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Il giornalista e scrittore di successo Rino Cammilleri, l'apologeta kattolico, parla a tutto campo dei problemi di oggi senza dimenticare le preziose lezioni della maestra più inascoltata: la storia

  1. Tecnologia? Si, grazie, anche se...

    Apr 29

    Tecnologia? Si, grazie, anche se...

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8520 TECNOLOGIA? SI, GRAZIE, ANCHE SE... di Rino Cammilleri   In effetti fa un po' impressione camminare per strada e vedere ogni passante chino e concentrato sul suo telefonino. Specialmente le donne e più specialmente le ragazze (la socialità è sempre stata femmina, ma a dirlo si rischia la lesa parità). Molti diventano strabici a furia di tenere un occhio sullo smartphone e l'altro su dove mettono i piedi. Ci sono starlette che ne hanno due, di telefoni, uno per mano, non sia mai dovessero perdersi qualche like o app o chat o sms. Alcune, oltre a ciò, recano ai polsi lunghi guinzagli estensibili che terminano con due o tre buffi cagnetti, e caracollano incerte su tacchi 12, talvolta incuranti dei semafori. Ci sono signorine ecologiche che reggono il manubrio della bicicletta con le ginocchia mentre rispondono al telefono dopo avere spostato una delle cuffie con cui sentono la musica e pedalando sul marciapiede affolla- to. Eh, la prudenza non è mai troppa: in strada non sentirebbero il Tir sopraggiungere alle loro spalle. Ci sono barzellette a iosa sul web, anche perché alle stesse scene si può assistere anche sui mezzi pubblici e nelle sale d'attesa. Stiamo tutti rimbambendo? Bill Gates è riuscito a fare quel che neanche a Cristo era riuscito, cioè ammaliare di colpo un intero pianeta? Si vedono africani chiedere l'elemosina col cappellino in mano mentre conversano nel cellulare. Uno di essi sta tutti i giorni a questuare davanti al bar in cui vado a prendere il caffè la mattina. Mi chiedevo perché indossasse un cappello di lana a calotta anche durante l'anticiclone Caronte. Un giorno, grattandosi la testa, svelò inavvertitamente l'arcano: il copricapo serviva a nascondere gli auricolari. Almeno lui era conscio dell'incoerenza sussistente tra il mendicare e il possesso di un costoso accessorio tecnologico, richiedente per giunta abbonamento. ADDIO RAPPORTI UMANI Eh, chi l'ha detto che i cosiddetti "poveri" sono scemi? E ce ne sono che fanno la fila alla Caritas per un pasto senza smettere di consultare lo smartphone. Insomma, assistiamo al pericoloso diffondersi di un solipsismo da cellulare? Che comporta perdita di relazioni umane? Perdita di copie per i giornali e i libri? Perdita di un sacco di altre cose? Boh, ai posteri l'ardua sentenza. I quali posteri presumibilmente saranno ben più di noi irretiti da ulteriori diavolerie & marchingegni che in qualche oscura latebra (o garage americano) qualche nerd tredicenne sta già approntando. Tuttavia, diciamolo chiaro: il progresso tecnologico serve a questo. Anche la lavatrice elettrica ha distrutto i rapporti umani tra quelle donne che andavano a insaponare i panni al fiume e tra una strusciata di liscivia e l'altra chiacchieravano fra loro. Lo stesso dicasi per le mondine (alle quali si devono lagnosi canti folk) e le raccoglitrici di olive, superate (con loro sollievo) dalle macchine. Ho l'età per ricordare mia nonna che si alzava all'alba per andare a cuocere il pane al forno pubblico. Ora il pane lo si compra al supermercato. Le serate intorno al camino con gli anziani che narravano storie vere o di fantasia? Ormai è roba da libro Cuore di De Amicis (che era già stucchevole e stantio quando frequentavo l'asilo). Ma erano gli stessi anziani che si appoggiavano al bastone perché l'artrite li aveva incurvati già a cinquant'anni. Oggi il caminetto è stato soppiantato dalla televisione, è vero, ma ogni nuova macchina ha le sue controindicazioni. Sì, perché dietro c'è sempre un umano con la sua cupidigia e la sua naturale inclinazione all'egoismo a spese altrui. Quando inventarono la fotografia, la seconda foto fu di una donna nuda. Lo stesso accadde col cinematografo. Che male c'era, dite? Niente per l'operatore, tutto per chi doveva posare senza veli per poter mangiare (a quei tempi era così, oggi no, anzi, fanno la fila). IL CASO DELLA SINDONE Ë un antichissimo sogno dell'uomo quello di poter smettere coi lavori che i romani chiamavano «servili» (dove servus era la parola latina per indicare lo schiavo), quelli del biblico «sudore della fronte» che il cristianesimo, abolendo la schiavitù, costrinse a far fare alle macchine. Quando i luddisti inglesi agli inizi del XIX secolo sabotavano i telai meccanici perché toglievano loro il lavoro, la gente si poneva una domanda che, mutatis mutandis, ancora oggi riemerge: se le macchine (i robot sono macchine) faranno tutti i lavori, che cosa facciamo fare agli uomini? La risposta già la conoscevano i Romani: i liberi si dedicavano alle attività superiori, di pensiero, di arte, di politica. A lavorare di mano provvedevano gli schiavi. Sostituisci "robot" a "schiavi" e realizzi il sogno umano. Ma sempre sapendo che il peccato originale inquinerà tutto. Ogni novità porterà vantaggi che qualcuno provvederà ad avvelenare. Il Creatore lo sa bene. Infatti, guardate la Sindone: sembra fatta apposta per accompagnare l'uomo nella sua marcia secolare verso l'incredulità. È sempre stata ritenuta il Sudario di Cristo fino ai tempi dell'irreligiosità, quando la scienza cominciò a soppiantare nelle teste la religione. Ma ecco che un'invenzione tecnologica costringe la scienza a constatare che l'immagine è un negativo fotografico. Ben presto, però, arriva un'altra contromisura: il Carbonio 14, che la inchioda come falsa. TRUCCO MASCHERATO È però sempre la stessa tecnologia che, con l'elettronica e le immagini tridimensionali, smaschera il trucco. Ancora: il microscopio elettronico, il laser a eccimeri, le analisi di una disciplina che si è dovuta inventare appositamente, la sindonologia, parlano di uno scoppio di luce solare, di un corpo che si sta alzando in piedi mentre attraversa la tela. E altre sorprese aspettiamo, ma sempre calibrate: più gli uomini sono indotti a venerare la scienza e, poco alla volta, la stessa scienza è costretta a confermare il cristianesimo, Passione, morte e Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Ma sempre cum grano salis, secondo lo stile del Dio cristiano: abbastanza per chi vuol credere, mai abbastanza per chi non vuole. E poi, diciamolo: è divertente la diatriba all'interno della stessa modernità irreligiosa. Da una parte, i fanatici dell'ecologismo vorrebbero che "gli altri" tornassero all'età della pietra. Dall'altra, "gli altri" (e loro stessi) ormai non potrebbero vivere senza cellulare. Ma, dicono gli uni, bando alla «contraddizion che no'l consente», e chiudono volontariamente gli occhi sul fatto che proprio il cellulare è ecologicissimo: sostituisce da solo e in un piccolo spazio una pletora di oggetti la cui fabbricazione inquinava eccome. Li elenco: il telefono, ovviamente, e l'agenda telefonica; poi l'atlante, le mappe e gli stradari; l'agenda propriamente detta; la televisione, i Cd video e audio e rispettivi supporti; la macchina fotografica e la cinepresa; il registratore; l'enciclopedia; la posta, i giornali, i libri; eccetera. Il resto mettetecelo voi.

