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Approfondimenti del professore Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio internazionale Card. Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, con particolare riguardo ai principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione)

  1. Le feste islamiche come Pasqua e Natale, la trappola dell'Ucoii

    May 12

    Le feste islamiche come Pasqua e Natale, la trappola dell'Ucoii

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8545 LE FESTE ISLAMICHE COME PASQUA E NATALE, LA TRAPPOLA DELL'UCOII di Stefano Fontana   Il presidente dell'Ucoii, a nome dei musulmani che vivono in Italia, ha chiesto il riconoscimento pubblico della religione islamica nel nostro Paese. La pretesa non è solo di tipo sindacale ma è una sfida religiosa alla politica, soprattutto per il richiesto «riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Alcuni quotidiani hanno efficacemente semplificato le cose così: le due festività islamiche principali equiparate a Pasqua e Natale. Del resto, è quello che ha scritto la stessa Ucoii nella sua lettera aperta sull'argomento. Su La Verità di ieri, 4 maggio, Gianluigi Paragone finiva il suo articolo sull'argomento con queste parole: «vediamo chi è in grado di elaborare una risposta culturale». Noi ci proviamo. Una festa nazionale è un momento in cui un intero popolo si riconosce in alcuni valori fondanti la propria comunità. Ciò vale per le festività nazionali laiche, come l'anniversario della conclusione di una guerra o della fondazione dello Stato, ma anche in caso di festività religiose. Per esempio, da quest'anno è stata ripristinata la festività nazionale di san Francesco del 4 di ottobre. Di questo tipo sono anche le feste locali nel giorno del santo Patrono. In queste occasioni è usanza che anche le autorità civili e militari siano presenti in chiesa davanti all'altare o in processione pubblica per le vie cittadine. In questi casi la festa è religiosa e tale resta, ma produce effetti anche civili pubblicamente riconosciuti. Ciò sta a significare che la religione di riferimento di quella festività - in questo caso quella cattolica - è riconosciuta come fortemente significativa anche per la comunità politica, anzi spesso addirittura fondativa, quando il santo che vi viene venerato è considerato Padre fondatore e Defensor civitatis. DIMENSIONE PUBBLICA DELLA RELIGIONE Si dirà che ormai queste manifestazioni si sono secolarizzate e il senso diffuso di questa dimensione pubblica fondativa della religione si è molto ridotto o è addirittura scomparso. Oppure si può osservare che questi appuntamenti riguardano fatti del passato che risentono dei tempi in cui vennero istituiti. Così, se ora c'è una consistente comunità islamica è giusto riconoscere le loro festività accanto alle nostre e aprire ai minareti accanto ai campanili. Però nessuna cosa è vera o falsa, buona o cattiva, in base al consenso che riceve o se sia conforme alle mode del tempo. La dimensione politica della religione, nelle feste religiose nazionali ma anche nel suono delle campane, ha ragioni molto più profonde, non solo storiche o sociologiche. Essa esprime la convinzione della ragione politica che quella religione propone delle verità e un comune sentire senza di cui non ci può essere bene comune, che quella religione, con i suoi principi validi sempre, corregge le disfunzioni della politica stessa, confermandone i limiti e nello stesso tempo spingendola coraggiosamente in avanti. Ci sono valori che la politica ha preso dalla religione e che finisce per dimenticare se la religione non glieli ricorda: si pensi al concetto di "persona". IL RUOLO PUBBLICO DELLA RELIGIONE CATTOLICA Il ruolo pubblico della religione cattolica, evidente anche nelle feste nazionali, non deriva solo dalle usanze del passato o dal folclore di cui sarebbero le ormai residuali manifestazioni. La politica deve cercare la religione vera, quella che conferma le sue verità naturali e le fortifica purificandole. Se in Italia ci sono feste religiose con una valenza nazionale è perché la politica le considera espressioni di una religione vera, indispensabile per aiutare a perseguire il bene comune. Non è un favore dedicato ad una religione a caso, oppure a quella che per motivi storici è nel cortile di casa. Con queste parole abbiamo individuato come le cose dovrebbero andare, non come vanno. Oggi la politica non sembra in grado di fare ciò, incapace, come sembra essere, di distinguere tra le religioni, considerate, in virtù di un male inteso diritto alla libertà religiosa, un atto di volontà personale da garantire pubblicamente in ogni caso da parte dello Stato. Le religioni, però, non sono solo una scelta personale, ma hanno dei contenuti, di cui la politica non può disinteressarsi. Si conceda pure la libertà di fede religiosa, ma non la legittimità pubblica d'ufficio delle cose credute. Molte religioni propongono forme di vita contrarie al bene comune e spesso non si tratta solo di norme specifiche ma della civiltà globale stessa che quella religione porta con sé. Questo è precisamente il caso dell'islam. La laicità liberale moderna non è in grado di affrontare questo problema e il riferimento ai diritti degli individui ad avere riconosciuta pubblicamente la propria religione qualsiasi essa sia, la spingerà a cadere nella trappola della "discriminazione" (in questo caso islamofobia) da evitare. La Chiesa cattolica italiana non aiuterà la politica a fare questo sforzo nell'uso della propria ragione, perché già da tempo impegnata sul fronte del qualunquismo religioso motivato impropriamente dal dialogo interreligioso. Le forze politiche anticattoliche, in accordo con la CEI, ne approfitteranno per denunciare l'improprietà del ruolo pubblico assegnato alla religione cattolica. Il tema della richiesta dell'Ucoii, per questi motivi, sarà dirimente: dopo aver fatto questa nostra proposta culturale, siamo curiosi di vedere se mai qualche partito la interpreterà. Ma confessiamo di essere piuttosto pessimisti.

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  2. Il Papa in Africa, echi Bergogliani e piccole correzioni di rotta

