Stefano Fontana - BastaBugie.it

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Approfondimenti del professore Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio internazionale Card. Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, con particolare riguardo ai principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione)

  1. Aug 25

    Censura della bibbia, figlia della democrazia liberale

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8643 CENSURA DELLA BIBBIA, FIGLIA DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE di Stefano Fontana   Il Parlamento del Canada ha approvato il disegno di legge C-9 con modifiche del Codice penale per espressioni e iniziative in campo di diversità e inclusione. Viene abolita la sezione che tutela l'espressione delle convinzioni religiose di una persona basate su testi religiosi come la Sacra Bibbia. Per questo la legge è anche stata chiamata "del divieto della Bibbia". Può quindi essere considerato reato citare in pubblico passi delle Sacre Scritture contrari a pratiche considerate oggi di libera scelta come l'aborto o l'omosessualità. Disposizioni normative di questo genere erano già state applicate, come quelle che considerano illecito pregare davanti a cliniche abortiste, ma in questo caso la svolta è molto più evidente perché, censurando la Scrittura, si impedisce apertamente la presenza pubblica della religione cristiana. Le prime reazioni negative si fondano sulla libertà di religione e supponiamo che anche da parte cattolica la legge verrà criticata soprattutto da questo punto di vista. Ci chiediamo però se contestare questa ingrata legge solo basandosi sul diritto alla libertà religiosa sia sufficiente. L'AVANGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE Il Canada è l'avanguardia della democrazia liberale, che lì si cerca di applicare allo stato puro. Uno dei principi prodotti dalla democrazia liberale è la libertà religiosa. Allo Stato è assegnato il compito di difendere quel diritto, senza intervenire a sostegno dell'una o dell'altra scelta religiosa. Il motivo di questa neutralità del potere politico è che la scelta religiosa è considerata, appunto, una scelta, che non può e non deve essere giustificata nei suoi contenuti. L'autorità politica avrebbe il dovere di giustificare le proprie scelte di governo con argomenti di ragione (politica), e quindi dovrebbe valutare i contenuti delle religioni per verificare se sono favorevoli o contrari al bene comune. Ma essendo che le religioni sono viste dall'autorità politica solo come delle scelte immotivate, la stessa autorità si ritiene indifferente alle varie motivazioni, che per essa non importano, e quindi si limita alla loro ammissione nella pubblica piazza in quanto scelte individuali. Perché mai, allora, nel caso della religione cristiana e della lettura pubblica di passi dei Libri su cui essa si fonda questa libertà di scelta non è rispettata? Il motivo fondamentale sta proprio nella concezione liberale della libertà di religione, intesa come una scelta immotivata, priva di argomenti che la giustifichino, una specie di "innamoramento" come diceva Wittgenstein. La democrazia liberale, come abbiamo osservato sopra, è indifferente alle religioni, le quali per essa sono tutte vere e tutte false. Sono vere per chi le sceglie, false per chi non le sceglie, né vere né false per il potere politico per il quale le scelte sono scelte e basta, non bisognose di giustificazione. Soggettivamente un credente può assegnare ai contenuti della sua religione un valore fondamentale nella propria vita, ma oggettivamente quel contenuto non ha nessun valore, perché la religione è solo scelta soggettiva, indipendentemente da quanto viene scelto. Se così non fosse, allora l'autorità politica dovrebbe vegliare sui contenuti delle religioni, ma questo andrebbe contro i principi della democrazia liberale, per la quale dietro la scelta non c'è nulla che la politica debba indagare. TROPPO POCO Nell'indifferentismo liberale per i contenuti delle religioni, queste sono come spogliate del loro apparato contenutistico, a cui si riferisce per esempio l'uso dei testi sacri, scarnificate e ridotte a pure scelte vuote: non perché i contenuti non ci siano, ma perché al potere politico della democrazia liberale non interessano per principio. Le religioni sono deprivate di ogni verità: se essa ci sia, quale essa sia, se sia accettabile dalla ragione politica o meno … non interessa alla democrazia liberale. Le religioni diventano politicamente dei fantasmi privi di consistenza pubblica. Proprio qui trova spiegazione la loro manipolazione da parte del potere politico, come accade nel caso canadese. Prive di verità, grande o piccola che sia, esse sono a disposizione, i loro contenuti possono essere denunciati e la loro manifestazione impedita. Il potere può utilizzare una religione per combatterne un'altra, può concedere ad una quanto vieta ad un'altra. Il campo religioso non ha nulla da dire perché è privo di verità agli occhi del potere politico, quindi è possibile fargli dire quello che conviene al potere stesso. Se il potere, in un certo momento, sostiene e promuove una cultura dei "nuovi diritti" può piegare ad essa le culture religiose che vi si oppongono. Impedendo loro di farlo in pubblico, esso le riconduce in fondo a quello che secondo la democrazia liberale esse sono: scelte soggettive prive di valore oggettivo riconosciuto. La domanda da farsi, quindi, è se sia adeguato ed efficace opporsi a leggi come quella canadese fondandosi sulla libertà di religione così come viene intesa dalla democrazia liberale ora al potere in Canada. I cristiani devono anche chiedersi quali siano i rapporti tra quella versione liberale della libertà di religione e quella che essi stessi oggi propongono e difendono. Forse sarebbe il caso di non partire dalla libertà di religione intesa come libertà di scelta, ma dalla verità delle religioni e, in questo confronto, mostrare la verità della propria religione e le sue esigenze di presenza pubblica che su di essa si fondano. Se si chiede il rispetto della libertà di religione e basta, allora ci si limita a chiedere il rispetto della libertà di scelta, che è troppo poco per esigere poi il rispetto pubblico della propria verità (e dei propri testi sacri).