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  2. Il delitto che smaschera l'America woke

    Apr 28

    Il delitto che smaschera l'America woke

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8519 IL DELITTO CHE SMASCHERA L'AMERICA WOKE di Rino Cammilleri   Permettetemi di tornare un attimo sul caso della povera ragazza ucraina uccisa senza motivo da un pazzo in una metropolitana statunitense. Perché fa riflettere. L'uomo è un negro (parola spagnola, se il woke americano l'ha fatto diventare un insulto non mi interessa). Nessuno ha soccorso la giovane, anzi si sono allontanati. E gli altri passeggeri del vagone erano tutti coloured. Lo so, adesso si dice "afroamericani", ma io sono italiano e non seguo da un pezzo i c.d. corsi di "aggiornamento" obbligatori per giornalisti. Proseguiamo. L'unico che, pur provenendo da un'altra carrozza, si è accorto di quell'esserino dolce e minuto che perdeva sangue era un bianco, ma era ormai troppo tardi. L'assassino è un pluripregiudicato condannato ben quattordici volte, e rimesso in libertà per l'ennesima da una giudicessa appartenente alla stessa etnia. Black Lives Matter: letteralmente, le vite dei neri contano. Evidentemente, ormai più di tutti, tant'è che i commercianti (da millenni i primi a fiutare il vento) ormai non fanno alcuna pubblicità senza metterci dentro un africano: vi basta accendere la tivù per verificare. Per un black accidentalmente ucciso da poliziotti (alcuni, black pure loro) le città Usa sono state date alle fiamme e saccheggiate. Hollywood -altro ambiente in cui Dollars Matter- continuano a inondare le sale di film, regolarmente premiati con l'Oscar, sulla schiavitù dei negri prima e durante la Guerra Civile. Scemato il filone degli "indiani buoni e ingiustamente decimati dai bianchi" (stra-Oscar a "Balla coi lupi", col nordista che vedeva i pellirosse in "armonia", quando la storia dice che si scannavano e derubavano tra loro da sempre), ecco un'altra "vittima" dell'Occidente cristiano con cui rinfocolare i sensi di colpa. Film per film, ricordiamone uno del 1986, "Soul man", in cui un ragazzo americano che non riesce a entrare all'università si traveste da negro per approfittare delle quote riservate a questa minoranza. Dunque, se quarant'anni fa qualcuno poteva scherzarci sopra, vuol dire che già allora molti bianchi americani ne avevano le tasche piene dell'Affirmative action, con cui il governo, cedendo alla propaganda, aveva creato canali privilegiati per gente che aveva il solo merito di non avere la pelle bianca. Non so se Trump si sia reso conto che per realizzare il suo programma MAGA (Make America Great Again) deve abolire questa legge idiota che ha riempito i ranghi dell'amministrazione e le cattedre e i tribunali di gente che non aveva i numeri, e respinto per tal via molti di quelli che li avevano. Finora l'unica cosa che gli è riuscita di fare è di togliere di mezzo i militari trans (anche generali!) la cui sola presenza ridicolizzava l'intero esercito statunitense. Il marxismo, nella sua ultima variante woke, si è impadronito delle cattedre universitarie americane, abbondantemente foraggiate da emirati e regni arabi e riempitesi di studenti cinesi (pecunia non olet : questo è latino). La solita Hollywood, mater propagandarum (anche questo) è popolata da attori e registi che (come rinfacciò loro un celebre comico in una cerimonia degli Oscar, non a caso silenziata) "sono stati sui banchi di scuola meno tempo di Greta", ma poi si pigliano pure il Nastro Verde per la Cultura, come fece la Francia con (tenetevi) Sharon Stone all'indomani dalla sua celebre accavallata di gambe su grande schermo. Bene, Hollywood ha sfornato film su film per demonizzare la "caccia alle streghe" del senatore McCarthy, mostrando con ciò che è quanto più teme. Invece McCarthy aveva ragione, eccome. Trump sicuramente lo sa, e sa anche, personalmente, che dove anche la propaganda fallisce c'è sempre un'ultima ratio (sempre latino): un "pazzo" con un fucile di precisione. Speriamo che The Donald faccia qualcosa. Quel che succede negli Usa, ahimè, riguarda anche noi.

