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Siamo sicuri che non sia in corso un'invasione dell'Italia e dell'Europa?

  1. Omicidio di Massa, quello che i media non hanno raccontato subito

    May 5

    Omicidio di Massa, quello che i media non hanno raccontato subito

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8525 OMICIDIO DI MASSA, QUELLO CHE I MEDIA NON HANNO RACCONTATO SUBITO di Roberto Marchesini   Ennesimo caso di violenza giovanile, questa volta a Massa: Giacomo Bongiorni, un padre di 47 anni è stato massacrato di botte davanti al figlio undicenne e alla fidanzata da un gruppo di giovani, alcuni dei quali minorenni. La sua colpa? Aver chiesto al gruppo di giovani di smetterla di tirare bottiglie di vetro alla saracinesca di un negozio. La domanda: cosa sta succedendo ai giovani, che sembrano essere diventati violenti? Ottima domanda, ma la vicenda offre un ventaglio di spunti molto più ampio. Prima di arrivare al cuore del problema, soffermiamoci su come è stata data la notizia. Partiamo da «L'uomo cade e batte la testa»; ah, quindi è stata una disgrazia. No: è stato proprio aggredito e ucciso di botte. Proseguiamo con l'immancabile «Sono stati aggrediti, non sono criminali»; povere vittime, sono state aggredite; e l'ucciso, ovviamente, la sarebbe cercata? Infine: «un gruppo di ragazzi, circa una decina, che sarebbero tutti italiani»; ovviamente falso (erano rumeni), ma su questo torneremo. Un primo tema è, ovviamente, la qualità del giornalismo italiano: dove sta il confine tra informazione e propaganda? Qual è il ruolo del giornalista, informare o modificare la «percezione» in base ai desiderata del momento? Secondo la classica definizione, il giornalismo è «il cane da guardia del potere»; nel senso che obbedisce al potere e aggredisce chi lo critica? Ma torniamo all'ultimo punto: i giovani erano tutti rumeni, cioè stranieri, immigrati. Eccolo, l'elefante nella stanza: la correlazione tra l'immigrazione che l'Italia ha subito negli ultimi anni e l'aumento della criminalità, in particolare i reati contro la persona. GLI IMMIGRATI COMMETTONO MOLTI PIÙ REATI DEGLI ITALIANI I dati dicono chiaramente che gli immigrati commettono molti più reati degli italiani e che il fenomeno è in aumento; per quanto riguarda i reati sessuali (non considerando quelli contro gli animali) i numeri sono ancora peggiori. Ma anche i dati ufficiali sono comunque falsati: gli «italiani di seconda generazione», cioè i figli di immigrati, non vengono considerati immigrati. Beh, che c'entra? Essendo «italiani» dovrebbero delinquere come gli italiani, cioè meno degli immigrati, giusto? Sbagliato. Uno studio tedesco, ad esempio, ha rilevato che mentre la prima generazione di lavoratori ospiti aveva tassi di criminalità comparabili a quelli dei tedeschi, la seconda e la terza generazione mostravano un trend in crescita. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: «Ma io conosco un giovane immigrato, o un "italiano di seconda generazione", ed è un bravo ragazzo». Non ne dubito; ma questa obiezione tradisce un problema cognitivo diffuso, ossia l'incapacità di distinguere tra l'eccezione e la tendenza statistica. Che una persona sia onesta non smentisce il dato aggregato, così come un fumatore che vive cent'anni non dimostra che il fumo non faccia male. La statistica non parla di singoli, ma di probabilità e frequenze. Detto questo, cerchiamo di capire da cosa dipende la maggiore incidenza di reati tra alcune popolazioni immigrate. Non certo dal fatto di essere immigrati in sé - lo dimostra il bassissimo tasso di delinquenza tra gli asiatici orientali - né da presunti fattori genetici o razziali. L'IMMIGRAZIONE È L'ELEFANTE NELLA STANZA Da cosa, dunque, dipende questo fenomeno? Se gli «italiani di seconda generazione» sono cresciuti in Italia e, quindi, nello stesso ambiente culturale dei loro coetanei autoctoni, da dove deriva questa differenza? Forse dalla cultura patriarcale maschilista italiana? Dall'alimentazione? Dalla musica rap o dai videogiochi? Riflettiamo un attimo. Tra le varie influenze culturali che incidono sulla formazione di un bambino, di un ragazzo e di un giovane, la principale è senz'altro la famiglia; che tende a conservare la cultura di provenienza persino più di quanto facciano i connazionali rimasti in patria. Questo vale anche per gli italiani: mentre in Italia il linguaggio, la cultura e le mode alimentari sono cambiate, nelle comunità italiane all'estero il tempo sembra essersi fermato al secolo scorso. Ed è innegabile che culture diverse hanno atteggiamenti diversi nei confronti della violenza. Anche in Italia, tra i fenomeni che hanno contribuito al Biennio Rosso (1919-1920) e al successivo squadrismo fascista, c'è la violenza alla quale i giovani sono stati esposti nelle trincee della Prima Guerra Mondiale; è un fenomeno culturale, non genetico o razziale. C'è poi il trauma dell'immigrazione: lasciare il proprio paese comporta uno sradicamento sia sociale che culturale, la perdita di riferimenti linguistici ed economici, l'inserimento in una realtà sconosciuta, non sempre facile. Infine, la condizione economica e sociale e il «controllo sociale», ossia quella vigilanza costante che una intera comunità esercita sui giovani e che spesso è inesistente in condizioni di marginalità. Insomma, solo una società con gravi problemi cognitivi (come la nostra) può pensare che una persona è esattamente uguale e sostituibile a e da un'altra persona, indipendentemente dalla sua storia, cultura di provenienza, modelli familiari eccetera. I dati sull'immigrazione dall'Asia orientale lo dimostrano. L'immigrazione, dunque, è l'elefante nella stanza, la variabile che non viene considerata o, addirittura, volontariamente omessa quando si parla di criminalità in crescita; chissà perché. La stessa cosa, ovviamente, non accade con la variabile età: da qui la percezione che la gioventù sia pericolosa e fuori controllo, con conseguente senso di colpa nei confronti dei genitori. E non avviene nemmeno con il sesso del criminale. Ma questo è un altro tema...

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  2. Mar 10

    Un terzo dei denuciati è straniero, l'integrazione che non c'è

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8476 UN TERZO DEI DENUNCIATI E' STRANIERO, L'INTEGRAZIONE CHE NON C'E' di Lorenza Formicola   Nel 2024, il 34,7% dei soggetti perseguiti penalmente, quindi oltre un terzo delle persone denunciate, è di nazionalità straniera, una quota che tuttavia esplode oltre il 60% quando l'analisi si stringe attorno alla piaga dei reati predatori. Rispetto al 2019, l'anno zero prima della paralisi della emergenza sanitaria, il balzo è netto: un incremento dell'8,1% nelle segnalazioni che segna il superamento della soglia dei 265.869 individui. Ma per leggere il fenomeno serve guardare alla demografia: l'Italia oggi ospita 5,7 milioni di stranieri, il 9% della popolazione totale, e sono circa 321mila gli irregolari.  In un'ottica analitica di lungo periodo, una delle ricerche più autorevoli in materia commissionata dal Ministero dell'Interno (Barbagli, Colombo, 2011) - basata sul monitoraggio del ventennio 1988-2009 - evidenziava come ben il 70% dei reati ascrivibili a cittadini stranieri sia stato perpetrato da soggetti in condizione di irregolarità. E la dinamica attuale ci dice che non è cambiato niente.  I dati rivelano una specializzazione delittuosa che vede gli stranieri prevalere in termini di arresti nelle fattispecie più "visibili": furti con destrezza 69%; scippi 61%; rapine in pubblica via 60,1%; violenze sessuali al 43%, spaccio di stupefacenti al 39%, furti di autovetture al 24,5%, contrabbando al 29%, omicidi volontari al 23,7%. Si tratta di ordini di grandezza vertiginosi, ancor di più se rapportati all'esigua incidenza statistica che tale gruppo rappresenta sull'intera popolazione nazionale. La geografia del fenomeno vede Prato capolista delle città dove gli stranieri hanno maggior peso tra gli arrestati: nella provincia toscana un residente su quattro è cittadino straniero e il 62% di chi sta dietro le sbarre non è italiano. Seguono Milano e Firenze che guidano la classifica delle aree metropolitane più colpite dalla criminalità di strada: qui l'incidenza degli autori di nazionalità straniera raggiunge soglie critiche, attestandosi rispettivamente al 55,8% e al 56%. Parallelamente, le province di frontiera come Imperia, Bolzano e Trieste - tutti territori con incidenze superiori al 50% - confermano come i varchi d'Europa siano, oggi più che mai, i sismografi di un'integrazione che non esiste. UNA ZONA D'OMBRA CLAMOROSA Parallelamente, il sistema sanzionatorio rivela una zona d'ombra speculare. L'«Area Penale Esterna» è il modo in cui in burocratichese si indicano i 140.000 condannati che non sono dietro le sbarre; tra questi, oltre 30.000 sono stranieri. Quindi, in giro per le nostre città, ci sono trentamila immigrati condannati, ma lasciati liberi. Che vanno a sommarsi ai 20.000 in carcere. Si tratta di un bacino alimentato dalla Riforma Cartabia, che impedisce la detenzione per condanne inferiori ai quattro anni, lasciando in circolazione delinquenti di varia natura.  I rilievi statistici del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità aggiornati al 15 gennaio 2026 delineano con estrema precisione l'identità di questi "invisibili": un contingente fatto di marocchini, albanesi, tunisini, nigeriani, egiziani, peruviani, ucraini e via così.  C'è poi il nodo delle Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza): il 25% degli ospiti è straniero, con una quota del 30% tra rifugiati e richiedenti asilo affetti da disturbi post-traumatici. Il sovraffollamento di queste strutture genera cortocircuiti pericolosi con soggetti bisognosi di cure e potenzialmente violenti che rimangono liberi per mancanza di posti letto, trasformando il disagio psichico in un allarme di ordine pubblico. Emblematico è il caso del cittadino straniero che nel quartiere San Lorenzo a Roma ha aggredito brutalmente diversi passanti - culminando nell'episodio della madre colpita al volto mentre era in bicicletta con il figlio - la cui posizione giuridica ne ha comunque garantito la permanenza in stato di libertà. Se le tabelle ministeriali sono chirurgiche nel quantificare i flussi in entrata, diventano reticenti sui provvedimenti di revoca. Non esiste un database pubblico sulle misure interrotte e su chi viola le prescrizioni e torna dietro le sbarre. Le cronache locali, tuttavia, suppliscono al silenzio statistico: da Napoli a Bologna, da Agrigento a Ferrara, si moltiplicano gli episodi di semidetenuti che, approfittando della libertà vigilata o dei servizi sociali, tornano a colpire. UNA NUOVA GEOGRAFIA CRIMINALE A complicare il quadro interviene la giurisprudenza della Corte di Cassazione (sentenza n. 15896/2024), la quale stabilisce che un singolo "comportamento deviante" non è più condizione sufficiente per la revoca automatica del beneficio. La pena, dunque, si mimetizza: non è più un confine invalicabile, ma un percorso elastico dove il reato non sempre comporta il ritorno in cella. Questa analisi non può prescindere dal dato più allarmante: la genesi di una nuova geografia criminale che affonda le radici nella criminalità minorile. A marzo 2025 il rapporto Antigone censiva 597 detenuti nei penitenziari per minori; di questi, il 49,9% è composto da stranieri, in prevalenza minori non accompagnati provenienti dal Maghreb. I dati sulla responsabilità penale degli under 17 sono inequivocabili: gli stranieri rappresentano il 59,4% dei fermi per furto, il 59,8% per rapina e il 41,7% per estorsione. Ancora più cupo è il bilancio dei reati di sangue, con una partecipazione del 47,3% nei tentati omicidi. La cronaca recente cristallizza questa emergenza in episodi di brutale nitidezza. Nel gennaio 2026, a La Spezia, il diciottenne Zouhair Atif ha ucciso a coltellate il coetaneo Abanoub Youssef all'istituto "Einaudi Chiodi". Pochi giorni prima, a Roma, un funzionario ministeriale era stato vittima di un feroce pestaggio presso la stazione Termini per mano di una gang di giovani stranieri. Analogamente, a Torino, otto nordafricani tra i 15 e i 20 anni sono stati identificati come i responsabili di una guerriglia urbana, condotta con armi bianche e pistole scacciacani, durante i cortei pro-Pal. L'allarme si estende alla violenza sessuale con l'insorgere della taharrush gamea (aggressione collettiva), importata in Italia dagli immigrati islamici in una sequenza iniziata nel 2022 e che s'è fatta incessante. Per non parlare degli emblematici casi di Padova, dove tre giovani nordafricani - guidati da un leader con precedenti sin dalla minore età - hanno abusato di una ragazza sotto minaccia di coltello, e di Catania, dove sette minori egiziani, ospiti di un centro di accoglienza, sono stati individuati come gli autori dello stupro di una tredicenne nei giardini di Villa Bellini. I dati di cronaca e le evidenze statistiche non costituiscono un mero consuntivo giudiziario, ma rappresentano il principale indicatore predittivo delle future criticità per la sicurezza nazionale. L'esperienza di Londra e Parigi avrebbe dovuto offrire un monito tempestivo; al contrario, dopo aver allo stesso modo importato dinamiche sociali e subculture della violenza estranee al nostro contesto, il sistema fatica oggi a intercettare il fenomeno prima ancora che porsi da argine.

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  3. Dieci anni di accoglienza al migrante che ha devastato Malpensa

    Jan 7

    Dieci anni di accoglienza al migrante che ha devastato Malpensa

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8403 DIECI ANNI DI ACCOGLIENZA AL MIGRANTE CHE HA DEVASTATO MALPENSA di Anna Bono   Il cittadino del Mali che ha appiccato il fuoco e preso a martellate un monitor all'aeroporto della Malpensa il 20 agosto è entrato in Italia dalla Francia dieci anni fa, nel 2015. Al suo arrivo ha chiesto protezione internazionale dicendosi profugo e l'ha ottenuta, fino al 2019, quando la Commissione territoriale incaricata di riesaminare il suo caso ha accertato che in realtà gli mancavano i requisiti per ottenere lo status di rifugiato e glielo ha negato. La protezione sussidiaria Allora lui ha presentato ricorso, la Cassazione gli ha dato ragione, la sua richiesta di asilo è stata esaminata nel 2021 dal Tribunale di Milano dove un giudice ha confermato la mancanza dei requisiti necessari per ottenere lo status giuridico di rifugiato, ma gli ha concesso un'altra forma di protezione internazionale, quella sussidiaria. Questo tipo di protezione è stato istituito dall'Unione europea nel 2013 per non respingere chi, pur non avendo diritto allo status di rifugiato, può dimostrare che, se rimpatriato, correrebbe il rischio reale di subire danni gravi, come la pena capitale o essere torturato, e minacce alla vita a causa di situazioni di violenza generalizzata. Il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria dura cinque anni, rinnovabili, e permette tra l'altro di andare a scuola, lavorare, chiedere un ricongiungimento familiare. Quello del cittadino maliano scade nel 2027. LE PORTE DELL'ASSISTENZA Non sappiamo molto su di lui, su come abbia vissuto in questi dieci anni, ma sappiamo come avrebbe potuto, e dovuto, trascorrerli. Dal momento in cui ha chiesto asilo si sono aperte per lui le porte del sistema assistenziale istituito apposta per le persone che entrano illegalmente nel nostro Paese e cercano di ottenere lo status giuridico di rifugiato. A regola, è stato affidato a un Cpa, Centro di prima accoglienza, o a un Cas, un Centro di accoglienza straordinaria. Sono le strutture allestite per ospitare i richiedenti asilo mentre il loro caso viene esaminato. Attualmente, ci informa il Ministero dell'interno, sul territorio nazionale ce ne sono più di 5.000 con una capacità di oltre 80.000 posti. Gli ospiti ricevono vitto, alloggio, assistenza socio-sanitaria, assistenza legale, corsi di lingua e formazione, attività di socializzazione e orientamento al lavoro e una piccola somma giornaliera a loro disposizione. La richiesta del cittadino maliano è stata esaminata, per due volte: la seconda volta da una Commissione territoriale. Le Commissioni territoriali sono gli organi preposti a valutare le richieste di asilo. Possono concedere lo status di rifugiato, protezione sussidiaria, permesso di soggiorno per motivi umanitari (protezione speciale) o rigettare la richiesta. Sono 20, ognuna composta da un presidente, un funzionario di carriera prefettizia, un funzionario della Polizia di Stato e un esperto in materia di protezione internazionale e tutela dei diritti umani designato dall'Unhcr. Inoltre i richiedenti durante le udienze sono affiancati da interpreti e mediatori culturali. Dopo aver ottenuto protezione internazionale, un cittadino straniero ha diritto di essere inserito nel Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione, dove può rimanere per sei mesi rinnovabili e anche oltre, se lo giustificano certe condizioni: ad esempio, terminare un ciclo di studio o di formazione. Anche il maliano arrivato dalla Francia ha potuto usufruirne. Al 31 Luglio 2025 sono 870 i progetti Sai (624 ordinari, 206 per minori non accompagnati, 40 per persone con disagio mentale o disabilità) affidati a 735 enti locali titolari di progetto: 646 comuni, 15 province, 25 Unioni di Comuni, comprese le Comunità Montane e le Unioni Montane di Comuni, e 49 altri enti. PATROCINIO GRATUITO Quando la sua richiesta di asilo è stata respinta nel 2019, il maliano è ricorso con successo in Cassazione, sicuramente usufruendo del gratuito patrocinio che viene concesso agli stranieri, anche irregolari, alle stesse condizioni poste per i cittadini italiani - vale a dire un reddito non superiore a 13.659,64 euro - con la differenza che a uno straniero è consentita l'autocertificazione purché dimostri di aver fatto richiesta di certificazione al proprio consolato senza aver ottenuto risposta. Le spese legali di chi gode di gratuito patrocinio sono sostenute dallo Stato italiano. Nel biennio 2022-2023 i cittadini stranieri residenti in Italia ne hanno goduto per 71 milioni di euro, un quarto circa del totale, in gran parte per ricorsi di richiedenti asilo contro le decisioni delle Commissioni territoriali. Il suo caso è stato affidato al Tribunale di Milano dove è stato giudicato due anni dopo da un magistrato che, pur concordando che non fosse possibile attribuirgli lo status di rifugiato, ha stabilito sulla base di informazioni presumibilmente raccolte da diverse fonti - e chissà con quanto lavoro da parte dei dipendenti del tribunale - che farlo tornare in Mali sarebbe stato troppo pericoloso. Questo in sintesi è l'apparato di organi, strutture, risorse, servizi e opportunità messi a disposizione del cittadino maliano, e di centinaia di migliaia di altri emigranti illegali arrivati in Italia. E lui ha dato fuoco e a preso a martellate un Terminal dell'aeroporto di Malpensa: altri costi per riparare i danni, per tenerlo in detenzione, processarlo e... poi si vedrà. Per inciso, quella della situazione attuale in Mali, Paese del Sahel, è questione controversa. Il nord est del Paese è pericoloso per la presenza di gruppi jihadisti e, specialmente in passato, a causa del movimento indipendentista Tuareg. Due colpi di stato militari a pochi mesi di distanza, nel 2020 e 2021, hanno rovesciato il governo e lo hanno sostituito con una giunta militare. Nei giorni scorsi è stato sventato un nuovo tentativo di golpe. La questione controversa riguarda la sicurezza. La giunta militare guidata dal colonnello Assimi Goita assicura di essere riuscita a ridurre la minaccia jihadista con il valido aiuto in tecnologie, armi e mercenari russi. I dati disponibili non lo confermerebbero e anzi all'esercito maliano e ai russi (ex Wagner, oggi African Corps) si muovono accuse di esecuzioni sommarie, torture e sparizioni di cui sarebbero vittime i Fulani, una etnia che, secondo la giunta militare, collabora con il più temuto gruppo jihadista della regione, il Jnim affiliato ad al Qaeda.

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  4. Halal Akbar, così la mezzaluna conquista il mercato francese

    12/16/2025

    Halal Akbar, così la mezzaluna conquista il mercato francese

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8385 HALAL AKBAR, COSI LA MEZZALUNA CONQUISTA IL MERCATO FRANCESE di Lorenza Formicola   Nel 2005, quando a Clichy-sous-Bois, nel piccolo comune nel dipartimento della Senna-Saint-Denis, aprì Beurger (Beur è un termine gergale francese per la seconda generazione di nordafricani che vivono in Francia) King Muslim, un fast food dall'estetica americana ma dal menu, gli orari e l'abbigliamento, rigorosamente halal, la notizia fece il giro del mondo. Se ne occuparono persino il Washington Post e il New York Times. La popolazione francese iniziò a farsi qualche domanda. Ma niente di più. Anche perché, nel frattempo, nel comune di Roubaix, al confine con il Belgio, c'erano già otto ristoranti che stavano sperimentando un menu interamente halal. Fu presto chiaro che non si trattava più di un episodio isolato, ma del segnale di una trasformazione profonda. Era l'inizio della normalizzazione del halal come parte integrante dell'economia e della quotidianità francesi. I ristoranti, i fast food, le macellerie e i negozi generici halal si moltiplicavano a dismisura in Francia cambiando definitivamente il paesaggio urbano. E nel 2010 il giro d'affari del settore alimentare halal raggiungeva già i 5,5 miliardi di euro, un miliardo dei quali provenienti dal solo mondo fast food, in un Paese che ospitava, allora, circa 5 milioni di musulmani.  Una storia che racconta molto più del cibo che serve. Basti pensare che ad ottobre, sei ristoranti francesi della nota catena americana di hamburger, Five Guys - tra cui quello di Parigi - sono passati alla carne halal e stanno eliminando l'alcool dai loro menu. O che Hmarket, la catena 100% halal, nata nel 2006, con una missione ambiziosa - riposizionare il mercato alimentare islamico offrendo qualità, prezzi accessibili e un dichiarato impegno sociale -, oggi conta 22 negozi tra Francia e Belgio, e serve 33.000 clienti al giorno. Esistono applicazioni che come MyHallal aiutano i musulmani a trovare macellerie, minimarket e ristoranti, identificando persino quelli con uno "spazio di preghiera". VIVERE HALAL Vivere halal - in arabo permesso - non è un obbligo religioso dell'islam. Nel Corano è una pratica circoscritta alla carne di maiale e il testo islamico autorizza, finanche, i musulmani a mangiare il cibo degli ebrei e dei cristiani, quindi non prevede in alcun modo un sistema di certificazione halal come esiste oggi. La storia delle "etichette etiche" nasce dopo il 1979. Quando l'Iran viene conquistato da Khomeini, e nella foga di islamizzare il Paese dopo il governo occidentale dello Scià, improvvisa una autarchia dei generi alimentari, sfiora una carestia, riapre, poi, al mercato estero, ma a una condizione: il regime invierà delle delegazioni religiose nei mattatoi per controllare la macellazione. L'Iran sciita emette, così, il bollino di cosa è lecito e cosa non lo è. E con i giuristi sciiti inventa ufficialmente l'etichettatura halal. La mossa sconvolge il mercato globale della carne e costringe l'islam sunnita, fino a quel momento, assolutamente disinteressato all'argomento, a reagire per non lasciare agli sciiti il controllo dello standard. Halal adesso deve, allora, riguardare, qualsiasi cosa. S'avvia così  un meccanismo che arriva fino ai giorni nostri e che si manifesta dapprima nelle macellerie improvvisate delle banlieue, per poi estendersi a tutti i prodotti di largo consumo e persino ai beni di lusso. L'immigrazione islamica fa il resto. La Francia, con la sua vasta popolazione, diventa un laboratorio. E l'esigenza di disporre di negozi certificati halal diventa un modo per delimitare uno spazio identitario e territoriale che non deve mischiarsi con quello della République. Oggi quella che appare come una vittoria culturale dell'islam in Francia è sancita da un dato difficilmente contestabile: ogni prodotto di consumo quotidiano esiste in versione islamicamente corretta e nessun grande distributore si sottrae alla corsa a pubblicare il proprio catalogo speciale per il Ramadan. UN AUMENTO DEL 118% IN QUINDICI ANNI Trent'anni dopo, l'etichetta halal ha toccato qualsiasi cosa e le moschee ne hanno fatto una bandiera religiosa: hanno lanciato applicazioni che insegnano come l'adesione all'halal consenta di accumulare buone azioni (hasanat) in un personale "conto religioso", destinato a garantire l'accesso al paradiso. Ma, soprattutto, il bipolarismo tra la cultura del capitalismo occidentale e l'islamismo risulta ormai del tutto superato. Quindi ecco che Carrefour, per esempio, ha appena acquisito il 10 per cento del capitale dell'insegna Hmarket con un'operazione da 10 milioni di euro. Non si tratta semplicemente di aver fiutato un buon affare, ma della necessità di rispondere a una legge elementare, quella della domanda e dell'offerta. La Francia è cambiata e, con essa, è cambiato il suo mercato: la presenza ampia e strutturata di una popolazione islamica ha ridefinito i consumi, orientato le strategie della grande distribuzione e inciso in profondità sulle dinamiche dell'economia nazionale. Nel 2020 Parigi ha ospitato la prima Halal Franchise Expo, segno che il settore non è più una nicchia ma un segmento maturo, capace di attrarre investitori e creare reti. Il mercato halal in Francia oggi abbraccia 10 milioni di potenziali consumatori. Secondo un sondaggio Ifop per l'Express, pubblicato a fine 2020, il 67% dei musulmani sceglie carne halal sempre e un altro 15% quasi sempre. Anche il resto del paniere si adegua: dessert, cioccolatini e caramelle halal sono passati dal 40% del 2010 al 68% del 2020, una crescita trainata dalle generazioni più giovani, come osserva il politologo Jérôme Fourquet.  Con un'espansione annua del 15%, il comparto halal supera oggi i 7 miliardi di euro di fatturato, il doppio del biologico e le stime raccontano che, entro un anno, si arriverà ai 12 miliardi. Con un aumento del 118% in quindici anni, questo dinamismo colloca la Francia al secondo posto nel mondo, dopo la Malesia. A livello globale il comparto halal vale oltre 2 trilioni di dollari e serve un bacino di 2,2 miliardi di consumatori. Gli analisti prevedono che, entro il 2030, la spesa mondiale possa sfiorare i 10 trilioni, una crescita che non sembra conoscere gravità. Ma ciò che sorprende non è soltanto la curva economica, come dicevamo, ma l'ampiezza dell'universo halal, ormai esteso ben oltre alimenti e bevande. Cosmetici, farmaci, moda, turismo, finanza: un vero e proprio ecosistema transnazionale, che avanza ridefinendo intere filiere produttive e modelli di consumo. Ma non è tutto qui. Il mercato islamico finanzia a sua volta il mondo islamico in Europa. Hmarket in Francia promette, per esempio, di donare 10 euro del prezzo dell'agnello dell'Eid ad una moschea nel Paese. Halal è economia etica islamica. Halal è separazione. Ma il confine ormai è liquido. E silenzioso tra gli scaffali avanza inarrestabile.

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  5. Delitto Iryna Zarutska: quando il razzismo alla rovescia provoca morti

    09/30/2025

    Delitto Iryna Zarutska: quando il razzismo alla rovescia provoca morti

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8307 DELITTO IRYNA ZARUTSKA, QUANDO IL RAZZISMO ALLA ROVESCIA PROVOCA MORTI di Stefano Magni   Se chiedete cosa sia il caso del delitto Iryna Zarutska, di cui tutti parlano negli Usa da una settimana, il giornalista collettivo, quasi certamente, vi risponderà che è "la nuova mania dei suprematisti bianchi". Elon Musk ha sborsato 1 milione di dollari di tasca sua per finanziare graffittari e pittori che ritraggano la vittima sui muri d'America. E quindi se c'è dietro l'imprenditore sudafricano (ex) amico di Trump, vuole dire che c'è sotto del razzismo. Ma così, questa ragazza ucraina, rifugiata di guerra 23enne, fuggita dall'invasione russa per trovare la morte in un paese in pace, viene uccisa due volte. Prima dal suo assassino, poi dal perbenismo di una società che si ammanta di anti-razzismo. Iryna Zarutska è stata accoltellata a morte su una metropolitana leggera di Charlotte, Carolina del Nord. Il delitto è avvenuto il 22 agosto, ma la notizia è diventata di dominio pubblico da appena una settimana. E solo grazie alla nuova policy di libertà di espressione di X, voluta da Elon Musk. Altrimenti i media locali e nazionali avevano già relegato la notizia a due righe in cronaca e, soprattutto, per due settimane, nessuno aveva voluto divulgare il video dell'accoltellamento ripreso dalle telecamere di sicurezza. La stessa sindaca di Charlotte ha ringraziato i media che hanno deciso di non pubblicarlo. LA QUESTIONE RAZZIALE AL CONTRARIO Ma cosa c'era da nascondere, oltre al rispetto per la vittima e alla crudezza della scena in sé? Il caso Zarutska ha riacceso i riflettori sulla questione razziale, ma stavolta al contrario. Non è un caso da "Black Lives Matter" di un bianco che uccide un nero, ma il contrario. Iryna, una ragazza bionda, è stata accoltellata di sorpresa (mentre leggeva qualcosa sul suo cellulare e aveva cuffie wireless nelle orecchie) dal vicino di posto, un afro-americano, identificato dalla polizia nel 34enne Decarlos Brown. Non erano soli, il vagone era pieno di passeggeri, la maggior parte dei quali neri (tutti, nella zona di vagone in cui è avvenuto il delitto). Nessuno ha provato a difenderla, nessuno l'ha soccorsa nei lunghi minuti di agonia, nessuno di quelli inquadrati nella telecamera di sorveglianza viene visto chiamare la polizia o i soccorsi. Indifferenza assoluta anche mentre il suo assassino barcollava qua e là per il vagone, sgocciolando sangue della vittima, si toglieva la felpa con cappuccio e poi, con calma serafica, scendeva alla prima stazione. Cosa sarebbe successo, invertendo i fattori razziali? Se la donna fosse stata nera e il suo assassino biondo? Se la maggioranza schiacciante dei passeggeri fosse stata composta da bianchi caucasici, come sarebbe stata commentata la loro ignavia e indifferenza? Come avrebbero reagito i media e la politica? La sindaca di Charlotte, Vi Lyles, Democratica e afro-americana, ha emesso un comunicato solo lunedì scorso, 8 settembre, più di due settimane dopo il delitto. Ha speso più parole per descrivere l'assassino come una vittima del sistema che non per la ragazza vittima del delitto: «Si tratta di una situazione tragica che mette in luce i problemi delle reti di sicurezza della società legate all'assistenza sanitaria mentale e dei sistemi che dovrebbero essere in atto», ha scritto la sindaca nel suo primo comunicato. ARRESTATO ALTRE 14 VOLTE L'amministrazione Trump è entrata a gamba tesa nel caso, considerando che l'omicidio di Iryna poteva essere prevenuto. Il suo assassino (ancora presunto, fino a sentenza definitiva) Decarlos Brown era stato arrestato altre 14 volte prima del delitto ed era a piede libero. Per questo il presidente vuole federalizzare il caso, considerando l'inaffidabilità della polizia e del sistema giudiziario locali. Decarlos Brown ha una lunga storia criminale, che risale al 2011 e include condanne per rapina a mano armata, furto aggravato e violazione di domicilio. Secondo i registri dello Stato, ha trascorso più di cinque anni dietro le sbarre per rapina a mano armata. All'inizio di quest'anno, Brown era finito di nuovo nei guai giudiziari perché aveva chiamato a vuoto i soccorsi a seguito di un allarme delirante. A Brown era stata diagnosticata la schizofrenia e soffriva di allucinazioni e paranoia, secondo quanto riferisce sua sorella alla Cnn. L'assassino di Iryna è salito sul treno senza biglietto. Se anche solo quella piccola regola fosse stata fatta rispettare, la ragazza ucraina sarebbe ancora viva. La richiesta di togliere i fondi alla polizia e di ritirare gli agenti dalle strade parte dal presupposto che il sistema dell'ordine pubblico sia "razzista sistemico", cioè congegnato apposta per reprimere i neri. Le strategie di repressione del crimine, come la "tolleranza zero", sono state abolite, Stato dopo Stato, soprattutto dopo l'uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto bianco. Era il 2020: quell'anno, Decarlos Brown, futuro assassino di Iryna, veniva rimesso in libertà dopo aver scontato la sua pena carceraria per rapina a mano armata. I manicomi non ci sono più da un pezzo, come in Italia, le carceri sono un "sistema razzista", quindi si cercano pene sostitutive. Uno schizofrenico (così risulterebbe da una diagnosi) pieno di precedenti penali ma a piede libero, ha avuto modo di scegliere la sua vittima e assassinarla.

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  6. Finale di Champions League: gli islamici oltraggiano Giovanna d'Arco

    06/18/2025

    Finale di Champions League: gli islamici oltraggiano Giovanna d'Arco

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8199 FINALE DI CHAMPIONS LEAGUE: GLI ISLAMICI OLTRAGGIANO GIOVANNA D'ARCO di Roberto de Mattei   Il 1° giugno 2025, durante la guerriglia urbana che ha insanguinato la capitale francese, in occasione della finale di Champions League, alcuni giovani islamisti hanno issato una bandiera jahdista sulla statua di santa Giovanna d'Arco, in Place des Pyramides. Santa Giovanna d'Arco è la patrona della Francia, una nazione che è costruita sulle fondamenta della civiltà cristiana. La missione della Pulzella di Orléans fu di riconquistare, prima che un territorio, quella concezione sacrale della sovranità che è alla radice della storia di Francia e di Europa. La profanazione della statua di Giovanna d'Arco è dunque un oltraggio all'identità nazionale del nostro continente e conferma la gravità della minaccia islamista. Il ministro dell'Interno francese Bruno Retaillaus ha minimizzato la portata dei disordini, ma l'ex ministro Gérard Darmanin ha ammesso che le violenze sono state causate da bande di immigrati, e non da una rivolta calcistica. Le sommosse hanno coinvolto varie città, con violenze, saccheggi e scontri con la polizia: 192 feriti (soprattutto agenti), tre morti, 642 arresti. La strategia del governo francese di utilizzare il calcio come uno strumento politico per favorire l'inclusione e l'integrazione degli immigrati si è rivelata fallimentare perché, invece di unire, sta generando divisioni e violenze.  Un rapporto governativo di 73 pagine, dal titolo Les Frères musulmans et islamisme politique en France, reso noto da Le Figaro il 20 maggio 2025, ha portato alla luce il progetto di "entrisme", dei Fratelli Musulmani per infiltrare profondamente le istituzioni e la società francese, con l'obiettivo ultimo di imporre la sharia, utilizzando un linguaggio apparentemente democratico. Il rapporto individua 139 luoghi di culto dipendenti dai Fratelli Musulmani oltre ad altri 68 considerati "prossimi", distribuiti in 55 dipartimenti. A questi si aggiungono 280 associazioni attive in settori chiave: educazione, carità, gioventù, imprenditoria e finanza.   PREDICAZIONE ISLAMICA 2.0 A preoccupare è anche la "predicazione 2.0", ovvero la diffusione dei principi islamisti attraverso social network come TikTok, Instagram e YouTube. Alcuni influencer religiosi, con centinaia di migliaia di seguaci, riescono a influenzare ampi segmenti di giovani, contribuendo alla trasformazione lenta e pervasivadel tessuto sociale e culturale francese. Il rapporto non si limita alla Francia, ma evidenzia come diverse organizzazioni islamiche europee - tra cui la Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europae il Consiglio Europeo per la Fatwa - sono ispirate ai principi dei Fratelli Musulmani. A queste si aggiungono altri gruppi come Hizb ut-Tahrir, che mira a creare un califfato globale pur rifiutando la violenza, e i movimenti salafiti, spesso conservatori e religiosamente attivisti. Il documento segnala infine il pericolo delle reti jihadiste come Al-Qaeda e ISIS, che hanno sfruttato malcontento e marginalizzazione per reclutare giovani europei nelle loro file. Dal 2014 si contano oltre 30 attentati mortalinel continente. Fin dagli anni Novanta il cardinale Silvio Oddi (1910-2001), che era stato nunzio in Egitto, affermavache il vero grande pericolo che vedeva per il futuro dell'Europa era l'avanzata dell'Islam. E fin dal 1993, il Centro Culturale Lepanto organizzò una grande protesta pubblica contro la costruzione della moschea di Roma, la più grande d'Europa, denunciando il ruolo politico e culturale svolto dalle moschee islamiche. Con il titolo Mosquées, les casernes de l'islamisation è stato pubblicato in questi giorni in Francia dall'associazione Avenir de la Culture un illuminante studio, sotto la direzione di Atilio Faoro. Il libro è un'accurata inchiesta dedicata alle "caserme" dell'Islam, di cui mette in luce il ruolo sovversivo. Le conclusioni sono inconfutabili. Le moschee, stimate in circa 2.600 in Francia, non sono semplicemente luoghi destinati alla preghiera, ma possono essere considerate centri militanti in cui si vive e si diffonde la cultura e lo stile di vita islamico.  FRATELLI MUSULMANI I Fratelli Musulmani sono una delle tre correnti fondamentaliste che controllano oggi centinaia di moschee francesi. Una galassia fortemente concorrente è quella del salafismo sunnita, un movimento poco strutturato ma che ha una grande influenza tra i giovani musulmani e, come i Fratelli Musulmani, non nasconde il suo odio per l'Occidente. Diverse moschee collegate a questa scuola di pensiero hanno fatto da trampolino verso il jihadismo. Infine, c'è l'Islam turco, sostenuto dal presidente Erdogan, anch'esso in piena espansione sul territorio francese. Sotto la sua egida sono state costruite numerose moschee, come quella di Strasburgo che, una volta terminata, dovrebbe essere la più grande d'Europa.  Sotto questo aspetto, il vessillo dell'Islam che il 1° giugno è stato innalzato sulla statua di Giovanna d'Arco appare come in gesto chiaramente simbolico, non privo di collegamento con l'approvazione, il 28 maggio, del suicidio assistito da parte dell'Assemblea Nazionale: un provvedimento che, se venisse adottato in via definitiva, segnerebbe una nuova tappa nel processo di auto-dissoluzione dell'identità cristiana della Francia. Approvando la proposta di legge Falorni sul "diritto all'aiuto a morire", l'Assemblea nazionale ha infatti proclamato ancora una volta il diritto all'omicidio legale, come già aveva fatto il presidente Emmanuel Macron, lo scorso 19 gennaio, chiedendo l'inclusione dell'aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell'Europa. La forza espansiva dell'Islam sta nella debolezza della società secolarizzata che ha di fronte. Gli immigrati della terza e quarta generazione di origine musulmana hanno perso l'identità originaria dei padri e dei nonni e, di fronte allo sfacelo della società occidentale, divengono adepti di un anarchismo distruttore. Per loro, l'alternativa al nichilismo è l'adesione, non necessariamente religiosa, all'islamismo radicale, una religione politica che colma il loro vuoto morale. Alla caricatura ideologica dell'islamismo la Chiesa cattolica dovrebbe rispondere proponendo una visione del mondo integrale, fondata sul Vangelo, nel quale si trova la soluzione di tutti i problemi del mondo contemporaneo. E' infatti la mancanza di fede, ha detto il 9 maggio Leone XIV nella sua prima omelia, «che porta spesso con se' drammi quali la perdita del senso della vita». PAROLE INCORAGGIANTI Le parole conclusive dell'opera di Atilio Faoro sono però incoraggianti: «Il 15 aprile 2019, il mondo intero fu testimone, inorridito, delle fiamme che devastavano la più celebre delle nostre cattedrali. Questa terribile prova ci ricorda che, come per Notre-Dame, la vita dei popoli e delle nazioni cristiane passa attraverso la croce. Questo dramma ci invita anche a non perdere mai la fede. Di fronte alla devastazione lasciata dall'incendio, molti dubitavano che l'edificio potesse un giorno ritrovare il suo splendore. L'8 dicembre 2024, Notre-Dame ha tuttavia riaperto le sue porte alla presenza dei capi di Stato di tutto il mondo e di una folla immensa, più bella che mai. Questo restauro è una lezione per tutti noi. Quante volte crediamo che tutto sia perduto, che le rovine siano definitive?» La spettacolare manifestazione che quest'anno, a Pentecoste ha visto 19.000 pellegrini, percorrere a piedi circa 100 km, da Parigi fino alla cattedrale di Chartres è una delle tante luci di speranza che si accendono, come la restaurazione di Notre-Dame e l'aumento in Francia di conversioni dall'Islam. Molti secoli fa, il Signore manifestò il suo amore particolare per la Francia inviandole una piccola pastorella di Lorena che prese le armi e la salvò.  «Gli uomini combatteranno e Dio darà loro la vittoria», diceva Giovanna d'Arco, con parole che costituiscono un programma. All'inizio del XXI secolo, l'esempio della santa guerriera costituisce un modello non solo per i francesi, ma per tutti coloro che, con il pensiero, la preghiera e l'azione, difendono la Civiltà cristiana dai suoi nemici.

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  7. Nera e figlia d'Africa, ma è contro l'islam e l'immigrazione incontrollata

    06/10/2025

    Nera e figlia d'Africa, ma è contro l'islam e l'immigrazione incontrollata

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8191 NERA E FIGLIA D'AFRICA, MA E' CONTRO L'ISLAM E L'IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA di Manuela Antonacci   Lilas Eurydice Ndong, francese di origine gabonese, membro del partito di Marine Le Pen, candidata per la Vandea alle elezioni legislative francesi del giugno 2022, rappresenta una voce singolare nel dibattito pubblico francese. Nata nel 1982 a Parigi, questa donna di origini africane, figlia dell'illustre giornalista Pierre Célestin Ndong Ondo, sposata con un gendarme, difende gelosamente il patrimonio culturale francese che sente pienamente suo, contro l'immigrazione incontrollata. Lilas si è più volte detta preoccupata per le minacce all'identità e alla coesione nazionale in Francia, appoggiando in tutto e per tutto il pensiero politico di Éric Zemmour, fondatore del partito politico Reconquête, di cui condivide le idee sulla sovranità, l'immigrazione incontrollata e, soprattutto, la certezza che l'islam non sia una religione come un'altra. Come Zemmour, anche Lilas esprime i suoi timori di fronte a una Francia che vede indebolita da due dinamiche preoccupanti: la crescente influenza delle correnti islamiste, che ritiene abbiano una visione rigorista incompatibile con i valori repubblicani e l'immigrazione incontrollata, che, a causa della mancanza di selezione, importerebbe sfide sociali e culturali difficili da affrontare. Una vera e propria patriota che esorta a preservare la Francia come spazio di libertà, chiamandola, a questo scopo ad una vera e propria mobilitazione affinché difenda la sua identità. La sua è una posizione che fa impallidire la sinistra perché dimostra che in Francia si può essere di origine africana e abbracciare il pensiero politico della destra sovranista e identitaria. Sin dai suoi esordi in politica, nel 2022, sin rende conto che «per lo più i politici neri in Francia sono tutti vittime», non riconoscendosi in loro, in quanto «rappresentano un'immigrazione che non smette di lamentarsi e sputare sulla Francia». Questo attivismo le è valso ancora oggi, una valanga di insulti e minacce da parte proprio dei suoi connazionali africani. Ma lei ha le idee chiare e sostiene: «La Francia interventista deve fermarsi, deve cessare il bando di gara per i migranti a prezzi scontati per poi parcheggiarli, come ai tempi della schiavitù. I governi precedenti si sono impegnati nell'alimentare la schiavitù moderna con la complicità dei leader africani. Dobbiamo contribuire a sviluppare in modo massiccio le prospettive future degli africani nel loro paese e non qui. Non c'è più niente di buono per loro qui, perché i francesi ora vogliono salvare prima se stessi». E sostiene anche che le sue non siano solo parole: «Ci penserò io con il mio partito: prima i francesi. Gli africani devono rendersi conto che l'immigrazione illimitata è solo una forza lavoro a basso costo travestita da eldorado, e che porvi fine è fare loro un favore volendo dare loro tutta la dignità per avere successo validamente in patria e non più in patria». Una donna che rappresenta una bella pietra di inciampo sia per la sinistra francese sia per gli immigrati irregolari africani in Francia. Ma lei non ha dubbi: «Il mondo si è evoluto grazie a persone che hanno osato e hanno avuto una visione diversa, e io sono parte di questo processo. Sono convinta di essere venuta al mondo per sensibilizzare l'opinione pubblica in Africa. Gli insulti mi rendono più forte perché sono di fronte a persone che non osano».

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  8. Un rapporto allarmante sui crimini contro le chiese in Francia

    02/18/2025

    Un rapporto allarmante sui crimini contro le chiese in Francia

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8072 UN RAPPORTO ALLARMANTE SUI CRIMINI CONTRO LE CHIESE IN FRANCIA di Paola Belletti   È la comunità ebraica il bersaglio più colpito dall'odio antireligioso in Francia, con un preoccupante 62% di atti antisemiti, contro un 7% di quelli contro i musulmani e un allarmante 31% che ha per destinatari i cristiani. Anche se gli atti contro la comunità cristiana sono diminuiti dal 2023 al 2024, si registra un significativo aumento per due anni di fila degli incendi dolosi contro luoghi di culto, cresciuti anche i furti in chiese e edifici religiosi cristiani. «Meno atti anticristiani, - dunque, riporta Europe 1 - ma più chiese prese di mira. Secondo un rapporto dell'intelligence territoriale consultato da Europe 1, la polizia ha registrato un calo degli attacchi anticristiani lo scorso anno (770 incidenti, -10%). (...) per il secondo anno consecutivo, lo scorso anno le chiese sono state nuovamente prese di mira in modo particolare. Nel 2024 sono stati registrati quasi 50 (...) incendi dolosi contro luoghi di culto cristiani. Nel 2023 sono stati 38, con un aumento di oltre il 30%». Un aumento favorito anche dalle rivolte contro il governo di Parigi scoppiate nel maggio del 2024 nella comunità francese della Nuova Caledonia (arcipelago francese in Oceania, Ndr). Numerose le chiese prese di mira dai rivoltosi e date alle fiamme. In Francia sempre nel corso del 2024 due sono stati gli incendi a danno di chiese e comunità cattoliche: il 2 settembre è stata colpita la chiesa di Saint-Omer che ha visto andare distrutti tetto e campanile; il 3 ottobre è toccato alla chiesa di Saint-Hilaire-le-Grand a Poitiers oggetto di due roghi simultanei e di altri danni materiali alle statue presenti nell'edificio sacro. A offrire questo quadro preoccupante è un rapporto dell'intelligence francese che definisce il fenomeno preoccupante anche per il fatto «che si inserisce in un contesto mondiale di degrado e profanazione del patrimonio religioso francese». Il trend purtroppo riguarda anche i furti: si è passati dai già numerosi 270 del 2023 ai 288 dell'anno da poco concluso, un aumento del 7 %, il che ha significato in media 5 furti nelle chiese ogni settimana. «Le regioni più colpite sono Nouvelle-Aquitaine, Île-de-France, Grand Est, Alvernia-Rodano-Alpi e Occitania, dove sono stati segnalati diversi casi di saccheggi e danni». Anche se prevalgono gli attacchi a edifici e oggetti sacri, non sono mancate azioni contro i fedeli, soprattutto con azioni di disturbo durante le celebrazioni, un fenomeno particolarmente intenso durante il periodo del Natale. Così riferisce un'altra testata, Breizh info: «A Bordeaux, due individui ubriachi hanno causato il caos durante la messa. A Saint-Germain-en-Laye, un uomo ha interrotto una funzione gridando “Allah Akbar” prima di salire sull'altare e mostrare il suo posteriore davanti ai fedeli. Lo scorso anno la minaccia contro i cristiani non si è limitata ad atti vandalici. Il 5 marzo 2024, un uomo di 62 anni, islamista, è stato arrestato dalla DGSI mentre pianificava un attacco a una chiesa. Grazie all'intervento dei servizi segreti la tragedia è stata evitata». Con l'apertura dell'Anno Giubilare le preoccupazioni in merito ai rischi per fedeli e patrimonio culturale sono ancora più elevate. Le autorità raccomandano prudenza e misure di prevenzione, ma resta il grande interrogativo sulle cause profonde di questa violenza e sulle misure non estemporanee per arginarla. Come cristiani sappiamo che alla radice di ogni persecuzione contro tutto ciò che è cristiano, dall'insofferenza fino all'odio più implacabile, c'è quello che Cristo stesso ci ha annunciato. La certezza dell'ostilità al Suo nome e la sicura ricompensa nei cieli per chi avrà perseverato. Di sicuro non significa che chi ha responsabilità di governo possa sottrarsi al grave dovere di impedire e limitare questi attacchi, fosse anche solo per amore della propria nazione e dei beni, materiali e non, che custodisce. Ciò che colpisce, infatti, non è tanto l'odio contro i cristiani di chi cristiano non è - e aspetta senza saperlo l'annuncio del Vangelo -, ma quella sorta di malattia tutta occidentale (del laicismo che ha preso a lungo il sopravvento) che ci vede spesso intenti a soffocare le nostre stesse radici. Nota di BastaBugie: Lorenza Formicola nell'articolo seguente dal titolo "Attentato in Austria, il jihadismo è la nuova normalità europea" spiega che non solo in Francia, ma in tutta Europa l'immigrazione ha avuto conseguenze catastrofiche. Per esempio il recente attentato a Monaco di Baviera da parte di un afghano arrivato in Europa con un barcone. Poi un altro attacco c'è stato a Villaco, in Austria, ad opera di un siriano: sempre in nome di Allah. Un grave errore sarebbe quello di sminuire la matrice islamista. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 12 febbraio 2025: Dopo la Germania, l'Austria. Dopo Monaco di Baviera - dove in conseguenza delle gravi ferite riportate nell'attentato di giovedì 13 febbraio sono morte una mamma e la figlia di due anni, investite al grido di «Allah Akbar» - la scia di sangue è arrivata a Villaco (Villach), dove è morto un quattordicenne. La città della Carinzia, così vicina all'Italia (tanti italiani di confine la frequentano), è stata dunque il proscenio dell'ultimo attentato con coltello che il terrorismo islamico ha regalato all'Europa. È un sabato pomeriggio ancora sonnolento quello del 15 febbraio, sono circa le 16, a pochi passi da Hauptplatz, la piazza principale di Villaco circondata da negozi e caffè all'aperto; mentre il fine settimana ancora non s'è animato, un siriano di 23 anni si lancia sui pochi passanti con un coltellaccio che stringe nella mano sinistra. Trafigge al cuore un quattordicenne: morirà pochi minuti dopo, dissanguato. Cinque i feriti che combattono tra la vita e la morte in ospedale. Poi un venditore ambulante, pare anch'egli siriano, si mette in macchina per mettere fuori gioco il terrorista, investendolo. Un gesto che ha probabilmente evitato una strage. L'aria, al centro di Villaco, s'è fatta immediatamente cupa. E mentre ancora echeggiava il grido di «Allah Akbar», il giovane attentatore si faceva fotografare sorridente non lontano dal luogo dell'attentato. Poco più in là, vicino al ponte sulla Drava, le immagini diffuse su Internet lo presentano a fissare la fotocamera con un ghigno ostentato, per niente scomposto, mentre, seduto su una panchina e senza una scarpa, persa nella tentata fuga, tiene l'indice della mano destra alzato verso il cielo. È il gesto di omaggio ad Allah, la firma dei jihadisti da ormai tanti anni. Villaco è un città blindata. Un paio di elicotteri delle forze dell'ordine solcano il cielo. La squadra speciale della polizia austriaca è convinta che il siriano se ne sia andato in giro accompagnato. L'atmosfera è inquietante. La città è vuota d'un tratto. Qualcosa più di un film dell'orrore. Fino appunto alla notizia del venditore ambulante che ha investito il terrorista. Sembra ieri quando nel 2020, a Vienna, in quattro vennero uccisi dall'Isis, nel più grave degli attentati in Austria dal 1985. Che avrebbe ceduto il primato se, lo scorso agosto, un tentativo di attentato, targato Stato Islamico, ad un concerto di Taylor Swift non fosse stato sventato in tempo. Ma torniamo a Villaco. «In 20 anni di lavoro non ho mai visto una cosa del genere», ha commentato il portavoce della polizia locale. Il siriano aveva con sé un tesserino che lo identificava come un richiedente asilo e pare vivesse nel centro di accoglienza di Langauen. Devoto di Allah, era un assiduo frequentatore di imam su TikTok. Quelli che, dopo la stretta all'islam decisa da Sebastian Kurz nel 2018, sono diventati abbastanza introvabili in Austria. Nell'abitazione dell'attentatore è stata trovata anche una bandiera dell'Isis. Interrogato, ha ammesso di aver agito proprio in nome dello Stato Islamico. Eppure non era tra i 150 islamisti sotto osservazione del governo di Vienna. Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. E pensare che solo la settimana scorsa sono fallite le trattative per un nuovo governo. Il Partito della Libertà (FPÖ, di destra) e il Partito Popolare (OVP, conservatori) non hanno trovato l'accordo per un esecutivo che, comunque, sarà il più a destra dal secondo dopoguerra. Il leader del Partito della Libertà, Herbert Kickl, che ha vinto le elezioni parlamentari a settembre, per la prima volta nella sua storia, ha chiesto «una drastica riduzione del diritto d'asilo». L'Austria ospita una numerosa popolazione di rifugiati siriani, circa 100.000 persone. Dopo la caduta di Bashar al-Assad a dicembre, Vienna ha congelato le domande di asilo pendenti presentate dai siriani, per riesaminare la loro situazione. E ha posto fine ai ricongiungimenti familiari, oltre che inviato almeno 2.400 lettere di revoca dello status di rifugiato. Il Ministero dell'Interno, dal canto suo, ha appena dichiarato che sta preparando «un programma coerente di rimpatrio ed espulsione in Siria». Il governatore della Carinzia, Peter Kaiser, membro dei socialdemocratici, ha chiesto «le sanzioni più severe». Poi ha aggiunto che «l'Austria e l'Unione Europea hanno bisogno di attuare delle direttive molto restrittive in materia di immigrazione e asilo». Ancora una volta, infatti, si tratta di terrorismo islamico legato all'immigrazione. Come a Monaco. Medesima strategia, diversa tattica. L'afghano che ha ucciso a Monaco di Baviera aveva fatto l'ormai ben noto e collaudato iter. Nel 2016, era arrivato con il classico barcone

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Siamo sicuri che non sia in corso un'invasione dell'Italia e dell'Europa?