    Censura della bibbia, figlia della democrazia liberale
  2. Jun 30

    Pannella ha vinto, ma non aveva ragione

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8585 PANNELLA HA VINTO, MA NON AVEVA RAGIONE di Stefano Fontana   Marco Pannella è stato celebrato ieri, decimo anniversario della sua morte, come il vincitore, dato che quanto lui voleva è oggi realtà. Quando un personaggio politico riceve l'elogio di un Pontefice (Francesco nella storica telefonata del 25 aprile 2014 e poi in altre occasioni) e di un Presidente della Repubblica (Mattarella ieri su Repubblica e anche lui in varie altre occasioni), sia dell'autorità spirituale che di quella secolare, significa che è stato un Vincitore con la maiuscola. Ma il vincitore di fatto, colui che ha imposto la propria ragione, non automaticamente è anche il vincitore di diritto, colui che aveva ragione. Anche i Papi, talvolta, e anche i Presidenti, più spesso, danno medaglie a chi ha avuto la meglio, non a chi ha generato il meglio. Se i vincitori avessero solo perciò ragione, essere perdenti sarebbe sempre una sciagura, invece è spesso una provvidenza. Nei confronti di Marco Pannella ci collochiamo tra i perdenti, tra quelli che avevano ragione e la conservano gelosamente. Chi violenta la natura delle cose commette ingiustizia, chi fa della democrazia «l'organizzazione della disorganizzazione» (De Corte) dissolve l'ordine naturale su cui la società è costruita e la trasforma in una "dissocietà". Non c'è alcun dubbio che Pannella sia stato un grande protagonista in questo campo, il Migliore, ma dalla legge sul divorzio in poi è stata una progressiva discesa agli inferi. Non è il caso di ripetere qui la rassegna della dissoluzione prodotta, tanto è tristemente nota. Può essere più interessante, invece, esaminare meglio l'idea che Pannella sia stato un anticipatore dei tempi, colui che si pone controcorrente (come ha anche ricordato Mattarella ieri), che anticipa il futuro con rischio personale, un profeta capace di vedere quanto nessun altro ancora vedeva. IL REFERENDUM SUL DIVORZIO Nella seconda metà degli anni Sessanta e nel primo lustro dei Settanta del secolo scorso, la società italiana era già ampiamente secolarizzata. Il libro di Augusto Del Noce L'epoca della secolarizzazione è del 1970, ma l'analisi della situazione e del probabile futuro che ci attendeva era già stata scritta da lui nel 1964 ne "Il problema dell'ateismo". Nel 1970 è stata approvata la legge Fortuna-Baslini sul divorzio, ma col suo libro Del Noce mostra che le basi sociali e culturali erano già state poste prima. Nel 1974 Pannella e i Radicali guidarono il fronte del no al referendum sul divorzio. Ma in contemporanea anche Pedrazzi, Zizola, Scoppola, La Valle coalizzarono un fronte cattolico molto radicato e diffuso a favore del "no", segno che il terreno era già pronto e l'esito non fu prodotto solo dal pioniere Pannella. Quell'appello dei cattolici democratici per il no al referendum fu firmato da qualche migliaio di aderenti, con molti nomi di spicco che già occupavano posti di grande rilievo nella vita italiana, politica, sindacale e culturale. Va anche ricordato che dei nuovi diritti al divorzio e all'aborto parlavano proprio in quell'epoca grandi teologi cattolici progressisti. Si faccia attenzione alle date. Per esempio, nel 1971 Hans Küng pubblicava il suo Essere cristiani nel quale forniva il quadro teologico progressista per l'appoggio alle richieste, diciamo così, "pannelliane", dandovi, ovviamente, un substrato di pensiero non paragonabile a quello di Marco. Nel 1972, Karl Rahner parlava di liceità dell'aborto nel suo libro Trasformazione strutturale della Chiesa come compito e come chance, pur essendo a quell'epoca ancora lontani dall'approvazione della legge 194 del 1978 e dalle battaglie per l'aborto di Pannella e Bonino che conversero nel referendum del 1981. TEOLOGIA MODERNISTA In altre parole, Pannella era stato anticipato perfino dalla teologia modernista cattolica. Certo, ricordare che a Küng fu ritirata la missio canonica per insegnare all'università di Tubinga proprio per il suo libro Essere cristiani fa capire che i Pontefici di allora non erano ancora pronti ad elogiare un Pannella come vincitore, ma nel mondo cattolico molto si era mosso prima di lui e attorno a lui. La discesa agli inferi ebbe molti altri pionieri. Pannella è stato una guida alla secolarizzazione nichilista della società italiana, oppure è stato guidato? Possiamo dire che ha fiutato una situazione che era già in corso e che per molti versi lo aveva anche anticipato. I successi del Partito radicale non sarebbero stati possibili senza che il PCI diventasse quel "partito radicale di massa" previsto da Del Noce. E il gramscismo era già molto attivo anche prima che Del Noce ne parlasse nel 1978 nel libro il Suicidio della rivoluzione.  È importante non fare di Pannella il solitario profeta anticipatore del suo e del nostro tempo, in questo modo si possono comprendere meglio le ragioni del suo "successo" di cui si parlava all'inizio. In questo quadro è doveroso anche ricordare il suo essere sempre stato prima di tutto un "liberale". Questo ci porta a riprendere in mano il senso intimo del pensiero liberale e della sua profonda influenza sugli avvenimenti di cui Pannella è stato protagonista. Certamente abbiamo avuto molte versioni di questo pensiero, ma ciò non esclude un punto essenziale in comune: l'uomo visto come individualità emancipata e liberante se stessa e lo Stato come individualità chiamata a garantire questo diritto, anche allargandone progressivamente gli eventuali confini. Pannella ha lavorato per far coincidere le due istanze, ma non le ha inventate perché sono state esse ad inventare lui.

