Santi e beati - BastaBugie.it

BastaBugie

Vite straordinarie di persone normali che hanno scelto di vivere la vita di tutti i giorni secondo gli insegnamenti del Vangelo

  1. 4d ago

    Le teologhe tedesche contro santa Maria Goretti

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8672 LE TEOLOGHE TEDESCHE CONTRO SANTA MARIA GORETTI di Giuliano Guzzo   In questo giorno la Chiesa cattolica celebra Santa Maria Goretti (1890-1902), la bambina di 11 anni che, come noto, venne uccisa per aver difeso la sua purezza da un tentativo di stupro e che, durante la sua agonia, perdonò il suo aggressore, Alessandro Serenelli (1882-1970). Elogiata come «piccola e dolce martire della purezza» da Papa Pio XII, Maria Goretti è una figura di enorme spessore anche perché, come rimarcato dal suo biografo Giovanni Alberti, «non è stata la santa dei 'cinque minuti'», dato che anche prima del suo martirio la sua era già «una storia di fede e di devozione che, seppure tra molteplici difficoltà e disagi, la piccola viveva in seno alla propria famiglia». Basti qui ricordare che, quando morì il padre Luigi, Maria aiutò la madre, Assunta, nelle faccende domestiche e nella cura dei suoi cinque fratelli; e preferiva mangiare gli avanzi per poter sfamare gli altri. Degno di nota, inoltre, è lo stile di vita e l'atteggiamento che la giovane aveva di fronte alle circostanze della vita. Arrivava per esempio ad incoraggiare la madre ad affrontare con fiducia le difficoltà («tutto ciò di cui abbiamo bisogno è che il Signore ci conceda la salute. La Provvidenza ci aiuterà») ed aveva un istintivo rifiuto per tutto ciò che poteva abbruttire l'anima; una volta, per dire, manifestò così la sua indignazione dopo aver sentito un giovane e una delle sue compagne scambiarsi parole oscene: «Se mai dovessi parlare in questo modo, preferirei morire». La figura di santa Maria Goretti, dunque, è luminosa sotto ogni punto di vista anche al di là del suo martirio, che comunque ha cambiato per sempre, tra le altre, la vita del suo carnefice, dato che Serenelli trascorrerà i suoi ultimi anni di vita nel convento dei Cappuccini di Macerata, diventando anche terziario francescano. Di tutto questo e molto altro sembrano non tenere conto tre teologhe tedesche - Ute Leimgruber, Philippa Haase e Judith König -, le quali hanno pensato bene, proprio in questo giorno, di firmare sul portale Katholisch.de un lungo articolo intitolato Maria Goretti als Märtyrerin der Reinheit? Zeit für eine Intervention, traducibile come «Maria Goretti, martire della purezza? È tempo di ripensare questa interpretazione». MARTIRE DELLA PUREZZA NON PIÙ SOSTENIBILE? In estrema sintesi, la tesi delle tre è che l'idea di Maria Goretti come «martire della purezza» non sia più sostenibile e, anzi, sia problematica per le donne e le ragazze di oggi. Questo perché, secondo Haase e colleghe, la narrazione gorettiana sposterebbe la responsabilità della violenza dal carnefice alla vittima. Presentare la difesa della «purezza» fino alla morte come un ideale - secondo queste studiose - suggerisce che le donne siano le «custodi» della propria integrità sessuale, mentre la sessualità maschile viene vista come una forza incontrollabile e, in definitiva, senza vera responsabilità. Inoltre, la santità dell'undicenne sarebbe pericolosa perché veicolerebbe il messaggio tale per cui sia meglio morire, pur di difendere la propria verginità. Ancora, Maria Goretti sarebbe un modello che ferirebbe le vittime di abusi, perché proporre una santa che ha resistito fino alla morte creerebbe un confronto doloroso che genera profondi sensi di colpa e vergogna in chi è sopravvissuta alla violenza, portandola a chiedersi perché non abbia agito allo stesso modo. Dulcis in fundo, la venerazione di Maria Goretti spesso rifletterebbe i cosiddetti «miti dello stupro», dove il corpo femminile - anche quello di una bambina di undici anni - viene visto come una tentazione per l'uomo, giustificando implicitamente l'aggressione come una reazione «naturale». Ora, com'è evidente le tre teologhe tedesche fanno molta e grave confusione su parecchi aspetti. QUALE MODELLO DI SANTITÀ? In primo luogo, esse considerano Maria Goretti "solo" per la sua tragica fine mentre invece, come si ricordava in apertura, la giovane santa ha dato prova, appunto, della sua santità anche su molti altri aspetti.  In seconda battuta, non solo l'esempio gorettiano ma quello di ogni santo - a ben vedere - segna un abisso tra l'uomo mediamente inteso e chi riesce a vivere con radicalità il Vangelo. Il punto è che, ragionando come Haase e colleghe, dovremmo abolire ogni modello di santità (e magari, già che ci siamo, lo stesso concetto di peccato) per evitare i presunti «sensi di colpa» di chi non riesce a vivere come Dio comanda. Ancora, le tre teologhe tedesche forse non hanno un problema con santa Maria Goretti ma con il cristianesimo. L'esempio gorettiano, infatti, nella storia è stato preceduto ma anche seguito da quello - del tutto simile - di diverse altre donne. Basti pensare alla vicenda della spagnola Marta Obregón (1969-1992) la quale - la notte del 21 gennaio 1992, mentre rientrava a casa dopo aver pregato davanti al Santissimo - fu rapita e aggredita mortalmente; la giovane, anche in quel caso, difese la sua castità e si prese 14 coltellate: lo stesso numero di quelle inferte a santa Maria Goretti. Anche Marta Obregón è quindi espressione e parte di una «categoria non più sostenibile», per dirla secondo le tre teologhe tedesche? Sarebbe davvero interessante capirlo. Intanto, possiamo concludere come la loro critica paia estremamente fragile e ideologica. Non si può definire diversamente uno sguardo ad una santa filtrato da una prospettiva che pare più femminista che cristiana. La sensazione, andando anche oltre questo discorso, è che il vero problema sia un altro e cioè non l'esistenza d'una o più «martiri della purezza», bensì della «purezza» stessa. È questo che spiazza davvero la mentalità mondana. È questo che interroga e imbarazza. È questo valore che, alla fine, risulta davvero divisivo e chiede di essere ammirato e seguito o abbandonato. Tutto sta nell'obiettivo che non come donne ma come cristiani in senso lato ci si pone. Se quello di vivacchiare, per citare un altro santo ricordato in questi giorni, Pier Giorgio Frassati (1901-1925) - o di vivere rivolti verso l'alto. Si possono fare mille divagazioni e puntualizzazioni, ma il punto vero è tutto qui.

    Le teologhe tedesche contro santa Maria Goretti
  2. Sep 22

    Lettere al sacerdote: che fine ha fatto Santiago Matamoros?

