Famiglia e matrimonio - BastaBugie.it

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Consigli utili (e verificati sul campo) su come vivere bene in famiglia

  1. 2d ago

    Maternità e paternità rendono felici

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8659 MATERNITA' E PATERNITA' RENDONO FELICI   «Se c'è una cosa che i media mainstream odiano più della tradizione è la maternità. Lo vediamo continuamente, dalle copertine patinate delle riviste che glorificano una vita "senza figli" alle battute sarcastiche nei programmi televisivi sulle "allevatrici" e sulle "mamme casalinghe". La guerra alla maternità è rumorosa, potente e trasmessa 24 ore su 24, sette giorni su sette su tutte le principali piattaforme. Si tratta di una campagna culturale coordinata per svalutare quello che probabilmente è il ruolo più significativo delle donne: essere madri. Sebbene fossi stata consapevole di questo attacco alla maternità, mi è diventato molto più chiaro quando lo scorso autunno ho scoperto di essere incinta: la propaganda cercava di convincere le giovani donne come me che i figli non sono una benedizione, ma un peso. Appena ho scoperto di aspettare una femmina, il rumore si è fatto ancora più forte. L'anno scorso il Chirurgo Generale degli Stati Uniti ha emesso un avviso ufficiale di salute pubblica secondo cui la genitorialità era dannosa per la salute. Pochi giorni prima delle elezioni, il Los Angeles Times titolava: "È quasi vergognoso voler avere figli". Qualche settimana dopo, ho partecipato a un importante podcast femminile con un medico di famiglia che ha cercato di convincermi che gli uomini potessero rimanere incinti. In una società ossessionata dall'"emancipazione" delle donne, si considera arrivata solo la donna in carriera ricca e famosa, senza bambini, ovviamente. Pannolini e allattamento al seno sono un segno di debolezza o, peggio, di oppressione. E così le donne della Generazione Z (tra i 20 e i 30 anni) sono terrorizzate dalla maternità perché la propaganda ha fatto loro credere che così «butterebbero via la vita», che i loro sogni non possono coesistere con una famiglia, che avere figli devasterà i loro corpi, rovinerà la loro carriera e le renderà irrilevanti. Le serie TV e i social mostrano solo lo stereotipo della madre esaurita, autoritaria o totalmente sprovveduta. È sempre il bersaglio di uno scherzo, mai l'eroina. Così, mentre su TikTok spopola una giovane che elenca più di 500 ragioni per non avere figli, la lobby abortista continua la martellante propaganda che l'aborto salva la vita delle donne, e ogni visita medica si conclude con una spinta alla contraccezione ormonale. "Sai, per ogni evenienza". LE DONNE IN CARRIERA Le "boss babes" [donne in carriera, ndR] o le "hot girl CEO" [manager di successo giovani e attraenti], invece, appaiono sempre glamour, indipendenti e libere, senza relazioni profonde e significative: le donne per contare qualcosa devono essere come gli uomini! La verità è, invece, che mettere al mondo dei figli è una delle cose più radicali, potenti e gratificanti che una donna possa fare. Non è un ostacolo ai propri obiettivi, è l'obiettivo. Il sacrificio e l'accudimento sono congeniali all'istinto materno e danno... felicità (!), molto più che la liberazione sessuale. Ci raccontano che la maternità surrogata, il non avere figli e persino il rifiuto totale di ciò che significa propriamente "essere donna" sono in qualche modo meravigliosi. Ma ecco l'ironia: i media che creano allarme per i bassi tassi di natalità, per le famiglie disgregate e la crescente solitudine sono gli stessi che deridono le donne che potrebbero offrire la soluzione. La nostra generazione di donne deve assolutamente riappropriarsi del vero significato dell'essere donna. Non tutte le donne saranno madri, e va bene così, ma ogni donna merita di sapere che la maternità non è qualcosa da temere, non è la fine della sua vita, bensì l'inizio di una vita più significativa e bella. È una vocazione colma di amore profondo, di forza incredibile e di una prospettiva eterna. È qualcosa che vale ancora la pena perseguire, anche in una cultura che ti invita a scappare nella direzione opposta. Da quando è nata mia figlia, ho imparato che essere mamma non è facile. Richiede tutto da te: il tuo tempo, le tue energie, il tuo cuore. Ma dà anche tutto in cambio. E nessun messaggio mediatico mi convincerà mai che ciò che accade nelle sale riunioni dei consigli di amministrazione o sui red carpet possa mai competere con ciò che accade nella cameretta di mia figlia o sul divano di casa, dove le sue piccole dita si stringono intorno alle mie e sul suo viso sboccia un sorriso quando i nostri sguardi si incontrano. Quindi a ogni giovane donna, che vede il mondo cercare di farla vergognare della chiamata affidatole da Dio, dico: non credere alla menzogna. La maternità non è una debolezza, ma il tuo superpotere ed è ora che iniziamo a trattarla come tale».   LA PATERNITÀ È SOLO UN RETAGGIO CULTURALE, COME DICONO? «È diventato di moda svalutare e denigrare i padri. Un post sul blog dell'Huffington Post titolava senza giri di parole "I padri non servono". In un articolo dell'Atlantic si leggeva: «La cattiva notizia per il papà è che, nonostante la percezione comune, non c'è nulla di oggettivamente essenziale nel suo contributo». Un articolo del New York Times sentenziava: «Uno dei problemi più persistenti e frustranti nella biologia evolutiva è il maschio. In sostanza... perché semplicemente non sparisce?». In ambito accademico gli scienziati sociali tendono a dare per scontato che la paternità sia meramente culturale, come scrisse l'antropologa Margaret Mead. Eppure oggi le neuroscienze stanno scoprendo le basi biologiche della paternità. Nelle prime settimane dalla nascita del figlio, la biochimica del padre cambia: i suoi livelli di testosterone diminuiscono rendendolo più tenero con i bambini piccoli. Allo stesso tempo, i suoi livelli di ossitocina aumentano, generando un effetto di empatia e legame. Anche l'ossitocina del bambino aumenta, creando un legame biochimico tra padre e neonato. I loro cervelli entrano in sincronia cerebrale. Warren Farrell, autore di The Boy Crisis, spiega: «Quando un uomo è un papà presente, attiva il suo "cervello da papà": un gruppo di neuroni che altrimenti rimarrebbe dormiente». Diventare padre stimola letteralmente la crescita cerebrale. Questi benefici, tuttavia, si ottengono solo se il padre tiene in braccio e gioca attivamente con il suo bambino. Uno studio pubblicato su Trends in Neurosciences afferma: «Il contatto con il neonato sembra modulare i sistemi endocrini e attivare i circuiti neurali nei padri in un modo sorprendentemente simile a quello delle madri». L'Harvard Business Review riporta la seguente dichiarazione di un neopapà: «Quando è nata la mia prima figlia l'ho portata in braccio dalla sala parto alla nursery. È stato quasi come se potessi sentire le sostanze chimiche che si liberavano nel mio cervello. Mi sono innamorato di mia figlia, profondamente, a livello chimico». Sorprendentemente, il cervello paterno inizia ad attivarsi già da prima della nascita, quando la moglie è ancora incinta. Nel libro The Life of Dad: The Making of the Modern Father, l'antropologa Anna Machin riporta: «La ricerca ha dimostrato che padri e madri che vivono insieme durante la gravidanza presentano livelli simili di ossitocina circolante nel sangue». Il messaggio della scienza è dunque chiaro. Dio ha progettato la neurochimica maschile per la paternità. Gli uomini vanno incoraggiati ad abbracciare questa altissima vocazione».

    Maternità e paternità rendono felici
  2. Aug 25

    Il rapporto madre-figlio secondo la scienza

    VIDEO: Il rapporto madre-figlio ➜ https://www.youtube.com/watch?v=RztATc57p90 TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8639 IL RAPPORTO MADRE-FIGLIO SECONDO LA SCIENZA I primi 1000 giorni d'oro: la prodigiosa e stupenda realtà, in parte ancora sconosciuta, dell'essere umano dal concepimento fino ai due anni (VIDEO: Il rapporto madre-figlio) di Carlo Bellieni   Cosa sia un embrione, tanti credono di saperlo, ma se glielo chiedi... scena muta! Perché si parla di embrioni come si parla di spread, o di inflazione o di voli su Marte. Serve a fare due chiacchiere, talvolta una litigata, ma sempre (e sottolineo sempre) non cercando di capire, ma cercando di far vincere la propria squadra politica o etica o di calcio. Invece l'embrione umano è una realtà prodigiosa per la scienza, stupefacente e ancora in parte sconosciuta per le sue caratteristiche e per la sua mutevolezza infinita, e non merita di essere tirato in dispute da bar. Vediamo il perché di tanto stupore. Un fenomeno inaudito accade all'arrivo dell'embrione nel corpo materno: non viene distrutto. Eppure è un "estraneo", come lo sarebbe un batterio contro cui le cellule della madre si armano in massa per ricacciare via l'intruso. Invece questo non accade con l'embrione. Per una serie di ormoni che la prima cellula trasmette al corpo della madre, questo non lo riconosce come "nemico" e lo accetta. Allo stesso tempo il corpo della mamma manda all'embrione i suoi ormoni, che servono a farlo crescere e a farlo attaccare con forza alla parete dell'utero. TUTTO IN UN CONTINUUM Un embrione è l'inizio della vita, anzi è l'inizio del periodo più interessante, fragile e irripetibile della vita che sono i primi 1.000 giorni di vita, cui ho recentemente dedicato un libro (I primi 1000 giorni d'oro. La puericultura per i genitori e per chi cura i bambini, Ancora, 2024). Embrione è una parola che viene dal greco e che significa «che fiorisce dentro»: ed è davvero un fiorire, tanto che le cellule si trasmettono fra di loro messaggi per far trasformare ogni cellula, nel suo moltiplicarsi, in un organo. E questo dipende da un fenomeno chiamato epigenetica, che consiste nella capacità dell'ambiente di influenzare la maniera con cui il Dna si esprime, con cui poi la cellula produrrà proteine e crescerà diversa dalle altre. Se non ci fosse questo fenomeno, pensateci, tutte le cellule del nostro corpo sarebbero uguali l'una all'altra, mentre l'influenza che una cellula dell'embrione ha sulla vicina e l'influenza che le cellule dell'utero della mamma hanno sulle cellule embrionali fanno sì che ogni cellula prenda la giusta strada, la giusta forma, la giusta attività. E si parla di embrione fino al compimento delle otto settimane dal concepimento, cioè per i primi due mesi, quando ormai già si distinguono la testa, il cuore che inizia a battere e le braccia. In realtà questa distinzione tra embrione, poi feto, poi bambino, è una distinzione fatta per scopi pratici, cioè - in un certo senso - a fine buono, per non sovraccaricare di illusioni, sapendo che quando si parla di embrione dobbiamo sottolineare la fragilità e anche la possibilità che infezioni o altri eventi lo facciano deperire e morire; il feto è più resistente, più formato, e ancora più formato sarà il bambino, ma tutto in un continuum che non vede momenti magici in cui uno di questi stati assume un valore maggiore degli altri. È come il passaggio dall'infanzia alla pubertà: due stati diversi della persona, ma in un continuum senza salti né colpi di magia. Si può discutere se l'embrione meriti il titolo di persona; in realtà è un problema un po' artefatto, perché purtroppo accade che, nel continuum di sviluppo umano, ci sono dei periodi o degli stadi che vengono considerati meno di altri e questo si sottolinea negando loro il titolo di persona. Questo, per alcuni filosofi, vale per i soggetti adulti con deficit mentali, o quelli in coma, o per i bambini appena nati ma ancora non in grado di reclamare i propri diritti; e paradossalmente per ciascuno di noi quando dorme, perché, se essere persona significa essere cosciente e autodeterminante, chi dorme non lo è. UN'ALLEANZA VIRTUOSA Si può obiettare che chi dorme poi si sveglia; ma anche l'embrione poi acquista autocoscienza col crescere e il disabile mentale, se curato, non è escluso che l'acquisterà. Ma in fondo si tratta di riconoscere a ogni essere umano, che sia curabile o incurabile, embrione o vecchio, lo stesso rispetto. Se iniziamo a sezionare, dissezionare, compartimentalizzare la vita umana, dove troveremo il limite per non dare della non-persona a qualcuno che ha delle caratteristiche razziali, religiose, politiche, territoriali diverse dalle nostre? Non è così che nascono tutte le guerre, cioè dal passo di disumanizzare il nemico, di assimilarlo a una "bestia"? Sgombriamo il campo da un equivoco: l'embrione è ancora troppo immaturo per percepire suoni, dolore o altre sensazioni, ma questo non ne fa un essere di "serie B": è un periodo di sviluppo come gli altri, dicevamo. Ma c'è un fatto che lascia davvero a bocca aperta: l'embrione nel suo crescere manda nel sangue della mamma alcune sue cellule. E qui restiamo di nuovo stupefatti dal paradosso che dicevamo all'inizio: la mamma non le distrugge! Anzi, queste cellule andranno in certi organi della mamma e potranno essere utili addirittura alla mamma stessa, come quelle cellule che finiscono nella sua amigdala, che è il centro nervoso deputato all'umore, e che renderanno la mamma più forte e accogliente in previsione del duro e affascinante lavoro di puerpera. Insomma, sarebbe tanto bello che intorno alla figura dell'embrione non discutessero delle tifoserie che parlano dei suoi diritti o non-diritti come parlerebbero e strillerebbero in un talk-show su chi è meglio che alleni la nazionale italiana. Perché non si crea un'alleanza virtuosa tra chi davvero vuol conoscere e sapere, per approfondire questi temi, conoscere meglio la vita prenatale, la vita del neonato, la vita del bambino piccolo, che ancora trovano tanti ostacoli a essere accettati, rispettati e a ricevere le attenzioni che meritano? Tante patologie dell'adulto nascono proprio qui: dal non trattare bene non solo l'embrione, ma nemmeno i bambini già nati e cresciuti, che nella società occidentale e nei luoghi di guerra trovano un ambiente ostile, che non sa che farsene di loro.

    Il rapporto madre-figlio secondo la scienza
  3. Aug 11

    Insultata e derisa perchè ha 10 figli... ed è felice

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8625 INSULTATA E DERISA PERCHE' HA 10 FIGLI... ED E' FELICE di Salvatore Tropea   C'è una giovane donna, in provincia di Verona, che ha scelto di andare controcorrente. In un tempo in cui si fatica a fare il secondo figlio, in cui la natalità è in caduta libera e il mito dell'autorealizzazione personale sembra aver soppiantato ogni altra aspirazione, Giorgia Mosca, classe 1987, ha deciso di donare la vita. E l'ha fatto ben dieci volte. Sposata a 18 anni, Giorgia è diventata mamma giovanissima. Condividendo su Instagram la quotidianità della sua famiglia, ha iniziato a raccontare il bello e il difficile di crescere tanti figli, con uno stile diretto e sincero. Il suo nickname, @6voltemamma, oggi è quasi un understatement: i figli sono diventati dieci - sei femmine e quattro maschi - l'ultima dei quali, Gaia, è nata lo scorso maggio. La sua storia, in verità già da diverso tempo, ha attirato una grande attenzione mediatica e centinaia di migliaia di persone la seguono ogni giorno sui social per ascoltare i suoi racconti: la gestione della casa, i momenti di gioia, le difficoltà, i pranzi da preparare per 12 persone, la fatica delle notti in bianco, ma anche la bellezza dell'essere una famiglia unita, viva, piena di affetto. Una quotidianità fatta non solo di sorrisi, ma anche di pianti, stanchezza, corse contro il tempo... e amore. Tanto amore. Eppure, questa testimonianza così semplice, umana e autentica ha scatenato anche l'odio. DERISA, INSULTATA, ACCUSATA... PERCHÉ TROPPO MADRE Quando Giorgia ha annunciato pubblicamente la sua decima gravidanza in molti si sono congratulati. Ma non tutti. C'è stato chi - dietro uno schermo, come troppo spesso accade - l'ha attaccata anche con ferocia. «Mi hanno detto che sono una c***a, che siamo stupidi, che siamo egoisti e irresponsabili» - ha raccontato in un'intervista al Corriere della Sera. E ancora: «Mi scrivono che sono matta, che metto al mondo figli come fossero oggetti. Qualcuno mi ha persino augurato di smettere di vivere. Ci sono rimasta male. Mi ha fatto male, davvero». Tutto questo, semplicemente perché ha scelto di avere tanti figli. Perché non si è vergognata della sua maternità, ma l'ha raccontata con fierezza. Non è la prima volta. Anche in passato, Giorgia ha ricevuto critiche per il solo fatto di mostrare la propria vita familiare. Qualcuno la ha accusata di "strumentalizzare" i figli, altri di essere "irresponsabile", come se la generatività fosse di per sé un crimine. Persino il fatto che la famiglia riceva il sostegno degli assegni statali per i figli è stato usato contro di lei: «fate figli a spese dello Stato», le hanno scritto. In realtà, Giorgia e suo marito lavorano entrambi e hanno costruito la loro famiglia a forza di sacrifici, organizzazione e amore. Gestiscono tutto da soli: la scuola, la casa, la logistica, i momenti difficili. Le spese ovviamente non sono per niente basse, ma questo non li ha fermati, la loro è sempre stata una scelta consapevole, serena, felice.. LA NOSTRA È UNA SOCIETÀ CHE DISPREZZA LA MATERNITÀ? Che una madre debba giustificarsi per aver dato la vita è uno scandalo culturale prima ancora che morale. Il fatto che Giorgia venga derisa, compatita o insultata per la sua scelta dice molto - troppo - sulla mentalità dominante, che guarda con sospetto ogni cosa che esce dagli schemi dell'individualismo. Oggi, infatti, è purtroppo normale essere "childfree", si esalta chi sceglie di non avere figli, chi rivendica l'aborto come presunto "diritto" e chi tratta la genitorialità come un ostacolo alla carriera. Ma se una donna decide di mettere al mondo più figli, e lo fa con gioia... allora si scatena il sarcasmo. È «fuori di testa», è «asociale», è «una fanatica». In realtà è tutto frutto di un vero e proprio pregiudizio ideologico contro la famiglia e la maternità. È la dimostrazione che la cultura mainstream non celebra la libertà di scelta, ma tollera solo alcune scelte - quelle che si conformano a un certo pensiero unico. È, inoltre, un paradosso: in un'Italia che piange il crollo demografico, chi fa figli viene attaccato. In un Paese che si riempie la bocca con "inclusività", una mamma viene esclusa e derisa. Ma non è Giorgia il problema. Il problema è una cultura che ha paura della vita. Tornando alle belle testimonianze sulla genitorialità, in questi giorni è tornato sul tema - ma non in riferimento alla vicenda di @6voltemamma - il giornalista del Corriere della Sera Aldo Cazzullo, che sicuramente non può essere etichettato come conservatore, né pro life. Ebbene, in un suo editoriale, ha difeso con forza la gioia e la ricchezza dell'essere padri e madri: «maternità e la paternità - ha scritto - non sono un dovere sociale, ma non per questo chi le sceglie deve essere deriso, compatito o accusato di egoismo». Chi mette al mondo un figlio non perde qualcosa: guadagna. Guadagna amore, intensità, significato. Guadagna umanità. Parole limpide, che meritano di essere ripetute. Perché sì, nessuno è obbligato a fare figli, ma chi li fa, chi accoglie la vita, chi costruisce una famiglia, non va ridicolizzato, ma sostenuto.  Tornando al caso di Giorgia Mosca, possiamo dunque dire che non è una "mamma da Guinness": è semplicemente una donna felice di amare, che ha il coraggio di mostrare che - anche oggi - si può scegliere la maternità senza pentirsene. Che crescere dieci figli può essere stancante, ma anche immensamente gratificante. Che la vera libertà è dire sì alla vita, quando molti, invece, spingono per dire drammaticamente no. E per questo, Giorgia merita rispetto e gratitudine.

    Insultata e derisa perchè ha 10 figli... ed è felice
  4. Jun 30

    Questi nostri giovani, in ansia per la lunga marcia

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8589 QUESTI NOSTRI GIOVANI, IN ANSIA PER LA LUNGA MARCIA di Roberto Marchesini   Mi è capitato in studio l'ennesimo ragazzino angosciato dai voti scolastici, in competizione con i compagni e, ovviamente, un malessere manifestato attraverso svariati sintomi. L'ennesimo, perché si tratta, ormai, di una situazione endemica, tanto da potersi considerare, in termini statistici, normale. Mi ha spiegato che un brutto voto, se non recuperato prontamente, può precludergli tutta la vita; il fallimento non è emendabile, equivale a una vita fallita, indegna di essere vissuta. Mi sono chiesto se ci fosse un'immagine che potesse rappresentare o chiarire, almeno a me, questa situazione in modo da chiarirmi cause e possibili soluzioni. Mi è venuto alla mente un film recente intitolato La lunga marcia (2025). Il film è ambientato negli Stati Uniti, nel ventesimo secolo. C'è una dittatura militare e l'America devastata da una crisi economica; ogni anno viene organizzata la Lunga Marcia, nella quale cento giovani, provenienti da tutti gli stati, camminano per centinaia di chilometri senza mai fermarsi, mantenendo una velocità minima costante. Chi rallenta riceve avvertimenti e, alla terza infrazione, viene ucciso sul posto dai soldati che accompagnano i ragazzi a bordo di mezzi blindati. Lungo il cammino i concorrenti cedono uno a uno - per esaurimento fisico, crolli psicologici o semplice mala sorte - mentre la folla ai bordi della strada li guarda come uno spettacolo. La marcia finisce solo quando rimane un unico sopravvissuto, che ottiene in premio denaro e la possibilità di chiedere qualsiasi cosa voglia. LA LUNGA MARCIA Il film è tratto da un romanzo che lo scrittore Stephen King ha vergato durante gli anni universitari con lo pseudonimo di Richard Bachman. La collocazione temporale del racconto è piuttosto vaga, anche se alcuni indizi fanno pensare che sia ambientato negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale; tuttavia, King lo scrisse alla fine degli anni Sessanta, in piena guerra del Vietnam, nella quale migliaia di giovani americani venivano mandati a morire in una guerra lontana, spesso senza capirne il senso. Eppure, a me sembra che sia ambientato nel mondo occidentale attuale; e che i partecipanti alla Lunga Marcia siano i nostri ragazzi. È così che si vedono: all'inizio di una lunga marcia che solo uno, per merito o fortuna, potrà concludere. Rallentare o fermarsi equivale all'essere eliminati. La marcia è crudele ma equa, tutti hanno la possibilità di vincere il premio: «qualsiasi cosa voglia per tutta la vita». La vita è una competizione: sacrifica tutto, sopporta tutto, e alla fine sarai ricompensato. Se sopravvivi. Altrimenti sarai un perdente - un loser - e non c'è posto, nella nostra società, per un perdente: la sua vita sarà miseria e vessazioni senza tregua. Altro che «beati i poveri, i mansueti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati» (Mt 5, 3-12); altro che «gli ultimi saranno i primi» (Mt 20, 16). Sono parole che forse ripetiamo ancora, ma alle quali non crediamo nemmeno noi. Mors tua, vita mea; homo homini lupus; ecco la realtà che gli mostriamo. Non importa se gli abbiamo insegnato o meno le preghiere; se li abbiamo educati o costretti ad andare a Messa alla domenica. Il nostro mondo funziona così, la sua regola fondamentale è la competizione. Alla morte. PERCHÉ NON HAI FATTO MEGLIO? E, pensandoci, anche noi li abbiamo educati così: ogni volta che li abbiamo puniti per un brutto voto; ogni volta che abbiamo confrontato i loro risultati con quelli dei compagni, ogni volta che, ad un buon voto, abbiamo commentato «Hai fatto solo il tuo dovere», oppure «Perché non hai fatto meglio?». Fin da piccoli celebriamo ogni piccolo successo come se fosse un successo mondiale, assoluto; fin dall'asilo devono imparare una lingua straniera, perché «prima cominci, meglio è». Meglio cominciarla subito, la competizione. E poi lo sport, uno strumento, esperienze di ogni tipo, viaggi all'estero, Erasmus. Il tempo dello svago, del gioco o dell'amicizia è tempo perso: bisogna correre, accumulare vantaggi sugli altri, prepararsi per la lotta. Siamo mediocri e viviamo vite mediocri, ma chiediamo ai nostri figli l'eccellenza. Perché? Perché in fondo crediamo anche noi che sono partecipanti alla Lunga Marcia, e che saranno eliminati; se non sarà successo prima ai loro compagni. Poi hanno l'ansia. Certo, sono terrorizzati dalla competizione: in palio c'è la vita. Così - come accade nel film - alcuni ragazzi cedono alla tensione e rinunciano alla Lunga marcia prima che inizi. Perché non c'è posto per i loser nel nostro mondo; un mondo nel quale - al di là di slogan sempre più ipocriti - non c'è posto per il Vangelo; né per gli ultimi o, semplicemente, per i mediocri. È il mondo della competizione, della concorrenza, della performance: il nostro valore dipende da quanto produciamo. E torno a ripensare a quel ragazzino seduto nel mio studio. Alla sua vita e al suo futuro. Mi chiedo se qualcuno, un giorno, gli dirà che la Lunga Marcia è soltanto una «costruzione sociale», che è solo nella nostra testa. Che la competizione non è una legge di natura, ma un inganno.

    Questi nostri giovani, in ansia per la lunga marcia
  5. Jan 27

    I figli rendono infelici? La scienza dice l'esatto contrario

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8436 I FIGLI RENDONO INFELICI? LA SCIENZA DICE L'ESATTO CONTRARIO di Lorenza Perfori   Lo studio statunitense intitolato "Life with kids is better: Analyzing public well-being data", uscito a marzo 2025, è stato realizzato da Ken Burchfiel, ricercatore per l'Institute for Family Studies, il quale ha preso in esame i dati degli adulti tra 25 e 50 anni del sondaggio Atus (American Time Use Survey) del 2021. Dallo studio emerge che gli intervistati assegnano i punteggi più elevati in termini di benessere alle attività fatte con i figli: «il 56% del tempo dedicato alle attività ottiene il punteggio di significatività più alto quando sono presenti i figli, rispetto al 37% del tempo trascorso con altre persone. Analogamente è più probabile che gli intervistati assegnino i punteggi di felicità più alti al tempo trascorso in attività con i propri figli (44%) rispetto a quando essi non ci sono (25%)». Non solo, gli intervistati riferiscono che anche altre esperienze, come viaggi, pranzi fuori casa, attività sociali e domestiche risultano più significative se svolte insieme ai figli. I dati mostrano inoltre che il tempo trascorso con i bambini ha una probabilità uguale o superiore di produrre alti livelli di felicità e significatività rispetto al tempo trascorso solo con il coniuge. «In altre parole - osserva Burchfiel - anche se i genitori non riescono a trascorrere tanto tempo in coppia come prima di avere dei bambini, dedicare del tempo ai figli può più che compensare». LO STUDIO POLACCO Anche lo studio polacco, uscito nel 2024, si basa sui risultati di un sondaggio rappresentativo a livello nazionale condotto su genitori. Realizzato dal think tank polacco Institute for Family and Society Studies, lo studio mostra che la genitorialità è un'esperienza multidimensionale che influisce positivamente su vari ambiti della vita di uomini e donne. La maggior parte degli intervistati ritiene che vale la pena essere genitori ed è gratificante, nonostante i costi. Quasi tre quarti di essi (72%) affermano che i benefici immateriali dell'essere genitori superano i costi economici del crescere i figli; ben l'85% non riesce a immaginare la propria vita senza bambini e quasi l'80% afferma che avrebbe dei figli se potesse decidere di nuovo. La genitorialità aumenta anche il senso di sicurezza nei confronti del futuro: le risposte positive all'affermazione "La genitorialità mi fa guardare al futuro con un maggiore senso di sicurezza" superano il 70%. I genitori polacchi ritengono inoltre che i bambini migliorano la vita, soprattutto in termini di significato (70%) e in via generale (69%); e che l'essere genitori non è in conflitto con la vita professionale: l'82% afferma che fare il genitore non ha un impatto negativo sulla sua carriera. Secondo la maggioranza degli intervistati la genitorialità fa sviluppare capacità, competenze e comportamenti in vari ambiti, soprattutto nell'organizzazione del tempo, favorendo la distinzione delle cose importanti da quelle non importanti (81%). Poi l'essere genitori favorisce una maggiore sensibilità verso i bisogni degli altri (79%), una migliore gestione delle finanze (79%), una maggiore attenzione alla propria salute e forma fisica (quasi il 60%), alla qualità dei pasti consumati (75%) e del tempo libero (76%). Ovviamente crescere dei figli non è tutto rose e fiori, ma comporta anche preoccupazioni per il loro benessere. La preoccupazione che i genitori riportano più spesso riguarda la salute dei figli (42,2%). Poi più di un genitore su cinque esprime timore per le eccessive responsabilità (25,1%), le finanze (25%), l'incapacità di prendersi cura dei figli (24,8%) e il non riuscire a conciliare genitorialità e lavoro (20,3%), ma - affermano i ricercatori dello studio - «la buona notizia è che la maggior parte di queste paure non è confermata nella vita reale. Per esempio il timore per la salute dei figli, riferito più spesso, è stato confermato solo da un terzo degli intervistati». Lo studio ha analizzato anche le famiglie numerose riscontrando sia aspetti positivi sia negativi. Tra i vantaggi dell'avere tre o più figli gli intervistati riportano l'occasione per i fratelli di trascorrere del tempo insieme, sviluppare la loro indipendenza e l'opportunità di un sostegno reciproco tra fratelli. Le problematiche più menzionate sono maggiori spese e meno spazi in casa. Tra i benefici riferiti dai genitori di età più avanzata con più figli vi è la maggiore probabilità di ricevere assistenza. I ricercatori osservano che «in generale sono i polacchi con più figli, religiosi e di un'età più avanzata quelli più fortemente propensi a esprimere opinioni positive sulla propria esperienza di genitore». «I FIGLI SONO UNA BENEDIZIONE» La cultura odierna è pressoché tutta focalizzata a denigrare la genitorialità: media mainstream e influencer sui social media esaltano la presunta bellezza di una vita senza figli, concentrata solo su se stessi, sui propri bisogni e desideri. Tuttavia i dati delle scienze sociali, come questi nuovi studi e molti altri più vecchi (già da noi riportati nel n. 135 di dicembre 2024 di questa Rivista), dimostrano che diventare genitori genera benefici e gratificazioni e quindi che non c'è motivo di temere il matrimonio e il generare dei bambini. Burchfiel, autore dello studio Usa riportato all'inizio, afferma che «come comuni mortali siamo spesso spaventati dall'ignoto, anche se Dio ci ha esortato più volte a "non avere paura". Questo è particolarmente vero quando le coppie considerano di diventare genitori: è più facile vedere le bollette future e le notti insonni, piuttosto che l'amore incredibile e la gioia esponenziale che i figli apportano non solo ai genitori, ma al mondo intero». Ma come «"dimostrano" queste ricerche: i figli sono una benedizione. È un bene che vi siano studi a supporto della genitorialità e della vita familiare. Preghiamo affinché le persone radicate nella fede possano abbracciare il piano di Dio per il matrimonio, che è per i bambini e la vita in abbondanza», conclude il ricercatore. Mary Szoch, direttrice del Center for Human Dignity al Family Research Council, aggiunge che «i bambini portano luce e gioia in ogni situazione, anche in quelle tristi e difficili. I figli ci spronano a concentrarci su qualcosa di diverso da noi stessi e, quando lo facciamo, scopriamo che la vita diventa più piacevole e gratificante». FARE IL GENITORE FA BENE AL CERVELLO Lo studio "Being a parent keeps the brain young - especially if you've got multiple kids" ("Essere genitori mantiene il cervello giovane, soprattutto se si hanno più figli"), pubblicato a febbraio 2025 sulla rivista scientifica Proceedings of the Natural Academy of Sciences, ha analizzato le scansioni cerebrali di circa 38.000 adulti. I ricercatori dell'Università di Yale, nel Connecticut, hanno scoperto che coloro che erano genitori di più bambini presentavano una maggiore connettività a livello dell'intricata rete di collegamenti tra le diverse aree del cervello. Avram Holmes - autore principale dello studio e professore associato di psichiatria presso la Robert Wood Johnson Medical School della Rutgers University - afferma che «le regioni del cervello che con l'età presentano una diminuzione della connettività funzionale sono le stesse che sono collegate a una maggiore connettività quando le persone hanno dei figli». Lo studio si è concentrato in particolare sulle tre aree del cervello coinvolte nella funzione motoria, sensitiva e delle interazioni sociali. Holmes spiega che si è visto che maggiore è il numero di figli, maggiore è l'aumento delle vie somatosensoriali e motorie. Le vie somatosensoriali si riferiscono alle informazioni sensoriali provenienti dalla pelle e dal sistema muscolo-scheletrico come il tatto, il dolore e la sensibilità termica (percezione di caldo e freddo). Questa ricerca innovativa evidenzia l'importanza di dedicarsi a tutte quelle attività quotidiane che sono legate all'essere genitori, indicando come la responsabilità e le sfide derivanti dal crescere dei figli possano stimolare il cervello in modalità del tutto uniche, con un impatto positivo profondo sulla salute del cervello e, potenzialmente, mitigando il rischio di declino cognitivo legato all'avanzare dell'età. Inoltre questo effetto positivo tende a rafforzarsi con ogni figlio in più. Questo studio sembra pertanto contraddire l'idea comune secondo la quale avere figli aumenterebbe lo stress e le tensioni, contribuendo al processo di invecchiamento del cervello. Quello che emerge è, al contrario, che dedicarsi a fare il genitore arricchisce e giova alla salute cerebrale grazie all'aumento dell'attività fisica, delle interazioni sociali e della stimolazione cognitiva. Holmes spiega che non è tanto «la gravidanza in sé a essere importante, quanto piuttosto il processo di accudimento dei figli, visto che questi effetti positivi sono presenti non solo nelle madri, ma anche nei padri». Rispetto alle persone senza figli, i genitori esaminati dallo studio avevano anche livelli più elevati di interazioni sociali, un maggior numero di frequentazioni familiari e reti sociali più estese. Lo studio osserva inoltre che negli uomini l'avere più figli risulta associato a una maggiore capacità di resistenza, che predice la salute generale del cervello e l'autonomia in età più avanzata. Sebbene i ricercatori avvertano - come avviene solitamente in tutte le ricerche serie - che sono necessari ulteriori studi per capire esattamente in che modo l'essere genitori migliora le funzioni cerebrali, i risultati possono tuttavia avere implicazioni importanti per le persone che non hanno il classico rapporto genitori-figli. «Se riscontriamo che a

    I figli rendono infelici? La scienza dice l'esatto contrario
  6. 09/10/2025

    Locali childfree: il sintomo di una società sterile

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8286 LOCALI CHILDFREE: IL SINTOMO DI UNA SOCIETA' STERILE Si tollera un cane in spiaggia o al ristorante, ma non un bambino che gioca di Bernardo Tombari   L'Italia è un Paese per vecchi, il fatto è ormai demograficamente assodato. Ma non un Paese di nonni gentili che si mettono al servizio dei più giovani, quanto uno di anziani acidi che vedono i bambini come un incomprensibile fastidio. E per andare incontro a questi, sempre più locali hanno adottato l'assurda politica del childfree: vietato l'accesso a tutti i bambini. È di pochi giorni fa il caso del bagno Bicio Papao di Milano Marittima/Cervia, dove è stato negato l'accesso a una famiglia modenese con un figlio di cinque anni e mezzo. Il gestore, Walter Meoni, ha risposto alle critiche, tra cui quella del sindaco Matteo Missiroli, e rivendicato la sua politica: "Facciamo così da 33 anni, non odiamo i bambini. All'inizio qui venivano i giovani ed erano le famiglie stesse ad andarsene in altri bagni. Ora vengono persone di tutte le età e scelgono noi perché vogliono stare più serene sapendo che qui non ci sono bambini". Ciò che appare sconcertante non è la scelta del singolo gestore, ma ciò che rivela. Non è un'antipatia personale per i più piccoli, è intercettare un'intera fetta di mercato che non vuole aver a che fare con i bambini in nessuna circostanza. La stessa fetta di mercato l'ha intercettata l'Osteria del Sole, uno storico ristorante al centro di Bologna, che ha più diplomaticamente "sconsigliato" l'accesso ai minori, e soprattutto dei passeggini, per via dello spazio ridotto. In Italia, per altro, è illegale vietare l'accesso sulla base dell'età, queste politiche si basano quindi sulla speranza che nessuna famiglia si impunti per essere servita. Ciò che appare ancora più assurdo però è l'esigenza di avere questi spazi in uno dei Paesi più vecchi e con il tasso di fertilità più basso in tutto il mondo. I bambini sono già una visione rara in Italia e a molti non basta ancora. Una natalità molto sotto la soglia di sostituzione è comunque troppo alta, evidentemente. Sembra spenta anche l'indignazione dei fautori dell'inclusività e degli spazi aperti a tutti. Se un bagno scegliesse di vietare l'accesso agli animali domestici, per tutta quella clientela attenta all'igiene che vuole rilassarsi senza peli ed escrementi, probabilmente ci sarebbero state reazioni peggiori. Figuriamoci poi se, per motivi logistici e per lo spazio ridotto, a un disabile venisse negato l'accesso in un ristorante, dicendo che "può andare in tanti altri locali". Che esistano bambini maleducati che disturbano e possono risultare fastidiosi è innegabile, ma con qualsiasi altra categoria nessuno si permette di generalizzare e vietare in toto l'accesso... come con le famiglie. Non basta che chi mette su famiglia prima dei 30 anni sia reputato un folle, non bastano gli incentivi praticamente inesistenti, quei pochi italiani che ancora fanno figli devono sentirsi anche fastidiosi e indesiderati. Sarebbe bello vedere al contrario il proliferare di locali che scelgono di essere child e family friendly. E si tratterebbe anche di business più sostenibili, perché una società a misura di anziano ha per sua natura vita breve.

    Locali childfree: il sintomo di una società sterile
  7. 09/10/2025

    Sei figli, zero animali? Strano, ma vero

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8283 SEI FIGLI, ZERO ANIMALI? STRANO, MA VERO Intervista a una famiglia numerosa di Siena che smentisce chi guarda con sospetto ciò che un tempo era considerato una benedizione di Antonio Rizzo   Abbiamo raccontato come il problema demografico, legato a quello della natalità, sia ormai parte integrante della popolazione senese, dove solo nel 2024 le nascite sono state tre volte minori rispetto ai decessi. Ma per fortuna ci sono delle bellissime eccezioni, che ci fanno ben sperare, come Marta e Paolo, con una gioiosa famiglia fatta di ben 8 componenti. A loro abbiamo chiesto le complessità e la bellezza di crescere 6 meravigliosi figli, in un contesto, quello italiano, in cui famiglie del genere sono sempre più rare. "Una giornata tipo nella nostra famiglia? In realtà non esiste!", raccontano sorridendo. "Più aumentano i componenti, più aumentano gli imprevisti. Anche se programmiamo la giornata, è raro che tutto vada come previsto. E man mano che i figli crescono, diventano sempre più autonomi e si organizzano a modo loro". Organizzare tempi scolastici, lavorativi ed extrascolastici è una vera sfida, ma Paolo e Marta hanno trovato una soluzione: la rete di amici. "Dal 1997 viviamo senza parenti vicini, quindi ci siamo affidati molto all'amicizia. La frase tipica è: 'Mi raccomando, cerca un passaggio!'". I pasti, con 6 figli, sono un evento speciale ed un esempio per tutte le famiglie d'Italia e non solo: "Sono momenti conviviali che viviamo senza tv e cellulari, così ognuno può parlare ed essere ascoltato. Oltre alla conversazione, tutti collaborano: chi apparecchia, chi sparecchia, chi lava i piatti. È un momento di famiglia autentica". La sfida più grande oggi? "Far crescere figli autonomi, in un mondo che ci vuole dipendenti: dalla tecnologia, dai social, dal giudizio altrui. Avere una famiglia numerosa, però, rende questa sfida un po' meno difficile". [...] La gestione economica è una continua ricerca di strategie. "Bisogna stare attenti alle offerte, evitare sprechi, consumare acqua di rubinetto, non acqua minerale. Le spese più difficili? Quelle sanitarie e universitarie, soprattutto quelle dentistiche". Quando si chiede loro che cosa li ha spinti ad avere una famiglia così numerosa, rispondono: "Non era il desiderio di avere tanti figli, ma la volontà di accogliere quelli che sarebbero arrivati. Abbiamo una fede che ci ha sostenuto: la fiducia nella Provvidenza. E poi, dove si è di più, si sta meglio". I valori che cercano di trasmettere ai figli sono chiari: "Innanzitutto la fede, poi la vicinanza e l'attenzione al prossimo, cercando di migliorare il mondo un po' alla volta". Siena oggi ha un tasso di natalità bassissimo, ma Paolo e Marta rappresentano l'eccezione più bella: "Vogliamo solo essere una famiglia che condivide i privilegi che ha ricevuto, consapevoli che il problema della denatalità è reale: mancano i cittadini di domani". La società italiana, secondo loro, non è ad oggi molto accondiscendente verso le famiglie numerose. "Fino alla fine degli anni '90 c'era ancora un certo affetto verso di noi. Oggi prevale l'individualismo. Le famiglie numerose sono viste al massimo come una stranezza, o addirittura un problema. Ma noi crediamo che servano più famiglie numerose, non meno". Anche il legame tra i fratelli è forte. "Non è scontato, ma certamente nella nostra famiglia il fatto di condividere esperienze come gli scout ha rafforzato molto i legami. È normale che ci siano litigi, ma c'è anche una grande capacità di perdonarsi e di aiutarsi". Ogni tanto arriva qualche domanda curiosa. "Quando aspettavo il terzo figlio, una signora mi chiese perché lo avessimo fatto, avendo già un maschio e una femmina. Ma in generale riceviamo reazioni positive, anche se spesso di stupore: in Italia le famiglie numerose sono rare". Chiediamo loro se c'è stato un momento in cui hanno pensato: "Ne vale la pena?". Marta risponde senza esitazione: "Ne vale la pena lo dici ogni volta che vedi questa circolazione d'amore, quindi ci possono essere litigi anche forti, incomprensioni, anche chiusure, però poi c'è una capacità di perdono, di perdonarsi, di riaccogliersi e dici ne vale la pena". Infine, se potessero mandare un messaggio a chi oggi ha paura di avere figli? Marta dice: "Non abbiate paura. Il figlio non ha bisogno di benessere materiale, ma di sentirsi amato, accolto. Noi adulti gli trasmettiamo l'idea sbagliata che la felicità dipenda dalle cose. Invece essere amati basta. È l'essere, non l'avere, che conta. Rinunciare volontariamente ad avere figli significa rinunciare a una delle esperienze più grandi della vita. È davvero triste pensare di non lasciare niente di sé al futuro. Avere un figlio ti completa, ti fa scoprire l'altra faccia della luna". In un'Italia che fatica a credere nel domani, la famiglia di Paolo e Marta ricorda a tutti noi che il futuro nasce da piccoli gesti quotidiani di amore e coraggio. Perché dove si è di più, si sta meglio, e loro, ne sono l'esempio.

    Sei figli, zero animali? Strano, ma vero

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Consigli utili (e verificati sul campo) su come vivere bene in famiglia