Liturgia e sacramenti - BastaBugie.it

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Gesù Cristo, unico salvatore del Mondo, continua ad agire oggi attraverso la sua Santa Chiesa

  1. Aug 11

    L'adorazione eucaristica è il termometro dell'amore

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8624 L'ADORAZIONE EUCARISTICA E' IL TERMOMETRO DELL'AMORE di Don Dino Nogavi   L'adorazione eucaristica è il desiderio del cuore innamorato del discepolo affinché il momento dell'elevazione dell'Ostia, che si compie durante la celebrazione della Santa Messa, non finisca mai. L'attimo in cui i nostri occhi possono fissare il Signore Gesù appena si è reso presente con il suo sacrificio in ciò che ormai non è più pane e viene elevato dal sacerdote, si prolunga nell'Ostia stessa che viene innalzata nell'Ostensorio per essere lungamente contemplata e adorata dai fedeli. Per questo la liturgia vuole che il Santissimo Sacramento venga esposto al centro dell'altare, dove la presenza di Gesù nell'Eucarestia si è resa presente ed è stata mostrata durante la celebrazione della Messa. Addirittura l'ostensorio si colloca su un piccolo trono quasi a voler far raggiungere all'Eucaristia l'altezza stessa in cui la innalzano le mani del sacerdote. Nelle righe che seguono si vuole solamente considerare come adorare l'Eucarestia sia un'esigenza naturale che nasce dall'amore. Dunque, l'adorazione eucaristica è essenzialmente una questione di amore. Amore di Dio che rimane con noi, rendendo continua la presenza del suo essere sacrificato sulla Croce. Amore dell'uomo che rimane davanti al suo Dio che si rende completamente accessibile a lui. I SANTI CI AIUTANO Tre considerazioni di santi ci aiutano ad accostarci all'adorazione con amore e per amore. 1. L'AMORE SI PAGA SOLTANTO CON L'AMORE Sono parole di Santa Teresa di Lisieux, che nel suo manoscritto autobiografico così scrive: "O Gesù, lo so, l'amore si paga soltanto con l'amore: perciò ho cercato e ho trovato il modo per calmare il mio cuore rendendoti Amore per Amore". L'essere amati non può essere ripagato se non ricambiando con l'amore. Dio ci ama con tutto l'amore di cui è capace, anzi Egli ci ama donandoci tutto se stesso in quanto Egli non semplicemente ama, ma è l'amore stesso. Comprendere questo amore significa rispondere con il nostro amore, significa cioè amare offrendo tutto l'amore che, come creature, noi siamo capaci di offrire. Il massimo grado di amore possibile su questa terra lo si raggiunge dando la vita per la persona che si ama. Sulle rive del lago di Tiberiade (Gv 21,15-19) Gesù chiede a Simon Pietro di ricambiare l'amore con il quale è stato amato dal suo maestro. Gesù gli chiede il massimo, gli chiede l'amore puro, tanto che Pietro, consapevole del suo limite può solo rispondergli: "Signore, tu sai che ti voglio bene". Rimanere in adorazione della presenza di Gesù nell'Eucarestia è cercare di ricambiare l'amore di Dio con il nostro amore. Adorare diventa un lento lasciarci condurre da Gesù perché ci faccia passare dal nostro "tu sai che io ti voglio bene" al poter giungere a dire nella verità: "Tu sai che io ti amo".  2. L'AMORE VUOLE PRESENZA Queste parole venivano spesso ripetute da santa Gertrude Comensoli. Niente di più vero, niente di più sperimentato di questa frase nel cuore di chi ama. Quando si ama qualcuno, come pure quando nel nostro cuore brucia una passione, non si desidera che di rimanere ad amare. Addirittura siamo disposti a sacrificare molto pur di restare a condividere un tempo abbondante con chi amiamo. Non solo, ci rendiamo anche conto che il tempo è sempre troppo breve. L'amore, di sua natura, impone la presenza. L'adorazione diventa così la prova della temperatura del nostro amore per Cristo. Il desiderio di rimanere lungamente con lui dove si lascia realmente incontrare, cioè nell'Eucarestia, ci svela se il nostro dire al Signore che lo amiamo, si riduce semplicemente ad un buon sentimento, che ancora non sa essere amore. L'amore vuole, inoltre, presenza perché attrae. Dovrebbe abitare nel nostro cuore un irresistibile desiderio di presenza davanti all'Eucarestia, sapendo che l'Amore ci sta aspettando, che desidera stare con noi, da Lui amati, e che attende di essere amato da noi che possiamo amarlo perché creature libere di scegliere.  