    Pannella ha vinto, ma non aveva ragione
  3. Jun 9

    Al congresso spagnolo Leone XIV ribadisce i principi non negoziabili

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8570 AL CONGRESSO SPAGNOLO LEONE XIV RIBADISCE I PRINCIPI NON NEGOZIABILI di Stefano Fontana   Ieri, 8 giugno 2026, papa Leone XIV ha tenuto un lungo e corposo discorso al Congresso dei Deputati ove ha incontrato i membri del Parlamento spagnolo che, alla fine, gli hanno tributato un lungo applauso. Nei viaggi pontifici i discorsi davanti ai parlamenti delle nazioni visitate sono momenti di grande rilevanza nell'ambito della Dottrina sociale della Chiesa e riguardano direttamente la relazione tra la fede cattolica e la vita politica, tra la Chiesa e il mondo. Come era accaduto per i discorsi di Benedetto XVI alla Westminster Hall di Londra (2010) e al Bundestag di Berlino (2011) anche questo discorso di Leone segna un ulteriore approfondimento di questa relazione e va quindi letto con attenzione. Negli ultimi decenni la Spagna ha vissuto un accelerato e radicale processo di secolarizzazione che ha riguardato la fine della precedente società cristiana e anche, come sempre accade in questi casi, il rovesciamento dell'etica pubblica. La laicizzazione ha prodotto il nichilismo morale soprattutto con l'introduzione di leggi contro la vita e la famiglia. Di recente, aperture ad un possibile ridimensionamento dell'inviolabilità del sigillo sacramentale della Confessione si sono accompagnate al progetto di inserire in Costituzione il diritto all'aborto, come già accaduto in Francia. Il Papa ha parlato a questa Spagna, che non è più una nazione cristiana e lo ha fatto seguendo tre piste tematiche: innanzitutto ha ricordato la storia cristiana della nazione, durante la quale la Chiesa e la religione cattolica hanno animato una luminosa civiltà; quindi ha descritto il quadro dei principi e dei valori che, anche dopo quel periodo di cristianità, devono essere mantenuti in quanto espressione della natura dell'uomo; infine ha parlato dell'aiuto che la religione può ancora dare alla società spagnola, se le viene concessa la libertà. LA STORIA CRISTIANA DELLA SPAGNA A proposito della prima di queste piste, Leone ha ricordato il Don Chisciotte, santa Teresa d'Avila, Miguel de Unamuno, la Scuola di Salamanca, in particolare l'opera del frate domenicano Francisco de Vitoria, che ha contribuito a fondare il moderno diritto internazionale sul «valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere». In realtà il pensiero di de Vitoria non era moderno, ma ancora legato ad una visione interna alla societas christiana, e il giusto appello nei suoi confronti non deve condurre a sovrapporre tra loro il diritto naturale cristiano e il diritto moderno degli Stati sovrani. A questo proposito papa Leone si lascia sfuggire un "mea culpa" per la Chiesa che non sarebbe stata completamene all'altezza di questa tradizione, come nella Magnifica humanitas aveva chiesto scusa per il ritardo con cui essa aveva lottato contro la schiavitù: affermazioni non molto attendibili dal punto di vista storico. A parte questo, bene ha fatto il Papa a ricordare questa storia passata, a dire che essa «appartiene alle grandi eredità della Spagna». Il passaggio alla seconda pista indicata sopra avviene proprio sulla inviolabilità della persona umana come criterio ultimo della giustizia, inviolabilità sulla quale convergono la Rivelazione e la ragione che «può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell'uomo». La parte più consistente del discorso si è snodata proprio a rivolgere «una parola forte e decisa a coloro che hanno una forte responsabilità di ordinare giuridicamente la convivenza sociale». Queste parole "forti e decise" hanno riguardato la difesa della vita umana in tutte le sue fasi, e che non «lascia nell'ombra un bambino non ancora nato»; quindi la protezione della famiglia «prima realtà umana e fondamento naturale della comunità»; poi l'educazione nella quale bisogna «sempre rispettare il diritto primario e inalienabile dei genitori nello scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli». Non c'è dubbio che in questo discorso vengano ribaditi in modo inequivocabile i "principi non negoziabili", pur senza chiamarli così. Ciò vale anche se il discorso passa subito a parlare del «tragico dramma migratorio» equiparandolo ai tre precedenti, mentre tra loro c'è una notevole differenza, dato che per i primi tre siamo davanti a degli assoluti morali negativi. Di interesse, comunque, il realismo con cui si danno indicazioni per affrontare il problema: che ci siano «reali possibilità di integrazione» e che si promuova «il diritto di rimanere nella propria terra». LA LIBERTÀ RELIGIOSA La terza pista tra quelle indicate all'inizio porta papa Leone a riflettere sulle società democratiche e sul loro concetto di libertà, soprattutto della libertà religiosa. Leone affronta la questione non basandosi sui diritti del cattolicesimo ma sulla libertà di religione, per la quale «la fede non pretende di imporsi con privilegi o coercizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio». Qui si apre una questione rilevante, meritevole di approfondimento. Nonostante il riferimento iniziale al contributo del cattolicesimo alla grandezza della civiltà spagnola, nonostante le osservazioni finali del Papa che, prendendo spunto da fregi e dipinti che ornano l'aula delle Cortes, ha ricordato come «la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana», non emerge nel discorso alcun diretto riferimento alla religione cattolica come religio vera, avente quindi un ruolo unico nella purificazione della ragione politica, non motivato solo da ragioni culturali e storiche. Quando si rivendicano dei suoi diritti lo si fa solo in riferimento al principio della libertà religiosa, quindi con un criterio valido per tutte le religioni, e adoperando le parole fede o religione in senso generale. Ma se il cattolicesimo è la religio vera e se, per questo, la politica ne ha bisogno, la sua posizione nella vita pubblica cambia, rispetto sia all'autorità che alle altre religioni. Sul punto si nota una qualche differenza con Benedetto XVI e i suoi discorsi davanti ad altri parlamenti.

