Tommaso Scandroglio - BastaBugie.it

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Il professore Tommaso Scandroglio, autore di diversi libri sulla legge naturale, sulla morale e sulla bioetica, sviluppa riflessioni interessanti sui temi più caldi del dibattito contemporaneo

  1. 1d ago

    Oltre 270 medici contro il suicidio assistito: snatura la professione

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8635 OLTRE 270 MEDICI CONTRO IL SUICIDIO ASSISTITO: SNATURA LA PROFESSIONE di Tommaso Scandroglio   Tempi oscuri i nostri. Oscuri e strani. Bizzarri. È infatti bizzarro che si debba essere costretti a sottoscrivere nero su bianco l'evidenza. Come quella che afferma che il medico non deve procurare la morte del paziente. Lapalissiano, no? Non più oggi, tanto che due anestesisti-rianimatori e un radiologo hanno deciso di scrivere una lettera aperta per ribadire l'ovvio: un medico non può aiutare un paziente a togliersi la vita. La forza dell'ovvietà, una volta che viene resa pubblica, può avere un effetto trascinante: più di 270 medici di tutta Italia e più di 10 mila persone hanno sinora sottoscritto questa lettera. Un gruppo di persone, addette ai lavori e non, che forse potrebbe far spostare nel tempo l'ago della bilancia che ad oggi pende verso l'eutanasia. Infatti, nel settembre del 2025 l'Associazione Italiana Oncologia Medica pubblicò i risultati di un sondaggio: il 63% dei medici è a favore dell'eutanasia per i pazienti oncologici. Spigoliamo qua e là nel testo della lettera: «L'attività medica è ontologicamente in opposizione al suicidio: si studia anni per cercare di curare al meglio il paziente, non per eliminarlo. Pertanto, il suicidio medicalmente assistito è deontologicamente non accettabile», scrivono i medici anche sulla scorta delle prese di posizione coraggiose di alcuni presidenti di ordini locali. Il richiamo alla vera identità e quindi alla vera natura del munus del medico è anche ben espresso in un passo successivo della lettera: «Desideriamo, pertanto, richiamare le radici della professione medica, il cui obiettivo è il perseguire il bene dei pazienti in scienza e coscienza, con lo scopo di guarire quando possibile o di curare ed accompagnare il malato inguaribile rispettando la sua dignità. Come diceva Cicely Saunders, fondatrice degli Hospice e contraria a forme di eutanasia: "Tu sei importante perché sei tu, e sei importante fino all'ultimo momento della vita. Faremo tutto ciò che è in nostro potere non solo per aiutarti a morire in pace, ma anche per farti vivere fino al momento della tua morte"». LA SOLUZIONE DEI PROBLEMI DELLA VITA NON È LA FINE DELLA VITA Poi, gli autori della missiva con sano realismo così proseguono: «Qualunque testo di legge, anche il più garantista, introdurrebbe, nei fatti, il suicidio come diritto, secondo l'illusione che la soluzione dei problemi della vita possa essere la fine della vita stessa, aprendo ad un piano inclinato che porta al suicidio persone malate di depressione o solo perché anziane, come già accade in altri paesi dove queste leggi sono approvate da anni e da cui occorre imparare». Inoltre aggiungono una considerazione: «La possibilità da parte del paziente di rifiutare le cure è già chiaramente garantita dall'attuale ordinamento; ogni persona, infatti, oggi ha il diritto di non acconsentire a terapie che ritiene eccessivamente gravose, pur proposte dal medico in "scienza e coscienza" e secondo criteri di appropriatezza clinica». Questa considerazione merita però da parte nostra una precisazione. I medici, noi crediamo, stanno semplicemente fotografando una situazione, non formulando un giudizio etico sulla stessa: alcuni pazienti che vogliono morire anche contro il parere medico già oggi lo possono fare, rifiutando trattamenti salvavita. Non serve quindi una legge, almeno per costoro (diverso sarebbe il caso per quei pazienti che non sono tenuti in vita da mezzi di sostentamento vitale). Ciò detto, accanto alla registrazione di questo mero dato giuridico, occorre aggiungere che anche questa scelta di lasciarsi morire cessando le cure è contraria a morale (caso differente sarebbe il giusto rifiuto dell'accanimento terapeutico). Infatti esiste un dovere morale, seppur contingente, di vivere e quindi di fare tutto quello che ragionevolmente si può fare per vivere. E qualora il paziente rifiutasse le terapie salvavita, a motivo dell'incommensurabile preziosità della sua vita, l'ordinamento giuridico sarebbe giustificato ad obbligare il paziente a curarsi, allo stesso modo in cui sarebbe legittimo strappare a forza dal cornicione l'aspirante suicida che ha intenzione di buttarsi di sotto. DIRITTO AL SUICIDIO ASSISTITO GRATUITO Torniamo alla lettera: «Le successive sentenze della Consulta dal 2019 in poi hanno introdotto una sorta di diritto al suicidio assistito "gratuito". Infatti, tramite una assai discutibile se non indebita invasione di campo nei confronti del potere legislativo, mediante un'interpretazione di parte dei diritti costituzionali non solo si è arrivati a forzare il Parlamento a legiferare in materia di suicidio assistito, ma anche a deciderne le condizioni di attuazione: esiste forse un diritto a disporre della propria vita obbligando la società a farsi carico di terminarla?». Gli estensori della lettera mettono ben in luce almeno quattro storture della sentenza del 2019 della Corte Costituzionale che ha legittimato il suicidio assistito: la mancanza di competenza del potere giudiziario nel legiferare, perché quella sentenza è una vera e propria legge, non nella forma, ma nella sostanza; una torsione innaturale dei principi costituzionali piegati all'ideologia tramite un'esegesi partigiana; l'indebita pressione psicologica sul Parlamento affinché legiferi; la pretesa che il portafogli del privato cittadino si accolli le spese di una decisione mortifera. Infine una sottolineatura che consideriamo decisiva: «Da ultimo, desideriamo anche richiamare la società a ripensare il suo ruolo in questo delicato momento storico, perché è attraverso forme di carità e solidarietà civile che offrono una prossimità umana al bisogno del malato e della sua famiglia, che un popolo cresce e si educa alla speranza». L'implicito in queste poche righe è il seguente: senza una cultura pro-vita non potremo avere leggi pro-vita e sentenze pro-vita. E un'autentica cultura pro-vita si svilupperà solo vivendo la carità cristiana. Perciò solo il risvegliarsi di una cultura che prenda profonda coscienza dell'indisponibilità della persona potrà frenare anche in ambito politico e giuridico l'attuale discesa agli inferi in tema di eutanasia e suicidio assistito.

