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  1. La polemica fra Italia e Francia, una gara tra due inferni fiscali

    09/02/2025

    La polemica fra Italia e Francia, una gara tra due inferni fiscali

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8277 LA POLEMICA TRA ITALIA E FRANCIA, UNA GARA TRA DUE INFERNI FISCALI di Federico Punzi   Probabilmente un fallo di frustrazione per la crisi politica ed economica che attanaglia Parigi, l'accusa di "dumping fiscale" lanciata all'Italia dal primo ministro francese Francois Bayrou. È evidente anche ai più distratti che con la pressione fiscale che abbiamo nel nostro Paese chi muove una simile accusa si copre di ridicolo. Non basta presentare come prova la norma citata dal Bayrou, che tra l'altro esiste anche in Francia. La competizione tra Italia e Francia sul piano fiscale può essere descritta efficacemente come una gara tra due inferni fiscali, non c'è alcun paradiso qui. Purtroppo, aggiungiamo. Perché in questa sede vogliamo commentare non tanto lo scivolone di Bayrou, ma gli argomenti usati dalla premier Giorgia Meloni, e non solo da lei, anche da altri autorevoli membri del governo, per respingere al mittente l'accusa. Accusa infondata, ma ciò non significa che una "linea di difesa" vale l'altra. Non possiamo fare a meno di sottolineare che non ci sentiamo affatto rassicurati dagli argomenti utilizzati per respingerla. Nella sua replica la premier rivendica di non aver adottato "politiche di favore fiscale per attrarre aziende europee". Anzi, rivendica che il suo governo ha "addirittura raddoppiato l'onere fiscale forfettario in vigore dal 2016 a carico delle persone fisiche che trasferiscono la residenza in Italia". LE VIRTÙ DELLA CONCORRENZA FISCALE Male, molto male. Il governo Meloni dovrebbe adottare politiche fiscali e di efficienza amministrativa che aiutino le nostre imprese a competere e che attraggano le imprese altrui. E dovrebbe rivendicarlo. Peggio, Meloni ne approfitta per una tirata moralistica contro presunti "paradisi fiscali europei", colpevoli di "sottrarre alle nostre casse pubbliche ingenti risorse". Beh, noi auspichiamo più paradisi fiscali in Europa e meno inferni fiscali. La retorica contro i "paradisi fiscali" (tra l'altro in Europa non vediamo nulla di nemmeno lontanamente paragonabile a Bermuda o a qualche isola caraibica) è purtroppo segno inequivocabile di comunistata. Sul piano fiscale non esiste "dumping", ma una sana e virtuosa concorrenza fiscale tra stati che andrebbe praticata e alimentata. Senza questa concorrenza, l'appetito fiscale degli stati non incontrerebbe limiti nelle migliori pratiche dei vicini o dei competitor. Sapere che il Paese confinante, o un Paese inserito nella tua stessa area economica, riesce a far pagare meno tasse e a mantenere una burocrazia meno opprimente, è un fattore di moderazione. Parlare di armonizzazione o unione fiscale, a cui ha fatto riferimento nelle sue dichiarazioni il vicepremier e ministro degli esteri Antonio Tajani, significa voler cedere all'Ue quote di sovranità anche nel campo dell'imposizione fiscale. E c'è da scommettere che nel momento in cui si lavorasse ad un allineamento del livello della tassazione tra gli Stati membri, questo non avverrebbe verso il basso ma verso l'alto. TROPPA SUDDITANZA CULTURALE NEL GOVERNO DI CENTRODESTRA Tant'è che questa spinta viene guarda caso dai Paesi più inefficienti e spendaccioni, come Francia e Italia, che vorrebbero usare l'integrazione europea per sopprimere la fastidiosa concorrenza di Stati membri, spesso più piccoli, che riescono a far funzionare la propria macchina statale in modo più efficiente e meno costoso per cittadini e imprese. Ma sottintendere che questi Paesi sottraggano indebitamente risorse alle nostre casse pubbliche equivale a sostenere che le imprese più competitive non dovrebbero sottrarre quote di mercato a quelle meno competitive. Non è una patologia, è la concorrenza che funziona correttamente. La soluzione è diventare più competitivi, non impedire agli altri di esserlo. Al contrario, dovremmo cercare di imitarli, di adottare le best practices in termini di bassa tassazione e minor peso dello Stato. Gli stati competitivi dal punto di vista fiscale attraggono più capitali, i capitali rafforzano le loro imprese che diventano a loro volta più competitive. Davvero un peccato invece che la premier Meloni e altri esponenti del governo abbiano approfittato della ridicola accusa di Bayrou per una tirata contro presunti "paradisi fiscali" che ci aspetteremmo da un Draghi, un Prodi o un Monti. Ancora troppa sudditanza culturale nel governo di centrodestra. E purtroppo non è un caso isolato. Dell'agenda green questo governo non riesce a contestare il folle obiettivo della decarbonizzazione, ma si limita ad auspicarne una moderazione di modi e tempi. Persino in tema di sicurezza, ultimamente la premier ha inseguito la crociata della stampa mainstream di sinistra contro i "siti sessisti" anziché riportare l'attenzione dell'opinione pubblica sui numerosi casi di stupri e aggressioni commessi da immigrati negli stessi giorni.

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  2. Gli stati generali della natalità, un'inutile passerella di politici