    May 5

    Il Papa in Africa, echi Bergogliani e piccole correzioni di rotta

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8527 IL PAPA IN AFRICA, ECHI BERGOGLIANI E PICCOLE CORREZIONI DI ROTTA di Stefano Fontana   Papa Leone è tornato ieri dal suo viaggio in Africa. Ha visitato quattro Paesi - Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale - ha pronunciato molti discorsi, ha presieduto celebrazioni liturgiche, ha incontrato varie categorie di persone, si è fatto amare da molte folle, ha visitato molte realtà concrete della vita sociale ed ecclesiale di quei Paesi. Ha trovato anche il tempo di parlare di Dottrina sociale della Chiesa, sia direttamente, spiegando cosa essa è, sia trattando alla sua luce molti problemi sociali presenti nei Paesi visitati. Riprendendo in mano tutti i suoi interventi, ora che è tornato a casa, è possibile formare un quadro di sintesi, non sull'intero viaggio ma almeno sui suoi interventi legati alle problematiche care alla Dottrina sociale della Chiesa. I media si sono interessanti del viaggio del Papa soprattutto nei primi giorni, quando era scoppiata la questione Trump, subito raffreddata da papa Leone. Per il resto, il viaggio è continuato abbastanza liscio e quasi scontato, nel generale entusiasmo dei popoli africani che lo hanno ospitato e nelle cronache di routine dei giornali. Qualcuno cercava qualche accenno di novità rispetto a Francesco, cosa che però non è avvenuta. Leone XIV ha ripetutamente citato Francesco, addirittura con riferimento ai suoi discorsi ai Movimenti popolari che, a suo tempo, avevano suscitato perplessità. La cosa può essere spiegata in tre modi. Prima di tutto per la coincidenza con il primo anniversario della sua morte, caduta proprio durante il viaggio in Africa, cosa che rendeva Francesco "presente". In secondo luogo, perché, a quanto sembra, lo staff che ha materialmente steso i discorsi è rimasto in gran parte quello del precedente pontificato. In terzo luogo, perché il primo a non voler manifestare delle novità è proprio Leone, sia per esigenze di continuità istituzionale, per così dire, sia per convinzione personale. UNA DIMENSIONE DIPLOMATICA I discorsi in eventi di questo genere hanno sempre una dimensione "diplomatica", non possono fare diagnosi dirompenti. In tutti i suoi interventi in Africa il Papa ha messo in evidenza le potenzialità del Continente, la necessità che la sua società civile si renda protagonista dello sviluppo, ha condannato le profonde forme di esclusione che ancora essa vive, in Angola ha denunciato la "logica estrattivistica" di sfruttamento delle risorse minerarie del Paese, data l'attuale situazione di guerra nel mondo ha vituperato l'uso del nome di Dio per giustificare la guerra, ha affermato la necessità di garantire lo Stato di diritto e di vincere la corruzione e, naturalmente, ha più volte citato Agostino sul significato corretto del potere. Sono stati interventi edificanti e di speranza, però anche prevedibili e attesi. Questa linea ha favorito una interpretazione di questo viaggio nel senso di una normalità che procede naturalmente e senza scosse. Questo nonostante l'Africa offrisse diversi argomenti per uno scatto di novità. Per esempio, molti governi africani si stanno opponendo agli pseudo-valori occidentali (e "democratici") sulla vita e la famiglia. Per esempio, la maggiore opposizione alla Nota Fiducia supplicans del cardinale Fernández era arrivata dall'episcopato africano. Per esempio, la retorica del dialogo interreligioso è messa in questione proprio in Africa dalle violenze, a base religiosa, contro i cristiani. Pur dovendosi muovere tra simili difficoltà, Leone XIV ha qua e là espresso delle valutazioni fuori riga, segno che non ha un solo ghost writer ma più di uno e di diverso orientamento teologico e pastorale. Facciamo tre esempi. MALABO (GUINEA EQUATORIALE) Il 21 aprile, parlando al mondo della cultura a Malabo (Guinea equatoriale), nel Campus Universitario dell'Università Nazionale che porta il suo nome, ha parlato dell'albero della conoscenza in rapporto ad altri due alberi, quello dell'Eden e quello della Croce. «Il problema - ha detto - non sta, dunque, nella conoscenza, ma nella sua deviazione verso un'intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure». A sanare questa disfunzione concorre l'albero della Croce, «non come negazione dell'intelligenza umana, ma come segno della sua redenzione». Si è trattato di un vero e proprio colpo d'ala dell'intelligenza della fede: «Cristo non appare come una via d'uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà». Un discorso dalle grandi conseguenze, e non solo in Africa, se letto e vissuto. Il 17 aprile, a Youndé (Camerun), durante l'incontro con il mondo universitario nella Università cattolica dell'Africa Centrale, ha detto ai giovani studenti: «di fronte alla comprensibile tendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui. Ecco la ragion d'essere della vostra Università, fondata trentacinque anni fa per formare i pastori d'anime e i laici impegnati nella società: sono questi i testimoni di saggezza e di equità dei quali il continente africano ha bisogno». Un accenno, questo, che comporterebbe un cambiamento totale di prospettiva dell'intero quadro delle migrazioni. Ricordiamo infine il richiamo diretto alla Dottrina sociale della Chiesa fatto a Malabo, il 21 aprile durante l'incontro con le Autorità. Qui il Papa ha detto tra l'altro: «Oggi la Dottrina sociale della Chiesa rappresenta un aiuto per chiunque voglia affrontare le "cose nuove" che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Questo è parte fondamentale della missione della Chiesa: contribuire alla formazione delle coscienze, mediante l'annuncio del Vangelo, l'offerta di criteri morali e di autentici principi etici, nel rispetto della libertà di ogni individuo e dell'autonomia dei popoli e dei loro governi». Anche questo un discorso importante, soprattutto perché non ha dimenticato né l'annuncio del Vangelo né la ricerca del Regno di Dio e quindi non ha ridotto la Chiesa ad una agenzia di etica sociale. Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Stefano Fontana, nell'articolo seguente dal titolo "Cosa ha detto Leone XIV all'incoerente Partito Popolare Europeo" racconta quando il 25 aprile il Papa ha parlato ad un gruppo di europarlamentari del PPE, partito che si ispira al cristianesimo ma senza applicarne i principi. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 aprile 2026: Sabato scorso, 25 aprile, papa Leone XIV ha rivolto un discorso ad un gruppo di europarlamentari del Partito Popolare Europeo. A questo stesso uditorio, anni fa, Benedetto XVI aveva parlato dei «principi non negoziabili» in politica, una delle sue dottrine più contestate allora e poi completamente dismesse e dimenticate con Francesco. Il PPE ha al proprio interno diverse anime nazionali che non pensano allo stesso modo. Ciò però non esclude una valutazione complessiva del suo posizionamento politico e, soprattutto, di come esso intenda ora il rapporto tra il cristianesimo, a cui esplicitamente si ispira, e la politica. Il PPE ha governato a lungo l'Unione Europea insieme a Socialisti e Verdi, contribuendo in modo rilevante ai suoi deragliamenti ideologici. Attualmente guida ancora la maggioranza eletta alle ultime consultazioni ed è ancora al governo della Commissione Europea con Ursula von der Leyen e da quella posizione continua la medesima precedente politica per resettare dolorosamente l'economia con l'utopia ecologista, per contrastare le giuste rivendicazioni identitarie delle nazioni, infine per continuare ad imporre una ideologia etica di tipo radicale. In altre parole, il PPE pone problemi molto pesanti al principio di coerenza tra fede cristiana e politica. Se osserviamo i partiti italiani che aderiscono al PPE troviamo conferma di questa valutazione. Forza Italia, a proposito dei gravissimi temi etici sul tappeto, altro non ha saputo fare che proclamare la libertà di coscienza per i suoi parlamentari. In altre parole, su suicidio assistito, eutanasia, aborto, famiglie omosessuali il partito non vuole avere una linea, ossia considera questi argomenti non come politici ma come privati. Maurizio Lupi, del partito Noi Moderati, nel 2016 aveva votato a favore della legge Cirinnà sulle unioni civili. Dietro c'è una valutazione errata della cosiddetta laicità. Venendo ora al discorso del Pontefice, bisogna riconoscere che egli ha detto cose interessanti, ma anche che non ha proseguito sulla linea di Benedetto XVI. Questo a proposito di due argomenti: i principi negoziabili e la religio vera. Forse la ripresa dell'espressione e del concetto dei principi non negoziabili avrebbe contribuito a chiarire la posizione non accettabile del PPE su alcuni temi centrali della politica. L'utilizzo dell'espressione religio vera per indicare il cristianesimo avrebbe forse permesso di ricordare che la libertà di religione – che nel discorso viene ricordata – non contraddice la verità della religione cristiana, né quindi la sua unicità rispetto alle altre. Verità e unicità che comportano diritti propri nello spazio pubblico. Sappiamo bene che questo discorso vale principalmente per i cattolici e che nel PPE confluiscono anche i protesta

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  3. No, il popolo non ha sempre ragione

