Fecondazione Artificiale - BastaBugie.it

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Quando il tecnico di laboratorio si sostituisce all'atto di amore tra un uomo e una donna non può che derivarne abominio e disperazione

  1. In utero, la nuova serie Tv con Castellitto sulla fecondazione artificiale

    May 5

    In utero, la nuova serie Tv con Castellitto sulla fecondazione artificiale

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8523 IN UTERO, LA NUOVA SERIE TV CON CASTELLITTO SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE di Giuliano Guzzo   Fecondazione in vitro, transizione di genere, coppie omosessuali e non, single che vogliono diventare genitori. Sembra esserci un po' tutto quanto il repertorio della "bioetica" progressista nei contenuti di In utero, la nuova serie tv sviluppata in otto episodi che debutterà l'8 maggio su HBO Max. Creata da Margaret Mazzantini, diretta da Maria Sole Tognazzi, che firma anche la direzione artistica, In utero ha come protagonista principale Sergio Castellitto. Il noto attore, infatti, interpreta il dottor Ruggero Gentile e la storia racconta di come egli abbia lasciato l'Italia, negli anni Ottanta, per aprire in quel di Barcellona la clinica Creatividad, dove offre servizi di fecondazione medicalmente assistita.  LA TRAMA E I PERSONAGGI Gentile di nome - e di fatto, almeno nelle intenzioni di chi ha realizzato la serie -, il protagonista opera mosso da una convinzione di fondo: il figlio non è un diritto né un dovere, ma «un desiderio». Peccato che concepire un figlio come «un desiderio» equivalga esattamente ad intenderlo come un diritto, anziché come un dono. Ma andiamo avanti, perché un'altra colonna di In utero è Angelo, un giovane embriologo brillante e centrale nelle dinamiche della clinica, interpretato da Alessio Fiorenza. Dettaglio di non poco conto: Angelo è un uomo transgender e, da quanto è già trapelato, è destinato ad essere uno dei personaggi centrali della serie. Ci sono poi anche altri personaggi di rilievo nella serie - a partire da quello di Teresa, la moglie di Ruggero interpretata da Maria Pia Calzone, alla quale spetta il compito di amministrare la clinica e bilanciare le scelte a volte troppo emotive del marito -, ma gli elementi fin qui esposti già suggeriscono e fanno pensare a un taglio assolutamente permissivo e progressista di In utero. E infatti, dalle anticipazioni trapelate, sappiamo che nelle otto puntate i telespettatori vedranno: coppie di lesbiche - tormentate da dilemmi del tipo: quale delle due porterà avanti la gravidanza? - single intenzionati a diventare genitori, e così via. Come si diceva all'inizio, nulla del repertorio della "bioetica" progressista è stato risparmiato in questa serie. UNA POLEMICA CON L'ITALIA? Tanto che le storie di In utero, come è stato osservato sul Corriere della Sera, non avrebbero mai potuto essere ambientate in Italia perché da noi «una donna single non può ricorrere alla fecondazione assistita». Da parte sua, lo stesso Castellitto, parlando con Repubblica, ha fatto osservare che «l'Italia con tutti i suoi difetti ha genialità e immaginazione però è anche il luogo dove vive il Santo Padre, il centro della cristianità. Anche se fa riflettere che pure la Spagna è un Paese cattolico». Dunque appare davvero difficile non scorgere in un progetto come In utero una lettura parziale, se non propagandistica, delle tematiche bioetiche; e questo per un motivo piuttosto semplice. Da quanto infatti è dato di sapere, in questa serie - per la quale già si ipotizza una seconda stagione, che diventerebbe certa in caso di successo della prima - ai telespettatori sono offerti tutti i punti di vista possibili di chi sarebbe a favore di questa pratica: quello di chi gestisce una clinica di fecondazione assistita, quello di chi vi ci ricorre (single, coppie etero, Lgbt, ecc.), quello di chi vi lavora ed è anche protagonista di una transizione di genere, e così via. Inoltre dal trailer si evince come una coppia di donne chieda esplicitamente di voler un bambino con gli occhi verdi e con determinati tratti somatici, quasi come se si stesse scegliendo un prodotto da un catalogo. Tutti, insomma, vengono rappresentati con le loro soggettività, i loro pensieri e le loro istanze; tutti fuorché - almeno a quanto pare finora dalle prime anticipazioni della serie - i soggetti più deboli in assoluto: l'embrione, dunque il figlio concepito in provetta, e le centinaia di embrioni che, proprio a causa di questa pratica, vengono scartati, eliminati, uccisi o muoiono e non vedranno mai la luce. Il che - anche sorvolando, per esempio, sul non trascurabile tema del giro d'affari che ruota attorno alla provetta, che meriterebbe approfondimenti - appare piuttosto grave, benché non sia una novità assoluta. Già negli anni '70, infatti, allorquando il tema più dibattuto era quello dell'aborto volontario, si poteva osservare come al centro delle discussioni - e talora delle polemiche - finissero i temi più diversi: l'autodeterminazione della donna, la laicità dello Stato, gli aborti clandestini, il ruolo dei medici, delle famiglie, della Chiesa, ecc. Anche allora, dunque, di tutto si parlava fuorché del punto di vista del soggetto più debole e vulnerabile: il figlio non ancora nato. Un'omissione grave che, a distanza di mezzo secolo, si ripropone ancora oggi sui media e addirittura nelle serie tv. A dimostrazione che chi ha a cuore la difesa della vita dal concepimento davvero non può abbassare la guardia.