    06/25/2024

    Gli stati generali della natalità, un'inutile passerella di politici

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7835 GLI STATI GENERALI DELLA NATALITA', UN'INUTILE PASSERELLA DI POLITICI di Ettore Gotti Tedeschi Il crollo natalità in Occidente è origine principale e diretta di "tutti" i problemi mondiali. Mi riferisco ai nobilissimi interventi degli Stati Generali della Natalità, che intendono ancora una volta far riflettere sul tema e arrivare a proposte concrete per invertire il trend. Il problema natalità è però escatologico oltreché socio-economico. Poiché mi occupo da più di 40anni di questo tema, inizialmente analizzandolo dal punto di vista economico e finanziario, mi propongo di dare un contributo. Anzitutto chiederei di riflettere sul fatto che l'origine di quasi tutti i problemi di cui soffre l'Occidente son dovuti al crollo della natalità, attenzione, crollo natalità esclusivamente in Occidente, "ricco e dotto"! Crollo che inizia circa 50anni fa e si sviluppa secondo caratteri specifici in tutto il cosiddetto Occidente, soprattutto in Europa e quindi nel nostro Paese. Circa 50anni fa al mondo (valori arrotondati per semplificare) c'erano 4 Miliardi di creature. Oggi sono raddoppiate: 8 Miliardi. Ma attenzione, 50 anni fa su 4 Mld, 1 Mld era in Occidente e 3 Mld nel resto del mondo. Oggi su 8 Mld, in Occidente ci sono ancora 1Mld di persone e 7 Mld son nel resto del mondo. Vediamo ora gli economics: 50anni fa l'Occidente con il 25%di popolazione controllava circa il 90% del Pil mondiale. Oggi, con il 12.5%ne controlla circa la metà, ed il resto gli è sfuggito di mano... Son riuscito a provocare la prima riflessione sul perché tutti i grandi cambiamenti son stato originati dal crollo natalità in Occidente? LE CAUSE DELLA DENATALITÀ Ma abbiam capito le cause? Negli ultimi due decenni, soprattutto, ogni anno, alla pubblicazione dei dati demografici leggiamo sempre gli stessi lamenti e le stesse proposte riadattate. Ma sempre di fatto screditate dalla constatazione prevalente e imponente che al mondo siamo troppi (8Mld, il doppio di 50anni fa, appunto). Ma fingiamo di dimenticare che è nel "resto del mondo" che c'è stata crescita di popolazione, in Occidente no! siamo invece lo stesso numero, e siam diventati più poveri e deboli e cerchiamo soluzione utopistiche per mantenere leadership. Sempre ogni anno leggiamo le proposte per frenare il declino, ma sempre le stesse e sempre di carattere socio economico. E, molto raramente, qualcuno si è posto la domanda sulle cause del declino solo in Occidente. Siamo troppo colti e sapienti? Siamo responsabili della nascita della civiltà (cristiana)? Siamo troppo consapevoli dell'impatto ambientale della popolazione? O soprattutto abbiamo perso il vero senso della vita? Persiste infatti la contrapposizione di due visioni opposte. Una vede appunto nella crescita di popolazione un attentato all'ambiente. L'altra vede (miopisticamente però) nella decrescita della popolazione la causa di impoverimento e perdita competitività. Ma molto, molto raramente, ci si è soffermati a ricordare che il crollo nascite è sempre e solo nel (ex?) ricco e(ex?) colto Occidente, che ha conseguentemente perso leadership, che cerca di compensare in più modi, inventando un nuovo capitalismo sostenibile e inclusivo. Qualcuno ha capito, in sostanza, di che si tratta? È fondamentale riuscirci, perché ha drammatico impatto antropologico, e conseguentemente sulla nuova concezione di cosa è "civiltà". Frederic Nietzsche aveva perfettamente previsto tutto quanto è accaduto. Ohimè! FINTE SOLUZIONI Ma che è stato fatto per reagire? Constatiamo che in tutti i paesi occidentali la crescita natalità è sottozero, cioè meno dei due figli a coppia (cioè crescita zero), indispensabili per assicurare la "sostituzione". Constatiamo anche che le politiche adottate dai vari governi son state riferite a aiuti economici e fiscali, strutture sociali (asili), sussidi e benefit di ogni tipo. Ma il risultato dimostra che non ci sono sostenibili casi di successo cui riferirsi. Perché è inevitabile constatare che, in Occidente, si è persa la visione del senso della vita e del suo valore, e le reazioni (e i risultati) agli stimoli socioeconomici sono pertanto minime. Il problema non sembra essere pertanto economico e neppure "culturale" e sociale. Il problema, cerchiamo di rifletterci su, è spirituale e impatta l'intera Civiltà Occidentale, che era cristiana. Se una civiltà disconosce che ci sono "valori non negoziabili "da proteggere e se questa civiltà li "sotterra" sostituendoli con altri più immanenti, apprezzati da chi non ha probabilmente nozione di "valore", che succederà? Ma abbiamo capito cosa significa, per il mondo intero, crollo della civiltà occidentale? La ricetta "sconvolgente" a cui pensare. Temo che per cercare di affrontare il tema natalità, ci sia una "vera grande ricetta" su cui riflettere, tornare a valorizzare il senso della vita e riscoprire il valore unico della Famiglia, perché è la Famiglia che crea i presupposti persino della vera e completa ricchezza. Oltre a fare calcoli statistici e riadattare formule di soluzione, per chi "crede" (ancora...), temo sia ormai tardi, difficile e complesso evocare il provvidenziale aiuto di una Autorità Morale. E troppo soggettiva e limitata ai singoli sarebbe la direzione spirituale di un santo sacerdote. Un miracolo solo potrà salvare famiglia, natalità e civiltà (e perché escluderlo?). Il problema natalità non è (solo) culturale o economico, è anche (o soprattutto) spirituale, escatologico. Troppo complesso? Troppo tardi? Ci vorrà molto tempo, certo, forse lo stesso tempo necessario a restaurare la Fede dopo gli ultimi tempi.

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  3. Holyart, l'amazon degli articoli religiosi