    Mar 31

    No, il popolo non ha sempre ragione

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8496 NO, IL POPOLO NON HA SEMPRE RAGIONE di Stefano Fontana   "Il popolo ha sempre ragione". Questa frase è rimbalzata in molte interviste sull'esito del referendum sulla giustizia, soprattutto dalla parte che ha perso, come dichiarazione di democraticità. "Il popolo ha parlato" è stato anche detto, come se si trattasse di un pronunciamento oracolare. E davanti al popolo che parla, tutti devono tacere, perché quella è la verità. Il realismo, però, mostra chiaramente che, in questa votazione come in altre occasioni, il pronunciamento popolare non è stato motivato da esigenze razionali, quanto piuttosto da una anarchia dei ragionamenti o addirittura da nessun ragionamento. Una stretta minoranza ha votato sul merito del quesito referendario. Altri hanno votato per i più disparati motivi. Molti hanno votato No perché "la Meloni è complice del genocidio a Gaza" o perché è "amica di Trump che ora bombarda l'Iran". Altri perché la Costituzione non si tocca. La cantante Fiorella Mannoia perché "chi sono io per giudicare la Costituzione?". Molti magistrati hanno votato no per mantenere le loro posizioni all'interno dei tribunali. Chi ha seguito le indicazioni di partito ha votato No per ottemperare alle indicazioni di partito. Però c'è anche stato chi ha votato No per creare problemi al proprio partito: i riformisti del Partito Democratico hanno detto di votare per il merito della questione ma certamente volevano anche creare qualche disturbo alla Schlein e alla sua linea politica. Una eguale defezione interna c'è stata anche in Forza Italia e Lega. I napoletani hanno forse votato per Gratteri, le cui intemperanze in campagna elettorale hanno certamente portato voti al fronte del No. Ci sono poi quelli che votano perché Tizio o Caio sono simpatici, oppure perché sono antipatici. C'è chi ha voluto essere coerente con il proprio passato, e chi invece ha scelto l'incoerenza e mentre un tempo era a favore della divisione delle carriere ora, per inediti motivi, si è schierato contro. Forse qualcuno ha votato No perché, secondo lui, la Premier non doveva esporsi. Molti cattolici avranno votato No perché avevano capito che Zuppi e la Cei questo volevano e forse anche nelle loro parrocchie avevano percepito sottili indicazioni. Ai referendum si vota, o non si vota, anche perché l'amico vota o non vota. Durante la campagna elettorale sono state dette molte bugie e molti hanno votato in un certo modo perché conquistati da delle bugie. Jurgen Habermas aveva dedicato la sua vita di pensatore a tracciare le linee della democrazia come un dibattito pubblico razionale aperto a tutti. Ma non teneva conto che l'uomo moderno, spesso, nello spazio pubblico non ragiona. Qui sta tutta la debolezza della democrazia moderna che anche i fasti di questo ultimo referendum hanno confermato. Ci hanno abituato a pensare che il popolo sia un unico individuo che ragiona con una sola testa, invece, parafrasando Gramsci, il popolo pensa con mille cervelli. Anzi, spesso, i cittadini agiscono per suggestione o per emozione, ossia senza cervello. Però la democrazia moderna ha bisogno di "credere" nel popolo, inteso come espressivo di una Ragione politica, di una Volontà Generale e che, quando si pronuncia, dice sempre la verità. Il popolo diventa così una Persona Civitatis, una costruzione artificiale con la dote dell'infallibilità. A proposito di costruzioni artificiali, non si pensi che questo concetto di popolo sia nato il giorno prima del recente referendum. Nel XVII Secolo Thomas Hobbes scriveva nel De Cive che «Nella democrazia i singoli pattuiscono tra di loro di obbedire al popolo, il popolo stesso non è obbligato verso nessuno». Un patto convenzionale sta sotto sia all'obbedienza al popolo, sia al principio che il popolo ha sempre ragione. Di conseguenza si capisce la conclusione che ne trae Carl Schmitt: «La maggioranza non commetterà mai ingiustizia, ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità». Davanti a queste assolutizzazioni del popolo, colpisce per il suo triste realismo il rammarico di Chesterton: «La fede democratica è questo: si devono lasciare in mano a uomini comuni le cose di massima importanza». A fine Ottocento Leone XIII aveva già visto questi esiti quando parlava nella Immortale Dei della «moltitudine arbitra e moderatrice di se stessa». Il tema del recente referendum, alla fin fine, non toccava problemi etici fondamentali. Si trattava di questioni importanti per la vita politica ma che rientrano nelle problematiche che "possono stare anche diversamente", ossia che si possono affrontare in modi diversi. Il principio, però, del popolo che ha sempre ragione viene ormai abitualmente applicato a temi ben più dirompenti dal punto di vista morale, antropologico e religioso. Mi riferisco ai temi della vita e della famiglia. Nei giorni scorsi il "popolo che ha sempre ragione" ha deciso che nel Regno Unito si può uccidere il concepito fino alla nascita. In Spagna i rappresentanti di quel popolo vogliono inserire l'aborto nella Costituzione. È quindi importante non dimenticare che il popolo, nella versione moderna come massa di individui, è anarchico nelle sue decisioni e che la sua volontà è una costruzione artificiale dietro la quale non esiste nessun soggetto unitario dotato di ragione.

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  4. La gazzarra su Ventotene è la prova del fallimento europeo di oggi