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  3. Augustus Tolton, il primo sacerdote americano nero

    Apr 28

    Augustus Tolton, il primo sacerdote americano nero

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8517 AUGUSTUS TOLTON, IL PRIMO SACERDOTE AMERICANO NERO di Rino Cammilleri La Chiesa cattolica degli Stati Uniti ebbe il suo primo sacerdote nero nel 1886. Si chiamava Augustus Tolton. Prima di raccontare la sua storia dobbiamo ricordare che, altrove, la Chiesa non aveva mai avuto difficoltà a ordinare negri (come si chiamavano con termine spagnolesca prima che il politicamente corretto americano decretasse l'ostracismo del termine) e ne aveva canonizzati fin dal secolo XVI. Pensiamo al siciliano san Benedetto il Moro, discendente di schiavi africani portati dagli arabi, o a san Martino da Porres, figlio di una schiava. Ma negli Usa era diverso: i neri fino alla Guerra di Secessione erano schiavi. E anche dopo la guerra il pregiudizio nei loro confronti rimase a lungo forte. Tanto a lungo che solo sotto la presidenza Kennedy venne tolto l'asterisco che contrassegnava i nomi di neri negli elenchi telefonici. Ci vollero altri decenni di affirmative action, vere e proprie «quote nere» nelle università e in altri luoghi, per disinnescare i pregiudizi razziali negli Usa, tanto da generare, in alcuni casi, grottesche inversioni: in un film degli anni Settanta, Soul man, uno studente si finge nero per poter avere un posto al college. E veniamo ad Augustus Tolton, il cui caso, all'epoca, fece vero scalpore. FIGLIO DI SCHIAVI CATTOLICI Era nato nel 1854 a Brush Creek, nel Missouri, secondo figlio di Peter Paul Tolton e Martha Jane Chisley, schiavi cattolici di padrone cattolico. Chi aveva la fortuna di lavorare per un padrone cattolico poteva contare su un trattamento molto più umano, quasi familiare, grazie alla predicazione della Chiesa. San Paolo, nella sua Lettera a Filemone, traccia le linee guida per la gestione di uno schiavo, raccomandando lo schiavo Onesimo, fuggiasco, al padrone. Lo schiavo è un fratello in Cristo, punto e basta. Liberarlo? Facile a dirsi, ma si sarebbe trovato senza lavoro e in miseria, come appunto accadde agli schiavi americani dichiarati liberi con un tratto di penna. Molti padroni romani, cristiani, liberarono i loro schiavi poco alla volta, solo dopo aver loro assicurato un futuro. Il trattamento «da fratello» svuotava dall'interno la schiavitù, fino a farla morire d morte naturale. Non a caso risorse dopo la scoperta delle Americhe, nel clima del neopaganesimo rinascimentale. I padroni del nostro Augustus, Stephen e Savilla Elliot, tenevano i loro schiavi quasi come familiari (si pensi, per un esempio, alla Mamie di Via col vento). Infatti, al battesimo di Augustus furono loro a far da padrini. Augustus aveva un fratello, Charles, e dopo di lui nacque una sorella, Anne. Tutti nati in schiavitù e, dunque, secondo la legge, schiavi. Ma tutti i bambini di casa Elliot avevano come padrini i loro padroni. Allo scoppio della guerra civile il clima si fece pesante negli Stati della Confederazione e padron Elliot preferì licenziare i suoi schiavi. Diede loro cibo e qualche soldo, poi li avviò verso il Nord. Peter Tolton si arruolò nell'esercito unionista, mentre la sua famiglia, con l'aiuto di soldati nordisti, raggiungeva l'Illinois, uno stato dove non c'era la schiavitù. Si stabilirono a Quincy, ma Peter non poté raggiungerli perché morì di dissenteria. Martha Jane e il figlio maggiore Charles trovarono lavoro nel settore del tabacco, in una fabbrica di sigari. Dovevano lasciare la piccola Anne affidata alle cure di Augustus, che aveva sui nove anni. Su di loro, però, vegliava il parroco della chiesa di St. Peter, che sorgeva vicino alla loro abitazione. "TI PIACEREBBE STUDIARE?" Padre Peter McGirr, questo il suo nome, era un irlandese che aveva notato la precoce intelligenza di Augustus. Un giorno gli chiese se gli sarebbe piaciuto studiare. Il bambino disse subito di sì e padre McGirr lo introdusse nella scuola parrocchiale. Non fu facile superare i pregiudizi degli altri genitori su quel bambino nero: erano cattolici, sì, ma anche americani e non tutti illuminati. Però la cocciutaggine del prete irlandese ebbe la meglio, anche perché, per vincere le diffidenze, ad Augustus faceva fare pure il chierichetto. Attorno al 1870, quando le ferite della sanguinosa guerra erano ancora fresche, padre McGirr intuì che Augustus aveva la vocazione sacerdotale e cercò un seminario che lo accogliesse. Dovette faticare un po' perché, più che pregiudizi, c'erano questioni di opportunità. Ordinare un prete nero? In America, a ridosso della guerra civile? E che chances di attività pastorale avrebbe avuto? Dopo settimane di sforzi e preghiere la porta si aprì proprio a Quincy, nel St. Francis Solanus College, dove Augustus poté conseguire un brillante diploma. A quel punto padre McGirr - sempre lui - lo mandò come suo miglior trofeo alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, dove il giovane Tolton studiò con ottimo profitto. E nel 1886, a trentadue anni (aveva cominciato gli studi, lo ricordiamo, tar- di), fu ordinato sacerdote cattolico nella basilica di San Giovanni in Laterano. L'impressione in America fu enorme. Era il primo ex schiavo a diventare prete, I giornali raccontarono la stupefacente storia dello schiavo divenuto sacerdote e, quando tornò a Quincy, gli venne decretato una specie di trionfo cittadino, con la banda, i cori, le bandiere e le acclamazioni. Sia di bianchi che di neri, anche se l'entusiasmo di questi ultimi superava di molte lunghezze quello di ogni altro. Il festeggiato raggiunse la chiesa di St. Boniface, gremita all'inverosimile. Tutti volevano la sua benedizione, ma il primo tratto di croce fu per il suo mentore, padre McGirr, che aveva creduto in lui contro tutto e tutti. L'indomani, alla sua prima messa, migliaia di persone erano sul sagrato, perché dentro non c'era più posto. I pregiudizi e le questioni di opportunità? Dimenticati: i cattolici d Quincy adesso erano contenti. Padre Gus, come lo chiamavano, tuttavia non ebbe vita facile. Cercò di aprire una parrocchia e una scuola, ma ebbe i bastoni tra le ruote proprio dai neri protestanti, che lo disprezzavano in quanto «papista». Dovette gettare la spugna e spostarsi a Chicago, dove, con i soldi della benefattrice Anne O'Neill e l'aiuto di santa Katharine Drexel, poté fondare la sua parrocchia e la sua scuola. Le prediche di questo ex schiavo, che parlava fluentemente italiano, latino e greco antico, erano sempre affollate e tutti restavano colpiti dalle sue parole di grazia. Il suo esempio fu trascinante e i seminari cattolici cominciarono ad ammettere giovani neri. Morì nel 1897, a soli quarantatré anni, per una insolazione nel luglio rovente di quell'anno. Stava male ma, per non disturbare, non aveva detto niente a nessuno. Di recente è stato aperto il suo processo di beatificazione.

