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Il professore Tommaso Scandroglio, autore di diversi libri sulla legge naturale, sulla morale e sulla bioetica, sviluppa riflessioni interessanti sui temi più caldi del dibattito contemporaneo

  1. Usa, cosa ci dice il sondaggio Gallup su abortisti e pro-vita

    FEB 17

    Usa, cosa ci dice il sondaggio Gallup su abortisti e pro-vita

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8457 USA, COSA CI DICE IL SONDAGGIO GALLUP SU ABORTISTI E PRO-VITA di Tommaso Scandroglio   Il 23 gennaio scorso si è svolta a Washington l'usuale Marcia per la Vita. L'occasione è opportuna per farsi una domanda: negli States la cultura pro-life sta crescendo o diminuendo? Proviamo a mettere insieme un po' di dati. Partiamo dalle rilevazioni di Gallup, nota agenzia demoscopica, e isoliamo due dati tra i molti. Dal 1995 al 2025 la Gallup ha posto ai suoi intervistati la seguente domanda: «In merito all'aborto, ti consideri pro-scelta [pro-choice] o pro-vita [pro-life]?». A maggio 2025 i pro-choice erano al 51% e i pro-life al 43%. A parte il periodo 2008-2014 in cui la maggioranza si spostava in modo alternato tra i due schieramenti, i pro-choice sono sempre stati in maggioranza, scostandosi dai pro-life per pochi punti percentuali. Una differenza però notevole è avvenuta tra maggio 2021 e maggio 2022. Infatti per i pro-life c'è stato un salto di 8 punti percentuali verso il basso in un solo anno: dal 47% al 39%. Di converso, nello stesso periodo i pro-choice sono balzati dal 49% al 55%. Un simile balzo non si era mai visto (eccetto per il periodo 1995-97, ma a parti invertite). Quale la spiegazione? Nel giugno del 2022 fu emessa la famosa sentenza della Corte Suprema Dobbs vs Jackson Women's Health Organization che cassò la famigerata sentenza Roe vs Wade delegando ai singoli Stati la disciplina normativa sull'aborto. Nei mesi precedenti i social, i media, gli influencer, le lobby abortiste e ovviamente tutto il Partito Democratico scesero in guerra contro l'imminente decisione della Corte Suprema che voleva mandare in soffitta la Roe. Risultato: l'opinione pubblica si orientò a favore dell'aborto. Da allora le due percentuali di favorevoli e contrari all'aborto si stanno gradualmente e nuovamente ravvicinando, anche se attualmente i pro-choice sono ancora sopra la propria media e i pro-life sono ancora sotto la propria media. I SOSTENITORI DELLA LEGALIZZAZIONE Altro quesito della Gallup: «Pensi che l'aborto debba essere legale in ogni circostanza, solo in determinate circostanze o illegale in ogni circostanza?». La rilevazione in questo caso parte dal 1975. In tutto questo periodo i sostenitori della legalizzazione hanno sempre vinto attestandosi sulla media del 53%; al secondo posto si trovano i sostenitori della legalizzazione in qualsiasi circostanza, con una media del 26,5%; e infine i sostenitori del divieto di legalizzazione che si assestano al 17,5%. Anche questa volta l'incombente sentenza della Corte Suprema fece sentire il suo peso: tra maggio 2021 e maggio 2022 i favorevoli alla legalizzazione sempre e comunque salirono dal 32% al 35% continuando un trend in crescita che era iniziato nel 2019. Aumentarono anche i sostenitori della legalizzazione parziale e invece coloro che volevano il divieto di legalizzazione sprofondarono da un 19% del 2021 ad un 13% del 2022. Questi picchi così marcati e repentini non si erano mai visti negli ultimi 50 anni. Oggi i favorevoli alla legalizzazione sempre e comunque sono al 30%, quindi sopra alla media di circa 4 punti; i favorevoli in alcune circostanze sono al 55%, perciò sopra di due punti alla media e i favorevoli al divieto sono al 13%, sotto la media di 4,5 punti. L'andamento degli anni 2022-2025 potrebbe, ma è mera ipotesi, suggerire un ritorno nella media per tutte e tre le categorie nel prossimo futuro. In sintesi: la sentenza Dobbs ha inferocito lo schieramento pro-choice e il risultato è stato uno spostamento sensibile dell'orientamento culturale su posizioni favorevoli all'aborto. Ecco perché su 16 referendum sulle normative abortiste promossi in altrettanti Stati dopo la sentenza Dobbs, 13 hanno visto come vincitori i pro-choice. Lo slittamento verso posizioni liberali ha poi determinato un incremento degli aborti. DIVIETI TOTALI DI ABORTO A tal proposito leggiamo il report #WeCount: «Il numero di Stati in cui l'aborto è stato completamente vietato è aumentato da 9 a luglio 2022 a 14 a giugno 2023. [...] Nel luglio 2022, l'aborto era legale oltre le sei settimane in 39 Stati e a Washington DC, ma questo numero è sceso a 35 entro giugno 2023. [...] Negli Stati con divieti totali di aborto, complessivamente ci sono stati 94.930 aborti clinici in meno», rappresentando una diminuzione del 100%. «Gli Stati in cui è stato praticato l'aborto con alcuni divieti o limitato a sei settimane hanno avuto 114.590 aborti in meno rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato in base ai numeri pre-Dobbs». Eppure complessivamente gli aborti non sono diminuiti, ma aumentati: «Rispetto al numero medio mensile di aborti osservati nel periodo precedente alla decisione Dobbs di aprile e maggio 2022, si sono verificati 2.200 aborti cumulativi in più durante i 12 mesi da luglio 2022 a giugno 2023. [...] Negli Stati in cui l'aborto è rimasto legale si è registrato in media un aumento di 9.733 aborti al mese e un totale cumulativo di 116.790 aborti in più in quegli Stati nei 12 mesi successivi a Dobbs rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato», questo anche perché se una donna non può abortire nel proprio Stato si trasferisce in un altro. I dati fin qui esposti non comprendono poi l'acquisto di pillole abortive in Internet: nel primo anno dopo la Dobbs c'è stato un aumento di aborti effettuati con questa modalità del 72%, rappresentando l'8% di tutti gli aborti. L'incremento è sempre causato dai nuovi vincoli presenti in alcuni Stati. Azzardiamo un giudizio sintetico su questi dati: la Dobbs non ha incrementato gli aborti, ma ha rinvigorito il fronte abortista e dunque la sua propaganda, conquistando così alla causa sempre maggiori consensi. Questo insegna che non basta una sentenza per far cambiare cuore e menti alle persone. Non solo non basta una sentenza, ma non bastano molti divieti o limitazioni statali, né bastano gli interventi governativi di Donald Trump per limitare gli aborti, seppure siano tutte azioni necessarie. Ricorrendo ad una metafora bellica, potremmo dire che i tre poteri dello Stato - giudiziario, legislativo ed esecutivo - sono stati come la cavalleria che attacca il nemico. Quest'ultimo ha reagito usando la fanteria, ossia l'arma culturale: media, social, lobby, etc. Risultato: i pro-choice non solo hanno respinto il nemico che voleva conquistare terreno, ma hanno fatto perdere a quest'ultimo alcuni suoi territori. Cosa dunque è mancato? La fanteria dei pro-life, ossia un sostegno alla cavalleria con gli strumenti della persuasione culturale. Corte Suprema, alcuni Stati e il governo hanno fatto qualcosa, a volte molto, e dovevano farlo, ma non è stato sufficiente. Senza un cambio valoriale delle coscienze, la spinta abortista troverà sì dei nuovi ostacoli, ma non insuperabili.