    03/25/2025

    La gazzarra su Ventotene è la prova del fallimento europeo di oggi

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/i8113 LA GAZZARRA SU VENTOTENE E' LA PROVA DEL FALLIMENTO EUROPEO DI OGGI di Stefano Fontana   Grande gazzarra in aula alla Camera ieri sul Manifesto di Ventotene al punto che il Presidente Fontana ha sospeso la seduta. La premier Giorgia Meloni è stata chiara e dura su quel documento, dissociandosene dicendo «nella manifestazione di sabato a piazza del Popolo e anche in quest'aula è stato richiamato da moltissimi partecipanti il Manifesto di Ventotene: spero non l'abbiano mai letto, perché l'alternativa sarebbe spaventosa». Durante le manifestazioni romane per l'Europa di sabato scorso era riemerso il Manifesto di Ventotene come guida ideale per i partecipanti. Dal palco di piazza del Popolo, Corrado Augias aveva detto: «Oggi questa piazza è di nuovo Ventotene». Ventotene è stato il bollino di qualità posto sulla manifestazione, evidentemente accettato anche dalle associazioni cattoliche presenti. Però se si va a rileggere il Manifesto "Per un'Europa libera e unita" che Spinelli, Rossi e Colorni hanno scritto esuli nell'isola di Ventotene nel 1941 si capisce che ben poco è accettabile di quanto propone. In quelle righe, tra l'altro, si leggono puntualmente le premesse per il fallimento europeo di oggi. Un primo elemento del Manifesto è di avere carattere rivoluzionario nel preciso senso socialista del termine: «La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista». La democrazia per cui ci si deve battere è vista come uno strumento di questo obiettivo rivoluzionario e non come il fine dello stesso. Il Manifesto supera il concetto comunista di rivoluzione, sia perché condanna la violenza fisica, sia perché ritiene che in quel modo la classe operaia rimarrebbe chiusa in se stessa e non si collegherebbe con le rivendicazioni degli altri ceti, sia perché sarebbe un modo per allarmare preventivamente i conservatori e permettere loro di organizzarsi per evitarla. IL SOCIALISMO DI VENTOTENE Il Manifesto non usa parole dolci verso il comunismo: i comunisti «nelle crisi rivoluzionarie, [sono] più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto». Nonostante ciò, però, il socialismo di Ventotene concorda con gli obiettivi rivoluzionari di fondo del comunismo. Basti considerare cosa dice dell'abolizione della proprietà privata: «La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio». La negazione del diritto naturale alla proprietà privata rimane, ma deve essere perseguita in modo dolce. Il progetto si colloca sulla linea che verrà battuta anche dal comunismo postbellico italiano di un socialismo che accetta la democrazia come strumento della rivoluzione, non come alternativa alla rivoluzione. Il carattere rivoluzionario di Ventotene è diretto ad eliminare le nazioni dalla scena politica. La cosa viene fatta pregiudizialmente mediante l'equazione: nazione, nazionalismo, totalitarismo. La sua analisi dei totalitarismi di allora risente dell'animosità del momento e per questo è poco lucida, risente però anche della posizione ideologica assunta, con l'errore conseguente di considerare i totalitarismi come eccezione alla civiltà moderna anziché, come è stato dimostrato, come sua accelerazione. Il Manifesto mette in guardia dalla restaurazione, dopo la guerra, dello Stato nazionale che, secondo le previsioni dei due autori, avverrà mediante la strumentalizzazione del sentimento patriottico. Lo scopo, invece, deve essere «la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in Stati nazionali sovrani». La lettera e lo spirito del Manifesto inducono a pensare che questo superamento della nazione non debba essere limitato ad una situazione e ad un tempo, ma che abbia una dimensione europea avendone una globale - «in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo» - e che miri anche al superamento del concetto di patria. Il suo progetto di un'Europa federale ha questi inquietanti connotati. LA DEMOCRAZIA È UN INGOMBRO Rossi, Spinelli e Colorni vogliono quindi la rivoluzione socialista. Accettano in via di principio la democrazia, ma la considerano anche un ingombro nei momenti di tensione politica. Un concetto, questo, espresso in modo molto chiaro: «Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi». Quando il popolo fosse immaturo e diviso al proprio interno, guidato da «tumultuose passioni» più che dalla freddezza politica, «la metodologia democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria». Da qui al passaggio alle guide politiche illuminate è breve. Il popolo dovrà essere fatto oggetto di opera di convinzione dall'alto da «capi che guidino sapendo dove arrivare». Quest'opera di convinzione e guida deve passare anche dalla lotta alle pretese della Chiesa cattolica. Il Manifesto propone l'abolizione del concordato, l'affermazione della pura laicità dello Stato e la supremazia dello Stato sulla società civile. In altri termini: un nuovo dirigismo ideologico. Dalla lettura del Manifesto emergono molte preoccupazioni più che fiduciose sicurezze. Di più: molti dei danni prodotti dall'Unione Europea derivano proprio da quelle impostazioni debitamente aggiornate. I "capi" guidano dall'alto senza essere eletti, gli intellettuali organici all'europeismo di Ventotene indottrinano le masse, il laicismo delle élites di Bruxelles è diventato aria da respirare per la gente comune, la "sovranità assoluta degli Stati nazionali" ha assunto dimensioni europee, un "ceto assolutamente parassitario", che il Manifesto voleva eliminare col federalismo europeo, ha allignato proprio lì. Anche il "burocratismo" e, oggi, il "militarismo" che a Ventotene venivano presentati come la peste, riemergono in sede europea "... per costruire un largo Stato federale, il quale disponga di una forza armata propria al posto degli eserciti nazionali". Nota di BastaBugie: Eugenio Capozzi nell'articolo seguente dal titolo "Il feticcio di Ventotene e l'europeismo verticistico delle sinistre" spiega perché la Meloni, citando Ventotene, ha mostrato impietosamente i limiti di quello che è diventato un "feticcio", un mito politico, dopo il crollo del modello comunista: l'europeismo. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 24 marzo 2025: Leggendo nell'aula di Montecitorio alcuni passi palesemente illiberali del Manifesto di Ventotene redatto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, e dichiarando che «questa non è la nostra Europa», Giorgia Meloni ha toccato veramente uno dei nervi più scoperti e sensibili della sinistra italiana. Perché ha mostrato impietosamente i limiti di quello che negli ultimi decenni è diventato un "feticcio", un mito politico, dopo il crollo del modello comunista: l'europeismo, declinato non tanto come modello di assetto politico-istituzionale, ma come dogma religioso, visione escatologica secolarizzata di una possibile redenzione collettiva. Come sono stati declinati il multiculturalismo, l "dirittismo", l'ambientalismo "gretista". Hanno formalmente ragione quanti sostengono, criticando i modi dell'intervento della presidente del Consiglio, che un documento storico come il Manifesto dovrebbe essere adeguatamente contestualizzato per comprenderne il significato e il valore. Ma, appunto, una valutazione storica implica un esame critico, un'analisi che porti a distinguere "ciò che è vivo e cià che è morto" in esso, per dirla con la formula di Benedetto Croce. E questo è esattamente il contrario della mitizzazione che la cultura politica progressista da tempo fa del Manifesto, elevato in blocco a "testo sacro" supremo dell'ideale europeista. Ed è assolutamente incompatibile con l'indignazione, le lacrime, le accuse di "blasfemia", addirittura le richieste di mea culpa rivolte a chi si permette di evidenziare come molte delle idee espresse in quel testo siano in contraddizione con un modello di democrazia liberale fondato sulla limitazione rigorosa del potere, sul pluralismo e sulla sovranità popolare. Se si vuole comprendere adeguatamente il Manifesto di Ventotene nel suo contesto storico, allora, va sottolineato innanzitutto che il pronunciamento di Spinelli, Rossi e Colorni non fu né il primo né l'unico programma per la costruzione dell'unità o del federalismo europeo nella sua epoca. Esso si inseriva, viceversa, all'interno di un vasto movimento politico-culturale in quella direzione, iniziato alla fine della prima guerra mondiale e proseguito fino alla fine della seconda. Che, a partire dal trauma profondo causato da quei conflitti e dall'ascesa dei regimi dittatoriali, indicava nel superamento strutturale della contrapposizione tra le nazioni europee la via per arrivare alla pace, e per salvare i princìpi di fondo della civiltà del continente. Se proprio si vuole cercare un "padre fondatore" in questo senso lo si può trovare proprio in Italia, in Luigi Einaudi, che tra il 1918 e il 1919 nelle sue "Lettere di Junius" sul Corriere della Sera contestava l'internazionalismo della Società delle Nazioni per invocare un ordinamento federalista che archiviasse definitivamente, a tutti i livelli dell'organizzazione politica, lo Stato modernocome unica autorità legittima riconosciuta e l'idea della sovranità assoluta. Tra le due guerre

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  5. Mattarella presidente, dieci anni di fallimenti