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  2. 1d ago

    Il vescovo di Milano sposa il pride e si piega alle blasfemie Lgbt

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8632 IL VESCOVO DI MILANO SPOSA IL PRIDE E SI PIEGA ALLE BLASFEMIE LGBT di Tommaso Scandroglio   Ma se un vescovo, anzi un arcivescovo, celebrasse una messa per persone LGBT nel mese dedicato al Pride sareste legittimati a pensare che il tal arcivescovo appoggia il Pride? Sì, eccome. Siamo oltre lo scandalo, siamo all'apologia dell'omosessualità e transessualità che diventa blasfemia perché si usa del sacro per incensare il turpe. Il Gruppo del Guado, uno dei molti gruppi che vogliono infiltrare realtà arcobaleno nella Chiesa cattolica, ha organizzato una messa venerdì scorso presieduta dall'arcivescovo di Milano Mario Delpini presso la Chiesa di San Carlo al Lazzaretto nel quartiere più gay di Milano. Il manifesto che pubblicizzava l'evento raffigura una chiesa arcobaleno e ricorda che la celebrazione eucaristica cade nella festa del Sacro Cuore di Gesù. Tanto per rendere la celebrazione ancor più dirompente e per far sanguinare ancor di più quel Cuore. Delpini durante l'omelia, tra le altre cose, ha detto: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete il popolo più numeroso, siete anzi i più piccoli, ma perché vi ama». GESÙ VESTITO CON PANNI ARCOBALENO Un partecipante ha postato su Instagram, colmo di "pride" per il suo gesto, la maglietta con cui si è presentato a ricevere la comunione. Sulla maglietta vediamo Gesù vestito con panni arcobaleno e sopra la sua testa la scritta «Ah Men». Un gioco di parole tra il termine "amen" e l'espressione inglese che significa "Ah gli uomini!". Un esplicito riferimento all'attrazione omosessuale. Dato che la protervia non conosce limiti, il soggetto in questione, rivelando le sue intenzioni sempre tramite Instagram, ha fatto sapere che quando ha ricevuto la comunione ha pronunciato la medesima locuzione davanti all'arcivescovo: «Ah Men». Una vera e propria irrisione a danno di Nostro Signore. Vi ricordate il Vangelo? «Gli uomini che tenevano Gesù lo schernivano percuotendolo» (Lc 22, 63). Ma torniamo al fatto che un arcivescovo celebri una messa non in riparazione degli atti sacrileghi commessi durante il Pride, ma per appoggiare condotte di vita che il Pride promuove e che la Chiesa condanna. Non nascondiamoci dietro un dito: la misericordia, l'accoglienza, l'ascolto, l'inclusività se fossero autentiche griderebbero a gran voce a queste persone che le loro scelte possono spalancare a loro la dannazione eterna. Se un vostro amico stesse per finire in un burrone non fareste di tutto per avvertirlo? Non arrivereste al punto di afferrarlo per un braccio per strapparlo all'abisso? Qui, siamo all'opposto. Qui si spinge l'amico nell'orrido. PERCHÉ ACCADE TUTTO QUESTO? Ora viene da domandarsi perché accade tutto questo. Andiamo per ipotesi, anzi per mere intuizioni. Lo sfacelo dottrinale può spiegare solo in parte l'avventatezza, perché è di questa che si tratta, di celebrare una santa messa, presieduta dall'arcivescovo, per un gruppo militante di gay a ridosso del Pride cittadino. Qui c'è di più, altrimenti non si spiegherebbe una scelta che rischierebbe nel percepito collettivo, nonostante tutto il favor gay del mondo cattolico, di provocare grande scandalo, così come lo ha provocato. A parer fallibile nostro, può essere che la Diocesi sia sotto ricatto. È un'arma che da sempre le lobby gay hanno adottato all'interno della Chiesa. Forse, e sottolineiamo forse, anche Papa Francesco siglò Fiducia supplicans, il documento che ha legittimato le benedizioni di coppie gay, perché sotto ricatto da parte della Conferenza episcopale tedesca, favorevole alle unioni omosessuali: o firmi o scisma. Francesco, sicuramente favorevole alle coppie gay, era comunque un rivoluzionario di professione e il vero rivoluzionario non avrebbe mai compiuto un passo più lungo della gamba come fu, invece, la pubblicazione di quel documento, questo perché i tempi non erano ancora maturi. Vedi infatti i danni prodotti da quella firma: la rivolta di un intero continente, l'Africa, contro quella Dichiarazione, la divisione nell'episcopato mondiale, la chiusura del dialogo ecumenico con le Chiese ortodosse. Lo ripetiamo: è una mera ipotesi, la nostra, non suffragata da nessun riscontro oggettivo. Può essere che, anche nel caso di Milano e per rimanere sempre nel campo delle ipotesi, i militanti arcobaleno sappiano che armadi aprire per trovarci dentro ammassi di scheletri. Casi di pedofilia tra i sacerdoti, preti dalla condotta finanziaria disinvolta, amanti in talare e collarini sopra grembiulini e questi forse anche sotto zucchetti. Non ci riferiamo ovviamente a Mons. Delpini. Quest'ultimo, conosciuto da tutti come uomo moderato, può essere che sia finito tra l'incudine e il martello e abbia scelto il martello tenuto in mano dai gruppi LGBT. Ovviamente questo non può giustificare in nessun modo una "messa pride".