    Al congresso spagnolo Leone XIV ribadisce i principi non negoziabili
  4. May 12

    Le feste islamiche come Pasqua e Natale, la trappola dell'Ucoii

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8545 LE FESTE ISLAMICHE COME PASQUA E NATALE, LA TRAPPOLA DELL'UCOII di Stefano Fontana   Il presidente dell'Ucoii, a nome dei musulmani che vivono in Italia, ha chiesto il riconoscimento pubblico della religione islamica nel nostro Paese. La pretesa non è solo di tipo sindacale ma è una sfida religiosa alla politica, soprattutto per il richiesto «riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Alcuni quotidiani hanno efficacemente semplificato le cose così: le due festività islamiche principali equiparate a Pasqua e Natale. Del resto, è quello che ha scritto la stessa Ucoii nella sua lettera aperta sull'argomento. Su La Verità di ieri, 4 maggio, Gianluigi Paragone finiva il suo articolo sull'argomento con queste parole: «vediamo chi è in grado di elaborare una risposta culturale». Noi ci proviamo. Una festa nazionale è un momento in cui un intero popolo si riconosce in alcuni valori fondanti la propria comunità. Ciò vale per le festività nazionali laiche, come l'anniversario della conclusione di una guerra o della fondazione dello Stato, ma anche in caso di festività religiose. Per esempio, da quest'anno è stata ripristinata la festività nazionale di san Francesco del 4 di ottobre. Di questo tipo sono anche le feste locali nel giorno del santo Patrono. In queste occasioni è usanza che anche le autorità civili e militari siano presenti in chiesa davanti all'altare o in processione pubblica per le vie cittadine. In questi casi la festa è religiosa e tale resta, ma produce effetti anche civili pubblicamente riconosciuti. Ciò sta a significare che la religione di riferimento di quella festività - in questo caso quella cattolica - è riconosciuta come fortemente significativa anche per la comunità politica, anzi spesso addirittura fondativa, quando il santo che vi viene venerato è considerato Padre fondatore e Defensor civitatis. DIMENSIONE PUBBLICA DELLA RELIGIONE Si dirà che ormai queste manifestazioni si sono secolarizzate e il senso diffuso di questa dimensione pubblica fondativa della religione si è molto ridotto o è addirittura scomparso. Oppure si può osservare che questi appuntamenti riguardano fatti del passato che risentono dei tempi in cui vennero istituiti. Così, se ora c'è una consistente comunità islamica è giusto riconoscere le loro festività accanto alle nostre e aprire ai minareti accanto ai campanili. Però nessuna cosa è vera o falsa, buona o cattiva, in base al consenso che riceve o se sia conforme alle mode del tempo. La dimensione politica della religione, nelle feste religiose nazionali ma anche nel suono delle campane, ha ragioni molto più profonde, non solo storiche o sociologiche. Essa esprime la convinzione della ragione politica che quella religione propone delle verità e un comune sentire senza di cui non ci può essere bene comune, che quella religione, con i suoi principi validi sempre, corregge le disfunzioni della politica stessa, confermandone i limiti e nello stesso tempo spingendola coraggiosamente in avanti. Ci sono valori che la politica ha preso dalla religione e che finisce per dimenticare se la religione non glieli ricorda: si pensi al concetto di "persona". IL RUOLO PUBBLICO DELLA RELIGIONE CATTOLICA Il ruolo pubblico della religione cattolica, evidente anche nelle feste nazionali, non deriva solo dalle usanze del passato o dal folclore di cui sarebbero le ormai residuali manifestazioni. La politica deve cercare la religione vera, quella che conferma le sue verità naturali e le fortifica purificandole. Se in Italia ci sono feste religiose con una valenza nazionale è perché la politica le considera espressioni di una religione vera, indispensabile per aiutare a perseguire il bene comune. Non è un favore dedicato ad una religione a caso, oppure a quella che per motivi storici è nel cortile di casa. Con queste parole abbiamo individuato come le cose dovrebbero andare, non come vanno. Oggi la politica non sembra in grado di fare ciò, incapace, come sembra essere, di distinguere tra le religioni, considerate, in virtù di un male inteso diritto alla libertà religiosa, un atto di volontà personale da garantire pubblicamente in ogni caso da parte dello Stato. Le religioni, però, non sono solo una scelta personale, ma hanno dei contenuti, di cui la politica non può disinteressarsi. Si conceda pure la libertà di fede religiosa, ma non la legittimità pubblica d'ufficio delle cose credute. Molte religioni propongono forme di vita contrarie al bene comune e spesso non si tratta solo di norme specifiche ma della civiltà globale stessa che quella religione porta con sé. Questo è precisamente il caso dell'islam. La laicità liberale moderna non è in grado di affrontare questo problema e il riferimento ai diritti degli individui ad avere riconosciuta pubblicamente la propria religione qualsiasi essa sia, la spingerà a cadere nella trappola della "discriminazione" (in questo caso islamofobia) da evitare. La Chiesa cattolica italiana non aiuterà la politica a fare questo sforzo nell'uso della propria ragione, perché già da tempo impegnata sul fronte del qualunquismo religioso motivato impropriamente dal dialogo interreligioso. Le forze politiche anticattoliche, in accordo con la CEI, ne approfitteranno per denunciare l'improprietà del ruolo pubblico assegnato alla religione cattolica. Il tema della richiesta dell'Ucoii, per questi motivi, sarà dirimente: dopo aver fatto questa nostra proposta culturale, siamo curiosi di vedere se mai qualche partito la interpreterà. Ma confessiamo di essere piuttosto pessimisti.

    Le feste islamiche come Pasqua e Natale, la trappola dell'Ucoii
  5. May 5

    Il Papa in Africa, echi Bergogliani e piccole correzioni di rotta

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8527 IL PAPA IN AFRICA, ECHI BERGOGLIANI E PICCOLE CORREZIONI DI ROTTA di Stefano Fontana   Papa Leone è tornato ieri dal suo viaggio in Africa. Ha visitato quattro Paesi - Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale - ha pronunciato molti discorsi, ha presieduto celebrazioni liturgiche, ha incontrato varie categorie di persone, si è fatto amare da molte folle, ha visitato molte realtà concrete della vita sociale ed ecclesiale di quei Paesi. Ha trovato anche il tempo di parlare di Dottrina sociale della Chiesa, sia direttamente, spiegando cosa essa è, sia trattando alla sua luce molti problemi sociali presenti nei Paesi visitati. Riprendendo in mano tutti i suoi interventi, ora che è tornato a casa, è possibile formare un quadro di sintesi, non sull'intero viaggio ma almeno sui suoi interventi legati alle problematiche care alla Dottrina sociale della Chiesa. I media si sono interessanti del viaggio del Papa soprattutto nei primi giorni, quando era scoppiata la questione Trump, subito raffreddata da papa Leone. Per il resto, il viaggio è continuato abbastanza liscio e quasi scontato, nel generale entusiasmo dei popoli africani che lo hanno ospitato e nelle cronache di routine dei giornali. Qualcuno cercava qualche accenno di novità rispetto a Francesco, cosa che però non è avvenuta. Leone XIV ha ripetutamente citato Francesco, addirittura con riferimento ai suoi discorsi ai Movimenti popolari che, a suo tempo, avevano suscitato perplessità. La cosa può essere spiegata in tre modi. Prima di tutto per la coincidenza con il primo anniversario della sua morte, caduta proprio durante il viaggio in Africa, cosa che rendeva Francesco "presente". In secondo luogo, perché, a quanto sembra, lo staff che ha materialmente steso i discorsi è rimasto in gran parte quello del precedente pontificato. In terzo luogo, perché il primo a non voler manifestare delle novità è proprio Leone, sia per esigenze di continuità istituzionale, per così dire, sia per convinzione personale. UNA DIMENSIONE DIPLOMATICA I discorsi in eventi di questo genere hanno sempre una dimensione "diplomatica", non possono fare diagnosi dirompenti. In tutti i suoi interventi in Africa il Papa ha messo in evidenza le potenzialità del Continente, la necessità che la sua società civile si renda protagonista dello sviluppo, ha condannato le profonde forme di esclusione che ancora essa vive, in Angola ha denunciato la "logica estrattivistica" di sfruttamento delle risorse minerarie del Paese, data l'attuale situazione di guerra nel mondo ha vituperato l'uso del nome di Dio per giustificare la guerra, ha affermato la necessità di garantire lo Stato di diritto e di vincere la corruzione e, naturalmente, ha più volte citato Agostino sul significato corretto del potere. Sono stati interventi edificanti e di speranza, però anche prevedibili e attesi. Questa linea ha favorito una interpretazione di questo viaggio nel senso di una normalità che procede naturalmente e senza scosse. Questo nonostante l'Africa offrisse diversi argomenti per uno scatto di novità. Per esempio, molti governi africani si stanno opponendo agli pseudo-valori occidentali (e "democratici") sulla vita e la famiglia. Per esempio, la maggiore opposizione alla Nota Fiducia supplicans del cardinale Fernández era arrivata dall'episcopato africano. Per esempio, la retorica del dialogo interreligioso è messa in questione proprio in Africa dalle violenze, a base religiosa, contro i cristiani. Pur dovendosi muovere tra simili difficoltà, Leone XIV ha qua e là espresso delle valutazioni fuori riga, segno che non ha un solo ghost writer ma più di uno e di diverso orientamento teologico e pastorale. Facciamo tre esempi. MALABO (GUINEA EQUATORIALE) Il 21 aprile, parlando al mondo della cultura a Malabo (Guinea equatoriale), nel Campus Universitario dell'Università Nazionale che porta il suo nome, ha parlato dell'albero della conoscenza in rapporto ad altri due alberi, quello dell'Eden e quello della Croce. «Il problema - ha detto - non sta, dunque, nella conoscenza, ma nella sua deviazione verso un'intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure». A sanare questa disfunzione concorre l'albero della Croce, «non come negazione dell'intelligenza umana, ma come segno della sua redenzione». Si è trattato di un vero e proprio colpo d'ala dell'intelligenza della fede: «Cristo non appare come una via d'uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà». Un discorso dalle grandi conseguenze, e non solo in Africa, se letto e vissuto. Il 17 aprile, a Youndé (Camerun), durante l'incontro con il mondo universitario nella Università cattolica dell'Africa Centrale, ha detto ai giovani studenti: «di fronte alla comprensibile tendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui. Ecco la ragion d'essere della vostra Università, fondata trentacinque anni fa per formare i pastori d'anime e i laici impegnati nella società: sono questi i testimoni di saggezza e di equità dei quali il continente africano ha bisogno». Un accenno, questo, che comporterebbe un cambiamento totale di prospettiva dell'intero quadro delle migrazioni. Ricordiamo infine il richiamo diretto alla Dottrina sociale della Chiesa fatto a Malabo, il 21 aprile durante l'incontro con le Autorità. Qui il Papa ha detto tra l'altro: «Oggi la Dottrina sociale della Chiesa rappresenta un aiuto per chiunque voglia affrontare le "cose nuove" che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Questo è parte fondamentale della missione della Chiesa: contribuire alla formazione delle coscienze, mediante l'annuncio del Vangelo, l'offerta di criteri morali e di autentici principi etici, nel rispetto della libertà di ogni individuo e dell'autonomia dei popoli e dei loro governi». Anche questo un discorso importante, soprattutto perché non ha dimenticato né l'annuncio del Vangelo né la ricerca del Regno di Dio e quindi non ha ridotto la Chiesa ad una agenzia di etica sociale. Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Stefano Fontana, nell'articolo seguente dal titolo "Cosa ha detto Leone XIV all'incoerente Partito Popolare Europeo" racconta quando il 25 aprile il Papa ha parlato ad un gruppo di europarlamentari del PPE, partito che si ispira al cristianesimo ma senza applicarne i principi. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 aprile 2026: Sabato scorso, 25 aprile, papa Leone XIV ha rivolto un discorso ad un gruppo di europarlamentari del Partito Popolare Europeo. A questo stesso uditorio, anni fa, Benedetto XVI aveva parlato dei «principi non negoziabili» in politica, una delle sue dottrine più contestate allora e poi completamente dismesse e dimenticate con Francesco. Il PPE ha al proprio interno diverse anime nazionali che non pensano allo stesso modo. Ciò però non esclude una valutazione complessiva del suo posizionamento politico e, soprattutto, di come esso intenda ora il rapporto tra il cristianesimo, a cui esplicitamente si ispira, e la politica. Il PPE ha governato a lungo l'Unione Europea insieme a Socialisti e Verdi, contribuendo in modo rilevante ai suoi deragliamenti ideologici. Attualmente guida ancora la maggioranza eletta alle ultime consultazioni ed è ancora al governo della Commissione Europea con Ursula von der Leyen e da quella posizione continua la medesima precedente politica per resettare dolorosamente l'economia con l'utopia ecologista, per contrastare le giuste rivendicazioni identitarie delle nazioni, infine per continuare ad imporre una ideologia etica di tipo radicale. In altre parole, il PPE pone problemi molto pesanti al principio di coerenza tra fede cristiana e politica. Se osserviamo i partiti italiani che aderiscono al PPE troviamo conferma di questa valutazione. Forza Italia, a proposito dei gravissimi temi etici sul tappeto, altro non ha saputo fare che proclamare la libertà di coscienza per i suoi parlamentari. In altre parole, su suicidio assistito, eutanasia, aborto, famiglie omosessuali il partito non vuole avere una linea, ossia considera questi argomenti non come politici ma come privati. Maurizio Lupi, del partito Noi Moderati, nel 2016 aveva votato a favore della legge Cirinnà sulle unioni civili. Dietro c'è una valutazione errata della cosiddetta laicità. Venendo ora al discorso del Pontefice, bisogna riconoscere che egli ha detto cose interessanti, ma anche che non ha proseguito sulla linea di Benedetto XVI. Questo a proposito di due argomenti: i principi negoziabili e la religio vera. Forse la ripresa dell'espressione e del concetto dei principi non negoziabili avrebbe contribuito a chiarire la posizione non accettabile del PPE su alcuni temi centrali della politica. L'utilizzo dell'espressione religio vera per indicare il cristianesimo avrebbe forse permesso di ricordare che la libertà di religione – che nel discorso viene ricordata – non contraddice la verità della religione cristiana, né quindi la sua unicità rispetto alle altre. Verità e unicità che comportano diritti propri nello spazio pubblico. Sappiamo bene che questo discorso vale principalmente per i cattolici e che nel PPE confluiscono anche i protesta