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  2. Partorisce una bimba non sua: il problema all'origine è la Fivet

    FEB 17

    Partorisce una bimba non sua: il problema all'origine è la Fivet

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8456 PARTORISCE UNA BIMBA NON SUA: IL PROBLEMA ALL'ORIGINE E' LA FIVET di Tommaso Scandroglio   Partorisce una bambina non sua. Non è un caso di maternità surrogata, ma ci siamo vicini. Tiffany Score e Steven Mills avevano congelato tre embrioni nel 2020 presso il Fertility Center di Orlando, in Florida. Nel 2025 decidono che è arrivato il momento di impiantare uno di quegli embrioni nell'utero di Tiffany. La bambina, di nome Shea, nasce l'11 dicembre scorso, ma si capisce subito che qualcosa non è andato per il verso giusto. Infatti ha la pelle scura e invece la coppia ha la pelle bianca. Naturalmente si sottopongono anche al test genetico, che conferma la prima impressione: quella bambina non è biologicamente figlia né di Tiffany né di Steven. Da qui un paio di domande semplici semplici: di chi è figlia? E i loro figli-embrioni dove sono? Passa qualche giorno e la coppia ormai si è affezionata alla bambina, bambina «che amiamo più di quanto le parole possano esprimere», hanno scritto in un post su Facebook. È evidente: se la porti in grembo per nove mesi non può che accadere questo, sia per la donna che per l'uomo che le è accanto. Da qui il loro timore che i genitori biologici la possano reclamare da un giorno all'altro per portarsela via. Nello stesso tempo vogliono comunque individuare i suoi veri genitori per soddisfare un «obbligo morale», per usare una loro espressione. Infine, per chiudere, Tiffany e Steven sono angosciati per la sorte dei loro figli allo stadio di embrioni perché non sanno che fine hanno fatto: sono ancora congelati? Sono andati dispersi o distrutti? Oppure anche loro sono stati impiantati nell'utero di una donna che non è loro madre? La loro angoscia è anche sana perché rivela il segreto di Pulcinella: se soffri per loro significa che sono già figli, sono già esseri umani. Avete mai visto una persona angosciarsi per un grumo di cellule? Superfluo aggiungere che la coppia ha intentato una causa legale contro la clinica. Qualcuno potrebbe non scandalizzarsi granché: ogni tanto capita uno scambio di bambini appena nati. In fondo non ci sarebbe poi così tanta differenza tra un errore che riguarda una provetta e uno che riguarda una culla. Giudizio non condivisibile. A parte il fatto che anche un scambio di neonati è anch'esso grave, nel caso in questione la gravità aumenta. Qui abbiamo una bambina che per nove mesi si è formata nelle viscere di una donna, che ha intessuto la sua vita biologica, ma anche psicologica e sociale, con quella della madre, facendosi già amare come figlia dalla coppia. Inoltre, se nello scambio dei bebè nelle culle, qualora l'errore venisse scoperto nell'immediato, la svista è in genere riparabile, in questo caso invece la bambina, forse agevolmente, potrà trovare i suoi genitori biologici, ma, da quello che emerge, non così facilmente Tiffany e Steven potranno recuperare i loro figli. In breve, è più facile rintracciare un neonato che un embrione. A margine: pensate se lo scambio di embrioni avesse riguardato non una bambina di colore, ma una bambina con la pelle chiara. Nessuno probabilmente se ne sarebbe mai accorto. Al di fuori dei parti da provetta, se il neonato ha la pelle scura e i genitori sono invece bianchi si pensa subito ad un tradimento della donna. Anche nel nostro caso però un tradimento c'è stato. È quello dell'ordine naturale delle cose il quale esige che un bambino nasca da un atto d'amore fisico tra una madre e un padre, un atto che principia la vita nel ventre di lei, la qual vita si svilupperà sempre nel suo ventre, lontano da provette, microscopi e freezer. E qui sta il punto di questa vicenda degli equivoci: se tocchi la genesi della vita, gli effetti provocati dai tuoi errori, dato che scaturiscono dal principio del processo procreativo, si moltiplicano in modo logaritmico, si sommano tra loro e, come una valanga, diventano sempre più grandi e si allargano a macchia d'olio. E infatti eccoci qui a contare i danni: tre bambini dispersi o morti o ancora congelati o già dati alla luce ma non dalla loro madre; uno stato d'ansia dei loro genitori in merito alla loro sorte; una bimba che non è figlia di chi l'ha partorita e che forse non crescerà con i propri genitori biologici perché o non si troveranno o non vorranno più una bambina cresciuta nel seno di un'altra donna; l'incertezza di altre coppie che ora potrebbero sospettare di aver portato a casa un bambino non loro e via delirando. I media hanno riportato questa notizia a motivo del suo profilo bizzarro, soprattutto accentuato dal colore della pelle della bambina che nelle foto stride in modo evidente con la bianchezza della pelle della coppia. Tutti si sono giustamente indignati per questo errore. Eppure questo errore è nulla rispetto alla morte dei fratellini della piccola Shea, il cui numero rimarrà per sempre imprecisato, che sono stati sacrificati affinché lei nascesse. Non si è registrata poi nessuna indignazione per i tre figli in azoto liquido che la coppia statunitense ha lasciato in laboratorio per cinque anni e che forse giacciono ancora lì e per gli altri loro fratellini morti anche loro sotto la scure della fallacia di queste tecniche. E questi non sono errori dettati da imperizia, distrazione o mancanza di diligenza, ma atti malvagi compiuti consapevolmente.

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  3. L'ultima folle violenza giudiziaria: cambia sesso a 13 anni