    Il vescovo di Milano sposa il pride e si piega alle blasfemie Lgbt
  3. 1d ago

    Alois, il principe della vita, che difende i bambini dall'aborto

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8631 ALOIS, IL PRINCIPE DELLA VITA CHE DIFENDE I BAMBINI DALL'ABORTO di Tommaso Scandroglio   Siamo in Liechtenstein. A giugno il partito di opposizione Freie Liste (Lista Libera, di centrosinistra) e gruppi femministi come Women in Good Health e Women's Network avevano lanciato l'iniziativa Fristenlösung für Liechtenstein tesa a proporre un referendum sulla legalizzazione dell'aborto: possibilità di abortire entro la dodicesima settimana e di fornire informazioni mediche per incentivare l'aborto, nonché copertura assicurativa per i costi della procedura abortiva. Lo scorso 31 luglio i promotori hanno depositato presso la cancelleria del Governo 4.970 firme, più che sufficienti per indire il referendum. Nel Liechtenstein l'aborto è vietato, eccetto nelle seguenti ipotesi: se la vita della madre è a rischio, se vi è il pericolo di un grave danno alla sua salute fisica, in caso di stupro, se la madre è minore di 14 anni. Inoltre è vietata qualsiasi forma di pubblicità all'aborto. Da aggiungere che dal 2015 le donne che si recano all'estero per abortire (una quarantina in media) non vengono più perseguite penalmente. DOBBIAMO CONVINCERE SOLO UN UOMO Gabriella Alvarez-Hummel, attivista pro-choice, ha scritto sul Guardian che lei e gli altri suoi compagni attivisti sono riusciti a convincere 4.970 persone, ma ora «dobbiamo convincere solo un uomo», perché senza il suo consenso anche un referendum che raccogliesse il 100% dei "sì" non potrebbe mai diventare legge. Quell'uomo che fa la differenza è il principe ereditario Alois, reggente al posto del padre. Infatti il principe, già a giugno, fece sapere che, in caso di approvazione del referendum, lui avrebbe posto il suo veto, impedendo a qualsiasi legge pro-aborto di vedere la luce. Il suo Ufficio della Comunicazione ha chiarito che «il motivo principale va rinvenuto nel fatto che nelle disposizioni relative all'interruzione di gravidanza non viene sufficientemente protetto il bene giuridico fondamentale della tutela della vita». Nel 2011 il fronte abortista riuscì a far approvare un referendum sull'aborto. Ma gli andò male: il 52,3% dei votanti si dichiarò contrario alla legalizzazione. Anche in quell'occasione il principe regnante dichiarò che se avessero vinto i "sì" avrebbero comunque trovato sulla loro strada il suo "no". A seguito di questa sconfitta e consci che la dichiarazione di contrarietà del principe aveva orientato il voto dei cittadini, si lanciò nel 2012 un altro referendum. Questa volta non riguardava la legalizzazione dell'aborto, ma il problema principale alla sua legalizzazione: il potere di veto del principe. Fu un disastro per i promotori: il 76,1% si dichiarò contrario all'abolizione del veto. I poteri del re non si toccano. Nel 2016 anche i pro-vita proposero un loro referendum per vietare in tutti i casi l'aborto, ma l'81,3% dei votanti decise di non modificare l'assetto normativo che, come abbiamo visto, permette di abortire in alcune ipotesi. NON È IL POPOLO A FARE LA STORIA, MA LE ÉLITE Due rapide riflessioni. La prima: Francesco De Gregori cantava La storia siamo noi. Il più delle volte non è vero. Non è la massa a fare la storia, ma le élite, le tecnocrazie, le oligarchie di potere che influenzano la collettività e, spesso, singoli uomini che trascinano le masse. La scriminante, non di rado, la fa un politico, un pensatore, un finanziere, un banchiere, un emiro o pochi di questi soggetti che stringono alleanze tra loro. E sempre non di rado ciò che decidono per le masse non è per il loro bene. Anche il caso del veto del principe Alois conferma che la storia di un Paese può venire disegnata dalla decisione di un solo uomo, però in questa occasione la decisione presa è stata per il bene del popolo. In passato quest'uomo ha già salvato dall'aborto qualche centinaio di bambini, facendo eccome la differenza. Facendo la storia. Seconda riflessione: sembra di leggere una favola, ma la più bella mai scritta perché vera. Abbiamo un principe che lotta per i più indifesi e fragili, per i bambini. Che non ha paura di andare controcorrente, che non teme che gli tolgano il potere perché sa che nessuna autorità umana potrà mai sottrargli ciò che gli spetta per diritto divino. Un principe che non cede al compromesso, al lurido pragmatismo, ma che è principe di princìpi, principe della vita. Oggi anche e soprattutto di questo hanno bisogno le persone: di uomini coraggiosi, integerrimi, fedeli a valori che li trascendono, irriducibili, forti e tenaci, pronti a pagare care le proprie scelte. E qualsiasi uomo, la cui corazza interiore risplende di queste virtù, è già principe.