    01/31/2024

    Holyart, l'amazon degli articoli religiosi

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7682 HOLYART, L'AMAZON DEGLI ARTICOLI RELIGIOSI di Paola Belletti Arrivo in anticipo presso la sede di Holyart, una grande e bella struttura che si pianta solida nella campagna reggiana solcata dalla A1. È tutto nuovo, ordinato, vivace come l'approccio delle prime persone che vedo. Mi viene incontro Stefano Zanni, fondatore e Ceo di Pulchranet, di cui Holyart è il brand principale. È un'impresa di e-commerce che dal 2006 distribuisce in tutto il mondo articoli religiosi, con un fatturato di 15 milioni di euro: 160 i Paesi raggiunti dalle consegne, 67.000 gli articoli a catalogo, 70 i collaboratori. Lo seguo nella visita agli spazi, 10.000 metri quadrati tra magazzino semi-automatizzato (con capacità logistica fino a 2.000 pacchi a turno) e uffici, sale meeting, spazi comuni, È il più grande hub logistico di articoli religiosi d'Europa. Dall'autostrada il marchio "si legge" inequivocabilmente, quel little bit di inglese lo conosciamo tutti. In un corridoio a piano terra campeggiano i volti di quelli che Zanni definisce senza soggezione i titolari della serie A dell'economia digitale: Jobs, Musk, Zuckerberg, Bezos, etc; Holyart gioca nello stesso campionato, sebbene con dimensioni non paragonabili. «In questo settore le scorciatoie per evitarsi tanti problemi sono relativamente semplici da imboccare», mi dice pensando anche alla spregiudicatezza dei big, «ma io ho deciso di non prenderle». La decisione dipende dal fatto che, oltre ad essere inaccettabili, possono alla lunga danneggiare la crescita? «La mia decisone di fondo è fare quello che è giusto, del resto non mi devo e non mi voglio preoccupare». Algoritmi, Ai, logistica... cosa può restare del romantico fattore umano in tutto questo? E di cattolico? Le cose, una volta avviate, funzioneranno quasi da sole... «Uno dei fattori principali che ha costruito e consente il successo di Holyart - più 8% nel 2022, e una crescita che prosegue anche dopo la spinta eccezionale del periodo Covid - è il lavoro di descrizione e correzione continua delle schede articolo». Un esempio emblematico? «Ho scoperto che la maggioranza dei sacerdoti, dicendo Messa ogni giorno, sa quante particole contiene una pisside solo prendendola in mano, ma se nella scheda legge il diametro, non gli è utile. Ora, dopo averla testata, indichiamo la capienza, il dato che può portare alla decisione d'acquisto, e lo steso avviene per tutto». Un continuo lavoro di ascolto clienti, dunque... «All'inizio il dialogo è col fornitore, in seguito è soprattutto grazie ai preziosi feedback dei clienti che possiamo migliorare». Siamo al 1° piano. «Se giù ci sono i fuoriclasse da cui prendiamo la carica, qua invece si prende serenità». I volti che costellano questo ambiente in effetti sono un'altra faccenda: Giovanni Bosco, Pio da Petralcina, Piergiorgio Frassati... li ha fatti scegliere ai suoi collaboratori e, tra i ritratti di questi sponsor del successo umano in senso stretto - che cos'è la santità, se non riuscita della nostra vera vocazione? -, c'è un sacerdote non ancora canonizzato a cui deve molto del suo cammino spirituale, don Pietro Margini, fondatore della Familiaris Consortio. «Nel nostro customer care sono tutti madrelingua dell'area che ci interessa. In questo settore è fondamentale la dimensione culturale, che non si riduce alla competenza linguistica. Facciamo il 70% di vendite all'estero, i fornitori sono quasi tutti artigiani del made in Italy». Dopo la grande abbuffata del periodo Covid, c'è stata una contrazione nel mercato digitale, mentre voi avete continuato a crescere. Qual è la ragione principale che giustifica questa tendenza? «Ci siamo concentrati sui clienti già acquisiti. Abbiamo lanciato un servizio premium e fatto investimenti significativi in tecnologia, utilizziamo moduli di Ai e siamo in grado di proporre un cross selling mirato, grazie al milione circa di contatti al mese». Cosa c'entra la fede nel suo modo di fare impresa e soprattutto di trattare le persone? «Ho sempre sognato di fare l'imprenditore, anche grazie all'esperienza vissuta in famiglia, non però come obiettivo ultimo della vita. Piuttosto come mezzo per permettere alle persone di realizzare i progetti che Dio ha su ciascuno; non è una cosa che ostento, non tutti sono credenti, ed è una posizione psicologicamente costosa: bisogna affidarsi a Dio, su certe questioni devi proprio dire "ci penserà Dio".» Per esempio? «Se hai quattro dipendenti e una va in maternità, viene meno il 25% della forza lavoro, è successo tante volte all'inizio. Ma noi abbiamo deciso che si fa festa ogni volta che un collaboratore annuncia l'arrivo di un figlio: accogliamo con gioia e incoraggiamento le nascite anche con un contributo economico, ora intorno ai 2.000 euro». Come riesce a integrare i serrati ritmi aziendali con quelli della maternità e dell'essere genitori? «Da imprenditore discrimino intenzionalmente le persone, perché chi ha una famiglia ha diritti e bisogni in più di chi non ha figli. Usiamo dove è utile lo smart working e definiamo con ogni mamma l'orario più adatto per ogni fase di vita del figlio». Il fatto che lei sia in questo settore è legato al caso fortuito di un residuo di negozio, quello del suo amico e attuale socio, Gabriele Guattieri. Farebbe impresa allo stesso modo se fosse in un altro settore? «È la più bella domanda che mi sia stata fatta su questo tema. Il mio ingresso nel mondo del lavoro è stato da dipendente, settore oleodinamica. In tutte le officine mi imbattevo nella terribile abitudine alla bestemmia, un vero shock, e i poster appesi non erano certo di Jobs o Musk, né di Padre Pio. La testimonianza cristiana nel lavoro è un tema decisivo anche dal punto di vista educativo; pensare che se l'azienda fosse tua allora sarebbe diverso, è un'illusione: chi non ha il coraggio della testimonianza da dipendente, fatica anche da imprenditore». Ha trovato questa difficoltà anche lei? «In realtà no, ma per pura grazia. Non ho scelto di fare l'imprenditore di articoli religiosi, ma si vede che il Signore ha ascoltato le mie preghiere. Se avesse visto che avevo le capacità di vivere il lavoro così anche in un'impresa metalmeccanica, forse avrei fatto quella». Essere credente e imprenditore sono dimensioni che possono correre vicine ma parallele o tra le due c'è un rapporto diverso per lei? «Per me essere un imprenditore è il frutto del desiderio del cuore e della pietà di Nostro Signore nei confronti dei miei limiti. È come se avesse detto: «Non ce la farà mai in un ambiente troppo lontano; facciamo in modo che tutti i giorni venda crocifissi, Madonne e segni concreti che gli ricordino la Mia presenza e aiutino tutti, musulmani, atei, cattolici ad avere uno sguardo diverso sul lavoro". Oggi posso dire che le due dimensioni si sono strettamente incontrate. Fare l'imprenditore è per me una questione anzitutto vocazionale, e lo è diventata per tanti, soci e collaboratori». Quando le scorciatoie immorali non sono facili da riconoscere ed evitate come fa? «Nessun e-commerce sopravvive nel lungo periodo se non sta aperto 7 giorni su 7, h 24, ma noi non lavoriamo il sabato e la domenica». Nessuno? Mai? «Nessuno, salvo rarissime occasioni. Ci sono cose che vengono prima del business, il che non significa che ce ne infischiamo del business, ma che facciamo l'impossibile per stare dentro questo gioco, modificando le regole che non ci piacciono». Tutto questo, che si traduce in valori e clima aziendale, arriva al cliente che riceve un pacco dall'altro capo del globo? «Sì. Come? Perché? Non lo so, ma arriva. Basta legger le recensioni che lasciano i clienti per rendersene conto. Lo stile, l'energia, l'attenzione per il prodotto e il cliente, che passano da come si risponde la telefono e in chat o si prepara l'imballo, entrano nel pacco e quando il cliente lo apre, li trova. Facciamo 15 milioni di fatturato con migliaia di articoli "inutili" che però sono simboli di fede: il contenuto che veicolano va oltre l'oggetto in sé». Quali sono i rapporti importanti che la aiutano a prendere le decisioni? «Tantissimi: do il merito di molte decisioni a incontri provvidenziali con persone competenti. Nel quotidiano mi aiuta il confronto con i collaboratori. Tutto quello che ho vissuto fino ad oggi è illuminato dalla direzione spirituale e dalla preghiera, azienda compresa. Mi conosco, so che sono una persona ambiziosa, e poiché la materia è così delicata la mia preghiera è questa: "Non c'è bisogno che Tu mi dia altra benzina, ne ho fin troppa. Quello che facciamo è più importante per la Chiesa e i cristiani, che non per il valore dell'azienda in sé; nella misura in cui vedi che prende una brutta strada, fermala". Temo poco il fallimento e molto l'essere di scandalo per la Chiesa, i giovani, i bambini. Non avrei questo timore s

