo-palestinese. Con la morte di Rabin, quella speranza è tramontata in fretta. Ci sono in particolare due fattori che vale la pena sottolineare e che, al sottoscritto, allora inviato in Israele, sono balzati agli occhi. IL PRIMO FATTORE: UN CLIMA AVVELENATO Anzitutto la profonda divisione che attraversava sia Israele sia i palestinesi. L'assassino di Rabin non era un fanatico isolato, era il frutto di un clima avvelenato che si respirava in Israele. Il premier e il suo ministro degli Esteri Shimon Peres erano oggetti di attacchi violenti da parte della destra, e lo stesso voto in Parlamento per ratificare gli accordi non fu pacifico: la Knesset approvò con 61 voti a favore, 50 contrari e 8 astensioni. E anche se si affrettò a condannare severamente l'omicidio di Rabin, il leader del Likud Benjamin Netanyahu da mesi guidava una campagna feroce contro il primo ministro e l'accordo di Oslo, ed erano cresciuti i gruppi più estremisti che godevano di una certa impunità anche nell'ambiente universitario: i manifesti che circolavano con Rabin vestito da ufficiale delle SS, erano già una sentenza. «Gli elementi estremisti della destra avevano creato un'atmosfera tale che un assassino si sarebbe sentito giustificato ad agire», mi disse Ehud Shprinzak, allora docente di Scienza della Politica all'Università ebraica di Gerusalemme e massimo esperto della destra religiosa. Il clima era così arroventato che anche allora, come per il 7 ottobre 2023, ci furono molte polemiche sulla sicurezza fino a sospettare che, per avvicinarsi a Rabin, Amal avesse potuto contare sulla complicità di alcuni agenti che avrebbero dovuto proteggere il premier. Ma anche tra i palestinesi c'era una profonda divisione, tanto che anche Arafat era nel mirino dei suoi nemici interni. Hamas, allora forza crescente, così come la Jihad islamica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) costituirono un "fronte del rifiuto", che negli anni successivi - parallelamente alla crescente perdita di fiducia in una soluzione diplomatica - andò aumentando il suo peso politico all'interno del mondo palestinese. Quelle divisioni restano tuttora, sarebbe ingenuo pensare che il conflitto sia semplicemente "israeliani contro palestinesi", c'è anche un conflitto interno ai due campi. La differenza è che oggi, anche in virtù di quanto accaduto 30 anni fa, sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi prevalgono le forze ostili a un accordo di pace che preveda la coesistenza tra i due popoli, a prescindere dalla forma istituzionale che si può trovare. IL SECONDO FATTORE: LA RELIGIONE E qui si colloca il secondo fattore da sottolineare, quello religioso. Anche se l'opposizione a un qualsiasi accordo ha anche motivazioni politiche, non c'è dubbio che sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi oggi prevalgano o abbiano grande influenza le posizioni religiose fondamentaliste, il che rende impossibile qualsiasi compromesso. Cosa vuol dire? Provo a spiegarlo con due incontri che feci in quei giorni. Il primo a Hebron, tra gli ebrei ortodossi che vivevano in una enclave, un'oasi architettonica, pulita e ordinata, circondata dal disordine e dalla sporcizia della città araba. A parlare è Mishael, un insegnante, che sintetizza un pensiero comune: «Io voglio la pace, non ho nulla contro gli arabi, ma la terra non possiamo dargliela, è Dio che lo dice. Dio ci ha dato questa terra, è scritto nella Bibbia. Adesso non possiamo dire a Dio: no, grazie non la vogliamo, diamola ai palestinesi». Il secondo a Betlemme, all'uscita della moschea che fronteggia la chiesa della Natività; tra decine di musulmani che si fermano a parlare tra di loro, uno interpreta il pensiero di tutti: «Nella Palestina non c'è spazio per due Stati. Questa è tutta terra dell'islam. Gli ebrei? Quelli che c'erano già prima possono restare, ma all'interno dello Stato islamico». Se la terra è parola di Dio non c'è spazio per compromessi. L'unica possibilità che si riapra uno spiraglio di speranza è che queste posizioni vengano ridotte ed emarginate. Si riferiva probabilmente anche a questo il Patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, quando nelle scorse settimane diceva che c'è bisogno di volti nuovi sia tra i politici sia tra i religiosi, persone che desiderino veramente e parlino una lingua di pace e convivenza. Un'ultima cosa vorrei raccontare, un incontro che mi ha particolarmente colpito e che dà la misura della tragicità dell'assassinio di Rabin per il popolo ebraico. David Bar Ilan, nipote del fondatore dell'Università di Tel Aviv che porta lo stesso nome (Bar Ilan) e successivamente consigliere politico di Netanyahu, usava la Bibbia per spiegare: «Quello che è accaduto è già tutto scritto nel capitolo 24 del secondo libro delle Cronache», riferendosi alla congiura che portò all'uccisione di re Ioas, a sua volta responsabile della lapidazione di un profeta. «La verità - spiegava - è che ciò che stiamo vivendo è più che tragico per il nostro popolo: sempre, nella storia, quando ebrei hanno cominciato ad uccidere altri ebrei si è assistito al trionfo dei nemici di Israele». Avvertimento o profezia, il fatto è che l'assassinio di Rabin peserà a lungo sull'evoluzione dei rapporti israelo-palestinesi.

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Il giornalista Riccardo Cascioli, direttore de "La nuova Bussola Quotidiana", apre uno squarcio sull'Italia di oggi dando una chiave di lettura originale dell'attualità