    Alois, il principe della vita, che difende i bambini dall'aborto
  4. 1d ago

    Denatalità, un problema con radici culturali

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8633 DENATALITA', UN PROBLEMA CON RADICI CULTURALI di Tommaso Scandroglio   Lo scorso 24 marzo il presidente dell'Accademia della Crusca, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Ferrara, ha avvertito tutti noi che l'italiano si sta estinguendo: «Probabilmente, per citare una famosa poesia di Thomas Stearns Eliot del 1925, The Hollow Men (Gli uomini vuoti), la fine dell'italiano avverrà "non con uno schianto ma con un lamento", [...] ma, ineluttabilmente, anche se dopo di noi, avverrà». Ma l'italiano si sta estinguendo non solo come lingua, ma anche come civis italicus. È questo il pronostico, che si consolida di anno in anno, che si può dedurre dall'ultimo rapporto dell'Istat sugli indicatori demografici del 2025. Qualche dato: «Diminuiscono le nascite, stabili i decessi: nel 2025, 355mila i nati, 652mila i decessi». Dunque la differenza tra i decessi e i nati è pari a 297 mila persone. Eppure la popolazione italiana negli ultimi anni è sì diminuita (un milione di abitanti in 10 anni), ma non in modo così pronunciato come ci si aspetterebbe da questo saldo negativo, presente anche nell'ultima decade, tra nati e morti. Per quale motivo? «Popolazione stabile grazie alle migrazioni». In breve: sempre meno italiani vengono alla luce; i nati non riescono a sostituire gli italiani che muoiono; la compensazione deriva dagli immigrati. Una compensazione quasi millimetrica. Leggete qui: «Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità [quasi il 10% della popolazione, ndr], in aumento di 188mila individui, quella di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui». Risultato: l'Italia sta scomparendo - intesa ovviamente come portato culturale, tradizioni, sensibilità, orientamenti valoriali (se ancora esistono) - e al suo posto troveremo un agglomerato culturale in cui una quota significativa, ma non maggioritaria, è rappresentata dalla tradizione islamica (albanesi, marocchini e rumeni sono sul podio). Si chiama sostituzione etnica e dunque culturale e religiosa. Anche la religione cattolica ovviamente sta morendo senza far troppo rumore, parafrasando Eliot, sia perché diminuendo gli italiani diminuiscono anche i cattolici sia perché gli italiani rimasti credono sempre meno. IN ITALIA SI NASCE SEMPRE MENO Torniamo al rapporto dell'Istat che ci informa che in Italia si nasce sempre meno: il tasso di fecondità «scende a 1,14 figli per donna [era 1,18 nel 2024, ndr]. [...] Nel 2025 le nascite sono 355mila, con una diminuzione del 3,9% sul 2024». Se gli stranieri sono il 10% della popolazione, tra i nati la percentuale sale: «un nato su otto ha cittadinanza straniera», dato comunque in calo del 5% rispetto al 2024. I matrimoni «sono 165mila, 8mila in meno sul 2024», diminuzione addebitabile sia alla contrazione demografica sia a motivi culturali. «Diminuiscono soprattutto quelli celebrati con rito religioso (-11,7%)», quelli con rito civile, che sono circa il 60% del totale, sono sostanzialmente stabili. Insomma ci si sposa di meno soprattutto in chiesa. Potremmo dire che, nel calo del numero delle nozze, il matrimonio inteso come istituto regge di più del matrimonio inteso come sacramento. Altro dato inquietante: «Oggi oltre un terzo delle famiglie è formato da una sola persona (il 37,1%)». Questo è dovuto soprattutto all'aumento della popolazione anziana. Altresì, si rileva «una costante diminuzione della dimensione media familiare che passa dai 2,6 componenti di 20 anni fa agli attuali 2,2 (media 2024-2025)». Per spiegare questo naufragio della natalità, dell'italianità e dei matrimoni e per spiegare la conquista del nostro Paese senza sparare un colpo da parte degli immigrati, in genere si fa riferimento - e con ottime ragioni - all'individualismo, all'edonismo, alla paura del futuro, alle sfavorevoli congiunture economiche (e quando mai non ci sono state?) e, in certe stanze della casa cattolica, alla mancanza di fede. Tra tutte queste e molte altre cause importanti che i sociologi indicano, ne vogliamo aggiungere una, di certo non la principale ma altrettanto certamente suggestiva, prendendo a prestito una felice espressione di Marcello Veneziani e declinandola nell'ambito che qui stiamo indagando. Veneziani parla di egocentrismo del presente. L'hic et nunc diventa l'unico tempo esistente. L'ASSOLUTIZZAZIONE DEL PRESENTE Viviamo cioè nell'assolutizzazione del presente. Si tratta di una conseguenza dell'individualismo narcisista. Non importa il passato - le tradizioni, la storia patria e familiare - non importa il futuro. Il baricentro esistenziale è nell'oggi perché la fame smodata di gratificazioni si disinteressa del passato, essendo cimelio museale inutile, e non può aspettare il domani, perché segnato inevitabilmente da fatica e insuccessi. È il "voglio tutto e subito" dei bambini: un infantilismo che rimane intatto anche dopo 40 o 50 anni dalla nascita. Concentrata così l'esistenza nel momento presente - dimensione biologica propria degli animali - ridotta ad un punto temporale che non si proietta né indietro né, per il tema che stiamo affrontando, avanti, la progettualità non può trovare spazio. Il figlio, infatti, prima di tutto vive nel futuro. E così il matrimonio. Non si vuole un figlio non solo perché quest'ultimo ha perso sempre più importanza e di contro ha acquistato sempre più alcuni tratti di lesività: il bambino è quel piccolo essere che toglie soldi, energie, opportunità, tempo, relazioni, libertà. Ma non si vuole il figlio anche perché non c'entra con noi stessi, quel "noi stessi" che vive chiuso in un presente che, senza futuro, non può che ripetersi uguale a se stesso all'infinito, incastrato in un oggi che è privo di proiezioni temporali (quante vite che girano a vuoto perdendosi in un labirinto esistenziale costruito minuziosamente negli anni dalle persone stesse). Il disinteresse del futuro è poi disinteresse del destino della propria patria. L'immigrazione diventa un problema solo se è un problema per il singolo. Che poi un giorno l'Italia diventerà solo un nome presente nei libri di storia non ha rilievo. Questo perché Dante, Rossini, Michelangelo, Colombo, Marconi, san Francesco sono avi di cui abbiamo rifiutato l'eredità. Non innervano più la nostra cultura, la nostra sensibilità. Non ci appartengono. Nessuno più li capisce, nessuno più si sente toccato nell'intimo dalle loro opere, dal loro insegnamento, dalla loro vita, proprio perché alieni in terra straniera. Sono nomi ormai rimpiccioliti a stereotipi di facile consumo, brand di carattere turistico, che al massimo possono indicare esami di letteratura e storia da superare o già superati (e che spesso non si sono superati). L'egocentrismo del presente ha cancellato lo spirito italico e così ci siamo imbastarditi e imbarbariti tutti. E quindi chi se ne importa se l'Italia morirà per mancanza di italiani? A nessuno importa lasciare il testimone nelle mani delle generazioni future perché quel testimone non ha alcun valore. È l'esito naturale di una morte che è già avvenuta, quella della cultura italiana, ridotta oggi solo al cibo, alla moda, allo sport e alla Ferrari. La sterilità culturale non può che portare alla sterilità degli uteri.