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  4. Il diavolo si annida nelle università

    Apr 28

    Il diavolo si annida nelle università

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8516 IL DIAVOLO SI ANNIDA NELLE UNIVERSITA' Dal marxismo al wokismo, così l'ideologia ha trovato casa nei campus e fa lezione di morale (a tutti gli altri) di Rino Cammilleri   Quando per i "maestri" tedeschi della c.d. Scuola di Francoforte l'aria si fece pesante perché l'appena eletto Hitler non faceva mistero di quel che pensava di ebrei e comunisti, di corsa e volentieri accettarono l'invito delle università americane, le quali misero subito a loro disposizione cattedre e danari. Naturalmente, detti professoroni si portarono dietro le loro idee, che da quei prestigiosi pulpiti cominciarono a diffondere. E, dopo la guerra, esse sciamarono per tutto l'impero americano; l'allora Urss, tramite i suoi partiti comunisti all'estero, le foraggiò alla grande. Crollata l'Urss, dal momento che erano ormai americane, rimasero. Anche se con nuovo nome. E l'antica impronta giacobina (di cui il comunismo è figlio) la si vede ancora oggi nella ferocia con cui gli eredi (woke, cancel, affirmative action, e via sbrodolando) sfasciano tutto se non li si accontenta. Cioè, se non comandano loro, stabilendo chi è ammesso e chi no, cosa si deve dire e cosa no, per chi si deve votare eccetera. Più, il linciaggio civile contro chi non porta la loro coccarda e la cocciutaggine con cui pretendono di penetrare nelle scuole e pure negli asili infantili perché le future generazioni siano a loro immagine e somiglianza. Un Trump, un Orban, una (un po' meno) Meloni li contrastano? E allora rieccoli, con l'insistenza di quelle mosche che, più le cacci, e più tornano per altre vie. Continuamente, incessantemente. L'incredibile astuzia con cui si infilano nelle più minute pieghe del sistema giuridico delle democrazie di massa (invenzione dei loro avi francesi) ricorda, a noi cattolici preconciliari, l'avvertimento di Gesù circa i "figli di questo mondo" che sono molto "più scaltri" (Lc, 16, 8) di quelli della luce. La sagacia di un don Bosco o quella di una santa Cabrini (le cui abilità nel redigere contratti erano leggendarie) sono merce rarissima, troppo rara, tra i cattolici. I quali dovrebbero poter contare sui suggerimenti dell'angelo custode o dello Spirito Santo, se solo li seguissero. Ma per questo ci vuole, ahimè, esercizio. E chi lo insegni. Però non ce ne vuole alcuno per soggiacere alle tentazioni, visto che il Principe di Questo Mondo non ha certo bisogno di essere invocato per agire. Lui, com'è noto (almeno, ai credenti preconciliari) è un ex Cherubino, facente cioè parte della schiera angelica più alta. Caduto per orgoglio, d'orgoglio si nutre. E chi più intellettualmente orgoglioso di un cattedratico di università di mondiale prestigio? L'umiltà intellettuale non ha niente a che vedere con l'aspetto e il comportamento, che possono essere dimessi o anche simpatici e alla mano. Poiché il nostro Maestro ci ha insegnato a giudicare dai "frutti", eccoli, i frutti: aborto e eutanasia spacciati per misure ragionevoli e finanche umanitarie ("mendax et homicida ab initio": e - risate - si lamentano per la denatalità), corruzione morale ormai anche a livello della plebe, attacco alla famiglia (già culla della vita e della moralità; e, perché no, del risparmio) e promozione (coi soldi altrui: "scaltri", appunto) di tutto ciò che è pessimo. Infine, essendo il diavolo il miglior teologo di tutti (è un ex Cherubino, ricordiamolo), con le teste dei teologi cattedratici ci gioca a pallone come e quando vuole. A cominciare da quel colpo da maestro che fu l'abolizione della preghiera a san Michele Arcangelo, suo diretto nemico, alla fine di ogni messa. Dice, appunto, san Paolo che il nostro combattimento non è "contro la carne e il sangue" ma contro "gli spiriti del male" (Ef. 6, 12). Satana è, infatti, etimologicamente, "colui che divide" e l'"accusatore". Instancabile. Vi ricorda qualcosa e qualcuno? E allora, che fare? I preconciliari hanno il rosario come arma a difesa, ma gli altri?