    03/18/2025

    Mattarella presidente, dieci anni di fallimenti

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8107 MATTARELLA PRESIDENTE, DIECI ANNI DI FALLIMENTI di Stefano Fontana   Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha appena compiuto 10 anni di mandato. È stato eletto il 31 gennaio 2015 e rieletto il 29 gennaio 2022. Dati i cambiamenti avvenuti nell'esercizio di fatto della presidenza della Repubblica, sempre meno notarile e sempre più politica, la durata di sette anni stabilita dalla Costituzione è troppo lunga, figuriamoci poi 10 o 14 anni nel caso di un secondo mandato come in questo caso. Se il Presidente fa il notaio allora i problemi non ci sono, ma se fa il politico, se nell'esercizio di fatto del suo potere avvicina l'Italia ad una repubblica presidenziale, se gestisce la prerogativa di sciogliere il Parlamento in base a valutazioni politiche e non solo istituzionali, se rimbecca indirettamente i governi sul loro operato, se interviene sulla composizione dei governi stessi con un potere contrattuale, allora un mandato così lungo è un peso per la nazione. La presidenza Mattarella sembra godere di un favore quasi generale, ma l'ombra (troppo) lunga del suo mandato ha complicato, piuttosto che agevolato, i processi politici nel Paese. DRAGHI, L'UOMO DEL PRESIDENTE Mattarella ha tenuto duro a lungo prima di concedere le elezioni politiche, proseguendo sulla strada avviata da Giorgio Napolitano. Dopo le dimissioni di Matteo Renzi a seguito della bocciatura del referendum costituzionale, non ha sciolto il Parlamento ma ha accettato - e concordato - il governo fotocopia di Paolo Gentiloni nel dicembre 2016, con quasi tutti i ministri precedenti. Quando nel 2019 il governo giallo-verde di Conte e Salvini entrò in crisi, Mattarella favorì il Conte-bis con l'ingresso nella coalizione di governo del Partito Democratico, che era stato sconfitto alle precedenti elezioni politiche del 4 marzo 2018 e che ora tornava in pista. Quando nel 2021 anche questo secondo governo Conte entrò in crisi, ancora una volta Mattarella non sciolse il Parlamento, ma chiamò Mario Draghi, che ripropose gran parte dei precedenti ministri, tra cui il contestatissimo ministro della Sanità Roberto Speranza. E intanto il Partito Democratico continuava a governare. Non c'è dubbio che, prima di sciogliere le Camere, il Presidente debba verificare se ci siano nuove maggioranze, però la gestione di questo principio costituzionale è avvenuta in modo chiaramente politico, perfino designando un "uomo del Presidente" come Draghi. E gli italiani, alle elezioni del 2022, lo hanno indirettamente denunciato. LO SCANDALO PALAMARA Sempre sul piano politico, ma inteso in senso più ampio, Mattarella compì due gravi errori a proposito dello scandalo Palamara e a proposito della cosiddetta pandemia da Covid-19. Il Presidente della Repubblica è presidente di diritto del Consiglio superiore della magistratura. Il cosiddetto scandalo "Palamara", dal nome dell'allora membro di questo organo costituzionale, aveva messo in luce un sistematico accordo tra i vertici del Partito Democratico e il Consiglio stesso sulla nomina nelle principali e più calde Procure del nostro Paese. Si sa che il partito erede del PCI ha costruito negli anni legami organici soprattutto con tre centri di potere: sindacati, scuola e università, magistratura. Infatti, oggi è proprio da questi nuclei di potere che emergono i principali attacchi al governo Meloni. Ebbene, non risulta che il Presidente della Repubblica abbia detto e fatto granché per denunciare e contribuire a risolvere quella scandalosa concertazione sulle nomine nelle Procure. IL BIENNIO COVID L'altro ambito fallimentare è stato il biennio Covid. Mattarella, nel messaggio alla nazione di fine anno 2020 ha affermato che «vaccinarsi è un dovere». All'università di Pavia, il 5 settembre 2021, ha rincarato: «Non si invochi la libertà per sottrarsi alla vaccinazione, perché quella invocazione equivale alla richiesta della licenza di mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso di mettere in pericolo la vita altrui». Il 31 dicembre 2021, nel discorso di fine anno, ha aggiunto: «Rifiutare il vaccino è un'offesa a chi non l'ha avuto». Ancora il 4 ottobre 2022, egli ha confermato la sua linea: «La pandemia non è definitivamente sconfitta, anche se l'azione dei vaccini e la risposta responsabile degli italiani ne hanno frenato l'espansione». Oggi sappiamo come sono andare veramente le cose per cui non possiamo dimenticare che il Presidente ha tollerato, in quella occasione, violazioni dei diritti costituzionali come hanno poi testimoniato gli esiti di tanti ricorsi, un potere esorbitante assunto dalla Presidenza del Consiglio, decisioni governative di occultazione dei dati e di manipolazione delle informazioni, oltre ad aver condiviso l'uso ideologico della scienza e il mancato rispetto di alcuni elementari principi di legge naturale. Il tragico fenomeno degli "effetti avversi" non ha meritato nemmeno una nota dal Quirinale. Una prestazione decisamente fallimentare, la sua. Sergio Mattarella è cattolico. Quando è stato eletto, la Bussola non era contenta, avrebbe preferito un non-cattolico ben sapendo che il nuovo Presidente, per la sua formazione, avrebbe disconosciuto le ragioni stesse dell'impegno pubblico dei cattolici in quanto tali. Il rispetto delle istituzioni sarebbe stato l'unico vangelo. E infatti nel 2016 il Presidente Mattarella firma la legge Cirinnà sulle unioni civili comprese quelle di coppie omosessuali. Il suo essere cattolico cedeva il passo al suo essere Presidente. Il messaggio che egli ha dato ai cattolici in questi dieci anni è sempre stato questo, che poi è il messaggio dei cosiddetti cattolici democratici di origine dossettiana. Dieci anni, destinati a diventare 14, sono troppi, si diceva all'inizio. Nel frattempo, il mondo è cambiato, le posizioni di Mattarella sono state sconfessate - si pensi al suo europeismo stantio -, emergono dalla memoria i rimpianti e i rimorsi.

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  6. Le elezioni in Germania e in Romania: la democrazia come finzione

