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Se l'educazione è l'incontro della persona con il vero, il bello e il buono, in ogni materia non può mancare Gesù Cristo

  1. La scuola illude i giovani di essere eccezionali (ma senza merito)

    08/05/2025

    La scuola illude i giovani di essere eccezionali (ma senza merito)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8230 LA SCUOLA ILLUDE I GIOVANI DI ESSERE ECCEZIONALI (MA SENZA MERITO) di Raffaella Frullone   «L'orale non mi spaventava, anzi. Ma penso che la scuola dovrebbe insegnare ad avere un pensiero critico, non punire chi lo esprime. Il voto rischia di diventare un'arma per mettere a tacere gli studenti». Sono le parole di Mariasole Tomassini, diciannovenne di Piobbico (in Pesaro e Urbino), che si è rifiutata di sostenere il colloquio dell'Esame di Stato, prima dei lei ben tre studenti veneti hanno fatto parlare per la stessa "forma di protesta". Tra loro Gianmaria Favaretto secondo cui «L'esame di maturità per me è una sciocchezza», ha affermato, criticando un sistema di valutazione che, a suo avviso, non riflette le reali capacità degli studenti. Abbiamo chiesto a Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, se si sarebbe mai aspettato un fenomeno del genere... Sinceramente sono stupito che ancora sia possibile fare esami e dare voti, nelle scuole italiane... In che senso? Partiamo dalla mia lettura del fenomeno. Nel 2024, il 9,8% degli studenti ha ottenuto il massimo dei voti (100 o 100 e lode); l'11,2% si è diplomato nella fascia 91-99; il 17,7% ha preso tra 81 e 90. Quasi il 40% degli studenti si è diplomato con voti altissimi, più del 10% con il massimo. Con buona pace di Carl Gauss, pare che siamo di fronte a una «generazione di fenomeni». L'impressione è confermata dai voti di laurea: un quarto dei laureati lo fa con 110 e lode; praticamente tutti si laureano a «pieni voti», cioè sopra il 99/110. Livelli stratosferici, che ogni nazione dovrebbe invidiarci, no? Poi, però, l'occhio cade sui risultati dei test INVALSI di quest'anno e scopriamo che solo il 52% degli studenti dell'ultimo anno delle scuole superiori raggiunge almeno il livello base in italiano; e che nemmeno la metà degli studenti raggiunge almeno il livello base in matematica. Aggiungiamo l'effetto Flynn inverso, ossia i punteggi QI che sono sempre più bassi di generazione in generazione; disturbi psichiatrici in costante crescita nella popolazione giovanile; un numero spropositato e in aumento di disturbi cognitivi... Che cosa significa? Per quel che ne capisco, significa che la scuola avvalla un sistema educativo disastroso, volto a far sentire i ragazzi - tutti i ragazzi - come dei geni inarrivabili, dei talenti mai visti, delle persone eccellenti. Il narcisismo fatto sistema, alimentato dai genitori e tollerato dagli insegnanti. Ovviamente, una generazione fenomenale come questa, tratta gli adulti dall'alto in basso: non accetta di essere giudicata, anzi. Dà essa stessa voti agli adulti. Non esiste l'idea di una gerarchia, il merito è scontato ed è umiliante il doverlo dimostrare. Come si diceva ai vecchi tempi, tutto è dovuto: complimenti, applausi, gratificazioni. Vedo corone d'alloro per la laurea, tocchi accademici alle elementari... Costruiamo ai ragazzi quest'illusione e poi la alimentiamo per non affrontare le conseguenze del crollo di questa bugia. Tutto ciò, a me, pare folle. I ragazzi affermano di non sentirsi guardati per quello che sono, ma di star dentro un sistema che li considera solo per i voti. Che ne pensi? Penso che sia vero; e che, invece di contestare questo sistema, dovrebbero accettarlo. Non sono più bambini, mi sembra normale che il mondo abbia delle aspettative nei loro confronti. Ma dico: guardiamoci intorno: chi di noi adulti è «guardato per quello che è», se non nella ristretta cerchia delle relazioni personali? E perché mai, gli altri, dovrebbero avere queste attenzioni nei nostri confronti? Siamo speciali? Valiamo più della cassiera al supermercato, o del ragazzo del McDonald, che spesso non guardiamo nemmeno in faccia? La risposta del mondo adulto è stata di tipo diverso, attorno a questo fenomeno si è sviluppato un vero e proprio dibattito con al centro il tema educativo. Che cosa ci dice questo? Ci dice che, se la realtà di indica la luna (il nostro sistema educativo completamente fallimentare), noi guardiamo il dito. Invece di perdere del tempo dietro a queste adolescenziali recriminazioni (si assegnano voti a una persona, gli insegnanti non sono empatici, lo spirito critico non è apprezzato...) dovremmo renderci conto dei gravi problemi che i nostri ragazzi stanno manifestando con questi atteggiamenti. Il ministro ha fatto sapere che, in reazione a questi fenomeni, cambierà l'esame di maturità, che per essere valido dovrà obbligatoriamente vedere lo studente affrontare l'orale, come valuti questa risposta del governo? Lo capisco: per passare l'esame dovrebbe essere necessario superare con voto sufficiente ogni parte che lo compone. Ma il problema resta: questi ragazzi non hanno il minimo contatto con la realtà, non sanno tollerare la minima frustrazione, hanno una valutazione di sé completamente irrealistica, non hanno la minima idea di come funzionino le relazioni sociali...La scuola è un parcheggio, nel quale i ragazzi passano in modo per lo più infruttuoso i loro anni più importanti; è incaricata di un ruolo educativo che i genitori non sono in grado e non vogliono svolgere. Che cosa è per te la maturità e che cosa dovrebbe invece essere? È una formalità, la conclusione di un percorso di istruzione (non educazione); esattamente ciò che dovrebbe essere. Non è una valutazione del valore della persona, non è l'attestazione di quella genialità della quale la mamma si è sempre vantata, non è il primo momento di fama social-mediatica.

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  2. 04/15/2025

    Educazione spetta alle famiglie

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8138 L'EDUCAZIONE SPETTA ALLE FAMIGLIE: TRUMP VUOLE ABOLIRE IL DIPARTIMENTO di Stefano Magni   Con un altro ordine esecutivo che farà discutere molto, il presidente americano Donald Trump ha dato disposizioni per lo smantellamento del Dipartimento dell'Educazione. Non si tratta di un procedimento facile, occorrerà un voto al Congresso a maggioranza qualificata per abolire il Dipartimento federale e, con la maggioranza risicata di cui dispongono i Repubblicani i numeri non ci sono, a meno di non convincere qualche Democratico a disertare. Ma sarà sempre possibile ridurre il Dipartimento ai minimi termini. E il principio, intanto, è passato: l'istruzione non è compito del governo federale, ma delle famiglie, prima di tutto, e in via sussidiaria delle istituzioni che rappresentano le comunità locali fino, al massimo, al livello dello Stato. Prima di tutto è bene distinguere il Dipartimento dell'Educazione degli Usa dal nostro Ministero dell'Istruzione. Il primo non gestisce direttamente le scuole pubbliche del paese che restano appannaggio dei singoli Stati. Si tratta di un'amministrazione relativamente piccola, finanziata mediamente con appena il 2% del budget federale annuale. Ed è molto recente, istituita durante l'amministrazione Carter nel 1979, con una legge votata da un Congresso a maggioranza democratica. Serve, tuttavia, per dare un indirizzo all'educazione pubblica, vigilare sul rispetto dei diritti civili nelle scuole e concedere prestiti agli studenti. I Repubblicani, a partire da Reagan nel 1981, hanno sempre visto con sospetto questa nuova istituzione, temendo politicizzazione e indottrinamento liberal. Ma non l'hanno mai abolita. Anzi, hanno contribuito ad ampliare i prestiti agli studenti che, attualmente ammontano a quasi 1.700 miliardi di dollari concessi a 43 milioni di debitori in tutto il paese. Linda McMahon, attuale segretaria all'Educazione avrà dunque il primo e più difficile compito di tagliare sui prestiti federali concessi agli studenti. Una voce di spesa che finora era stata trattata come una “mangiatoia” elettorale, soprattutto dai presidenti e dai candidati democratici. E si può solo immaginare quanta opposizione ci sarà in Congresso. Un'altra fonte di dissenso è quella dei sindacati degli insegnanti. «Ci vediamo in tribunale!» è stato il laconico e chiaro commento di Randi Weingarten, della Federazione Americana degli Insegnanti. Alcune cause sono già in corso, una intentata da procuratori generali democratici contro i licenziamenti nel Dipartimento che ne impedirebbero già il regolare funzionamento, un'altra dei genitori degli studenti con disabilità che temono di perdere le agevolazioni sinora concesse e infine altre due cause contro il taglio degli incentivi a sostegno dell'insegnamento di qualità. Il guanto di sfida è stato comunque lanciato. E la sfida riguarda principi fondamentali sull'educazione che possiamo leggere già nell'introduzione dell'ordine esecutivo di Trump: «Il futuro luminoso della nostra nazione si basa su famiglie responsabili, comunità impegnate e ottime opportunità educative per ogni bambino. Purtroppo, l'esperimento di controllare l'educazione americana attraverso programmi e fondi federali, e la burocrazia irresponsabile che questi programmi e fondi sostengono, ha chiaramente deluso i nostri figli, i nostri insegnanti e le nostre famiglie». In sintesi: l'educazione parte dalla famiglia e non dallo Stato. Un principio che, per altro, sarebbe anche nella nostra Costituzione italiana, se solo qualcuno lo ricordasse. Nota di BastaBugie: nell'articolo seguente dal titolo "Trump: il gender è un abuso sui minori" si trova un recente discorso di Donald Trump contro l'ideologia di genere. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il marzo aprile 2025: Donal Trump ha proclamato aprile Mese Nazionale per la Prevenzione degli Abusi sui Minori. Nel discorso di proclamazione, tra le altre cose, ha affermato: «Purtroppo, una delle forme più diffuse di abuso sui minori che il nostro Paese si trova ad affrontare oggi è la sinistra minaccia dell'ideologia di genere. I sostenitori del movimento dell'ideologia di genere stanno indottrinando in modo oltraggioso i nostri figli con la devastante menzogna che sono intrappolati nel corpo sbagliato e che l'unico modo per essere veramente felici è alterare il loro sesso con terapia ormonale, bloccanti della pubertà e interventi di mutilazione sessuale. Le malvagie e retrograde menzogne della follia di genere stanno privando i nostri figli della loro felicità, salute e libertà, imponendo al contempo un dolore inimmaginabile a genitori e famiglie. Come ho affermato nel mio discorso congiunto al Congresso il mese scorso, il mio messaggio a ogni bambino americano è semplice: sei perfetto esattamente come Dio ti ha creato. Come Presidente, ho firmato con orgoglio l'Ordine Esecutivo 14187 che proibisce alle scuole pubbliche di indottrinare i nostri figli con l'ideologia transgender, intervenendo al contempo per tagliare tutti i finanziamenti pubblici a qualsiasi istituzione che si dedichi alle mutilazioni sessuali dei nostri giovani».

    6 min
  3. Sedici domande sull'insegnamento parentale

    12/03/2024

    Sedici domande sull'insegnamento parentale

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7961 SEDICI DOMANDE SULL'INSEGNAMENTO PARENTALE di Don Stefano Bimbi   Mi occupo di scuola parentale dal 2009 e dal 2014 ho dato vita ad una scuola parentale che si chiama "Gesù Maestro". Dopo dieci anni di esperienza diretta ho scritto un libro dal titolo "Gesù Maestro. La scuola parentale cattolica" che ha venduto oltre mille copie. Faccio incontri in tutta Italia dal Piemonte alla Sicilia ed ho incontrato centinaia di famiglie interessate all'argomento. Ecco le domande che mi vengono fatte più spesso, con relative risposte. 1) In Italia è legale non mandare i figli alla "scuola dell'obbligo"? Non solo è legale, ma è un diritto sancito dalla Costituzione italiana. L'articolo 34 infatti recita: "L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita". Quindi è l'istruzione ad essere obbligatoria, non la scuola. La "scuola dell'obbligo" non esiste. Inoltre l'articolo 30 dice che "è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli". Ciò significa che l'istruzione dei figli è in primis una responsabilità dei genitori, non dello Stato. Lo Stato italiano semplicemente riconosce il diritto dei genitori di scegliere i metodi didattici che ritengano più opportuni e di organizzare come credono meglio l'apprendimento per i figli. 2) Per tenere i figli a casa cosa occorre fare da un punto di vista burocratico? In concreto, è sufficiente inoltrare ogni anno una comunicazione scritta "al dirigente scolastico del territorio di residenza" (art. 23 D. Lgs. n. 62/2017) in cui i genitori dichiarano di prendersi carico in prima persona dell'istruzione del figlio. Va sottolineato che non è una richiesta e non c'è bisogno di nessuna autorizzazione. Semplicemente si comunica di volersi avvalere del diritto di educare i propri figli. 3) Dove va sostenuto l'esame annuale richiesto dalle leggi italiane? L'esame a fine anno può essere sostenuto in una qualunque scuola statale o parificata. Il Ministero dell'Istruzione ha chiarito definitivamente con decreto dell'8 febbraio 2021 che obbligare a dare l'esame nella "scuola di residenza" farebbe venir meno la "libertà di scelta della famiglia" garantito per legge. 4) Cos'è l'homeschooling? L'homeschooling è un metodo di istruzione in cui i figli ricevono la loro formazione a casa. I genitori assumono direttamente la fatica, ma anche la soddisfazione dell'istruzione dei propri figli. La mamma casalinga è molto avvantaggiata nella disponibilità di tempo appropriata da dedicare all'educazione dei figli con l'homeschooling. 5) Che differenza c'è tra l'homeschooling e la scuola parentale? Nell'homeschooling i genitori insegnano in modo completamente autonomo, anche se spesso si formano reti di homeschooler che organizzano attività in comune come lezioni di lingua, gite ed escursioni, recite o altre attività. L'homeschooling offre la massima flessibilità in termini di orari, ritmo di apprendimento e contenuti. Invece una scuola parentale è organizzata a tutti gli effetti come una scuola con insegnanti, classi, alunni di più famiglie e orari determinati. Per mantenere il carattere parentale i genitori devono impegnarsi nell'insegnare alcune materie o in alcune classi, scegliere gli insegnanti per le materie o le classi che altrimenti non riuscirebbero a "coprire", gestire la maggior parte dei problemi pratici. Senza questo coinvolgimento diretto dei genitori, non è una scuola parentale, ma privata, sebbene non riconosciuta dallo Stato. La scuola parentale rispetto all'homeschooling rende più semplice un programma di studi più strutturato e fornisce un ambiente di maggiore socializzazione con altri bambini. 6) Quali sono le differenze tra una scuola paritaria e una scuola parentale? Purtroppo oggi una scuola paritaria cattolica non può insegnare secondo i principi della dottrina sociale della Chiesa. Il motivo non risiede nella cattiva volontà degli insegnanti, che sono spesso animati da buona volontà. Una scuola paritaria deve avere gli standard imposti dallo Stato. E il motivo è semplice: lo Stato concede l'autorizzazione e quindi, per concederla, pretende che venga imitata la sua impostazione. Inoltre lo Stato finanzia le scuole paritarie e, nonostante dia le briciole rispetto alle scuole statali, quelle briciole sono essenziali alle scuole paritarie per andare avanti. Al contrario le scuole parentali, e a maggior ragione i genitori che fanno homeschooling, non ricevono finanziamenti, né hanno bisogno di alcuna autorizzazione statale. Questo permette la più completa libertà nella scelta su cosa insegnare, quali libri adottare, gli orari delle lezioni, ecc. E non bisogna dimenticare che questa libertà permette una personalizzazione del percorso educativo impossibile nelle scuole statali e paritarie. 7) Perché è importante la personalizzazione del percorso educativo? Non si rischia di imparare di meno? I bambini non sono tutti uguali e perciò non apprendono tutti in modo uguale. Inoltre ognuno ha le sue inclinazioni e interessi per cui è giusto dare di più a chi ne ha la possibilità. La diversità di ciascun bambino è una ricchezza e va valorizzata invece che livellarla, come succede nella scuola quando ci si trova a insegnare in classi di 20/25 alunni. 8) In un ambiente così confidenziale, familiare e ristretto, non c'è il rischio che i bambini siano tenuti sotto una campana di vetro? Questo è il punto più difficile da fare comprendere alle persone che non conoscono la realtà dell'insegnamento parentale. C'è la convinzione che si crei un ghetto, un ambiente ovattato e autoreferenziale e che, di conseguenza, i bambini facciano più fatica a socializzare, trovandosi poi disorientati nell'impatto con la realtà. Ecco tutto questo è assolutamente un falso mito, una leggenda. Anzi, l'esperienza che raccontano i genitori è l'esatto opposto. Tutti testimoniano una maggiore capacità di socializzazione dei propri bambini rispetto ai loro coetanei. 9) Com'è possibile che l'insegnamento parentale stimoli anziché affossi la socializzazione? Il fatto che la famiglia o la scuola parentale rappresenti un contesto protetto e sicuro fa crescere l'autostima nel bambino. Questo lo rende più sicuro di sé. Per esempio, è quasi impossibile che nella scuola parentale si verifichino episodi di bullismo, perché i ragazzi sono seguiti personalmente anche nelle loro difficoltà e nei loro disagi. Sicché, un bambino che si sente sicuro e fa un'esperienza di relazione positiva nel piccolo, è poi portato ad aprirsi con fiducia anche in situazioni più articolate. Viceversa, il bambino che - pur in mezzo a 20 o 30 bambini - è però lasciato a se stesso ha più paura di socializzare. 10) Come è nata la scuola di Stato? La scuola di Stato servì all'Italia post risorgimentale, una volta fatta l'Italia, a fare gli italiani. In altre parole occorreva riconvertire le masse dal cattolicesimo diffuso e radicato al nuovo impianto anticristiano di cui era intriso il risorgimento. Ovviamente ciò è stato fatto per gradi, infatti all'inizio si fece leva proprio su quello che gli italiani (ben prima del risorgimento) avevano in comune di più profondo: la fede cattolica e i principi ad essa ispirati. Ora è onesto prendere coscienza che la scuola di oggi è ormai un guscio vuoto, senza identità, esposta ai venti ideologici e politici che soffiano nello Stato. 11) Cosa ha determinato la deriva laicista dell'insegnamento cosiddetto "pubblico"? Chiunque comprende l'importanza della scuola per trasmettere principi, i valori e le idee alle nuove generazioni: chi ha a che fare con i giovani ha in mano la società del futuro. Quello che vediamo adesso è il risultato dello stratificarsi delle scelte che certi settori della cultura hanno fatto negli ultimi 50 anni, l'illusione di poter liberare l'uomo da Dio e di affermare la relatività di ogni valore è stata una spinta così forte che non poteva non volersi propagare anche attraverso la scuola. 12) Perché i genitori si sentono più tranquilli con l'istruzione parentale? Perché con l'istruzione parentale si supera il divario tra scuola e famiglia e si assicura un tipo di educazione corrispondente alle aspettative dei genitori. L'istruzione parentale non ha bisogno di consigli di classe o di giornate di "scuola aperta" perché è gestita da genitori che non vogliono delegare la grande responsabilità dell'educazione dei propri figli. E si impegnano in prima persona perché da genitori si capisce che non si può scendere a compromessi quando si tratta dei propri figli. 13) I genitori sono in grado di insegnare? I genitori sono i migliori insegnanti dei loro figli. La natura li ha dotati delle qualità essenziali per riconoscere nei figli bisogni e potenzialità che altri, i cosiddetti esperti, potrebbero non cogliere. Del resto per insegnare al livello delle elementari è davvero elementare! Basta seguire dei libri di testo e con i figli ripassare, o apprendere proprio, quelle nozioni che appunto si definiscono "elementari". Alle medie si può lo stesso fare homeschooling, anche se un minimo di competenza è richiesto, e poi, per le materie in cui i genitori fossero più in difficoltà, a ripetizioni private. Con due o tre ore al mese si può recuperare il programma che non si riuscirebbe a fare a scuola nemmeno in quattro settimane. 14) Si può fare insegnamento parentale anche alle superiori? Chi è riuscito ad insegnare ai propri figli alle medie può anche continuare alle superiori. Ovviamente

    14 min
  4. Il coordinamento delle scuole parentali cattoliche

    11/05/2024

    Il coordinamento delle scuole parentali cattoliche

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7960 IL COORDINAMENTO DELLE SCUOLE PARENTALI CATTOLICHE di Annarita Romagnoli L'Osservatorio cardinale Van Thuân, fondato dall'arcivescovo monsignor Giampaolo Crepaldi e di cui il professor Stefano Fontana è direttore, ha dato vita a un importante progetto educativo: il Coordinamento delle scuole parentali. In costante crescita, la rete riunisce famiglie, insegnanti e istituzioni che condividono l'obiettivo di promuovere un'istruzione cattolica autentica. Come si legge dal sito dell'Osservatorio, "sono invitati a farne parte prima di tutto i genitori che praticano l'homeschooling e gli insegnanti e i genitori delle scuole parentali cattoliche, quindi gli insegnanti delle scuole cattoliche paritarie e insegnanti cattolici nella scuola di Stato. Il Coordinamento intende collegare tra loro le esperienze di vera scuola cattolica al di fuori della camicia di forza dell'attuale sistema statalista cui sembrano aderire anche le attuali gerarchie ecclesiastiche e le istituzioni educative ufficiali della Chiesa. Il Coordinamento porta avanti una linea pienamente cattolica e alternativa al sistema attuale che consideriamo diseducativo". Al centro di questo coordinamento ci sono le famiglie, protagoniste attive nell'educazione dei propri figli. L'Osservatorio offre loro formazione e un punto d'incontro per confrontarsi e condividere esperienze. Un esempio concreto è la Giornata nazionale per la vera scuola cattolica, che si tiene ogni anno a Lonigo (Vicenza). Questo evento rappresenta un momento fondamentale per fare il punto sulla situazione dell'istruzione in Italia e per promuovere un modello educativo alternativo, incentrato sui valori cristiani. INCONTRI REGIONALI Il Coordinamento si propone di essere presente in tutto il territorio nazionale, organizzando regolarmente incontri regionali. Questi appuntamenti sono un'occasione preziosa per le famiglie interessate all'istruzione parentale, per i genitori che già praticano l'homeschooling e per coloro che gestiscono scuole parentali cattoliche. Durante questi incontri si scambiano esperienze, si offrono consigli pratici e si risponde alle domande dei partecipanti. Un ruolo chiave all'interno del Coordinamento è ricoperto da don Stefano Bimbi, parroco di Staggia Senese e fondatore della scuola parentale Gesù Maestro. Da oltre dieci anni don Stefano è impegnato nella promozione dell'istruzione parentale, unendo teoria e pratica. La sua esperienza è racchiusa nel libro di successo Gesù Maestro. La scuola parentale cattolica, giunto alla seconda edizione, con consigli molto preziosi per chi si vuole avvicinare al mondo dell'educazione parentale. Grazie alla sua opera, molte famiglie hanno trovato la forza e la determinazione per intraprendere questo percorso educativo. Informazioni si trovano nel sito di Alleanza parentale, con articoli e video che raccontano l'esperienza sotto tanti punti di vista, come ad esempio quello della maestra Samantha che ha affiancato da subito don Stefano nel gestire la scuola parentale. IL MANIFESTO: È IL MOMENTO DELLA VERA SCUOLA CATTOLICA Oltre a questi incontri l'Osservatorio cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa ha scritto il manifesto È il momento della vera scuola cattolica a cui è possibile dare la propria adesione. In tale manifesto si ricorda l'importanza dell'educazione, soprattutto per quanto riguarda il ruolo dei genitori, i quali "hanno un ruolo originario in quanto dettato dalla natura, essendo l'educazione una continuazione della procreazione. Non hanno tuttavia un diritto assoluto, in quanto per natura hanno prima di tutto un dovere, il dovere di educare i figli al bene, alla verità, alla giustizia, alla bellezza, all'ordine secondo le finalità naturali e soprannaturali della loro persona e secondo l'ordine e la legge naturale e divina". Il Coordinamento delle scuole parentali rappresenta una realtà in continua evoluzione. Per conoscere le date degli incontri futuri, per leggere il manifesto e per prendere contatto con il Coordinamento basta andare nel sito dell'Osservatorio Van Thuân. Questa rete è destinata a crescere e a rafforzarsi. L'obiettivo è quello di offrire sempre più famiglie la possibilità di educare i propri figli secondo i principi della fede cattolica, garantendo loro una formazione completa e personalizzata.

    5 min
  5. Agli islamici non piace, a scuola Dante ha i giorni contati

    05/28/2024

    Agli islamici non piace, a scuola Dante ha i giorni contati

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7804 AGLI ISLAMICI NON PIACE, A SCUOLA DANTE HA I GIORNI CONTATI di Marco Lepore Aveva ragione da vendere, il compianto cardinal Giacomo Biffi, quando, parlando della immigrazione, affermava che «un ecumenismo politico astratto e imprevidente», incapace di comprendere i criteri con cui accogliere gli immigrati, avrebbe preparato per il nostro popolo «un futuro di lacrime e di sangue». E quel futuro di lacrime e sangue è arrivato. Ma, occorre ribadirlo, il problema non sono innanzitutto loro, gli islamici, bensì noi, i cristiani (o, meglio, i post-cristiani), che stiamo segando con masochistico livore il ramo su cui la nostra civiltà sta appollaiata. Il fatto: in una scuola media della provincia di Treviso, due studenti sono stati esonerati dallo studio della Divina Commedia di Dante Alighieri su richiesta dei genitori musulmani, che hanno ritenuto l'opera incompatibile con la propria religione, sostenendo che contenga offese all'islam. Ma c'è di più: l'insegnante di lettere della scuola di Treviso, infatti, ha avuto la "geniale" idea di chiedere agli alunni che non seguono l'ora di religione (chissà perché solo a loro...) di sondare il parere dei genitori sull'insegnamento di opere a carattere religioso e, guarda un po', di fronte al prevedibilissimo parere negativo, ha sostituito d'emblée lo studio di Dante con quello di Boccaccio. Indubbiamente, la Divina Commedia non è tenera con il fondatore della religione islamica, ma ha le sue buone ragioni. Dante lo colloca all'Inferno, al canto 28esimo, tra i dannati, colpevole di non essere cristiano e per avere favorito la separazione della comunità degli uomini. Del resto, la storia non mente, e sin dagli inizi (e ancora oggi) l'impeto per la sottomissione degli "infedeli" ha prodotto carneficine, "guerre sante" di conquista, distruzione di luoghi sacri e altre multiformi forme di oppressione nei confronti di chi aderisce ad altri credo religiosi. Come pena per tali azioni, Dante descrive Maometto sottoposto ad orrende mutilazioni del corpo da parte di un diavolo, con il corpo squartato e le interiora che fuoriescono. DIVINA COMMEDIA INDIGESTA Certamente non deve essere piacevole, per chi professa la fede islamica, leggere simili cose, tuttavia - al di là delle ragioni che da parte cristiana si potrebbero addurre - occorre tenere presente che chi si trasferisce in un paese straniero, sede di una tradizione e religione diverse dalla propria, è tenuto a integrarsi, accettando e rispettando anche ciò che non è conforme alle proprie convinzioni. Diversamente, meglio scegliere un paese con una cultura affine alla propria. Assistiamo, invece, alla dinamica opposta, particolarmente nei paesi europei. Già da qualche anno, per esempio, in alcuni paesi come Olanda e Belgio (sedi di importanti comunità islamiche), è stata adottata una versione della Divina Commedia curata dalla traduttrice fiamminga Lies Lavrijsen, ritradotta in modo tale da evitare di urtare i musulmani. «Questa versione si rivolge a lettori più giovani e il cambiamento è pensato per non ferire inutilmente gli islamici», spiegò a suo tempo la traduttrice, affermando (vergognosamente!) che nella Divina Commedia «Maometto subisce un destino crudo e umiliante solo perché è il precursore dell'islam»; per questo motivo, pur riportando tutto l'episodio descritto da Dante, viene omesso il nome di Maometto, ritenuto «non necessario per la comprensione del testo letterario». L'episodio della scuola di Treviso, che si inserisce sulla scia di quanto accaduto in occasione della fine del Ramadan e, in questi ultimi giorni, della vicenda della preghiera islamica all'interno della Università di Torino, altro non è che una ulteriore prova del processo di integrazione a rovescio che si sta attuando. LA "PROFEZIA" INASCOLTATA DEL CARDINALE GIACOMO BIFFI Forse vale la pena, allora, nella speranza che possano essere di aiuto a invertire la rotta o, quanto meno, a favorire una sana riflessione, rispolverare le raccomandazioni che il Cardinale Biffi fece allo Stato Italiano e anche alle comunità cristiane. Tre convincimenti nei confronti dello Stato italiano: «Di fronte al fenomeno dell´immigrazione, lo Stato non può sottrarsi al dovere di regolamentarlo positivamente con progetti realistici (circa il lavoro, l´abitazione, l´inserimento sociale), che mirino al vero bene sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni». «Poiché non è pensabile che si possano accogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione. La responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato italiano, non di altri; e tanto meno si può consentire che la selezione sia di fatto lasciata al caso o, peggio, alla prepotenza». «I criteri di scelta non dovranno essere unicamente economici e previdenziali: criterio determinante dovrà essere quello della più facile integrabilità nel nostro tessuto nazionale o quanto meno di una prevedibile coesistenza non conflittuale. Un "ecumenismo politico" (per così dire), astratto e imprevidente, che disattendesse questa elementare regola di buon senso amministrativo, potrebbe preparare anche per il nostro popolo un futuro di lacrime e di sangue». Tre persuasioni semplici ed essenziali per le comunità cristiane: «Non è per sé compito della Chiesa e delle singole comunità risolvere i problemi sociali che la storia di volta in volta ci presenta. Noi non dobbiamo perciò nutrire nessun complesso di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che non ci riesce di affrontare efficacemente». «Dovere statutario del popolo di Dio e compito di ogni battezzato è di far conoscere Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, e il suo necessario messaggio di salvezza. E´ un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: "Predicate il Vangelo a ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama». «Allo stesso modo, è nostro dovere l´osservanza del comando dell´amore. Di fronte a un uomo in difficoltà - quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza - i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità». Sono raccomandazioni che risalgono a più di venti anni fa, ma conservano tutta la loro forza e ragionevolezza. Se i nostri politici e il nostro popolo avessero avuto la volontà e la forza di seguirle, forse oggi staremmo tutti meglio. Anche gli immigrati musulmani, che magari sarebbero molto meno numerosi, ma sicuramente più integrati e con maggiori possibilità di una vita dignitosa. Nota di BastaBugie: Anna Bono nell'articolo seguente dal titolo "A Torino il jihad in Università ha una lunga tradizione" spiega cosa è successo nella sede universitaria di Palazzo Nuovo che però era già stato teatro di azioni estremiste, come nel 2003 quando si inneggiò ai terroristi di Nassiriya. Ecco l'articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 maggio 2024: Il 23 maggio l'imam Brahim Baya ha pregato a Palazzo Nuovo, una delle sedi universitarie di Torino occupate dagli studenti che vogliono il boicottaggio degli atenei israeliani. Sembra che l'idea sia partita dagli studenti musulmani che aderiscono alla protesta contro Israele. Era previsto che il giorno successivo, un venerdì, pregasse anche al Politecnico, presso la sede centrale, ma su richiesta del Rettore del Politecnico, Stefano Paolo Corgnati, la Questura di Torino ha diffidato l'imam e l'evento è stato annullato. «È scandaloso che la Questura abbia vietato una preghiera. Il problema è l'islamofobia di questo paese». Questa è stata la reazione di Baya e mai accusa è stata più infondata perché è quel che lui ha detto a Palazzo Nuovo la ragione della diffida. Parlando sia in arabo che in italiano l'imam ha lanciato un invito al jihad contro Israele definendo quella dei palestinesi una resistenza necessaria contro l'ingiustizia e il male. Il popolo palestinese - ha detto - ha resistito «di fronte a questa furia omicida, questa furia genocida, uscita della peggiori barbarie della storia che non tiene in considerazione nessuna umanità, nessun diritto umano». Penoso, per non dire altro, è stato il tentativo di difesa dell'imam che, secondo quanto riportano i mass media, sostiene di non aver attaccato Israele e dice che il significato della parola "jihad" effettivamente da lui usata è stato frainteso, questo perché «degli pseudo musulmani l'hanno utilizzata per seminare violenza e morte, bestemmiando Dio». Non si direbbero degli «pseudo musulmani» i gruppi jihadisti - Hamas compreso - che in tutto il mondo obbediscono all'ordine di conquistare all'islam l'umanità intera, se necessario con la forza come aveva incominciato a fare Maometto dopo essersi trasferito dalla Mecca a Medina. Ma non è questo il punto. Brahim Baya, che pur di attaccare le autorità accademiche nega di essere un imam, dovrà semmai rendere conto di queste affermazioni ai suoi correligionari. Il fatto rilevante è che le sue parole sarebbero gravi, allarmanti, minacciose anche se le avesse pronunciate in una moschea e non in una laica, indipendente sede accademica. E allora la domanda che sorge è chissà quante volte le ha in effetti già proferite in una moschea; e in quante moschee italiane si parla in questi termini contro Israele, l'Occidente, gli infedeli. Sono trascorsi più di 20 anni da quando Magdi Cristiano Allam per la prima volta ha rivelato, dimostrandolo, che ci sono moschee in Italia nelle quali si istiga all'odio contro l'Occidente e si esalta il jihad.

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  6. Arte moderna, il culto del nonsenso e del brutto

    02/13/2024

    Arte moderna, il culto del nonsenso e del brutto

    VIDEO: Alberto Sordi alla Biennale ➜ https://www.youtube.com/watch?v=lj438bBpX9w TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7688 ARTE MODERNA, IL CULTO DEL NONSENSO E DEL BRUTTO L'opera dei critici diventa uno strumento per cambiare lo sguardo nelle masse nella realtà (VIDEO IRONICO: Alberto Sordi alla Biennale) di Valentina Sessa Oggigiorno dilaga un vero e proprio culto del nonsenso e del brutto, che oscilla tra il banale e il volgare o lo squallido, sia estetico che morale. La produzione artistica purtroppo non fa eccezione, in particolare dal secondo dopo guerra a oggi: costituisce esperienza diffusa non solo una certa fatica a comprenderne il significato, ma molto spesso, anche l'impressione che essa sia banale, fastidiosa, laida, "brutta". Alcuni esempi di famose opere discutibili sono: La fontana (orinatoio) di Marcel Duchamp, le tavole monocrome di Yves Klein, la Merda d'artista di Piero Manzoni, le Marylin o le Zuppe Campbell's di Andy Warhol, gli animali imbalsamati e immersi in formaldeide di Damien Hirst, i tagli di Lucio Fontana, i bambini impiccati di Maurizio Cattelan, i telai di Maria Lai. Altrettanto può dirsi per le innumerevoli installazioni fatte con oggetti di qualsiasi tipo. GLI INTERPRETI DEL BELLO Eppure la critica giudica molte di queste opere "capolavori", sollevando nel pubblico la sensazione di non avere gli strumenti culturali per comprendere tali "opere". Ma è corretto questo giudizio? Non dovremmo riuscire tutti a comprendere il significato di quanto vediamo, soprattutto quando l'opera non è espressione di una cultura diversa dalla nostra? E il senso della bellezza non è innato, così che ciascuno abbia titolo di esprimere un giudizio estetico pur non essendo uno storico o un critico dell'arte? Queste domande sono fondamentali per valutare tante opere - esaltate come produzione di "artisti" eretti a icone del nostro tempo - che, in realtà non sono capolavori come si vorrebbe far credere. Negli ultimi decenni, infatti, l'enorme potenziamento dei mezzi di comunicazione ha consentito a una élite di imporre una vera e propria dittatura culturale attraverso strumenti di comunicazione sofisticatissimi, con cui viene corrotta la concezione di cosa sia "bello" e cosa "brutto", di cosa sia di valore e cosa banalità. Nei bambini esiste una capacità giudicare se l'opera che vedono sia bella o meno: questa capacità nel tempo può essere sviluppata o, al contrario, annichilita dal contesto culturale. Nella nostra società, molti perdono il senso critico o, anche qualora lo mantengano, davanti a un'opera che non trasmette alcun significato o che è brutta, stentano a dare un giudizio negativo. Infatti, la dittatura culturale attiva a livello psicologico una serie di meccanismi che inducono a non esprimere un giudizio o ad acquistare una percezione corretta scorretta del valore delle opere. Tale atteggiamento remissivo o acritico viene generato istillando nelle persone un complesso di inadeguatezza culturale, attraverso la persuasione che l'arte moderna e contemporanea, prevalentemente concettuale, sia qualcosa di troppo alto per essere alla portata di chiunque: cosi l'osservatore, anziché esprimere un eventuale giudizio negativo sull'opera, finisce per credere di essere semplicemente inadeguato a capirla. Chi resiste all'idea della superiore comprensione dei critici rispetto agli altri, della necessaria correttezza dei loro giudizi, subisce dalla comunità indottrinata e plagiata una forma di "isolamento sociale": facendo leva sulla paura inconscia delle persone di restare sole, essa accorda l'integrazione nel contesto dei "colti" in cambio del tributo di valore che il singolo renda alle opere proposte. Si tratta di un'operazione culturale aggressiva e massiccia, perpetrata mediante l'operazione congiunta di diversi attori: da una parte la critica d'arte ha contribuito a diffondere nel pubblico alcune opere e i loro autori dando a interpretare con la sua autorità che quelle opere così poco belle agli occhi del singolo (privo di una competenza specifica), siano capolavori; dall'altra, case d'asta, galleristi, direttori di istruzioni culturali e museali di vario genere, che con queste opere hanno creato un fiorente mercato, indirizzando investimenti indigenti in direzioni prescelte, a tutto discapito di altre forme di arte più autentica. ÉLITE E MASSA Le motivazioni di queste operazioni sono sostanzialmente due. La prima, influenzare il mercato dell'arte: esaltando dei finti artisti non solo si evita l'onerosa ricerca degli artisti veri, ma si creano fenomeni controllabili da parte di chi detta il gusto fenomeni che muovono ingenti investimenti di compratori collezionisti. La seconda, più subdola, consiste nell'indirizzare il gusto estetico delle masse, quindi nell'esercitare su di esse un potere: la deformazione percettiva di cosa sia "bello", infatti, a lungo andare influenza la percezione stessa della realtà, diventa persuasione prima concettuale e poi morale, plagiando l'identità e la libertà della persona. Infatti, chi è in grado di imporre il proprio concetto di bellezza, è in grado di ammaestrare le masse, indirizzandole verso una "non cultura" priva di spessore, di stabilità e intelligenza, oltre che di valore estetico. È così possibile trasmettere contenuti scadenti, che progressivamente affievoliscono il senso del bello, addomesticando la capacità critica, e che allontanano dalle riflessioni profondo e ricche di significato - che la vera e grande arte può favorire: non a caso Dostoevskij scriveva che "la bellezza salverà il mondo" - e dalle emozioni autentiche, anziché educare la persona, si creano individui che rinunciano ad aspirare alle cose grandi, li si priva della capacità di discernere nella realtà ciò che è di valore, li si abitua a un'esistenza povera e volgare che, a sua volta, non sarà in grado di creare cose belle. In sostanza, sfruttando la scarsa educazione del senso critico, dapprima si distorce la percezione della realtà, presentandola come conoscenza più profonda della realtà medesima, attribuendole significati di cui invece è priva e, infine, la si giustifica sul piano estetico e ideale. In tal modo si plasma l'identità di un individuo che, pur persuaso di essere padrone di se stesso e, anzi, appagato dal ritenere di avere avuto accesso a una cultura "alta" che non tutti capiscono, è in realtà debole e manipolato delle élite intellettuali. RIEDUCARE IL GUSTO Le conseguenze per l'esercizio effettivo della libertà e la maturazione della persona sono dunque drammatiche. Com'è possibile opporre resistenza a tale violenza del potere culturale? È fondamentale educare. Senza educazione alla bellezza non vi è alcuna possibilità di discernere cosa è di valore da cosa non lo è. Ma questa educazione non è la comprensione eterodiretta del significato delle opere. Se così fosse, si ricadrebbe nell'idea che per "capire" l'arte occorre formarsi attraverso la mediazione di una élite intellettuale detentrice delle chiavi di lettura dell'arte. Ciò non vuol dire negare l'importanza di studiare la storia dell'arte e il contesto storico in cui sono state prodotte le opere, ma bisogna utilizzare tali conoscenza per meglio comprendere opere che, già da sole, sono in grado di comunicare con la parte più interiore dell'uomo. Occorre dunque innanzitutto aiutare a riscoprire la bellezza vera, ripartendo dai grandi maestri, dalla tradizione, a cominciare da quella classica, medievale e rinascimentale, senza denigrare le vere (poche) opere d'arte contemporanee. La grandezza della vera arte sta infatti nella capacità di veicolare significati ed emozioni a prescindere da una pre-comprensione intellettualistica dalle intenzioni dell'artista; nel suo essere universale, in quanto, pur toccando ciascuno in relazione alla propria storia e sensibilità, è in grado di comunicare con tutti.

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  7. Non basta istruire, bisogna educare

    02/07/2024

    Non basta istruire, bisogna educare

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7681 NON BASTA ISTRUIRE, BISOGNA EDUCARE di Maurizio Schoepflin Nel 41° paragrafo dell'Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (1975), il santo Pontefice Paolo VI scrisse: "l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni". Con queste parole papa Montini, oltre a porre l'accento su un'evidenza indiscutibile, andò deliberatamente a toccare una delle questioni più importanti e delicate dell'educazione nel suo complesso, quella relativa alla figura della persona investita del compito di insegnare. LA FIGURA DEL MAESTRO NELL'ANTICHITÀ Fin dall'antichità il ruolo del maestro è stato costantemente al centro dell'attenzione, in quanto si comprese subito che tale ruolo si situava al cuore di quella che i greci chiamavano paideia con humanitas, volendo significare in tal modo un'attività indirizzata alla trasmissione dei valori che esaltano la dignità dell'uomo. In merito all'educazione dei giovani, famoso è rimasto lo scontro tra i Sofisti e Platone: i primi interessati a insegnare le tecniche utili a ottenere il successo politico ed economico, il secondo preoccupato di costruire personalità orientate verso la verità, la bellezza e la bontà, fonti di quella felicità autentica che è punto di approdo della vera educazione. In questo contesto si situa La figura di Socrate, il maestro di Platone, che affascinò i discepoli non solo per le sue abilità e competenze, ma anche per la limpida coerenza di vita, che li fece affrontare con serenità persino la morte con cui la città di Atene lo condannò ingiustamente. La grande cultura classica comprese bene la decisiva rilevanza del maestro, e tutte le maggiori correnti filosofiche dell'antichità - dal Platonismo all'Aristotelismo, dall'epicureismo allo stoicismo - ebbero alla loro origine una personalità di rilievo che suscitò ammirazione e ottenne la fiducia dei discepoli, sia in ragione della propria sapienza, sia a motivo di una condotta di una vita virtuosa e coerente. Non va dimenticato, a tale proposito, che quasi tutti i filosofi greci ritennero che soltanto il sapiente fosse in grado di fare il bene. LA NUOVA CONCEZIONE CRISTIANA DELL'EDUCAZIONE Anche nell'ambito dell'educazione, l'avvento del cristianesimo comportò alcune significative novità, sebbene i cristiani seppero conservare e rinvigorire ciò che di buono avevano ereditato dal mondo classico. Tra i diversi elementi innovativi introdotti nella cultura del tempo dal nascente cristianesimo, ve n'è uno che condizionò in maniera particolare la teoria e la prassi educativa: si tratta della speciale accentuazione e dello straordinario risalto che i cristiani dettero al valore della coerenza personale, ovvero della corrispondenza fra professione di fede e testimonianza di vita. Riguardo a ciò, i credenti in Cristo ravvisarono in una parte della concezione classica della cultura e dell'educazione il pericoli della vacuità e dell'esteriorità, nonché il rischio di privilegiare gli aspetti formali rispetto a quelli sostanziali: per loro, il nodo cruciale di ogni discorso educativo risiedeva non tanto nella ripetizione di formule e concetti, quanto piuttosto nella capacità di testimoniare una verità e di suscitare, mediante questa testimonianza, un'autentica volontà di cambiamento e di conversione da parte degli ascoltatori. Di qui l'importanza attribuita all'esempio personale, quell'esempio che trovò nelle figure dei martiri, uomini e donne morti pur di non rinnovare il proprio credo, la più fulgida dimostrazione. Facendo tesoro di alcune riflessioni dei compianti Antonio Quacquarelli, noto patrologo, e Gino Corallo, importante storico della pedagogia, possiamo affermare che i cristiani non accettarono che esistesse alcuna cesura tra intelligenza e volontà, religione e morale; e se lo scopo delle antiche scuole di retorica era insegnare le tecniche della persuasione, l'obbiettivo dell'educazione cristiana era l'affermazione della coerenza tra la fede e i costumi. Il vero maestro vive e insegna la piena armonia di pensiero, parola e azione; l'assenso razionale è necessario, ma non basta. L'adesione al vangelo esige che vi sia corrispondenza tra ciò che si crede (lex credendi) e ciò che si fa (lex operandi). L'educazione educativa del cristiano perde ogni carattere di fredda ripetitività, per assumere la fisionomia di un atto d'amore, che mette in gioco la vita stessa dell'educatore e dell'educando attraverso il meccanismo dell'emulazione, che spinse immediatamente i cristiani a identificare la figura del maestro con quella del testimone da imitare. Per i seguaci di Gesù fu subito chiaro che ciò che abilitava l'insegnamento non era solo e principalmente il bagaglio di conoscenze possedute dal docente, ma la sua autorità morale e la coerenza di una vita vissuta secondo la parola di Dio. Gli educatori cristiani mirano a una formazione integrale dell'uomo, secondo una concezione che, escludendo qualsiasi riduzionismo, guarda alle diverse componenti della persona umana, prime fra tutte quella spirituale e quella etica. LA SITUAZIONE ATTUALE: IL PREDOMINIO DEL FUNZIONALISMO Che cosa è rimasto oggi della grande lezione del pensiero classico e, soprattutto, della luminosa tradizione cristiana che dalle origini è giunta sino a noi anche attraverso la testimonianza e l'opera di straordinarie figure di maestri? Quanti sono coloro che pensano all'insegnante come un modello esistenziale, in grado di influenzare positivamente i propri discepoli e di fungere da punto di riferimento morale? Non v'è dubbio che il maestro debba essere competente e disposto a far crescere gli allievi nella libertà, ma ciò non significa ridurre il suo ruolo a quello di un esperto tecnologo o, peggio ancora, di un animo burocrate. Attualmente anche in ambito educativo e scolastico ha preso campo una sorta di funzionalismo interessato soltanto alle prestazioni e ai risultati economico - produttivi degli studenti e dell'insegnamento è spesso concepito come una mera trasmissione di tecniche: forse stiamo dimenticando la fondamentale differenza che intercorre tra educazione e istruzione. La competenza dottrinale e il ruolo professionale del docente non possono mettere in secondo piano la dimensione più squisitamente umana ed educativa della sua figura, soprattutto in un momento storico, qual è il nostro, in cui la presenza di maestri credibili si impone come un'urgente necessità. La sfida consiste, dunque, nel trovare uomini e donne che vivono l'esperienza educativa così come viene descritta da San Clemente Alessandrino con le seguenti parole: "la pedagogia secondo Dio è l'indicazione del cammino dritto della verità in vista della contemplazione di Dio e l'indicazione di una santa condotta in un'eterna perseveranza".

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  8. La regola di san Benedetto vale anche nel rapporto genitori-figli

    01/16/2024

    La regola di san Benedetto vale anche nel rapporto genitori-figli

    VIDEO: Salviamo i nostri figli dalla scuola di Stato ➜ https://www.youtube.com/watch?v=6MsQNTL6IQc TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7672 LA REGOLA DI SAN BENEDETTO VALE ANCHE NEL RAPPORTO GENITORI-FIGLI di Loredana Basili e Maurizio Bertoni L'inizio dell'anno è tempo di primi bilanci per i genitori con figli che da poco hanno intrapreso il percorso scolastico. Se questo discorso è vero per coloro con bambini che hanno da poco iniziato a frequentare la scuola pubblica, è tanto più urgente per i genitori che hanno deciso di intraprendere il percorso dell’istruzione parentale. Spesso, quando si inizia un percorso simile, si è portati a mettersi in discussione e a porsi diverse domande: sarò un bravo insegnante per mio figlio? Da cosa è necessario partire? Quali sono gli obbiettivi che mi prefiggo? Che tipo di formazione voglio dare? Come conciliare il ruolo di genitore con quello di insegnante? È meglio essere un genitore/insegnante particolarmente rigido e severo o meglio amorevole e paziente? Come genitori di bambini che da poco tempo hanno iniziato la scuola parentale, desideriamo condividere questa nostra, seppur breve esperienza, con l’auspicio di poter essere di aiuto per altri che si pongono o si sono posti gli stessi interrogativi, perché non "si accende una lucerna per metterla sotto il moggio" (Mt, 5,15) e perché anche altri, confrontandosi "vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt. 5,16). Essendo una famiglia molto legata e devota di San Benedetto, ci è venuto naturale trovare una risposta alle nostre domande nel testo della Regola: quello che possiamo dire, è, che a nostro avviso, essa costituisce davvero un valido strumento di partenza, una sorta di prontuario, capace di rispondere alle nostre domande, semplicemente sostituendo alla voce "abate", quella di "maestro o genitore" e a quella di "monaci" la parola "figli". Non a caso il termine "regula" indicava in latino "l’asticella per misurare": essa risulta quindi un modo per misurare il proprio lavoro, per comprenderne i limiti e la portata. La scelta della Regola è stata per noi però anche legata ad un aspetto pragmatico: essa ha finito per eliminare tutte le altre regole del mondo antico, in quanto più equilibrata e meno dura e allo stesso tempo ci è parsa una scelta "vincente", non perché debba dimostrare, in un futuro più o meno prossimo, dei risultati, ma perché ha già vinto, confermandosi "ricetta" di una religiosità, modo di vivere e di lavorare che ha attraversato i secoli, consegnandoci le nostre radici: quelle del mondo classico e del mondo cristiano. LA REGOLA Percorrere tutto, non sarebbe possibile in poche righe, ma basterà scorrerne pochi passi, in particolare l’inizio del Prologo e il secondo capitolo. Già dall’incipit, infatti, appaiono chiari i soggetti coinvolti nell’educazione, i loro ruoli e il fine: "Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno, in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell’obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato". Non è un caso che il Prologo si apra proprio con un invito all’ascolto, rivolto da un padre/maestro ad un figlio ("Ascolta, figlio"!), seguito da un’esortazione a quest’ultimo ad aprire "docilmente il tuo cuore". Non dobbiamo, infatti, dimenticare che la parola "abate" richiama proprio l’ebraico "abbà", "padre" e che l’apprendimento passa innanzitutto dal... cuore e non dalla testa, proprio perché vincolato ad un forte legame affettivo. Quante volte, al contrario, nel mondo di oggi sentiamo la negazione del ruolo di genitore/insegnante, quando ascoltiamo frasi come: "Non voglio rispiegare gli argomenti scolastici a mio figlio, il mio metodo sarebbe diverso da quello della maestra, si finisce poi per rovinare il rapporto tra genitori e figli". In questa società, le figure del maestro e del genitore tendono infatti a differenziarsi sempre più, escludendosi vicendevolmente; la Regola, invece ci invita a riscoprire la nostra prima vocazione di genitori, cioè quella di educare e di insegnare: un lavoro che, aggiunge, deve essere fatto "con amore paterno", dove nell’aggettivo, rimarca ancora di più il ruolo educativo del padre di famiglia. Ci dice anche come deve disporsi, da parte sua, il figlio/discepolo, chiamato ad "accogliere volentieri" e "a mettere in pratica con impegno". "Volentieri" ed "impegno" sono due parole che sembrano incompatibili, laddove l’impegno viene visto solo come mortificazione o finalizzato ad altro. Invece quella dell’impegnarsi volentieri, resta la chiave: trovare gratificazione nel proprio lavoro, nella propria fatica (in latino "labor" è propriamente la "fatica sotto cui si vacilla") di figlio/discepolo, resta la chiave del giusto orientamento; porsi in un atteggiamento positivo è il modo di santificare quel lavoro. L’OBBEDIENZA AL MAESTRO/GENITORE Infine, nel testo si delinea chiaramente l’obbiettivo da raggiungere: "in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell’obbedienza, a Colui dal quale ti sei allontanato". L’obbedienza al maestro/genitore da parte del figlio/discepolo è l’obbiettivo da raggiungere, perché prefigura l’obbedienza poi al Padre/Maestro che lo salverà per la vita eterna. "Bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore" recita il Prologo. In proposito, aggiunge la Regola nel secondo capitolo, definendo la figura dell’abate: "Sappiamo infatti per fede che in monastero egli tiene il posto di Cristo, poiché viene chiamato col suo stesso nome" e "l’abate deve sempre ricordarsi quel che è e come viene chiamato nella consapevolezza che sono maggiori le esigenze poste a colui al quale è stato affidato di più". È chiaro quindi che il tempo del nostro obbiettivo è l’eternità stessa e si capisce quindi la lontananza rispetto alla scuola che conosciamo, dove al centro è posto l’alunno solo e il maestro è un semplice facilitatore degli apprendimenti, dove manca non solo la presenza di Dio, ma quella di un vero progetto futuro a lungo termine. La vera domanda è: cosa, desidero per questo bimbo da qui all’eternità? La risposta ci viene fornita chiaramente da questo frammento: "Perciò l’abate non deve insegnare, né stabilire o ordinare nulla di contrario alle leggi del Signore, anzi il suo comando e il suo insegnamento devono infondere nelle anime dei discepoli il fermento della santità". E ancora: "si guardi dal perdere di vista o sottovalutare la salvezza delle anime di cui è responsabile, per preoccuparsi eccessivamente delle realtà eterne transitorie e caduche, ma pensi sempre che si è assunto l’impegno di dirigere delle anime di cui un giorno dovrà rendere conto" (cap. II, 4-5). La santità è e deve essere il nostro fine di genitori/educatori e, siccome "nessuno si salva da solo", la nostra stessa salvezza sarà legata a quella dei nostri discepoli/figli, di cui risponderemo davanti a Dio: "Si ricordi sempre che nel tremendo giudizio di Dio dovrà rendere conto tanto del suo insegnamento, quanto dell’obbedienza dei discepoli e sappia che il pastore sarà considerato responsabile di tutte le manchevolezze che il padre di famiglia avrà potuto riscontrare nel gregge" (cap. II, 6-7). I modi in cui noi genitori/maestri dobbiamo perseguire tal fine sono due: "mostrando con i fatti più che con le parole tutto quello che è buono e santo" e confermando con la condotta "che bisogna effettivamente evitare quanto ha presentato ai discepoli come riprovevole" (cap. II, 3-4). ADATTAMENTO AL SINGOLO CASO La Regola ci fornisce anche i metodi da adattarsi alle diverse personalità dei nostri figli/studenti, prevedendo semplici piani personalizzati (come si dice oggi) ante litteram calibrati sulle capacità e sul carattere di ognuno: "in altri termini, insegni oralmente i comandamenti del Signore ai discepoli più sensibili e ricettivi, ma li presenti esemplificati nelle sue azioni ai più tardi e grossolani". E ancora, riferendosi al maestro, gli rammenta di doversi lui stesso predisporre ad un insegnamento differenziato, capace di stimolare i più meritevoli, senza lasciare indietro quelli con difficoltà: "bisogna che prenda chiaramente coscienza di quanto sia difficile e delicato il compito che si è assunto di dirigere le anime e porsi al servizio dei vari temperamenti, incoraggiando uno, rimproverando un altro e correggendo un terzo: perciò si conformi e si adatti a tutti, secondo la rispettiva indole e intelligenza (cap. II, 12-13)". A chi si domanda se essere un genitore /maestro rigido piuttosto che amorevole, la Regola risponde: "...alternando i rimproveri agli incoraggiamenti, a seconda dei tempi e delle circostanze, sappia di

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Se l'educazione è l'incontro della persona con il vero, il bello e il buono, in ogni materia non può mancare Gesù Cristo