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La chiamano "dolce morte", ma in realtà è l'uccisione di innocenti

  1. 5d ago

    La deriva del Belgio: un decesso su 25 è per eutanasia

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8700 LA DERIVA DEL BELGIO: UN DECESSO SU 25 E' PER EUTANASIA   In Belgio quattro decessi su cento sono ormai causati dall'eutanasia. Lo certifica il dodicesimo rapporto biennale della Commissione federale di controllo e valutazione dell'eutanasia, che copre gli anni 2024 e 2025 ed è stato presentato all'inizio di ottobre. Nel 2025 i casi registrati sono stati 4.487, contro i 3.991 del 2024: un aumento del 12,4% in un solo anno. Il dato del 4% era già emerso a marzo, con la pubblicazione delle cifre annuali, ma il rapporto è ora più dettagliato, e drammatico. Nel 2020 le morti per eutanasia furono 2.445, pari all'1,9% dei decessi: in cinque anni, quindi, la quota è più che raddoppiata. Dal 2002, anno della legalizzazione di questa pratica, i casi dichiarati sono oltre 42.000: nel 2003, primo anno intero di applicazione della legge, erano stati "solo" 235. Il dato più significativo riguarda chi non era in fin di vita. Nel 2025, infatti, sono stati 1.117 i pazienti per i quali la morte naturale non era attesa a breve termine, cioè nei mesi successivi: una quota salita dal 10% del 2010 al 25% del 2025. In questo gruppo prevale la cosiddetta polipatologia, la combinazione di più malattie croniche, che riguarda il 57% dei casi. Nell'ultimo biennio, inoltre, la "stanchezza di vivere" compare nei documenti di 532 pazienti, anche se la Commissione precisa - come se questo potesse essere una giustificazione - che la domanda può essere accolta solo se questa "stanchezza" deriva da una polipatologia. Crescono anche le eutanasie legate alla demenza: 77 nel 2025, contro 56 nel 2024 e 23 nel 2020. Ma i dati più scandalosi sono altri: degli oltre 130 casi psichiatrici del biennio, 11 pazienti avevano meno di 25 anni, e tra gli under 40 che sono morti per eutanasia compaiono anche persone con disturbi dello spettro autistico. In più, quasi che questo tragico bollettino non bastasse, lo stesso report ricorda che nel biennio in questione sono stati uccisi con l'eutanasia anche due bambini, uno per anno, più altri 15 adulti incoscienti sulla base di una dichiarazione anticipata. La Commissione ha poi individuato 13 casi di eutanasia di coppia, ma ha specificato che, siccome i medici non sono tenuti a segnalarli, i casi reali "di coppia" potrebbero essere di più. Una deriva, quella del Belgio, che sembra ormai senza più freni, tanto che il perimetro di applicazione dell'eutanasia potrebbe allargarsi ancora. L'accordo di governo federale 2025-2029 prevede infatti di studiare l'estensione della dichiarazione anticipata anche per le persone con demenza non più in grado di dare il consenso ma che lo abbiano espresso in precedenza. La Commissione chiede inoltre che i farmaci usati per l'eutanasia siano interamente rimborsati e più disponibili a domicilio: oggi, tanto per fare un macabro esempio, una confezione di tiopental costa al paziente 243,40 euro. Il Belgio, intanto, accoglie anche pazienti dall'estero: 120 nel 2024 e 123 nel 2025, in gran parte residenti in Francia ma alcuni anche in Italia. Per Alisdair Hungerford-Morgan, amministratore delegato dell'associazione britannica Right To Life UK, è «profondamente allarmante» che in cinque anni la quota di decessi per eutanasia sia più che raddoppiata. E ha aggiunto: «Le persone che soffrono di condizioni di salute mentale o fisica meritano protezione e le migliori cure possibili, non un percorso verso la morte». Numeri che dovrebbero suonare come un monito anche per l'Italia, dove in questi mesi si discute di leggi regionali e di un disegno di legge parlamentare sul suicidio medicalmente assistito. L'esperienza del Belgio - come quella del Canada e dei Paesi Bassi - dimostra infatti che, una volta aperta anche solo una piccola porta, i paletti iniziali cedono uno dopo l'altro: dai malati terminali si passa a chi non lo è, poi ai pazienti psichiatrici, ai minori, alle persone con demenza. E bastano pochi anni. È una lezione che la politica italiana, centrodestra compreso, non può permettersi di ignorare: ogni norma sul fine vita, per quanto presentata come un fantomatico "male minore", rischia di essere solo il primo passo di una deriva che altrove è già realtà.

    La deriva del Belgio: un decesso su 25 è per eutanasia
  2. Oct 20

    Morte cerebrale: siamo sicuri che sia davvero morte?