3. AMARE SIGNIFICA DESIDERARE ANCORA CIÒ CHE GIÀ SI POSSIEDE Questa frase è attribuita a Sant'Agostino. Come uomini e donne sperimentiamo quanto il nostro limite riesca ad intaccare anche quanto di più grande e di più bello abbiamo nella nostra vita. I nostri amori, le nostre passioni, le nostre aspirazioni e ciò che di più prezioso sperimentiamo possono incontrare la stanchezza, il dubbio e la tiepidezza. Ogni cosa in noi è imperfetta, compreso l'amore che possiamo offrire al nostro Dio. Ecco perché dobbiamo rinnovare continuamente il desiderio di ciò che già abbiamo. Ciò che possediamo, soprattutto per quanto riguarda l'amore così come per la fede, non è qualcosa che ci è dato per sempre. Bisogna custodire e alimentare questi tesori meravigliosi che rimangono sempre esposti al rischio del nostro limite. Allora, stare in adorazione davanti all'Eucarestia diventa infine il coltivare il desiderio di ciò che già ci è dato perché rimane davanti a noi sull'altare. I SUGGERIMENTI DEI SALMI Ricambiando l'amore con l'amore, noi viviamo l'esigenza di essere lungamente presenti all'Amato per custodire in noi il desiderio di Lui. Ora, l'amore di cui stiamo parlando ha bisogno di declinarsi nei momenti n cui ci troviamo davanti all'Eucarestia a tu per tu. Deve diventare concreto. La domanda è una sola: come si può stare davanti all'Amore portando il nostro amore? Anche qui, quattro suggerimenti che troviamo nei Salmi.  1. SALMO 64: PER TE IL SILENZIO È LODE, O DIO Molto spesso, quando ci disponiamo a trascorrere del tempo in adorazione ci nasce nel cuore la domanda: cosa farò durante questo tempo? Così, per non correre il rischio di perdere tempo, organizziamo per bene il nostro adorare. Sicuramente è una prova d'amore fare in modo che il tempo in cui si rimaniamo con Gesù sia un tempo di qualità. Però non dobbiamo temere di dare a Dio quella lode che è il silenzio. Il salmo che abbiamo citato ci rende certi che, anche il nostro semplice stare nel silenzio è per Dio una lode gradita. Non importa dove vagherà la nostra mente o quanto quel silenzio potrà costarci. Ciò che vale è lo stare zitti davanti a Lui che è la Parola. D'altronde, se continuiamo ad utilizzare l'esempio delle persone che si amano, non sempre è necessario parlare quando si sta insieme. Si rimane nella bellezza dello stare insieme. Anzi, più passano gli anni in cui si rimane con chi si ama, più le parole diventano superflue. Ci si capisce subito, basta uno sguardo. La lode del silenzio è la voce dell'amore maturo 2. SALMO 62: DI TE HA SETE L'ANIMA MIA Secondo suggerimento per vivere l'adorazione ce lo suggerisce questo versetto del salmo. Il protagonista è sempre Gesù, è Lui la sorgente che può dissetarci quindi nell'adorazione Dio ha un ruolo attivo, noi abbiamo ruolo passivo. Lui è colui che dona, noi coloro che riceviamo. Le nostre preghiere durante l'adorazione servono a tenerci intimamente uniti con Cristo, perché egli possa ricolmarci dell'abbondanza della sua grazia. "Alle anime semplici non occorrono mezzi complicati", diceva santa Teresina di Lisieux. Non occorre studiare preghiere mirabolanti perché Dio ci avvolga con la sua presenza e ci salvi. Occorre semplicemente essere lì dove è lui. Per questo durante l'adorazione possono essere utili le preghiere contemplative: per esempio il Rosario o la Preghiera del Cuore. In queste preghiere l'importante non sono le parole che diciamo, bensì le parole ripetute, anche meccanicamente. Ci dispongono a rimanere presenti a Colui che è presente.  3. SALMO 109: DIO DELLA MIA LODE NON TACERE Queste parole del salmo sono messe dalla liturgia sulle labbra di Cristo il Venerdì Santo. Sono una richiesta a Dio nel momento del bisogno estremo e della sofferenza. Se Dio tace, noi siamo come pecore senza pastore, siamo come pecore che non possono più mettere in pratica ciò che Gesù dice nel Vangelo riguardo alle sue pecore: "Ascolteranno la mia voce" (Gv 10,16). Chiedere a Dio di non privarci della sua voce significa domandargli di farsi carico di tutte le fragilità che dobbiamo affrontare nella nostra vita. Non significa innanzitutto chiedergli che ci eviti ciò che ci fa soffrire, o rende amare le giornate. Significa domandargli una certezza: la sua voce, ossia la sua presenza. Il salmo del buon pastore recita così: "Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerò alcun male, perché tu sei con me" (Sal 23,4). Chi prega il salmo non sta principalmente chiedendo al Signore di togliere il buio. Dice che non teme perché sa di avere accanto il più forte, e lo sa perché sente il suono della sua voce. Rimanere davanti a Gesù nell'adorazione significa portare davanti a lui ciò che ci stringe il cuore rammentando al Signore ciò che ci ha promesso prima di salire al cielo: "Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). 4. SALMO 138: A TE VOGLIO CANTARE DAVANTI AGLI ANGELI Infine, nel momento dell'adorazione sappiamo che non siamo rinchiusi tra quattro mura. Dove c'è Dio i confini sono i confini stessi di Dio, ossia non ci sono confini. Nell'adorazione noi siamo uniti alla creazione e ci troviamo in compagnia di tutti coloro che sono uniti in Dio. Sicuramente di tutti coloro che in quel momento, pochi o tanti, sono con noi in chiesa. Ma i nostri occhi devono raggiungere il soprannaturale. Se anche fossimo da soli in chiesa dobbiamo intravedere gli angeli che non smettono di adorare il Signore presente. Inoltre dobbiamo vedere con noi tutti coloro che adorano Dio continuamente in paradiso, i santi. E poi dobbiamo sentirci uniti alla preghiera dei fedeli che in purgatorio attendono la visione completa di Dio. Quando

    L'adorazione eucaristica è il termometro dell'amore
  2. Jan 28

    Inginocchiasi, quando la fede parla col corpo

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8434 INGINOCCHIARSI, QUANDO LA FEDE PARLA COL CORPO   "Ingredere ut adores" è la scritta a caratteri cubitali che campeggia sulla modesta facciata di una piccola chiesa di una delle tante cittadine italiane. Ben prima che la comunicazione fosse una scienza, in sole tre parole l'ignoto committente ha voluto riassumere tutta la teologia liturgica essenziale: qui si entra per adorare. Lo spazio sacro, che ospita i riti liturgici, non ha altro scopo che questo: l'adorazione. Papa Benedetto XVI, nell'omelia del 22 maggio 2008 nell'Arcibasilica Lateranense, dice a tal proposito: "Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. [...] Noi cristiani ci inginocchiamo solo davanti al santissimo sacramento, perché in esso sappiamo e crediamo essere presente l'unico vero Dio". Il papa emerito in questo passaggio mette in chiara relazione il concetto di "adorazione" con il gesto concreto del "piegare le ginocchia". Nella liturgia cattolica uno dei gesti più importanti che si compie con il corpo è la genuflessione. LA GENUFLESSIONE Il termine è di origine latina e di semplicissima analisi etimologica: genu-flectere, ovvero "piegare le ginocchia". Sembra di risentire le parole di S. Paolo quando dice "nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre" (Filippesi 2,10-11). Il gesto della genuflessione consiste nel piegare il ginocchio destro fino a terra ed era già conosciuto in ambito romano come gesto da riservarsi ai personaggi di riguardo. In ambito cristiano è stato da subito un gesto che esprime l'adorazione verso Gesù, riconosciuto nella sua natura divina: "La genuflessione - e l'inginocchiarsi che si può considerare una genuflessione prolungata - è un gesto di riverenza e adorazione con il quale si riconosce la propria piccolezza davanti alla presenza divina. Per questo ai secoli Xll e XIll la genuflessione è divenuta l'atto più universale per esternare la nostra adorazione al Signore nell'Eucarestia" (J. Aldazabal, Dizionario Sintetico di Liturgia, LEV). Esaminando il rito romano nella forma straordinaria, troviamo una ricca prescrizione di genuflessioni per il sacerdote celebrante e i ministri durante la celebrazione della S. Messa: circa una ventina. I fedeli sono invitati a sostare in ginocchio durante le preghiere ai piedi dell'altare, durante tutta la consacrazione dal Sanctus al Per Ipsum e dall'Agnus Dei fino al momento di ricevere la S. Comunione, sempre in ginocchio alla balaustra. Anche la benedizione finale viene impartita sui fedeli inginocchiati. I fedeli si genuflettono al momento del "et incarnatus est" durante la recita o il canto del Credo e nel momento del "et Verbum caro factum est" durante la recita del prologo giovanneo prevista dopo la benedizione finale. Nella forma ordinaria del rito romano, si assiste a una riduzione piuttosto significativa delle genuflessioni e degli spazi in cui sostare in ginocchio. Il sacerdote celebrante e i ministri ne eseguono da 3 a 5 a seconda che il tabernacolo sia collocato o meno sul presbiterio (in tal caso a inizio e fine celebrazione si omette la genuflessione e si esegue l'inchino con la testa). I fedeli si inginocchiano soltanto per la consacrazione, dal Sanctus al Mysterium fidei, con la possibilità di prolungare fino al Per Ipsum e hanno inoltre la possibilità di ricevere inginocchiati la S. Comunione. Durante l'anno liturgico si riscontrano inoltre diverse particolarità: la genuflessione viene rivolta al Crocifisso dal venerdì santo fino alla veglia pasquale, imitando il gesto del centurione che, sotto la croce, si inginocchia riconoscendo che "davvero costui era figlio di Dio!" (Mt 27,54). Nella forma ordinaria la genuflessione è riservata alle parole del Credo "et incarnatus" soltanto nei giorni dell'Annunciazione del Signore (25 marzo) e nel Santo Natale, mentre nella forma straordinaria ciò è prescritto per ogni celebrazione in cui si deve recitare o cantare il Credo. Nella forma straordinaria, inoltre, esiste la cosiddetta "doppia genuflessione" da riservarsi al Santissimo Sacramento esposto e consiste nel "piegare ambedue le ginocchia. Si abbassa prima il ginocchio destro e poi il sinistro; invece si alza prima il sinistro e poi il destro. Vi si unisce un inchino mediocre di corpo" (L. Trimeloni, Compendio di Litur gia Pratica, n.356). Nella forma ordinaria la genuflessione doppia è stata abolita. GALATEO LITURGICO Al di là delle norme, si assiste spesso ad una trasandatezza dei gesti liturgici. La liturgia, nella situazione attuale della Chiesa, è spesso teatro di violenti scambi di opinione in cui anche i dettagli più innocui possono rivelarsi problematici. Se le norme liturgiche della forma ordinaria permettono, ad esempio, di ricevere la S. Comunione in ginocchio, la prassi seguita pare tutta diversa. Molti dei fedeli che vorrebbero ricevere l'Eucarestia in questo modo vengono ridicolizzati se non proprio impediti, talvolta anche con rimproveri pubblici, perché questo è visto come gesto "esagerato". In generale i fedeli non sempre vengono educati a un comportamento consono nella casa del Signore: invece di salutare Gesù nel tabernacolo con una semplice genuflessione ben fatta, ci si riduce ad un frettoloso segno della croce o a qualche abbozzata riverenza. Una catechesi liturgica ben fatta dovrebbe essere una priorità nelle parrocchie, per attuare quella partecipazione attiva tanto cara alla riforma liturgica post-conciliare. Dare per scontato certi comportamenti o, peggio, lasciare che sia la spontaneità a regolarli per fuggire il rischio di dare troppe regole o di essere troppo fissati con i "dettagli", costituiscono la paura più diffusa nei pastori. Il compito di educare il popolo di Dio alla preghiera passa anche attraverso i gesti: il "galateo liturgico" non è l'equivalente della cosiddetta etichetta in salsa cristiana, ma è l'espressione esterna e visibile di una fede vissuta essenzialmente nel cuore e che ha bisogno di essere alimentata continuamente. Inginocchiarsi davanti a Gesù nel tabernacolo ci aiuta a entrare subito in un clima di preghiera autentico, perché definisce e riordina i soggetti che intervengono in questo dialogo: Lui al centro, pieno di luce, circondato dai fiori e dagli ornamenti e io, peccatore, povero, penitente e in ginocchio per riconoscerlo il tutto che è e per rimarcare che il niente che sono ha bisogno di Lui come un bambino neonato della propria madre. E questo non è forse un buonissimo punto di partenza?

  3. Jan 6

    Grazie a Leone XIV e Riccardo Muti torna la grande musica sacra in Vaticano

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8402 GRAZIE A LEONE XIV E RICCARDO MUTI TORNA LA GRANDE MUSICA SACRA IN VATICANO di Roberto de Mattei   Il 12 dicembre, in Vaticano, alla presenza di Leone XIV, il Maestro Riccardo Muti ha diretto la Messa per l'Incoronazione di Carlo X di Luigi Cherubini, eseguita dall'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e dal Coro della Cattedrale di Siena "Guido Chigi Saracini". L'evento è stato giustamente salutato come un segno del ritorno della grande musica sacra in Vaticano, grande assente negli anni del pontificato di papa Francesco. Ma la scelta di questa Messa, come omaggio musicale a Leone XIV, appare anche come un evento denso di allusioni simboliche.   Luigi Cherubini (1760-1842), compositore molto amato da Riccardo Muti, fu una delle figure centrali della musica europea tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento. Nato a Firenze, trascorse gran parte della sua vita in Francia, dove attraversò alcune delle stagioni più drammatiche della storia moderna: la Rivoluzione francese, l'epoca di Napoleone Bonaparte e la Restaurazione monarchica seguita al 1814. Autore di importanti opere liriche e sacre, divenne direttore del Conservatorio di Parigi, esercitando un'influenza decisiva sull'insegnamento musicale europeo. La Messa per l'Incoronazione di Carlo X rappresenta uno dei vertici della sua produzione sacra: un'opera concepita per un rito in cui si intrecciavano musica, teologia e politica sacra. La Messa fu composta infatti per l'incoronazione di Carlo X di Francia, celebrata il 29 maggio 1825 nella cattedrale di Reims. Carlo X (1757-1836), già conte di Artois, era fratello di Luigi XVI, ghigliottinato il 21 gennaio 1793, e di Luigi XVIII, salito al trono nel 1814 dopo la caduta di Napoleone, ma morto senza discendenza nel settembre 1824. Carlo X regnò solo sei anni e, dopo la Rivoluzione di luglio del 1830 e l'abdicazione, visse l'esilio con grande dignità, interpretandolo come una prova permessa dalla Provvidenza. Morì a Gorizia nel 1836 ed è sepolto a Castagnavizza, assieme ad altri membri della famiglia reale francese. IL PRINCIPIO MONARCHICO Carlo X credeva fermamente nel principio monarchico e volle essere incoronato secondo l'antico rituale, codificato da Carlo V nel 1365, ma le cui origini risalivano al pontificale di Egberto del secolo VIII. Per oltre ottocento anni quel rito non aveva subito mutamenti sostanziali e Carlo X volle riprenderlo in tutta la sua integralità. Durante la cerimonia il Re insistette per inginocchiarsi personalmente nei momenti più solenni, nonostante l'età e le difficoltà fisiche, affermando che non si poteva ricevere un potere sacro restando in piedi. Il momento centrale dell'incoronazione era la consacrazione con l'olio sacro, conservato secondo la tradizione nella celebre Santa Ampolla. Secondo il racconto di Incmaro di Reims, una colomba avrebbe portato quest'ampolla dal cielo a san Remigio, che con l'olio che conteneva aveva unto Clodoveo primo Re cristiano dei Franchi. Da allora il Re di Francia era stato considerato quasi come vicario di Cristo, investito di una missione provvidenziale. La consacrazione regale esprimeva l'origine sacra del potere temporale. Durante la Rivoluzione francese, il 7 ottobre 1792, un membro della Convenzione, il pastore protestante Philippe Rühl, aveva spezzato solennemente la Santa Ampolla nella piazza di Reims, compiendo un gesto di pubblico rifiuto del carattere sacrale della monarchia. Tuttavia, secondo un processo verbale dell'epoca, il giorno precedente era stata estratta con un ago d'oro e conservata una parte del crisma, che venne poi utilizzata per la consacrazione di Carlo X.  IL RITORNO DELLA MONARCHIA SACRA DOPO LA RIVOLUZIONE FRANCESE L'incoronazione di Carlo X, celebrata alle otto del mattino del 29 maggio 1825, fu voluta dal sovrano per affermare solennemente il ritorno della monarchia sacra dopo la frattura della Rivoluzione. Parigi, capitale della Rivoluzione, restò ai margini dell'evento, mentre venne scelta Reims, sede tradizionale delle incoronazioni dei sovrani francesi. Fu dunque un gesto profondamente contro-rivoluzionario.  Il Re prestò il giuramento rituale, ricevette gli speroni e la spada, simboli del potere, e venne unto dall'arcivescovo, monsignor de Latil, con il sacro crisma. Seguì la consegna del mantello cosparso di gigli, dell'anello, dello scettro, della mano di giustizia e infine l'imposizione della corona. La musica di Cherubini ebbe un ruolo centrale, accompagnando i momenti centrali dell'incoronazione del sovrano.  Alla Messa seguì il rito tradizionale della guarigione delle scrofole, una forma di tubercolosi dei linfonodi molto diffusa fino all'Ottocento. Secondo una credenza antichissima, i Re di Francia avevano il potere di guarire questo male con il solo tocco della mano, pronunciando la formula: «Le roi te touche, Dieu te guérit» - "Il re ti tocca, Dio ti guarisce". Carlo X riprese solennemente questo rito, abbandonato o attenuato dai sovrani precedenti. Toccò i malati uno ad uno, con raccoglimento e molti ne guarì, come attesta anche lo storico Marc Bloch nel suo celebre libro I re taumaturghi (Les Rois Thaumaturges, 1924). San Tommaso d'Aquino, nel De Regimine Principum, afferma che la sacra unzione conferiva al re un certo carattere di santità, testimoniato proprio dai prodigi e dalle guarigioni operate dai sovrani consacrati. La guarigione delle scrofole, con l'unzione e l'incoronazione, formava un unico grande linguaggio rituale che la Messa per l'Incoronazione di Carlo X esprime in tutta la sua magnificenza.  Questa Messa celebrò, due secoli addietro, il trionfo della monarchia cattolica, intesa non come semplice forma di governo, ma come espressione storica di una civiltà sacrale, nella quale l'autorità temporale riconosceva la propria origine nella legge naturale e divina. La Messa per l'Incoronazione di Carlo X di Cherubini risuonata in Vaticano davanti al Santo Padre ha dunque riportato alla memoria la concezione sacramentale del potere propria della Civiltà cristiana, assumendo il significato di un simbolico richiamo a una verità permanente: quella di Gesù Cristo Re della società e della storia. Non sembra casuale che questo evento sia caduto nel centenario dell'enciclica Quas primas di Pio XI (1925), nella quale il Pontefice affermò con chiarezza il fondamento scritturistico, teologico e spirituale della Regalità sociale di Cristo, ideale perenne di ogni vero cattolico.

    Grazie a Leone XIV e Riccardo Muti torna la grande musica sacra in Vaticano
  4. 10/21/2025

    Jonathan Roumie difende l'eucaristia e cita Carlo Acutis

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8329 JONATHAN ROUMIE DIFENDE L'EUCARISTIA E CITA CARLO ACUTIS di Paola Belletti   Carlo Acutis e le sue intuizioni sull'Eucarestia, farina del sacco che Gesù stesso ha riempito con abbondanza nella sua vita breve e compiuta, continuano a conquistare nuovi seguaci, testimoni originali e convinti come lo è stato lui. Uno di essi è l'attore Jonhathan Roumie, interprete di Gesù nella serie The Chosen, approdata dopo una sorprendente marcia di avvicinamento anche su Netflix. Come credente ha partecipato alla processione eucaristica che si è svolta a New York il 14 ottobre, promossa dal NAPA Institute. Prima della Santa Messa nella Cattedrale di Saint Patrick, l'attore ha offerto una sua meditazione sulla fede e sull'importanza decisiva dell'Eucarestia nella vita dei fedeli e lo ha fatto con profondità e leggerezza insieme. Dopo aver richiamato l'espressione del piccolo Carlo che si stava recando nel monastero del Bernaga per ricevere la prima comunione con un anno di anticipo, «L'Eucaristia è la mia autostrada per il cielo», Roumie ha dichiarato quali siano i suoi sentimenti e soprattutto le sue radicate convinzioni intorno all'importanza decisiva dei sacramenti, Eucarestia al centro: «Da newyorkese nato e cresciuto, vorrei aggiungere un sentimento simile: l'Eucaristia è il mio treno espresso per il paradiso. Probabilmente il treno "3", per ovvi motivi, a meno che non sia il fine settimana, nel qual caso, a causa delle chiusure, probabilmente dovrete prendere il "2", o, peggio ancora, dovrete fare la spola fino a Grand Central e poi magari prendere il "4" o il "5". E sappiamo tutti come va a finire». Riferimenti più che eloquenti per i newyorkesi, dalle risate che si levano distintamente tra i numerosi presenti, come potrebbe esserlo una battuta sulla puntualità della metro di Roma, o sui treni per i pendolari in una delle nostre città. Prosegue dichiarando come è importante cercare l'unità sempre più profonda con Gesù nelle nostre vite. Come? in cose piccole, sottili, umili (un po' alla santa Teresina, per intendersi, il grande dottore della Chiesa "inventrice" della piccola via): «(...) nelle nostre interazioni reciproche: tenere aperta la porta a qualcuno; rivolgere un sorriso di benvenuto alle persone che ti circondano; conversare e persino mostrare un qualche tipo di riconoscimento a un senzatetto, offrirgli una tazza di caffè, magari del cibo; o dare a chiunque ti chieda qualcosa, indipendentemente da come ci siano arrivati e da cosa pensi di come ci siano arrivati». Davvero, si fa così, con piccoli gesti pressoché invisibili? non è meglio testimoniarlo alla grande, raggiungendo milioni di spettatori nel mondo, magari interpretando il ruolo di Cristo in una serie di successo planetario? No, assicura di no: «(...) essere al servizio di chiunque incontriate e portare con voi la gioia di Cristo mentre lo servite. Perché i piccoli gesti? Qual è l'importanza delle cose più piccole? Non dovrei fare qualcosa di gigantesco? Non dovrei andare in televisione e interpretare Gesù? No, non dovreste. Fidatevi, non ve lo consiglio. È una grazia e un dono, certo, ma non è obbligatorio». Anzi, interpretare Gesù soprattutto nella sesta stagione che è incentrata sulla Passione e Morte è stata un'esperienza talmente impegnativa e ardua che senza il nutrimento dell'Eucarestia è certo che non avrebbe potuto affrontarla. E di sicuro non avrebbe reso il servizio che invece è riuscito a offrire: «(...) cercando la guarigione delle profonde ferite del peccato dentro di me attraverso il sacramento della riconciliazione e ricevendo l'Eucaristia quasi ogni giorno, o quando e dove possibile, è stato Cristo a prendere il sopravvento e a plasmare ulteriormente la mia anima affinché riflettesse di più Lui dentro di me. È Cristo la cui luce risplende in questa tavolozza, vaso di pelle e ossa.»

    Jonathan Roumie difende l'eucaristia e cita Carlo Acutis
  5. 07/01/2025

    Il canto gregoriano giova alla salute del corpo (e dell'anima)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8215 IL CANTO GREGORIANO GIOVA ALLA SALUTE DEL CORPO (E DELL'ANIMA) di John Horvat   Una pratica ecclesiale di lunga data orientata all'adorazione di Dio è il canto di salmi e inni. Fin dai tempi più antichi, i monaci si impegnavano nel canto liturgico che completava la loro vita spesso faticosa. Questi monaci riuscivano a far fronte alle ore trascorse in coro e a provvedere alle loro necessità materiali. L'autore francese, il dottor Alftred Tomatis, racconta l'affascinante storia di come ha scoperto il "segreto" del vigore dei monaci in mezzo ai loro rigorosi programmi. Il dottor Tomatis, specialista dell'orecchio, racconta come un particolare monastero francese abbia seguito per secoli la regola di San Benedetto, che prevedeva diverse ore di canto al giorno. Dopo il Concilio Vaticano II, negli anni Sessanta, i monaci cambiarono le loro pratiche secolari. Smisero di cantare in latino ed esplorarono la possibilità di continuare a cantare in vernacolo. Quando non si raggiunse un accordo su come farlo, decisero di interrompere del tutto il canto e di sostituirlo con ministeri più aggiornati e forse più "pastorali", in linea con altre riforme dell’epoca. Il nuovo orario ebbe conseguenze importanti sulla vita dei monaci. Per secoli, i benedettini hanno prosperato dormendo poco. Ora, però, questi nuovi monaci erano affaticati e svogliati. Anche quando venivano concessi loro più ore di sonno, continuavano a essere costantemente stanchi. Si decise di cambiare la secolare dieta vegetariana per includere la carne, nella speranza di dare ai monaci più energia. Tuttavia, la loro salute non migliorò. Sembrava che non ci fosse modo di trovare la causa dei loro problemi e le soluzioni proposte sembravano solo peggiorare la situazione. A questo punto, il dottor Tomatis visitò il monastero per testare l'udito dei monaci. Fu sorpreso nel constatare che molti di loro soffrivano di problemi di udito. Esaminando la sequenza dei cambiamenti, stabilì che l'unico cambiamento relativo all'udito era la cessazione del canto dei salmi in coro. Raccomandò di riprendere il canto per vedere se le loro condizioni sarebbero cambiare. Quando i monaci tornarono alla loro vecchia routine di cantare le ore dell'ufficio, sperimentarono una trasformazione sorprendente. La maggior parte di loro divenne piena di energia e potè funzionare di nuovo con poco sonno. Non ebbero bisogno di una nuova dieta. Il canto gregoriano fu sufficiente a risolvere i loro problemi di salute. In un'intervista rilasciata a una radio canadese, il dottor Tomatis ha spiegato l'accaduto dal suo punto di vista professionale. Da tempo studia gli effetti dei suoni e delle frequenze su una persona. Ha detto che la corteccia cerebrale può essere "caricata" o stimolata positivamente da suoni come il canto gregoriano. Per questo motivo, riteneva che le sessioni quotidiane di canto portassero energia al corpo e alla mente dei monaci. La regolarità e il ritmo dei canti hanno un impatto che ordina il monaco e gli permette di fare cose straordinarie. Naturalmente, gli effetti fisici della musica sono solo una parte della storia. Tuttavia, è una parte affascinante in un mondo non credente che apprezza solo i benefici materiali. Altri esperti hanno studiato gli effetti del canto e hanno scoperto che può abbassare la pressione sanguigna e contribuire a ridurre l'ansia e la depressione. Eppure, la vera storia è l'impatto spirituale del canto sull'anima. Questa musica è soprannaturale in quanto eleva la persona verso il cielo e le cose di Dio. La sua bellezza riempie le anime di ammirazione e amore per Dio. Quando le pratiche di fede mettono in ordine l'anima, il corpo diventa naturalmente ordinato. La vera conclusione di questa storia non è che il canto gregoriano possa servire come ausilio per la salute. È che mettere in ordine l'anima dovrebbe essere la prima priorità. In seguito, tutto andrà al suo posto.

    Il canto gregoriano giova alla salute del corpo (e dell'anima)
  6. 05/13/2025

    La visita al Santissimo sacramento

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8154 LA VISITA AL SANTISSIMO SACRAMENTO di Don Stefano Bimbi   La visita al Santissimo Sacramento può essere una sfida, specialmente con tutte le distrazioni che ci sono nella vita quotidiana. Proprio per questo può diventare un'occasione unica per rientrare in contatto con Dio, lontano dalla frenesia quotidiana. Ma cos'è la visita al Santissimo Sacramento? È un atto di adorazione e di preghiera che si fa di fronte al Santissimo Sacramento, cioè l'Eucaristia, quando è custodita nel tabernacolo. È un momento di raccoglimento, di preghiera e di intima comunione con Gesù presente nell'Eucaristia. Si distingue dall'Adorazione Eucaristica che si fa quando il Santissimo è esposto con l'ostensorio sull'altare. Per fare la visita al Santissimo ti puoi inginocchiare o semplicemente stare in silenzio davanti al Santissimo Sacramento, pregando come preferisci. Non c'è un testo obbligatorio, ma spesso si usano preghiere come il Padre Nostro, il Ti adoro (del mattino o della sera a seconda dell'ora del giorno), l'Atto di Dolore, il Credo, o altre preghiere. Oppure si può anche pregare con le parole che lo Spirito Santo ci suggerisce, come ad esempio: "O Signore Gesù, che sei qui nel Santissimo Sacramento, ti adoro e ti lodo. Grazie per la tua presenza, ti offro il mio cuore e la mia vita. Rinnovo la mia fede in Te. Sostienimi nella difficoltà che sto vivendo. Ti affido questa persona a me cara...". La durata della visita dipende dal tuo desiderio di intimità con Dio. Puoi stare anche solo pochi minuti o per un periodo più lungo, ascoltando e riflettendo. La visita può essere anche breve, ma sarebbe importante che fosse fatta con regolarità. Alcuni la fanno una volta al giorno, altri una volta a settimana o in momenti particolari dell'anno come ad esempio la Quaresima. Ecco adesso alcuni consigli pratici. 1) SPEGNERE IL CELLULARE O METTERLO IN MODALITÀ "NON DISTURBARE" Questo è il primo passo per un incontro vero. Spesso il cellulare è la principale fonte di distrazione, con notifiche e messaggi che ci tirano fuori dal momento presente. Spegnendolo o mettendolo da parte, ti permetti di essere veramente "presente" e di concentrarti. 2) IMPOSTA UN TEMPO PER LA VISITA Decidi in anticipo quanto tempo dedicare. Può essere utile fissare una durata (esempio: 10 minuti o anche 5 oppure anche solo 3, l'importante è stabilirlo prima di entrare in chiesa). 3) PORTA UN ROSARIO O UN LIBRO DI PREGHIERE Anche se non è necessario, avere un rosario o un libretto con preghiere può aiutarti a concentrarti. A volte, la mente può vagare e un semplice rosario o una preghiera scritta ti aiuta a rimanere focalizzato. Deve però essere chiaro che la preghiera è libera per cui si può usare il tempo come si preferisce. 4) FAI SILENZIO INTERIORE Una volta entrato in chiesa prenditi un momento per respirare profondamente, liberarti dalle preoccupazioni e pensare che sei alla presenza di Qualcuno di molto speciale. Cerca di "spegnere" tutto dentro di te, proprio come hai fatto con il cellulare. 5) NON AVERE PAURA DEL SILENZIO Il silenzio può sembrare un po' inquietante, soprattutto oggi dove siamo sempre stimolati dai suoni e dalle immagini. Ma nel silenzio puoi davvero ascoltare Dio. Non sentirti obbligato a riempirlo con pensieri frenetici. Lascia che sia un momento di pace. 6) VIVI IL MOMENTO CON GRATITUDINE La visita al Santissimo è anche un'opportunità per esprimere gratitudine al Signore. Pensa a qualcosa per cui sei veramente grato a Dio in quel momento della tua vita. 7) FAI ATTENZIONE ALLA TUA POSTURA Non è un obbligo, ma stare in ginocchio può aiutarti nella preghiera.

    La visita al Santissimo sacramento
  7. 01/15/2025

    Il cielo è spento nelle chiese moderne

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8044 IL CIELO E' SPENTO NELLE CHIESE MODERNE di Francesco Mori   Perché le chiese moderne sono così fredde e spoglie? Quale concezione estetica pare avere ispirato i progettisti? Da quale fonte è stata originata la scomparsa pressoché totale dell'ornato? Queste domande accompagnano ormai da decenni chi entra in un edificio sacro di recente costruzione ed acquistano ancor più forza e urgenza se si confrontano le strutture contemporanee con le chiese, anche le più piccole e periferiche, costruite fino agli inizi del secolo scorso. Dietro ogni scelta formale si cela l'espressione di una spiritualità. Cercheremo in quest'articolo di individuarne la natura e l'origine. Nelle pagine de Il grande divorzio il genio di Clive Staples Lewis immaginò che un pullman di dannati partisse per un viaggetto fino in paradiso, per vedere come trascorresse la vita lassù. La comitiva, ben presto, si accorse con sorpresa che, rispetto al grigiore della tetra città che popolavano, e che pareva loro reale come il mondo conosciuto dell'aldiquà, lassù tutto era più nitido, colorato, denso e pesante, tant'è che la forza necessaria per alzare una singola foglia era pari a quella che serviva a spostare un grosso macigno all'inferno. Questo paradiso, in cui risultano potenziate tutte le caratteristiche della realtà creata, è davvero un'intuizione formidabile! A questa concezione se ne oppone frontalmente un'altra, oggi assai diffusa, che immagina l'aldilà come il luogo dell'evanescenza e della fusione inebetita delle anime in un'indistinta e accecante luminescenza, eternamente priva di mutazioni e di articolazioni. Si affrontano qui due differenti visioni del sacro: la prima di matrice cristiana e la seconda profondamente influenzata dalle religioni orientali, soprattutto l'induismo. UNA ANTICIPAZIONE DEL PARADISO In un vecchio catechismo della Conferenza episcopale toscana tutti i capitoli erano illustrati da splendidi quadri e antiche miniature, ma... solo la sezione sui novissimi si apriva con un quadro monocromo, giallino chiaro, percorso da linee orizzontali colorate. Sembrava proprio che per descrivere il nostro futuro eterno i vescovi - o i redattori del volume - non avessero trovato di meglio che questa illustrazione minimale e diafana. Da una simile scelta sorge il dubbio che la visione "orientale" dell'essere sia penetrata anche nella nostra cultura. A questa visione attingeva, non a caso, il primo testo teorico sull'astrattismo, scritto da Vasilij Kandinskij agli inizi del Novecento, che recava un titolo accattivante: Lo spirituale nell'arte. Questa contaminazione fa emergere l'urgenza di alcune domande capitali: a chi piacerebbe trascorrere la vita eterna perennemente abbagliato da un muto chiarore senza articolazioni e movimento? Chi si appagherebbe nell'infinita permanenza in questa sorta di eterna e monotona staticità, che assomiglia tanto al nulla? Chi anelerebbe a questa condizione esistenziale, avendo ancora negli occhi i colori del tramonto e dell'alba, la sorprendente vastità del mare, le foglie multicolori degli alberi in autunno e i visi dei propri cari? Bene: le chiese, almeno quelle cattoliche, sono sempre state concepite come un tentativo di creare uno spazio che prefiguri una sorta di sacrale anticipazione del paradiso. Spesso vi si ricapitolava in pietra, in oro o in colori, l'intero vastissimo universo creato, che andava così ad ornare capitelli, volte, nicchie, cornici, chiavi di volta ecc. Ecco allora comparire il ciclo dei mesi, la storia umana, le età dell'uomo, le foglie d'acanto, le fiere, gli animali, i pesci, i pianeti, in pratica tutto il cosmo, da cui saliva a Dio lode e venerazione, poiché anch'esso attende con impazienza, come ci insegna San Paolo, la rivelazione dei figli di Dio (vedi Rm 8,19). Sicuramente questa concezione artistica si riallaccia armonicamente allo spirito che anima le pagine di Lewis. LA VISIONE MINIMALISTA DELLA SPIRITUALITÀ La visione "minimalista" della spiritualità pare invece aver plasmato e nutrito di sé gran parte della produzione artistica moderna, che in campo architettonico si caratterizza per la totale assenza di ornato e di decorazione. Volumi essenziali, superfici piatte e lucide, selve ortogonali di pilastri di grigio cemento hanno infatti ispirato e tuttora ispirano l'estetica delle costruzioni moderne. Bisogna tristemente registrare che tale impoverimento formale, è penetrato massicciamente anche nella prassi progettuale delle chiese e degli edifici di culto. La chiesa di Dio Padre Misericordioso realizzata a Tor Tre Teste a Roma da Richard Meier, il Gesù Redentore di Modena di Mauro Galantino e la chiesa di San Paolo a Foligno, meglio nota come "il cubo di Fuksas" (vedi immagine), sono le ultime, discutibili riedizioni peggiorate e corrette di idee che si vanno attuando fin dagli anni '60 del Novecento e che hanno reso i nostri luoghi di culto spazi tutt'altro che piacevoli da frequentare. Attualmente rimane - luminosa creazione di un genio solitario - soltanto la straordinaria epopea del cantiere della Sagrada Familia di Barcellona, quale ultimo baluardo di bellezza ed equilibrio tra ornato e calcolo strutturale, anche se non sono mancati negli anni numerosi tentativi di semplificare in senso astratto le formidabili intuizioni di Antoni Gaudí. Le forme delle chiese contemporanee sembrano infatti esprimere più la spiritualità minimalista orientale che abbiamo esaminato in apertura che quella formulata magistralmente nelle acute pagine de Il grande divorzio e nella mirabile produzione architettonica dei secoli passati. È giunta pertanto l'ora di un appello urgente: rimettiamo negli occhi e nei cuori del popolo di Dio il desiderio di abitare un giorno in una dimensione che potenzi e compia la natura della creazione e il destino dell'uomo! Questa è la missione dell'arte e dell'arte sacra in particolare: rendere capaci gli uomini di dare una "sbirciatina" in paradiso, non di inebetirli in un asettico Nirvana.

    Il cielo è spento nelle chiese moderne
  8. 11/13/2024

    Le dieci "C" fondamentali per la confessione

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7972 LE DIECI ''C'' FONDAMENTALI PER LA CONFESSIONE di Manuela Antonacci La comunione e la confessione [...] sono due sacramenti essenziali per la vita di un cattolico. Tuttavia fondamentale è la giusta disposizione con cui ci si accosta ad entrambi. Ed ecco 10 dritte importanti, fornite su Catholic Exchange da padre Ed Broom, grande esperto di spiritualità. 1) CHIAREZZA Un segno evidente dell'azione dello Spirito Santo sono la chiarezza e la trasparenza. Al contrario, l'azione del Maligno è caratterizzata dalla confusione, dall'ambiguità e dall'incertezza: "Il vostro parlare sia sì sì e no no". 2) CONCISIONE (SINTETICITÀ) Le confessioni non devono essere lunghe perché non vanno confuse con la direzione spirituale. L'essenza del sacramento consiste semplicemente nel dichiarare i nostri peccati. Non nel girarci intorno: bisogna essere diretti e sintetici. 3) CONCRETEZZA Un'altra qualità essenziale per una buona confessione sacramentale è la concretezza. Non basta dirsi peccatori ma è necessario confessare pensieri, parole e azioni peccaminose, insieme alle circostanze e all'intento con cui si è agito. 4) COMPLETEZZA La Chiesa stabilisce nel Diritto Canonico e nel Catechismo che di tutti i peccati mortali bisogna indicare la frequenza con cui li si è commessi. Ad esempio, se si perde deliberatamente la Santa Messa della domenica, allora il numero di volte in cui si è mancato di soddisfare al precetto dovrebbe essere specificato. 5) CONTRIZIONE Perché una confessione sacramentale sia legittima ed efficace, ci deve essere una vera contrizione del cuore. In altre parole, dobbiamo essere pentiti e disposti a rinunciare ed evitare il peccato in futuro. È necessario, per questo, chiedere la grazia della vera contrizione del cuore per fare confessioni valide. 6) CONDANNA Dobbiamo essere saldamente fondati nella convinzione che il Signore ci ama veramente e che vuole ciò che è meglio per noi. La sua misericordia e il suo amore sono veramente più potenti del nostro peccato, e qualsiasi pensiero contrario può essere condannato. 7) CORREZIONE La correzione è consequenziale alla contrizione. Dobbiamo essere disposti, con la Grazia di Dio, a correggere le nostre cattive azioni, a compiere i passi necessari per correggerci ed evitare qualsiasi persona, luogo o circostanza possa facilmente rinchiuderci nella trappola del peccato. 8) COMPENSAZIONE C'è una parte della confessione molto importante che è la penitenza che il sacerdote assegna e che va rispettata. Se abbiamo danneggiato la proprietà di qualcuno o il suo buon nome, allora deve essere perseguita una qualche forma di risarcimento. Ciò rientra nella virtù cardinale della giustizia, ovvero del dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. Anche se è impossibile "ripagare Dio" per le offese commesse contro di Lui, possiamo, tuttavia, attraverso la nostra penitenza, mostrare di voler fare un atto di buona volontà. 9) CONVERSIONE Uno dei frutti più efficaci della Confessione è la conversione, l'allontanamento dal peccato e la conversione al Signore. Sono tutte cose che dipendono sì dalla grazia di Dio, ma anche dalla nostra disponibilità a corrispondere a questa grazia. La confessione è veramente un incontro con Gesù, perché Lui, il Medico Divino, è l'unico che può veramente guarire le nostre anime. Il Vangelo è pieno di episodi in cui vediamo Gesù che guarisce e risana anche i grandi peccatori. Santa Maria Maddalena aveva sette demoni: Gesù non solo l'ha guarita, ma l'ha trasformata in una grande santa. 10) CONFIDENZA (FIDUCIA) Uno degli insegnamenti più importanti del Diario di suor Faustina. Parole di Gesù misericordioso è che Gesù insiste sul fatto che tutti, specialmente i peccatori più incalliti, debbano avere una fiducia illimitata nella Sua infinita e inesauribile Misericordia e che persino il più grande peccatore possa diventare il più grande santo, a una condizione: fiducia nella Misericordia del Sacro Cuore di Gesù. Nel dipinto dell'Immagine della Divina Misericordia, Gesù ha insistito affinché le parole "Gesù, confido in Te" fossero scritte sul dipinto stesso. Per questo è necessario avvicinarsi al Sacramento della Confessione, con fiducia infinita e illimitata. «L'abbondanza della grazia che riceveremo» - sottolinea padre Broom - «sarà proporzionale alla nostra fiducia nella misericordia del Sacro Cuore di Gesù».

    Le dieci "C" fondamentali per la confessione

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