    03/04/2025

    Le elezioni in Germania e in Romania: la democrazia come finzione

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8094 LE ELEZIONI IN GERMANIA E IN ROMANIA: LA DEMOCRAZIA COME FINZIONE di Stefano Fontana   La democrazia europea dimostra sempre più di avere alla base una finzione. Le recenti elezioni politiche in Germania lo hanno evidenziato ancora una volta. I partiti che hanno perso andranno con grande probabilità al governo con il partito che ha vinto. Chi ha preso solo una manciata di voti ottiene lo stesso risultato di chi ha fatto il pieno. Era successo così anche a seguito delle elezioni del Parlamento europeo. Anche in quel caso socialdemocratici e verdi, molto ridimensionati alle urne, sono stati cooptati nella maggioranza di Strasburgo e nel "governo" (le virgolette nel caso dell'Unione europea sono d'obbligo) di Ursula von der Leyen. C'è poi il fatto che, data ormai la grande astensione dal voto per una diffusa disaffezione diversamente motivata, chi viene eletto raccoglie solo una piccola parte dell'elettorato. Le percentuali di consensi che i partiti sbandierano riguardano non gli aventi diritto al voto ma quanti si sono recati alle urne, quindi sono la maggioranza sì ma di una minoranza, ossia minoranza anch'essi. Il principio di maggioranza è diventato il principio di minoranza. A questo si aggiunge il problema del "parlamentarismo", un vanto delle democrazie europee ma che si regge anch'esso su una finzione. Il parlamentarismo, principio secondo il quale la centralità della vita politica starebbe nel parlamento, permette quello che è successo a Strasburgo e che probabilmente succederà a Berlino, vale a dire gli accordi per stabilire una maggioranza cooptando i perdenti. È evidente che tutto questo sfilaccia la democrazia e il bello è che lo fa democraticamente. CHI PERDE GOVERNA Non si deve pensare che queste magie democratiche, per cui chi perde governa, siano casuali. Alla loro base c'è una finzione, anzi più di una, che ne caratterizza la natura. Se non viene riveduta a fondo, la nostra democrazia non può che essere una finzione. Uno dei filosofi della politica che hanno influenzato in modo particolare la democrazia europea recente è stato Hans Kelsen. Egli era un giurista e un politologo "positivista", negatore dell'esistenza di un diritto naturale. Era anche dell'idea, come Max Weber, che i valori fossero solo atti di volontà, e fautore di una "dottrina pura del diritto", ove per "pura" egli intendeva appunto una dottrina priva di valori e derivante solo da una Grundnorm, o norma fondamentale, semplicemente posta dal potere. Nella sua opera La democrazia, risalente agli anni Venti del XX secolo, Kelsen giustifica una prima finzione, ossia il passaggio dalla democrazia diretta alla democrazia partecipativa. Si tratta di una finzione perché la volontà di tutti viene ceduta alla volontà di alcuni, ritenuti, appunto tramite la finzione, ugualmente espressione della volontà generale. È vero che per Rousseau la volontà generale non è sinonimo di maggioranza numerica né della espressa volontà di tutti, ma per una visione positivista come quella di Kelsen dovrebbe essere così, perché altrimenti si cadrebbe nelle mani di valori assoluti indipendentemente dal voto dei cittadini come avviene nei totalitarismi. LE TRE FINZIONI Quindi prima si è costretti a fingere che la volontà di chi si reca alle urne abbia il valore della volontà di tutti, e poi si è costretti a fingere che la volontà degli eletti rappresenti la volontà di tutti. Si tratta di una doppia finzione procedurale che, secondo Kelsen, non contraddice i presupposti democratici perché renderebbe applicabile nel concreto il patto iniziale col quale i cittadini hanno fondato la società. Così, però, emerge un'altra finzione, anzi la finzione fondamentale, perché questo supposto patto, con cui tutti i cittadini avrebbero dato vita alla società sottoponendosi ad una norma fondamentale posta dal potere in loro nome, non è mai esistito. E così nel novero delle finzioni siamo arrivati addirittura a tre. Di tutte e tre, la principale è quest'ultima, perché è quella fondativa, le altre vengono di conseguenza. Agli inizi della moderna Dottrina sociale della Chiesa, pontefici come Leone XIII avevano messo in evidenza come la democrazia liberale fosse una finzione. Avevano detto che l'errore originario era di fingere che il popolo fosse "moderatore di se stesso", in quanto origine e fondamento, tramite un presunto patto, della vita sociale. In base a questa finzione, chi è sottomesso all'ordine sociale sarebbe anche l'autore di quello stesso ordine. In questo modo si pensava di dare tutto il potere al popolo, ma poi si finse che degli eletti dal popolo ugualmente esprimessero per convenzione il volere del popolo, si finse anche che questa delega fosse valida anche se fatta da un'esigua minoranza, e che fosse pienamente democratica anche se fatta da un'aggregazione qualsiasi – nata in parlamento – di partiti diversi. L'artificio originario del popolo moderatore di se stesso si prolungò quindi nelle altre finzioni convenzionali fino agli esiti delle elezioni tedesche dei giorni scorsi. Scriveva Kelsen: «L'unità del popolo rappresenta un postulato etico-politico che l'ideologia politica assume come reale con l'aiuto di una finzione tanto universalmente accettata che ormai non si pensa più di criticare». Sarebbe invece il caso di riprendere a criticarla. Nota di BastaBugie: Luca Volontè nell'articolo seguente dal titolo "Romania, Georgescu arrestato a tre mesi dal voto. Non è democrazia" racconta cosa sta succedendo in Romania in una democrazia europea, democrazia per modo di dire. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 28 febbraio 2025: Non è democrazia, non è Stato di diritto ciò che sta accadendo in Romania in vista delle auspicabili elezioni presidenziali, ormai oggetto di appropriazione indebita da parte delle burocrazie europee e delle camarille socialiste, liberali e centriste del paese. L'Europa che si è risentita, a torto, delle parole di JD Vance, dovrebbe ora e prima che sia troppo tardi, fare un serio esame di coscienza. Non è con l'eliminazione politica o giudiziaria dei partiti e candidati delle destre popolari e patriottiche e finanche dei semplici dissenzienti verso le imposizioni centraliste di Bruxelles che le istituzioni europee possono rifiorire, anzi il modo di procedere degli ultimi mesi in Romania è un chiaro ritorno ai metodi sovietici e totalitari contro i quali l'Europa stessa è nata. Diverse persone, tra cui il potenziale ri-candidato alla presidenza rumena Călin Georgescu, sostenuto anche dal partito conservatore Aur, sono state arrestate e mercoledì 26 febbraio sono state effettuate numerose retate nelle proprietà dei suoi collaboratori, tra cui la sua guardia del corpo personale Horaţiu Potra, ex capo di un gruppo mercenario in Africa. Georgescu, che si è candidato come indipendente alle elezioni presidenziali dell'anno scorso, si era assicurato una sorprendente vittoria al primo turno di votazioni a novembre, come abbiamo descritto su La Bussola. Tuttavia, dopo le semplici accuse, tutt'ora senza alcuna prova che le sostengono, di interferenza russa, la Corte costituzionale della Romania aveva prima validato il voto, successivamente e anche su pressione europea, aveva annullato i risultati e annullato il secondo turno di votazioni. Le interferenze antidemocratiche e le violazioni della sovranità popolare erano considerate così 'naturali, che l'ex commissario europeo Thierry Breton aveva ammesso, in un'intervista televisiva alla emittente francese Bfm Rmc del 9 gennaio che la Corte costituzionale rumena (Ccr) era stata condizionata nella sua scelta di annullare le elezioni presidenziali grazie alle pressioni dell'Ue e solo solo perché al primo turno era in vantaggio il candidato di destra, euroscettico e contrario al continuo rafforzamento della Nato, Călin Georgescu. Infine, dopo le dure critiche di JD Vance a Monaco e alla Cpac dei giorni scorsi sul caso romeno del 14 febbraio e, pochi giorni prima, la visita di dell'incaricato di Trump per le missioni speciali Richard Grenell a Bucarest, come abbiamo descritto su La Bussola, con le dimissioni del Presidente Klaus Iohannis del 10 febbraio pareva che la situazione del paese e, soprattutto, la garanzia di trasparenza e rispetto delle regole democratiche per il voto presidenziali del prossimo maggio fosse garantita. Tutt'altro, le vicende accadute ieri gettano una coltre di nebbia sull'intero sistema democratico rumeno e accrescono i sospetti delle formidabili complicità delle istituzioni europee per impedire che si svolga un voto libero e democratico e venga eletto dal popolo un Presidente della Repubblica scelto dagli elettori. Sconcertanti le grida di giubilo delle ambasciate di Francia, Germania e Paesi Bassi che hanno pubblicato giovedì 27 febbraio sulla piattaforma X, messaggi di sostegno e fiducia nel sistema giudiziario della Romania e nel rispetto dei valori democratici. Ebbene, le accuse rivolte a Georgescu sono tanto gravi quanto generiche e, per alcuni aspetti ridicole. La Procura generale ha annunciato ieri l'avvio di un procedimento penale contro Călin Georgescu che è indagato per incitamento ad azioni contro l'ordine costituzionale (manifestazioni di piazza che da dicembre si svolgono per chiedere il ripristino del voto presidenziale), false dichiarazioni sulle fonti di finanziamento della campagna elettorale e promozione di idee fasciste e legionarie. Questi i reati di cui è accusato nel dettaglio: Incitamento ad azioni contro l'ordine costituzionale, diffusione di informazioni false, fa

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  7. Cattolica e radicale, le incompatibili identità della Roccella