    Il Papa in Africa, echi Bergogliani e piccole correzioni di rotta
  6. Mar 31

    No, il popolo non ha sempre ragione

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8496 NO, IL POPOLO NON HA SEMPRE RAGIONE di Stefano Fontana   "Il popolo ha sempre ragione". Questa frase è rimbalzata in molte interviste sull'esito del referendum sulla giustizia, soprattutto dalla parte che ha perso, come dichiarazione di democraticità. "Il popolo ha parlato" è stato anche detto, come se si trattasse di un pronunciamento oracolare. E davanti al popolo che parla, tutti devono tacere, perché quella è la verità. Il realismo, però, mostra chiaramente che, in questa votazione come in altre occasioni, il pronunciamento popolare non è stato motivato da esigenze razionali, quanto piuttosto da una anarchia dei ragionamenti o addirittura da nessun ragionamento. Una stretta minoranza ha votato sul merito del quesito referendario. Altri hanno votato per i più disparati motivi. Molti hanno votato No perché "la Meloni è complice del genocidio a Gaza" o perché è "amica di Trump che ora bombarda l'Iran". Altri perché la Costituzione non si tocca. La cantante Fiorella Mannoia perché "chi sono io per giudicare la Costituzione?". Molti magistrati hanno votato no per mantenere le loro posizioni all'interno dei tribunali. Chi ha seguito le indicazioni di partito ha votato No per ottemperare alle indicazioni di partito. Però c'è anche stato chi ha votato No per creare problemi al proprio partito: i riformisti del Partito Democratico hanno detto di votare per il merito della questione ma certamente volevano anche creare qualche disturbo alla Schlein e alla sua linea politica. Una eguale defezione interna c'è stata anche in Forza Italia e Lega. I napoletani hanno forse votato per Gratteri, le cui intemperanze in campagna elettorale hanno certamente portato voti al fronte del No. Ci sono poi quelli che votano perché Tizio o Caio sono simpatici, oppure perché sono antipatici. C'è chi ha voluto essere coerente con il proprio passato, e chi invece ha scelto l'incoerenza e mentre un tempo era a favore della divisione delle carriere ora, per inediti motivi, si è schierato contro. Forse qualcuno ha votato No perché, secondo lui, la Premier non doveva esporsi. Molti cattolici avranno votato No perché avevano capito che Zuppi e la Cei questo volevano e forse anche nelle loro parrocchie avevano percepito sottili indicazioni. Ai referendum si vota, o non si vota, anche perché l'amico vota o non vota. Durante la campagna elettorale sono state dette molte bugie e molti hanno votato in un certo modo perché conquistati da delle bugie. Jurgen Habermas aveva dedicato la sua vita di pensatore a tracciare le linee della democrazia come un dibattito pubblico razionale aperto a tutti. Ma non teneva conto che l'uomo moderno, spesso, nello spazio pubblico non ragiona. Qui sta tutta la debolezza della democrazia moderna che anche i fasti di questo ultimo referendum hanno confermato. Ci hanno abituato a pensare che il popolo sia un unico individuo che ragiona con una sola testa, invece, parafrasando Gramsci, il popolo pensa con mille cervelli. Anzi, spesso, i cittadini agiscono per suggestione o per emozione, ossia senza cervello. Però la democrazia moderna ha bisogno di "credere" nel popolo, inteso come espressivo di una Ragione politica, di una Volontà Generale e che, quando si pronuncia, dice sempre la verità. Il popolo diventa così una Persona Civitatis, una costruzione artificiale con la dote dell'infallibilità. A proposito di costruzioni artificiali, non si pensi che questo concetto di popolo sia nato il giorno prima del recente referendum. Nel XVII Secolo Thomas Hobbes scriveva nel De Cive che «Nella democrazia i singoli pattuiscono tra di loro di obbedire al popolo, il popolo stesso non è obbligato verso nessuno». Un patto convenzionale sta sotto sia all'obbedienza al popolo, sia al principio che il popolo ha sempre ragione. Di conseguenza si capisce la conclusione che ne trae Carl Schmitt: «La maggioranza non commetterà mai ingiustizia, ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità». Davanti a queste assolutizzazioni del popolo, colpisce per il suo triste realismo il rammarico di Chesterton: «La fede democratica è questo: si devono lasciare in mano a uomini comuni le cose di massima importanza». A fine Ottocento Leone XIII aveva già visto questi esiti quando parlava nella Immortale Dei della «moltitudine arbitra e moderatrice di se stessa». Il tema del recente referendum, alla fin fine, non toccava problemi etici fondamentali. Si trattava di questioni importanti per la vita politica ma che rientrano nelle problematiche che "possono stare anche diversamente", ossia che si possono affrontare in modi diversi. Il principio, però, del popolo che ha sempre ragione viene ormai abitualmente applicato a temi ben più dirompenti dal punto di vista morale, antropologico e religioso. Mi riferisco ai temi della vita e della famiglia. Nei giorni scorsi il "popolo che ha sempre ragione" ha deciso che nel Regno Unito si può uccidere il concepito fino alla nascita. In Spagna i rappresentanti di quel popolo vogliono inserire l'aborto nella Costituzione. È quindi importante non dimenticare che il popolo, nella versione moderna come massa di individui, è anarchico nelle sue decisioni e che la sua volontà è una costruzione artificiale dietro la quale non esiste nessun soggetto unitario dotato di ragione.