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  5. La Lourdes del Venezuela

    Apr 28

    La Lourdes del Venezuela

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8521 LA LOURDES DEL VENEZUELA di Rino Cammilleri   La Spagna è stata l'unica nazione missionaria della storia, e si deve a essa se oggi la lingua più diffusa nella cattolicità è proprio la sua. Quando i Re Cattolici, dopo la felice impresa di Colombo, decisero di intraprendere la colonizzazione delle Americhe, fecero una cosa a giudizio odierno inaudita: chiesero il permesso al Papa. E questi lo concesse, ma sotto condizione: le nuove terre dovevano venire cristianizzate e le spese per l'evangelizzazione sarebbero state a carico della corona spagnola. Così fu fatto, e oggi non solo il Sudamerica ma anche tutta la parte meridionale degli Usa (strappata all'impero messicano con la guerra del 1848) hanno città i cui nomi parlano chiaro: Los Angeles, San Francisco, San José, Santa Fé, Sacramento, San Diego, San Antonio, Corpus Christi, eccetera. Nell'America rimasta Latina nomi del genere si sprecano, da Asunción a Buenos Aires (nome completo: Nostra Signora di Bonaria, che gli spagnoli avevano mutuato dal santuario di Cagliari, essendo la Sardegna un loro vicereame). Quei luoghi, e la stessa Spagna, hanno visto poi, sì, sangue e tragedie, e ancora non pare finita. MENZOGNE SULLA CONQUISTA  La spiegazione è da ricercarsi nel fatto che, come diceva san Jean Vianney (il Curato d'Ars), più sei credente e più il diavolo si accanisce su di te, come fece con Nostro Signore, nel cui Nome siamo stati battezzati. E pure con menzogne, perché Satana è, come dice il Vangelo, non solo «homicida» ma anche «mendax». Per questo sulla Conquista spagnola la denigrazione non si è mai spenta. E cominciò subito, per via dell'odio antipapista dell'Inghilterra protestante e rivale sui mari della Spagna. Ma la testimonianza migliore su quell'impresa venne proprio dal Cielo: si pensi alle apparizioni di Guadalupe nel 1531, avvenute proprio a ridosso della Conquista, dove la Vergine si presentò all'azteco battezzato Juan Diego (santo) con fattezze meticce. E ancora oggi l'America Latina, Messico compreso, è meticcia, laddove il Nordamerica protestante è totalmente bianco. Tante altre volte la Madonna apparve nei territori della Conquista, e sempre per avallare e benedire l'opera dei colonizzatori. Perfino per difenderli: la cattedrale di Cuzco, in Perù, sorge sul luogo in cui la Madre di Dio discese a salvare un gruppo di soldati spagnoli, che La invocarono, dall'attacco di migliaia di guerrieri Incas. La chiesa è appunto intitolata a Nostra Signora della Discesa. UNA STORIA SINGOLARE Ci fu addirittura un'occasione in cui scese in campo san Giacomo apostolo («Santiago!» era il grido di guerra degli spagnoli) a fare lo stesso: anni dopo, Garcilaso de la Vega, di madre inca, uno dei massimi scrittori del tempo, intervistò personalmente diversi vecchi Incas che avevano preso parte alla battaglia e tutti confermarono di essere stati atterrati da Viracocha, il Dio del tuono (era Santiago, che non conoscevano; scambiato per Viracocha, si meravigliavano che combattesse contro di loro). La Chiesa ha posto sugli altari molti uomini e donne che si santificarono in quei luoghi e in quei tempi per diffondere la fede tra gli indios. O per difenderli, se del caso, dalle prepotenze dei coloni. Oggi, mentre scrivo, le vicende politiche hanno messo in primo piano il Venezuela «piccola Venezia», in spagnolo), che ebbe, anch'esso, l'onore di un diretto intervento evangelizzatore da parte della Madonna e Le edificò, a ricordo, l'immenso santuario di Nostra Signora di Coromoto. Ora, Coromoto non è il nome del sito dell'apparizione, bensì, caso più unico che raro, quello del beneficiario. La cui storia è singolare. Cominciamo col dire che nel 1591 un capitano spagnolo aveva fondato un villaggio vicino al fiume Guanare, per i suoi uomini e gli indios battezzati che lavoravano la terra. Ma c'era una tribù, quella dei Cospes, che si ostinava alla vita selvaggia - e precaria - della foresta. Nel 1652 il suo cacique (capotribù) Coromoto camminava con la moglie sulla riva del fiume quando di colpo si sprigionò un'intensa luce: sull'acqua c'era una soavissima Donna col suo Bambino. DI NUOVO LA DONNA DEL FIUME L'apparizione parlò, disse loro di andare dai bianchi a farsi mettere sulla testa l'acqua che apre le porte del Cielo e sparì. I due, tornati alla tribù, raccontarono il prodigio. E tutti allora vollero «l'acqua sulla testa». Ma Coromoto sapeva abbastanza degli usi dei bianchi e di tutti i divieti imposti dai loro Comandamenti (soprattutto il sesto), perciò titubava. Tuttavia, mesi dopo, spinto dalla tribù, si presentò all'agricoltore Juan Sanchez e gli raccontò tutto. La tribù venne perciò battezzata. Tranne l'irriducibile Coromoto, che non volle saperne. Si arrivò così alla sera del sabato 8 settembre e Sanchez radunò i Cospes per una preghiera collettiva alla Vergine di cui ricorreva la festa. E Coromoto, al solito, rimase nella sua capanna. Dopo la cerimonia, sua moglie, la di lei sorella e il figlioletto dodicenne di quest'ultima andarono a cercarlo. Non fecero in tempo a raccontargli di quel che avevano fatto con Sanchez e gli altri che la soglia si illuminò all'improvviso e comparve la Donna del fiume. Il cacique questa volta si infuriò e cominciò a inveire contro di Lei: che cosa voleva? Era venuta per rimproverarlo? Se ne andasse una buona volta e lo lasciasse in pace! La Donna, sempre con espressione soave, fece un passo avanti, ma quello, in preda all'ira, le si lanciò addosso per strozzarla. Solo che le sue mani strinsero l'aria, perché Lei scomparve. UN PEZZETTO DI PERGAMENA Tra le dita dello sbalordito Coromoto era però rimasto un pezzetto di pergamena con sopra l'immagine della Donna col Bambino, una trentina di millimetri appena. Coromoto, imbarazzato e non sapendo che fare, a quel punto decise di nasconderlo. Ma il suo nipotino, che aveva visto tutto, andò subito a Sanchez a spifferare quanto era successo. Sanchez si precipitò alla capanna di Coromoto e, su indicazione del ragazzino, recuperò la pergamena. Coromoto, dal canto suo, era già scappato nella foresta. Ma il cacique si era appena inoltrato tra gli alberi quando un serpente velenoso lo aggredì, mordendolo. L'uomo, comprendendo il messaggio superno, si arrese alla Donna e decise di farsi battezzare prima di morire. E, guarda caso, proprio in quel momento passò da li un creolo, che lo vide e lo esaudì giusto in tempo. Morto Coromoto e seppellito con esequie cristiane, l'immaginetta restò custodita da Juan Sanchez fino al suo solenne trasferimento a Guanare. Bisognò attendere il XX secolo perché venisse riportata nel luogo dell'apparizione. Infine fu posta, incorniciata in oro, nel basamento di una grande statua della Madonna e attorno le fu costruito il mega-santuario - costato vent'anni di lavori -odierno, il cui altare maggiore sorse nel punto esatto dell'apparizione. Il minuscolo dipinto è, come quello di Guadalupe, un'immagine acheropita, cioè non fatta da mani umane. Molti miracoli vennero lucrati in quel santuario, e ancora se ne lucrano, tanto che Coromoto è detto «la Lourdes del Venezuela».

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  6. Il beato Raimondo Lullo e l'illusione del dialogo con l'islam

    Apr 28

    Il beato Raimondo Lullo e l'illusione del dialogo con l'islam

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8518 IL BEATO RAIMONDO LULLO E L'ILLUSIONE DEL DIALOGO CON L'ISLAM di Rino Cammilleri   Coi musulmani non c'è verso di ragionare, ben se ne accorse Benedetto XVI col suo magistrale discorso di Ratisbona del 2006 cui seguirono solo massacri (di cristiani). Se ne era accorto anche l'iniziatore del "dialogo" con l'islam, francescano come quel Poverello che, cercando il dialogo col sultano Al-Kamil, fu già tanto se non ci rimise la pelle. I cinque Protomartiri francescani furono ammazzati in Africa, indovinate da chi. Un loro confratello provò allora in modo "scientifico" e organizzato. Stiamo parlando del beato Raimondo Lullo (Ramon Llull), un nobile catalano nato a Maiorca verso il 1235. Il  re Jaime I aveva appena conquistato le Baleari e i coniugi Llull, genitori di Ramon, vi si erano impiantati. Lui crebbe come paggio a corte e vi fece carriera, finendo col diventare primo ministro del giovane Regno. Nel 1257 sposò Blanca Picany e ne ebbe due figli, Domingo e Magdalena. Ma verso il 1262 gli apparve il Cristo crocifisso per cinque volte consecutive. IMPARÒ L'ARABO Cosi narrò, e ciò lo convinse a dedicarsi alla conversione degli infedeli. Col consenso della moglie, dopo aver provveduto a lei e ai figli, distribuì il resto ai poveri e si fece frate francescano. Imparò l'arabo a marce forzate, e subito cominciò a scrivere libri in tale lingua. Fu solo l'inizio: Lullo scrisse in tutto quasi trecento libri, anche in latino e in catalano. Tra essi, quattro, monumentali, descrivono quella che lui chiamava «arte», cioè un metodo di ragionamento e catalogazione dello scibile talmente geniale da provocare «seguaci» che, per secoli, crearono ogni sorta di ciarlataneria a suo nome e diffusero il mito del «mago» catalano. Lullo, dopo un pellegrinaggio a Compostela, si mise a studiare furiosamente teologia, filosofia, medicina, nonché i maggiori autori arabi. Persuaso, non del tutto a torto, che i Protomartiri del suo ordine avessero fallito per mancanza di preparazione, nel 1276 fondò a Maiorca il collegio di Miramar per formare missionari che, prima di ogni cosa, studiassero l'arabo e l'islam. Si tenga presente che la stupefacente e repentina ascesa di quest'ultimo aveva colto di sorpresa la cristianità: cos'era quella strana religione che mischiava elementi vetero e neotestamentari, un'eresia o qualcos'altro? Donde la sua veloce e pressoché inarrestabile espansione? Da qui, per Lullo, la necessità di studiarla. IN VIAGGIO PER L'EUROPA  Cominciò a viaggiare per l'Europa, esponendo a re e Papi il suo metodo, anche nelle università e pure in piazza, disputando specialmente con i discepoli e i seguaci del filosofo arabo Averroè. Alla Sorbona di Parigi conseguì il titolo di maestro e, dopo aver dedicato un libro al re francese Filippo IV il Bello, ricominciò coi viaggi: Cipro, Armenia, Rodi, Malta, Napoli, Genova, Montpellier, il Maghreb, dove però finì in carcere. Rilasciato dietro riscatto, si imbarcò per rientrare in Patria, ma la nave fece naufragio e dovette riparare a Pisa. Dopo un breve soggiorno ripartì: Genova, Venezia, Roma, Messina, Lucera (la saracena Lugarah, dove l'imperatore Federico II di Svevia aveva deportato tutti gli arabi di Sicilia per servirsene come mercenari). Nel 1311 si presentò al Concilio di Vienne e qui fece una sconcertante richiesta: l'unificazione di tutti gli ordini monastico-militari per una grande crociata che riprendesse la Terra Santa totalmente perduta nel 1291. Sì, perché i suoi soggiorni in Africa e le sue dispute coi qadi islamici l'avevano persuaso che con i musulmani non c'era modo di ragionare: seguivano una logica diversa, anzi, nessuna logica, solo il loro Libro (Al Quran, Alcorano, Corano) e basta. Ma la sua richiesta cadde nel vuoto per via degli equilibri politici del tempo. LASCIÒ MOLTO OPERE Le crociate costavano e il regno più potente, la Francia, era sull'orlo della bancarotta per via delle interminabili guerre con gli inglesi. Infatti, proprio Filippo il Bello di lì a pochissimo avrebbe distrutto i Templari per appropriarsi delle loro ricchezze. Per giunta avrebbe inaugurato la cattività avignonese, deportando il Papa nel suo regno. Lo stesso papa, Bonifacio VIII, aveva preso atto della definitiva perdita dei Luoghi Santi, sostituendo il pellegrinaggio a Gerusalemme con quello a Roma col primo Giubileo nel 1300. Raimondo Lullo comprese di essere arrivato alla fine, in tutti i sensi, della sua missione. Così, quantunque avesse ormai superato gli ottant'anni, partì per Tunisi, dove si mise a predicare apertamente come avevano fatto i Protomartiri del suo ordine. Naturalmente finì a pietrate, e solo l'intervento di certi mercanti europei gli evitò il peggio. Lo imbarcarono mezzo morto per Maiorca, ma non ci arrivò mai. Morì durante il viaggio, nel 1316. Della sua sterminata opera letteraria, i libri oggi riconosciuti come di sua mano sono circa duecentosessanta. Altri quarantaquattro, cioè quasi tutti quelli di argomento alchemico, gli sono stati attribuiti nel corso dei secoli, ma si tenga presente che, nel successivo Umanesimo, molti erano i "maghi" che firmavano falsamente le loro opere col nome di Lullo per accrescerne l'importanza, visto che nel XV secolo non c'era modo di verificare.  UN BILANCIO  Raimondo Lullo, il cui culto come beato fu confermato dal beato Pio IX, è in predicato per la proclamazione a Dottore della Chiesa per la sua straordinaria cultura finalizzata dalla passione missionaria. Si pensi che non disdegnò, in alcuni suoi libri, lo stile da romanzo cavalleresco, con protagonisti che affrontavano peripezie per liberare la donzella rapita o soccorrere l'imperatore smarrito nel bosco. Tutto, però, congegnato in modo che il lettore potesse trarne un insegnamento morale e cristiano. Quale bilancio trarre dalla sua vita? Vediamo. I francescani hanno guadagnato, con la loro dedizione (e il loro sangue), il compito di custodi dei Luoghi Santi. Che, prima dell'avvento dello Stato israeliano, erano in mani islamiche. Fin dall'inizio, infatti, proprio i francescani si assunsero l'onere del confronto con l'islam. Con la predicazione: i Protomartiri (che furono subito uccisi). Con i miracoli san Francesco e l'ordalia del fuoco (il sultano lo risparmiò solo perché avrebbe scatenato l'ira dei crociati). Con il dialogo: il beato Raimondo Lullo (che, dopo una vita passata a studiare l'islam, gettò la spugna e scansò il martirio per un soffio). Allora? Boh. Nella Bibbia è Dio stesso che dice ad Agar, la schiava egizia di Abramo, che da suo figlio Ismaele nascerà una grande nazione ostile ai suoi fratelli (che al momento è uno solo, Isacco). Ma non dice come va a finire...