    FEB 17

    L'ultima folle violenza giudiziaria: cambia sesso a 13 anni

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8455 L'ULTIMA FOLLE VIOLENZA GIUDIZIARIA: CAMBIA SESSO A 13 ANNI di Tommaso Scandroglio   Svetonio racconta che l'imperatore Caligola nominò senatore il suo cavallo Incitatus. Se un cavallo può diventare senatore per mano di un imperatore, una bambina può diventare un bambino per volontà di un giudice. La storia, raccontata dal Resto del Carlino, è questa ed è semplice: lei è una ragazzina di 13 anni ed ha una sorella gemella. Uguali in tutto fuorché nella volontà di rimanere nel sesso riconosciuto alla nascita. Ecco allora intraprendere, con il necessario benestare dei genitori, un iter psicologico e ormonale che poi l'ha portata davanti al giudice. Infatti la legge 164/82 permette la rettificazione sessuale, ossia il cambio del nome e del sesso anagrafico, solo grazie al giudizio positivo del giudice che deve verificare le intervenute modificazioni dei caratteri sessuali del richiedente. Nel caso della ragazzina di 13 anni questo giudizio positivo è arrivato dal tribunale di La Spezia. In Italia mai era avvenuto che una minore di così tenera età fosse riuscita ad ottenere il placet per "cambiare" sesso. Il tribunale, valutando «il percorso psicoterapico seguito con costanza, le terapie ormonali praticate con successo e la matura gestione del disagio sociale conseguente al processo di cambiamento» ha accolto il ricorso presentato alla Procura dai genitori, «nella convinzione che (la ragazzina) abbia maturato una piena consapevolezza circa l'incongruenza tra il suo corpo e il vissuto d'identità come fino ad ora sperimentato», così «da consentirle di concludere, altrettanto consapevolmente un progetto volto a ristabilire irreversibilmente uno stato di armonia tra soma e psiche nella percezione della propria appartenenza sessuale». GRADO DI MATURITÀ Viene da domandarsi: ma se una ragazzina di 13 anni può "cambiare" sesso perché non potrebbe anche sposarsi? O perché non potrebbe acquistare casa? Guarda caso i minorenni diventano di colpo capaci giuridicamente di agire solo in certi frangenti. Pensiamo ad esempio all'aborto. L'obiezione è dietro l'angolo: in questo caso si tratta di trattamento sanitario e quindi la decisione è stata dei genitori i quali agiscono come rappresentanti legali del minore. Vero, ma discriminante è stata la valutazione del giudice sul grado di maturità della ragazzina. Ora quale grado di maturità può avere una 13enne soprattutto se deve decidere non a quale scuola superiore vorrebbe iscriversi, ma in merito ad alcuni trattamenti incidenti sul suo corpo e psiche che spesso sono irreversibili? Inoltre, come faceva presente il Centro studi Livatino in un documento del 2018, «un minore in età prepuberale che si trovi in "condizione frequentemente accompagnata da patologie psichiatriche, disturbi dell'emotività e del comportamento"» può esprimere un consenso valido? «Come possono i professionisti del settore garantire che il consenso di un preadolescente affetto da disforia di genere sia "libero e volontario"?». Si rischia cioè di acconsentire ad una volontà disturbata. Infine apprendiamo che la piccola aveva assunto la triptorelina, il famigerato bloccante della pubertà. Un preparato che non fa sviluppare i caratteri sessuali secondari (nei maschi: crescita del pene e dei testicoli, la comparsa dei peli pubici, cutanei e della barba, etc.; nelle femmine: lo sviluppo delle ghiandole mammarie, l'allargamento del bacino, la comparsa di peli pubici ed ascellari, etc.). Ora è acclarato che lo sviluppo psicologico viene grandemente aiutato dallo sviluppo fisico. Io maturo anche perché sento il mio corpo maturare. In particolare la sua maturazione mi aiuta grandemente a percepirmi psicologicamente maschio o femmina, a superare proprio quelle confusioni identitarie che la triptorelina vorrebbe risolvere ed invece acuisce. Bloccare il corpo è bloccare la maturità dei bambini. E dunque il tempo passa, ma la bambina che a 10-12 anni ha subito il blocco della pubertà rischia di ritrovarsi ancora decenne per molti anni a seguire.  IN TUTTO IL MONDO SI FA MARCIA INDIETRO Eppure il giudice ha dato il suo benestare. Lo ha dato mentre in tutto il mondo si fa marcia indietro in merito al "cambio" di sesso dei minori. Infatti la Norvegia, la Svezia, alcuni Stati federati Usa, la Finlandia, l'Australia, la Francia e soprattutto il Regno Unito hanno o stanno chiudendo le cliniche per il "cambio" di sesso dei minori. In particolare nel Regno Unito grazie alla cosiddetta Cass Review, una revisione indipendente commissionata dal Servizio Sanitario Nazionale, si è arrivato al divieto di qualsiasi trattamento sui minori, criticando l'approccio affermativo, ossia un approccio clinico che conferma il minore nella sua volontà di "cambiare" il sesso. Questo perché ormai sono di dominio pubblico i diversi danni che si recano ai minori (ma anche ai maggiori di età) a causa di questi trattamenti. Sul piano fisico i rischi possono essere i seguenti: ictus, aumento degli zuccheri nel sangue, costipazione, diarrea, capogiri, mal di testa, vampate, perdita dell'appetito, nausea, insonnia, fastidi allo stomaco, stanchezza o debolezza, vomito, alta pressione, trombi, infarto, diabete, cancro, ipertensione endocranica idiopatica che provoca mal di testa, visione doppia e persino perdita permanente della vista, osteoporosi, danni al fegato, alla crescita, infertilità ed emorragie vaginali. Sul piano psicologico, i rischi possono essere i seguenti: scoppio della libido per le donne che assumono testosterone e mancanza di libido spesso per maschi, sbalzi di umore, atti di autolesionismo, mancanza di sviluppo psicologico, emotivo e cognitivo (calo del QI), lesione della memoria, stati di ansia e panico, disturbo da deficit di attenzione/ iperattività, tic nervosi, disturbo borderline di personalità, disturbi d'ansia, disturbo dello spettro autistico e disturbo post-traumatico da stress, depressione, anoressia, stati psicotici, suicidi e tentati suicidi. Senza poi contare che, citando il documento Gender ideology harms children - L'ideologia gender fa male ai bambini del Collegio americano dei Pediatri, «secondo il DSM-V [Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali], fino al 98% dei bambini con confusione di genere e fino all'88% delle bambine con confusione di genere accettano il proprio sesso biologico dopo che attraversano naturalmente la pubertà».

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  4. L'ottimo è nemico del bene

    FEB 17

    L'ottimo è nemico del bene

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8454 L'OTTIMO E' NEMICO DEL BENE di Tommaso Scandroglio   A volte vogliamo tutto e alla fine stringiamo in mano nulla. Si punta all'ottimo, ma non riusciamo a raggiungere nemmeno il "meglio" o il "buono". Addirittura in alcuni casi ci troviamo in una situazione peggiore della precedente. Pensiamo ad un padre di famiglia che riprende la figlia per ogni suo minimo errore perché desidera che sia perfetta, inappuntabile. Alla fine la figlia cede all'esasperazione, si ribella al padre, volutamente non gli obbedisce più in nulla e fa esattamente e sempre l'opposto di quanto lui le chiede di fare. Si cerca l'ottimo, si ottiene il pessimo. Virtù principe per evitare di fare il passo più lungo della gamba è la prudenza che individua lo strumento migliore per ottenere, nella situazione data, il maggior bene possibile, che a volte non coincide con l'ottimo. Alcuni "ottimi", ossia alcuni fini eccelsi, sono possibili per tutti gli uomini e quindi impossibili per nessuno: la santità. Altri sono possibili solo per alcuni e quindi, a rovescio, impossibili per altri: vincere le Olimpiadi non è da tutti. Da ultimo, altre finalità non sono possibili a nessuno e quindi impossibili a tutti, sono mete che rimarranno sempre irraggiungibili per chiunque: essere onnipotenti. Dunque a volte l'impossibilità è legata alla singola persona, alle sue capacità personali. Parliamo di impossibilità relativa: voler vincere la gara dei 100 metri alle Olimpiadi avendo 90 anni. A volte l'impossibilità è invece legata alla natura umana. Si può parlare di impossibilità assoluta. Ad esempio voler essere onnipotenti è un fine impossibile da ottenere in quanto uomini. È invece nella natura di Dio essere onnipotente. In entrambi i casi possiamo dire che il mezzo non è in alcuno modo adeguato al fine, sia che si parli di capacità naturali che personali.  In merito all'impossibilità relativa, potremmo precisare che il fine è umanamente in sé possibile, ma diventa concretamente impossibile da soddisfare per le modalità adottate: un fisico di un novantenne non è "mezzo" adatto a vincere le Olimpiadi. Dunque esiste un fine per natura impossibile e un fine per natura possibile, ma a volte impossibile da soddisfare per i mezzi scelti.  VERSANTE MORALE Tutto questo sul piano descrittivo-fattuale. Spostiamoci ora sul piano prescrittivo-etico. Sul versante morale Tommaso d'Aquino ricorda una evidenza: «le cose impossibili non sono oggetto di elezione» (Summa Theologiae, I-II, q. 13, a. 5 c.), cioè non si può scegliere l'impossibile, l'ottimo impossibile da ottenere. Dunque sarebbe irragionevole perseguire un fine impossibile (assolutamente o relativamente impossibile). Ma se l'impossibilità di un'azione è irragionevole, ciò comporta che non solo tentare l'impossibile non è un dovere morale - «Nessuno è tenuto all'impossibile» (Tommaso d'Aquino, Scriptum super sententiis, lib. IV, d. 10, q. 1, a. 4, qc. 5, arg. 2) - ma addirittura è un male morale da cui astenersi, proprio perché contraddice la ragione. Conclusione: ci si deve astenere dall'impossibile, dall'ottimo irraggiungibile e si deve scegliere il maggior bene possibile. Quindi è compito della ragione saper distinguere tra obiettivi possibili (realistici) e obiettivi impossibili (irrealistici) e tra mezzi che rendono possibile raggiungere l'ottimo e mezzi che rendono impossibile raggiungere l'ottimo. Spieghiamo meglio perché è irrazionale voler l'impossibile (il soggetto poi sarà incolpevole se, senza sua responsabilità, non sapeva che il fine era impossibile). Lo illustra molto bene sempre l'Aquinate: «un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine» (Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 7 c.). Lo scalatore che, preso dalla foga di raggiungere la vetta, cade nel crepaccio, perseguiva un fine possibile ed anche moralmente lecito - ad esempio: scalare l'Everest per dare prova di superare i propri limiti, per ammirare il panorama sul tetto del mondo, etc. - dunque era animato da una buona intenzione, ma nel concreto non ha adottato le modalità di scalata congrue al fine: si è fatto prendere dalla foga. Questa modalità ha trasformato la natura dell'atto: da "dare prova di superare i propri limiti" a "attentare alla propria vita". Esponendosi a così rilevanti rischi per la salute e la vita a causa delle modalità scelte per scalare, l'atto, da buono che era, è diventato malvagio perché non è moralmente lecito esporre la propria vita ad un pericolo mortale se non per giustificati motivi, ossia, sempre in ossequio al principio di proporzione, per fini adeguati. Parimenti per l'impossibilità assoluta: la natura umana non è lo "strumento" adatto per fini che esulano dalle nostre capacità naturali (es.: onnipotenza).  C'è da appuntare che Tommaso scrive: «un atto [...] può diventare illecito, se è sproporzionato al fine». L'Aquinate non scrive che l'atto, se è sproporzionato, è sempre illecito. Dunque la sproporzione tra mezzi e fine non qualifica sempre l'atto come illecito. Infatti vi sono sproporzioni che rimangono nell'ambito del lecito perché la ragione le giudica comunque buone: apprezzando i maggiori effetti positivi direttamente ricercati e tollerando i minori effetti negativi non voluti, giudica l'atto globalmente inteso come efficace e quindi moralmente buono. Ad esempio un farmaco cura una certa patologia, ma produce necessariamente alcuni lievi effetti collaterali. La proporzione perfetta tra fine perseguito (l'ottimo ricercato, ossia la guarigione) e modalità per lucrarlo (somministrare un farmaco) sarebbe stata raggiunta se il farmaco non avesse provocato nessun effetto collaterale. Provocandolo, invece, le modalità per soddisfare il fine non sono perfettamente proporzionate al fine, ma ciò nonostante sono moralmente buone perché i benefici superano i danni: l'atto è assai buono seppur non ottimo. Di contro chi sceglie mezzi non congrui per soddisfare fini possibili (scalare l'Everest in un giorno) sicuramente compie un'azione moralmente riprovevole, perché l'impossibilità dei mezzi ci rivela che le modalità scelte sono grandemente sproporzionate ai fini. Perciò l'atto da astrattamente buono si trasforma in cattivo, come spiegato prima. In questo caso l'ottimo è nemico del bene perché si compie il male. OBIETTIVI REALISTICI Parliamo ora degli obiettivi realistici di grado sommo (l'ottimo) e degli effetti prodotti quando non usiamo i mezzi consoni a tali obiettivi. Ciascuno di noi ha il dovere morale di tendere al perfezionamento della propria persona, intesa in senso globale. Sforzarsi di essere perfetti in ambito spirituale, culturale, fisico, etc. è ciò che ci ha comandato di fare lo stesso Gesù: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Detto in altri termini: dobbiamo puntare all'ottimo. Ma, ed è questo il punto importante, quasi sempre la vetta dell'ottimo si conquista metro dopo metro. Senza poi contare che la perfezione è, per così dire, sempre perfettibile. Ad esempio se una persona è già molto caritatevole potrà comunque sempre perfezionare questa sua virtù, anche se già espressa in grado elevato. Dunque all'ottimo in genere si giunge con una marcia di avvicinamento spesso assai lunga. È impossibile raggiungere in un solo giorno la cima dell'Everest dal campo base situato a valle. Perciò colui che persegue l'ottimo sempre impossibile da ottenere (impossibilità assoluta) o l'ottimo impossibile da ottenere in certi modi (impossibilità relativa) rischia, come appuntato prima, di ottenere poco o nulla o addirittura di subire un danno. Per esemplificare usiamo il caso dello scalatore che vuole raggiungere la cima dell'Everest in un giorno solo. Nel primo caso prova a raggiungere la vetta, non ci riesce, ma comunque ha compiuto un bel tragitto. Nel secondo caso non parte nemmeno dal campo base perché i suoi compagni di cordata si sono rifiutati di intraprendere una spedizione così folle. Nel terzo caso la necessaria foga della scalata per arrivare in vetta in un giorno lo porta a perdere un appiglio e a cadere in un crepaccio fratturandosi una gamba. Potremmo allora concludere che l'ottimo a volte è nemico del bene e quindi amico del nulla e del male. Quindi i fini possibili ed eccelsi - l'ottimo - devono essere soddisfatti per il tramite di mezzi adatti al fine, mezzi necessariamente eccelsi anch'essi, altrimenti il fine possibile diventa impossibile da soddisfare per colpa delle modalità non adeguate. In buona sostanza, relativamente alle modalità per conseguire l'ottimo, occorre essere realisti. Il principio di realtà trova una sua significativa pertinenza anche nell'ambito politico. Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel suo Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa annota: «Il fedele laico è chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale» (LEV, Città del Vaticano, 2004, n. 568). Tradotto: occorre rifuggire le utopie. Un caso in cui non si è seguito questo principio è il seguente. A seguito di una pronuncia della Corte Suprema statunitense (Webster v. Reproductive Health Services - 1989) che permetteva ai singoli Stati di intervenire in materia di accesso alle pratiche abortive in modo più restrittivo di quanto previsto dalla sentenza Roe v. Wade - 1973 che aveva legalizzato l'aborto negli USA, in Louisiana si propose un disegno di legge (Human Life Act, 1990) sì lecito dal punto di vista morale, ma eccessivamente pretenzioso. Tale disegno di legge non passò e si perse così l'occasio

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  5. Avvenire appoggia la transessualità dei minori

    FEB 17

    Avvenire appoggia la transessualità dei minori

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8453 AVVENIRE APPOGGIA LA TRANSESSUALITA' DEI MINORI di Tommaso Scandroglio   Ci risiamo. Avvenire scrive nuovamente a favore della transessualità, addirittura della transessualità dei minori. Lo fa affidandosi come di consueto alla penna di Luciano Moia, da anni assegnato d'ufficio alle questioni arcobaleno. Nell'articolo Come si cresce un figlio che non riesce a riconoscersi nel proprio corpo, Avvenire racconta due casi di minori con disturbi nello spettro dell'identità psicologica sessuale, che il giornale chiama "identità di genere", espressione che è di carattere ideologico. In un caso la minore ha deciso di non "cambiare" sesso. Moia usa il termine "desistenza" per indicare tale scelta, quasi ad alludere ad una resa dal sapore negativo di fronte al richiamo naturale a vivere secondo il proprio sesso biologico. Un deporre le armi obtorto collo nei confronti del nemico natura. Il secondo caso riguarda un ragazzo che poi è diventato all'anagrafe Chanel, ma che Avvenire indica sempre al femminile quasi che la sua condizione attuale sia quella autentica. La narrazione di questo caso è descrittiva, senza aggiunte, che sarebbero doverose, di rilievi critici. Chanel «ha imboccato serenamente la strada dell'affermazione di genere e ora è una adolescente che vive con maggior serenità la propria». L'articolo è un compendio del manuale del bravo rivoluzionario in casa cattolica. Infatti in esso sono presenti alcune strategie comunicative abbastanza diffuse in certi ambienti di casa nostra per inoculare il virus dell'omo e transeresia nel cattolico medio. In primo luogo non si citano mai gli argomenti contra. Tali argomenti sono di tre tipologie. La prima: gli studi scientifici che si oppongono alla transessualità. C'è da dire che alcuni studi nel pezzo di Avvenire vengono citati, ma sembrano quasi essere validi solo per chi decide di non voler "cambiare" sesso. Seconda tipologia: i principi di carattere etico che provano che il tentativo di "cambiare" sesso è contrario alla morale naturale. Terza tipologia: la Bibbia e il Magistero che condannano tale scelta e che pongono chi è a favore della transessualità fuori dalla dottrina cattolica. In breve, chi sostiene la bontà del "cambio" di sesso non può dirsi cattolico. La strategia è furba e iniqua: non si illustrano le obiezioni che il lettore non conosce e così si ha più agio nel perorare la propria tesi. NON VI SONO PRINCIPI MORALI Eliminati i principi morali, i riferimenti scritturistici, il Magistero e pure la scienza, non rimane che, per sostenere la validità morale della transessualità, l'esperienza concreta. Si chiama fenomenologia etica: il reale in quanto reale si autogiustifica eticamente. Tutto quello che succede, per il fatto stesso che succede, è buono. «È con questo atteggiamento, lontano dalle contrapposizioni ideologiche e attento alla concretezza delle vite...». Questa frase di Moia è in tal senso illuminante: non vi sono principi morali che possano regolare le singole circostanze di vita, ma ogni circostanza ha valore morale a sé. Scriveva il Nostro in un precedente articolo sempre sulla transessualità: «questioni che [...] sarebbe assurdo pensare di definire con una norma valida per tutte le circostanze». Dunque, ciò che non è prassi, fenomeno, concretezza è astrazione, ideologia. Conta solo il particolare esistenziale: l'esperienza a posteriori vince sulla norma che è sempre un a priori. Non c'è un fatto che possa trovare soluzione alla luce di valori previ, ma esiste solo il fatto stesso che si autoassolve o si autocondanna. Secondo tale visione, sono i casi concreti che ci indicano il bene e il male. Bene equivarrà all'utile, al piacere e dunque, tornando al nostro caso, alla soddisfazione di aver intrapreso un certo percorso. Il giudizio etico in definitiva è demandato alla percezione del singolo. Solo chi abita il fatto è giudice del fatto stesso. Gli altri sono incompetenti proprio perché estranei a quell'esperienza particolare: «Ascoltando le due mamme, con il rispetto necessario per ogni situazione familiare segnata dalla complessità, è facile convincersi che esiste un limite oltre il quale chi guarda dall'esterno non ha il diritto di andare», scrive Moia, che così conclude: «Non si tratta di stabilire chi ha vinto e chi perso [tra le due scelte]. Non siamo a una gara sportiva. E neppure decidere chi ha fatto bene e chi ha fatto male». Non c'è sospensione di giudizio morale per mancanza di informazioni fattuali, ma divieto di giudizio morale, giudizio demandato solo ai diretti interessati. Ecco allora che bisogna tuffarsi nell'infinita varietà delle biografie di questi ragazzi per discernere caso per caso, alla luce dei percepiti soggettivi, se la scelta è stata eticamente valida o no. E dunque, sempre secondo Avvenire, «la questione dell'identità di genere [...] non consente semplificazioni. È un terreno complesso». Parimenti, sulla vicenda della ragazzina tredicenne a cui il tribunale di La Spezia ha dato il benestare per "cambiare" sesso non possiamo appellarci a principi morali né tantomeno alla Rivelazione e al Magistero, ma la "verità" etica è nascosta nelle pieghe della vicenda stessa. Chi riuscirà ad analizzare con pazienza questo articolato vissuto potrà alla fine arrivare ad una sicura determinazione morale: «Nessuno di noi ha letto i referti degli specialisti - una documentazione amplissima - che hanno convinto i giudici a fare quella scelta», commenta Moia. INDICARE A CHI SOFFRE IL MOTIVO PER CUI SOFFRE Ma proseguiamo. Oltre alla comodità di non citare i giudizi contrari - Magistero compreso - oltre alla fenomenologia etica che tappa la bocca a chi non è coinvolto direttamente nel vissuto di questi ragazzi, un'altra tattica è quella dell'etica pietista: chi soffre ha sempre ragione. L'immediato corollario è il seguente: chi contesta chi soffre non solo ha torto, ma è senza cuore. Cioè, se tu sei contrario alla transessualità hai un cuore di pietra perché non conosci la sofferenza patita da questi ragazzi e dalle loro famiglie. Così Avvenire: «Nessuno ha assistito al lungo e certamente tormentato percorso di due genitori. [...] L'altra [ragazza], dopo verifiche e interrogativi la cui drammaticità è impossibile da sintetizzare in poche righe [...]; [il percorso] non ha risparmiato a Chanel momenti amari, sia nel rapporto con i compagni di scuola, sia con la comunità parrocchiale della diocesi di Padova dove la famiglia vive. A parole tanti attestati di vicinanza e di solidarietà, nella realtà una presa di distanza che di fatto ha spesso confinato la famiglia in una condizione di solitudine. [Occorre andare] oltre le polemiche. Perché chi ancora vorrebbe ridurre le questioni di genere a una lotta tra fazioni - pro o contro il mondo trans - mostra di non comprendere il dramma vissuto da questi ragazzi, da queste ragazze, e dalle loro famiglie. Ascoltiamoli prima di giudicare». Facciamo il caso di un ragazzino che per drammi familiari, per ambiente sociale degradato dove è cresciuto soffrendo molto si sia dato al furto. La sofferenza del ragazzo, assai comprensibile, dovrebbe giustificare il furto? Dovrebbe trattenerci dal giudicare il furto come atto malvagio? No, di certo. L'amore per il prossimo, che secondo Moia manca a chi critica la transessualità, non esclude da una parte vicinanza a chi soffre e su altro versante chiarezza nell'indicare a chi soffre il motivo per cui soffre e quindi la via di uscita per non soffrire più: via di uscita che non è mai confermare la persona sofferente nella sua scelta di "cambiare" sesso, perché, come gli studi attestano, questa scelta non farà altro che peggiorare la sua situazione. La realtà sessuata non è mai sbagliata, semmai è la mente che può errare. Ultima considerazione. Avvenire è quotidiano della Conferenza episcopale italiana e questo articolo rispecchia fedelmente il suo orientamento in tema, così come ha ricordato lo stesso Moia citando uno stralcio del documento finale dell'assemblea sinodale della Chiesa italiana: «Le Chiese locali, superando l'atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l'accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana». Come avevamo già appuntato a suo tempo, la Cei chiede non solo vicinanza alle persone omosessuali e transessuali, ma di riconoscere come valido il loro orientamento. Dunque, è inutile chiedere al capo di riprendere un suo dipendente, dato che questi non ha fatto altro che obbedire ai suoi ordini.