    Denatalità, un problema con radici culturali
  5. 1d ago

    Fingersi gay per ottenere asilo politico

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8598 FINGERSI GAY PER OTTENERE ASILO POLITICO di Tommaso Scandroglio   Una inchiesta della BBC ha scoperto che alcuni studi legali chiedono ingenti somme (tra le 2.500 e le 7.000 sterline per iniziare) agli immigrati per escogitare una truffa ai danni dello Stato e di tutti i cittadini inglesi: fingersi gay per chiedere asilo nel Regno Unito. Questo perché in alcuni Paesi come il Pakistan o il Bangladesh l'omosessualità è sanzionata penalmente. Ritornare in patria potrebbe dunque essere rischioso. Ridotta all'osso, la procedura truffaldina è la seguente: i migranti, sia quelli appena sbarcati nel Regno Unito sia quelli il cui visto è in scadenza, vengono istruiti dai legali su come fingersi gay tramite la presentazione di lettere di supporto in cui si conferma che Tizio ha avuto rapporti sessuali con Caio, fotografie in cui vengono ritratti come abituali frequentatori di locali gay e referti medici in cui si attesta ad esempio che la persona è sieropositiva. Pur essendo minima la quota di persone omosessuali nella popolazione, nel 2025 ben il 35% delle richieste di asilo prodotte nel Regno Unito provenivano da migranti che si erano dichiarati omosessuali. In quell'anno hanno superato le 100.000 richieste. Già questo dato fa pensare che non tutte le richieste provengano da persone realmente omosessuali. Il Ministero dell'Interno ha reso noto che i cittadini del Pakistan sono in testa nella richiesta di asilo per motivi legati all'omosessualità. Nel 2023 il 43% delle richieste per questi motivi veniva da cittadini pakistani, pur essendo solo il 6% tra tutti i richiedenti asilo. Nel 2023 quasi i due terzi di richieste basate sull'orientamento sessuale sono stati accolti nella fase iniziale della procedura. L'INCHIESTA DELLA BBC Ma veniamo all'inchiesta della BBC. Un giornalista sotto copertura contattò l'avvocato Tanisa Khan, consulente per la Worcester LGBT, un'organizzazione che, come si poteva leggere sul suo sito, «ha ottenuto il riconoscimento ufficiale del Ministero dell'Interno [...] a testimonianza del nostro continuo contributo al sostegno dei richiedenti asilo LGBT+ in tutto il Regno Unito». Abbiamo usato l'imperfetto perché il 16 aprile scorso, dopo la pubblicazione dello scoop della BBC, l'organizzazione ha chiuso i battenti. L'avvocato Khan confidò al giornalista della BBC sotto copertura: «Ascoltami. Non esiste nessuno che sia per davvero gay. C'è solo un modo per sopravvivere qui, ed è proprio quello che tutti stanno adottando». L'avvocato aggiunse che fingersi gay sarebbe stato l'unico modo per rimanere nel Regno Unito: «Si tratta di un visto per asilo... riguarda i diritti umani e viene definito caso gay o per persone dello stesso sesso. Non c'è speranza di ottenere un altro tipo di visto». Poi consigliò al giornalista sotto copertura di inventarsi una storia di sana pianta da ripetere per il colloquio con il Ministero dell'Interno. «Non esiste alcun controllo per scoprire se una persona è gay. La cosa principale è ciò che dici. Devi solo dire loro: "Sono gay e questo è tutto"», chiarì l'avvocato dopo aver aggiunto che era da 17 anni che fabbricava prove false. Poi il giornalista rilanciò: avrebbe voluto essere raggiunto da sua moglie che era in Pakistan. L'avvocato non mostrò esitazioni: «Se la fate venire qui, richiederemo anche il suo asilo. Una volta che sarà qui, potremo farla diventare lesbica». LA MAGGIOR PARTE DELLE PERSONE QUI NON SONO GAY Il legale aveva infine chiesto al giornalista di far parte dell'associazione: in tal modo la richiesta sarebbe stata accettata più facilmente. «Vi rilasceremo una lettera in cui affermeremo che [...] siete un nostro membro, un membro autentico, affiliato a noi e una persona che conosciamo personalmente. Questo tipo di prova è molto convincente», tenne a precisare la Khan. Il giornalista frequentò anche le riunioni dell'associazione e ciò fu molto istruttivo. Una persona che incontrò lì, un certo Fahar, gli disse: «La maggior parte delle persone qui non sono gay». Un altro, di nome Zeeshan, fu ancora più netto: «Qui non c'è nessuno gay. Nemmeno l'1% è gay. Nemmeno lo 0,01% è gay». Insomma, pare proprio che questa organizzazione riunisse immigrati che si fingevano gay per ottenere asilo nel Regno Unito. Un altro avvocato, di nome Aqeel Abbasi, chiese al medesimo giornalista sotto copertura di farsi delle foto in locali gay e di trovare un uomo che avrebbe dovuto fingere di essere il suo compagno. Insomma il copione era analogo. Le falle nel sistema della gestione dell'immigrazione erano già note al governo, seppur ignaro di questo particolare scandalo. Infatti, a marzo, il ministro dell'Interno Shabana Mahmood aveva annunciato modifiche alle norme che regolano l'immigrazione: ai richiedenti asilo verrà offerta solo protezione temporanea. Infatti, i loro casi verranno riesaminati ogni trenta giorni. Insomma, un asilo a tempo determinato. La frode scoperta dalla BBC è sicuramente la punta dell'iceberg di un fenomeno molto più esteso, tenendo conto, come accennato sopra, di quante sono le persone che chiedono asilo per motivi legati all'omosessualità. Un numero sproporzionato per essere reale. La frode funziona perché è facile provare di essere una persona omosessuale ed è facile perché è agevole produrre prove false. In caso di tortura, invece, le prove sono molto più oggettive (ad esempio segni sul corpo) e molto più difficilmente falsificabili. A ciò si deve aggiungere il fatto che dichiararsi gay offre già probabilmente una sorta di immunità sociale. Vogliamo dire che sicuramente c'è una certa ritrosia a verificare che una persona che si dichiara omosessuale lo sia veramente, dal momento che c'è il timore di venire tacciati di omofobia.