    No, il popolo non ha sempre ragione
  7. 03/25/2025

    La gazzarra su Ventotene è la prova del fallimento europeo di oggi

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/i8113 LA GAZZARRA SU VENTOTENE E' LA PROVA DEL FALLIMENTO EUROPEO DI OGGI di Stefano Fontana   Grande gazzarra in aula alla Camera ieri sul Manifesto di Ventotene al punto che il Presidente Fontana ha sospeso la seduta. La premier Giorgia Meloni è stata chiara e dura su quel documento, dissociandosene dicendo «nella manifestazione di sabato a piazza del Popolo e anche in quest'aula è stato richiamato da moltissimi partecipanti il Manifesto di Ventotene: spero non l'abbiano mai letto, perché l'alternativa sarebbe spaventosa». Durante le manifestazioni romane per l'Europa di sabato scorso era riemerso il Manifesto di Ventotene come guida ideale per i partecipanti. Dal palco di piazza del Popolo, Corrado Augias aveva detto: «Oggi questa piazza è di nuovo Ventotene». Ventotene è stato il bollino di qualità posto sulla manifestazione, evidentemente accettato anche dalle associazioni cattoliche presenti. Però se si va a rileggere il Manifesto "Per un'Europa libera e unita" che Spinelli, Rossi e Colorni hanno scritto esuli nell'isola di Ventotene nel 1941 si capisce che ben poco è accettabile di quanto propone. In quelle righe, tra l'altro, si leggono puntualmente le premesse per il fallimento europeo di oggi. Un primo elemento del Manifesto è di avere carattere rivoluzionario nel preciso senso socialista del termine: «La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista». La democrazia per cui ci si deve battere è vista come uno strumento di questo obiettivo rivoluzionario e non come il fine dello stesso. Il Manifesto supera il concetto comunista di rivoluzione, sia perché condanna la violenza fisica, sia perché ritiene che in quel modo la classe operaia rimarrebbe chiusa in se stessa e non si collegherebbe con le rivendicazioni degli altri ceti, sia perché sarebbe un modo per allarmare preventivamente i conservatori e permettere loro di organizzarsi per evitarla. IL SOCIALISMO DI VENTOTENE Il Manifesto non usa parole dolci verso il comunismo: i comunisti «nelle crisi rivoluzionarie, [sono] più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto». Nonostante ciò, però, il socialismo di Ventotene concorda con gli obiettivi rivoluzionari di fondo del comunismo. Basti considerare cosa dice dell'abolizione della proprietà privata: «La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio». La negazione del diritto naturale alla proprietà privata rimane, ma deve essere perseguita in modo dolce. Il progetto si colloca sulla linea che verrà battuta anche dal comunismo postbellico italiano di un socialismo che accetta la democrazia come strumento della rivoluzione, non come alternativa alla rivoluzione. Il carattere rivoluzionario di Ventotene è diretto ad eliminare le nazioni dalla scena politica. La cosa viene fatta pregiudizialmente mediante l'equazione: nazione, nazionalismo, totalitarismo. La sua analisi dei totalitarismi di allora risente dell'animosità del momento e per questo è poco lucida, risente però anche della posizione ideologica assunta, con l'errore conseguente di considerare i totalitarismi come eccezione alla civiltà moderna anziché, come è stato dimostrato, come sua accelerazione. Il Manifesto mette in guardia dalla restaurazione, dopo la guerra, dello Stato nazionale che, secondo le previsioni dei due autori, avverrà mediante la strumentalizzazione del sentimento patriottico. Lo scopo, invece, deve essere «la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in Stati nazionali sovrani». La lettera e lo spirito del Manifesto inducono a pensare che questo superamento della nazione non debba essere limitato ad una situazione e ad un tempo, ma che abbia una dimensione europea avendone una globale - «in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo» - e che miri anche al superamento del concetto di patria. Il suo progetto di un'Europa federale ha questi inquietanti connotati. LA DEMOCRAZIA È UN INGOMBRO Rossi, Spinelli e Colorni vogliono quindi la rivoluzione socialista. Accettano in via di principio la democrazia, ma la considerano anche un ingombro nei momenti di tensione politica. Un concetto, questo, espresso in modo molto chiaro: «Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi». Quando il popolo fosse immaturo e diviso al proprio interno, guidato da «tumultuose passioni» più che dalla freddezza politica, «la metodologia democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria». Da qui al passaggio alle guide politiche illuminate è breve. Il popolo dovrà essere fatto oggetto di opera di convinzione dall'alto da «capi che guidino sapendo dove arrivare». Quest'opera di convinzione e guida deve passare anche dalla lotta alle pretese della Chiesa cattolica. Il Manifesto propone l'abolizione del concordato, l'affermazione della pura laicità dello Stato e la supremazia dello Stato sulla società civile. In altri termini: un nuovo dirigismo ideologico. Dalla lettura del Manifesto emergono molte preoccupazioni più che fiduciose sicurezze. Di più: molti dei danni prodotti dall'Unione Europea derivano proprio da quelle impostazioni debitamente aggiornate. I "capi" guidano dall'alto senza essere eletti, gli intellettuali organici all'europeismo di Ventotene indottrinano le masse, il laicismo delle élites di Bruxelles è diventato aria da respirare per la gente comune, la "sovranità assoluta degli Stati nazionali" ha assunto dimensioni europee, un "ceto assolutamente parassitario", che il Manifesto voleva eliminare col federalismo europeo, ha allignato proprio lì. Anche il "burocratismo" e, oggi, il "militarismo" che a Ventotene venivano presentati come la peste, riemergono in sede europea "... per costruire un largo Stato federale, il quale disponga di una forza armata propria al posto degli eserciti nazionali". Nota di BastaBugie: Eugenio Capozzi nell'articolo seguente dal titolo "Il feticcio di Ventotene e l'europeismo verticistico delle sinistre" spiega perché la Meloni, citando Ventotene, ha mostrato impietosamente i limiti di quello che è diventato un "feticcio", un mito politico, dopo il crollo del modello comunista: l'europeismo. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 24 marzo 2025: Leggendo nell'aula di Montecitorio alcuni passi palesemente illiberali del Manifesto di Ventotene redatto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, e dichiarando che «questa non è la nostra Europa», Giorgia Meloni ha toccato veramente uno dei nervi più scoperti e sensibili della sinistra italiana. Perché ha mostrato impietosamente i limiti di quello che negli ultimi decenni è diventato un "feticcio", un mito politico, dopo il crollo del modello comunista: l'europeismo, declinato non tanto come modello di assetto politico-istituzionale, ma come dogma religioso, visione escatologica secolarizzata di una possibile redenzione collettiva. Come sono stati declinati il multiculturalismo, l "dirittismo", l'ambientalismo "gretista". Hanno formalmente ragione quanti sostengono, criticando i modi dell'intervento della presidente del Consiglio, che un documento storico come il Manifesto dovrebbe essere adeguatamente contestualizzato per comprenderne il significato e il valore. Ma, appunto, una valutazione storica implica un esame critico, un'analisi che porti a distinguere "ciò che è vivo e cià che è morto" in esso, per dirla con la formula di Benedetto Croce. E questo è esattamente il contrario della mitizzazione che la cultura politica progressista da tempo fa del Manifesto, elevato in blocco a "testo sacro" supremo dell'ideale europeista. Ed è assolutamente incompatibile con l'indignazione, le lacrime, le accuse di "blasfemia", addirittura le richieste di mea culpa rivolte a chi si permette di evidenziare come molte delle idee espresse in quel testo siano in contraddizione con un modello di democrazia liberale fondato sulla limitazione rigorosa del potere, sul pluralismo e sulla sovranità popolare. Se si vuole comprendere adeguatamente il Manifesto di Ventotene nel suo contesto storico, allora, va sottolineato innanzitutto che il pronunciamento di Spinelli, Rossi e Colorni non fu né il primo né l'unico programma per la costruzione dell'unità o del federalismo europeo nella sua epoca. Esso si inseriva, viceversa, all'interno di un vasto movimento politico-culturale in quella direzione, iniziato alla fine della prima guerra mondiale e proseguito fino alla fine della seconda. Che, a partire dal trauma profondo causato da quei conflitti e dall'ascesa dei regimi dittatoriali, indicava nel superamento strutturale della contrapposizione tra le nazioni europee la via per arrivare alla pace, e per salvare i princìpi di fondo della civiltà del continente. Se proprio si vuole cercare un "padre fondatore" in questo senso lo si può trovare proprio in Italia, in Luigi Einaudi, che tra il 1918 e il 1919 nelle sue "Lettere di Junius" sul Corriere della Sera contestava l'internazionalismo della Società delle Nazioni per invocare un ordinamento federalista che archiviasse definitivamente, a tutti i livelli dell'organizzazione politica, lo Stato modernocome unica autorità legittima riconosciuta e l'idea della sovranità assoluta. Tra le due guerre