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8671 LETTERE AL SACERDOTE: CHE FINE HA FATTO SANTIAGO MATAMOROS? di Don Stefano Bimbi   Cari amici di BastaBugie, quest'estate ho avuto la gioia di fare il Cammino di Santiago e arrivare finalmente a Compostela. Prima di partire avevo letto qualcosa sulla famosa statua di Santiago Matamoros, con San Giacomo a cavallo e la spada in mano. Mi ero ripromessa di cercarla nella Cattedrale, ma una volta arrivata non sono riuscita a trovarla. Ho chiesto anche informazioni e mi è sembrato di capire che non si trovi più nella Cattedrale. Mi è dispiaciuto, perché mi sembra un'immagine molto legata alla storia cristiana della Spagna e alla Reconquista. Sapete dirmi che fine ha fatto? È stata davvero rimossa? E per quale motivo? Grazie e complimenti per BastaBugie, che seguo sempre con interesse. Un caro saluto, Caterina RISPONDE IL SACERDOTE Cara Caterina, hai visto bene: la celebre statua settecentesca di Santiago Matamoros, opera dello scultore José Gambino, non si trova più nel posto che occupava nella Cattedrale di Santiago. La sua storia recente è piuttosto significativa. BastaBugie se ne era occupata già anni fa. Nel 2015 pubblicammo anche una fotografia che noi avevamo scattato proprio a Compostela: la statua era ancora al suo posto, ma un'abbondante composizione floreale copriva la parte inferiore, nascondendo alla vista i mori sconfitti sotto il cavallo dell'Apostolo. Con un po' di ironia ci chiedemmo allora se Santiago Matamoros non fosse diventato "Santiago Mataflores". In realtà la questione era iniziata ancora prima. Nel 2004 la statua era stata temporaneamente rimossa e, quando tornò ad essere esposta, le figure dei musulmani ai piedi del cavallo vennero appunto coperte dai fiori. Poi arrivò un nuovo capitolo. Durante i lavori di restauro della Cattedrale la statua fu nuovamente rimossa dal suo camerino e, nel 2021, trasferita nella Cappella dell'Alba. All'epoca si parlò ancora di una sistemazione provvisoria. Adesso sappiamo invece quale è stata la destinazione definitiva: dal 2026 il Santiago Matamoros di Gambino fa parte dell'esposizione permanente del nuovo Museo Diocesano, ospitato nel monastero di San Martín Pinario. Quindi non è stato giudicato degno nemmeno di stare nel Museo della Cattedrale dove vanno principalmente tutti i turisti. Dunque la statua non è stata distrutta, né è scomparsa: è ancora visibile, ma bisogna andare a cercarla perché altrimenti il visitatore medio non la incontrerà mai. Il 100% dei pellegrini visita la cattedrale, una parte soltanto visiterà il museo della cattedrale, ma all'altro museo ci andranno solo l'1% perché motivati a ricercare la statua originale del Matamoros. Vale la pena aggiungere che nella Cattedrale non sono state cancellate tutte le raffigurazioni di Santiago Matamoros. Ne rimangono altre, tra cui quella molto evidente posta in alto sul grande baldacchino barocco dell'altare maggiore e quella sopra l'organo di sinistra della navata centrale. Ma perché Santiago viene rappresentato a cavallo, con la spada in mano? Bisogna tornare alla grande storia cristiana della Spagna. San Giacomo apparve miracolosamente durante la lotta dei cristiani contro la dominazione musulmana. L'episodio più celebre è quello legato alla battaglia di Clavijo, nella quale l'Apostolo è apparso su un cavallo bianco per sostenere l'esercito cristiano del re Ramiro I. Da qui nasce l'iconografia di Santiago Matamoros, cioè San Giacomo uccisore dei mori. Al di là della discussione storica sull'effettivo svolgimento della battaglia di Clavijo, questa tradizione ebbe un'importanza enorme: per secoli Santiago divenne il grande patrono e protettore della Reconquista, il simbolo celeste di una Spagna che lottava per liberare le proprie terre dalla dominazione islamica e ricostruire la propria identità cristiana. Non si comprende quindi Santiago Matamoros giudicandolo semplicemente con le categorie politiche di oggi. Quell'immagine appartiene alla storia, alla fede e alla memoria di un popolo cristiano. E forse proprio chi arriva a Compostela dopo aver percorso centinaia di chilometri dovrebbe poter conoscere Santiago in tutte le forme nelle quali la cristianità lo ha venerato nei secoli: Apostolo, pellegrino, evangelizzatore e anche difensore della fede. Un caro saluto e buon cammino... anche dopo il Cammino di Santiago!

    Lettere al sacerdote: che fine ha fatto Santiago Matamoros?
  3. Sep 15

    I martiri spagnoli di Barbastro

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8660 I MARTIRI SPAGNOLI DI BARBASTRO   Il 20 luglio del 1936, durante la guerra civile spagnola, circa sessanta uomini della milizia irruppero, armati, nel seminario dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (o Clarettiani) di Barbastro. Catturarono e incarcerarono tutta la comunità missionaria e senza giudizio la condannarono a morte per il solo motivo che i suoi membri erano religiosi. Fu proposta loro la libertà in cambio della rinuncia alla fede. Tutti preferirono rimanere fedeli anche se sapevano che questa scelta sarebbe costata la vita. Morirono in 51, esclusi due studenti di nazionalità argentina e sette fratelli coadiutori (sei anziani e uno scambiato per un laico), uccisi in cinque gruppi nei giorni 2, 12, 13, 15, 18 del mese di agosto. Sono stati beatificati il 25 ottobre 1992 da san Giovanni Paolo II. Le loro reliquie sono venerate dal 1939 nella chiesa che i Missionari Claretiani hanno dedicato al Cuore Immacolato di Maria, nella stessa casa in cui vissero. La congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, o Clarettiani dal nome del fondatore, sant'Antonio Maria Claret y Clarà, aveva instaurato nel 1869 una casa nella cittadina di Barbastro, presso Huesca, nell'omonima diocesi, suffraganea di quella di Saragozza, in Aragona. All'inizio dell'insurrezione in Spagna, che diede poi avvio alla guerra civile, i Clarettiani avevano trasferito a Barbastro gli studenti di teologia dell'ovest del paese, allo scopo di procurare ad essi un posto sicuro nei difficili momenti che tutti ritenevano inevitabili. Iniziarono, difatti, ben presto, in diverse città della Spagna, atti di vandalismo contro chiese e conventi, sotto lo sguardo indifferente delle deboli e indecise autorità della repubblica. A Barbastro fu proibito l'uso delle campane, la consuetudine di portare le salme dei defunti in chiesa, e di intonare pubblici canti funerari. Il cimitero, proprietà del capitolo, fu sequestrato, e distrutto il seminario con la sua cappella. Il 18 giugno 1936 la comunità dei Clarettiani era composta da 60 religiosi, di cui 9 sacerdoti, 39 studenti e 12 fratelli coadiutori. Di essi furono risparmiati 2 studenti perché di nazionalità argentina, 6 fratelli coadiutori perché molto vecchi e malati, 1 fratello coadiutore cuoco perché, vestendo in borghese, fu ritenuto un operaio. I superiori, conforme alla legge vigente, per fare abbreviare di tre mesi agli studenti il servizio di leva, avevano cominciato a farli addestrare da due militari in pensione, con l'uso, però, soltanto di fucili di legno. Il governatore militare della piazza aveva assicurato che non avrebbero avuto fastidi, invece, quando il 19 luglio 1936 ebbe inizio la rivoluzione a Barbastro, diretta dal comitato centrale di Barcellona, cominciarono le inquietudini. UN MARTIRIO COMUNITARIO Nella mattina del 20 i religiosi fecero, in chiesa, un'ora di adorazione davanti al SS. Sacramento per ottenere protezione dal cielo e, nella serata, circa 60 miliziani, armati, invasero l'Istituto con il pretesto di cercare le armi che vi erano nascoste. Accorsero padre Felipe de Jesús, superiore, padre Juan Diaz, prefetto del teologato e padre Leonzio Pérez, economo. Nonostante le accurate ricerche e il mancato ritrovamento delle armi, i religiosi furono perquisiti e poi trasferiti nel collegio degli Scolopi, e sistemati a pian terreno, nel salone degli atti accademici, cosicché uomini e donne poterono vomitare contro di loro i più volgari insulti attraverso le finestre prospicienti la piccola piazza del municipio. Padre Luis Masferrer, sacerdote da pochi mesi, aveva approfittato di una circostanza propizia per salire alla cappella, e prendere con sé il SS. Sacramento onde evitarne la profanazione. Durante la perquisizione erano, difatti, rimaste aperte le porte di casa e, mentre i religiosi erano costretti a restare uniti nel cortile interno dell'Istituto, la plebaglia si era già impadronita della casa. Dal salone degli atti, nel quale i Clarettiani subirono indicibili torture morali, essi uscirono in quattro schiere per essere trasportati in camion, legati con le mani incrociate dietro le spalle, e a due a due per le braccia con corde e fili di ferro, sul luogo della fucilazione senza un processo, senza una difesa, senza una sentenza, ma soltanto in seguito a un appello nominale dei vari gruppi. Più volte i miliziani, prima di farli salire sul camion, promisero loro la libertà se avessero accettato di andare a combattere contro i fascisti, cioè gli insorti nazionalisti militari. Nessuno degli studenti accettò la proposta. I comunisti li fucilarono, tra la mezzanotte e le 4 del mattino, al lume dei fari del camion, senza la presenza di testimoni. Di mano in mano che scendevano dal camion li mettevano in fila, prima nel cimitero, di fronte alla fossa aperta, e poi sul ciglio della strada che conduceva a Berbegal. Dopo qualche minuto li mitragliavano e davano loro con la rivoltella il colpo di grazia. I Clarettiani che restavano nel salone-prigione in attesa del martirio, durante la notte si abbracciavano, si baciavano vicendevolmente la fronte e i piedi, piangevano di gioia al pensiero che sarebbero stati fucilati presto, e si raccomandavano a coloro che li avevano preceduti nella gloria. Morirono al grido di «Viva Cristo Re!», «Viva il Cuore di Maria!», pregando, con nelle mani il crocifisso e la corona del rosario, per i loro nemici e perdonandoli. Prima di farli seppellire, coperti di calce viva, da zingari e da becchini, i miliziani ebbero cura di strappare i denti d'oro dalla bocca di coloro che li avevano. IL SACRIFICIO DEI SUPERIORI I primi a dare la vita per Dio furono i tre superiori già nominati, rinchiusi prima nel carcere del Municipio e poi in quello delle Cappuccine. I comunisti poterono così mandare ad effetto il loro piano di «tagliare la testa ai capi della fabbrica dei corvi». Il loro martirio ebbe luogo all'alba del 2 agosto 1936, nel cimitero vicino all'ospedale. In seguito alle proteste dei medici, le fucilazioni furono fatte anche sulla strada di Berbegal. I malati rimanevano scossi al crepitio dei fucili e al gemito dei condannati a morte. Padre Felipe de Jesús Munárriz era nato in Allo (Navarra) il 4 febbraio 1875 da una famiglia profondamente cristiana. Aveva fatto la prima professione dei voti tra i Clarettiani di Cervera nel 1891, era stato ordinato sacerdote in Vitoria nel 1898 e, per oltre 20 anni, si era dato alla formazione dei giovani aspiranti alla vita dei Missionari Claretiani. Morì in qualità di superiore, carica che egli esercitò molto paternamente. Fu un fratello coadiutore di fervente carità, di eminente pietà, di tenera devozione alla SS. Vergine secondo il metodo di san Luigi Maria Grignion de Montfort. Padre Juan Diaz Nosti era nato nelle Asturie il 18 febbraio 1880. A 13 anni era entrato nel postulantato di Barbastro, nel 1897 aveva emesso i voti a Cervera e, nel 1906, era stato ordinato sacerdote nel duomo di Saragozza. Ebbe esimie doti di oratore, che esercitò nella predicazione, nonché di re, che esercitò nell'insegnamento. Morì, difatti, mentre faceva scuola di teologia morale agli studenti del 5° corso. Padre Leoncio Pérez Ramos era nato il 12 settembre 1875 in Muro de Aguas (Logrono), aveva fatto il noviziato e la professione religiosa nel 1893 a Cervera, ed era stato ordinato sacerdote in Miranda de Ebro, nel 1901. Per tutta la vita andò soggetto a frequenti emorragie, motivo per cui fu costretto a limitare la sua attività al ministero delle confessioni. I miliziani avevano separato i tre superiori dagli studenti con la speranza di riuscire più facilmente nell'intento di farli apostatare. Invece nessuno rinnegò la propria vocazione, benché non mancassero loro allettamenti, promesse, minacce e, persino, la profferta di prostitute nude. Essi attribuirono a una speciale Provvidenza del Signore il fatto che i comunisti non tolsero loro gli oggetti di devozione che portavano con sé: il breviario, il crocifisso, la corona del rosario, le medaglie. Fino al 26 luglio furono persino in grado di fare, di nascosto, la comunione con le ostie che venivano loro distribuite insieme al pane e alle stecche di cioccolato. Quando agli Scolopi non fu più permesso di celebrare la Messa, si limitarono a farla spiritualmente. AL MARTIRIO CANTANDO Il seminarista Faustino Pérez Garcia, venticinquenne, il 12 agosto 1936 lasciò scritto, sopra uno sgabello di legno: «Trascorriamo il giorno in fratello coadiutore silenzio e preparandoci a morire domani. In questa sala, testimone delle nostre dure angustie, si sente soltanto il mormorio delle orazioni. Se parliamo lo facciamo per animarci a morire come martiri; se preghiamo, lo facciamo per perdonare ai nostri nemici. Salvali, Signore, non sanno quello che fanno». Quei candidati al martirio soffrirono, senza lamenti e in conformità a quello che Dio permetteva, della scarsezza del cibo, della privazione del vino, del razionamento dell'acqua, dell'afa estiva, della più assoluta mancanza di biancheria, di cattivi odori e del riprodursi dei parassiti. Di notte furono costretti a dormire per terra o sui banchi essendo stati privati dei letti, dei materassi e dei cuscini forniti loro dagli Scolopi. Di essi beneficiarono i miliziani giunti di rinforzo alle guardie. Il 13 agosto il gruppo condannato a morte era formato da 19 studenti, sotto i 25 anni, e da padre Luis Masferrer, di 24 anni. Nell'uscire dall'improvvisato carcere, il seminarista Juan Echarri, ventitreenne, disse ad alta voce a

    I martiri spagnoli di Barbastro
  4. Sep 8

    San Girolamo Emiliani, la vera riforma comincia da se stessi

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8650 SAN GIROLAMO EMILIANI, LA VERA RIFORMA COMINCIA DA SE STESSI di Roberto de Mattei   Il 20 luglio la liturgia tradizionale della Chiesa ricorda san Girolamo Emiliani (1486-1537).  Nacque a Venezia nel 1486 da una famiglia patrizia. Come molti giovani nobili della Serenissima, ricevette una formazione orientata più alle armi e al governo che agli studi. Il suo ideale era quello del cavaliere cristiano, fedele alla Repubblica e pronto a difenderne i confini. Per questo intraprese presto la carriera militare, militando nella cavalleria veneta. L'episodio decisivo della sua vita avvenne nel 1511. Durante la guerra della Lega di Cambrai fu incaricato della difesa della fortezza di Castelnuovo di Quero, nel Trevigiano. L'assedio delle truppe francesi ebbe un esito disastroso: Girolamo fu catturato, incatenato e rinchiuso in una prigione. Per un uomo abituato agli onori e alle responsabilità fu un'umiliazione profonda. In quella cella avvenne la sua conversione. Rivolse una preghiera fervente alla Madonna, promettendo di cambiare vita se avesse ottenuto la libertà. Secondo la tradizione, riuscì miracolosamente a liberarsi dalle catene e a fuggire dalla prigione. Giunto al santuario della Madonna Grande di Treviso, depose davanti all'altare le catene che aveva portato come prigioniero, in segno di gratitudine e di consacrazione alla Vergine. Da quel momento tutto cambiò. Tornato a Venezia, iniziò una vita di intensa preghiera, di penitenza e di servizio ai bisognosi. La conversione non fu improvvisa soltanto nei sentimenti, ma si tradusse in una completa trasformazione dell'esistenza. Abbandonò le ambizioni mondane, distribuì gran parte dei suoi beni e si dedicò ai poveri. Erano gli stessi anni in cui si diffondevano le Compagnie del Divino amore, un movimento di profonda riforma della Chiesa, fondato su princìpi opposti a quelli mondani dell'umanesimo. È importante mostrare come la Rivoluzione protestante fu preceduta da una silenziosa ma efficace Riforma cattolica. Nella prima sessione del V Concilio Lateranense, il 3 maggio 1512, il generale degli Agostiniani Egidio da Viterbo esortò alla riforma della Chiesa, riassumendone l'idea in queste celebri parole: «Gli uomini devono essere mutati dalla religione, non la religione dagli uomini». Mentre alcuni ritenevano di poter rinnovare la Chiesa rompendo la sua unità e contestandone l'autorità, lo Spirito Santo suscitava uomini che riformavano la Chiesa riformando anzitutto se stessi, come san Girolamo Emiliani, san Gaetano da Thiene, sant'Antonio Maria Zaccaria e, poco dopo, sant'Ignazio di Loyola.  GUERRE, CARESTIE ED EPIDEMIE Erano anni drammatici della storia italiana. Guerre, carestie e soprattutto epidemie di peste lasciavano dietro di sé migliaia di orfani. Intere famiglie venivano distrutte nel giro di pochi giorni. Bambini senza casa vagavano per le strade delle città, esposti alla fame, alla violenza e alla delinquenza. Fu qui che emerse tutta la grandezza cristiana di Girolamo Emiliani. Egli comprese che non bastava soccorrere i poveri con qualche elemosina. Occorreva offrire loro una famiglia, un'educazione, una formazione religiosa e un mestiere. Iniziò così a raccogliere gli orfani, ospitandoli nelle case che riusciva a procurarsi, vivendo insieme a loro con semplicità evangelica. Li nutriva, li vestiva, insegnava loro il catechismo e li preparava a diventare uomini onesti e buoni cristiani. La sua opera anticipò di secoli quella che oggi chiameremmo una vera rete di assistenza sociale cristiana. Ma il suo metodo era profondamente diverso da quello dell'assistenzialismo moderno. Egli non vedeva nei poveri un problema sociale, bensì il volto stesso di Cristo. Per questo non si limitava ad alleviare la miseria materiale: voleva restituire alle anime la dignità di figli di Dio. La sua attività si estese rapidamente da Venezia a Bergamo, Brescia, Verona, Como, Milano e in altre città dell'Italia settentrionale. Ovunque fondava ospizi per orfani, ricoveri per poveri, case per donne in difficoltà e istituzioni educative. Attorno a lui si raccolsero presto alcuni sacerdoti e laici desiderosi di condividere il suo ideale. Nacque così la Compagnia dei Servi dei Poveri, che avrebbe poi assunto il nome di Chierici Regolari di Somasca, dal piccolo paese presso Lecco dove la comunità trovò la sua sede principale. Ancora oggi i Padri Somaschi continuano nel mondo l'opera del loro fondatore, soprattutto nell'educazione della gioventù. EROICA DEDIZIONE AGLI APPESTATI Nel 1537, mentre assisteva gli ammalati durante un'epidemia a Somasca, contrasse egli stesso la peste. Morì l'8 febbraio, vittima della sua eroica dedizione agli appestati. Il suo istituto fu approvato da Paolo III tre anni dopo, nel 1540. Fu canonizzato nel 1767 da papa Clemente XIII e nel 1928 Pio XI lo proclamò patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata. La vita di san Girolamo Emiliani offre una dimostrazione luminosa del fatto che la vera riforma nasce sempre dalla conversione personale e dalla fedeltà alla Chiesa. Egli non scrisse trattati teologici né partecipò alle grandi controversie del suo tempo. La sua apologetica fu quella delle opere. Nato alle soglie dell'età moderna, nel momento in cui l'Europa stava entrando in una delle sue crisi più profonde, egli dimostrò che la vera risposta alle rivoluzioni religiose e morali consiste anzitutto nella santità vissuta e nella carità operosa. Mentre la cristianità veniva lacerata dalla Rivoluzione protestante e l'Italia era sconvolta dalle guerre, Girolamo scelse di ricostruire la società partendo dai più piccoli e dai più abbandonati. La figura di san Girolamo Emiliani conserva oggi una straordinaria attualità. Anche il nostro tempo conosce nuove forme di orfanità: bambini privi di riferimenti familiari, giovani smarriti in una società che ha perduto il senso di Dio, uomini e donne che, pur immersi nel benessere materiale, vivono una profonda solitudine spirituale. San Girolamo Emiliani ci ricorda che nessuna riforma della società può riuscire se non parte dalla formazione delle anime. Le leggi, le istituzioni e le strutture sono necessarie, ma non bastano. Solo un'autentica vita cristiana, alimentata dalla grazia, è capace di ricostruire ciò che il peccato distrugge. Per questo il cavaliere veneziano che depose un giorno le sue catene ai piedi della Madonna rimane uno dei grandi maestri della Civiltà cristiana che un giorno risorgerà.

    San Girolamo Emiliani, la vera riforma comincia da se stessi
  5. Aug 4

    Giuliana Falconieri, la santa fondatrice delle mantellate

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8617 GIULIANA FALCONIERI, LA SANTA FONDATRICE DELLE MANTELLATE di Antonio Tarallo   Il legame con la sua Firenze: è più che necessario iniziare da questo tema se si vuole parlare della biografia di santa Giuliana Falconieri (c. 1270-1341) di cui oggi ricorre la memoria liturgica. Firenze e la sua bellezza artistica. Firenze, culla dell'arte e della letteratura non solo italiana ma mondiale. Quella Firenze che segnerà un'epoca e che ancora oggi rappresenta uno dei luoghi più conosciuti e visitati al mondo. Ed è proprio dal capoluogo toscano che inizia il nostro viaggio nella vita della santa, fondatrice delle Mantellate del Terz'ordine dei Servi di Maria, donna "eucaristica" e sublime anima rivolta al Signore. Ma per iniziare questo viaggio dobbiamo spostare le lancette del tempo al 1700 e viaggiare (almeno idealmente) in una Firenze in cui ancora vivevano gli echi dei fasti rinascimentali. Un grande libro, l'Officina delle Notitie fiorentine (1736-1765), ci introduce nei festeggiamenti che la città fece in onore della sua canonizzazione avvenuta il 16 giugno 1737, sotto il pontificato di un altro fiorentino, Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsini. Una canonizzazione, tra l'altro, che gettò la città in un grandissimo fermento registrato nelle pagine dell'Officina. Si fa riferimento ai festeggiamenti in onore della "nuova" santa: «In primo luogo sei mazzieri a cavallo, ed indi gli due stendardi, che uno della Metropolitana e l'altro di Badia, e successivamente il segno, cioè il crocifisso della compagnia di San Filippo di su la piazza della Nonziata con dieci fratelli in cappa e incenso». La descrizione continua con dovizia di particolari. Spiritualità e municipalità si intrecciavano per festeggiare la nuova santa fiorentina. IL MEDIOEVO FIORENTINO Ma perché questo legame profondo della città toscana con la santa? La risposta non è da trovarsi solamente nel luogo della sua nascita, appunto Firenze. È qualcosa che va al di là del semplice dato anagrafico. E per comprendere ciò, dobbiamo ancora una volta fare un passo indietro nel tempo: dobbiamo comprendere la società fiorentina nella quale è nata la bellissima e affascinante (così la descrivono i suoi contemporanei) Giuliana. Il panorama culturale e sociale nel quale Giuliana visse rimane davvero sorprendente: è il Medioevo fiorentino del grande Dante Alighieri. Poi, vi è tutta la lotta, che lo stesso Alighieri vive e racconta, tra Guelfi e Ghibellini, mentre incominciava ad esserci una spinta "dal basso" che cercava di farsi sempre più strada: quella dei commercianti, la classe "imprenditoriale". E la famiglia di Giuliana faceva parte proprio di questa schiera, anche se la sua origine era già nobile: una famiglia, in sintesi, che comprendeva i segni dei tempi. Il cognome di Giuliana non era un cognome qualsiasi, Falconieri. La sua famiglia non solo viveva in agiatezza per i beni materiali, ma aveva anche a cuore quelli spirituali: annoverava, infatti, uno dei sette fondatori dei Servi di Maria, Alessio Falconieri, fratello del papà di Giuliana. Un seme nella famiglia che fece germogliare, proprio nell'anima di Giuliana, l'amore per il Signore. Le notizie che abbiamo della sua vita si devono principalmente a due opuscoli redatti da fra Paolo Attavanti nella seconda metà del XV secolo: il Dialogo sull'origine dell'Ordine dei Servi e un suo quaresimale incompiuto dal titolo Paulina praedicabilis. Due testi che, con lo sguardo poi della canonizzazione avvenuta sotto il pontificato di Clemente XII, potrebbero considerarsi una sorta di positio. Il cammino spirituale della giovane Giuliana, come si apprende da queste cronache, iniziò sentendo parlare lo zio Alessio (zio santo, assieme agli altri fondatori dei Servi di Maria) sul tema del Giudizio di Dio. «Giuliana, nobile, assai bella e ricca, della famiglia fiorentina dei Falconieri di discendenza romana, a quindici anni aveva sentito predicare sul giudizio il suo zio paterno Alessio», così scrive fra Attavanti nelle sue pagine. Giuliana, dunque, rimase colpita da quelle parole dello zio, tanto da decidere di dedicarsi alla preghiera, a vivere il messaggio del Vangelo. E per approfondire il nuovo cammino, cominciò sempre più a frequentare la Famiglia dei Servi di Maria. I PRETENDENTI ALLA SUA MANO Questo suo interessarsi alle "cose di Dio" non era del tutto ben visto dalla famiglia: erano, infatti, molti i pretendenti alla sua mano, data anche la sua bellezza. Ma, alla fine, la famiglia accettò la strada che il Signore le aveva tracciato. Giuliana, in questo periodo, vestiva lo stesso abito dei Servi di Maria: un mantello scuro. Cominciò a radunare vicino a sé altre ragazze che condividevano lo stesso progetto di vita: servire le sorelle e i fratelli bisognosi, servire Dio. Si chiamarono, poi, "Mantellate", proprio per il mantello che indossavano: era l'inizio del ramo femminile dei Servi di Maria. Preghiera costante e carità continua in mezzo alle strade. Ogni mercoledì e venerdì, strettissimo digiuno: non toccavano cibo. E il sabato, solo pane e acqua. Tutta questa restrizione, questa penitenza era un'offerta al Signore, per chiedergli il dono della pace in una Firenze devastata dalle divisioni. Santa Giuliana Falconieri è nota soprattutto per un episodio miracoloso che accadde proprio il giorno della sua nascita al Cielo, il 19 giugno 1341. Ormai da tempo, era impossibilitata ad alimentarsi per via di un grande male allo stomaco. Nessun cibo poteva entrare dalla sua bocca senza procurarle lancinanti dolori. Neanche il pane più prezioso per lei, l'Eucaristia. E fu così che, come era consuetudine per i malati del tempo, le venne appoggiata sul petto un'Ostia consacrata. In quel momento accadde qualcosa di straordinario: l'Ostia sparì. Solo allora poteva lasciare la terra, Giuliana, mentre sul cuore si palesava una macchia viola, come se l'Ostia si fosse impressa sul suo corpo. L'Eucaristia e Giuliana erano diventate un'unica cosa: per lei un dono da parte del Signore. Per la Chiesa il dono di una nuova santa.

    Giuliana Falconieri, la santa fondatrice delle mantellate
  6. Jul 28

    San Goar, il patrono dei distratti

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8612 SAN GOAR, IL PATRONO DEI DISTRATTI di Roberto de Mattei   Chi sono i distratti? Sono coloro che non mantengono o faticano a mantenere l'attenzione su ciò che stanno facendo. In sé stessa la distrazione non è una qualità, perché la perfezione consiste nel fare sempre bene ciò che si sta facendo. Nostro Signore ne è un esempio perfetto. Ma la distrazione non è sempre e necessariamente un difetto. Dipende da ciò a cui si volge la mente, quando presta poca attenzione a ciò che sta facendo. Il cardinale Giuseppe Siri, ad esempio, parla di "distrazione" per definire una mente che appunto si distrae dalle cose essenziali, per dirigersi verso quelle effimere, variabili e inconsistenti. La distrazione diventa un continuo rivolgersi a questo e a quello senza mai approfondire. Ma esiste anche una distrazione che deriva non da cattiva volontà, ma da un'intelligenza creativa, o da un'immaginazione vivace per cui cervello è continuamente attraversato da associazioni di idee, intuizioni. È questione di temperamento. Sono persone che fanno fatica a concentrarsi sugli aspetti pratici della vita quotidiana. Molti artisti, inventori, scienziati e scrittori erano considerati "distratti". Erano così immersi nel loro mondo da dimenticare l'orologio, gli oggetti o perfino i pasti. SANTI DISTRATTI Anche tra i santi non mancano coloro che, per natura, distratti. Molti santi erano persone estremamente concrete e organizzate. Pensiamo a San Giovanni Bosco capace di amministrare le sue opere con straordinaria precisione. Altri, invece, apparivano spesso "assenti", perché completamente immersi nella riflessione su questioni alte e divine. Bisogna distinguere la distrazione come fragilità umana dalla "distrazione" apparente dovuta al raccoglimento della mente, che si astrae dalle questioni concrete per immergersi in quelle più elevate. Una mente che ogni tanto si perde può avere un cuore profondamente unito a Dio. E un cuore unito a Dio, anche con qualche dimenticanza, può diventare davvero santo. È noto, ad esempio, che San Filippo Neri fosse talvolta così assorto nella preghiera da dimenticare il tempo. Alcuni santi erano metodici (come Sant'Ignazio di Loyola), altri impulsivi (come San Pietro), altri ancora sembravano distratti perché vivevano con una forte vita interiore.  La santità non consiste nell'avere un determinato carattere, ma nel lasciare che ogni tratto della propria personalità venga trasformato dall'amore di Dio. San Goar, ad esempio, è uno di quei santi poco conosciuti ma affascinanti, nella cui vita troviamo un sorprendente esempio di distrazione. Nacque in Aquitania, probabilmente tra la fine del VI e l'inizio del VII secolo, alle origini del Regno dei Franchi. Ordinato sacerdote, desiderava una vita più raccolta e più vicina a Dio. Per questo lasciò la sua terra e si si fece costruire un eremitaggio nella valle del Reno, allora ancora in parte pagana, nella diocesi di Treviri. Scelse di vivere come eremita, ma non da isolato. Costruì una piccola cappella e una cella, dedicando le giornate alla preghiera, e all'accoglienza dei viandanti.  La caratteristica che lo rese famoso fu l'ospitalità. Chiunque bussasse alla sua porta trovava un pasto, un letto, una parola di conforto e una guida spirituale. In un'epoca in cui i viaggi erano lunghi e pericolosi, la sua casa divenne un rifugio sicuro per pellegrini, mercanti e naviganti del Reno. Per questo è venerato come patrono degli albergatori, degli osti, dei barcaioli, dei vignaioli e dei vasai.  PATRONO DEI DISTRATTI La sua popolarità suscitò l'invidia di alcuni ecclesiastici, che lo accusarono falsamente davanti al vescovo di Treviri dicendo che faceva del suo eremitaggio un'osteria, perché contrariamente al costume degli eremiti, mangiava attorniato da una folla di viaggiatori, a cui offriva cibi eccellenti. Accadde però che i suoi due accusatori, nel viaggio di ritorno a Treviri, smarrirono le vettovaglie che portavano per il viaggio. Esausti e divorati dalla fame, attendevano sulla strada che qualcuno li soccorresse, Fu proprio Goar il loro salvatore. Il santo che faceva lo stesso percorso per andare a giustificarsi dal vescovo, li guarì e li rifocillo, convincendoli della sua innocenza. Giunto a Treviri, entrato nell'anticamera del palazzo vescovile, appese il suo mantello ad un raggio di sole, scambiandolo per un bastone. Il mantello però rimase miracolosamente sospeso nell'aria, davanti agli occhi dei presenti Questo prodigio, dovuto alla sua distrazione, dimostrò la sua innocenza e mise in luce la malizia dei suoi accusatori. L'episodio in cui San Goar appese il mantello a un raggio di sole fa riflettere. La sua fu una santa distrazione. Si può immaginare che, assorto nella serenità di chi vive costantemente alla presenza di Dio, abbia compiuto il gesto con la naturalezza con cui si appende un mantello a un bastone. Era una "santa distrazione" che non nasceva dalla superficialità, ma da un cuore così unito a Dio da non essere più prigioniero dei calcoli umani.  San Goar viene anche invocato contro le calunnie e le false accuse. Il re Sigeberto III, desiderò nominarlo vescovo di Treviri, ma Goar rifiutò. Non perché disprezzasse l'episcopato, ma perché riteneva che Dio lo avesse chiamato a servire nel nascondimento. Preferì tornare alla sua povera cella e continuare ad accogliere i pellegrini.  Dopo la sua morte, avvenuta il 6 luglio (tradizionalmente nel 575 o, secondo altre cronologie, nel 649), la sua tomba divenne una meta di pellegrinaggio. Intorno al suo romitaggio nacque una cittadina che ancora oggi porta il suo nome: Sankt Goar, sulle rive del Reno.  Le antiche Vitae lo descrivono come un uomo profondamente raccolto in Dio, ma la sua contemplazione non lo allontanava dal prossimo: chi arrivava alla sua porta era sempre accolto con delicatezza. I santi più contemplativi sembrano talvolta assenti rispetto alle cose materiali, ma diventano sorprendentemente presenti quando si tratta di amare Dio e il prossimo. È questo che ci ricorda San Goar, che ci piacerebbe immaginare come un possibile patrono dei distratti.

    San Goar, il patrono dei distratti
  7. Jul 7

    La bufala di Giovanna d'Arco come prima femminista della storia

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8594 LA BUFALA DI GIOVANNA D'ARCO COME PRIMA FEMMINISTA DELLA STORIA di Cristina Siccardi   L'Unione Europea e i media "griffati" invitano spesso e volentieri ad essere solleciti nel verificare le notizie per non cadere nella trappola delle fake news, quando poi sono loro stessi a propinarle in gran quantità. L'ultima, in ordine di tempo, è quella lanciata dall'Agenzia Stampa AGI con l'articolo del 28 maggio u.s. con l'articolo intitolato Giovanna d'Arco, la prima femminista della Storia.  Sia ben chiaro e scritto a chiare lettere: non solo nessuna santa della Chiesa Cattolica può essere etichettata come femminista, ma neppure nessuna donna, che si professa cattolica, può essere una femminista. Il modello per ogni donna credente nella Santissima Trinità ha come modello e stella polare Maria Santissima, che non può avere nulla a che vedere con una ideologia che non solo va contro le leggi di Dio, ma anche contro le leggi di natura. Il femminismo è una patologia politica e cultura iniziata sì in Francia, ma tre secoli dopo Jeanne d'Arc, sotto la Rivoluzione francese. Di fronte a queste menzogne paganeggianti che strumentalizzano, per scopi ideologici, figure come quelle dei santi, non si può far altro che, con fonti storiche alla mano, ricordare chi sono state realmente. Nessuna interpretazione, ma solo fatti e date.  La memoria liturgica della cosiddetta Pulzella d'Orléans cade il 30 di maggio, giorno del suo dies natalis. Fin da quando aveva tredici anni fu eletta ed investita da Dio per una missione religiosa e politica di altissima responsabilità: liberare la Francia dalla prepotenza inglese in nome di Dio. La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d'Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena (1347-1380) morì c'erano un Papa e un antipapa; quando Giovanna nacque, nel gennaio del 1412 (si dice il giorno dell'Epifania, ma la cronologia è incerta), c'erano un Papa e due antipapi. Insieme a questa lacerazione all'interno della Chiesa, vi erano continue lotte fratricide fra i popoli europei, la più drammatica delle quali fu la «Guerra dei cent'anni» tra Francia e Inghilterra, iniziata nel 1337 e conclusasi, con pause intermedie, nel 1453. Guerre, carestie, pestilenze, eresie prostrarono l'Europa. Era il tempo degli incubi, dove nell'immaginario collettivo le autentiche manifestazioni mistiche si intrecciavano con le magie e le stregonerie, il mondo reale della sofferenza e della morte cruenta si sovrapponeva alle fantasie demoniache popolate di mostri e di balli macabri. In questo clima di sopraffazione, di congiure e di usurpatori, di confusione nella Chiesa e nelle nazioni, l'analfabeta Jeanne, nata a Domrémy (oggi Domrémy-la-Pucelle), nei Vosgi, nella regione della Lorena, scrive una lettera di fuoco e di grazia il 22 marzo 1429, martedì della Settimana Santa: LA PULZELLA INVIATA DA DIO «Gesù, Maria! Re d'Inghilterra e voi duca di Bedford che vi dite reggente del regno di Francia, voi Guglielmo di La Poule, conte di Suffolk, Giovanni sire di Talbot, e voi Tommaso sire di Scales, che vi dite luogotenenti del duca di Bedford, rendete giustizia al Re del cielo. Restituite alla Pulzella che qui è stata inviata da Dio, il Re del cielo, le chiavi di tutte le buone città da voi prese e violate in Francia. Ella è venuta qui da parte di Dio per implorare il sangue reale. Ella è pronta a far pace, se volete renderle giustizia, a patto che le restituiate la Francia e paghiate per averla tenuta. E fra voi, arcieri compagni di guerra e voi altri che siete sotto la città di Orléans, andatevene nel vostro paese in nome di Dio; e se non lo fate attendete notizie della Pulzella che ben presto vi vedrà in grandissime disgrazie. Re d'Inghilterra, se così non fate, io sono condottiero e in qualunque luogo attenderò in Francia le vostre genti, volenti o nolenti le caccerò via. E se non vogliono obbedire, tutte le farò uccidere; sono qui inviata da parte di Dio, Re del cielo, corpo a corpo, per espellervi da tutta quanta Francia. E se vogliono obbedire saranno nelle mie grazie. E non pensate altrimenti, perché non otterrete il regno di Francia da Dio, il Re del cielo, figlio di Santa Maria, ma l'avrà re Carlo, il vero erede, perché Dio, il Re del cielo, lo vuole [...]» (AA.VV., Storia dei Santi e della santità cristiana, a cura di André Vauchez, Università di Parigi X - Nanterre, vol. VII, p. 145). Jeanne, la cui vita, consumatasi in 19 anni, fu un mistero di ineffabile gioia e di inesplicabile dolore, era la minore dei cinque figli di Jacques d'Arc e di Isabelle Romée, agiati contadini. Nell'estate del 1425, all'età di 13 anni, nel giardino di casa, sente una voce... è quella di san Michele Arcangelo, che le dice di far sua la causa della Francia. Udrà la voce ancora molte volte e ad essa si uniranno quelle delle vergini e martiri santa Margherita D'Antiochia (275 - 290) e di santa Caterina d'Alessandria (287-305). L'incalzante invito era accompagnato a quello di far consacrare Carlo di Valois (1403-1461) quale re di Francia. Ma come era possibile? Giovanna fece resistenza: era una semplice ragazza adolescente, come avrebbe potuto ottemperare a quella richiesta? Ma il Signore rende possibile l'umanamente impossibile. IL VOTO DI VERGINITÀ Domrémy si trovava ai confini del regno, nella valle della Mosa che divideva la Francia dall'Impero Romano-Germanico. Gli Anglo-Borgognoni nel 1428 si impadronirono di tutte le piazze della Mosa rimaste fedeli al Delfino di Francia: Domrémy fu devastata; ciò decise il capitano di Vaucouleurs, Robert de Baudricourt (ca. 1400-1454), che in un primo tempo aveva considerato Jeanne d'Arc una pazza, di inviarla alla missione da lei richiesta: salvare Orléans; far consacrare il Re; cacciare gli Inglesi dalla Francia; liberare il duca d'Orléans. Jeanne, che aveva fatto voto di verginità per amore di Gesù Cristo, indossati abiti maschili e tagliati i capelli, non per farsi maschio e rivaleggiare con i maschi, ma per nascondere prudenzialmente il più possibile la sua identità femminile per non essere oggetto di interesse in mezzo a tutti quegli uomini, venne armata di tutto punto e sul suo stendardo venne dipinto Cristo Re, affiancato da due angeli, con le parole «Jesus-Maria». Nessuna spada in mano, dunque (come invece certe letture femministe farneticano), ma sempre e solo il vessillo di Fede. Il nome di Gesù comparirà sempre nell'intestazione delle sue lettere, sul suo anello e morirà pronunciandolo più volte a gran voce. La Pulzella si unì ad un esercito d'appoggio che proteggeva un convoglio di approvvigionamento e riuscì ad arrivare ad Orléans dalla riva sinistra. L'8 maggio 1429 gli inglesi assedianti furono sconfitti. Da qui si susseguirono una battaglia dopo l'altra e in queste circostanze il coraggio soprannaturale della giovane santa ricorda la tempra dei condottieri dell'antico Testamento, garantiti dal Dominus Deus sabaoth (Signore Dio degli eserciti). Il 17 luglio dello stesso anno, Carlo VII venne incoronato a Reims alla sua presenza. Il successo la consacrò eroina inviata dal Cielo: la gente voleva toccare i suoi abiti, il suo cavallo, l'avvicinavano per conoscere il futuro, per richiedere grazie e guarigioni... Jeanne d'Arc vinse il dominio straniero per volontà di Dio e riuscì ad infondere audacia e speranza nell'esercito regio; ma gli storici oggettivi concordano anche nel riconoscerle il merito di aver allontanato con il nemico anche il Protestantesimo, che altrimenti si sarebbe innestato in Francia. Tuttavia le truppe inglesi la fecero prigioniera a Compiègne il 23 maggio 1430. Dopo due giorni dalla cattura, l'Università di Parigi chiese che l'Inquisizione la giudicasse come una strega. Questa soluzione piacque molto al duca di Bedford in quanto gli consentiva di screditare Carlo VII, che sarebbe apparso come colui che doveva la conquista del trono alle potenze infernali. L'INIQUO PROCESSO DI IDOLATRIA, SCISMA E APOSTASIA Il 9 gennaio 1431 il vescovo Pierre Cauchon (1371-1442) aprì il processo presso Rouen nel castello di Le Bouvreuil, fortezza di Richard Beauchamp (1382-1439) che, conte di Warwich e governatore della città dal 1427, aveva precise consegne dal sovrano Enrico VI (1421-1471). Fra gli assessori convocati, sei provenivano dall'Università di Parigi, inoltre erano presenti circa sessanta prelati ed avvocati ecclesiastici, fra cui il Vescovo di Norwich e, al di sopra del Collegio Giudicante, il Cardinale di Winchester, Henry Beaufort (ca. 1374-1447), prozio e cancelliere di Enrico VI. L'iniquo processo durò dal 20 febbraio al 24 marzo 1431. L'imputata era accusata di idolatria, scisma e apostasia. Durante il processo le venne chiesto se era in grazia di Dio ed ella rispose: «Se non ci sono, voglia Dio mettermici, e se ci sono voglia Dio tenermici». I suoi interrogatori furono un capolavoro di determinazione e perseveranza nella sola fede cattolica. Fu abbandonata al braccio secolare. Il 30 maggio 1431 Giovanna venne arsa viva sulla piazza del Vieux-Marché di Rouen. Morì contemplando una grande croce astile che frate Isembard de la Pierre aveva portato per lei. Nel 1456 fu solennemente proclamata la sua riabilitazione; sarà beatificata da san Pio X (1835-1914) nel 1910 e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV (1854-1922). Una sua statua è stata posta nella cattedrale di Winchester, dinnanzi alla tomba del Cardinale Beaufort, colui che ebbe un ruolo decisivo nel tragico e infausto processo. La martire francese resta personalità unica e straordinaria e rivela tangibilmente la potente presenza di Dio nella Storia; così come la sua limpida testimonianza dimostra gli errori che gl

    La bufala di Giovanna d'Arco come prima femminista della storia
  8. Jun 30

    L'eroismo di santa Maria Crocifissa in tempo di colera

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8588 L'EROISMO DI SANTA MARIA CROCIFISSA IN TEMPO DI COLERA di Ermes Dovico   «Supplicava che le croci non cessassero e le persecuzioni e le prove non le fossero risparmiate. Ed infatti, pur manifestando nella sua azione di fondatrice le più belle qualità d'intelligenza e di volere, ella soffrirà con grande coraggio i dolori fisici, e soprattutto le angosce dell'anima (...). Un'ardente preghiera sgorgava allora dalle sue labbra: "Gesù mio! Tu solo mi basti. La mia vita sia crocifissa con Te"». Questo è un passaggio dell'omelia pronunciata da Pio XII il 12 giugno 1954, giorno della canonizzazione di santa Maria Crocifissa Di Rosa (6 novembre 1813 - 15 dicembre 1855), fondatrice delle Ancelle della Carità. Una santa, Maria Crocifissa, che come gli altri suoi "colleghi" in Paradiso prosegue la sua missione per la salvezza delle anime. Il suo nome, infatti, non risplende solo per le virtù dimostrate in vita, ma anche per quanto lei continua a fare post mortem. Basti qui ricordare il fatto che proprio Maria Crocifissa, quasi un secolo dopo la sua morte, è stata scelta da Dio nell'ambito di una delle mariofanie più ricche dell'epoca contemporanea, quella di Maria Rosa Mistica, per fare da guida alla veggente Pierina Gilli (1911-1991), apparendole molte volte dal dicembre 1944 (quando la guarì dalla meningite) in poi, preparandola alle apparizioni della Madonna, offrendole conforto e consigli spirituali. Ricordiamo che la Chiesa non ha ancora affermato l'autenticità di questa mariofania, ma nel luglio 2024 - attraverso il dialogo tra la Diocesi di Brescia e il Dicastero per la Dottrina della Fede - ha riconosciuto l'abbondanza dei frutti spirituali e la bontà dei messaggi legati a Rosa Mistica stessa. Il secondo ciclo di apparizioni (1966) di Rosa Mistica ha un focus particolare sugli ammalati. Un elemento che si lega bene alla vita terrena della santa celebrata oggi, visto che il suo istituto religioso nacque proprio a seguito della carità eroica che Paola Francesca Maria Di Rosa - questo il suo nome secolare completo - dimostrò verso gli ammalati durante l'epidemia di colera che colpì la sua città, Brescia. Correva l'anno 1836. L'epidemia mieteva molte vittime. Il lazzaretto era pieno di malati ed era difficile trovare chi fosse disposto a curarli. LA CHIAMATA DA DIO Paola, di famiglia nobile, si sentì chiamata da Dio ad assistere i colerosi. Si consigliò con il suo confessore, monsignor Faustino Pinzoni. E poi scrisse una lettera al padre, il cavalier Clemente Di Rosa, per chiedergli il permesso di andare nel lazzaretto a curarvi le donne contagiate. La missiva - datata 21 giugno 1836 - iniziava così: «Viva Gesù! Carissimo Papà, sono a pregarvi di una grazia. Ve la chiedo in iscritto, non per mancanza di confidenza a parlarvi; ma perché non mi si chiudan le parole fra le labbra con una vostra pronta negativa. Sì, la grazia che vorrei da voi, ve la chiedo per amor di Gesù Cristo. Deh! non me la negate. Il mio vivissimo desiderio sarebbe d'approfittare del mezzo che Iddio mi dà d'aprirmi il Paradiso col praticare l'atto di carità in assistere all'ospedale le povere colerose. Lasciate che mi dedichi al servizio di queste povere infelici. Voi, fate al Signore il sacrificio della vostra Paolina; io lo farò della mia vita». Qualche riga dopo, la santa aggiungeva: «Non consultate né la carne, né il sangue, ma la Religione sola. Non apporterò alcun danno alla famiglia, perché vi ho riflettuto, e prenderò tutte le misure che la prudenza suggerisce. Di queste ve ne parlerò a viva voce. Caro Papà, accordatemi questa licenza, che mi renderete felice. Vostra affez.ma obbl.ma figlia Paola». Quale fu la risposta del genitore? Prima è opportuna una premessa. A quell'epoca il padre della santa era già vedovo e aveva già subìto la perdita di sei figli su nove (il colera gli avrebbe poi portato via un altro figlio ancora, Filippo, di 27 anni). Comprensibilmente, il cavalier Di Rosa, leggendo quella lettera, tremò. E, in attesa della sua decisione, tremarono (e piansero) non solo i familiari ma anche i domestici, che avevano una sorta di venerazione per Paolina, com'era chiamata la futura santa Maria Crocifissa. Anche il padre si consigliò con mons. Pinzoni, che lo lasciò libero di decidere in un senso o nell'altro, perché «non si tratta - gli disse il sacerdote - di un caso di coscienza, ma di un atto volontario ed eroico». Al culmine del suo dramma interiore, il padre, per amore di Dio e del prossimo, accordò il permesso alla figlia. Così, tre giorni dopo la lettera, all'età di 22 anni, Paola entrò nel lazzaretto. E vi entrò con un'altra nobile, la signora Gabriella Echenos Bornati, che accompagnerà la santa in diverse altre imprese di carità. UNO SPETTACOLO TERRIBILE Il colera infestava non solo Brescia, ma tutta la provincia. Nei due giorni precedenti l'arrivo di Paola al lazzaretto, i morti erano stati rispettivamente 113 (il 22 giugno) e 87 (il 23 giugno). Lo spettacolo che si presentava davanti a lei e Gabriella era terribile, per la varietà di sintomi e i dolori lancinanti causati dal morbo. Le due infermiere volontarie dovevano «asportare tutto ciò che le ammalate emettevano, pulire incessantemente corpi, letti, pavimenti, perché in quella sporcizia si nascondeva la causa del morbo, e i medici l'avevano intuito», scriveva uno dei primi biografi della santa, mons. Luigi Fossati; tra i vari altri compiti, bisognava «coprire e portare via i morti; accogliere le nuove colpite che incessantemente e, ad ondate, entravano». Paola prestava la massima cura a questa opera al servizio dei corpi. Ma al contempo le premeva particolarmente dare un conforto spirituale a quelle ammalate (molte delle quali moribonde), perché voleva che tutte si salvassero l'anima. Perciò si chinava su di loro, ricordava loro - anche alle più ribelli - di essere amate da Dio, trovava parole semplici per aiutarle a morire riconciliate con il Creatore. E quasi sempre riusciva nell'intento, a volte assistendo con commozione a un semplice segno di croce, fatto con le ultime forze. Nonostante il servizio svolto nel lazzaretto, né Paola né Gabriella subirono il contagio. Fin dai primi giorni, inoltre, il loro esempio attrasse altre volontarie. Un bresciano dell'epoca, citato dal Fossati, scriveva: «Ieri chiesi a un coleroso uscito dall'ospedale come fosse stato assistito da quelle pie persone, e col pianto della gratitudine negli occhi mi rispose queste precise parole: "Quelle sante persone non sono del mio mondo, ma sono angeli! Non è possibile immaginare tanta carità. Una nobile signorina di ventidue anni!"», esclamava con ammirazione, riferendosi a Paola. L'esperienza al lazzaretto fu la base per la nascita delle Ancelle. Infatti, Paola iniziò a visitare assiduamente le ammalate all'ospedale di Brescia. Alcune compagne la imitarono. Dopo essersi consigliata con il proprio direttore spirituale, Paola si decise a formare un gruppo stabile di giovani di buona volontà, che affiancassero le infermiere laiche già presenti all'ospedale. Verso la fine di aprile del 1840, con la benedizione del vescovo, la nostra santa iniziò a condurre vita comune con le altre compagne: si trattava del primo nucleo della Pia Unione delle Ancelle della Carità. Il 18 maggio di quello stesso anno, dopo dieci giorni di esercizi spirituali, 32 Ancelle di diversa provenienza iniziarono ufficialmente il loro servizio presso l'ospedale di Brescia. Monsignor Pinzoni assegnò a Paola, che non aveva ancora compiuto 27 anni, l'ufficio di superiora. Furono dunque questi gli inizi delle Ancelle della Carità (erette in congregazione sotto Pio IX), nate dal cuore di una donna bresciana che ha messo la gloria di Dio e i beni eterni al di sopra di tutto.

    L'eroismo di santa Maria Crocifissa in tempo di colera

About

Vite straordinarie di persone normali che hanno scelto di vivere la vita di tutti i giorni secondo gli insegnamenti del Vangelo