    Fingersi gay per ottenere asilo politico
  6. 1d ago

    L'intelligenza artificiale, una conoscenza amputata e di parte

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8634 L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE, UNA CONOSCENZA AMPUTATA E DI PARTE di Tommaso Scandroglio   Torniamo ad analizzare la nota del 4 marzo scorso della Commissione teologica internazionale dal titolo Quo vadis, humanitas? Pensare l'antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell'umano. La nota, almeno in due passaggi, mette sotto la lente d'ingrandimento il rapporto tra conoscenza e intelligenza artificiale (IA). Al numero 41 possiamo leggere: «Un tipo di sapere e di calcolo che faccia a meno di un'intelligenza vissuta in un corpo e situata, come pure di un tipo di conoscenza relazionale e trasmessa di generazione in generazione attraverso processi educativi che si giocano sull'identità e sul senso da dare al proprio destino e al proprio ruolo nel mondo, costituisce una minaccia rispetto al vero bene dell'umanità». Il documento parla di un «tipo di conoscenza senza corpo, né limiti, né legami, né senso morale». La nota paventa un pericolo: se la conoscenza venisse appaltata unicamente all'IA, questo tipo di conoscenza non solo non sarebbe completa, ma falsa. Non completa perché priva di quella conoscenza che si attiva tramite i racconti da nonno a nipote, le favole della buona notte, la lezione frontale docente-discente, le confidenze da amico ad amico. In modo ancor più preciso potremmo dire che sarebbe una conoscenza incompleta perché amputata della conoscenza che nasce dai rapporti interpersonali, dagli sguardi, dagli abbracci, dalla gioia e dalla sofferenza, dall'esperienza. Per richiamare alcune espressioni usate nella nota, quella proposta dall'IA è dunque una conoscenza senza corpo e senza legami. Sarebbe allora un conoscere irrealistico, astratto e, perciò, per sua natura senza limiti né di tempo, né di spazio, né di risorse. Una conoscenza assoluta perché sganciata dal reale. Tale conoscenza risulta poi falsa perché inumana, appunto artificiale, artefatta, avulsa dalla persona che è carne, cuore e anima e, quindi, non è essere a due dimensioni come lo schermo di uno smartphone, ma a tre dimensioni perché incarnato in una realtà solida e non impalpabile come gli algoritmi che governano i processi dell'IA. Quest'ultima quindi disconosce la parte più profonda dell'uomo e perciò non sa rispondere ai suoi quesiti più intimi, non sa orientare le scelte in vista del proprio destino. E di certo non vorremmo che un giorno riuscisse a valicare questi confini. Però moltissimi, soprattutto tra i giovani, invece si ingannano e interrogano l'IA sui drammi e le aspirazioni della propria vita come se questa fosse un oracolo o uno psicologo o il migliore amico o addirittura Dio. Chiedono all'IA ciò che essa non potrà mai dare loro. In un altro punto della nota si analizza il rapporto tra conoscenza e IA: «Il pericolo maggiore è quello di ridurre l'orizzonte della conoscenza umana, delimitandola a quelle forme di sapere che corrispondono a ciò che l'IA può elaborare, con una forte ricaduta sull'ambiente educativo (nelle scuole e nelle università). Possono essere escluse, come non pertinenti, domande di senso e questioni etiche, ma anche questioni filosofiche (ontologiche) e teologiche. Così l'IA potrebbe decidere di fatto ciò che è consentito di sapere, relegando le altre questioni all'ambito soggettivo o a questioni di gusto» (46). È il problema delle fonti attraverso cui l'IA è stata addestrata al fine di rispondere alle nostre domande. I chatbot, software che simulano conversazioni umane, attingono perlopiù ad Internet. Altre tipologie di IA vengono anche addestrate tramite dati scientifici e tecnici. Ma l'IA ha un accesso molto parziale alla fonte di sapere principale dell'umanità: i testi cartacei. Per millenni il sapere è stato trasmesso soprattutto attraverso la scrittura e anche oggi la maggior parte del sapere è conservato nei libri, nelle riviste, nei giornali, etc. L'IA non ha praticamente accesso a questo patrimonio direttamente. Indirettamente sì, attraverso sintesi o commenti critici. Ma sono appunto sintesi e pareri. Il pericolo è quindi che se, per motivi di studio, lavoro, interesse personale, noi consultassimo solo l'IA, questa ci formerebbe e informerebbe in modo parziale, scartando l'immenso patrimonio del sapere umano stampato su carta. L'unico mondo esistente sarebbe quello descritto dall'IA. Non solo, ma l'IA non è uno strumento eticamente neutro. Questo almeno per due motivi. Il primo: i contenuti forniti dall'IA vengono selezionati all'origine. Ossia gli sviluppatori e, più precisamente, i proprietari delle Big Tech hanno un loro preciso orientamento morale che è un orientamento liberal. Questa impronta etica viene impressa nelle risposte fornite dall'IA. In secondo luogo gli assistenti virtuali basati sull'intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT, pescano dalla rete le proprie risposte. E le informazioni, i giudizi, i commenti presenti nella rete hanno anche loro un orientamento prevalente che è, anche in questo caso, liberale, progressista, utilitarista e soggettivista. Provate a testare ChatGPT su argomenti sensibili come l'aborto e l'omosessualità e ne avrete la prova. Insomma, il pericolo paventato dalla nota, tra i molti, è quello di affidarci mani, piedi e soprattutto testa all'IA credendo che sia onnisciente - e non lo è - e super partes - e non lo è. Sarebbe un gesto di fiducia fatale per l'intera umanità.