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  6. Lo stratagemma della corte UE per imporre le "nozze" gay

    FEB 17

    Lo stratagemma della corte UE per imporre le "nozze" gay

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8417 LO STRATAGEMMA DELLA CORTE UE PER IMPORRE LE ''NOZZE'' GAY di Tommaso Scandroglio   Mentre l'anticultura woke ripiega in ordine sparso al di là dell'Atlantico, in Europa sembra non spegnersi la sua spinta rivoluzionaria. Ne è un esempio l'ultima sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea che riguarda i "matrimoni" omosessuali. Il caso è questo: due cittadini polacchi si "sposano" in Germania, dato che la Polonia non riconosce il cosiddetto matrimonio egualitario. Tornati in patria vorrebbero che la loro unione venisse riconosciuta anche dagli uffici dello Stato civile. Ma giustamente il comune di residenza dei due nega il riconoscimento. Ne nasce una vertenza che, appunto, approda alla Corte di Giustizia. Quest'ultima ha così sentenziato: «Gli Stati membri sono [...] tenuti a riconoscere, ai fini dell'esercizio dei diritti conferiti dal diritto dell'Ue, lo stato civile legalmente contratto in un altro Stato membro». Dunque la Polonia, così come tutti gli altri Stati, compresa l'Italia, deve riconoscere il "matrimonio" gay contratto in un altro Stato, sebbene non sia costretta ad avere una legge sulle "nozze" arcobaleno. E qui abbiamo già una prima contraddizione: se uno Stato è obbligato a riconoscere i singoli "matrimoni" omosex, perché non dovrebbe anche dotarsi di una legge per legittimare, in generale, le "nozze" omosessuali? Se la mancanza di riconoscimento dei "matrimoni" tra persone dello stesso sesso celebrati all'estero lede, come vedremo, il rispetto della vita privata e familiare, questa lesione non dovrebbe sussistere anche per tutti i cittadini omosessuali che vorrebbero "sposarsi" in patria, ma non possono farlo perché manca una legge? LA CONTRADDIZIONE È evidente la contraddizione, contraddizione che la Corte non ha voluto superare perché non poteva superarla, ben sapendo che sul tema "matrimonio" ogni Stato è sovrano. Ma, aggiungiamo noi, se su tale materia lo Stato è sovrano, perché imporgli di riconoscere un vincolo contratto all'estero che lo Stato stesso rigetta e su cui solo lui, e non l'Europa, può decidere se legittimare o no? Perché dunque affermare che i "coniugi" omosex «in virtù del matrimonio, devono avere la certezza di poter proseguire tale vita familiare al momento del ritorno nel loro Stato membro di origine»? Questa catena di contraddizioni si può forse spiegare nel modo seguente: la Corte procede per gradi. Iniziamo ad obbligare gli Stati a riconoscere i singoli "matrimoni" celebrati all'estero e poi arriveremo ad obbligarli ad avere una legge ad hoc. Per quale ragione la Corte di Giustizia ha imposto alla Polonia, come agli altri Stati, di riconoscere le "nozze" gay celebrate in un altro Stato? Per due motivi. In primo luogo perché la mancanza di riconoscimento violerebbe la libertà di circolazione dei cittadini UE da uno Stato all'altro, come previsto dall'Accordo di Schengen. Nostro commento: una cosa è tutelare la libertà di circolazione, un'altra è essere obbligati a riconoscere uno status che per un Paese è contrario all'ordine pubblico e all'identità nazionale. Facciamo un esempio: vi sono Stati che concedono lo status di rifugiati politici a soggetti giudicati dal proprio Paese di origine come criminali. Applicando il criterio indicato dalla Corte di Giustizia che fa riferimento alla libertà di circolazione, questi soggetti, tornati in patria, non dovrebbero finire in carcere. Il riferimento alla libertà di circolazione è dunque pretestuoso: in altri termini, negare il riconoscimento di coppia coniugata non impedisce alla coppia gay di girare per l'Europa. Inoltre il caso si riferisce non ad una coppia gay tedesca "sposata" in Germania che gira per l'Europa, ma ad una coppia residente stabilmente in Polonia che era andata in Germania solo per "sposarsi" e poi ha fatto ritorno in patria. Dunque, l'appello alla libertà di spostamento è doppiamente pretestuoso. CONTROLLI PREVENTIVI ASFISSIANTI Il secondo motivo per cui la Corte di Giustizia ha bacchettato la Polonia fa riferimento alla violazione della tutela della vita privata e familiare, ex art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. In origine questo articolo voleva tradurre in norma il seguente principio: tanto Stato quanto è necessario. E dunque "No" all'ingerenza dello Stato nella vita privata delle persone e delle famiglie. "No" ai controlli preventivi asfissianti sugli aspetti più minuti della vita. "No" al principio di ausiliarietà, dietro cui si cela la volontà di esautorare la famiglia dai propri compiti per sostituirsi ad essa. Ora, la locuzione "tutela della vita privata e familiare" in mano ai giudici europei ha avuto negli anni una interpretazione estesissima. Ad esempio, si ritiene violato questo principio se lo Stato non permette sempre e comunque l'aborto, la fecondazione artificiale, l'eutanasia, eccetera. In accordo a questa esegesi, lo Stato viola l'art. 8 se non riconosce i "matrimoni" gay. Ma in questo caso l'ordinamento non viola la libertà personale quando decide che alcune scelte sono contrarie al bene della persona, perché la libertà è tale solo se connessa al bene autentico. Dunque, non regge la critica dei giudici della Corte quando affermano che il mancato riconoscimento provocherebbe «gravi inconvenienti amministrativi, professionali e privati». Li provoca proprio perché hai violato la legge. Se non volevi tali inconvenienti non dovevi "sposarti". In breve, come già accennato, l'Unione Europea oggi chiede il riconoscimento dei "matrimoni" gay avvenuti all'estero affinché domani ogni Paese possa dotarsi di una norma legittimante tali unioni. L'azzurra bandiera dell'UE sta diventando sempre più arcobaleno.