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8696 MORTE CEREBRALE: SIAMO SICURI CHE SIA DAVVERO MORTE? di Cinzia Notaro   Un libro del dott. Alfredo De Matteo studioso italiano che si occupa di bioetica, psicologia clinica e antropologia filosofica, con particolare interesse per le questioni riguardanti la tutela della vita umana. Dottore in psicologia clinica, ha svolto attività di divulgazione e ricerca sui temi della morte cerebrale, dei trapianti d'organo, dell'eutanasia e dell'etica medica. Ha collaborato con diverse riviste di approfondimento culturale e bioetico ed è stato membro del Comitato della Marcia per la Vita dal 2011 al 2019. Il tema della morte cerebrale rappresenta uno dei più complessi e controversi dibattiti della medicina contemporanea, perché coinvolge non soltanto l'ambito clinico, ma anche questioni di carattere etico, filosofico, giuridico e antropologico. A partire dagli anni Sessanta, con lo sviluppo delle tecniche di rianimazione e dei primi grandi progressi nel campo dei trapianti d'organo, la medicina si è trovata davanti alla necessità di definire nuovi criteri per stabilire il momento della morte. Nel 1968 il rapporto del comitato della Harvard Medical School introdusse il criterio neurologico della morte cerebrale, modificando il tradizionale riferimento alla cessazione delle funzioni cardiache e respiratorie e aprendo un ampio dibattito internazionale sulle implicazioni di questa definizione. L'autore affronta questo tema attraverso una prospettiva interdisciplinare, mettendo in relazione la storia della medicina dei trapianti, le questioni scientifiche legate alla definizione di morte, le riflessioni filosofiche sul significato della persona umana e gli aspetti giuridici che regolano l'accertamento della morte e la donazione degli organi. Propone altresì, una lettura critica del concetto di morte cerebrale, interrogandosi sul rapporto tra attività cerebrale, vita biologica e identità della persona. La sua analisi si inserisce nel più ampio dibattito della bioetica contemporanea, dove si confrontano diverse concezioni dell'essere umano: da una parte una visione che attribuisce al cervello il ruolo fondamentale nell'identità personale, dall'altra una prospettiva che considera la persona come un'unità complessa di corpo, vita e dimensione spirituale. Approfondisce anche le conseguenze etiche e giuridiche del criterio della morte cerebrale, ponendo domande sul rapporto tra tutela della vita, consenso alla donazione degli organi, responsabilità medica e scelte di fine vita. Questi interrogativi rendono il tema particolarmente rilevante non solo per il mondo sanitario, ma per l'intera società. Dott. De Matteo, qual è stata la motivazione principale che l'ha spinta a scrivere L'inganno della morte cerebrale? C'è stato un episodio, uno studio o un'esperienza che ha dato origine a questa ricerca? La domanda da cui è nato questo libro è molto semplice: quando muore davvero un uomo? Si discute di trapianti, di eutanasia, di consenso informato, di fine vita, ma raramente ci si interroga sul presupposto da cui tutto dipende: che cos'è la morte e chi è l'uomo? La mia ricerca non è nata da un episodio particolare, bensì dalla progressiva consapevolezza che il concetto di morte è stato profondamente modificato negli ultimi decenni. Mi sono reso conto che quella che viene comunemente presentata come una conquista della medicina è, in realtà, una ridefinizione del concetto stesso di morte. Si tratta di un salto concettuale enorme, perché non riguarda soltanto la pratica clinica, ma il modo in cui una civiltà concepisce la persona umana. Pertanto, ho iniziato a studiare la storia della morte cerebrale, le sue origini, le argomentazioni scientifiche, le implicazioni filosofiche e giuridiche. Più approfondivo la questione, più mi convincevo che non ci trovavamo di fronte a un semplice problema medico, ma a una delle più importanti rivoluzioni antropologiche del nostro tempo. Questo libro nasce dall'esigenza di riportare il dibattito al suo punto di partenza. Prima di parlare di "donazione degli organi", dobbiamo rispondere a una domanda molto più radicale: la persona dalla quale quell'organo viene prelevato è davvero morta? Nel libro sostiene che la morte cerebrale non coincida con la morte della persona. Quali sono le principali evidenze scientifiche, cliniche e filosofiche che la portano a questa conclusione? La questione non può essere affrontata limitandosi al piano clinico, perché il concetto stesso di morte non appartiene esclusivamente alla medicina. La medicina può descrivere ciò che accade a un organismo, ma non può decidere, da sola, quando una persona debba essere considerata morta. Questa è inevitabilmente anche una questione filosofica, antropologica e giuridica. Nel libro mostro come il criterio neurologico della morte non sia nato da una nuova scoperta scientifica, ma da una ridefinizione del concetto di morte. È un passaggio decisivo. Per secoli la morte è stata riconosciuta attraverso la cessazione irreversibile dell'unità dell'organismo. Con la morte cerebrale, invece, si identifica la morte della persona con la perdita irreversibile delle funzioni encefaliche, nonostante il corpo continui a manifestare numerose attività proprie di un organismo vivente. Ed è proprio questo il punto. Se un organismo mantiene la circolazione, il metabolismo, la risposta immunitaria, la capacità di cicatrizzare le ferite e, in alcuni casi documentati, perfino quella di portare a termine una gravidanza, è legittimo chiedersi se ci troviamo realmente di fronte a un cadavere oppure a un essere umano che necessita di cure e assistenza, quindi ancora biologicamente vivo. Nel libro non mi limito a porre questa domanda: analizzo la letteratura scientifica, la riflessione filosofica e le implicazioni giuridiche che ne derivano. Alla fine, il lettore comprenderà che la questione non è semplicemente quando il cervello smette di funzionare, ma una domanda molto più radicale: l'uomo coincide davvero con il suo cervello? La maggior parte delle società scientifiche considera la morte cerebrale un criterio valido di morte. Come interpreta questo consenso e quali ritiene siano le criticità del dibattito scientifico attuale? Si parla spesso di un consenso scientifico sulla morte cerebrale come se si trattasse di una realtà univoca e universalmente definita. In realtà, basta confrontare i protocolli di accertamento della morte cerebrale adottati nei diversi Paesi per accorgersi che non esiste un accordo neppure sui criteri fondamentali per dichiarare morto un paziente. La comunità scientifica, infatti, non ha mai raggiunto una posizione uniforme su una questione decisiva: quali funzioni cerebrali debbano cessare perché una persona possa essere dichiarata morta. Alcuni ordinamenti richiedono la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'intero encefalo, mentre altri attribuiscono rilievo prevalentemente al tronco encefalico. Se il criterio di morte fosse un dato puramente scientifico, ci si aspetterebbe una sostanziale uniformità. Questa uniformità, invece, non esiste. A ciò si aggiunge un secondo problema: i test clinici oggi disponibili non sono in grado di dimostrare la cessazione definitiva e irreversibile di tutte le funzioni cerebrali. Essi consentono di accertare l'assenza temporanea di alcune funzioni neurologiche, ma non possono verificare in modo assoluto che ogni attività dell'encefalo sia definitivamente cessata. Anche sotto questo profilo permane un margine di incertezza che difficilmente si concilia con una definizione di morte presentata come scientificamente indiscutibile. Per questo motivo il dibattito non si è mai realmente concluso. Autorevoli medici, neurologi, filosofi, giuristi e bioeticisti continuano a interrogarsi sulla validità del criterio neurologico e sulle sue implicazioni antropologiche e giuridiche. Il consenso può descrivere ciò che molti ritengono vero, ma non può trasformare una definizione convenzionale in un fatto biologico. Lei dedica ampio spazio alla questione dei trapianti d'organo. Se il criterio della morte cerebrale fosse superato, quali alternative eticamente e giuridicamente sostenibili proporrebbe per continuare a promuovere la donazione degli organi? Ritengo che la questione debba essere affrontata partendo da un principio fondamentale: la definizione della morte non può essere costruita in funzione delle esigenze della pratica dei trapianti. Al contrario, è la pratica dei trapianti che deve adattarsi alla verità sulla morte. L'obiettivo del libro è quello di verificare se il criterio della morte cerebrale descriva realmente la morte della persona. Se questa premessa dovesse risultare infondata, sarebbe inevitabile ripensare completamente anche l'attuale sistema dei trapianti. Quando è in gioco la vita di una persona, il criterio etico fondamentale deve essere uno solo: nessun organo può essere prelevato finché non vi sia la certezza della morte del donatore. Ogni altro interesse, per quanto nobile, deve rimanere subordinato a questo principio. Nel sottotitolo del libro compare anche il tema dell'eutanasia. Qual è il legame che vede tra la ridefinizione del concetto di morte, la pratica dei trapianti e il dibattito sull'eutanasia? A prima vista possono sembrare questioni completamente diverse. In realtà, a mio giudizio, sono espressione di una medesima trasformazione antropologica. Nella tradizione filosofica classica la persona non è mai stata definita a partire dalle sue prestazioni, ma dal suo statuto ontologico. La dignità dell'essere umano era riconosciuta come intrinseca, cioè appartenen

    Morte cerebrale: siamo sicuri che sia davvero morte?
  3. Jul 21

    Come si addestrano i medici a praticare l'eutanasia

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8592 COME SI ADDESTRANO I MEDICI A PRATICARE L'EUTANASIA di Giuliano Guzzo   Il suicidio assistito sta progressivamente tornando al centro del dibattito politico italiano. Il Parlamento è tornato ad occuparsene - anche se il testo in discussione è stato per il momento rispedito in commissione -, mentre in Emilia Romagna la maggioranza ha deciso di tornare su questo tema, con i gruppi consiliari di Pd, Avs, M5S e Civici che hanno depositato un nuovo pdl - intitolato Modalità organizzative per l'attuazione delle sentenze della Corte costituzionale 242/2019 e 135/2024 in materia di suicidio medicalmente assistito - per disciplinare la morte on demand. Ieri Papa Leone XIV ha tenuto un formidabile discorso al Parlamento spagnolo ribadendo la centralità della tutela della vita umana «dal concepimento fino al naturale tramonto», ma c'è da escludere che il discorso del pontefice, purtroppo, possa portare a chissà quali ravvedimenti i tifosi nostrani della "dolce morte". Ed è un peccato, anche perché le ombre su questa pratica sono numerose, come prova - su tutti - l'esempio del Canada, che ha riconosciuto la morte assistita solo dieci anni fa e che ne è diventato, nel giro di poco, patria internazionale - con tutto ciò che di inquietante ciò comporta. Parlano chiaramente i dati - dai 1.018 casi del 2016 si è balzati ai 16.499 del 2024, con un'impennata di morti superiore al 1500% -, i casi inquietanti emersi pubblicamente sui media - come quello di un prete cattolico ricoverato per una frattura all'anca cui la morte è stata proposta ben due volte -, ma parla anche la strana condotta dei medici che somministrano la morte e che, a quanto pare, non intendono raccontare a nessuno esattamente come lavorano. Esagerazioni? Niente affatto: cronaca, semplice cronaca. A riferire questa notizia è Alex Schadenberg, 57 anni, attivista nato a Woodstock, Ontario, e grande conoscitore di questi temi in quanto direttore esecutivo dell'Epc, acronimo che sta per Euthanasia prevention coalition. In breve, Schadenberg ha raccontato che la Canadian Association of MAiD Assessors and Providers (Camap) ha rifiutato di condividere con la competente Commissione parlamentare il proprio programma di addestramento al personale medico per praticare la morte assistita. Un fatto assai grave, se si considera che la Camap non è indipendente ma riceve dal governo federale la bellezza di 3 milioni di dollari all'anno proprio per sviluppare il suo programma di preparazione alla "dolce morte". Tutto ciò appare ancor più sconvolgente visto che la citata Commissione sta ragionando su come autorizzare l'eutanasia sulla base della sola malattia mentale a partire dal marzo 2027. Ma niente, la Camap ha bocche cucite. E in una email quasi piccata ha fatto presente che lo scopo del proprio programma «non è la promozione o l'educazione del pubblico; piuttosto, esiste per supportare gli operatori sanitari nella comprensione e nell'applicazione del quadro legislativo e clinico esistente nella loro pratica». Peccato che una Commissione parlamentare non sia esattamente un gruppo estraneo o di impiccioni, ma una istituzione democratica. Come mai allora si vuole nascondere come si formano i medici pro "dolce morte"? Secondo quanto riporta ancora Schadenberg in seno all'associazione si consumano da tempo accesi scontri, con più voci levatesi contro i moduli e i protocolli criticati per non tenere conto di quei profili vulnerabilità - come la mancanza di fissa dimore o la solitudine - che possono spingere qualcuno a chiedere la morte assistita; pare perfino che si formino gli operatori sanitari a considerare non solo difficile, ma pressoché invivibile l'esistenza delle persone con disabilità. Insomma, quella della quale non si vuol condividere il modus operandi sarebbe una vera e propria scuola di morte insensibile, come se non bastasse, alle difficoltà sociali che possono spingere la gente a chiedere di morire. Quel che è peggio è che quest'insensibilità ormai si sta radicando nella globalità della popolazione canadese. Non si spiegherebbe, altrimenti, come sia stato possibile che già nel 2023 un sondaggio di Research Co. abbia rilevato che il 28% dei canadesi sia d'accordo per il suicidio assistito per le persone senza dimora in salute e il 27% sia favorevole per offrirlo a quanti versano in condizioni di estrema povertà. No, i canadesi non sono impazziti e, molto probabilmente, non lo sono neppure i membri della Canadian Association of MAiD Assessors and Providers. Semplicemente, una volta che passa l'idea che esistano vite indegne di essere vissute, quest'idea tende a dilatarsi: in un tragico inveramento di quello che i bioeticisti chiamano «pendio scivoloso», si inizia con alcuni casi limite e si finisce con innumerevoli casi, senza più limiti. In effetti, l'impennata di morti assistite - + 1500%, repetita iuvant, in appena otto anni - racconta esattamente questa storia.

    Come si addestrano i medici a praticare l'eutanasia
  4. Jun 2

    Offerta l'eutanasia a un sacerdote ricoverato per frattura all'anca

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8563 OFFERTA L'EUTANASIA A UN SACERDOTE RICOVERATO PER FRATTURA ALL'ANCA di Giuliano Guzzo   «Sono rimasto molto scioccato». Sono le parole con cui padre Larry Holland, 79 anni, un sacerdote di Vancouver, ha ricordato un'esperienza che, in effetti, molto difficilmente avrebbe potuto lasciarlo indifferente. All'anziano prete cattolico, infatti, in un ricovero che lo ha visto come paziente a seguito di una frattura riportata all'anca in seguito a una caduta in bagno il giorno di Natale, è stata proposta... l'eutanasia. Proprio così: e per ben due volte. Lo ha raccontato lui stesso, in una intervista rilasciata al BC Catholic. La duplice offerta è stata fatta da due operatori sanitari diversi. Già questo è sconvolgente, se si pensa che Holland, come si diceva, era ricoverato per una frattura e non per qualche male incurabile. Ma colpisce ancor di più - e ha colpito, ovviamente, lo stesso sacerdote - il fatto che la proposta di morte assistita (MaiD) sia stata avanzata dal personale del Vancouver General Hospital, l'ospedale che lo aveva in cura, nonostante esso sapesse di avere a che fare con un prete. LA PROPOSTA DI MORTE Figurarsi, viene da commentare, con quale insistenza la «dolce morte» sarebbe stata proposta se il paziente fosse stato un altro... Ma torniamo alla proposta di morte. Quando l'ha ascoltata, padre Holland ha replicato che non stava morendo né allora né adesso e che il riferimento del medico all'eutanasia lo aveva lasciato «per un attimo senza parole». Non contento, secondo il racconto del sacerdote, il medico ha allora poi riproposto l'argomento, dicendo che è «qualcosa di cui bisogna discutere con chi ha ricevuto una diagnosi terminale». Che però è cosa che non riguardava (e fortunatamente non riguarda) il sacerdote di Vancouver, il quale ha voluto ribadire una cosa che dovrebbe essere ovvia. Padre Holland, secondo il suo racconto, ha infatti replicato ancora al medico di essere moralmente contrario all'eutanasia. A quel punto, il medico ha spiegato - ricorda ancora il sacerdote - che «voleva solo essere sicuro che, nel caso in cui mi fosse stata diagnosticata una malattia terminale o meno... fossi a conoscenza dei diversi servizi a cui avrei potuto accedere». Tutto questo, meglio sottolinearlo, avviene in un Paese, il Canada, dove da anni c'è un cardinale coraggioso come Frank Leo che si batte con la vita anche osteggiando le nuove derive eutanasiche in Parlamento. D'accordo, ma a quelli che invece non sono cattolici? La morte viene loro offerta - e magari viene pure accettata - solo a seguito di fratture? Purtroppo la domanda non è così surreale, anzi. In effetti, c'è poco da stare tranquilli in un Paese dove la morte assistita, più che concessa, viene ormai apertamente proposta. Si prenda, per esempio, quanto avvenuto a Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo. Ebbene, nel 2018 l'uomo si era trovato dinnanzi ad un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno - e che non poteva permettersi - oppure l'eutanasia. Foley decise di denunciare l'ospedale e il governo dell'Ontario, producendo pure due audio (uno del 2017, l'altro del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita. Caso isolato? Non esattamente. L'ATLETA PARALIMPICA CHRISTINE GAUTHIER Per maggiori informazioni chiedere all'atleta paralimpica Christine Gauthier, la quale qualche anno fa aveva osato protestare per i ritardi nell'installazione in casa sua d'un montascale; risultato: si è sentita proporre la morte assistita. Lo scorso dicembre era poi emersa anche sui media italiani l'assurda vicenda di Jolene Van Alstine, 37 anni, residente nella provincia canadese del Saskatchewan. La donna soffre da otto anni di iperparatiroidismo primario normocalcemico, una malattia paratiroidea molto rara ma curabile. Il punto è che nel Saskatchewan pare non ci siano chirurghi in grado di eseguire l'operazione di cui ha bisogno, motivo per cui la donna si è imbarcata in una eterna lista d'attesa a fronte della quale, disperata, ha provato a chiedere il suicidio assistito: e la sua richiesta era incredibilmente accettata. Forse perché nel Canada diventato la patria della morte on demand non è raro crepare in attesa di cure. Secondo il think tank canadese SecondStreet.org, infatti, solo tra aprile 2024 e marzo 2025 sono deceduti quasi 24.000 pazienti - 23.746, il numero esatto - che erano nelle liste d'attesa per le cure. Tornando alla vicenda di padre Larry Holland, va specificato come essa, benché incredibile, non rappresenti un caso così isolato. Altri pazienti nelle sue stesse condizioni hanno ricevuto la proposta di morire e, probabilmente, l'hanno accettata. Altrimenti non spiegherebbe come mai, a pagina 11 di un rapporto della Commissione sul fine vita del Québec con cui erano stati esaminati i casi di persone che, tra il 1°aprile 2018 e il 31 marzo 2019, hanno avuto accesso all'aide médicale à mourir, si parlava di almeno «tre casi» nei quali «la diagnosi della persona era una frattura dell'anca». Dunque il racconto del sacerdote di Vancouver va preso tremendamente sul serio. E andrebbe preso sul serio soprattutto dai quei parlamentari e politici che, anche in Italia, ancora si ostinano a considerare la morte assistita un fato privato e di libertà individuale, quando invece l'esperienza insegna che essa, una volta legalizzata, innesca processi infernali, che finiscono con il colpevolizzare i pazienti. È davvero a questo che vogliamo arrivare, a proporre - e più volte - la morte a chi semplicemente osa farsi ricoverare?

    Offerta l'eutanasia a un sacerdote ricoverato per frattura all'anca
  5. Apr 14

    Va in ospedale per un mal di schiena... le offrono l'eutanasiai

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8507 VA IN OSPEDALE PER UN MAL DI SCHIENA... LE OFFRONO L'EUTANASIA di Manuela Antonacci   Va in ospedale per un mal di schiena e, anziché ricevere cure, le viene proposta l'eutanasia. E' quanto accaduto ad una donna canadese che dopo essere corsa al pronto soccorso per essersi svegliata con delle fitte alla schiena, si è sentita proporre l'eutanasia, prima ancora di aver effettuato un esame. Miriam Lancaster, 84 anni, di Vancouver, è la protagonista di questa assurda vicenda avvenuta nell'aprile del 2025. Secondo il medico che le ha proposto il Maid (l'assistenza medica per morire) la signora avrebbe potuto scegliere come alternativa alle doverose cure che la struttura ospedaliera a cui si era rivolta, il Vancouver General Hospital (VGH), le doveva, la possibilità di farla finita, prima ancora di sapere quale fosse la causa del suo dolore fisico. In realtà la causa dell'infortunio era piuttosto banale: la donna aveva semplicemente un bacino fratturato a causa dell'osteoporosi. Dopo essere rimasta per una settimana in quell'ospedale, sarebbe stata poi trasferita in un'altra struttura, dove è poi guarita nel giro di un mese. La cosa più agghiacciante, oltre al fatto in sé, è che, come testimonia la figlia Weaver presente al momento dell'accaduto, il medico avrebbe cercato in qualche modo di convincere la paziente ad optare per una decisione così estrema: «Il Maid è un'opzione che porrebbe fine al dolore per sempre» le sarebbe stato detto. Ovviamente Weaver si chiede cosa sarebbe potuto succedere se lei non fosse stata accanto a sua madre in quel momento e se la donna fosse stata affetta da una patologia ben più grave o se fosse stata depressa e quindi estremamente condizionabile. Il problema è che in Canada simili episodi sono diventati frequentissimi. Pensiamo a quanto accaduto a Roger Foley, affetto da atassia cerebellare, un serio disturbo neurovegetativo. Nel 2018 l'uomo si era trovato di fronte a due tragiche alternative: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno - e che non poteva permettersi - oppure come unica, assurda alternativa, accettare l'eutanasia. Foley, fortunatamente, decise di non farsi sopraffare ma, al contrario, di prendere in mano la situazione e di denunciare l'ospedale e il governo dell'Ontario, realizzando due registrazioni (una del 2017, l'altra del 2018) nelle quali il personale ospedaliero, incredibilmente, cercava con insistenza di spingerlo a farla finita. E non si pensi che si tratti di casi isolati. Pensiamo anche all'atleta paralimpica Christine Gauthier, la quale qualche anno fa aveva osato protestare per i ritardi nell'installazione in casa sua d'un montascale; risultato: si è sentita proporre la morte assistita. Ce ne sono tante di situazioni e di esempi concreti che dimostrano come la teoria della pallina sul piano inclinato è veritiera. Parliamo cioè della metafora che descrive l'inarrestabile scivolamento verso derive eticamente inaccettabili, partendo da piccole concessioni iniziali apparentemente innocue o da casi estremi. E tutto ciò è provato anche da quanto contenuto in un documento officiale canadese, ovvero il rapporto della Commissione sul fine vita in Quebec. Per la precisione, a pag 11 sono stati esaminati i casi di persone che, tra il 1°aprile 2018 e il 31 marzo 2019, hanno avuto accesso all'aide médicale à mourir, si parlava di almeno «tre casi» in nei quali «la diagnosi della persona era una frattura dell'anca». Quindi perché non proporre l'eutanasia a chi ha anche un semplice mal di schiena? Tutto questo potrebbe arrivare, anche presto, da noi. Esempi così gravi dovrebbero almeno in teoria, incidere sul dibattito italiano e portare chi spinge per la morte assistita a riflettere sugli scenari agghiaccianti che si aprirebbero una volta tolti tutti i paletti che tengono ben ferma e salda la concezione della sacralità della vita.

    Va in ospedale per un mal di schiena... le offrono l'eutanasiai
  6. Mar 31

    Il suicidio assistito degli uomini e delle nazioni

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8493 IL SUICIDIO ASSISTITO DEGLI UOMINI E DELLE NAZIONI di Roberto de Mattei   La cultura di morte contemporanea ha le sue ultime espressioni nell'eutanasia e nel cosiddetto "suicidio assistito", di cui oggi si discute in diversi paesi europei. Il percorso di legalizzazione dell'omicidio/suicidio, iniziato circa 50 anni fa con l'introduzione dell'aborto nelle legislazioni occidentali, giunge ora al suo logico compimento. Il suicidio, che è l'atto, volontario e deliberato, con cui un uomo si dà la morte, è più grave dell'omicidio perché, a differenza di questo non lascia la possibilità di pentimento. Certo, ci sono delle eccezioni possibili. Il santo curato d'Ars rassicurò la moglie di un suicida, dicendole che tra il ponte da cui si era buttato e l'acqua in cui era annegato, aveva avuto la possibilità di pentirsi. Non si può escludere la possibilità che nei suoi ultimi attimi di vita, un suicida, in seguito ad un'illuminazione divina, si possa pentire del suo gesto. Per questo il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica dice che «non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte» (n. 2283). Ma si tratta appunto di eccezioni. La morale non si applica alle eccezioni, ma alla natura dell'atto umano in quanto tale. Secondo la morale cattolica, il suicidio diretto, voluto e cosciente, è un atto intrinsecamente cattivo, moralmente ingiustificabile. San Tommaso d'Aquino nella Summa Theologiae (II-II, q. 64, a. 5) lo spiega esponendo tre ragioni. In primo luogo, ogni essere tende naturalmente a conservarsi in vita. Togliersi la vita va contro questa inclinazione fondamentale ed è un atto contro la legge naturale. In secondo luogo, uccidersi significa nuocere anche agli altri, perché ogni persona vive non solo per sé, ma per la società di cui fa parte. In terzo luogo, la vita è un dono di Dio. Il suicidio equivale a usurpare un diritto che spetta solo al Creatore. Il teologo passionista Enrico Zoffoli (1915-1996) scrive giustamente: «Il suicida nega in sé l'essere, ripudia la vita, infligge un "vulnus" nel tessuto più profondo del reale, commette la più imperdonabile delle ingiustizie in quanto ritiene non-buono l'essere, al punto di rifiutarlo, evadere dal suo dominio. Col suo gesto il suicida precipita nel peggiore degli assurdi: per esso, l'essere arriva a contraddirsi negando sé stesso» (Principi di Filosofia, Edizioni Fonti Vive, 1988, p. 664).  UN PECCATO GRAVISSIMO Per questo sant'Alfonso Maria de' Liguori qualifica il suicidio come un peccato gravissimo, che a buon diritto può essere annoverato tra quelli che gridano vendetta al cospetto di Dio («Suicidium est peccatum gravissimum, et merito inter peccata vindictam a Deo clamantia annumerari potest», in Theologia Moralis, Lib. III, Tract. IV, cap. II, n. 4) Se la mente è obnubilata, se ci si toglie la vita in un momento di alterazione psichica, la responsabilità è attenuata, ma questo non è il caso del suicidio assistito, che è un suicidio premeditato e organizzato, con piena avvertenza e deliberato consenso. E quest'atto, nella sua natura, è una sfida diretta a Dio, Signore supremo dell'universo, dal momento che il suicidio, come ricorda il padre Viktor Cathrein (1845-1931), è atto di dominio, anzi uno dei supremi atti di dominio (Philosophia moralis, Herder 1959, p. 344). Il Codice penale italiano non considera reato il suicidio in sé, né quando viene tentato, né, evidentemente, quando viene portato a compimento. È invece punito chi istiga qualcuno a togliersi la vita, ne rafforza il proposito o ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione, come stabilito dall'articolo 580 del Codice penale. In questa prospettiva, la legge mira a tutelare la vita come bene primario, proteggendo la persona da pressioni, influenze o aiuti esterni che possano spingerla verso un atto irreversibile. Ciò che si propongono i fautori dell'eutanasia e del suicidio assistito è di rovesciare questa prospettiva giuridica, non solo eliminando ogni forma di punibilità per gli istigatori del suicidio, ma arrivando a trasformare il suicidio assistito in un diritto positivo. Di conseguenza, non sarebbero più censurati coloro che incoraggiano o facilitano la morte, ma sarebbero considerati colpevoli coloro che cercano di impedirla, anche solo sconsigliandola. Il tentativo di dissuadere, accompagnare, sostenere un suicidio sarebbe visto come una violazione dell'autonomia individuale. Ciò è previsto, ad esempio, dalla proposta di legge francese, per ora bloccata in Senato, a Palazzo del Lussemburgo. La proposta di legge italiana non è così radicale, ma è destinata ad avere questo esito, per la logica inflessibile delle idee. L'ANIMA DEL PROCESSO RIVOLUZIONARIO L'odio metafisico verso l'essere, che caratterizza il suicidio è anche l'anima del processo rivoluzionario dell'Occidente verso il nichilismo. Questo itinerario di autodissoluzione ha molte manifestazioni a cominciare dal crollo demografico e dalla "sostituzione" dei popoli attraverso l'immigrazione incontrollata, ma si compie anche attraverso la cancellazione della identità e della memoria storica di una nazione. Il tentativo di annichilire il passato dell'Occidente, e in particolare le sue radici cristiane, è stato teorizzato, negli ultimi cinquant'anni, dai "padroni del pensiero contemporaneo", come bene documenta il prof. Renato Cristin nel suo studio dedicato a I padroni del caos (Liberlibri, 2017). Nel suo classico Europe and the Faith, pubblicato nel 1920, Hilaire Belloc (1870-1953) poneva una radicale alternativa, che è stata confermata da oltre cento anni di storia: «L'Europa tornerà alla Fede o perirà. Perché la Fede è l'Europa e l'Europa è la Fede». Tre anni prima, il 13 luglio 1917, la Beata Vergine Maria si era rivolta ai tre pastorelli di Fatima con queste parole: «Dio si appresta a punire il mondo per i suoi delitti..." e, «se non si convertirà», "...diverse nazioni saranno annientate». A quale annientamento si riferisce la Madonna? La distruzione materiale delle nazioni, in seguito, ad esempio, ad un'ecatombe nucleare, o la loro auto-disintegrazione spirituale, attraverso l'oblio di quella identità culturale da cui scaturisce la vita delle nazioni? O forse entrambe le forme di annientamento, come conseguenza di una catastrofica perdita della fede? Se così è, il "suicidio assistito" da tanti invocato, non appare come una pratica individuale, ma come il simbolo di una scelta collettiva, che pone una domanda più profonda: "Qual'è il destino della società umana?". La risposta sarebbe tenebrosa, se non fosse rischiarata dalle parole conclusive della profezia di Fatima, che annunciano non la morte ma, dopo un ineluttabile castigo, la vita e la speranza al nostro orizzonte.

  7. 11/18/2025

    Kessler gemellaggio con la morte

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8353 KESSLER, GEMELLAGGIO EUTANASICO CON LA MORTE di Tommaso Scandroglio   Insieme sono nate, insieme han vissuto e insieme sono morte. Ieri le famose gemelle Kessler si sono suicidate nella loro abitazione a Grünwald, vicino a Monaco di Baviera. Avevano 89 anni. A sedici lasciarono la Repubblica democratica tedesca per traferirsi nella Germania dell'Ovest. Volevano diventare ballerine. Questa loro grande passione, unita alla capacità di cantare e recitare, le fecero diventare in breve tempo soubrette apprezzate in tutto il mondo. Per molti anni divennero una presenza iconica anche qui da noi in Italia, sulla Rai (le loro quattro gambe furono le prime gambe scoperte della storia della TV italiana, come amano ripetere tutti i media in queste ore). Ricordiamo Giardino d'inverno e Studio Uno. In Germania, come da noi, il suicidio assistito è legale a patto che si rispettino alcune condizioni. Perché sono ormai i protocolli, quindi una mera convenzione, a rendere buono ciò che non lo è. Ed una morte protocollata è stata la scelta di Alice ed Ellen le quali avevano stretto un gemellaggio con la morte tempo fa. Infatti nel 2019 ai media italiani avevano dichiarato di aver concluso un patto eutanasico: «Siamo sorelle gemelle e molto legate. Per noi sarebbe impossibile vederci soffrire. Ognuna di noi sarebbe disposta, se necessario, a dare all'altra una pillola, o qualcosa di simile, per porre fine alle sue sofferenze. Dopodiché, l'altra le porrebbe fine da sola. [...] Che senso avrebbe per la sorella sopravvissuta continuare a vivere da sola? Sarebbe una sofferenza immensa. Inoltre, dovrebbe aspettarsi problemi legali». D'altronde, aggiunsero, «non siamo religiose». GEMELLE NELLA VITA COME NELLA MORTE Nel momento in cui scriviamo non si conoscono i motivi di questo gesto estremo, che da estremo sta diventando sempre più normale. Si sa solo che la polizia tedesca ha iniziato le indagini del caso per escludere altre cause oltre a quella del suicidio assistito. La morte in coppia di coloro le quali in coppia divennero note in tutto il mondo accende alcune suggestioni estetiche ed etiche. Alice ed Ellen non furono mai due persone distinte, ma una sola persona. Come Qui, Quo, Qua, se la prima iniziava una frase l'altra la finiva. Mai un dissenso pubblico all'interno della dualità ballerina, mai un attrito capace di fratturare il monolite kessleriano: il giudizio dell'una era il medesimo dell'altra. L'una si specchiava nell'altra alla perfezione e il pubblico amava questa gemellarità omnicomprensiva, ossia estesa ad ogni più minuto particolare esistenziale, perché vedeva in loro la quintessenza della perfetta uguaglianza. Prima di essere qualsiasi altra cosa, Alice ed Ellen erano gemelle. Anzi, erano solo gemelle, nella vita come nella morte. Alice ed Ellen in realtà erano già morte da decenni e al loro posto fu messa dallo star system il fenomeno pop chiamato Gemelle Kessler: un essere a quattro gambe scoperte e bicefalo. Ed è questo fenomeno pop che pensava per loro, decideva per loro, si esibiva a posto loro. Questa unità in duplice copia, questo sistema binario elevato a spettacolo unario (sic) pare fosse diventata per loro un canone esistenziale da rispettare rigidamente, anzi teutonicamente, un copione da interpretare non a due voci, ma all'unisono. Un brand che per loro divenne uno stile di vita, sia pubblica che privata. Sicuramente l'affiatamento tra gemelli è noto, ma qui si adombra il sospetto che non fossero più capaci o addirittura non volessero più uscire da quel ruolo che così tanta fortuna portò loro. Quasi una gabbia. E questa vita monocorde non poteva che finire in modo simultaneo: con la stessa modalità e allo stesso tempo. In perfetto sincrono come quando ballavano.  QUALSIASI RAGIONE È VALIDA PER MORIRE? Speculari quando danzavano davanti al pubblico, speculari quando hanno preso una pastiglia letale davanti alla morte. Pensare ad un finale diverso, avrebbe incrinato l'ideale perfetto della gemellarità. Se muore l'una deve morire anche l'altra. E qui si scopre quanto le motivazioni che spingono una persona all'eutanasia siano affette dalla più estesa arbitrarietà. Qualsiasi ragione anche delle più irragionevoli è valida per morire. Lo abbiamo ricordato poc'anzi citando quanto detto dalle loro due bocche che in modo omofono avevano dichiarato che sarebbe stato senza senso per l'una vivere senza l'altra. Come sarebbe senza senso dividere a metà una persona e pensare che ciascuna metà possa sopravvivere. Perché, come accennato, non erano più due, ma una e ciascuna era la perfetta metà di questo intero chiamato Gemelle Kessler. Va da sé che, stando così le cose, dove stava l'una, stava l'altra (vivevano, manco a dirsi, nella stessa casa) e quindi se l'una era ad un passo di danza dalla morte l'altra non avrebbe mai potuto attardarsi. Una stortura del rapporto di fratellanza anche quando si chiama gemellanza, perché l'unione d'affetto non fonde due in uno - questo capita solo nel matrimonio, ma con molti distinguo - non fa eclissare le singole identità a scapito di un'unica identità condivisa, generale, collettiva. E dunque se l'una a torto aveva deciso che era venuto il momento di chiudere il sipario, l'altra avrebbe dovuto tenerlo aperto, sia per sé che per amore per la sorella. Perché non si esce di scena prima che la musica sia finita. Fosse anche una canzonetta senza senso come Da-da-un-pa.

    Kessler gemellaggio con la morte
  8. 09/16/2025

    In nome della scienza le persone sono usate come cavie

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8292 IN NOME DELLA SCIENZA LE PERSONE SONO USATE COME CAVIE di Francesca Romana Poleggi   In Cina, il polmone di un maiale è stato impiantato in un uomo di 39 anni che poi è morto dopo nove giorni. Sulla rivista Nature Medicine è stato spiegato che l'uomo è rimasto stabile durante tutto il periodo post-operatorio: i parametri fisiologici, emodinamici e omeostatici sono rimasti. Durante i nove giorni seguenti il trapianto, l'uomo ha prodotto anticorpi contro l'organo estraneo, nonostante gli fossero stati somministrati potenti farmaci immunosoppressori, con conseguente crisi di rigetto. Alcune domande sorgono spontanee: come si può «mantenere in vita» un uomo «morto»? Come può un uomo morto produrre anticorpi? Come si può "morire" dopo nove giorni che uno è stato dichiarato morto? La risposta, ovviamente, è che le persone "cerebralmente morte" non sono morte. Hanno un cuore pulsante, assorbono ossigeno e rilasciano anidride carbonica attraverso i polmoni, metabolizzano i nutrienti, eliminano le scorie, combattono le infezioni e rigettano organi estranei. Si comportano esattamente come ci si aspetterebbe che si comportassero le persone con lesioni cerebrali. Sono state dichiarate morte per ottenere legalmente i loro organi per il trapianto oppure per essere usate come cavie per xenotrapianti. Gli xenotrapianti, ovvero il trapianto di organi da altre specie nell'uomo, hanno sempre fallito. Nel 2022, per esempio, un paziente americano ha ricevuto il cuore di un maiale geneticamente modificato. David Bennett Sr. - questo il nome dell'uomo - è sopravvissuto 45 giorni prima di morire apparentemente a causa di un virus suino che si è insinuato nel suo nuovo cuore. Nell'agosto del 2023, due uomini furono utilizzati come cavie dai ricercatori dell'Università dell'Alabama e del Langone Transplant Institute della New York University (ricevettero reni di maiale). Sono stati tenuti in terapia intensiva per tutta la durata dello studio. Nel marzo 2024, alcuni scienziati cinesi hanno trapiantato il fegato di un maiale in un essere umano pur sapendo che i fegati di maiale non possono sostituire quelli umani. Dopo 10 giorni il paziente è stato ucciso in modo d poter studiare il suo nuovo fegato. Il concetto di "morte cerebrale" è servito a trasformare le persone in risorse, merci o cavie. I comitati bioetici degli ospedali normalmente sostengono che tenere in vita le persone cerebralmente morte è accanimento terapeutico - se sono davvero morte. Oppure, la "morte cerebrale" non è vera morte, ma un costrutto sociale utilitaristico e una finzione giuridica. Le persone "cerebralmente morte", se sono sono ancora vive, meritano di essere trattate come persone, non usate come cavie da laboratorio.

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La chiamano "dolce morte", ma in realtà è l'uccisione di innocenti