    L'intelligenza artificiale, una conoscenza amputata e di parte
  7. Jul 28

    A vincere i mondiali è un mondo libero che è stanco del woke

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8610 A VINCERE I MONDIALI E' UN MONDO LIBERO CHE E' STANCO DEL WOKE di Tommaso Scandroglio   I Mondiali di calcio sono terminati. Ha vinto la Spagna, a detta di molti la migliore sul campo. Guardando le partite di questa edizione, con il maggior numero di squadre in campo da sempre, si poteva venir colti da una impressione positiva: vuoi vedere che il calcio è oggi uno di quei pochi "luoghi" pressoché immuni dal politicamente corretto? Non ci riferiamo ovviamente a tutto ciò che ruota intorno al calcio: lacci arcobaleno agli scarpini dei giocatori e fasce arcobaleno per i capitani in occasione dei Pride; sostituzione del termine "guardalinee" con "assistente arbitrale" per sottolinearne lo spirito collaborativo; divieto di blackface, ossia pitturarsi la faccia di nero per tifare giocatori di colore; patch sulle maniche come "No to Racism" e "Equal Game"; sanzioni per cori cosiddetti omofobi, etc. Ci vogliamo invece riferire al gioco del calcio di per sé. In primis osserviamo che puoi giocare in Nazionale o in club di professionisti solo se sei bravo. Si guarda al merito. Pare una banalità dirlo, ma oggi le banalità spesso sono verità sequestrate dalla stupidità di massa. Vi ricordate la polemica di qualche anno fa contro il ministro Valditara sul merito scolastico? Si voleva assegnare lo stesso voto al capace e all'incapace per evitare discriminazioni. La scuola doveva essere di tutti e inclusiva. Provate a chiedere a Luis de la Fuente, allenatore delle Furie rosse, di far giocare anche gli scarponi e vedrete cosa vi risponde. Le retorica finisce esattamente dove inizia la realtà. Niente sconti quindi: giocano i migliori (almeno si spera) e agli altri non si concede un aiuto per arrivare al livello dei migliori. In molti atenei italiani, ad esempio, è obbligatorio assegnare più tempo nelle prove di calcolo ai discalculici. Ma chi ha difficoltà di calcolo - acquisita o innata - non è adatto a materie come la matematica. È come se Tizio che non sa nuotare voglia partecipare alle Olimpiadi di nuoto grazie a dei braccioli. In breve: il discalculico non dovrebbe nemmeno sostenere una prova di calcolo, non è quello il suo posto. Ecco, questi ossimori rimangono fuori dal rettangolo di gioco nel calcio. Ad esempio sarebbe delirante concedere alle squadre più deboli di avere una porta più piccola al fine di livellare le disparità di capacità con le squadre più forti. LA RAPPRESENTANZA DELLE MINORANZE E LE QUOTE ROSA Il merito cancella un altro falso problema: quello della rappresentanza delle minoranze. Moltissimi calciatori di colore erano presenti in questo Mondiale anche in squadre non africane perché si sono dimostrati più talentuosi di altri di etnia caucasica. Sarebbero impensabili, ad esempio, le quote rosa, ossia sarebbe impensabile una squadra mista. Il rustico buon senso dei tifosi di tutto il mondo fiuterebbe lontano un miglio l'odore di idiozia di una simile proposta e metterebbe a ferro e fuoco le città. Le minoranze possono vincere non perché, essendo tali, meritano un aiuto, ma perché a loro non è escluso vincere per merito. Il merito riguarda anche chi è "piccolo". E infatti Capo Verde - 530mila abitanti e circa 700mila cittadini in giro per il mondo - è stata l'unica squadra del Mondiale che è riuscita a pareggiare con i Campioni del Mondo spagnoli. Tutti gli altri hanno perso. Continuiamo a cercare indizi utili per affermare che il calcio è pressoché immune dal virus woke. Il gioco del calcio, come tutti gli sport, è praticabile perché ci sono delle regole da rispettare. Oggi tutti sono allergici alle norme, alle regole perché limiterebbero la libertà personale, tarperebbero le ali della propria identità, costringerebbe in una gabbia formale ciò che chiede invece di dispiegarsi senza confini. Pensate anche in casa cattolica alla guerra ancora in corso contro i dogmi. Il calcio è pieno di dogmi: vietato per i giocatori di movimento passarsi la palla con le mani, vietato falciare l'avversario, vietato ricevere il pallone in fuori gioco e via dicendo. Non ci sono "se" e "ma", eccezioni, casi particolari, casi di coscienza, discernimenti da operare in certi frangenti, etc. Queste regole sono assolute: valgono sempre e per chiunque. Non vuoi giocare con queste regole? Non entrare in campo. Non solo, ma questo approccio tetragono al gioco del calcio viene accentuato se pensiamo che, quando un giocatore viola una norma in modo grave, viene scomunicato, ossia esce dal campo. Tra l'altro le regole sono rispettate da tutti - e questo non pregiudica alcune marginali modifiche delle stesse nel tempo - e non c'è nessun malato di originalità che, ad esempio, organizza manifestazioni in piazza per l'abrogazione del calcio di rigore, retaggio di una mentalità da Santa Inquisizione. Infine le regole sono funzionali al gioco stesso: senza regole, ossia senza comandi, divieti e facoltà, non esisterebbe proprio il calcio. L'essenza di ogni gioco è data dalle sue regole. Le regole sono l'identità del gioco. Ed il bello è che queste regole sono appassionanti. Solo i vincoli, dettati dalla ragione, ti permettono di esprimerti, di essere veramente libero, anche quando giochi. IL GIUDICE Dici regola e di conserva non puoi che dire giudice. Se c'è una norma, ci deve essere anche una figura che giudica se è stata violata una norma e, in caso positivo, commina la relativa sanzione. Nel calcio questo giudice si chiama arbitro e assicura la giustizia in campo. La tecnologia - leggi VAR - ha giustamente aiutato a svolgere al meglio questo compito, ma ciò che ci preme qui mettere in evidenza è il seguente aspetto: la figura dell'arbitro in campo non è messa in discussione. Semmai si mettono in discussione - e quasi sempre - le sue decisioni, ma il ruolo no. Eppure oggi c'è il linciaggio ad ogni forma di autorità: dai genitori, passando agli insegnanti e alle forze dell'ordine, ai sacerdoti su su fino a Dio. Ci fermiamo un momento sul tema dell'autorità dell'arbitro. Il politicamente corretto, per questi Mondiali, ha preteso la presenza sul campo di gioco di due arbitri donne e di quattro colleghe fuori dal campo. Non stiamo a sindacare sulla bravura di queste donne, ma è certo che c'era un dato di fatto che si doveva tenere in considerazione: queste due donne avrebbero fatto più fatica ad imporsi ai 22 maschietti in campo rispetto ai loro colleghi maschi, così come puntualmente è avvenuto. Lo ripetiamo: è stato un dato di fatto che si sarebbe dovuto tenere in considerazione su cui sbatte il muso dell'egualitarista intransigente. Invece il tema "Il calcio è uno sport essenzialmente maschile" ce lo teniamo caldo per un'altra volta. L'AMOR PATRIO Proseguiamo. I Mondiali sono sempre stati una manifestazione potente dell'amor patrio, seppur declinato nella sua forma minimale dell'amor di squadra. Anche in questo caso la mentalità corrente corre, per l'appunto, in altra direzione bollando come nazionalismo pernicioso e pericoloso qualsiasi manifestazione di attaccamento alla bandiera, come populismo qualsiasi difesa della cultura patria, come atteggiamento non inclusivo qualsiasi protezione dei valori nazionali. Nei Mondiali invece questo giudizio non ha mai avuto diritto di cittadinanza ed è sempre valsa, anzi, la regola opposta: guai a tifare per una nazione diversa dalla propria. Saresti un traditore. Il Ct vincente diventa così più importante del Presidente dello Stato, i giocatori sono i salvatori della patria e tutta la narrazione delle vittorie e delle sconfitte assurge a prosa epica che cristallizza virtù e vizi di un intero popolo. La retorica di un mondo senza nazioni, senza confini, senza muri, di un unico popolo affratellato dall'amore universale può ritagliarsi uno spazio solo negli spot televisivi pre e post partita e nelle cerimonie di aperture e chiusura dei Mondiali, ma evapora all'istante appena si fischia il calcio d'inizio. In quel momento i tuoi fratelli sono solo quelli che indossano tutti la tua stessa casacca e tutti gli altri sono avversari da vincere, da sconfiggere. Appena la partita inizia, poi, si può finalmente usare senza timori un arsenale lessicale d'impronta militare: attacco, difesa, assedio alla porta, vittoria, sconfitta, capitano, etc. E allora forse il calcio, come del resto tutti gli altri sport, piace anche perché inconsapevolmente rimanda a questo mondo sano, fatto di regole, di autorità, di meriti, di appartenenze. Un mondo al naturale.