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  7. Denatalità? Per forza, col consumismo a cui abbiamo abituato i figli...

    Apr 7

    Denatalità? Per forza, col consumismo a cui abbiamo abituato i figli...

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8429 DENATALITA'? PER FORZA, COL CONSUMISMO A CUI ABBIAMO ABITUATO I FIGLI... di Rino Cammilleri   Sui social sempre più spesso compaiono vecchie foto in cui si vedono tanti bambini che giocano spensierati con ...niente. Tappi di gazzosa, cerchioni di bicicletta da inseguire e far rotolare, palloni improvvisati con stracci, i toboga coi cuscinetti a sfera e legno e spago, un gessetto per tracciare in terra numeri e quadrati, moscacieca e cavalluccio. Metti un bambino solo in una stanza completamente vuota e vedrai che, in breve, avrà inventato un gioco. Se poi avesse a disposizione una discarica (sì, avete letto bene, come quella in cui il sottoscritto giocava da ragazzino) ci troverebbe tutto ciò che serve a sbrigliare la fantasia. La sepsi? Eccola: "Se ti fai male, prendi il resto!". Il sottoscritto e i suoi compagni di allora sono diventati anziani anche grazie agli anticorpi generati da quei giochi selvaggi e allo stato brado. Questo per dire che i figli non costavano niente e, anzi, erano considerati un investimento. La casa era piccola, nessuno aveva la sua stanzetta? Nessun problema, certi giacigli uscivano solo di notte e di giorno sparivano. A scuola, grembiule, grazie al quale nessuno era umiliato dal dover sedere accanto a un compagno firmato dalla testa ai piedi. Oggi, invece, un figlio costa un capitale per molti inarrivabile: il computer, il cellulare, le sneakers, lo zainetto Eastpak, il nuoto, il tennis, il calcio nel vivaio. E giù tute, attrezzi, parures. E poi le gite scolastiche in settimana bianca, il saggio di danza col costume a spese di papà, il campo scuola, il campo estivo, l'Erasmus, la festa per il graduation. E infine il master in America, naturalmente dopo almeno cinque anni nei quali il pargolo ha studiato all'università fuori casa: affitto, pasti, spostamenti, treni e aerei per le feste. Ma quale operaio può permettersi più di un figlio in queste condizioni? Fin dall'asilo: come si fa a negare a un bambino l'iniziativa scolastica costosa quando tutti i suoi compagni ci vanno? Eh, si depreca la denatalità, si organizzano convegni e si prendono impegni elettorali. Cioè, tanto per cambiare, si cerca di risolvere i problemi a furia di chiacchiere. Che stanno a zero, come le ormai stantie fiaccolate, parroco in testa, a ogni teenager morto ammazzato. Certo, non si può negare il benessere materiale odierno rispetto ai tempi descritti all'inizio dell'articolo, ma erano anche tempi in cui un padre di famiglia poteva mantenere col suo stipendio la moglie casalinga e tre o quattro figli, e pagare pure l'affitto di casa. La frase "avere i soldi in banca" indicava uno agiato, perché poteva anche vivere con gli interessi del conto. Che oggi la banca non dà più. E anche il potere d'acquisto di salari e stipendi non è più quello di una volta. Le cause di ciò sono state più volte indicate, e hanno tutte un denominatore comune: l'avidità, quella che tende a concentrare la ricchezza in poche mani. Solo che il conoscere le cause non serve, visto che chi dovrebbe rimediare ha altro per la testa. Sempre. Bene, Pannella & soci ci hanno convinto a non fare più figli per goderci l'attimo fuggente. Ora che ci siamo accorti dell'errore, non ci sono più le condizioni per rimediare. Bel colpo, complimenti alla regia. E se qualche statista capisse che è - anche, ma soprattutto - questione di soldi e mettesse mano al borsellino, ecco pronta la contromossa: "fascista!", "figli alla patria!", e via resistendo col fazzoletto rosso al collo. Eh, basterebbe ricordare a chi di dovere che can che abbaia non morde. E che se si azzardasse a mordere basterebbe una buona pedata. Ripeto, incrementare la natalità, è vero, non è solo questione di soldi. Ma lo è principalmente: è inutile che mi rieduchi la mentalità se poi non mi dai i mezzi per attuarla. Per inciso: bombardati per decenni dagli spot pubblicitari che ci hanno convinto a spendere tutto quel che guadagniamo (col paradosso grottesco del "servizio pubblico" da cui ci facciamo bombardare a spese nostre), Pannella & c. non hanno dovuto faticare molto. Ai tempi del mio liceo pre-sessantottardo i nostri padri si telefonavano per accordarsi, così che tutti noi, a prescindere dal ceto, avessimo la stessa cifra di paghetta. Già: Dio-patria-famiglia, la vita di m... deprecata da una celebre senatrice. In cauda venenum: la causa prima della denatalità (e anche della disgregazione della famiglia)? Aver convinto le donne che la realizzazione personale stia nella carriera. Affermazione politically uncorrect? Echissenefrega!

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  8. Il problema dell'Africa sono gli Africani

    Apr 7

    Il problema dell'Africa sono gli Africani

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8426 IL PROBLEMA DELL'AFRICA SONO GLI AFRICANI di Rino Cammilleri   Poiché ormai il Natale comincia ai primi di novembre e finisce dopo la Befana, ecco puntuale la lagna postale di richiesta di denari per i bimbi africani denutriti, con tanto di foto strappalacrime fin dalla busta. Ora, nessuno nega l'abnegazione sincera di organizzazioni e missionari (non a caso cattolici) che spesso ci rimettono anche la pelle. Ma va pure detto che 'sta storia è un pozzo senza fondo. Ormai sono anziano e, per quanto indietro spinga i ricordi, non rammento altro dalla c. d. decolonizzazione in poi. Ero alle medie e il problema lacrimoso era il Biafra. Al liceo la fame si spostò in India, ma l'India ci mise poco a riprendersi, tanto che oggi ha l'atomica, manda sonde sulla Luna ed è sua la più potente flotta dell'oceano omonimo. Anche la Cina ebbe il suo periodo di fame, ma era artificiale, e oggi la Cina mette paura a tutti. Il minuscolo Giappone, pur privo totalmente di risorse, mise in seria difficoltà la superpotenza americana; spianato, unico nella storia, a suon di bombe atomiche, eccolo di nuovo in primo piano mondiale. È razzismo dire che il problema dell'Africa sono gli africani? Anche su queste pagine da anni la specialista Anna Bono ci rende edotti in dettaglio, e a suo tempo lo stesso insospettabile Obama andò di persona a bacchettare il Continente Nero puntando il dito contro il nocciolo: corruzione e tribalismo. Gli esempi su riportati di terzomondiali che sono usciti dal sottosviluppo hanno un tratto comune: alle loro spalle hanno civiltà raffinatissime e millenarie. L'Africa, Egitto a parte, no. Partiti i colonizzatori ha ricominciato a fare quel che faceva prima: massacri, golpe, guerre civili, profughi. Il Nord islamico ha qualche parvenza di stabilità, ma se se la passasse bene non ci inonderebbe di migranti; anzi, sarebbe terra di immigrazione. Come lo era -non nascondiamoci dietro un dito- il Sudafrica dell'apartheid. Ricordate Dambisa Moyo? Economista di fama internazionale, africana lei stessa, non esitò a scrivere nei suoi libri che gli "aiuti" occidentali (e di chi se no?) all'Africa non facevano che incancrenire il problema. E si spinse a dare il benvenuto alle odiate (dai marxisti vetero e neo) multinazionali, che almeno portavano lavoro. E chi porta lavoro lo fa, certo, per profitto; ma è suo interesse, proprio per questo, garantire ordine e disciplina. E strade, scuole e ospedali. Cambiamogli pure nome se il termine "colonialismo" è diventato, per via di propaganda, sinonimo di ogni nefandezza. Ma la storia è storia: nell'Africa coloniale non c'erano massacri inter-etnici né schiavitù, e i missionari potevano operare in relativa tranquillità al riparo delle armi europee. Infatti, come il compianto supermissionario padre Gheddo instancabilmente testimoniava, il problema stava nelle teste, e solo l'evangelizzazione poteva cambiarle. Prevengo quelli che tireranno fuori il Cuore di tenebra conradiano: fate la conta dei morti, quanti da "cuori di tenebra" e quanti dalla decolonizzazione fino a oggi. Un milione nel solo Rwanda e in poche settimane nel 1994. A colpi di coltelli e machete. Diciamolo, anche se provocatorio: ricolonizzare l'Africa farebbe bene a tutti. Prima che diventi, coi soliti spicci sistemi, completamente islamica. Ogni altro espediente, com'è noto, è fallito. L'ultima è che vogliono triliardi di "risarcimento" per la tratta degli schiavi. E li vogliono dall'Occidente, mica dagli arabi che la inaugurarono e condussero per secoli e secoli (e in certi posti non hanno mai smesso). I vari "piani" for Africa? Chiacchiere & distintivo. I triliardi si sa dove finirebbero.

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Il giornalista e scrittore di successo Rino Cammilleri, l'apologeta kattolico, parla a tutto campo dei problemi di oggi senza dimenticare le preziose lezioni della maestra più inascoltata: la storia