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  4. Come lo stato vuole appropriarsi dei tuoi beni

    11/07/2023

    Come lo stato vuole appropriarsi dei tuoi beni

    VIDEO: Proprietà privata sotto attacco ➜ https://www.youtube.com/watch?v=9a_OhyVUK4s TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7588 COME LO STATO VUOLE APPROPRIARSI DEI TUOI BENI di Vanessa Gruosso Sabato 3 giugno si è svolta la 111° conferenza del Centro Culturale Amici del Timone di Staggia Senese dove abbiamo avuto il piacere di ospitare don Samuele Cecotti, Vice Presidente dell'Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan. Il tema della serata è stato l'attacco che viene mosso alla proprietà privata, attraverso la programmata introduzione di una sharing economy, basata sul fatto che nessun cittadino possieda più nulla, ma utilizzi dei beni che verranno utilizzati da altri quando a lui non serviranno più o semplicemente mentre non li sta utilizzando. Il motto "Non possiederai nulla e sarai felice", che ben riassume la sharing economy è stato auspicato dal World Economic Forum, dall'Onu e dall'Unione Europea ed in queste sedi è stato profetizzato che tale obiettivo sarà raggiunto nel 2030. Si prefigura una lenta evaporazione della proprietà privata, non con espropri forzati imposti da regimi totalitari espliciti, ma semplicemente attraverso l'applicazione di leggi che sfavoriscono in tutti i modi il possedimento di beni come, ad esempio, una tassazione sempre più alta o vincoli sempre più assurdi da rispettare. Ad esempio si sta parlando di applicare standard ecologici sempre più elevati per le case, che non potranno essere vendute se non adeguate a tali standard. LA QUESTIONE FISCALE Don Samuele ha approfondito la questione fiscale spiegando che non è lecita moralmente una tassazione più alta del 10%, la quale sarebbe sufficiente se lo Stato si occupasse dei pochi ruoli che gli competono: giustizia, difesa dei confini e ordine pubblico, funzioni diplomatiche. Tutto il resto (la tassazione sugli stipendi dei cittadini, che è più del 50%, è di fatto una forma di esproprio) serve allo Stato per occuparsi di funzioni che non gli appartengono come, ad esempio, la scuola. L'educazione dei figli, infatti, spetta ai genitori, i quali devono occuparsene personalmente o scegliendo qualcuno di loro fiducia. La dottrina sociale della Chiesa spiega con il principio di sussidiarietà che se un ente inferiore è in grado di svolgere una funzione, l'ente superiore non deve intervenire. Quindi, se una famiglia è in grado di provvedere all'istruzione del figlio lo farà da sola; se non è in grado da sola potrebbe unirsi ad altre famiglie e ad esempio formare una scuola parentale. Ma le famiglie non dovrebbero pagare le tasse per l'istruzione pubblica, dato che non è una funzione dello Stato. Il diritto dello Stato di chiedere le tasse non è un diritto indiscriminato, bensì indiretto e mediato, ciò significa che non può chiedere tutto ciò che vuole, ma soltanto una collaborazione dei cittadini per le funzioni proprie dell'autorità pubblica che sono quelle vista sopra. Se pensiamo poi che le tasse vengono utilizzate anche per fini immorali e dannosi come l'aborto e il cambio sesso che viene finanziato con i nostri soldi, la questione diventa davvero inaccettabile. IL PERICOLO DELL'ECONOMIA INCLUSIVA Per comprendere la gravità di questa visione di economia inclusiva, ha poi spiegato don Cecotti, dobbiamo comprendere la legittimità oltre che l'importanza della proprietà privata. La proprietà privata si fonda su un diritto iscritto nella natura dell'uomo e l'azione dell'autorità umana dev'essere vincolata a quel diritto. A sua volta il diritto di proprietà privata si fonda sul diritto di giustizia che è "dare a ciascuno il suo". Leone XIII nella Rerum Novarum scriveva che i frutti del lavoro sono di chi ha lavorato. L'uomo infatti attraverso l'azione operativa del lavoro è in grado di modificare il territorio circostante per sostentarsi e provvedere alla propria famiglia che sono i suoi due doveri principali. I monaci che bonificavano le paludi, ad esempio, ne erano poi necessariamente i padroni. Così il campo coltivato dal contadino è sua proprietà. Questo comporta anche un maggiore radicamento al luogo in cui si vive, alla famiglia, alla comunità cosicché le persone possano avere una identità più forte. Ma forse è proprio ciò che vogliono impedire e infatti si vedono oggi sempre più persone senza idee chiare sulla propria identità, quindi sul proprio passato (per non parlare del futuro), con una personalità facilmente influenzabile e perciò maggiormente controllabili da chi è al potere della società. Le parole "condivisione" o "economia inclusiva" hanno sedotto anche l'uditorio cattolico che confondono questa sharing economy con la destinazione universale dei beni che, questa sì, fa parte della dottrina della Chiesa Cattolica. La destinazione universale dei beni, però, non significa che tutto è di tutti indiscriminatamente, come vorrebbe il comunismo, ma significa che Dio ha creato tutto l'universo materiale a beneficio di tutto l'uomo. Cioè l'uomo ha a disposizione tutto ciò che si trova nell'universo, ma un conto è averlo a disposizione, un altro è averne il possesso. Don Samuele ha concluso invitandoci a difendere la proprietà privata, cercando di mantenere ciò che possediamo e che ci siamo guadagnati con il sudore della fronte anche se diventasse sempre più svantaggioso, non tanto per il guadagno materiale, ma per difendere un nostro diritto che nessuno ha il diritto di toglierci.

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  5. Brexit, l'Inghilterra non tornerà mai indietro

    02/14/2023

    Brexit, l'Inghilterra non tornerà mai indietro

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7316 BREXIT, L'INGHILTERRA NON TORNERA' MAI INDIETRO di Giuseppe Brienza Il 23 giugno del 2016 quasi 47 milioni di cittadini britannici sono stati chiamati a rispondere al referendum che ha determinato il futuro del loro Paese, detto "Brexit", acronimo formato da British ed exit (uscita dall'Ue). L'affluenza è stata rilevante, il 72,21% di elettori, con un esito piuttosto chiaro: favorevoli all'uscita dall'Unione europea (Leave) il 51,89%, a rimanere nell'UE (Remain) il 48,11%. Nonostante il risultato del referendum non fosse vincolante, il Governo di Londra ha interpretato in maniera determinata l'espressione del voto popolare, anche perché la campagna elettorale è stata accompagnata da un bombardamento politico-mediatico nazionale e internazionale totalmente unilaterale e in favore del Remain. I cittadini del Regno Unito hanno dovuto attendere 4 anni e mezzo per ritornare nel pieno possesso della loro sovranità nazionale. Le complessità tecno-burocratiche imposte dai trattati e dalla Commissione europea hanno infatti dato luogo a quella che non pochi hanno definito una strategia dilatoria che, solo il 31 gennaio del 2020, ha consentito alla Gran Bretagna di lasciare formalmente l'Ue. Dico solo formalmente, perché a "10 Downing Street" si sono dovuti ulteriormente sottoporsi ad un periodo di transizione per il definitivo Leave durato ben 11 mesi, con il 31 dicembre del 2020 come data definitiva della "liberazione da Bruxelles". Nonostante siano trascorsi dunque soli due anni, da tempo ormai i grandi media nazionali, ripresi acriticamente anche da quelli internazionali, vanno ripetendo che secondo vari sondaggi la Brexit non sarebbe più «di moda». La crisi economica globale starebbe alimentando fra i cittadini britannici «segnali di ripensamento sul divorzio dall'Ue» o, almeno di «delusione su quanto finora conseguito». I SONDAGGI SARANNO PRESTO RIBALTATI Premesso che il Pil del Regno Unito è cresciuto di circa il 4% nel 2022 [...], è indubbio che quella che sta vivendo in questi mesi è una delle peggiori recessioni tra le economie del G7. L'economia britannica, infatti, secondo l'ultimo aggiornamento del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale è destinata a contrarsi quest'anno dello 0,6 per cento, in un contesto di PIL globale previsto in rialzo al 2,9 per cento. Quello che si evita di rimarcare, però, è che grazie alle misure della manovra di un Paese che ha ripreso in mano le sue politiche economiche, dovrebbe fare presto ritorno alla crescita (dell'1,3%) nel 2024 e del 2,6 e 2,7% nei due anni successivi, secondo le previsioni recentemente annunciate dal cancelliere dello Scacchiere Jeremy Hunt, in pratica l'equivalente del nostro ministro dell'Economia e delle finanze. In definitiva, quindi, i recenti sondaggi sbandierati sul ripensamento Brexit hanno il fiato corto. Nel senso che in questo particolare momento storico-politico, grazie anche alle campagne degli influencer e degli spin doctors dell'informazione filo-Ue, potrà anche essere che si sta facendo largo «l'idea di un possibile secondo referendum dopo quello vinto dai pro-leave nel 2016». Le cose, però, sono destinate ad invertirsi completamente nel giro di poco più di un anno. Oltretutto sono presentati come "sondaggi" consultazioni di dubbia scientificità statistica come, ad esempio, quello commissionato nel dicembre scorso dal quotidiano online The Independent, secondo il quale a evocare l'ipotesi di una ripetizione del voto sull'Ue sarebbero in questo momento il 65% degli intervistati, contro il 55% dell'anno scorso. Anche a prendere per buoni i risultati, andrebbe comunque correttamente evidenziato che sul ripetere il referendum saranno pure due britannici su tre, ma questa posizione è assai differenziata nei modi. Infatti, secondo i risultati resi noti dal sopra citato giornale britannico, solo il 22% degli intervistati «vorrebbe votare ora», il 24% «vorrebbe rifare il referendum nei prossimi cinque anni», il 24% «tra dieci anni» mentre il 4% pensa che si debba tenere nei prossimi vent'anni. Chi invece non vuole sentir affatto parlare di nuovo referendum è il 24% degli interpellati, uno su quattro. Il fatto è che fra questi ultimi vi è anche l'attuale premier Rushi Sunak, ardente difensore della Brexit sin dall'inizio, convinto che le libertà e opportunità acquisite con il "divorzio" dall'Ue debbano ancora essere del tutto dispiegate e sfruttate. UN SECONDO REFERENDUM È IMPROPONIBILE E l'opposizione laburista? Anche qui non c'è trippa per gatti perché il leader del Labour Party, Keir Starmer, parla come Boris Johnson. Ha infatti testualmente dichiarato, nonostante tutti i sondaggi che gli sono stati sottoposti: «Non ci sono più argomenti per tornare nell'Ue o al mercato unico. Ma credo che ci siano argomenti per attuare una Brexit migliore, per farla finalmente funzionare. Possiamo raggiungere un accordo migliore con l'Ue, perché quello attuale non funziona», ha dichiarato Starmer alla Bbc lo scorso dicembre. A livello pratico, quindi, una domanda che molti giornalisti euro lirici o prezzolati non stanno ponendo sarebbe la seguente: esiste la volontà politica nel Regno Unito per un secondo referendum sulla Brexit? Come visto, i leader e le maggioranze interne dei due principali partiti britannici non hanno preso minimamente in considerazione l'ipotesi di un ritorno del Paese nell'Ue. I Liberali e i Verdi probabilmente sarebbero favorevoli, ma non le formazioni che detengono il maggior numero di seggi a Westminster. Alle ultime elezioni politiche tenutesi in Gran Bretagna nel 2019, infatti, il Partito Conservatore (Tory), il cui manifesto elettorale si basava oltretutto sulla "delivery" (ovvero il compimento) della Brexit, ha conseguito il 42,4% dei voti, una percentuale che, sommata a quella raccolta nelle stesse consultazioni dal Partito Laburista (40%), copre la quasi totalità della rappresentanza parlamentare (8 elettori su 10 e 579 seggi su 631). Di conseguenza, l'ipotesi di un secondo referendum consultivo, dopo quello del 2016, è al momento improponibile. Se il Partito laburista punta a riconquistare seggi nel nord dell'Inghilterra, dove la popolazione 7 anni fa si è espressa in maggioranza in favore della Brexit, l'attuale esecutivo guidato da Sunak intende piuttosto consolidare la sovranità economica riconquistata, provando ad affrontare prima delle prossime elezioni del 2024 le tematiche relative al Leave. Anche in futuro, quindi, risulterà difficile immaginare svolte radicali su questo tema. Tanto più che Londra, a differenza di Bruxelles, nonostante le attuali difficoltà economica resta uno degli attori geopolitici principali sullo scacchiere globale, con ruoli di primo piano sia nell'ambito della Nato e della guerra in Ucraina che del G7 e delle Nazioni Unite grazie al seggio permanente detenuto nel Consiglio di sicurezza. Il soft power del Regno Unito è dunque molto rilevante, specialmente quando si traduce in iniziative di politica estera e di sicurezza. In conclusione, come giustamente commentato dall'europarlamentare Salvatore De Meo (FI), presidente per il Partito popolare europeo della Commissione per gli affari costituzionali, i sondaggi e la volontà politica «non vanno necessariamente di pari passo, così come il risultato di un sondaggio non ci assicura sull'esito di un referendum». «Basti pensare al referendum che ha portato alla Brexit», ha aggiunto, rimarcando ai giornalisti senza-memoria (o in cattiva fede) che nel 2016 fino alla vigilia del referendum per il Remain tutti i sondaggi davano la vittoria con un vantaggio di 4 punti (in favore il 52%), con il Leave dato solo al 48% (fonte: Britain Elects). Il Regno Unito dovrebbe quindi ben restare per conto suo, con buona pace di chi si professa europeista ma poi lascia intendere che l'Ue sia un qualcosa da prendere o lasciare a piacimento.

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  6. Flat tax e quoziente famililare: la Meloni riuscirà dove ha fallito Berlusconi?

    11/15/2022

    Flat tax e quoziente famililare: la Meloni riuscirà dove ha fallito Berlusconi?

    L’articolo continua su BastaBugie.it www.bastabugie.it/7212 FLAT TAX E QUOZIENTE FAMILIARE: LA MELONI RIUSCIRA' DOVE HA FALLITO BERLUSCONI? di Stefano Magni Flat Tax e quoziente familiare sono le due novità promesse dalla riforma fiscale del governo Meloni. Le implicazioni, anche morali, sono importanti e si tratterebbe del primo cambio di paradigma nel sistema fiscale italiano. La flat tax non è una novità, era stata proposta da Berlusconi già nel suo primo governo (1994): un'aliquota unica del 33%. Poi è stata rilanciata da Armando Siri quando era alla testa del suo piccolo partito Pin e proposta dallo stesso Siri una volta che confluì nella Lega: un'unica aliquota del 15%. La flat tax è sempre stata considerata un'utopia, perché la Costituzione stessa prevede che le tasse debbano rispettare un criterio di progressività: chi guadagna di più deve pagare anche proporzionalmente più tasse, con aliquote più alte man mano che cresce il reddito o l'utile. La flat tax non rispetta questo principio, perché prevede un'aliquota unica per qualsiasi fascia di reddito: a prescindere da quel che guadagni paghi sempre il 15% di tasse. Il centrodestra l'ha comunque adottata di nuovo, sempre con l'aliquota unica del 15%. Questa volta si tradurrà in realtà? UN'IPOTESI FATTIBILE Il piano su cui lavora il governo Meloni è molto prudente. Prevede l'estensione della flat tax a categorie sempre più ampie di lavoratori, ma mai a tutti i contribuenti in un solo colpo. I primi a beneficiarne sono già i lavoratori autonomi con partita Iva a regime forfetario che fatturano meno di 65mila euro all'anno. La prima parte della riforma che verrà introdotta dal ministro Giorgetti dovrebbe prevedere (salvo cambiamenti) l'estensione della tassa piatta a tutte le partite Iva che fatturano fino a 85mila euro all'anno. Secondo altre anticipazioni, il limite potrebbe essere addirittura portato a 100mila euro. La seconda parte della riforma riguarda anche i lavoratori dipendenti, finora soggetti unicamente a imposta progressiva (Irpef). La tassa piatta, almeno inizialmente, verrebbe applicata all'incremento marginale del reddito. Quindi ad essere tassato al 15% non sarebbe il reddito da lavoro nel suo insieme, ma la differenza fra il reddito dichiarato quest'anno e il reddito più alto fra quelli dichiarati negli ultimi tre anni. In ogni caso, è un risparmio, per il contribuente, rispetto all'attuale tassazione progressiva. La flat tax ha subito una serie di critiche morali ed economiche negli ultimi trent'anni di dibattito politico in Italia. Prima di tutto è considerata una forma di tassazione che "favorisce i ricchi" e da un punto di vista economico si teme che riduca fortemente il gettito. Il secondo punto è indimostrabile, non essendo mai stata testata in Italia, anche se negli altri Paesi in cui esiste già da decenni, soprattutto nell'Est europeo, si è rivelata un volano della crescita. È invece bene soffermarsi sulla critica morale alla flat tax: veramente favorisce i ricchi? La tassa ad aliquota unica permette di guadagnare di più. Sottrarre il 15% da 20mila euro all'anno non è come sottrarre il 15% da 100mila. Ma da un punto di vista morale rispetta il principio della proporzionalità: ciascuno contribuisce secondo quel che guadagna. LA PROGRESSIVITÀ PUNISCE CHI PRODUCE REDDITO E OCCUPAZIONE Il principio opposto, quello della progressività, invece, implica un volere punitivo nei confronti di chi guadagna di più. Non solo deve contribuire di più in senso assoluto, ma anche in proporzione: se il mio reddito è di 15mila euro, pago il 23%, ma se supero i 50mila pago il 43% (quasi la metà). È quindi difficile sostenere che il secondo principio, quello della progressività, sia moralmente più equo rispetto a quello della proporzionalità. A meno che la ricchezza non venga considerata una colpa. Per quanto riguarda la seconda riforma, il quoziente familiare, si sa ancora poco. Ma si conosce il principio: "più numerosa è la famiglia, meno tasse paghi". Ed è un criterio che, anche in questo caso, rispetta la proporzionalità, perché i figli, finché non sono maggiorenni, non hanno un reddito da lavoro. L'attuazione del quoziente familiare dovrebbe (è solo un'ipotesi) consistere nello spalmare il reddito imponibile sul numero dei componenti del nucleo familiare. Le due novità, se attuate bene, cambierebbero paradigma. Finora infatti il sistema fiscale italiano punisce chi guadagna di più e chi ha la famiglia più numerosa, scoraggiando crescita economica e demografica. Con la nuova tassazione (sempre che vengano mantenute le promesse) si dovrebbero rimuovere, almeno in parte, queste due grandi barriere alla crescita.

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  7. Pandemia, clima e gas: tre crisi create artificialmente per comandare i popoli

    09/06/2022

    Pandemia, clima e gas: tre crisi create artificialmente per comandare i popoli

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7133 PANDEMIA, CLIMA E GAS: TRE CRISI CREATE ARTIFICIALMENTE PER COMANDARE I POPOLI di Eugenio Capozzi Un legame strettissimo di continuità logica e causale connette la gravissima crisi energetica nella quale oggi ci troviamo con le politiche di "transizione ecologica", le restrizioni/coercizioni "pandemiche", la guerra russo-ucraina. La massiccia e accelerata riduzione dei combustibili fossili - non compensata da fonti alternative e competitive - e la strozzatura drammatica della domanda generata da lockdown, chiusure, lasciapassare vaccinali, seguita da una improvvisa ripresa a partire dal 2021, hanno prodotto una sproporzione colossale, innaturale tra le materie prime disponibili e le esigenze dei paesi industrializzati. Le sanzioni adottate da G7 e Ue verso il gas russo, sebbene da esso quasi tutta l'Europa continuerà a essere dipendente ancora per anni, hanno dato il colpo di grazia a una situazione già difficilissima, mettendo bruscamente i paesi del Vecchio Continente davanti allo spettro del razionamento, della paralisi economica, di una recessione catastrofica. Ma cosa hanno in comune questi tre fenomeni - "decarbonizzazione", lockdown, sanzioni a Mosca? Il fatto di non essere calamità piovute dal cielo, eventi naturali o imposti da circostanze esterne, bensì al contrario decisioni consapevoli delle classi politiche, da loro assunte in piena responsabilità. Decisioni prese come se fossero ineluttabili, come se non ci fossero alternative. Ma non era e non è vero. Si tratta invece di scelte fondate su dogmi ideologici. Se i governi occidentali (più altri, che però nella pratica si comportano diversamente) hanno deliberato di tagliare drasticamente i combustibili fossili a rischio di lasciare i loro popoli senza energia, industria, collegamenti ciò è avvenuto esclusivamente perché quei governi hanno propugnato come una verità apodittica la tesi - indimostrata, indimostrabile, largamente confutata da teorie e fatti - di una "crisi climatica" catastrofica in corso, causata dalla civilizzazione umana, e più in particolare dalle emissioni di anidride carbonica. Se i governi occidentali e quelli di altre nazioni industrializzate e popolose (in particolare la Cina) hanno costretto per mesi e mesi le popolazioni a limitare ogni interazione sociale, hanno costretto alla chiusura gran parte degli esercizi commerciali e del terziario, hanno impedito la circolazione delle persone, hanno tagliato fuori dalla vita sociale chiunque non accettasse terapie di dubbia efficacia e sicurezza imposte dai poteri statali e dalle grandi multinazionali farmaceutiche ciò è avvenuto esclusivamente perché essi hanno sposato ciecamente la tesi secondo cui un virus della famiglia influenzale rappresentasse una minaccia pari a quella delle pestilenze dei secoli scorsi, e potesse essere bloccato soltanto attraverso la clausura, l'isolamento, il "congelamento" della vita collettiva, la coazione all'inoculazione più o meno universale con vaccini mai usati prima nella storia. LE INUTILI (ANZI DANNOSE PER NOI) SANZIONI ALLA RUSSIA Se, infine, i governi dell'Ue hanno deciso, su pressione degli Stati Uniti, di adottare severissime sanzioni economiche verso la Russia e di ridurre bruscamente da un giorno all'altro i loro acquisti di gas russo, al quale per decenni si erano sempre più affidati, ciò è avvenuto unicamente perché essi hanno fatto propria, senza quasi fiatare, la linea dell'amministrazione Biden e dei vertici Nato secondo cui la Russia putiniana è il pericolo pubblico numero uno per le democrazie occidentali, la rottura dei rapporti commerciali con esso è uno strumento necessario per fermarne le mire imperialistiche, e tale rottura in breve tempo avrebbe mandato all'aria la sua economia. Naturalmente, come molti osservatori di economia avevano visto fin dall'inizio, l'economia russa non è andata gambe all'aria, perché le materie prime che essa non vende all'Occidente può tranquillamente venderle ad altri (Cina e India in primis) a cui Mosca, tra l'altro, si è legata sempre più, mentre quelle europee (molto meno gli Usa, che almeno riguardo all'energia sono autosufficienti, anzi esportatori) stanno andando sempre più velocemente verso il baratro: tanto più quando, come l'Italia, rifiutano di adottare anche le valide alternative che avrebbero (o avrebbero già avuto) a disposizione (rigassificatori, centrali nucleari, estrazione di petrolio e gas sul proprio territorio). Eppure politica, istituzioni, media a canali praticamente unificati continuano imperterriti a negare l'evidenza, a descrivere penuria e razionamento come fossero un fato determinato dagli astri per affrontare il quale si può ricorrere solo al risparmio, alla riduzione dei consumi, a una diversificazione delle forniture nel medio-lungo periodo; e continuano a proclamare stentorei che grazie a questi sacrifici "spezzeremo le reni" al brutale invasore, tacciando chiunque esprima scetticismo o critiche in proposito di essere un agente del nemico. AVANZA IL TOTALITARISMO Siamo di fronte dunque, in tutti e tre i casi, a crisi create artificialmente dalle classi politiche, derivanti pressoché integralmente da assiomi imposti alle opinioni pubbliche volenti o nolenti, pretendendo che in merito a essi non vi sia discussione e delegittimando radicalmente chi osa intraprenderla: con una tendenza sempre più marcata, in quelle che ancora vengono definite democrazie, all'abolizione del pluralismo, del government by discussion, appunto, e alla verticalizzazione autoritaria del potere. In tutti e tre i casi, con effetti che si sommano e amplificano dall'uno all'altro, si tratta di scelte che comportano impoverimento, decrescita (infelice per definizione, perché la tesi che esista una decrescita felice è uno dei peggiori inganni dei nostri tempi), recessione. Soprattutto, in tutti e tre i casi i governi tendono non soltanto a presentare crisi e restrizioni come un dato indiscutibile, ma a investire fortemente di responsabilità etica in merito a esse i cittadini da loro governati, cercando di convincerli che la radice delle crisi stesse e la condizione primaria per la loro risoluzione risiedono nei loro comportamenti privati individuali. La tendenza crescente alla verticalizzazione del potere cerca di trovare un fondamento di consenso popolare culturale attraverso una propaganda eticizzante che fa leva sul senso di colpa incombente sugli individui, e sull'aspirazione di questi ultimi a "espiare" loro "peccati" conformandosi a "penitenze" imposte dall'alto da autorità indiscutibili (una classe politica sempre più intrisa di pretese scientistiche e tecnocratiche), fino a essere, in virtù di tali sacrifici, "purificati" e redenti. È chiaro, insomma, che in Occidente (altro discorso vale per società più continuativamente gerarchiche e fondate sul dovere individuale come quella cinese) la verticalizzazione autoritaria, coercitiva, decrescitista viene innescata innanzitutto da una diffusa domanda etico-religiosa, che prende la forma di ossessioni e sensi di colpa legati alle conseguenze materiali di comportamenti e stili di vita, perché nasce per colmare il gigantesco vuoto lasciato dell'eclissi di un autentico sentimento religioso, quello fondato sul Dio creatore e trascendente proprio della civiltà ebraico-cristiana. Il dibattito democratico deperisce, i comandi dei governi vengono subìti sempre più passivamente, le crisi artificialmente provocate da miti ideologici si succedono a catena e vengono troppo poco messe in discussione perché quanto più avanza una secolarizzazione radicale, relativista, nichilista tanto più il bisogno fondativo di senso, salvezza, di connessione all'origine e al destino della vita, deviato dal suo oggetto proprio - il Dio trascendente che fonda la razionalità del mondo - si scarica in un pervasivo, irrazionalistico sentimento apocalittico segnato da colpe oscure e irredimibili, in superstizioni sempre più paradossali, nella credulità diffusa, in un atteggiamento ossessivo/compulsivo fondato sull'ansia di salvarsi osservando "regole" minuziose, sulla cui fondatezza si rinuncia ormai a porsi domande. Nota di BastaBugie: Ruben Razzante nell'articolo seguente dal titolo "Sanzioni, un po' di onestà non avrebbe guastato" spiega perché era prevedibile l'effetto catastrofico (per noi italiani) delle sanzioni contro la Russia che ci rifornisce di energia e senza la quale il nostro sistema imprenditoriale e il Prodotto interno lordo crollano rovinosamente. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 6 settembre 2022: Da anni ci si batte per contrastare le fake news che finiscono per disorientare e disinformare l'opinione pubblica. Ce ne sono alcune, però, che è vietato contestare e smentire, nonostante esistano indizi inequivocabili della loro inattendibilità. La più attuale riguarda l'efficacia delle sanzioni inflitte alla Russia per l'aggressione all'Ucraina. Rileggendo le dichiarazioni di febbraio e marzo dei principali leader politici italiani e anche dei vertici dell'Unione europea vien da sorridere, anche se ci sarebbe da piangere. Si registrava, infatti, all'indomani dello scoppio del conflitto russo-ucraino, un coro unanime di voci che preconizzavano il default della Russia, la fine politica di Putin e la rapida conclusione delle ostilità in favore delle truppe ucraine, sostenute massicciamente dall'Occidente. A quasi 7 mesi dal primo attacco russo all'Ucraina la situazione bellica è ben diversa da quella pronosticata dai presunti esperti di geopolitica e l'Italia si prepara a fare i conti con una delle crisi energetiche più drammatiche della storia.