    01/07/2025

    Cattolica e radicale, le incompatibili identità della Roccella

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8022 CATTOLICA & RADICALE, LE INCOMPATIBILI IDENTITA' DELLA ROCCELLA di Stefano Fontana   Il ministro per le pari opportunità e la famiglia, Eugenia Roccella, ha rilasciato una lunga intervista a La Stampa su tanti argomenti connessi con il suo ruolo nel governo Meloni: donne, famiglie, figli, natalità, rapporti tra maschi e femmine. Il cuore dell'intervista è però lei stessa e la sua identità che così sintetizza: «femminista, cattolica, radicale, di destra». Roccella osserva a questo proposito che «non si capacitano di come io possa essere radicale e cattolica: chissà per quale delle due cose mi odiano di più», per poi precisare meglio: «Il femminismo è la mia vera, profonda appartenenza identitaria». Quindi: radicale, cattolica, di destra... ma prima di tutto femminista. Noi non nutriamo odio verso di lei per queste sue proclamate identità, però ci permettiamo qualche osservazione sulla possibilità di questi accostamenti: radicale, cattolica, femminista. Più volte Roccella si è detta radicale raccontando la sua storia personale, da ultimo nel romanzo Una famiglia radicale (Rubbettino), libro che doveva presentare a Torino ma è stata censurata da gruppi sociali estremisti. Ma è stata radicale oppure è radicale? L'intervista conferma che lo è stata e ancora lo è. Elogia le battaglie radicali degli anni Settanta quando, a differenza di adesso, a suo dire "il confronto restava aperto e possibile", rivendica di essere stata allieva di Ida Magli e di aver collaborato con lei per la depenalizzazione dell'aborto, elogia la legge 194 che considera una legge «equilibrata», dice di aver votato a favore della legge 40 sulla fecondazione assistita, difende tuttora quella legge anche dopo le sue trasformazioni giurisprudenziali, considerando che permette un uso della «tecnologia dentro uno schema di generazione naturale» nel senso che «Lo Stato ti aiuta se hai un problema, non consente ciò che in natura non è possibile». Non sempre in questi ragionamenti tutto fila liscio, ma una cosa emerge in modo chiaro: Roccella non solo è stata ma è radicale. RADICALISMO & LIBERTÀ Ora, in cosa consiste il radicalismo? Come dice la parola stessa, esso consiste nel condurre alle estreme conseguenze - alla radice appunto - il concetto assoluto della libertà. Cosa rende assoluta la libertà? La sua separazione dalla verità e da un ordine naturale e finalistico delle cose, attuata nella forma della identificazione tra libertà e volontà. Il radicalismo esprime una volontà priva di ragioni. Considerato in questo modo essenziale, il radicalismo è completamente incompatibile con la fede cattolica. Questa, infatti, esige che la ragione si muova per conoscere questo ordine naturale in quanto frutto della creazione divina e, così facendo, si apra a Dio stesso e alla sua provvidente volontà salvifica. Accettare il divorzio, l'aborto e la fecondazione artificiale, appoggiare un femminismo radicale che investe la donna di una libertà addirittura precedente al suo essere donna, significa negare l'esistenza di un ordine naturale su queste materie così importanti per la vita umana e sociale. Qualcuno però potrebbe sostenere che di radicali ce ne sono di diverse specie. Infatti, nessun movimento politico è uniforme ed omogeneo ma articolato in diverse correnti più o meno, ci si passi il bisticcio, radicali. L'ideologia iniziale e fondativa, l'archetipo originario - si dice spesso - è una cosa, mentre i movimenti storici che da esso derivano sono un'altra cosa ed è possibile che essi si allontanino dalla matrice o che, addirittura, la rovescino. La storia cambia e l'adattamento alle nuove situazioni può corrompere la rigidità dogmatica delle origini. Questo potrebbe essere il caso anche di Eugenia Roccella. Vediamo alcuni esempi. RADICALE BUONA? Nell'intervista di cui ci stiamo occupando, il ministro afferma che «l'aborto esula dal territorio del diritto». Una simile affermazione può essere vista come espressione di un radicalismo moderato o addirittura di nuovo conio, lontano dalle intransigenze ideologiche di Pannella, Bonino, Cappato o Magi. Su questa base si potrebbe fondare la battaglia affinché esso non venga contemplato nella Costituzione e infatti Roccella si dichiara contraria a questa ipotesi. Allora - si può pensare - lei sarà anche radicale, ma una radicale "buona" o almeno moderata e di buon senso. Il suo essere radicale sarebbe sostenibile anche per un cattolico. Un altro esempio è costituito dalla posizione verso la legge 40 già vista sopra: quella legge sarebbe valida perché inserirebbe l'intervento tecnico in laboratorio «dentro uno schema di relazione naturale». Questa espressione può venire intesa come la conferma del riferimento a quell'ordine naturale e finalistico di cui parlavo sopra e collocare in pieno il ministro Roccella dentro la visione del realismo cattolico. Le stesse cose si possono dire per il suo femminismo, dato che Roccella appartiene a quella corrente del femminismo che combatte la prescrizione della parola "donna" da parte dei gruppi LGBT e denuncia l'attuale "frammentazione della gravidanza" tramite la compartecipazione di più persone al concepimento e, con l'utero in affitto, anche alla gestazione. Roccella è una radicale "diversa", però si dice sempre radicale. Il fatto è che non è vero che i movimenti storici allentino sempre l'ideologia originaria o se ne distacchino positivamente, liberandosi dai suoi errori. Molto più spesso i movimenti storici finiscono per realizzare meglio gli obiettivi ideologici proprio perché li separano da inutili zavorre, riuscendo così ad essere più penetranti proprio perché meno avvertiti. Le socialdemocrazie hanno realizzato in modo più radicale gli obiettivi del socialismo, solo hanno chiesto più tempo. Roccella se la prende contro la rarefazione delle famiglie e la solitudine educativa, però rimane convinta della bontà del divorzio e dell'aborto che le ha prodotte. Si dice preoccupata della denatalità ma dice nulla sull'aborto che ne è la causa principale. Dice che l'aborto si colloca al di fuori del diritto ma ammette la 194 che invece lo tira dentro al diritto in modo sbagliato. Rimane radicale e femminista però sembra esserlo un po' meno degli altri e, proprio per questo, apre nuove strade al radicalismo, perfino avvalorandolo come cattolico. Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo seguente dal titolo "Roccella certifica la resa al credo arcobaleno" conferma quanto sostenuto da Stefano Fontana nel precedente articolo. Ecco l'articolo completo di Tommaso Scandroglio pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 12 dicembre 2024: Il ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella, intervenuta a novembre all'incontro Per merito, per amore, per libertà organizzato da Fratelli d'Italia a Riccione, così ha dichiarato: «vorrei chiarire una cosa: essere un buon genitore prescinde ovviamente dall'orientamento sessuale». Lasciamo perdere il fatto che c'è una montagna di studi che provano il contrario e veniamo ad altro, al fatto che nell'immaginario comune la Roccella è un'integralista cattolica e questo ci dimostra quanto i più ne sappiano di cattolicesimo; che elogiare l'omogenitorialità per un ministero che si occupa della natalità è come elogiare la resa per il Ministero della Difesa; che quell'«ovviamente» è la certificazione che non solo la salvezza non verrà dalla politica e non solo ormai il tasso di corruzione culturale in seno alla destra difficilmente si distingue da quello in seno alla sinistra, ma che il sole dell'omosessualità dovrà per sempre splendere sopra le nostre teste e guai a farsi ombra; che il politicamente corretto è diventato il doverosamente corretto; che le prove di buona condotta di fronte al Supremo Tribunale LGBT non sono mai sufficienti per uscire dal carcere dell'omofobia e che il giuramento di fedeltà al credo gaio deve essere ripetuto più volte in ogni sede pena l'ostracismo e lo stigma sociale; che l'ossessione arcobaleno condiziona ogni uscita pubblica di ogni personaggio pubblico; che indietro non si torna perché la lezione che l'amore è amore al di là degli orifizi usati per dimostrarlo è stata ampiamente, democraticamente, estensivamente, massicciamente assimilata da tutti, dall'infante al ministro della Repubblica italiana; che gli attuali principi non negoziabili sono l'esatto opposto degli autentici principi non negoziabili; che la realtà non va in direzione opposta alla politica, ma sta addirittura su un altro pianeta di un'altra galassia e ruota secondo altre orbite; che se la sana educazione prescinde dall'orientamento sessuale noi prescindiamo dal ministro Roccella; che il vero buon genitore avrebbe molte cose da dire al Ministro della Famiglia; che ormai siamo convinti che l'evidenza è stata ridotta ad un mistero orfico, patrimonio esclusivo di pochissimi adepti. E così sia.

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  8. Il dogma dell'Immacolata Concezione