    5 min
  2. Sono stata usata come una macchina fabbrica bambini

    12/23/2025

    Sono stata usata come una macchina fabbrica bambini

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8391 SONO STATA USATA COME UNA MACCHINA FABBRICA-BAMBINI   Marie-Anne Isabelle è una donna britannica che ha vissuto sulla propria pelle il dramma di ciò che molti vogliono raccontare come una favola moderna: l'utero in affitto. Per lei, però, non è stata una storia di altruismo e lieto fine, ma qualcosa che ancora oggi definisce senza esitazioni «un incubo». «La maternità surrogata non è una favola, è un incubo» ripete nelle interviste e nei convegni internazionali dove, da anni, denuncia pubblicamente l'utero in affitto come «un inganno» che l'ha ridotta, parole sue, a «una macchina fabbrica-bambini». Per capire perché Marie-Anne sia arrivata a usare parole così dure bisogna tornare indietro di circa dodici anni. Nel 2013 ha 39 anni, vive nel Regno Unito, ha un compagno che ama e due figli di 6 e 10 anni. Lavora nel settore educativo, è affettivamente serena e non ha problemi economici. Non cerca soldi, non cerca visibilità. Un giorno, però, si presenta a casa sua una delle persone a cui è più legata: la cugina Marje. Per lei è quasi una sorella. Marje ha un tumore all'utero, le hanno già parlato di isterectomia per salvarle la vita, ha congelato degli embrioni con il marito nella speranza di poter avere un figlio prima o poi. Quando si siede in salotto, le chiede una cosa che nessuno si aspetterebbe da un familiare: «Vuoi portare in grembo mia figlia per me?». All'inizio Marie-Anne resta scioccata. Sa poco o nulla di maternità surrogata. Ha letto qualche articolo sulle donne indiane sfruttate per sfornare neonati per coppie ricche europee e asiatiche, ma l'ha sempre percepita come una realtà lontana, esotica, quasi da reportage. La cugina la rassicura subito: nel loro caso, promette, sarà tutto diverso. Non ci sarà denaro, nessun contratto commerciale, solo un gesto d'amore tra parenti. È l'inizio di un percorso che lei, anni dopo, chiamerà «l'errore più grande della mia vita». Convinta di fare del bene, Marie-Anne accetta, ma pone una condizione che per lei è non negoziabile. L'embrione dovrà essere creato con l'ovulo della cugina e il seme del marito, così da essere geneticamente figlio loro, e lei dovrà poter vedere la bambina che porterà in grembo, avere un ruolo nella sua vita, essere almeno la "madrina" che la accompagna crescendo. Nessuno pensa di sedersi davanti a un avvocato; si dicono che sono famiglia, che basta la parola. In seguito lei scoprirà che la coppia aveva già valutato surrogazioni all'estero, ma troppo costose. Lei, invece, era la soluzione "perfetta": vicina, disponibile, gratuita. L'ITER SANITARIO Comincia così la trafila medica. Marie-Anne entra in un centro per la fecondazione in vitro (FIVET) dove le vengono trasferiti in utero gli embrioni creati con i gameti della coppia. Prima del concepimento affronta mesi di esami, visite, controlli. Racconterà di avere fatto iniezioni di ormoni tutti i giorni per circa tre mesi, di aver iniziato a sentirsi fin dall'inizio più un corpo a disposizione della clinica e dei committenti che una donna libera. Una volta instaurata la gravidanza, si accorge che tutti si sentono autorizzati a dirle cosa mangiare, come vivere, che cosa fare o non fare, come se il suo corpo non le appartenesse più. Era già madre di due bambini, sapeva che cosa significa portare una vita dentro di sé, ma questa volta sente che il legame con la piccola è "vietato": la bambina è sua e insieme non dovrebbe esserlo. Nel 2014 arriva il momento del parto. L'ospedale sa che si tratta di una surrogata, ma la legge britannica è chiara: la madre legale è sempre la donna che partorisce. Sono quindi le volontà di Marie-Anne a contare: lei chiede che in sala parto ci siano solo lei, la cugina e il compagno; il marito di Marje aspetterà fuori. I medici le propongono un taglio cesareo programmato; lei rifiuta, sostenuta da un'ostetrica che le ricorda che un intervento chirurgico non è una "gentilezza" ma una procedura che comporta rischi. In quei momenti, però, invece di sentirsi sostenuta, sente addosso il fiato delle istituzioni: viene contattata l'assistenza sociale, vengono poste domande, si parla del fatto che il bambino sarà dato a un'altra coppia. Tutto questo mentre è in travaglio. La bambina nasce. Per qualche istante, come ogni madre, Marie-Anne la tiene tra le braccia. Poi la macchina si rimette in moto: il padre "committente" entra per il contatto pelle a pelle, l'ospedale insiste perché sia comunque lei, la partoriente, a lasciare il reparto con la neonata in braccio. È una politica interna e l'ospedale non vuole entrare nel merito di chi crescerà il bambino. Così Marie-Anne esce, attraversa i corridoi, raggiunge il parcheggio e lì, tra le auto, consegna la bambina alla coppia. Quel gesto, che sulla carta avrebbe dovuto essere il compimento di un "dono", sarà per lei l'inizio di un lutto impossibile. Nei giorni successivi, le promesse si moltiplicano. La cugina e il marito le dicono che si vedranno spesso, che le manderanno foto, che la bambina la chiamerà zia e la sentirà parte della famiglia. Passa però appena un mese e tutto si spezza. Le visite promesse vengono rinviate, le telefonate diminuiscono, l'accesso ai social viene chiuso, ogni legame si raffredda. Fino al silenzio. Marie-Anne sprofonda in una sofferenza che la travolge. Cominciano gli attacchi di panico, l'insonnia, l'angoscia. Non è solo il rimpianto di aver "dato via" una bambina; è la consapevolezza, dolorosissima, di essere stata usata e poi scartata. Mentre cerca di capire cosa stia succedendo, scopre che la coppia ha avviato una procedura presso l'Alta Corte per ottenere un parental order: l'atto che sposta definitivamente ogni diritto genitoriale su di loro, cancellando il suo nome dai certificati e da ogni responsabilità legale. Marie-Anne viene convocata in tribunale, sottoposta a valutazioni psichiatriche, interrogata dai servizi sociali. L'ente pubblico che segue tutti i casi di surrogata le spiega, con freddezza, che se non darà il suo consenso rischierà di vedersi presentare il conto del mantenimento della bambina, perché per la legge la madre, finché non c'è un parental order, è lei. LA CAUSA LEGALE E I PROBLEMI DI SALUTE La causa va avanti per circa due anni. Nel frattempo la salute mentale di Marie-Anne crolla: viene ricoverata in psichiatria, inizia un lungo percorso di cure con il sistema sanitario nazionale. Ne paga il prezzo anche la sua famiglia: i due figli vengono affidati al padre e vivono con lui per circa cinque anni, mentre lei cerca di rimettersi in piedi. In tribunale, paradossalmente, la sua sofferenza viene usata contro di lei: se sta così male, le viene fatto capire, non è forse la prova che non è in grado di gestire la situazione? La donna chiede almeno la possibilità di un contatto per poter vedere ogni tanto la bambina, ma le spiegano che un contatto garantito renderebbe il suo consenso "condizionato" e quindi giuridicamente problematico. Alla fine, stremata dalle pressioni, dalle minacce economiche e illusa ancora una volta da nuove promesse di incontri futuri, firma. Il parental order viene concesso. Da quel momento, racconta, non ha mai più visto la bambina che ha portato in grembo. Negli anni successivi Marie-Anne passa, a tratti, più tempo in ospedale che a casa. Parla di un disturbo post-traumatico complesso, di terapie prolungate, di un percorso sanitario-psicologico specifico per cercare di elaborare ciò che le è successo. Racconta che per un lungo periodo non riusciva nemmeno a guardare una donna incinta o un neonato senza essere travolta dall'ansia. La surrogata, che le era stata presentata come un gesto altruistico tra parenti, le ha lasciato addosso cicatrici profonde. Non solo su di lei: anche i suoi figli hanno pagato il prezzo di una madre spezzata e di una famiglia divisa. A coprire i costi delle cure psichiatriche e psicologiche, sottolinea, è stato il servizio sanitario pubblico, cioè l'intera collettività, mentre la coppia che ha ottenuto la bambina ha continuato la propria vita. A un certo punto, però, decide di rompere il silenzio. Scrive e pubblica la sua storia su piattaforme femministe e associazioni che denunciano l'utero in affitto. In una lettera aperta che oggi fa il giro del mondo, arriva a dire: «Ho fatto l'errore più grande della mia vita, solo per aiutare qualcuno». Non parla di un incidente di percorso, ma di un sistema che, a suo giudizio, mette sempre e comunque al centro il desiderio di chi commissiona un bambino, e relega la donna che lo porta in grembo al ruolo di strumento. Per questo ripete senza mezzi termini: «L'utero in affitto è un inganno. Sono stata usata come una macchina fabbrica-bambini». Nelle conferenze e in incontri internazionali, Marie-Anne racconta la sua esperienza di surrogata "altruistica" per una parente, proprio per smontare il mito che esisterebbe una versione "buona" e priva di rischi dell'utero in affitto. Insiste sul fatto che lei non ha mai ricevuto un compenso vero e proprio, solo rimborsi spese e qualche aiuto pratico, e che proprio questa cornice pseudo-familiare ha reso più facile la manipolazione: niente avvocati, nessuna informazione seria sui rischi legali e psicologici, promesse verbali di contatto che non avevano nessun valore una volta nato il bambino. «Volevo aiutarla, ma mi sono rovinata la vita», confida quando le chiedono se oggi rifarebbe quella scelta. Oggi, dopo anni di terapia e di ricostruzione familiare, i suoi figli sono tornati a vivere con lei e la sua vita ha ritrovato un equilibrio, fragile ma reale. La bambina nata dalla surrogata, però, resta un'assenza quotidiana. Non sa che aspetto abbia, come viva, che tipo di persona stia diventando. Sa soltanto che da qualche parte nel Regno Unito

    12 min
  3. La villa degli orrori e i 22 neonati come pacchi Amazon

    09/30/2025

    La villa degli orrori e i 22 neonati come pacchi Amazon

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8303 LA VILLA DEGLI ORRORI E I 22 NEONATI COME PACCHI AMAZON di Giuliano Guzzo   Sembrava una villa, e in effetti a prima vista esattamente questo appariva: una gran abitazione da favola, roba da ricchi. In realtà, però, era ben altro, e cioè un disumano supermarket di bambini. Stiamo parlando della lussuosa abitazione a nove stanze ad Arcadia - zona chic alla periferia di Los Angeles - dove risiedevano Silvia Zhang, 38 anni, e Guojun Xuan, 65 anni, e dove la polizia nei giorni scorsi ha scoperchiato quello che presenta tutti i contorni d'un colossale scandalo, con al centro un losco traffico di neonati. Ma andiamo con ordine. La vicenda aveva avuto inizio ai primi maggio quando un bambino era stato ricoverato e mostrava dei segni di maltrattamenti. Per cercare di far luce su questi abusi riportati dal piccolo, gli inquirenti sono arrivati all'abitazione dei due citati asiatici, dove hanno trovato la bellezza di 15 bambini, tutti di età inferiore ai tre anni - accuditi esclusivamente da tate. Non è finita: altri sei piccoli, sempre riconducibili a Zhang e Xuan, sono di lì a poco stati rintracciati dalla polizia in case nella zona circostante. Ma di chi sono questi 22 bambini? Secondo i due cinesi - nel frattempo arrestati -, quelli sarebbero tutti figli loro. Tanto è vero che, per chiarire la posizione, sono stati esibiti 22 certificati di nascita, che a prima vista proverebbero come - sia pure ottenuti tutti attraverso utero in affitto - i piccoli sarebbero della coppia. Peccato che, ben lungi dal chiarire la situazione, quei 22 certificati siano finiti solamente con l'aggravarla. Quei documenti infatti attestano un'anomalia notevole: quella secondo cui i 22 neonati sarebbero nati in svariati Stati americani e in rapida successione. Un po' troppo anche per il più intenso desiderio di genitorialità che una coppia possa coltivare. Non è finita. LA VILLA DEI MISTERI Con una veloce indagine, si è scoperto come la "villa dei misteri" fosse registrata - coincidenza - quale la sede della Mark Surrogacy, cioè l'agenzia di surrogazione di maternità che, pensate un po', aveva organizzato la maggior parte delle nascite dei bambini ed era gestita da lei, Silvia Zhang, la donna che vi risiedeva con il marito. Entrambi ora respingono ogni accusa circa i presunti traffici di cui sono accusati. Ma oltre ai certificati di nascita assai singolari e alla non meno curiosa coincidenza tra la loro abitazione e un'agenzia attiva sul fronte dell'utero in affitto, ad inchiodare i due ci sono pure delle testimonianze. Si tratta dei resoconti - raccolti in un'inchiesta realizzata sul caso dal Wall Street Journal a firma di Katherine Long, Ben Foldy e Sara Randazzo - delle stesse mamme surrogate che la signora Zhang e il coniuge avevano contattato, per lo più reclutandole su Facebook. Sono donne che, se da un lato ammettono di aver messo al mondo dei figli su commissione per la coppia asiatica, dall'altro dichiarano di essere totalmente all'oscuro del fatto che i due facoltosi asiatici avessero decine di pargoli con loro. Una di queste donne, tale Vanity McGoveran - la quale, su commissione, ha partorito una bimba -, è uscita allo scoperto raccontando al quotidiano americano d'essere rimasta sconvolta, quando ha appreso che la signora Zhang, che a lei aveva detto di non poter avere figli, in realtà ne aveva 22. Ma quale necessità avevano Silvia Zhang e Guojun Xuan (ufficialmente imprenditori e responsabili d'una società immobiliare, la Yudao Management) di tutti quei bimbi? NONOSTANTE LO SCANDALO Il forte sospetto, visti anche i legami con la Cina, dove l'utero in affitto è illegale, è che i due smerciassero i loro presunti figli con dei loro connazionali. Lo riporta esplicitamente anche il Wall Street Journal, quando evidenzia che, anche se non è ancora chiarito «se la villa di Arcadia avesse legami diretti con la Cina» ora però «l'inchiesta sta sollevando allarme nel settore della maternità surrogata commerciale, un mercato in rapida crescita e multimiliardario che mette in contatto aspiranti genitori con donne disposte a dare alla luce figli per loro. Gli esperti di maternità surrogata temono che i legami della coppia con la Cina e l'elevato numero di figli avuti tramite maternità surrogata possano indurre a un controllo più rigoroso su quello che oggi è un settore scarsamente regolamentato». Chiaro? Nonostante lo scandalo clamoroso che si sta sollevando attorno a questo caso - di cui il Timone aveva dato notizia tra i primi in Italia ancora giorni fa, quando i primi dettagli sulla vicenda stavano trapelando - c'è ancora chi, anziché inorridirsi, si preoccupa che tutto ciò possa condurre a controlli più rigorosi per un settore che, negli Stati Uniti e non solo, risulta ancora «scarsamente regolamentato». Tutto questo però non deve stupire, dato che non fa che suffragare una realtà innegabile: l'utero in affitto - che solo un volgare tranello linguistico può portare a chiamare gestazione per altri (o, peggio ancora, gpa) - è e resta sempre, in ogni circostanza, una compravendita di bambini. Come Timone denunciamo tutto questo con forza da anni, come prova anche la copertina provocatoria d'un numero della nostra rivista che era uno speciale intitolato «pensateli comprati», raffigurante una madre con il suo bimbo dentro una confezione da supermercato. Tuttavia, come prova questo caso esploso al Los Angeles, siamo ancora ben lontani ad una presa di coscienza sulle implicazioni della maternità surrogata. Che non può essere mai accettabile e accettata, se non si vuol legittimare quello che è a tutti gli effetti un mercato di figli e un commercio di uteri. Tutto questo va quindi fermato e, se ancora avete dei dubbi, pensate alla villa della signora Zhang, se ci riuscite, senza rabbrividire.

    7 min
  4. Dalla Cina un robot utero artificiale per 14000 dollari

    09/23/2025

    Dalla Cina un robot utero artificiale per 14000 dollari

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8297 DALLA CINA UN ROBOT-UTERO ARTIFICIALE PER 14.000 DOLLARI di Francesca Romana Poleggi   Secondo un articolo del Telegraph, i ricercatori della Kaiwa Technology di Guangzhou, in Cina, stanno creando un utero artificiale in grado di far crescere e nutrire un bambino per tutti e nove i mesi della gravidanza impiantato in un robot. Il dottor Zhang Qifeng ha affermato che il progetto è già in una "fase matura": l'azienda prevede di iniziare a vendere un prototipo già dal prossimo anno a un prezzo di circa 14.000 dollari (molto meno di quello di una madre surrogata). L'umanoide sarà in grado di replicare l'intero processo, dal concepimento al parto, ma non è chiaro su come un feto verrebbe impiantato nell'utero artificiale. Una domanda sorge spontanea: e il bambino come crescerà all'interno di una macchina senza alcun rapporto umano con la madre? La madre non è solo nutrimento. La scienza ancora non è in grado di sviscerare e comprendere del tutto il misterioso legame complesso che si istaura tra la donna e suo figlio: il "cross talk" dei primi otto giorni dal concepimento pare sia determinante per la salute fisica e psichica non solo del bambino e anche dell'adolescente e dell'adulto poi.  Nei restanti 9 mesi, non solo il legame fisico di madre e figlio è fortissimamente misterioso, ma c'è senza dubbio un altrettanto insondabile legame psichico: che ne sarà di un figlio che nasce deprivato di tutto questo? Una cronaca medievale, quella di fra Salimbene da Parma (1221-1288), cronista dell'ordine dei francescani, racconta che Federico II di Svevia (1194-1250), per un esperimento, prese dei neonati e li rinchiuse in un'alta torre. Poi ordinò a delle balie di nutrire e pulire quotidianamente quei bambini; senza, tuttavia, parlare, cantare o avere nei loro confronti alcun gesto di affetto. Fra Salimbene ci dice che quei bambini (accuditi per quanto riguarda i bisogni biologici) morirono tutti. Stesso risultato (o simile) è stato ottenuto da altri "luminari" che hanno tentato esperimenti simili più recentemente, anche con le scimmie. Allora mi chiedo: se i bambini già nati muoiono per mancanza di rapporti umani con la madre, che ne sarà di quelli cresciuti nell'utero impiantato in un robot? C'è solo da sperare che l'esperimento cinese non sia così "maturo" come dice l'articolo di The Telegraph. E che non vedremo mai un bambino che nasce da una macchina. Ci sono buoni motivi per credere che sarà così. Altrimenti mi chiedo: Dio perdonerà anche questa

    4 min
  5. I figli non si ordinano su catalogo

    06/10/2025

    I figli non si ordinano su catalogo

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8172 I FIGLI NON SI ORDINANO SU CATALOGO di Fabio Piemonte   I figli non si comprano, né chi li custodisce nel suo grembo per nove mesi può mai avere un prezzo. Se ne è resa conto anche la Spagna, che ha recentemente sospeso ogni atto di registrazione di nuovi nati da utero in affitto all'estero. Grazie a una delibera del Ministero di Giustizia, infatti, nessuna sentenza emessa da Paesi esteri consentirà più di regolarizzare alcun contratto di maternità surrogata. Finora invece la strategia ideologica attuata dalle coppie è stata sempre la stessa: attivare la pratica di compravendita di un figlio e della dignità della partoriente fuori dal Paese, dato il divieto vigente in Spagna, preferibilmente con costi contenuti, per poi pretenderne il riconoscimento giuridico una volta rientrati col figlio in braccio, approfittando del vuoto normativo. LA NUOVA LEGGE SPAGNOLA Il testo approvato della nuova legge annulla dunque qualsiasi richiesta pregressa ancora in fase transitoria, impedendo nei consolati e nei registri civili la registrazione anagrafica dei minori da parte di genitori che ricorrano alla maternità surrogata all'estero. A tale norma si è giunti dopo che lo scorso 4 dicembre una sentenza della Corte Suprema ha definito il contratto che regolamenta l'atto di compravendita di figli all'estero «contrario all'ordine pubblico, degradante sia per la donna incinta che per il minore e lesivo dei principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico». Di qui la legge approvata consentirà ai minori nati da utero in affitto all'estero solo la possibilità di ottenere «l'accertamento biologico rispetto a uno dei genitori o l'adozione, quando si provi l'esistenza di un nucleo familiare con sufficienti garanzie». Questa notizia che arriva dalla Spagna conferma come l'Italia sia stata pionieristica e lungimirante nel rendere l'utero in affitto 'reato universale'. La legge iberica testimonia inoltre come anche in altri Paesi stia gradualmente maturando una nuova consapevolezza sulla disumanità di tale barbara pratica, che svende la dignità della donna e lede il superiore interesse del minore, come ribadisce la stessa “Convenzione Onu sui diritti del fanciullo”. LO STUDIO: INCALCOLABILI I DANNI SUI BAMBINI Gli studi più recenti di embriologia e di psicologia infantile dimostrano inoltre, in modo unanime, che la vita prenatale e i primi mesi dopo il parto costituiscano un periodo fondamentale per lo sviluppo psichico del bambino e per la sua vita adulta. Infatti «fin dalla nascita, il bambino è pronto a comunicare con chi lo circonda e la relazione che si instaura con la madre che lo ha messo al mondo è fondamentale, in primo luogo perché è la base per lo sviluppo di tutte le altre funzioni». Ecco perché un neonato strappato dalle braccia della madre, che lo ha custodito in grembo e partorito, per essere consegnato - alla stregua di un pacco - ai suoi committenti, «lo espone a un'associazione di morte legata a un'ansia di abbandono». Lo ha evidenziato il recente studio dal titolo Il grido segreto di un bambino (Lindau 2024, pp. 376), nel quale la psicologa e psicoterapeuta belga Anne Schaub-Thomas. Di qui tale figlio continuerà a chiedersi chi siano la sua mamma e il suo papà e perché sia stato abbandonato. «Se sono stato mollato è perché non valgo niente», tenderà a rispondersi. Di fatto egli è la principale vittima innocente della maternità surrogata e negli anni potrà manifestare sintomi di angoscia esistenziale, «diminuzione della propria autostima, proprio a causa della situazione di abbandono precoce da parte dei genitori», senso di colpa e vergogna silenziosa, atteggiamento proiettivo compulsivo, perdita di riferimenti etici, narcisismo e manipolazione, mancanza di radicamento nel corpo, indegnità esistenziale, volubilità emotiva e sessuale, disturbi dell'attaccamento, encopresi, fissazione sulla fase fusionale con la madre, disturbi psicosomatici, frammentazione dell'identità e stati psicotici, difficoltà a impegnarsi, intellettualizzazione; mutismo, estraneità nelle relazioni e nella vita e iperattività quali meccanismi di difesa. Alla luce di tali numerosi effetti devastanti sulla salute fisica e psicologica del figlio nato da utero in affitto, e in nome del vero best interest del minore e della tutela della dignità della donna che l'ha portato in grembo che non può essere oggetto di compravendita, è necessario ribadire il divieto assoluto di tale pratica, ovunque.

    6 min
  6. Sono figlia dell'utero in affitto e vi garantisco che è devastante

    10/31/2023

    Sono figlia dell'utero in affitto e vi garantisco che è devastante

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7589 SONO FIGLIA DELL'UTERO IN AFFITTO E VI GARANTISCO CHE E' DEVASTANTE Sentivo fin da piccola che c'era qualcosa che non andava, come il pezzo di un puzzle mancante, anche perché non c'erano foto della mia mamma incinta di Manuela Antonacci Ha 30.000 followers su Tik Tok, Olivia Maurel, ma non condivide contenuti leggeri o improbabili balletti. Olivia Maurel condivide la sua scoperta drammatica: quella di essere nata tramite maternità surrogata e le conseguenze importanti di questa condizione. La 31enne è venuta la mondo tramite utero in affitto, nello stato americano del Kentucky, ma vive a Cannes. Oggi è madre di tre figli e racconta sui social la ricerca della sua identità, le conseguenze quotidiane della maternità surrogata e la sua lotta contro la legalizzazione della pratica in Francia. In cuor suo, dice di aver sempre sentito sin dalla più tenera età che c'era qualcosa che non andava, come il pezzo di un puzzle mancante. Peraltro il comportamento eccessivamente riservato della madre con cui è cresciuta, il fatto che non ci fossero foto di lei incinta, ma solo foto di Maurel già nata, l'aveva decisamente insospettita. Così è iniziata una sua lunga ricerca, a partire dagli esami del Dna, che l'hanno infine portata a ritrovare la sua madre biologica. E proprio i risultati del test del DNA non hanno sorpreso Olivia Maurel che già aveva notato delle differenze a livello fisico con i genitori con i quali era cresciuta. «Assomiglio un po' a mio padre ma per niente a mia madre. Sono alta e bionda e mia madre è bassa e bruna». A conferma di ciò, i risultati del test del DNA effettuato lo scorso anno le hanno fornito la risposta definitiva: Maurel non aveva neanche un goccio di sangue francese, ma era per il 33% lituana e per il 33% norvegese. Eppure racconta che il suo shock non derivasse tanto dalla scoperta della sua madre biologica, quanto dall'essere cresciuta in una famiglia anaffettiva, in cui non si parlava affatto di emozioni e sentimenti: anche questo è stato un chiaro segnale, per lei, che qualcosa non andava. Dopo aver finalmente rintracciato la sua madre biologica ha potuto sottoporle una serie di domande che erano rimaste per troppo tempo in sospeso nella sua testa, causandole danni psicologici: «[Mia madre ndr] era felice di parlare con me ed è rimasta davvero sorpresa. Non pensava che mi avrebbe mai incontrato. Avevo bisogno di sapere alcune cose da lei: le risposte ai vuoti che erano in me da tutta una vita. Com'è andata la mia nascita? E perché mi ha tradita?» Ma Maurel voleva sapere anche cose banali, per ricostruire pezzi del puzzle della sua identità: «Cose stupide che erano così importanti per me perché non le condividevo con mia madre». Un esempio è il viola, il colore preferito di Maurel: «Non ho mai saputo perché amavo così tanto quel colore. E ora lo so perché, è anche il colore preferito della mia madre biologica». Inoltre ha scoperto che il disturbo bipolare di cui soffre è un'eredità della sua vera madre e questo non insignificante dettaglio, sottolinea, non avrebbe fermato l'agenzia che reclutava madri surrogate ad assumerla per tale ruolo. Maurel è ancora in contatto con la famiglia che l'ha cresciuta e con la sua famiglia biologica. Tuttavia, è convinta che la maternità surrogata sia una cosa negativa. La nascita dei suoi figli, che ora hanno due e cinque anni, l'ha resa ancora più determinata nella lotta contro questa terribile pratica. «Ero molto spaventata durante la gravidanza perché non conoscevo il 25% dei geni dei miei figli. Non sapevo quali problemi medici avrei potuto trasmettere loro». Ed è per questo che ora condivide la sua storia su TikTok. «Oggi, i media francesi, mostrano solo gli aspetti positivi della maternità surrogata. Io invece voglio dire alla gente quanto la maternità surrogata possa essere cattiva e parlare delle sue conseguenze sulla donna e sul bambino». Sebbene il presidente in carica Emmanuel Macron abbia definito la legalizzazione della maternità surrogata una "linea rossa" che non vuole oltrepassare, Maurel teme le elezioni, previste per il 2027. «Abbiamo già un ministro dei Trasporti che vuole legalizzare la pratica. Ma continuo a dirlo: avere figli non è un diritto».

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  7. Utero in affitto con la scusa del "miglior interesse" del bambino

    04/12/2023

    Utero in affitto con la scusa del "miglior interesse" del bambino

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7362 UTERO IN AFFITTO CON LA SCUSA DEL ''MIGLIORE INTERESSE'' DEL BAMBINO di Francesca Romana Poleggi Usare i bambini, non solo fisicamente, ma anche ideologicamente è una costante di questa società: del resto, se i bambini si possono uccidere (con l'aborto), è ovvio che si possa far loro "tutto" il resto. La cosa più squallida è che, nel loro "miglior interesse", si voglia far passare abuso e sfruttamento come strumenti di tutela. Un po' come quando hanno ucciso Charlie Gard, Alfie Evans (e gli altri) nel loro "best interest". Sul sito del CBC (The Center for Bioethics and Culture Network) è apparso il 27 marzo un articolo di Renate Klein, biologa e sociologa, femminista DOC, di sinistra, che critica in modo acceso uno di questi tentativi, ad opera della Hague Private International Law Conference (HCCH) (Conferenza dell'Aia sul diritto internazionale privato). L'ente sovranazionale è stato istituito nel 1983, e conta 91 membri paganti tra cui USA e UE, più una sessantina di "contraenti" non paganti. Ha già fatto danni nel 1980 con la "Convenzione dell'Aia sugli aspetti civili dell'infanzia internazionale" grazie alla quale si è levata la protesta delle cd. "Madri dell'Aia" (donne che in base a questa convenzione misogina devono restituire i figli ai mariti anche se vi è stata una violenza documentata da parte dell'uomo, e la donna è fuggita al sicuro con i figli in un altro paese). Dal 2015, "nell'interesse superiore del bambino", l'HCCH sta predisponendo una Convenzione sulla maternità surrogata e/o un Protocollo sulla genitorialità. Una prima relazione finale, discussa all'inizio di questo marzo, prospetta ipoteticamente tanti modi diversi per dare "sicurezza" e "identità" ai bambini. Ma la cosa che sembra più importante è, tuttavia, assicurarsi che la madre surrogata (e il suo partner, se ce n'è uno) scompaia e venga completamente oscurata dai "genitori committenti" - gli acquirenti di bambini. NEL MIGLIORE INTERESSE DEI BAMBINI Si vorrebbe la creazione di un documento chiamato "Parentage Order", che, nei paesi membri dell'HCCH, renderà genitori legali del bambino coloro che l'hanno comprato al mercato dell'utero in affitto. "Nel migliore interesse dei bambini". E sono in tanti che cercano di sdoganare il turpe mercimonio con la scusa della tutela dei piccoli: per esempio il CHIP (Child Identity Protection), o i Servizi Sociali Internazionali (ISS), una ONG con sede a Ginevra che si occupa dei bambini rifugiati, migranti e… nati da maternità surrogata. Nel marzo 2021, invece, un gruppo di oltre 100 "esperti" internazionali ha creato i "Principi di Verona: Principi per la tutela dei diritti del bambino nato attraverso la maternità surrogata". I Principi di Verona sono un po' come i Principi di Yogyakarta per le persone transgender: dice la Klein che entrambi sono stati scritti da una lobby potente e non sono mai stati ratificati dalle Nazioni Unite o da altri organismi internazionali, ma sono spesso considerati come se fossero norme internazionali. Ignorando il fatto che la maternità surrogata commerciale è legale solo in una piccolissima minoranza di paesi nel mondo, in nome della 'dignità umana', dei 'diritti fondamentali del bambino' ecc. spiegano come regolare l'utero in affitto. Le donne sono menzionate solo una volta, dove si dice che "la madre surrogata dovrebbe essere in grado di prendere decisioni indipendenti e informate libere da sfruttamento e coercizione". Il che - contratti di surrogacy alla mano - accade al massimo nel 2% dei casi di utero in affitto. Fin qui la Klein che, come femminista, vede - giustamente - questa subdola esigenza di tutela del "best interest" del bambino come un mezzo per perpetrare lo sfruttamento delle donne che si prestano a fare le madri surrogate. E ha pienamente ragione: la pratica dell'utero in affitto è sempre abusante nei confronti delle donne "incubatrici". Sia quando si tratta di donne povere costrette dal bisogno, sia quando si tratta di donne relativamente benestanti che lo fanno, sì per arrotondare il bilancio familiare, ma provano un sincero spirito di solidarietà nei confronti delle coppie sterili. Quindi, anche nei rari casi in cui la cd. "maternità solidale" (che vorrebbero anche qui da noi) fosse davvero gratuita (cioè senza un congruo rimborso spese) e dettata davvero solo dall'altruismo. È infatti dimostrato che i contratti che stipulano i compratori di bambini e/o le cliniche con le surrogate sono sempre contratti capestro che impongono oneri gravosissimi sulla malcapitata, che spesso non è adeguatamente informata e non se ne rende conto (dal pesante bombardamento ormonale che deve subire, alla dieta che deve seguire, all'attività fisica che deve fare, all'aborto obbligatorio se gli embrioni che attecchiscono sono troppi o malati). La surrogata diventa una specie di schiava dei committenti, controllata a volte h 24. E ciò non avviene solo nei paesi del terzo mondo, ma anche nella "civilissima"(sic!) America del Nord. NEL MIGLIORE INTERESSE DELLE DONNE Non solo: le testimonianze che si raccolgono ormai dappertutto (basti vedere lo stesso sito della CBC di cui sopra) dimostrano che della salute delle portatrici non importa niente a nessuno: muoiono nell'indifferenza generale (ma non se ne parla mai, ovviamente); oppure sono costrette a curarsi da sé per problemi fisici o psichici, anche gravi, in quanto le gravidanze surrogate sono molto più rischiose delle gravidanze naturali. Certamente anche a noi sta a cuore la tutela dei diritti e della salute delle donne. I bambini, però, sono le prime e principali vittime di questo ignobile mercimonio. Come accade in ogni ciclo di fecondazione artificiale - che è presupposto necessario all'utero in affitto - per ogni bambino in braccio ce ne sono 8 o 9 morti o scartati e un numero imprecisato surgelato a tempo indefinito; come per la fecondazione artificiale il rischio di nascere con "birth defects", tumori o malattie rare è molto più alto che nelle gravidanze naturali. Con l'utero in affitto, visto che i gameti del piccolo non hanno niente a che fare con la madre che lo tiene in grembo, questi rischi si moltiplicano ulteriormente. Ad essi si aggiunge il trauma vissuto già in utero per via del cortisolo che la madre produce perché " non deve affezionarsi al figlio che ha dentro". In più - se scampa a un eventuale aborto selettivo - il bambino subisce l'enorme trauma della separazione dal corpo che l'ha cullato: non sentirà più quell'odore, quel sapore e quella voce. E se alla fine la "merce" presenta qualche difetto, i compratori hanno il diritto di non ritirarla. La madre surrogata difficilmente può permettersi di allevarlo e nella migliore delle ipotesi finisce in qualche istituto caritatevole. Se invece il piccolo soddisfa i compratori, se lo portano a casa come bene su cui vantano un diritto. Il "miglior interesse" del bambino è crescere con un padre e una madre che l'hanno generato, o con due padroni che l'hanno acquistato, magari violando la legge vigente nel Paese in cui risiedono? E allora come si fa, per quei poveri bambini che restano apolidi, o senza documenti regolari? I servizi sociali sono tanto svelti a togliere i figli a genitori che si sospetta vagamente siano poco degni. Li tolgano a questi che hanno ottenuto il bambino con una pratica sicuramente indegna: la fila delle coppie che hanno superato i controlli e i test necessari per poter adottare è lunga. Costoro vengono selezionati non in base al loro desiderio di avere un figlio, ma in base alla loro capacità e disponibilità di dare al bambino l'amore di un padre e di una madre.

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Quando il tecnico di laboratorio si sostituisce all'atto di amore tra un uomo e una donna non può che derivarne abominio e disperazione