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  8. La guerra in Ucraina e il rischio carestia (anche per noi)

    06/07/2022

    La guerra in Ucraina e il rischio carestia (anche per noi)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7032 LA GUERRA IN UCRAINA E IL RISCHIO CARESTIA (ANCHE PER NOI) di Giulia Tanel La guerra in Ucraina, per quanto ad oggi veda i combattimenti realizzarsi in un fazzoletto di terra piuttosto circoscritto, ha tuttavia ripercussioni altre che interessano il mondo nella sua globalità. E questo non solo, e non tanto, a livello di parole, di dialoghi e azioni più o meno diplomatiche, o di venti di paura, quanto a un livello molto concreto: basti guardare al fronte umanitario, o al versante economico e industriale, in primis con tutte le questioni legate alle materie prime e con l'inflazione che galoppa... ma anche alla sempre più concreta possibilità che si vada a breve profilando una vera e propria emergenza alimentare globale, che fa seguito al già consistente aumento del costo registrato dei prodotti alimentari, stimato a circa un +30%, secondo quanto affermato da António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza su crisi alimentare e conflitti. Guterres che ha anche dichiarato: «Conflitto significa fame»... e non solo per i Paesi direttamente coinvolti. IL PROBLEMA DEL GRANO In particolare, il problema principale si concentra sul grano, oltre che sui semi di girasole, sull'orzo e sulla colza. Infatti, l'Ucraina - e con lei la Russia, andando tra i due Paesi a coprire un quarto della produzione globale - è tra le "riserve di grano" più importanti, ma ora la sua catena di produzione e l'export sono fortemente compromessi: di qui, sul lungo periodo, la carenza. E, dato che piove sempre sul bagnato, proprio quest'anno la produzione di grano che normalmente avviene in altri Paesi subirà una contrazione, soprattutto in relazione al clima: tanto che l'India - il secondo produttore di grano al mondo - ha bloccato le esportazioni, a tutela del proprio mercato. E così lo spettro di una crisi globale si fa sempre più concreto. Tanto che, stando solo a questi ultimi giorni, non sono stati pochi gli articoli pubblicati sui media dedicati al tema, spesso in relazione a dichiarazioni pronunciate dai massimi vertici in materia. Il tutto, ovviamente, con titoli un po' urlati ma, in questo caso, forse a ragione; stando solo al panorama italiano troviamo: Ucraina, Kiev: "Rischio più grande carestia della storia", scrive AdnKronos; La via del grano è interrotta: chi nel mondo è a rischio fame, fa eco il Corriere; Crisi alimentare globale nel 2022, cresce l'allarme. Perché riguarda anche l'Italia, scrive il Quotidiano nazionale; e via di questo passo. ESPORTAZIONI BLOCCATE Che il problema sia concreto, lo dicono i numeri. Stando alle dichiarazioni del ministro dell'Agricoltura ucraino Mykola Solskiy, prima della guerra il suo Paese esportava 5 milioni di tonnellate di grano al mese, utili per sfamare 400 milioni di persone nel mondo: ad aprile invece l'esportazione totale è stata un quinto, con solo un milione di prodotto spedito all'estero. «Almeno 44 milioni di persone in 38 paesi sono a un passo dalla carestia», ha affermato ancora il già citato Guterres, mentre altre fonti parlano di «allarme carestia in 53 Paesi». In particolare, a rischio sono i Paesi più poveri, già in difficoltà, soggetti coinvolti nel Programma alimentare mondiale (Pam), che vedeva l'Ucraina fornire il 50% del grano. D'altronde il 98% del grano esportato passa per il porto di Odessa, dove attualmente sono stoccati 20 milioni di tonnellate di cereali, e l'ipotesi di un'esportazione ucraina via terra, in particolare via rotaia, è attualmente impraticabile. Nel frattempo, riporta FanPage, il G7 sta provando a fare in modo «di far viaggiare i beni su 10.000 camion dall'Ucraina ai porti rumeni e baltici, per poi far partire da lì le navi per tutto il mondo», ma l'effettiva fattibilità non è scontata. Nel contempo, il dialogo tra Russia e Usa non è interrotto, e questo anche proprio in ragione della consapevolezza del rischio di crisi alimentare globale e l'ipotesi di creare corridoi umanitari alimentari. Ma se il problema dell'export appare quello più immediato, è altresì vero che, anche dovesse essere trovata una soluzione, il problema non sarebbe risolto nell'immediato. Il motivo? È molto semplice: la prospettiva è che l'Ucraina - ma anche la Russia - vedrà quest'anno una consistente contrazione della propria produzione: c'è chi parla di una diminuzione totale dei raccolti del 35%. Ergo, magari nel breve periodo i porti ucraini torneranno a funzionare, ma i suoi silos rischiano di rimanere vuoti. Insomma, la questione è molto grave di portata globale. Sarà la storia a scrivere come andrà, ma intanto l'allarme c'è.

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Uno sguardo al mondo dell'economia senza dimenticare la dignità umana