    La gazzarra su Ventotene è la prova del fallimento europeo di oggi
  8. 03/18/2025

    Mattarella presidente, dieci anni di fallimenti

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8107 MATTARELLA PRESIDENTE, DIECI ANNI DI FALLIMENTI di Stefano Fontana   Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha appena compiuto 10 anni di mandato. È stato eletto il 31 gennaio 2015 e rieletto il 29 gennaio 2022. Dati i cambiamenti avvenuti nell'esercizio di fatto della presidenza della Repubblica, sempre meno notarile e sempre più politica, la durata di sette anni stabilita dalla Costituzione è troppo lunga, figuriamoci poi 10 o 14 anni nel caso di un secondo mandato come in questo caso. Se il Presidente fa il notaio allora i problemi non ci sono, ma se fa il politico, se nell'esercizio di fatto del suo potere avvicina l'Italia ad una repubblica presidenziale, se gestisce la prerogativa di sciogliere il Parlamento in base a valutazioni politiche e non solo istituzionali, se rimbecca indirettamente i governi sul loro operato, se interviene sulla composizione dei governi stessi con un potere contrattuale, allora un mandato così lungo è un peso per la nazione. La presidenza Mattarella sembra godere di un favore quasi generale, ma l'ombra (troppo) lunga del suo mandato ha complicato, piuttosto che agevolato, i processi politici nel Paese. DRAGHI, L'UOMO DEL PRESIDENTE Mattarella ha tenuto duro a lungo prima di concedere le elezioni politiche, proseguendo sulla strada avviata da Giorgio Napolitano. Dopo le dimissioni di Matteo Renzi a seguito della bocciatura del referendum costituzionale, non ha sciolto il Parlamento ma ha accettato - e concordato - il governo fotocopia di Paolo Gentiloni nel dicembre 2016, con quasi tutti i ministri precedenti. Quando nel 2019 il governo giallo-verde di Conte e Salvini entrò in crisi, Mattarella favorì il Conte-bis con l'ingresso nella coalizione di governo del Partito Democratico, che era stato sconfitto alle precedenti elezioni politiche del 4 marzo 2018 e che ora tornava in pista. Quando nel 2021 anche questo secondo governo Conte entrò in crisi, ancora una volta Mattarella non sciolse il Parlamento, ma chiamò Mario Draghi, che ripropose gran parte dei precedenti ministri, tra cui il contestatissimo ministro della Sanità Roberto Speranza. E intanto il Partito Democratico continuava a governare. Non c'è dubbio che, prima di sciogliere le Camere, il Presidente debba verificare se ci siano nuove maggioranze, però la gestione di questo principio costituzionale è avvenuta in modo chiaramente politico, perfino designando un "uomo del Presidente" come Draghi. E gli italiani, alle elezioni del 2022, lo hanno indirettamente denunciato. LO SCANDALO PALAMARA Sempre sul piano politico, ma inteso in senso più ampio, Mattarella compì due gravi errori a proposito dello scandalo Palamara e a proposito della cosiddetta pandemia da Covid-19. Il Presidente della Repubblica è presidente di diritto del Consiglio superiore della magistratura. Il cosiddetto scandalo "Palamara", dal nome dell'allora membro di questo organo costituzionale, aveva messo in luce un sistematico accordo tra i vertici del Partito Democratico e il Consiglio stesso sulla nomina nelle principali e più calde Procure del nostro Paese. Si sa che il partito erede del PCI ha costruito negli anni legami organici soprattutto con tre centri di potere: sindacati, scuola e università, magistratura. Infatti, oggi è proprio da questi nuclei di potere che emergono i principali attacchi al governo Meloni. Ebbene, non risulta che il Presidente della Repubblica abbia detto e fatto granché per denunciare e contribuire a risolvere quella scandalosa concertazione sulle nomine nelle Procure. IL BIENNIO COVID L'altro ambito fallimentare è stato il biennio Covid. Mattarella, nel messaggio alla nazione di fine anno 2020 ha affermato che «vaccinarsi è un dovere». All'università di Pavia, il 5 settembre 2021, ha rincarato: «Non si invochi la libertà per sottrarsi alla vaccinazione, perché quella invocazione equivale alla richiesta della licenza di mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso di mettere in pericolo la vita altrui». Il 31 dicembre 2021, nel discorso di fine anno, ha aggiunto: «Rifiutare il vaccino è un'offesa a chi non l'ha avuto». Ancora il 4 ottobre 2022, egli ha confermato la sua linea: «La pandemia non è definitivamente sconfitta, anche se l'azione dei vaccini e la risposta responsabile degli italiani ne hanno frenato l'espansione». Oggi sappiamo come sono andare veramente le cose per cui non possiamo dimenticare che il Presidente ha tollerato, in quella occasione, violazioni dei diritti costituzionali come hanno poi testimoniato gli esiti di tanti ricorsi, un potere esorbitante assunto dalla Presidenza del Consiglio, decisioni governative di occultazione dei dati e di manipolazione delle informazioni, oltre ad aver condiviso l'uso ideologico della scienza e il mancato rispetto di alcuni elementari principi di legge naturale. Il tragico fenomeno degli "effetti avversi" non ha meritato nemmeno una nota dal Quirinale. Una prestazione decisamente fallimentare, la sua. Sergio Mattarella è cattolico. Quando è stato eletto, la Bussola non era contenta, avrebbe preferito un non-cattolico ben sapendo che il nuovo Presidente, per la sua formazione, avrebbe disconosciuto le ragioni stesse dell'impegno pubblico dei cattolici in quanto tali. Il rispetto delle istituzioni sarebbe stato l'unico vangelo. E infatti nel 2016 il Presidente Mattarella firma la legge Cirinnà sulle unioni civili comprese quelle di coppie omosessuali. Il suo essere cattolico cedeva il passo al suo essere Presidente. Il messaggio che egli ha dato ai cattolici in questi dieci anni è sempre stato questo, che poi è il messaggio dei cosiddetti cattolici democratici di origine dossettiana. Dieci anni, destinati a diventare 14, sono troppi, si diceva all'inizio. Nel frattempo, il mondo è cambiato, le posizioni di Mattarella sono state sconfessate - si pensi al suo europeismo stantio -, emergono dalla memoria i rimpianti e i rimorsi.

    Mattarella presidente, dieci anni di fallimenti

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Approfondimenti del professore Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio internazionale Card. Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, con particolare riguardo ai principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione)