Santi e beati - BastaBugie.it

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Vite straordinarie di persone normali che hanno scelto di vivere la vita di tutti i giorni secondo gli insegnamenti del Vangelo

  1. Oct 20

    Quando Dio manda all'aria i nostri progetti

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8695 QUANDO DIO MANDA ALL'ARIA I NOSTRI PROGETTI di Domenico Agasso   La storia di questa donna è il racconto di come Dio sa trasformare i progetti degli uomini. Mandando all'aria anche quelli che noi gli penseremmo più congeniali. La giovanissima Anna, bavarese, voleva andare missionaria in terre lontane. Di umilissime origini per raccogliere la «dote» allora necessaria per entrare in convento era andata a servizio presso una famiglia benestante. Ma all'improvviso la morte del padre sconvolge la costringe a rimandare quel progetto: ci sono cinque fratelli e sorelle più piccole da aiutare. «Aspetterò che diventino grandi», pensa Anna. Ma un incidente nella lavanderia dove lavora la costringe inferma in un letto. A 21 anni è l'inizio di un vero e proprio Calvario, durissimo da accettare. Ma è anche l'inizio di una serie di illuminazioni. Quel letto, a poco a poco, diventa un punto di riferimento per tante persone che vengono da lei a chiedere consiglio. La missione che pensava di vivere in terre lontane la realizza nella sua stanza. Morirà il 5 ottobre 1925. È stata proclamata beata nel 1999 e santa nel 2012. (Avvenire) Martirologio Romano: Nel villaggio di Mindelstetten nel territorio di Ratisbona in Germania, beata Anna Schäffer, vergine, che all'età di diciannove anni, mentre prestava servizio come domestica, si ustionò con acqua bollente e, nonostante il progressivo peggioramento delle sue condizioni, visse poi serenamente in povertà e in preghiera, offrendo la croce del suo dolore per la salvezza delle anime. È la terza degli otto figli del falegname bavarese Michele Schaeffer e di Teresa Forster. Famiglia di non molte risorse: tutti vivono sui modesti guadagni del padre. Anna riceve l'istruzione elementare nelle scuole di Mindelstettene prende a coltivare un sogno: diventare suora e andare missionaria in terre lontane. Ma occorre un po' di dote per essere accolta in una congregazione religiosa, e per metterla insieme lei cerca lavoro a Ratisbona (Regensburg). La prende a servizio una famiglia di benestanti, e questo è il primo passo verso l'avverarsi del sogno. Ma è anche l'ultimo, sebbene Anna non lo sappia ancora. Un anno dopo, infatti, suo padre muore, e lei deve tornare a Mindelstetten per aiutare la famiglia orfana, con cinque fratelli e sorelle più piccoli di lei. Ancora lavoro, dunque, in casa e nelle famiglie del posto. Trascorrono così alcuni anni; i piccoli di casa crescono e forse presto non ci sarà più tanto bisogno di lei: forse potrà ripensare alla missione lontana... Ma il 14 febbraio 1901, a diciannove anni, ecco la disgrazia che fa di lei un'invalida per sempre. Accade nella lavanderia della casa forestale di Stammham, presso Ingolstadt, dove lei lavora: una canna fumaria sta per sfilarsi e cadere, lei si arrampica per rimetterla a posto, ma va a cadere dentro una vasca di acqua calda con lisciva, e ne riporta ustioni dolorosissime alle gambe, fino ai ginocchi. La curano nell'ospedale di Kosching e poi nel centro medico universitario di Erlangen; ma c'è ben poco da fare contro le piaghe che l'azione corrosiva del detergente ha provocato. Anna torna nella sua casa di Mindelstetten dopo mesi di ricovero, e si ritrova invalida per sempre, mentre i suoi sono diventati più poveri di prima. Una disgrazia dopo l'altra: la famiglia è in rovina, e lei prigioniera dei suoi dolori, resi insopportabili dalla certezza che non hanno rimedio, che non finiranno mai. Tutto questo a 21 anni: una situazione insopportabile, anche per lei così ricca di fede. E infatti non accetta di ritrovarsi così. Si ribella a questo patire senza speranza, lo dice ai suoi, alle amiche, a padre Karl Rieder, il suo parroco. La conquista della serenità non avviene per illuminazioni improvvise. È una fatica lunga, che porta Anna a convincersi: la sua non è una condanna; è un compito che le affida il Signore al quale si è consacrata: essere "missionaria" così, dal letto e dalle piaghe. Infine, ecco l'accettazione. Non come una resa, ma come atto di volontà: Anna offre le sue sofferenze al Signore. E ne ha molte da offrire: quelle dovute alla disgrazia in lavanderia e poi altre ancora: paralisi totale delle gambe, irrigidimento del midollo spinale, tumore all'intestino... Così piagata, parla dei suoi "sogni", nei quali le appaiono il Signore e san Francesco. Consiglia e incoraggia la gente venuta a chiederle aiuto e sostegno. Si scopre magnificamente necessaria, indispensabile, ai sani e ai sicuri: da quel letto è sempre "in servizio", a voce e anche scrivendo lettere. Non lascia "ultime parole" o raccomandazioni prima di morire. Nel settembre 1925, una caduta dal letto le toglie la voce. Si spegne con un sussurro: «Gesù, io vivo in te». E resta dopo la morte una presenza forte nel suo mondo bavarese. Sepolto dapprima nel cimitero, il corpo verrà poi trasportato nella chiesa parrocchiale di Mindelstetten. Giovanni Paolo II la proclamerà beata nel 1999 ed infine santa con Papa Benedetto XVI il 21 ottobre 2012.

    Quando Dio manda all'aria i nostri progetti
  2. Oct 6

    Padre Pio obbedì anche quando aveva ragione

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8684 PADRE PIO OBBEDI' ANCHE QUANDO AVEVA RAGIONE di Roberto de Mattei   Il soprannaturale non si manifesta solo nelle apparizioni o visioni straordinarie, ma anche nella vita ordinaria dei santi, che costituisce una delle principali espressioni della presenza di Dio nella storia. Il Novecento rispetto ad altre epoche, fu avaro di santi. E tuttavia una figura carismatica sembrò riassumere in sé una larga parte dei doni straordinari di cui il suo tempo fu privo. Questa figura è quella di padre Pio da Pietrelcina. Nella sua persona il soprannaturale tornò a imporsi all'attenzione di un mondo che pretendeva di spiegare ogni cosa attraverso la scienza e la tecnica. Fu il primo sacerdote nella storia della Chiesa a ricevere le stimmate, i segni della Passione impressi visibilmente nel suo corpo. Attorno allo stigmatizzato di San Giovanni Rotondo si raccolsero poi innumerevoli testimonianze di guarigioni, miracoli, sorprendenti bilocazioni, profezie e discernimento delle coscienze. Ricordiamo, tra i tanti, il caso della dottoressa Wanda Półtawska, che attribuì a padre Pio la propria miracolosa guarigione da un tumore. Il 17 novembre 1962 il vescovo ausiliare di Cracovia Karol Wojtyła scrisse al cappuccino chiedendogli di pregare per lei; in una seconda lettera lo ringraziò, riferendo che la donna aveva recuperato improvvisamente la salute prima dell'intervento previsto.  Nato a Pietrelcina il 25 maggio 1887, Francesco Forgione entrò nel noviziato cappuccino nel gennaio 1903 e prese il nome di fra Pio. Emise i voti solenni nel 1907, fu ordinato sacerdote nel 1910 e giunse a San Giovanni Rotondo nel 1916. Qui, il 20 settembre 1918, comparvero sul suo corpo le stimmate, che restarono aperte e sanguinanti per ben cinquant'anni, dopo una visione di Gesù Crocifisso, che gli aveva detto: "Ti associo alla mia Passione".  La sofferenza segnò tutta la sua esistenza. Egli la offrì per la conversione delle anime e la accompagnò con un'instancabile attività nel confessionale e con opere concrete di carità. La più nota è la Casa Sollievo della Sofferenza, l'ospedale che volle a San Giovanni Rotondo per unire la cura del corpo all'assistenza spirituale dei malati. CALUNNIE E PERSECUZIONI Padre Pio soffrì fisicamente la Passione di Cristo, ma soffrì anche spiritualmente a causa di calunnie e persecuzioni che dovette subire da parte delle stesse autorità ecclesiastiche. Il fenomeno delle stimmate e la fama di santità del religioso avevano creato un movimento di devozione in tutta Italia con un imponente afflusso di persone a San Giovanni Rotondo. La presenza di padre Pio disturbava però la situazione di rilassatezza morale in cui era immersa la diocesi di Manfredonia, a causa della condotta immorale dell'arcivescovo Pasquale Gagliardi e di alcuni suoi collaboratori L'arcivescovo e questi sacerdoti, per sbarazzarsi dello scomodo cappuccino, lo accusarono di essere un corruttore di donne e di aver creato artificialmente le stimmate. Uno dei sostenitori della campagna contro padre Pio fu il padre Agostino Gemelli, che nel 1920 incontrò il frate a San Giovanni Rotondo con l'intenzione di esaminare le stimmate. Padre Pio non acconsentì a mostrarle in assenza di un'autorizzazione del Sant'Uffizio. Pur senza aver visitato il cappuccino, lo stesso giorno padre Gemelli inviò a Roma una relazione, nella quale affermava di ritenere le stigmate manifestazioni somatiche di natura isterica.  Il Sant'Uffizio diede l'incarico di condurre un'inchiesta a mons. Raffaello Carlo Rossi, un pio religioso carmelitano, vescovo di Volterra e futuro cardinale, che, dopo un'accurata indagine, nel gennaio del 1922 presentò un testo di 123 pagine con 27 documenti, in cui escludeva la tesi dell'"auto-stimatizzazione" di padre Gemelli e affermava che "quello di straordinario che avviene nella persona di padre Pio non si può dir come avvenga, ma non avviene certamente né per intervento diabolico né per inganno o frode". "L'avvenire - scriveva l'Inquisitore del Sant'Uffizio, - dirà quello che oggi non si può leggere nella vita del padre Pio da Pietrelcina". CHI DIFESE PADRE PIO Nel frattempo, alcuni laici presero pubblicamente le difese del cappuccino. Tra loro si distinsero il sindaco di San Giovanni Rotondo, Francesco Morcaldi, e l'impresario Emanuele Brunatto, che raccolse documenti e testimonianze per contestare le accuse. Nel giugno 1925 Brunatto giunse a Roma, portando con sé due voluminosi incartamenti e su consiglio di don Luigi Orione incontrò il cardinale Merry del Val, segretario del Sant'Uffizio. Il cardinale lo ascoltò attentamente, esaminò i documenti che gli presentava, e lo rassicurò, dicendogli "No, signor Brunatto, il S. Uffizio non ha condannato Padre Pio. Quando la Suprema Congregazione vuole condannare un sacerdote lo sospende a divinis. Non dimentichi, infine, che tutti santi, durante la loro vita, hanno avuto delle prove ed anche assai dure, qualche volta". Una Visita apostolica condotta in maniera riservata dal 26 marzo al 5 aprile 1927, costrinse mons. Gagliardi a dimettersi da vescovo di Manfredonia, ma dopo la morte di Merry del Val, nel maggio 1931 il Sant'Uffizio tolse a padre Pio la facoltà di confessare e di celebrare la Messa in pubblico. La restrizione durò fino al luglio 1933, ma la controversia non si placò. Tra le più umilianti ispezioni canoniche che padre Pio dovette subire negli anni successivi, vi fu quella promossa da Giovanni XXIII, che dal 13 luglio al 2 ottobre 1960 inviò, come visitatore apostolico a San Giovanni Rotondo, mons. Carlo Maccari. Quel periodo sarà ricordato come la fase di più dura persecuzione avvenuta nei confronti del santo di Pietrelcina, finché nel 1964, sotto Paolo VI, gli fu restituita piena libertà nell'esercizio del ministero.  Padre Pio visse le decisioni dei suoi superiori senza rompere con la Chiesa alla quale aveva consacrato la propria vita. Obbedì anche quando l'obbedienza gli costava la separazione dai penitenti che lo cercavano e dalle anime che guidava. Continuò a riconoscere la Chiesa come la sua casa, anche negli anni in cui alcuni suoi rappresentanti gli resero più pesante la croce. Questo atteggiamento, tuttavia, non significa che non vi fosse spazio per far conoscere la realtà dei fatti. La Provvidenza levò attorno a lui una vera e propria legione di giornalisti, storici, scienziati e semplici fedeli, che lo difesero a spada tratta, contribuendo a ristabilire la verità contro le ingiuste accuse. Nel 1967 Padre Pio confidò alla nipote Pia Forgione quanto tempo gli restava da vivere. La giovane mise per iscritto il colloquio e affidò il documento a un notaio prima della morte dello zio, avvenuta il 23 settembre 1968. Pio da Pietrelcina fu beatificato nel 1999 e canonizzato nel 2002 da Giovanni Paolo II. Oggi è una delle figure religiose più popolari, amate e venerate dal popolo cattolico. La sua festa liturgica cade il 23 settembre.

    Padre Pio obbedì anche quando aveva ragione
  3. Oct 6

    Le eroiche storie dei sacerdoti sul Titanic

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8680 LE EROICHE STORIE DEI SACERDOTI SUL TITANIC di Rino Cammilleri   Nel 2012 una crociera commemorativa del Titanic partì dallo stesso porto di Southampton per portarsi sul luogo del celebre naufragio il 14 aprile, giorno del tragico evento. Ma la nave, il Balmoral, fu subito costretta a tornare indietro perché uno dei passeggeri era stato colto da improvviso malore e bisognava ricoverarlo. La "maledizione del Titanic" aveva colpito ancora. Il nome dello sventurato transatlantico non fu scelto a caso: i Titani erano i semidei che avevano sfidato Zeus. "Neanche Dio può affondarlo", si narra che uno degli armatori abbia detto di quel gioiello che incoronava la Belle Époque celebrata dall' Expo Universelle di Parigi del 1900 tutta all'insegna dell'elettricità, il potere della folgore che Prometeo aveva rubato a Zeus per darla agli uomini. Ma il resto del mito dice che sia lui che i Titani vennero precipitati nell'abisso. Infatti. Il "secolo della scienza e del progresso" da lì a poco esplose nella Grande Guerra, la più immane di sempre. E anche la scienza scese in guerra, mostrando il suo volto peggiore, gas venefici compresi. L'agnostico Victor Hugo, vanto delle lettere galliche, anche lui ammaliato dal progresso (la "vaporiera" che per Carducci era "Satana il grande"), della lampadina e della radio a galena profetizzava: "Il diciannovesimo secolo è grande, ma il ventesimo sarà felice". Infatti, fu il più sanguinoso e terrificante dell'intera storia umana, gulag e genocidi compresi. Il Titanic, orgoglio dell'impero britannico globale, non finì nemmeno il suo primo viaggio. La nave più lussuosa di sempre. "Inaffondabile" perché poteva navigare anche con quattro compartimenti stagni allagati. LA NAVE NON ARRIVERÀ Solo che l'iceberg ne sventrò cinque. Prima del varo era successo di tutto. Due operai erano morti, uno schiacciato e l'altro annegato. Un furioso incendio a bordo poté essere domato solo dopo tre giorni. Ma il Fato non si produce mai senza avvertire. Diverse premonizioni si erano verificate, tutte riscoperte a cose fatte. La più impressionante: nel 1898 il romanzo Futilità dello scrittore Morgan Robertson aveva parlato di una lussuosa nave, il Titan, che si inabissava in una notte d'aprile perché urtata da un iceberg nel suo viaggio inaugurale. C'erano tanti di quei miliardari sul Titanic che le borse più importanti tracollarono alla notizia della loro morte. Scene eroiche si alternarono a vigliaccherie e nefandezze (ci fu chi si guadagnò il posto in scialuppa minacciando con la pistola donne e bambini), come sempre accade nelle grandi tragedie collettive. Come notava C. S. Lewis (quello di Narnia e di Berlicche), certi disastri, guerre comprese, Dio li permette perché fanno emergere quel che veramente c'è dentro ognuno. In alcuni anche abissi di bestialità, ma in altri compassione, sacrificio, altruismo. I lavori di quella nave si erano svolti nei cantieri di Belfast, dove le risse tra operai cattolici e protestanti, naturalmente, non mancarono. La chiglia alla fine era piena di scritte reciprocamente ingiuriose, non poche delle quali bestemmie vere e proprie. Questi graffiti vennero sommariamente cancellati prima del varo, ma è un fatto che la nave, contro ogni tradizione marinara, non venne battezzata né benedetta. Un irlandese cattolico, poi morto nel naufragio, così aveva scritto ai suoi a Dublino: "Sono convinto che questa nave non giungerà in America a causa delle odiose bestemmie che ne ricoprono i fianchi". Quel naufragio colpì l'opinione pubblica in modo speciale. Film su film sono stati girati (anche uno nazista, voluto da Goebbels in chiave anti-inglese). Ma dopo più di un secolo il Titanic giace ancora a quattro chilometri sott'acqua. A bordo c'erano anche tre preti cattolici, lasciati salire in terza classe perché la compagnia voleva che il viaggio inaugurale registrasse il tutto esaurito. Il primo era un benedettino bavarese, il secondo un lituano, il terzo un inglese. Morirono tutti e tre perché vollero restare a bordo a confortare chi non aveva potuto trovare posto nelle scialuppe. LN BARCA CON GESÙ CRISTO Ogni mattina, in un angolo, dicevano Messa sull'altare portatile dell'inglese. Che si chiamava Roussel Davids Byles, cioè padre Thomas, nome che aveva assunto dopo il suo passaggio dall'anglicanesimo al cattolicesimo. Nato in una famiglia della piccola nobiltà nel 1870 a Leeds, nel Lancashire, laureato a Oxford e autore di libri, a quarant'anni era diventato prete papista e, malgrado il suo livello culturale, era andato a fare il parroco in uno sperduto villaggio di immigrati irlandesi. Quando chiesero a Oscar Wilde, che non aveva mai nascosto la sua ammirazione per la Chiesa cattolica, come mai fosse rimasto anglicano confessò candidamente che, altrimenti, non lo avrebbero ammesso a Oxford. Byles, tuttavia, si associò a quel grande flusso di intellettuali inglesi che, fino al Concilio del 1962, non cessò mai di scorrere. L'ammirazione era condivisa anche da Vip non particolarmente credenti come Agatha Christie, che chiese a Paolo VI un indulto affinché la Messa del vecchio rito continuasse a essere celebrata in terra inglese. Father Byles si trovava sul Titanic perché un suo fratello che stava in America gli aveva chiesto di andare a celebrare il suo matrimonio. Nella sua ultima omelia a bordo aveva accennato, paradossalmente, al "naufragio spirituale" di chi non sale in barca con Gesù Cristo. Come anticipato, al momento del "si salvi chi può" si scatenò il peggio e il meglio dell'animo umano. Il famoso incendio aveva indebolito la struttura della nave in un punto preciso, il ghiaccio aveva completato l'opera, così che, quando il Titanic cercò disperatamente di virare a tutta forza, la sua lunghezza spropositata lo spezzò proprio in quel punto. A cose finite saltarono teste, ci furono tracolli economici, suicidi (tra cui quello dell'ufficiale di vedetta, rovinato per essersi rifiutato di dichiarare il falso in tribunale). Padre Byles, con sangue freddo (che gli inglesi chiamano self control), mantenne la calma e la fece mantenere, imbarcando sulle scialuppe prima donne e bambini, secondo la legge del mare. Poche, le scialuppe, perché "l'inaffondabile" riteneva di non averne bisogno. Quando non ne restarono più, tutti, anche di altre religioni, si strinsero intorno a lui rispondendo alle Ave Maria del rosario. "Il mar fu sovra lor richiuso" (Dante) mentre cantavano il Salve Regina. Nelle due ore precedenti Byles aveva confessato tutto il suo gregge. L'anno dopo, il suo fratello "americano" andò a raccontarne la storia a papa san Pio X, al quale, al sentirla, vennero le lacrime agli occhi. Solo nel 2015 è iniziato il processo di beatificazione di padre Thomas Byles. C'è voluto il boom del film di Cameron...

    Le eroiche storie dei sacerdoti sul Titanic
  4. Sep 29

    Le teologhe tedesche contro santa Maria Goretti

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8672 LE TEOLOGHE TEDESCHE CONTRO SANTA MARIA GORETTI di Giuliano Guzzo   In questo giorno la Chiesa cattolica celebra Santa Maria Goretti (1890-1902), la bambina di 11 anni che, come noto, venne uccisa per aver difeso la sua purezza da un tentativo di stupro e che, durante la sua agonia, perdonò il suo aggressore, Alessandro Serenelli (1882-1970). Elogiata come «piccola e dolce martire della purezza» da Papa Pio XII, Maria Goretti è una figura di enorme spessore anche perché, come rimarcato dal suo biografo Giovanni Alberti, «non è stata la santa dei 'cinque minuti'», dato che anche prima del suo martirio la sua era già «una storia di fede e di devozione che, seppure tra molteplici difficoltà e disagi, la piccola viveva in seno alla propria famiglia». Basti qui ricordare che, quando morì il padre Luigi, Maria aiutò la madre, Assunta, nelle faccende domestiche e nella cura dei suoi cinque fratelli; e preferiva mangiare gli avanzi per poter sfamare gli altri. Degno di nota, inoltre, è lo stile di vita e l'atteggiamento che la giovane aveva di fronte alle circostanze della vita. Arrivava per esempio ad incoraggiare la madre ad affrontare con fiducia le difficoltà («tutto ciò di cui abbiamo bisogno è che il Signore ci conceda la salute. La Provvidenza ci aiuterà») ed aveva un istintivo rifiuto per tutto ciò che poteva abbruttire l'anima; una volta, per dire, manifestò così la sua indignazione dopo aver sentito un giovane e una delle sue compagne scambiarsi parole oscene: «Se mai dovessi parlare in questo modo, preferirei morire». La figura di santa Maria Goretti, dunque, è luminosa sotto ogni punto di vista anche al di là del suo martirio, che comunque ha cambiato per sempre, tra le altre, la vita del suo carnefice, dato che Serenelli trascorrerà i suoi ultimi anni di vita nel convento dei Cappuccini di Macerata, diventando anche terziario francescano. Di tutto questo e molto altro sembrano non tenere conto tre teologhe tedesche - Ute Leimgruber, Philippa Haase e Judith König -, le quali hanno pensato bene, proprio in questo giorno, di firmare sul portale Katholisch.de un lungo articolo intitolato Maria Goretti als Märtyrerin der Reinheit? Zeit für eine Intervention, traducibile come «Maria Goretti, martire della purezza? È tempo di ripensare questa interpretazione». MARTIRE DELLA PUREZZA NON PIÙ SOSTENIBILE? In estrema sintesi, la tesi delle tre è che l'idea di Maria Goretti come «martire della purezza» non sia più sostenibile e, anzi, sia problematica per le donne e le ragazze di oggi. Questo perché, secondo Haase e colleghe, la narrazione gorettiana sposterebbe la responsabilità della violenza dal carnefice alla vittima. Presentare la difesa della «purezza» fino alla morte come un ideale - secondo queste studiose - suggerisce che le donne siano le «custodi» della propria integrità sessuale, mentre la sessualità maschile viene vista come una forza incontrollabile e, in definitiva, senza vera responsabilità. Inoltre, la santità dell'undicenne sarebbe pericolosa perché veicolerebbe il messaggio tale per cui sia meglio morire, pur di difendere la propria verginità. Ancora, Maria Goretti sarebbe un modello che ferirebbe le vittime di abusi, perché proporre una santa che ha resistito fino alla morte creerebbe un confronto doloroso che genera profondi sensi di colpa e vergogna in chi è sopravvissuta alla violenza, portandola a chiedersi perché non abbia agito allo stesso modo. Dulcis in fundo, la venerazione di Maria Goretti spesso rifletterebbe i cosiddetti «miti dello stupro», dove il corpo femminile - anche quello di una bambina di undici anni - viene visto come una tentazione per l'uomo, giustificando implicitamente l'aggressione come una reazione «naturale». Ora, com'è evidente le tre teologhe tedesche fanno molta e grave confusione su parecchi aspetti. QUALE MODELLO DI SANTITÀ? In primo luogo, esse considerano Maria Goretti "solo" per la sua tragica fine mentre invece, come si ricordava in apertura, la giovane santa ha dato prova, appunto, della sua santità anche su molti altri aspetti.  In seconda battuta, non solo l'esempio gorettiano ma quello di ogni santo - a ben vedere - segna un abisso tra l'uomo mediamente inteso e chi riesce a vivere con radicalità il Vangelo. Il punto è che, ragionando come Haase e colleghe, dovremmo abolire ogni modello di santità (e magari, già che ci siamo, lo stesso concetto di peccato) per evitare i presunti «sensi di colpa» di chi non riesce a vivere come Dio comanda. Ancora, le tre teologhe tedesche forse non hanno un problema con santa Maria Goretti ma con il cristianesimo. L'esempio gorettiano, infatti, nella storia è stato preceduto ma anche seguito da quello - del tutto simile - di diverse altre donne. Basti pensare alla vicenda della spagnola Marta Obregón (1969-1992) la quale - la notte del 21 gennaio 1992, mentre rientrava a casa dopo aver pregato davanti al Santissimo - fu rapita e aggredita mortalmente; la giovane, anche in quel caso, difese la sua castità e si prese 14 coltellate: lo stesso numero di quelle inferte a santa Maria Goretti. Anche Marta Obregón è quindi espressione e parte di una «categoria non più sostenibile», per dirla secondo le tre teologhe tedesche? Sarebbe davvero interessante capirlo. Intanto, possiamo concludere come la loro critica paia estremamente fragile e ideologica. Non si può definire diversamente uno sguardo ad una santa filtrato da una prospettiva che pare più femminista che cristiana. La sensazione, andando anche oltre questo discorso, è che il vero problema sia un altro e cioè non l'esistenza d'una o più «martiri della purezza», bensì della «purezza» stessa. È questo che spiazza davvero la mentalità mondana. È questo che interroga e imbarazza. È questo valore che, alla fine, risulta davvero divisivo e chiede di essere ammirato e seguito o abbandonato. Tutto sta nell'obiettivo che non come donne ma come cristiani in senso lato ci si pone. Se quello di vivacchiare, per citare un altro santo ricordato in questi giorni, Pier Giorgio Frassati (1901-1925) - o di vivere rivolti verso l'alto. Si possono fare mille divagazioni e puntualizzazioni, ma il punto vero è tutto qui.

    Le teologhe tedesche contro santa Maria Goretti
  5. Sep 22

    Lettere al sacerdote: che fine ha fatto Santiago Matamoros?

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8671 LETTERE AL SACERDOTE: CHE FINE HA FATTO SANTIAGO MATAMOROS? di Don Stefano Bimbi   Cari amici di BastaBugie, quest'estate ho avuto la gioia di fare il Cammino di Santiago e arrivare finalmente a Compostela. Prima di partire avevo letto qualcosa sulla famosa statua di Santiago Matamoros, con San Giacomo a cavallo e la spada in mano. Mi ero ripromessa di cercarla nella Cattedrale, ma una volta arrivata non sono riuscita a trovarla. Ho chiesto anche informazioni e mi è sembrato di capire che non si trovi più nella Cattedrale. Mi è dispiaciuto, perché mi sembra un'immagine molto legata alla storia cristiana della Spagna e alla Reconquista. Sapete dirmi che fine ha fatto? È stata davvero rimossa? E per quale motivo? Grazie e complimenti per BastaBugie, che seguo sempre con interesse. Un caro saluto, Caterina RISPONDE IL SACERDOTE Cara Caterina, hai visto bene: la celebre statua settecentesca di Santiago Matamoros, opera dello scultore José Gambino, non si trova più nel posto che occupava nella Cattedrale di Santiago. La sua storia recente è piuttosto significativa. BastaBugie se ne era occupata già anni fa. Nel 2015 pubblicammo anche una fotografia che noi avevamo scattato proprio a Compostela: la statua era ancora al suo posto, ma un'abbondante composizione floreale copriva la parte inferiore, nascondendo alla vista i mori sconfitti sotto il cavallo dell'Apostolo. Con un po' di ironia ci chiedemmo allora se Santiago Matamoros non fosse diventato "Santiago Mataflores". In realtà la questione era iniziata ancora prima. Nel 2004 la statua era stata temporaneamente rimossa e, quando tornò ad essere esposta, le figure dei musulmani ai piedi del cavallo vennero appunto coperte dai fiori. Poi arrivò un nuovo capitolo. Durante i lavori di restauro della Cattedrale la statua fu nuovamente rimossa dal suo camerino e, nel 2021, trasferita nella Cappella dell'Alba. All'epoca si parlò ancora di una sistemazione provvisoria. Adesso sappiamo invece quale è stata la destinazione definitiva: dal 2026 il Santiago Matamoros di Gambino fa parte dell'esposizione permanente del nuovo Museo Diocesano, ospitato nel monastero di San Martín Pinario. Quindi non è stato giudicato degno nemmeno di stare nel Museo della Cattedrale dove vanno principalmente tutti i turisti. Dunque la statua non è stata distrutta, né è scomparsa: è ancora visibile, ma bisogna andare a cercarla perché altrimenti il visitatore medio non la incontrerà mai. Il 100% dei pellegrini visita la cattedrale, una parte soltanto visiterà il museo della cattedrale, ma all'altro museo ci andranno solo l'1% perché motivati a ricercare la statua originale del Matamoros. Vale la pena aggiungere che nella Cattedrale non sono state cancellate tutte le raffigurazioni di Santiago Matamoros. Ne rimangono altre, tra cui quella molto evidente posta in alto sul grande baldacchino barocco dell'altare maggiore e quella sopra l'organo di sinistra della navata centrale. Ma perché Santiago viene rappresentato a cavallo, con la spada in mano? Bisogna tornare alla grande storia cristiana della Spagna. San Giacomo apparve miracolosamente durante la lotta dei cristiani contro la dominazione musulmana. L'episodio più celebre è quello legato alla battaglia di Clavijo, nella quale l'Apostolo è apparso su un cavallo bianco per sostenere l'esercito cristiano del re Ramiro I. Da qui nasce l'iconografia di Santiago Matamoros, cioè San Giacomo uccisore dei mori. Al di là della discussione storica sull'effettivo svolgimento della battaglia di Clavijo, questa tradizione ebbe un'importanza enorme: per secoli Santiago divenne il grande patrono e protettore della Reconquista, il simbolo celeste di una Spagna che lottava per liberare le proprie terre dalla dominazione islamica e ricostruire la propria identità cristiana. Non si comprende quindi Santiago Matamoros giudicandolo semplicemente con le categorie politiche di oggi. Quell'immagine appartiene alla storia, alla fede e alla memoria di un popolo cristiano. E forse proprio chi arriva a Compostela dopo aver percorso centinaia di chilometri dovrebbe poter conoscere Santiago in tutte le forme nelle quali la cristianità lo ha venerato nei secoli: Apostolo, pellegrino, evangelizzatore e anche difensore della fede. Un caro saluto e buon cammino... anche dopo il Cammino di Santiago!

    Lettere al sacerdote: che fine ha fatto Santiago Matamoros?
  6. Sep 15

    I martiri spagnoli di Barbastro

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8660 I MARTIRI SPAGNOLI DI BARBASTRO   Il 20 luglio del 1936, durante la guerra civile spagnola, circa sessanta uomini della milizia irruppero, armati, nel seminario dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (o Clarettiani) di Barbastro. Catturarono e incarcerarono tutta la comunità missionaria e senza giudizio la condannarono a morte per il solo motivo che i suoi membri erano religiosi. Fu proposta loro la libertà in cambio della rinuncia alla fede. Tutti preferirono rimanere fedeli anche se sapevano che questa scelta sarebbe costata la vita. Morirono in 51, esclusi due studenti di nazionalità argentina e sette fratelli coadiutori (sei anziani e uno scambiato per un laico), uccisi in cinque gruppi nei giorni 2, 12, 13, 15, 18 del mese di agosto. Sono stati beatificati il 25 ottobre 1992 da san Giovanni Paolo II. Le loro reliquie sono venerate dal 1939 nella chiesa che i Missionari Claretiani hanno dedicato al Cuore Immacolato di Maria, nella stessa casa in cui vissero. La congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, o Clarettiani dal nome del fondatore, sant'Antonio Maria Claret y Clarà, aveva instaurato nel 1869 una casa nella cittadina di Barbastro, presso Huesca, nell'omonima diocesi, suffraganea di quella di Saragozza, in Aragona. All'inizio dell'insurrezione in Spagna, che diede poi avvio alla guerra civile, i Clarettiani avevano trasferito a Barbastro gli studenti di teologia dell'ovest del paese, allo scopo di procurare ad essi un posto sicuro nei difficili momenti che tutti ritenevano inevitabili. Iniziarono, difatti, ben presto, in diverse città della Spagna, atti di vandalismo contro chiese e conventi, sotto lo sguardo indifferente delle deboli e indecise autorità della repubblica. A Barbastro fu proibito l'uso delle campane, la consuetudine di portare le salme dei defunti in chiesa, e di intonare pubblici canti funerari. Il cimitero, proprietà del capitolo, fu sequestrato, e distrutto il seminario con la sua cappella. Il 18 giugno 1936 la comunità dei Clarettiani era composta da 60 religiosi, di cui 9 sacerdoti, 39 studenti e 12 fratelli coadiutori. Di essi furono risparmiati 2 studenti perché di nazionalità argentina, 6 fratelli coadiutori perché molto vecchi e malati, 1 fratello coadiutore cuoco perché, vestendo in borghese, fu ritenuto un operaio. I superiori, conforme alla legge vigente, per fare abbreviare di tre mesi agli studenti il servizio di leva, avevano cominciato a farli addestrare da due militari in pensione, con l'uso, però, soltanto di fucili di legno. Il governatore militare della piazza aveva assicurato che non avrebbero avuto fastidi, invece, quando il 19 luglio 1936 ebbe inizio la rivoluzione a Barbastro, diretta dal comitato centrale di Barcellona, cominciarono le inquietudini. UN MARTIRIO COMUNITARIO Nella mattina del 20 i religiosi fecero, in chiesa, un'ora di adorazione davanti al SS. Sacramento per ottenere protezione dal cielo e, nella serata, circa 60 miliziani, armati, invasero l'Istituto con il pretesto di cercare le armi che vi erano nascoste. Accorsero padre Felipe de Jesús, superiore, padre Juan Diaz, prefetto del teologato e padre Leonzio Pérez, economo. Nonostante le accurate ricerche e il mancato ritrovamento delle armi, i religiosi furono perquisiti e poi trasferiti nel collegio degli Scolopi, e sistemati a pian terreno, nel salone degli atti accademici, cosicché uomini e donne poterono vomitare contro di loro i più volgari insulti attraverso le finestre prospicienti la piccola piazza del municipio. Padre Luis Masferrer, sacerdote da pochi mesi, aveva approfittato di una circostanza propizia per salire alla cappella, e prendere con sé il SS. Sacramento onde evitarne la profanazione. Durante la perquisizione erano, difatti, rimaste aperte le porte di casa e, mentre i religiosi erano costretti a restare uniti nel cortile interno dell'Istituto, la plebaglia si era già impadronita della casa. Dal salone degli atti, nel quale i Clarettiani subirono indicibili torture morali, essi uscirono in quattro schiere per essere trasportati in camion, legati con le mani incrociate dietro le spalle, e a due a due per le braccia con corde e fili di ferro, sul luogo della fucilazione senza un processo, senza una difesa, senza una sentenza, ma soltanto in seguito a un appello nominale dei vari gruppi. Più volte i miliziani, prima di farli salire sul camion, promisero loro la libertà se avessero accettato di andare a combattere contro i fascisti, cioè gli insorti nazionalisti militari. Nessuno degli studenti accettò la proposta. I comunisti li fucilarono, tra la mezzanotte e le 4 del mattino, al lume dei fari del camion, senza la presenza di testimoni. Di mano in mano che scendevano dal camion li mettevano in fila, prima nel cimitero, di fronte alla fossa aperta, e poi sul ciglio della strada che conduceva a Berbegal. Dopo qualche minuto li mitragliavano e davano loro con la rivoltella il colpo di grazia. I Clarettiani che restavano nel salone-prigione in attesa del martirio, durante la notte si abbracciavano, si baciavano vicendevolmente la fronte e i piedi, piangevano di gioia al pensiero che sarebbero stati fucilati presto, e si raccomandavano a coloro che li avevano preceduti nella gloria. Morirono al grido di «Viva Cristo Re!», «Viva il Cuore di Maria!», pregando, con nelle mani il crocifisso e la corona del rosario, per i loro nemici e perdonandoli. Prima di farli seppellire, coperti di calce viva, da zingari e da becchini, i miliziani ebbero cura di strappare i denti d'oro dalla bocca di coloro che li avevano. IL SACRIFICIO DEI SUPERIORI I primi a dare la vita per Dio furono i tre superiori già nominati, rinchiusi prima nel carcere del Municipio e poi in quello delle Cappuccine. I comunisti poterono così mandare ad effetto il loro piano di «tagliare la testa ai capi della fabbrica dei corvi». Il loro martirio ebbe luogo all'alba del 2 agosto 1936, nel cimitero vicino all'ospedale. In seguito alle proteste dei medici, le fucilazioni furono fatte anche sulla strada di Berbegal. I malati rimanevano scossi al crepitio dei fucili e al gemito dei condannati a morte. Padre Felipe de Jesús Munárriz era nato in Allo (Navarra) il 4 febbraio 1875 da una famiglia profondamente cristiana. Aveva fatto la prima professione dei voti tra i Clarettiani di Cervera nel 1891, era stato ordinato sacerdote in Vitoria nel 1898 e, per oltre 20 anni, si era dato alla formazione dei giovani aspiranti alla vita dei Missionari Claretiani. Morì in qualità di superiore, carica che egli esercitò molto paternamente. Fu un fratello coadiutore di fervente carità, di eminente pietà, di tenera devozione alla SS. Vergine secondo il metodo di san Luigi Maria Grignion de Montfort. Padre Juan Diaz Nosti era nato nelle Asturie il 18 febbraio 1880. A 13 anni era entrato nel postulantato di Barbastro, nel 1897 aveva emesso i voti a Cervera e, nel 1906, era stato ordinato sacerdote nel duomo di Saragozza. Ebbe esimie doti di oratore, che esercitò nella predicazione, nonché di re, che esercitò nell'insegnamento. Morì, difatti, mentre faceva scuola di teologia morale agli studenti del 5° corso. Padre Leoncio Pérez Ramos era nato il 12 settembre 1875 in Muro de Aguas (Logrono), aveva fatto il noviziato e la professione religiosa nel 1893 a Cervera, ed era stato ordinato sacerdote in Miranda de Ebro, nel 1901. Per tutta la vita andò soggetto a frequenti emorragie, motivo per cui fu costretto a limitare la sua attività al ministero delle confessioni. I miliziani avevano separato i tre superiori dagli studenti con la speranza di riuscire più facilmente nell'intento di farli apostatare. Invece nessuno rinnegò la propria vocazione, benché non mancassero loro allettamenti, promesse, minacce e, persino, la profferta di prostitute nude. Essi attribuirono a una speciale Provvidenza del Signore il fatto che i comunisti non tolsero loro gli oggetti di devozione che portavano con sé: il breviario, il crocifisso, la corona del rosario, le medaglie. Fino al 26 luglio furono persino in grado di fare, di nascosto, la comunione con le ostie che venivano loro distribuite insieme al pane e alle stecche di cioccolato. Quando agli Scolopi non fu più permesso di celebrare la Messa, si limitarono a farla spiritualmente. AL MARTIRIO CANTANDO Il seminarista Faustino Pérez Garcia, venticinquenne, il 12 agosto 1936 lasciò scritto, sopra uno sgabello di legno: «Trascorriamo il giorno in fratello coadiutore silenzio e preparandoci a morire domani. In questa sala, testimone delle nostre dure angustie, si sente soltanto il mormorio delle orazioni. Se parliamo lo facciamo per animarci a morire come martiri; se preghiamo, lo facciamo per perdonare ai nostri nemici. Salvali, Signore, non sanno quello che fanno». Quei candidati al martirio soffrirono, senza lamenti e in conformità a quello che Dio permetteva, della scarsezza del cibo, della privazione del vino, del razionamento dell'acqua, dell'afa estiva, della più assoluta mancanza di biancheria, di cattivi odori e del riprodursi dei parassiti. Di notte furono costretti a dormire per terra o sui banchi essendo stati privati dei letti, dei materassi e dei cuscini forniti loro dagli Scolopi. Di essi beneficiarono i miliziani giunti di rinforzo alle guardie. Il 13 agosto il gruppo condannato a morte era formato da 19 studenti, sotto i 25 anni, e da padre Luis Masferrer, di 24 anni. Nell'uscire dall'improvvisato carcere, il seminarista Juan Echarri, ventitreenne, disse ad alta voce a

    I martiri spagnoli di Barbastro
  7. Sep 8

    San Girolamo Emiliani, la vera riforma comincia da se stessi

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8650 SAN GIROLAMO EMILIANI, LA VERA RIFORMA COMINCIA DA SE STESSI di Roberto de Mattei   Il 20 luglio la liturgia tradizionale della Chiesa ricorda san Girolamo Emiliani (1486-1537).  Nacque a Venezia nel 1486 da una famiglia patrizia. Come molti giovani nobili della Serenissima, ricevette una formazione orientata più alle armi e al governo che agli studi. Il suo ideale era quello del cavaliere cristiano, fedele alla Repubblica e pronto a difenderne i confini. Per questo intraprese presto la carriera militare, militando nella cavalleria veneta. L'episodio decisivo della sua vita avvenne nel 1511. Durante la guerra della Lega di Cambrai fu incaricato della difesa della fortezza di Castelnuovo di Quero, nel Trevigiano. L'assedio delle truppe francesi ebbe un esito disastroso: Girolamo fu catturato, incatenato e rinchiuso in una prigione. Per un uomo abituato agli onori e alle responsabilità fu un'umiliazione profonda. In quella cella avvenne la sua conversione. Rivolse una preghiera fervente alla Madonna, promettendo di cambiare vita se avesse ottenuto la libertà. Secondo la tradizione, riuscì miracolosamente a liberarsi dalle catene e a fuggire dalla prigione. Giunto al santuario della Madonna Grande di Treviso, depose davanti all'altare le catene che aveva portato come prigioniero, in segno di gratitudine e di consacrazione alla Vergine. Da quel momento tutto cambiò. Tornato a Venezia, iniziò una vita di intensa preghiera, di penitenza e di servizio ai bisognosi. La conversione non fu improvvisa soltanto nei sentimenti, ma si tradusse in una completa trasformazione dell'esistenza. Abbandonò le ambizioni mondane, distribuì gran parte dei suoi beni e si dedicò ai poveri. Erano gli stessi anni in cui si diffondevano le Compagnie del Divino amore, un movimento di profonda riforma della Chiesa, fondato su princìpi opposti a quelli mondani dell'umanesimo. È importante mostrare come la Rivoluzione protestante fu preceduta da una silenziosa ma efficace Riforma cattolica. Nella prima sessione del V Concilio Lateranense, il 3 maggio 1512, il generale degli Agostiniani Egidio da Viterbo esortò alla riforma della Chiesa, riassumendone l'idea in queste celebri parole: «Gli uomini devono essere mutati dalla religione, non la religione dagli uomini». Mentre alcuni ritenevano di poter rinnovare la Chiesa rompendo la sua unità e contestandone l'autorità, lo Spirito Santo suscitava uomini che riformavano la Chiesa riformando anzitutto se stessi, come san Girolamo Emiliani, san Gaetano da Thiene, sant'Antonio Maria Zaccaria e, poco dopo, sant'Ignazio di Loyola.  GUERRE, CARESTIE ED EPIDEMIE Erano anni drammatici della storia italiana. Guerre, carestie e soprattutto epidemie di peste lasciavano dietro di sé migliaia di orfani. Intere famiglie venivano distrutte nel giro di pochi giorni. Bambini senza casa vagavano per le strade delle città, esposti alla fame, alla violenza e alla delinquenza. Fu qui che emerse tutta la grandezza cristiana di Girolamo Emiliani. Egli comprese che non bastava soccorrere i poveri con qualche elemosina. Occorreva offrire loro una famiglia, un'educazione, una formazione religiosa e un mestiere. Iniziò così a raccogliere gli orfani, ospitandoli nelle case che riusciva a procurarsi, vivendo insieme a loro con semplicità evangelica. Li nutriva, li vestiva, insegnava loro il catechismo e li preparava a diventare uomini onesti e buoni cristiani. La sua opera anticipò di secoli quella che oggi chiameremmo una vera rete di assistenza sociale cristiana. Ma il suo metodo era profondamente diverso da quello dell'assistenzialismo moderno. Egli non vedeva nei poveri un problema sociale, bensì il volto stesso di Cristo. Per questo non si limitava ad alleviare la miseria materiale: voleva restituire alle anime la dignità di figli di Dio. La sua attività si estese rapidamente da Venezia a Bergamo, Brescia, Verona, Como, Milano e in altre città dell'Italia settentrionale. Ovunque fondava ospizi per orfani, ricoveri per poveri, case per donne in difficoltà e istituzioni educative. Attorno a lui si raccolsero presto alcuni sacerdoti e laici desiderosi di condividere il suo ideale. Nacque così la Compagnia dei Servi dei Poveri, che avrebbe poi assunto il nome di Chierici Regolari di Somasca, dal piccolo paese presso Lecco dove la comunità trovò la sua sede principale. Ancora oggi i Padri Somaschi continuano nel mondo l'opera del loro fondatore, soprattutto nell'educazione della gioventù. EROICA DEDIZIONE AGLI APPESTATI Nel 1537, mentre assisteva gli ammalati durante un'epidemia a Somasca, contrasse egli stesso la peste. Morì l'8 febbraio, vittima della sua eroica dedizione agli appestati. Il suo istituto fu approvato da Paolo III tre anni dopo, nel 1540. Fu canonizzato nel 1767 da papa Clemente XIII e nel 1928 Pio XI lo proclamò patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata. La vita di san Girolamo Emiliani offre una dimostrazione luminosa del fatto che la vera riforma nasce sempre dalla conversione personale e dalla fedeltà alla Chiesa. Egli non scrisse trattati teologici né partecipò alle grandi controversie del suo tempo. La sua apologetica fu quella delle opere. Nato alle soglie dell'età moderna, nel momento in cui l'Europa stava entrando in una delle sue crisi più profonde, egli dimostrò che la vera risposta alle rivoluzioni religiose e morali consiste anzitutto nella santità vissuta e nella carità operosa. Mentre la cristianità veniva lacerata dalla Rivoluzione protestante e l'Italia era sconvolta dalle guerre, Girolamo scelse di ricostruire la società partendo dai più piccoli e dai più abbandonati. La figura di san Girolamo Emiliani conserva oggi una straordinaria attualità. Anche il nostro tempo conosce nuove forme di orfanità: bambini privi di riferimenti familiari, giovani smarriti in una società che ha perduto il senso di Dio, uomini e donne che, pur immersi nel benessere materiale, vivono una profonda solitudine spirituale. San Girolamo Emiliani ci ricorda che nessuna riforma della società può riuscire se non parte dalla formazione delle anime. Le leggi, le istituzioni e le strutture sono necessarie, ma non bastano. Solo un'autentica vita cristiana, alimentata dalla grazia, è capace di ricostruire ciò che il peccato distrugge. Per questo il cavaliere veneziano che depose un giorno le sue catene ai piedi della Madonna rimane uno dei grandi maestri della Civiltà cristiana che un giorno risorgerà.

    San Girolamo Emiliani, la vera riforma comincia da se stessi
  8. Aug 4

    Giuliana Falconieri, la santa fondatrice delle mantellate

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8617 GIULIANA FALCONIERI, LA SANTA FONDATRICE DELLE MANTELLATE di Antonio Tarallo   Il legame con la sua Firenze: è più che necessario iniziare da questo tema se si vuole parlare della biografia di santa Giuliana Falconieri (c. 1270-1341) di cui oggi ricorre la memoria liturgica. Firenze e la sua bellezza artistica. Firenze, culla dell'arte e della letteratura non solo italiana ma mondiale. Quella Firenze che segnerà un'epoca e che ancora oggi rappresenta uno dei luoghi più conosciuti e visitati al mondo. Ed è proprio dal capoluogo toscano che inizia il nostro viaggio nella vita della santa, fondatrice delle Mantellate del Terz'ordine dei Servi di Maria, donna "eucaristica" e sublime anima rivolta al Signore. Ma per iniziare questo viaggio dobbiamo spostare le lancette del tempo al 1700 e viaggiare (almeno idealmente) in una Firenze in cui ancora vivevano gli echi dei fasti rinascimentali. Un grande libro, l'Officina delle Notitie fiorentine (1736-1765), ci introduce nei festeggiamenti che la città fece in onore della sua canonizzazione avvenuta il 16 giugno 1737, sotto il pontificato di un altro fiorentino, Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsini. Una canonizzazione, tra l'altro, che gettò la città in un grandissimo fermento registrato nelle pagine dell'Officina. Si fa riferimento ai festeggiamenti in onore della "nuova" santa: «In primo luogo sei mazzieri a cavallo, ed indi gli due stendardi, che uno della Metropolitana e l'altro di Badia, e successivamente il segno, cioè il crocifisso della compagnia di San Filippo di su la piazza della Nonziata con dieci fratelli in cappa e incenso». La descrizione continua con dovizia di particolari. Spiritualità e municipalità si intrecciavano per festeggiare la nuova santa fiorentina. IL MEDIOEVO FIORENTINO Ma perché questo legame profondo della città toscana con la santa? La risposta non è da trovarsi solamente nel luogo della sua nascita, appunto Firenze. È qualcosa che va al di là del semplice dato anagrafico. E per comprendere ciò, dobbiamo ancora una volta fare un passo indietro nel tempo: dobbiamo comprendere la società fiorentina nella quale è nata la bellissima e affascinante (così la descrivono i suoi contemporanei) Giuliana. Il panorama culturale e sociale nel quale Giuliana visse rimane davvero sorprendente: è il Medioevo fiorentino del grande Dante Alighieri. Poi, vi è tutta la lotta, che lo stesso Alighieri vive e racconta, tra Guelfi e Ghibellini, mentre incominciava ad esserci una spinta "dal basso" che cercava di farsi sempre più strada: quella dei commercianti, la classe "imprenditoriale". E la famiglia di Giuliana faceva parte proprio di questa schiera, anche se la sua origine era già nobile: una famiglia, in sintesi, che comprendeva i segni dei tempi. Il cognome di Giuliana non era un cognome qualsiasi, Falconieri. La sua famiglia non solo viveva in agiatezza per i beni materiali, ma aveva anche a cuore quelli spirituali: annoverava, infatti, uno dei sette fondatori dei Servi di Maria, Alessio Falconieri, fratello del papà di Giuliana. Un seme nella famiglia che fece germogliare, proprio nell'anima di Giuliana, l'amore per il Signore. Le notizie che abbiamo della sua vita si devono principalmente a due opuscoli redatti da fra Paolo Attavanti nella seconda metà del XV secolo: il Dialogo sull'origine dell'Ordine dei Servi e un suo quaresimale incompiuto dal titolo Paulina praedicabilis. Due testi che, con lo sguardo poi della canonizzazione avvenuta sotto il pontificato di Clemente XII, potrebbero considerarsi una sorta di positio. Il cammino spirituale della giovane Giuliana, come si apprende da queste cronache, iniziò sentendo parlare lo zio Alessio (zio santo, assieme agli altri fondatori dei Servi di Maria) sul tema del Giudizio di Dio. «Giuliana, nobile, assai bella e ricca, della famiglia fiorentina dei Falconieri di discendenza romana, a quindici anni aveva sentito predicare sul giudizio il suo zio paterno Alessio», così scrive fra Attavanti nelle sue pagine. Giuliana, dunque, rimase colpita da quelle parole dello zio, tanto da decidere di dedicarsi alla preghiera, a vivere il messaggio del Vangelo. E per approfondire il nuovo cammino, cominciò sempre più a frequentare la Famiglia dei Servi di Maria. I PRETENDENTI ALLA SUA MANO Questo suo interessarsi alle "cose di Dio" non era del tutto ben visto dalla famiglia: erano, infatti, molti i pretendenti alla sua mano, data anche la sua bellezza. Ma, alla fine, la famiglia accettò la strada che il Signore le aveva tracciato. Giuliana, in questo periodo, vestiva lo stesso abito dei Servi di Maria: un mantello scuro. Cominciò a radunare vicino a sé altre ragazze che condividevano lo stesso progetto di vita: servire le sorelle e i fratelli bisognosi, servire Dio. Si chiamarono, poi, "Mantellate", proprio per il mantello che indossavano: era l'inizio del ramo femminile dei Servi di Maria. Preghiera costante e carità continua in mezzo alle strade. Ogni mercoledì e venerdì, strettissimo digiuno: non toccavano cibo. E il sabato, solo pane e acqua. Tutta questa restrizione, questa penitenza era un'offerta al Signore, per chiedergli il dono della pace in una Firenze devastata dalle divisioni. Santa Giuliana Falconieri è nota soprattutto per un episodio miracoloso che accadde proprio il giorno della sua nascita al Cielo, il 19 giugno 1341. Ormai da tempo, era impossibilitata ad alimentarsi per via di un grande male allo stomaco. Nessun cibo poteva entrare dalla sua bocca senza procurarle lancinanti dolori. Neanche il pane più prezioso per lei, l'Eucaristia. E fu così che, come era consuetudine per i malati del tempo, le venne appoggiata sul petto un'Ostia consacrata. In quel momento accadde qualcosa di straordinario: l'Ostia sparì. Solo allora poteva lasciare la terra, Giuliana, mentre sul cuore si palesava una macchia viola, come se l'Ostia si fosse impressa sul suo corpo. L'Eucaristia e Giuliana erano diventate un'unica cosa: per lei un dono da parte del Signore. Per la Chiesa il dono di una nuova santa.

    Giuliana Falconieri, la santa fondatrice delle mantellate

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Vite straordinarie di persone normali che hanno scelto di vivere la vita di tutti i giorni secondo gli insegnamenti del Vangelo