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  7. Provetta letale, le malattie dei padri ricadono sui figli

    JAN 13

    Provetta letale, le malattie dei padri ricadono sui figli

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8416 PROVETTA LETALE, LE MALATTIE DEI PADRI RICADONO SUI FIGLI di Tommaso Scandroglio   Le colpe dei padri ricadranno sui figli. A volte anche le malattie dei primi ricadranno sui secondi. A seguito di un'attività investigativa svolta da 14 emittenti pubbliche, si è scoperto che quasi 200 bambini, concepiti tramite fecondazione artificiale, sono nati dallo sperma di un unico "donatore", il quale è portatore di una mutazione del gene Tp53. Questa mutazione può far insorgere nel 20% di questi bambini la sindrome di Li Fraumeni la quale aumenta fino al 90% il rischio di contrarre dei tumori nell'infanzia e il tumore al seno per le donne. L'uomo ha iniziato a "donare" il suo sperma nel 2005 e si è fermato nel suo desiderio di emulare Abramo nel 2022. La Banca europea del seme ha reso noto che l'uomo non è malato e che il suo seme è stato utilizzato da 67 cliniche in 19 Paesi per far nascere 197 bambini. Circa 200 bambini a cui bisogna sommare almeno altri duemila bambini morti durante le tecniche di fecondazione artificiale. Il calcolo riguardo ai bambini venuti alla luce è sicuramente in difetto perché non tutti i Paesi hanno comunicato i dati relativi a questo caso. 67 di quei 197 bambini sono stati già sottoposti ad esame e in 23 di loro è stata rinvenuta la maledetta mutazione. A dieci di loro è stato diagnosticato un tumore e alcuni sono già morti. Per gli altri, come già accennato, il rischio di ammalarsi gravemente è elevatissimo. Clare Turnbull, genetista oncologa presso l'Istituto di ricerca sul cancro di Londra, ha dichiarato alla BBC: «Quella della sindrome di Li Fraumeni è una diagnosi terribile. È molto difficile da accettare per una famiglia, è pesante convivere con la probabilità di sviluppare un cancro». I genitori sono infatti obbligati per molti anni a sottoporre i figli ad esami per individuare in modo precoce eventuali tumori. Si vive con la spada di Damocle sulla testa e spesso quella spada cade impietosa. UN PROBLEMA DUPLICE La levata di scudi è stata immediata. Il problema sarebbe duplice: a livello internazionale e nazionale si permetterebbero troppe "donazioni" da un unico soggetto. Secondo: occorrono screening più accurati. Partiamo dal primo inciampo il cui ragionamento è semplice: meno concepimenti, meno bambini ammalati. Ciò non corrisponde al vero: se si diminuiscono i concepimenti da un unico donatore si aumenteranno per compensazione i concepimenti da più donatori, anch'essi portatori eventualmente della stessa o di altre patologie genetiche. In secondo luogo e andando al nocciolo del problema, parrebbe che la malvagità della fecondazione eterologa risiederebbe nel numero di "donazioni". Sarebbe una questione quantitativa e non qualitativa, ossia riferibile alla qualità dell'atto, al cosa è la fecondazione extracorporea. Ma il vero problema etico non è nel grado dell'atto - individuare la soglia oltre la quale il numero di "donazioni" diventa moralmente illecito - bensì nella specie dell'atto - è la fecondazione artificiale in sé ad essere atto moralmente illecito: il numero rende "solo" più grave l'illecito. In merito all'esigenza di esami più accurati sui gameti, risponde Allan Pacey, già direttore della Sheffield Sperm Bank e ora è vicepreside della Facoltà di Biologia, medicina e salute all'Università di Manchester: «Non è possibile effettuare screening per tutto, accettiamo solo l'1% o il 2% degli uomini che si candidano come donatori di sperma nell'attuale sistema di screening, quindi se lo rendessimo ancora più rigoroso non ne avremmo più nessuno», racconta sempre alla BBC per spiegare che per prassi non viene ricercata la mutazione Tp53 al pari di moltissime altre. Dunque non rendiamo più rigorosi i controlli altrimenti non possiamo più vendere l'eterologa a nessuno e lasciamo invece che i rischi sulla salute ricadano sui bambini. D'altronde il ragionamento è coerente: se con la fecondazione artificiale espongo più del 90% dei concepiti ad un rischio mortale perché tenere indenne da questo stesso rischio i sopravvissuti alla provetta? L'ORIGINE DEL DRAMMA DELLA PROVETTA Qual è invece il peccato originale di questo dramma della provetta? Non sta essenzialmente nel numero di filiazioni per procura, né negli screening genetici, bensì nelle stesse tecniche di fecondazione extracorporea. La generazione a seguito del rapporto sessuale riduce di molto il rischio di trasmettere tare genetiche. Infatti madre natura, o Dio Padre a seconda del proprio grado di maturazione spirituale, seleziona già il migliore (almeno sulla carta) spermatozoo per fecondare. La tanto decantata selezione naturale darwiniana qui viene abbandonata a favore di una selezione artificiale che è assolutamente fallace, perché è quasi impossibile trovare tra centinaia di milioni di spermatozoi il più talentuoso perché il più sano. Siamo tutti per il bio, ma non quando si parla di figli. Il bio-figlio viene sostituito dal tecno-figlio e i risultati sono questi. È inevitabile: stante l'inscindibile unità di spirito e corpo, quando violiamo una legge metafisica i danni si ripercuotono anche nel mondo fisico. Il disordine morale si riverbera nel disordine fisico. Violate il principio morale secondo il quale solo dall'abbraccio amorevole tra marito e moglie è lecito che nasca un figlio e avrete figli ammalati - e non solo della sindrome di Li Fraumeni, ma anche di moltissime altre patologie (clicca qui qui, qui e qui) - avrete centinaia di figli di un unico padre e centinaia di fratellastri sparsi per il mondo, ledendo così il diritto nativo di ogni bambino di crescere con il proprio padre e con i propri fratelli e ferendo a morte l'istituto della famiglia qui polverizzato in una congerie di relazioni solo biologiche e non più sociali, solo genetiche e non più affettive. È proprio vero: le colpe dei padri ricadranno sui figli.

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  8. Eutanasia chiama eutanasia: cosa spiega il boom canadese

    JAN 13

    Eutanasia chiama eutanasia: cosa spiega il boom canadese

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8413 EUTANASIA CHIAMA EUTANASIA: COSA SPIEGA IL BOOM CANADESE di Tommaso Scandroglio   16.499. Sono i decessi per eutanasia avvenuti in Canada nel 2024 secondo il Sesto rapporto annuale sull'assistenza medica al suicidio (MAID). Dal 2016, anno di legittimazione del suicidio assistito, ad oggi i decessi per MAID ammontano ad oltre 76mila. 16.499 decessi per eutanasia corrispondono al 5,1% di tutti i decessi. Ciò vuol dire - dato ancor più amaramente interessante - che un decesso su 20 in Canada avviene a causa di trattamenti eutanasici. Il report ci informa che le richieste respinte ammontavano a 6.036. Rispetto al 2023 c'è stato un aumento di decessi per suicidio assistito del 6,9%, un aumento che numericamente è sempre in crescita dal 2019, primo anno di rilevazione. La maggior parte delle persone morte per MAID, il 95,6%, aveva poco tempo da vivere. Quel 4,4% di persone suicidatesi sebbene non fossero sul punto di morire sembra una percentuale da poco ma corrisponde a 732 persone, segnando un +17,12% rispetto al 2023, persone perlopiù affette da disabilità. Come spiegare questi numeri? E, più in generale, come spiegare il fenomeno dell'eutanasia che nel mondo, seppur a velocità diverse, sta sempre più dilagando? Le motivazioni sono plurime. Qui accenniamo solo ad alcune. In primo luogo si fa sempre più fatica a considerare la persona custode di una preziosità intrinseca incommensurabile al di là della maggiore o minore perfettibilità fisica, al di là delle patologie da cui può essere affetta, al di là della sofferenza patita, al di là della capacità di svolgere alcune funzioni quali il linguaggio, la coscienza di sé e del mondo intorno a sé, l'autonomia etc. Il giudizio morale viene calibrato secondo il criterio della qualità della vita, non secondo il criterio della dignità intrinseca della persona, dignità che è assoluta, ossia svincolata da parametri come salute ed efficienza. LA COSCIENZA COLLETTIVA Queste categorie qualitative, invece, sono state fatte proprie in modo profondo dalla coscienza collettiva tanto che gli stessi pazienti non solo giudicano le proprie esistenze malate ormai non più degne di essere protratte nel tempo, ma reputano le stesse come un fardello insopportabile da far portare a parenti ed amici, i quali, loro stessi, non sono più disposti a sopportare tale carico di sofferenza ed assistenza ed a supportare il proprio caro fino alla fine. Il secondo nodo quindi è dato dall'individualismo radicale, ambiente asfittico in cui siamo immersi tutti noi ogni giorno. La concentrazione dell'universo nel nostro ombelico ci fa percepire gli altri o come nemici del nostro benessere, se ci possono danneggiare, o come alleati per il nostro benessere, se possono tornarci utili. Ovvio che il nonno morente non può che rientrare nella prima categoria. L'eutanasia diventa quindi risorsa per tutelare il nostro dorato egoismo: la morte anticipata significa anticipare altresì il ritorno alla nostra vita, ai nostri agi, ai nostri progetti, ai nostri divertimenti, etc. L'eutanasia è sempre preceduta dall'abbandono affettivo, ancor prima che clinico. Chi sta morendo, ma è circondato da affetto, aspetta la morte, non le corre incontro. Chi si sente solo già si sente morto. C'è un dato nel report canadese che ce lo conferma: quasi tre quarti (74,1%) delle persone decedute per MAID hanno ricevuto cure palliative. Una certa propaganda pro-life, anche italica, afferma che più si estendono le cure palliative meno richieste di eutanasia avremo. Bisogna capirsi. Se per cure palliative si intende - come si dovrebbe - le terapie antalgiche, ossia contro il dolore, e la cura totale della persona, comprendendo anche la vicinanza affettiva, allora quella dinamica inversamente proporzionale prima descritta è vera: più cure palliative significa meno eutanasia. Ma qualora per cure palliative si intendessero solo le somministrazioni di oppiacei o similia, allora le richieste di morire non diminuiranno. Ed infatti sebbene la quasi totalità dei richiedenti MAID si fosse sottoposta a cure palliative, ossia a terapie antalgiche, ciò non ha impedito di anticipare la loro morte con l'eutanasia. Perché gli oppiacei tolgono il dolore fisico, ma per il dolore dell'anima, che è quello che ti fa desiderare di morire, servono gli abbracci e sguardi in cui tu riconosci ancora il tuo valore perché ti senti amato. Dobbiamo poi ricordarci di quel quasi 26% che ha voluto morire e non ha avuto bisogno di cure palliative, ciò a testimonianza che il dolore fisico non è il discrimen vero, bensì è la sofferenza psicologica a fare la differenza. IL FENOMENO DEL CONTAGIO SOCIALE L'eutanasia sta crescendo in Canada come nella coscienza di molti anche grazie al cosiddetto fenomeno del contagio sociale. Più se ne parla, più si pratica. Più si pratica, più persone prenderanno esempio da chi ha compiuto queste scelte. La diffusione di un costume porta alla sua normalizzazione sul piano morale. Un altro fattore adiuvante la pratica dell'eutanasia è sicuramente la sua legalizzazione. Ogni norma educa o diseduca il cittadino. Il ragionamento è tanto semplice quanto erroneo: se c'è una legge sul suicidio assistito, vuol dire che questa pratica è anche moralmente praticabile. La depenalizzazione di una pratica - dunque nel nostro caso evitare di mandare in carcere chi aiuta qualcuno a togliersi la vita - non fa che incentivare la pratica stessa. È contraddittorio quindi affermare che per debellare un certo fenomeno è necessario depenalizzarlo o addirittura legittimarlo. Un penultimo motivo, tra i diversi, che qui vogliamo rammentare in merito all'incentivazione della pratica dell'eutanasia è da rinvenirsi nella perdita del senso della sofferenza. Scriveva nel 2016 il cardinal Elio Sgreccia: «La risposta del mondo secolarizzato di fronte alla sofferenza è ben preciso: quello del rifiuto. Ciò vuol dire che la sofferenza deve essere combattuta e dominata in tutti i modi e, quando non è più suscettibile di guarigione, deve essere rifiutata la vita provocando la morte. [...] L'atteggiamento di rifiuto della sofferenza, a modo di negazione, porta così la cultura ad eliminare il sofferente come portatore di sofferenza, destituendolo della sua dignità di persona» (Sofferenza e morte nella cultura contemporanea, in Congregazione per la Dottrina della Fede, Sull'eutanasia, LEV, pp. 50 e 55). La sofferenza può acquistare valore solo se intendiamo l'uomo un essere spirituale, solo se la prospettiva è metafisica. Unicamente uno sguardo trascendente può assegnare significato a ciò a cui la ragione non riesce per sue sole forze a dare senso. Il dolore può essere accettato e offerto al fine di diventare prezzo di riscatto per i propri peccati e per i peccati altrui. Anche il dolore altrui inconcepibile e umanamente devastante come quello dei bambini può essere offerto a Dio e comunque anche in esso c'è sicuramente un valore, perché nulla esce dalle mani provvidenziali di Dio. Tutto egli vuole o permette per un bene maggiore. Ma l'uomo contemporaneo, e così arriviamo all'ultimo motivo della diffusione dell'eutanasia, è ateo per definizione. La sofferenza, chiusa nella prospettiva immanente del mondo, è di per sé insensata. Se poi Dio non c'è, il senso di questa esistenza termina con la nostra morte e dunque una esistenza che reca con sé più affanni che benedizioni, più angustie che soddisfazioni è una esistenza che non vale più la pena di vivere. È una vita già morta in sé.

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Il professore Tommaso Scandroglio, autore di diversi libri sulla legge naturale, sulla morale e sulla bioetica, sviluppa riflessioni interessanti sui temi più caldi del dibattito contemporaneo