    A vincere i mondiali è un mondo libero che è stanco del woke
  8. Jul 14

    Fenomenologia delle veglie contro l'omofobia

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8595 FENOMENOLOGIA DELLE VEGLIE CONTRO L'OMOFOBIA di Tommaso Scandroglio   Fenomenologia delle "Veglie di preghiere per il superamento dell'omotransbifobia". Qualche giorno fa Ermes Dovico ci ricordava da queste stesse colonne che sono almeno 23 le diocesi italiane coinvolte a vario titolo nella promozione di veglie di preghiere contro l'omofobia e di incontri formativi filo-Lgbt, veglie e incontri che sono iniziati a maggio e che continueranno per tutto giugno. Quali le caratteristiche di queste iniziative? Vediamone qualcuna. Innanzitutto, con il pretesto di accogliere la persona omosessuale e transessuale si accoglie l'omosessualità e la transessualità. Siamo ben oltre il famoso distinguo "accogliere il peccatore ma non il peccato" perché la persona che liberamente vive la condizione omosessuale o transessuale non è più considerata peccatore, bensì portatore sano di un modo di vita che può essere coerente con il Vangelo, dato che Dio ama ciascuno di noi così come siamo, dimentichi che Dio ama il peccatore ma non il peccato. Dio accoglie tutti, ma non tutto. L'accoglienza delle persone omosessuali e transessuali viene ritenuta doverosa a motivo delle discriminazioni subite da costoro. In primo luogo ricordiamo che non tutte le discriminazioni sono ingiuste, perché discriminare significa distinguere, discernere, cogliere le differenze. Così la Congregazione per la Dottrina della Fede: «Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale: per esempio, nella collocazione di bambini per adozione o affido, nell'assunzione di insegnanti o allenatori di atletica, e nel servizio militare» (Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 11). IL TEMA DELLA DISCRIMINAZIONE È PRETESTUOSO In secondo luogo il numero esiguo di ingiuste discriminazioni, tutte ovviamente da condannare, non giustifica una simile pletora di iniziative ecclesiali, pressoché assenti per altre forme di discriminazioni e di persecuzioni ben più gravi e ben più estese, ad esempio a danno dei cristiani (vedasi cosa sta accadendo in questo periodo in Israele). In breve il tema della discriminazione è pretestuoso ed è funzionale per ammantare di liceità morale condotte che la Chiesa istituzionale condanna nei suoi documenti ufficiali. È per questo motivo che non c'è e non deve esserci nessuna pastorale tesa alla conversione di queste persone. Costoro sono solo vittime e in nessun modo peccatori. Un'altra caratteristica è la perversione delle finalità della liturgia, in particolare della veglia di preghiera. Si innesta nel sacro ciò che contraddice il sacro. Si chiede a Dio, come è avvenuto con Fiducia supplicans, di benedire e giustificare ciò che non è giusto. Il tentativo di validare dottrinalmente l'omosessualità e la transessualità passa attraverso la pastorale e una pastorale liturgica. La sacralizzazione di queste due condizioni - atto che in realtà è blasfemia - persuade l'opinione pubblica cattolica che omosessualità e transessualità siano condizioni naturali. La critica a queste due condizioni viene valutata alla stregua di un giudizio negativo sulla razza o sul sesso, dimentichi che razza e sesso sono condizioni naturali, omosessualità e transessualità no. Qui sta forse il successo maggiore di simili iniziative: il dissenziente si sente malvagio, rigido, ingiusto, non moderno, identico ad un razzista o ad un misogino e dunque non solo non apre bocca, ma lavora su di sé per cambiare idea reputandosi nell'errore. Chi si reca a queste veglie prima di tutto prega per sé perché si riconosce non aperto, non inclusivo, legato a visioni retrive contrarie alla carità cristiana. Prega per la propria conversione. Peccatore, allora, non è più la persona omosessuale perché ha rapporti con persone dello stesso sesso, bensì chi critica la sua condotta. L'ASSIMILAZIONE PRONA ALL'IDEOLOGIA LGBT Ulteriore aspetto identitario di queste veglie è l'assimilazione prona di metodi e contenuti dell'ideologia Lgbt, così come ha recentemente appuntato monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo: «Perché sposare, nel calendario, nella terminologia, nei simboli e nelle prospettive, l'impostazione ideologica e militante proveniente da visioni non soltanto contrarie alla fede, ma pure incompatibili con l'antropologia cristiana quando la dottrina cattolica mette a disposizione dei fedeli e dei pastori la ricchezza di una sapienza liberante e pacifica, che viene dalla divina rivelazione e dal magistero della Chiesa?». In effetti la retorica è la medesima dell'universo arcobaleno perché gira attorno a topos argomentativi propri delle lobby Lgbt. Ecco allora i temi dell'inclusività, dell'emarginazione, della tolleranza, della discriminazione, dell'amore, della famiglia. La narrativa proposta in queste veglie e negli incontri di formazione è anch'essa la medesima di quella che troviamo in ambito Lgbt: una minoranza deve essere tutelata, ha il diritto di esistere ed essere riconosciuta, garantita nei suoi diritti specifici. La narrativa diventa poi mito: un popolo reietto è sotto attacco e sta battagliando per conquistare la libertà. Il suo nemico numero uno è il cattolico. Una narrazione che ha fatto il copia e incolla con la storia dell'emancipazione delle persone di colore e delle donne. Ulteriore elemento caratterizzante delle veglie e soprattutto degli incontri formativi arcobaleno è l'assenza di contraddittorio. In spazi cattolici non viene dato spazio alla dottrina cattolica. L'indottrinamento è a senso unico e quindi i microfoni sono accesi solo per coppie gay o volontari parrocchiali anch'essi gay. Il dibattito viene bandito per paura che si possa instillare anche un solo dubbio nell'uditorio. Dibattito che in realtà non ci dovrebbe nemmeno essere perché in casa cattolica si deve insegnare solo la verità, mentre l'errore deve essere citato solo per confutarlo. In conclusione le veglie di preghiere omoeretiche appaiono essere, forse, lo strumento più pericoloso e letale per scardinare dall'interno la dottrina cattolica sull'omosessualità e sulla transessualità.

    Fenomenologia delle veglie contro l'omofobia

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Il professore Tommaso Scandroglio, autore di diversi libri sulla legge naturale, sulla morale e sulla bioetica, sviluppa riflessioni interessanti sui temi più caldi del dibattito contemporaneo