    01/07/2025

    Il dogma dell'Immacolata Concezione

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8039 IL DOGMA DELL'IMMACOLATA RICORDA CHE L'ORIGINE DI TUTTI I MALI SOCIALI E' IL PECCATO di Stefano Fontana   Quella dell'8 dicembre è una grande solennità per la Chiesa. In essa si celebra il concepimento immacolato di Maria Santissima; nell'assenza di peccato della Madre di Dio la Provvidenza ci mostra realisticamente l'umanità redenta. La proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione fu fatta da Pio IX l'8 dicembre 1854 tramite la bolla Ineffabilis Deus che affermava: «Dichiariamo, pronunciamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la Beatissima Vergine Maria, sin dal primo istante del concepimento, per singolare grazia e privilegio di Dio e in vista dei meriti di Gesù Cristo salvatore del genere umano, sia stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certa e immutabile per tutti i fedeli». Il Papa aveva preventivamente consultato tutti i vescovi del mondo con l'enciclica Ubi primum. La data dell'8 dicembre corrisponde esattamente a nove mesi prima della nascita della Vergine fissata per l'8 settembre. Le fonti rivelano che, mentre nella basilica di San Pietro gremita di fedeli veniva letto il testo della bolla, un fascio di luce investì Pio IX. Questo fenomeno, attestato da molti testimoni oculari, risulta materialmente inspiegabile perché da nessuna finestra quel raggio poteva raggiungere la posizione in cui si trovava il Papa. Il dogma dell'Immacolata Concezione fu "confermato" nelle apparizioni mariane di Lourdes a Bernadette Soubirous. Alla sedicesima di queste apparizioni, iniziate l'11 febbraio 1858, la "bella Signora" definisce se stessa come "l'Immacolata Concezione". L'autenticità delle apparizioni di Lourdes fu approvata poco dopo, il 18 gennaio 1862. EFFETTI SOCIALI E POLITICI La proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione di Maria Santissima ha certamente una enorme rilevanza dal punto di vista della fede cattolica e un significato profondamente religioso, ma deve essere anche considerata nei suoi effetti sociali e politici. La Dottrina sociale della Chiesa, che proprio in quei decenni riceveva la sua formulazione moderna e veniva rilanciata, ha un vero e proprio "carattere mariano". La Ineffabilis Deus è anche una risposta alle ideologie perverse della modernità, una risposta come solo la Chiesa sa e può fare, ossia in modo dogmatico. Infatti, nella storia del movimento cattolico l'8 dicembre era l'occasione per gli appartenenti all'Azione Cattolica di pronunciare solennemente davanti all'Altare il loro giuramento di impegno cattolico nella società e nella politica. Se torniamo con la mente all'anno 1854 e cerchiamo di ricostruire le minacce di allora alla società umana e alla Chiesa, possiamo comprendere questo particolare significato del dogma dell'Immacolata Concezione. Da quando Rousseau aveva decretato che l'uomo nasce buono e libero mentre è la società che lo perverte e lo mette in catene, il peccato venne cancellato da ogni considerazione di carattere politico e la salvezza degli uomini fu affidata a riforme o a rivoluzioni. La filosofia politica moderna, sfociata poi nella Rivoluzione francese e nei moti rivoluzionari ottocenteschi, abolisce il peccato originale e la stessa idea di peccato e non ritiene più di avere bisogno del Figlio di Dio incarnato, morto e risorto, per conseguire la salvezza. QUOD APOSTOLICI MUNERIS In quell'anno 1854 erano da poco avvenuti i moti del '48, Marx aveva pubblicato il Manifesto del Partito comunista, proponendo una salvezza terrena portata dalla classe proletaria, nuova salvatrice dell'umanità, Ernst Renan aveva scritto proprio in quegli anni L'avvenire della scienza, ossia il manifesto della liberazione da ogni male grazie allo sviluppo scientifico, Auguste Comte, che morirà qualche anno dopo nel 1857, aveva prefigurato un progresso storico che sarebbe confluito in una nuova religione dell'umanità fondata sul sapere scientifico che avrebbe eliminato tutte le precedenti illusioni religiose e filosofiche perché gli uomini si sarebbero finalmente attenuti ai soli fatti, l'anarchismo di Bakunin predicava la eliminazione di ogni autorità familiare, politica o religiosa. Tutte queste ideologie che diedero vita a movimenti storici lavoravano alacremente per eliminare Dio dalla pubblica piazza. Leone XIII, nell'enciclica Quod apostolici muneris (1878), le condannerà una ad una. Tra il 1854 e l'uscita della Rerum novarum (1991) con cui inizia la moderna Dottrina sociale della Chiesa, quei movimenti anticristiani avevano consolidato la loro pericolosità: il positivismo materialista e scientista la faceva da padrone nei licei e nelle università pubbliche, il comunismo trovava una sua prima realizzazione concreta nella Comune di Parigi del 1870, in questo stesso anno i bersaglieri italiani aggredirono ed occuparono lo Stato della Chiesa, le politiche dei governi massonici abolirono gli ordini contemplativi e ne incamerarono i beni, approvarono leggi contrarie alla famiglia come quella sul matrimonio civile o sul divorzio, sviluppando un capitalismo selvaggio provocavano l'abbandono delle campagne per le città dove i nuovi arrivati venivano rieducati alla rivoluzione e all'immoralità. LA RISPOSTA DELLA CHIESA: I DOGMI La Chiesa rispose su molti piani ad un attacco così articolato e profondo. Ma il principale di questi piani rimane quello del dogma. Davanti al mondo che peccava di superbia ritenendo di potersi salvare da solo mentre con ciò si condannava ad una atroce perdizione, la Chiesa proclamò l'Immacolata Concezione, con cui rammentava al mondo che l'origine di tutti i mali sociali e politici era il peccato, che le ingiustizie sociali non erano la causa prima delle difficoltà come la rivoluzione politica non ne era la soluzione, che le autorità devono la loro legittimazione da Dio e, davanti all'abiura della società contemporanea, non proponeva soluzioni umane ma divine. In Maria Santissima Dio aveva proclamato la propria provvidente grandezza, aveva indicato nel peccato l'origine di tutti i mali, aveva dichiarato che senza la religione cattolica e senza la Chiesa la comunità umana non poteva fare altro che condannarsi. La rinascita della Dottrina sociale della Chiesa con Leone XIII è figlia della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione da parte di Pio IX. Le encicliche di Leone XIII non sono una raccolta di indicazioni operative - anche se contengono anche questo - ma un piano di rievangelizzazione, ben sapendo che "fuori del Vangelo non c'è soluzione alla questione sociale" e "il vero e radicale rimedio non può venire che dalla religione". Ribadendo dogmaticamente l'inconciliabilità tra Dio e il peccato del mondo, Pio IX ribadiva che il fine principale del mondo e della storia non è la celebrazione del progresso umano ma è la gloria di Dio. Questo insegnamento è molto attuale anche oggi, dato che assistiamo ad una progressiva secolarizzazione della Dottrina sociale della Chiesa. A riprova che questo era il messaggio contenuto nel dogma proclamato nel 1854, ricordo che la proclamazione dell'Immacolata Concezione va collegata storicamente con l'enciclica Quanta cura e con il Sillabo, nonché con l'apertura del Concilio Vaticano I. Tutti gli avvenimenti ora ricordati sono avvenuti in data 8 dicembre: nel 1854 la proclamazione del dogma, nel 1864 la Quanta cura e il Sillabo e nel 1870 il Concilio. Tutti insieme esprimono la risposta di Pio IX al peccato moderno. EFFETTI SPIRITUALI MA ANCHE STORICI, SOCIALI E POLITICI La proclamazione di un dogma ha sempre enormi effetti non solo spirituali ma anche storici, sociali e politici. C'è una grande discussione, in atto da decenni, sulla cosiddetta "storicità" dei dogmi nella quale qui non intendo entrare. Si può comunque dire che il dogma ha anche un aspetto "storico" proprio per gli effetti sociali che rende possibili. I dogmi fanno la storia. Spesso si pensa che la Chiesa partecipi alla storia con il suo attivismo sociale o con le sue improvvisazioni pastorali, mentre essa ha plasmato la civiltà con i propri dogmi, definiti nei suoi Concili ecumenici e nelle definizioni del magistero. A titolo di esempio, ricordiamo la condanna dell'arianesimo e la definizione della natura umana e divina di Cristo contro la gnosi. Con questa lotta dogmatica la Chiesa ha preservato l'umanità dalle catastrofi del catarismo non solo medievale ma di tutti i tempi, ossia, tra l'altro, dal rifiuto del matrimonio e della procreazione: se il catarismo avesse avuto la meglio l'umanità si sarebbe estinta. Oggi l'ideologia gender è ancora figlia del catarismo gnostico, per cui il corpo è uno strumento e l'omosessualismo celebra una sessualità sterile, secondo quegli stessi dettami. Si rimane molto colpiti dal fatto che oggi la Chiesa, davanti ai nuovi problemi dell'umanità, pensi ad istituire commissioni e ad organizzare convegni, oppure si metta a progettare nuovi piani pastorali, mentre un tempo essa proclamava dogmi. Tutti i dogmi della fede cattolica fanno da fondamento alla Dottrina sociale della Chiesa e all'impegno sociale e politico dei fedeli, compresi quelli mariani, ai quali però non si dà solitamente molta importanza in questo senso. Questi ultimi sono importanti perché preservano sia dallo spiritualismo che dal materialismo. È, infine, molto importante ricordare ai movimenti mariani che la loro devozione a Maria ha anche un forte collegamento con la Dottrina sociale della Chiesa. Non a caso la Caritas in veritate di Benedetto XVI si conclude con una preghiera alla Madonna Speculum iustitiae e Regina pacis.

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Approfondimenti del professore Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio internazionale Card. Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, con particolare riguardo ai principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione)