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La storia che ci hanno insegnato a scuola è sbagliata; proviamo a guardare alla realtà dei fatti senza pregiudizi e senza paraocchi

  1. 4d ago

    L'ultima Ave Maria dell'eroico generale vandeano

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8677 L'ULTIMA AVE MARIA DELL'EROICO GENERALE VANDEANO di Roberto de Mattei  Erano quasi le cinque del pomeriggio del 29 marzo 1796, quando François-Athanase de Charette, l'eroico generale vandeano, più semplicemente conosciuto come Monsieur de Charette, uscì dalla prigione del Bouffay per percorrere l'ultimo tratto della sua strada. Sei giorni prima era stato catturato nei boschi della Chabotterie, ferito e sfinito, dopo tre anni di indomita resistenza. Ora camminava verso la place des Agriculteurs, dove lo attendeva il plotone d'esecuzione. Aveva trentadue anni e per tre anni, alla testa dell'insurrezione della Vandea, aveva tenuto in scacco gli eserciti della Repubblica rivoluzionaria. Camminava lentamente, a causa delle ferite, ma con fierezza. Il braccio sinistro era sostenuto da una fascia. Sulla testa portava un fazzoletto rosso annodato con una certa eleganza, quasi l'ultima civetteria dell'ufficiale di marina che era stato, prima di diventare il «re della Vandea». Charette recitava a bassa voce il Miserere, sgranando il suo rosario.   Quando il corteo entrò nella rue de Gorges, il generale alzò per un istante gli occhi verso una finestra. Sua sorella gli aveva detto che lì avrebbe trovato qualcuno. Un vecchio vestito di nero teneva in mano un fazzoletto bianco. Era un sacerdote refrattario, fedele a Roma, non ai giacobini, come quello che procedeva al suo fianco, l'abbé Guibert. Charette chinò il capo. Dietro la finestra, la mano del sacerdote tracciò nell'aria il segno della Croce. Era l'ultima assoluzione. La piazza era ormai vicina. Cinquemila soldati formavano un immenso quadrato. Diciotto uomini erano stati scelti per il plotone che lo avrebbe fucilato. Davanti al muro era già stata deposta una bara. L'abbé che lo accompagnava gli rivolse qualche parola di conforto. Charette gli rispose con calma: «Ho sfidato cento volte la morte. Ora le vado incontro per l'ultima volta, senza sfidarla e senza temerla».  L'ULTIMA AVE MARIA Rifiutò la benda e chiese all'ufficiale che comandava l'esecuzione di potere dare egli stesso al plotone il segnale di fare fuoco, dopo aver recitato un'ultima Ave Maria. Gli fu concesso. Pronunciò ad alta voce la preghiera, fino ultime parole: «Santa Maria, Madre di Dio, pregate per noi peccatori adesso...».  Quì si fermò, alzò la mano e diede l'ordine di far fuoco. Diciotto proiettili lo colpirono. Cadde a terra rendendo l'anima a Dio.  Charette aveva certamente pronunciato migliaia di volte nella sua vita: «Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae». Ma fino a quel giorno le due parole - nunc et in hora mortis - indicavano due momenti diversi. Il nunc era il presente; l'hora mortis apparteneva a un futuro sconosciuto. Davanti ai fucili dei repubblicani, per la prima volta, non esisteva più distanza fra i due termini. Non aveva pronunciato le ultime parole: «e nell'ora della nostra morte», perché l'ora della morte coincideva con l'adesso, il momento presente. L'Ave Maria non era più una domanda per il futuro, era diventata la preghiera del presente. Tutte le Ave Maria della vita di Charette convergevano in quell'ultima Ave Maria, che si concludeva con la parola adesso... Il gesto di Charette conteneva una profonda teologia spirituale. Sant'Alfonso Maria de' Liguori nelle Glorie di Maria, così commenta le ultime parole dell'Ave Maria: «Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae»: «Pregate sempre: pregate ora che stiamo in vita in mezzo a tante tentazioni e pericoli di perdere Dio; ma più pregate poi nell'ora di nostra morte, allorché staremo al punto di uscir da questo mondo e di presentarci al divino tribunale». Il nunc è il tempo della battaglia: «tentazioni e pericoli di perdere Dio». L'hora mortis è il momento in cui la battaglia termina e l'uomo sta per essere presentato al tribunale divino. DUE GRAZIE Ogni volta che la recitiamo l'Ave Maria chiediamo due grazie: quella necessaria per essere fedeli nell'istante presente e quella della perseveranza finale nell'ultimo istante. I due tempi contenuti nell'Ave Maria sono il nunc, il momento presente e l'in hora Mortise nostrae. Maria deve assisterci adesso, perché ogni istante della vita è esposto al pericolo del peccato; ma deve assisterci soprattutto nell'ora della nostra morte, che è l'istante nel quale l'anima si separa dal corpo, esce da questo mondo e si presenta davanti al giudizio di Dio. L'ora della morte è l'ora decisiva, quella per la quale, in un certo senso, tutte le altre ore ci preparano. La vita è una successione di "adesso", fino all'ultimo adesso, quello in cui il nunc viene a coincidere con l'hora mortis.  San Luigi Maria Grignion de Montfort, l'apostolo della Vandea, morto nel 1714, nel suo Segreto ammirabile del Santo Rosario, commenta quel nunc ricordando che «non abbiamo di sicuro che questo momento presente». «Pregate per noi adesso, cioè durante questa vita breve, fragile e misera; adesso, perché non abbiamo di certo che il momento presente». L'ora della nostra morte - scrive - è un'ora «terribile e pericolosa», nella quale le forze dell'uomo sono esaurite, il corpo e lo spirito sono abbattuti dalla sofferenza e dal timore e il demonio raddoppia i suoi sforzi, perché proprio in quell'ora si decide la nostra sorte per tutta l'eternità. San Luigi Maria chiede per questo alla Madonna di allontanare i demoni nell'ora della morte, di illuminare l'anima dalle tenebre che l'avvolgono e la invoca dicendo: «Conduceteci, accompagnateci al tribunale del nostro giudice, vostro Figlio».  Il santo della Vandea suggerisce anche, nella recita del rosario, una pausa, tra la parola adesso e quella nell'ora della nostra morte. Il nunc è l'unico tempo che realmente possediamo. Ma fra tutti i nunc della nostra esistenza ce ne sarà uno diverso dagli altri: l'ultimo. Il 29 marzo 1796, quella pausa non separava più due tempi diversi. Per Charette, davanti al plotone d'esecuzione, questi due tempi, coincidevano: il nunc era diventato l'hora mortis. Alzando la mano per dare il segnale del fuoco il generale vandeano raccomandò così per l'ultima volta la sua anima a Dio.

    L'ultima Ave Maria dell'eroico generale vandeano
  2. Sep 22

    11 settembre, 25 anni dopoo l'America non si riconosce più

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8668 11 SETTEMBRE, 25 ANNI DOPO L'AMERICA NON SI RICONOSCE PIU' I Talebani sono di nuovo al potere in Afghanistan e New York ha un sindaco musulmano, figlio di un professore marxista che giustificava i terroristi di Stefano Magni   Venticinque anni dopo l'attacco di Al Qaeda a New York e Washington dell'11 settembre 2001, la realtà ha superato alcune delle peggiori previsioni. Quattro aereo passeggeri dirottati e trasformati in proiettili, quasi 3mila vita distrutte in una mattina. Fu un omicidio-suicidio di massa, di proporzioni apocalittiche. Gli Usa e il mondo, da quel momento, non furono più gli stessi. Ma oggi? In Afghanistan, soprattutto, dove i Talebani sono di nuovo al potere, come se l'11 settembre, la guerra e la presenza della Nato nel paese asiatico non fossero mai avvenuti. A New York, invece, il sindaco eroe Rudolph Giuliani è caduto in disgrazia, politicamente e professionalmente. Stando a quanto ha annunciato ieri, non sarà neppure presente alla cerimonia dell'anniversario. Il sindaco in carica, invece, è Zohran Mamdani, musulmano e di estrema sinistra, il primo ad aver aperto la sede del comune a una cerimonia religiosa (islamica, la cena di fine Ramadan) e che prende voti anche dalle comunità più radicalizzate. Se in Afghanistan è una tragedia, a New York è una farsa. Ma una farsa dolente. Cosa è avvenuto in questi venticinque anni? Il libro Da Giuliani a Mamdani scritto a quattro mani dai giornalisti Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, che al momento dell'attacco erano proprio a Manhattan, abitando nei pressi delle Torri Gemelle, rievoca l'atmosfera di unità e solidarietà nazionale dei momenti e dei giorni immediatamente successivi al crollo delle due Torri Gemelle. La coppia di giornalisti, l'una del Corriere della Sera e l'altro de La Stampa, dovette abbandonare la casa in cui viveva da un anno, venne accolta da una collega al vicino Greenwich Village. Furono ospitati, rifocillati, rivestiti, confortati. La scuola frequentata dalla figlia, evacuata anch'essa, fu interamente assorbita da un'altra scuola pubblica. Gli scolari, tutti traumatizzati, vennero accolti come in famiglia. IL SINDACO DEL MONDO La macchina della burocrazia funzionò con puntualità e cortesia. I due giornalisti ottennero subito una visita di un funzionario della Fema, l'equivalente americano della nostra Protezione Civile. Ebbero in pochi mesi tre successivi assegni che coprivano le spese del trasloco e del disagio. E un questionario chiese loro se l'impiegato fosse stato abbastanza cordiale e puntuale con loro. Ricevettero anche un altro aiuto, dalla Croce Rossa, con l'unica causale: "L'America vi vuole bene". La New York di allora si riempì di volontari, da tutti gli Usa. Non c'erano repubblicani o democratici, americani della costa o dell'interno, del sud o del nord, ma americani uniti per rispondere a un attacco esterno. Pur respirando quella vera e propria nube tossica che si era levata al posto degli edifici crollati, migliaia di volontari lavorarono alla messa in sicurezza del ground zero, il luogo del crollo, al ripristino di tutti i servizi essenziali e poi alla ricostruzione. Giuliani, sindaco alla fine del suo secondo mandato, noto per essere il "sindaco della tolleranza zero" che aveva riportato l'ordine in città, divenne un eroe nazionale. Pur compromettendo la sua salute (tuttora ha problemi polmonari), non si allontanò mai dal ground zero, coordinò gli aiuti federali, diresse i lavori, rimase vicino ai sopravvissuti, ispirò coraggio ai soccorsi. Il Time gli dedicò la copertina, da uomo dell'anno, il "Sindaco del mondo". Fa impressione constatare quanto le percezioni siano cambiate. La figura di Giuliani è stata totalmente demolita, da quando, svolgendo la sua professione, è stato l'avvocato di Donald Trump. Ha perso le cause sulle frodi elettorali del 2020, è stato rovinato dalle spese legali e dalle querele. Nel 2023 ha dichiarato bancarotta personale. Alla vigilia di questo 11 settembre, dalle colonne di Newsmax, ha lanciato il suo monito sul pericolo della nuova classe dirigente di sinistra, islamo-comunista, fra cui proprio il suo successore Mamdani. Nessun media mainstream ricorda di averlo eletto uomo dell'anno nel 2001, oggi passa solo per un "vecchio complottista", da non prendere sul serio. LA GENTE NON HA MEMORIA DIRETTA DEGLI EVENTI Mamdani, in compenso, ha deciso di usare proprio la ricorrenza dell'11 settembre per mettere di nuovo sotto accusa Giuliani e la classe dirigente newyorkese repubblicana: sapevano dei fumi tossici di ground zero e non hanno avvertito soccorritori e popolazione. Questa è l'accusa, che si basa su decine di migliaia di casi di tumori e malattie croniche. Ma che viene usata come leva giustizialista per spostare l'attenzione su un nemico interno, quasi a far dimenticare chi, quella catastrofe, l'ha provocata. Quella che ci appare oggi è una New York divisa, con una leadership estranea alla sua storia. Zohran Mamdani, nato a Kampala e americano d'adozione, aveva 9 anni nel 2001 ed è figlio di un docente ugandese della Columbia University che allora giustificava o relativizzava il terrorismo islamico, quando, nel 2004, invitava a considerare i terroristi suicidi «come una forma di violenza politica moderna, piuttosto che stigmatizzarla come un marchio di barbarie». La moglie di Mamdani, Rama Duwaji, al momento del pogrom di Hamas del 7 ottobre, approvava o rilanciava sul suo account dei post come: "Rompere le mura dell'apartheid e dell'occupazione militare. 7 ottobre 2023". Mamdani è stato votato dal 75% dei giovani dai 18 ai 29 anni, nati immediatamente prima o dopo l'11 settembre. E dall'81% di chi non è nato a New York, ma vi si è trasferito da meno di dieci anni. È gente che non ha memoria diretta degli eventi. Ma quale storia è stata loro tramandata? L'anello che manca alla catena della coscienza americana è proprio quello di chi deve tener viva la memoria: insegnanti, operatori dei media, opinionisti, artisti di tutte le arti. Il loro lavoro di demonizzazione delle vittime e di assoluzione dei carnefici ha avuto molto successo, evidentemente. Oggi la nuova generazione, secondo un sondaggio Gallup, non va affatto fiera di essere americana. Il dato sul patriottismo americano è il più basso (33%) da quando l'istituto di ricerca ha iniziato a misurarlo 25 anni fa.

    11 settembre, 25 anni dopoo l'America non si riconosce più
  3. Sep 1

    Neppure lo stato di necessità giustifica i vescovi senza il Papa

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8653 NEPPURE LO STATO DI NECESSITA' GIUSTIFICA I VESCOVI SENZA IL PAPA di Roberto de Mattei   La Rivoluzione francese non provocò soltanto la caduta dell'Antico Regime, ma investì direttamente la costituzione della Chiesa. Con la soppressione delle antiche diocesi, la confisca dei beni ecclesiastici e la nazionalizzazione del clero, l'Assemblea Nazionale Costituente intese costruire una Chiesa subordinata allo Stato. Il 12 luglio 1790 fu approvata la Costituzione civile del clero, che trasformava radicalmente l'organizzazione ecclesiastica francese: le diocesi venivano ridotte da 135 a 83, in corrispondenza con i nuovi dipartimenti; i vescovi e i parroci non sarebbero più stati nominati dall'autorità ecclesiastica, ma eletti dai cittadini, anche non cattolici, mentre ogni rapporto con la Santa Sede risultava fortemente limitato.  Il 27 novembre 1790 l'Assemblea impose a tutti gli ecclesiastici il giuramento di fedeltà alla nuova Costituzione. Poiché quasi tutti i vescovi francesi rifiutarono di prestarlo, il governo rivoluzionario decise di sostituirli con una nuova gerarchia. Il corpo elettorale, composto prevalentemente da laici, anche protestanti, scelse ottanta vescovi, che avevano però bisogno di ricevere la consacrazione episcopale. Era necessario dunque trovare almeno un vescovo disposto a consacrare gli eletti, senza il mandato pontificio. Il primo a rompere la disciplina ecclesiastica fu Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord (1754-1838), vescovo di Autun, che il 24 febbraio 1791, assistito da mons. Jean-Joseph Gobel, vescovo in partibus di Lidda e da mons. Jean-Baptiste Miroudot du Bourg, vescovo in partibus di Babilonia, consacrò, nella chiesa dei preti dell'Oratorio del Faubourg St-Honoré, Louis-Alexandre Expilly de La Poipe, eletto vescovo costituzionale del Finistère (Quimper), e Claude Marolles, eletto vescovo costituzionale dell'Aisne (Soissons). Essendo stato rispettato il rituale tradizionale, le loro consacrazioni furono considerate valide, quantunque gravemente illecite. I primi vescovi ne consacrarono altri e questi altri ancora, dando origine a una gerarchia parallela a quella della Santa Sede. Tra il 1791 e il Concordato del 1801 furono consacrati circa ottantaquattro vescovi costituzionali, anche se il numero varia leggermente a seconda che si computino le sostituzioni intervenute nel corso del decennio rivoluzionario. LE NUOVE GERARCHIE COSTITUZIONALI SONO SCISMATICHE Uno dei nuovi consacrati, l'abbé Henri Grégoire, vescovo costituzionale di Blois, scriveva il 24 marzo 1791 a Pio VI: «Ho ricevuto l'istituzione canonica e sono stato regolarmente consacrato: professo di spirito e di cuore la religione cattolica, apostolica e romana. Dichiaro che sono e sarò sempre, con l'aiuto di Dio, unito e in comunione con voi, che, in qualità di successore di San Pietro, avete il primato di onore e di giurisdizione nella Chiesa di Gesù Cristo. Supplico Vostra Santità di accordarmi la sua benedizione» (Jean de Viguerie, Christianisme et Révolution,Nouvelles Éditions Latines, Paris 1986, p. 97). Tuttavia, l'abbè Grégoire morì nel 1831 senza essersi riconciliato con la Chiesa, mentre sette anni dopo, il principe di Talleyrand, scomunicato come Grégoire, firmava la ritrattazione dei suoi errori e moriva confortato dai sacramenti (cfr. Rétractation, in Mémoires, Calmann Lévy, Paris 1892, vol. V, pp. 482-483).   I promotori della nuova gerarchia sostenevano di trovarsi in stato di necessità. Le loro argomentazioni possono essere riassunte in quattro punti:  1) la Chiesa di Francia rischiava di rimanere priva di pastori;  2) era necessario assicurare ai fedeli la continuità della vita sacramentale; 3) il Papa, ostacolato dalle circostanze politiche, non era in grado di provvedere e, di conseguenza, 4) in una situazione tanto grave, i vescovi potevano supplire temporaneamente all'intervento della Santa Sede.  Pio VI intervenne con il breve Quod aliquantum, del 10 marzo 1791, nel quale condannò la Costituzione civile del clero come contraria alla costituzione divina della Chiesa e lesiva dei diritti della Sede Apostolica. Poche settimane dopo, il 13 aprile, pubblicò il breve Charitas quae, diretto a tutta la Chiesa di Francia, nel quale dichiarò nulle le elezioni dei nuovi vescovi, sacrileghe le consacrazioni compiute senza mandato pontificio e soggetti alle pene canoniche tanto i consacranti quanto i consacrati (Ugo Bellocchi, Tutte le encicliche e i documenti pontifici, Libreria Editrice Vaticana, vol. II, pp. 182-195). Il Papa dichiarò sospesi dall'esercizio dell'ordine episcopale i vescovi sacrileghi e che «siano ugualmente sospesi dall'esercizio dell'ordine sacerdotale e da qualunque altro ordine tutti coloro che prestarono aiuto, opera, consenso e consiglio a tali esecrande consacrazioni» (p. 192). Pio VI non negava la gravità della situazione rivoluzionaria, ma respingeva la conclusione che da questo contesto si voleva trarre. Nessuna emergenza, per quanto drammatica, poteva autorizzare la violazione dell'ordine gerarchico stabilito da Cristo. Nel Charitas quae emerge infatti un principio ecclesiologico fondamentale: la successione apostolica non consiste soltanto nella validità sacramentale dell'episcopato, ma implica anche la comunione gerarchica con il Romano Pontefice. Un vescovo consacrato validamente, ma senza il necessario mandato della Santa Sede, può ricevere il carattere episcopale, ma esercita il proprio ministero contro l'ordine giuridico della Chiesa. Per questo motivo Pio VI dichiarò scismatiche le nuove gerarchie costituzionali. NEPPURE PER STATO DI NECESSITÀ La fermezza del Pontefice emerse soprattutto nella vicenda del cardinale Étienne-Charles de Loménie de Brienne (1727-1794). Questi aveva cercato di giustificare il giuramento prestato alla Costituzione civile sostenendo che esso non implicava un'adesione interiore (consensus animi) e aveva confidato al Papa di essere tormentato dal dubbio se consacrare o meno i nuovi vescovi eletti dallo Stato. Pio VI gli rispose con una lettera del 23 febbraio 1791, poi richiamata nel Charitas quae, intimandogli di ritrattare pubblicamente il giuramento, sotto pena della privazione della dignità cardinalizia e delle altre sanzioni canoniche. Soprattutto, gli proibì formalmente di consacrare gli pseudo-eletti, «neppure per stato di necessità» (ne quidem necessitatis causa). «Si tratta infatti di un diritto che spetta unicamente alla Sede Apostolica, sulla base di quanto fissato dalle norme del Concilio di Trento, e che nessuno dei Vescovi o dei Metropoliti può arrogarsi; in caso contrario, Noi siamo obbligati dal nostro dovere apostolico a considerare scismatici tanto coloro che consacrano quanto coloro che sono consacrati, e di nessun valore tutti gli atti che sia gli uni sia gli altri andranno producendo» (Breve Charitas quae, cit., p. 187). Quest'ultimo passo costituisce uno dei documenti più significativi del Magistero pontificio sul tema dello stato di necessità. Pio VI non si limita infatti a condannare le consacrazioni dei vescovi costituzionali, ma esclude esplicitamente che una situazione di necessità potesse autorizzare un vescovo a consacrarne altri contro la volontà della Santa Sede. Lo stato di necessità poteva spiegare la gravità delle circostanze, ma non creare una potestà che la Chiesa non aveva conferito. Il diritto di istituire i vescovi rimaneva riservato alla Sede Apostolica e nessuna emergenza poteva sospendere questo principio. Il caso dei vescovi costituzionali francesi rappresenta quindi un importante precedente storico nella discussione sul rapporto tra stato di necessità e consacrazioni episcopali senza mandato pontificio. Il Papa riconobbe la gravità della crisi, ma negò che essa potesse sospendere i principi fondamentali dell'ordine gerarchico della Chiesa. La comunione con il Successore di Pietro non era, ai suoi occhi, una norma disciplinare derogabile in tempi eccezionali, bensì un elemento essenziale dell'ordine ecclesiale voluto da Cristo. Per questo motivo il Charitas quae rimane ancora oggi uno dei testi di riferimento imprescindibili per lo studio storico, teologico e canonistico delle consacrazioni episcopali compiute senza mandato pontificio.

    Neppure lo stato di necessità giustifica i vescovi senza il Papa
  4. Jun 16

    I cristiani perdono solo quando smettono di combattere

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8573 I CRISTIANI PERDONO SOLO QUANDO SMETTONO DI COMBATTERE di Roberto de Mattei   Pochi conoscevano il nome del castello di Beaufort, nel Libano meridionale, prima che l'esercito dello Stato di Israele ne annunciasse la conquista lo scorso 31 maggio. L'opinione pubblica mondiale ha appreso così l'esistenza di una fortezza crociata che, novecento anni dopo la sua costruzione, continua a rappresentare un significativo baluardo strategico nella guerra in corso in Medio Oriente. Il castello di Beaufort venne edificato nel 1139 da Folco V d'Angiò, re crociato di Gerusalemme, su una cresta rocciosa a 700 metri di altitudine, per controllare le vie di comunicazione tra la costa fenicia, la Galilea e l'interno della Siria. Esso domina la Valle della Bekaa, tra il Libano e la Siria, che costituiva una frontiera tra il mondo franco e quello musulmano. La sopravvivenza di questo castello nel corso dei secoli ci ricorda innanzitutto che i territori oggi contesi fra Israele e Hezbollah furono terre cristiane. In queste terre visse e versò il suo sangue Nostro Signore Gesù Cristo e da lì si diffuse nel mondo la Chiesa cattolica. Sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino, vi rinvenne, tra il 326 e il 328, le reliquie più preziose della Passione e, per suo impulso, sorsero la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e la Basilica della Natività a Betlemme, che trasformarono la Terra Santa in una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, contribuendo a fissare nella memoria religiosa la geografia dei luoghi evangelici. Dopo che nel 638 i seguaci di Maometto conquistarono Gerusalemme, i santuari cristiani continuarono a esistere, ma in condizioni sempre più precarie, finché, nell'XI secolo, i Turchi selgiuchidi, dopo aver invaso la Palestina, ne decretarono la distruzione. Le Crociate, nate per liberare i Luoghi Santi occupati dai musulmani, furono la pagina più luminosa del Medioevo cristiano. Dopo la riconquista della Città Santa, nel 1099, nacquero il Regno di Gerusalemme e una serie di Stati crociati sotto la sua sovranità. Questo vasto complesso territoriale comprendeva la Contea di Edessa, corrispondente a porzioni dell'attuale Turchia sud-orientale, della Siria settentrionale e dell'Iraq occidentale; il Principato di Antiochia, esteso sull'odierna regione turca di Hatay e sulla Siria nord-occidentale; la Contea di Tripoli, che occupava gran parte della costa dell'attuale Libano; e il Regno di Gerusalemme, che includeva la maggior parte dell'odierno Israele, i territori palestinesi della Cisgiordania, la fascia costiera di Gaza e ampie zone dell'attuale Giordania occidentale e meridionale. IL REGNO CROCIATO DI GERUSALEMME Nel loro insieme, gli Stati crociati si estendevano dal Mediterraneo fino all'alto corso dell'Eufrate e dai territori dell'odierna Turchia meridionale fino al Golfo di Aqaba sul Mar Rosso. L'esistenza del castello di Beaufort ci ricorda non solo l'esistenza del Regno crociato di Gerusalemme, ma anche il fatto che questo territorio si formò in seguito a una "guerra santa" promossa dal Beato Urbano II e dai suoi successori, che furono trentaquattro tra la conquista di Gerusalemme del 1099 e la caduta di San Giovanni d'Acri nel 1291, data convenzionalmente assunta come termine dell'epopea crociata. Questa epopea vide straordinarie vittorie cristiane, ma anche gravi insuccessi. Quando apparve all'orizzonte il più temibile nemico che i crociati ebbero mai di fronte in quegli anni, il sultano d'Egitto e di Siria Saladino, i capi crociati si lasciarono trasportare dalle lotte interne, dagli intrighi e dall'ambizione e andarono incontro, nel 1187, alla disastrosa sconfitta di Hattin. Ad Hattin, presso il lago di Tiberiade, i crociati caddero nella trappola abilmente predisposta da Saladino. Per costringere l'armata del Regno di Gerusalemme ad abbandonare la forte posizione di Sephoria, ricca d'acqua e favorevole alla difesa, Saladino attaccò Tiberiade. L'esercito cristiano si mise allora in marcia sotto il caldo estivo, mentre la cavalleria leggera musulmana lo tormentava incessantemente con incursioni e manovre di disturbo, impedendogli di raggiungere le sorgenti e di rifornirsi d'acqua. Quando i crociati giunsero esausti presso Hattin, la battaglia era ormai in gran parte perduta e il loro esercito venne quasi completamente annientato. Nel 1191 cadde anche il castello di Beaufort, ultimo e prestigioso avamposto del sistema difensivo crociato verso l'entroterra siriano. DIO NON ABBANDONA COLORO CHE CONFIDANO IN LUI La causa più profonda della sconfitta dei crociati non fu soltanto di ordine militare. Essa risiedeva nella perdita di quella purezza d'intenzione e di quella tensione spirituale che erano state all'origine della loro epopea. La tradizione cristiana insegna che Dio non abbandona coloro che confidano in Lui, ma che spesso permette le sconfitte quando gli uomini si allontanano dalla loro vocazione e fanno affidamento esclusivamente sulle proprie forze. Perciò il vescovo Guglielmo di Tiro, testimone e cronista delle Crociate, scriveva in quel tempo parole che fanno riflettere: «Presso di noi sono venuti meno, secondo il lamento del profeta, "il consiglio al saggio, l'istruzione al sacerdote, la visione al profeta" (Geremia, 18, 18b); ora fra noi è così del sacerdote come del popolo (Osea, 4, 9) , in modo che a noi è possibile adattare le parole del profeta, "la testa è tutta piagata, il cuore tutto sfatto; dalla pianta dei piedi alla testa non v'è niente che sia sano in noi" (Isaia, 1, 5b-6). Si è ormai giunti in quei tempi in cui non siamo in grado di tollerare né i nostri vizi né i loro rimedi; perciò, a causa dei nostri peccati i nemici sono divenuti più forti, e noi, che tanto frequentemente avevamo l'abitudine di riportare con gloria la palma trionfando sui nemici, ora, privati della grazia divina, riportiamo quasi in ogni scontro il risultato peggiore». Ma la storia ci trasmette anche un altro insegnamento. Chi vuole vincere una guerra deve saper scegliere il terreno sul quale combattere e non lasciarsi trascinare dal nemico nel luogo e nei modi da lui stabiliti. Questo principio vale non soltanto per le battaglie militari, ma anche per gli scontri religiosi, culturali e morali che attraversano ogni epoca della storia umana. Spesso la vittoria appartiene a chi conserva la lucidità necessaria per non abbandonare le proprie posizioni essenziali e per non farsi dettare l'agenda dall'avversario. In questa prospettiva, il castello di Beaufort diviene il simbolo di quel «castello interiore» che ciascuno è chiamato a custodire. Esso rappresenta la fortezza dell'anima, la fedeltà ai propri princìpi, la vigilanza sulle proprie convinzioni e sulla propria vita spirituale. Difendere questo castello significa esercitare la prudenza, perseverare nel bene e non cedere alle pressioni esterne o alle debolezze interiori. Affidando infine alla Divina Provvidenza l'esito della battaglia, l'uomo compie tutto ciò che è nelle sue possibilità e trova nella fede la forza per resistere e per vincere.

    I cristiani perdono solo quando smettono di combattere
  5. May 19

    I dragoni di Lambesc, senza il coraggio di difendersi il bene viene sconfitto

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8547 I DRAGONI DI LAMBESC, SENZA IL CORAGGIO DI DIFENDERSI IL BENE VIENE SCONFITTO di Roberto de Mattei   Nel caldo luglio del 1789, mentre la Rivoluzione francese muoveva i suoi primi passi, un nome cominciò a circolare tra le strade di Parigi: quello dei dragoni del principe di Lambesc, noti per il loro coraggio e per il loro attaccamento alla Monarchia. Il loro comandante, Carlo Eugenio di Lorena, principe di Lambesc, nato nel 1751, era il capo e l'ultimo rappresentante della famiglia dei duchi di Guisa, il Casato, sempre devoto alla Chiesa di Roma, che durante le guerre di religione del XVI secolo aveva guidato la Lega cattolica contro i protestanti ugonotti. Lambesc vedeva con lucidità ciò che molti rifiutavano di ammettere: Parigi non era inquieta, era sull'orlo della rivolta. I suoi dragoni - appartenenti al reggimento Royal-Allemand - erano soldati esperti, spesso di origine tedesca, ma fedelissimi al Re. Cavalieri armati di sciabola e di moschetto, addestrati a combattere sia in sella che a piedi, rappresentavano una delle ultime forze realmente capaci di ristabilire l'ordine nel caos crescente.  La situazione precipitava. Il 9 luglio 1789 l'Assemblea nazionale francese si proclama Costituente. Il Re, Luigi XVI, licenzia il ministro Jacques Necker e richiama truppe attorno alla capitale, ma esita. Sovrano pio e mite, ma debole, fatica a concepire l'idea di avere dei nemici e cerca solo di evitare lo scontro aperto. Il 12 luglio, a mezzogiorno, Parigi è in preda a un immenso disordine. Nei giardini delle Tuileries e al Palais-Royal, la folla si accalca, in un turbinio di urli, d'invettive, di false notizie. Si gridano slogan, si agitano i busti di Necker e del duca d'Orléans, il cui palazzo è il centro della rivolta, mentre i discorsi incendiari di Camille Desmoulins trasformano il malcontento in furia. I DRAGONI DEL PRINCIPE DI LAMBESC I dragoni del principe di Lambesc, schierati sulla piazza Luigi XV, all'ingresso delle Tuileries, vengono bersagliati di pietre, mattoni e cocci di bottiglia. Le sciabole brillano al sole, ma il Re ha dato l'ordine di non reagire. Lambesc, fatta fare ai soldati qualche evoluzione, fa avanzare i suoi uomini, compie una carica di alleggerimento, più dimostrativa che distruttiva, e si ritira sulla riva sinistra della Senna.  Due giorni dopo, il 14 luglio, una folla di non più di un migliaio di scalmanati, provenienti soprattutto dal Faubourg Saint Antoine, assale l'Hotel des Invalides e poi la Bastiglia, identificata come il simbolo del potere monarchico. Il governatore Bernard-René de Launay, dopo aver trattato con i rivoltosi, che gli promettono l'incolumità, si arrende, ma viene massacrato. Un garzone di cucina ne mozza la testa, la infila in cima a una picca, e, seguito da una muta selvaggia, la porta in giro fino a notte. Quello che sarà chiamato il "Terrore", non inizia con Robespierre, ma con la presa della Bastiglia. La notizia dell'insurrezione giunge al Re, che si trova a Versailles, durante la notte. Luigi XV, il suo predecessore, - scrive lo storico Pierre Gaxotte - " sarebbe balzato in sella a qualsiasi ora, sarebbe entrato a Parigi con tutti gli uomini atti a combattere e, spuntato il giorno, sarebbe stato freneticamente acclamato da una borghesia che, dopo aver tanto protestato, temeva ormai per la propria vita e per i propri beni. Avrebbe fatto impiccare una dozzina di assassini alle finestre dell'Hotel de Ville, rimesso una guarnigione alla Bastiglia e sarebbe rientrato a Versailles ad accogliere le dichiarazioni di obbedienza di un'Assemblea umile e sottomessa" (La Rivoluzione francese, Edizioni A. Barion, tr. it. 1949, p. 129).  Il principe di Lambesc vorrebbe caricare la folla alla testa dei suoi dragoni e disperderla con i suoi moschetti, ma l'ordine è di tenere riposte le sciabole, perché il Re non vuole che sia versato del sangue. Il barone Pierre-Victor de Besenval, che sulla piazza di Parigi dispone di tre reggimenti svizzeri e ottocento cavalieri, obbedendo anch'egli agli ordini del sovrano, non interviene.  IL RITIRO DELLE TRUPPE Il 15 luglio Luigi XVI annuncia il ritiro delle truppe; il 16 richiama Necker; il 17 entra a Parigi, dove riceve dal sindaco Bailly la coccarda tricolore, nuovo simbolo della Rivoluzione. È un gesto di conciliazione, ma anche il segno della resa alla Rivoluzione. Una settimana dopo, in un parossismo di furore, la folla lincia l'Intendente generale di Parigi Louis Bertier de Sauvigny e suo suocero Joseph François Foulon, controllore delle Finanze. A Foulon il popolaccio taglia la testa e la esibisce in corteo su una picca, riempiendogli la bocca di fieno, per denunciarlo come complice di una congiura antipopolare. Poi un gruppo di rivoltosi afferra Bertier de Sauvigny, e lo costringe a marciare per le vie della città con la testa mozzata del suocero di fronte a sé, cantando: "Bacia papà, bacia papà". Di fronte all'Hotel de Ville, Bertier è ucciso: gli strappano il cuore dal petto e lo gettano verso i notabili del municipio. poi riprendono a marciare, con la testa di Bertier affiancata a quella di Foulon.  Il principe di Lambesc, costretto all'inazione, lascia la Francia e si trasferisce a Vienna dove nel 1791 sarà nominato maggiore generale dell'esercito imperiale. Alla battaglia di Tournai, del 22 maggio 1794, carica con i suoi cavalieri la fanteria francese, mettendola in fuga. Da allora combatte, distinguendosi per il suo valore, tutte le battaglie anti-giacobine e anti-napoleoniche del suo tempo, come generale dell'esercito austriaco. Sotto questo aspetto, il principe di Lambesc può essere definito, e fu, un soldato della Contro-Rivoluzione, così come i suoi antenati lorenesi erano stati soldati della Contro-Riforma cattolica sotto san Pio V. Con la restaurazione dei Borboni in Francia nel 1815, vennero restituite al principe di Lambesc tutte le sue dignità dinastiche e venne nominato Maresciallo di Francia e Pari di Francia ereditario. Ma ormai la sua patria era Vienna, dove morì all'età di 74 anni il 2 novembre 1825. Non avendo avuto figli, alla sua morte la gloriosa Casa di Guisa si estinse.  Il 21 gennaio 1793, Luigi XVI era stato ghigliottinato e il Papa Pio VI, nell'allocuzione Quare lacrymae del 17 giugno 1793, aveva riconosciuto nel sacrificio del sovrano "una morte votata in odio alla religione cattolica", attribuendogli "la gloria del martirio". Sarebbe stata evitata la tragedia se i Dragoni del principe di Lambesc avessero ricevuto, l'ordine mai dato, di affrontare i rivoltosi? Quel che è certo è che nelle guerre e nelle rivoluzioni, di fronte a un nemico che ci minaccia, tra tutte le decisioni, la più difficile è quella di difendersi, perché non basta possedere la forza, occorre la volontà di usarla, e, soprattutto, la convinzione di avere il diritto di farlo.

    I dragoni di Lambesc, senza il coraggio di difendersi il bene viene sconfitto
  6. Mar 24

    Missili e droni su Cipro, frontiera dimenticata dell'Europa cristiana

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8484 MISSILI E DRONI SU CIPRO, FRONTIERA DIMENTICATA DELL'EUROPA CRISTIANA di Roberto de Mattei   «L'Italia non è in guerra e non vi entrerà», ha detto l'11 marzo in Parlamento la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «L'Italia non partecipa e non parteciperà alla guerra», ha ribadito il 13 marzo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, rivolgendosi al Consiglio supremo di difesa riunito al Quirinale. Certo, si potrebbe aggiungere, l'Italia non ha dichiarato e non dichiarerà formalmente guerra a nessuno, ma la guerra è già entrata in Europa, nel momento in cui missili e droni, nelle prime settimane di marzo, hanno ripetutamente colpito l'isola di Cipro, che è uno Stato membro dell'Unione Europea, di cui anche l'Italia fa parte. A Cipro esistono basi militari britanniche, ma le bombe su Cipro hanno un significato che va al di là della dimensione geopolitica. Cipro appartiene alla geografia della grande espansione dell'Islam nel Mediterraneo e oggi è qualcosa di più di una semplice frontiera dell'Unione Europea. È una frontiera della memoria. LA STORIA DI CIPRO Dal 1571 al 1878 l'isola fece parte dell'Impero Ottomano: visse dunque tre secoli sotto lo stendardo dell'Islam. Ma prima, dal 1192 al 1489, era stata l'ultimo baluardo dei crociati nel Mediterraneo. Il Regno crociato di Cipro era stato fondato da Riccardo Cuor di Leone nel 1191 durante la Terza Crociata e poi era stato governato per tre secoli dalla dinastia dei Lusignano. Castelli come quelli che dominano le montagne del nord dell'isola e le grandi cattedrali gotiche di Famagosta testimoniavano la presenza cristiana nel cuore del Mediterraneo. Nel 1489, Caterina Corner, ultima sovrana dell'isola, la cedette alla Repubblica di Venezia. Per i musulmani, la sua conquista aveva un significato strategico e simbolico al tempo stesso, perché rappresentava l'avamposto della Cristianità nel Mar Mediterraneo controllato dall'Islam. Nella seconda metà del XVI secolo, grazie a Solimano I, detto "il Magnifico", l'Islam raggiunse l'apice della sua espansione dal Mar Rosso a Gibilterra, da Baghdad alle porte di Vienna.  Nel 1566, a Solimano successe il figlio Solimano II, che decise di rompere la pace conclusa con Venezia nel 1540, rivendicando presunti diritti sull'isola di Cipro. Il 28 marzo 1570, Solimano inviò a Venezia un suo ambasciatore per consegnare un ultimatum: cedere l'isola di Cipro o subire la guerra. Il colloquio tra l'ambasciatore e il doge settantottenne Pietro Loredan durò pochi minuti. «La Repubblica difenderà sé stessa fidando nell'aiuto di Dio e nella forza delle sue armi», dichiarò il doge. Venezia si preparava alla guerra contro i Turchi. Era Papa san Pio V, che si rallegrò: sarebbe stata una grande occasione per realizzare quello che era il suo pensiero dominante: una Lega dei principi cristiani contro il nemico secolare della fede cattolica. L'8 marzo 1570 il Papa scrisse al re di Spagna Filippo II un'accorata lettera. «Non siamo dunque noi conservati in questo mondo che per essere spettatori di una così sanguinosa tragedia? L'impero dei Turchi si è talmente esteso per la nostra viltà, che non siamo più in condizione di opporci alla loro usurpazione, a meno che i principi cristiani non facciano sforzi considerevoli, e non si colleghino insieme contro il nemico comune, e non gli oppongano potenti armate di terra e di mare». Mentre san Pio V, con l'aiuto di Filippo II e della Repubblica di Venezia, organizzava la coalizione contro i Turchi, il 3 luglio 1570 le truppe musulmane guidate dal Pascià Lala Mustafà sbarcarono a Cipro e dopo un assedio di due mesi, forti di 100.000 uomini, conquistarono Nicosia, capitale dell'isola, massacrando o vendendo come schiavi i suoi abitanti. Rimaneva Famagosta, la principale piazzaforte di Cipro, dove i veneziani, guidati dal governatore civile Marcantonio Bragadin e dal comandante militare Astorre Baglioni, erano ridotti a cinquecento uomini, ma resistevano. Nel gennaio 1571, il comandante veneziano Marco Querin, partendo da Creta forzò il blocco turco con sedici delle sue galee, portò via da Famagosta i civili e rinforzò la piccola guarnigione con uomini, viveri e munizioni. Passò l'inverno e nella primavera del 1571 si rinnovarono gli attacchi con sempre maggior furore, mentre Pio V, lavorava faticosamente a riunire la Santa Lega. UN MARTIRIO GLORIOSO Ma a Famagosta finirono i viveri e le munizioni e Bragadin fu costretto a decretare la resa della città. Lala Mustafà aveva promesso, con un documento firmato, di permettere ai superstiti di lasciare l'isola, imbarcandosi sulle loro navi. Bragadin, accompagnato da Astorre Baglioni si presentò alla tenda del Pascià per consegnargli le chiavi della città, ma i due comandanti veneziani furono coperti di insulti e arrestati. Baglioni fu decapitato seduta stante, mentre una sorte ben peggiore aspettava Bragadin a cui vennero mozzate le orecchie e il naso e fu rinchiuso per dodici giorni in una gabbia lasciata al sole, con pochissima acqua e cibo. Al quarto giorno i turchi gli proposero la libertà se si fosse convertito all'Islam, ma Bragadin rifiutò con sdegno. Il 17 agosto fu appeso all'albero della propria nave e massacrato con oltre cento frustate, quindi costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, finché non ebbe un collasso. Fu quindi riportato sulla piazza principale della città incatenato a una colonna e qui scuoiato vivo a partire dalla testa. Bragadin sopportò il martirio con eroico coraggio, continuando a recitare il Miserere e ad invocare il nome di Cristo finché, dopo che gli ebbero scorticato il busto e le braccia, gridò: «In manus tuas Domine commendo spiritum meum» e finalmente spirò. Erano le ore 15 del 17 agosto 1571. Il corpo fu quindi squartato, e la sua pelle, imbottita di paglia e rivestita degli abiti e delle insegne del comando, fu portata in macabro corteo per le vie di Famagosta, e poi spedita su una galera a Costantinopoli. La sorte dei cristiani di Cipro era quella che i Turchi preparavano ai cristiani d'Europa, ma un santo sedeva sulla cattedra di Pietro e, in Europa, lo spirito guerriero era ancora vivo. Meno di due mesi dopo la morte di Bragadin, il 7 ottobre 1571, la flotta cristiana trionfò sulla Mezzaluna nelle acque di Lepanto. I musulmani, sciti o sunniti, turchi, arabi o persiani che siano, non hanno dimenticato queste pagine della loro storia. Ma la memoria di Cipro e di Marcantonio Bragadin, di san Pio V e di Lepanto, dice ancora qualcosa ai cristiani di Occidente?

    Missili e droni su Cipro, frontiera dimenticata dell'Europa cristiana
  7. 10/07/2025

    L'inquisizione ne sapeva una più di Galileo

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8317 L'INQUISIZIONE NE SAPEVA UNA PIU' DI GALILEO di Giorgio Cavallo   «Eppur si muove!»: uno degli aforismi più celebri della storia. Peccato che, come spesso le cose troppo belle celano un trucco, anche la storia di Galileo davanti all'Inquisizione nasconde una verità ben diversa: sotto la patina dell'aneddotica - e dell'aneddotica anticattolica - la storia dello scontro tra il più grande scienziato dei suoi tempi e l'Inquisizione sia profondamente diversa. Ecco come andarono le cose. Nella prima metà del XVII secolo, l'Europa attraversava un'intensa trasformazione culturale, politica e religiosa. La scoperta dell'America aveva cambiato la percezione geografica del mondo; la rivoluzione scientifica, con figure come Copernico, Keplero e anche il nostro Galileo, aveva messo in discussione la cosmologia aristotelico-tolemaica tradizionale. Infine, vi era la Rivoluzione protestante, metastasi sorta dalle eresie del secolo XV che, a differenza delle prime, era dilagata in tutto il Nord Europa e minacciava di mettere radici anche a sud delle Alpi. Come aveva risposto la Chiesa di fronte alle grandi sfide della sua epoca? Con la Controriforma, o Riforma cattolica, mediante quel lungo laboratorio che fu il Concilio di Trento (1545-1563), il quale aveva tra le altre cose rafforzato il ruolo dell'Inquisizione. GALILEO GALILEI Galileo Galilei (1564–1642), matematico e astronomo, si inserì in questo contesto come sostenitore del sistema eliocentrico copernicano, in aperta contraddizione con il modello geocentrico ancora ufficiosamente sostenuto dalla Chiesa. Ora, la questione qui si fa delicata e, per capirla, è opportuno comprendere il pensiero della Chiesa sempre alla luce delle grandi rivoluzioni scientifiche, geografiche e della geo-politica di allora. I papi - o, per meglio dire, i loro esperti - ritenevano davvero che la Terra potesse essere al centro dell'universo, rifiutando le tante evidenze scientifiche? Ecco, proprio qui sta il bello: la teoria eliocentrica, infatti, per quanto stimolante non aveva ancora delle prove scientifiche che potessero dimostrarne la bontà. Per assurdo: non le aveva Copernico, non le aveva Galileo. Quando, messo alle strette, lo scienziato pisano dovette provare le sue affermazioni dati alla mano, si inventò le cose più assurde, tirando in ballo anche le maree come evidenza del fatto che la Terra girasse attorno al Sole e non viceversa. Noi sappiamo che la prova definitiva sulla materia arrivò soltanto con l'esperimento del pendolo di Foucault, presentato al pubblico di Parigi soltanto nel 1851. Galileo non poteva che arrampicarsi sugli specchi, perché sapeva di essere nel giusto ma sapeva anche di non poterlo dimostrare. E la Chiesa, purtroppo, sapeva che Galileo poteva essere nel giusto ma sapeva anche di non poterlo affermare: non si trattava di uno scontro tra scienza e fede, come spesso è stato dipinto; si trattava di buonsenso. Nell'Europa di allora, dilaniata dalle guerre di religione, un'apertura verso una nuova teoria scientifica da parte del Papa avrebbe significato dare fuoco alle polveri di un nuovo scontro ideologico tra cattolici e protestanti. Perché sì, nel Nord Europa i protestanti si facevano davvero scudo con i Testi Sacri che, essendo stati tradotti per la prima volta da Lutero erano ora di libero accesso a molte più persone. Già le teorie di Copernico, pubblicate postume nel 1542, avevano suscitato un vespaio di polemiche nei territori protestanti. COPERNICO ERA CATTOLICO Piccola annotazione: Copernico era cattolico ed era canonico della cattedrale di Frauenburg, avendo preso gli ordini minori. Roma dava ospitalità (e rifugio) a molti scienziati. I papi non hanno mai rifiutato di confrontarsi con la scienza; semmai, all'epoca, era vero il contrario: le dittature teologiche come quella instaurata da Calvino a Ginevra tutto erano, fuorché "aperte" e "dialoganti" con il pensiero scientifico moderno. Per paradossale che possa sembrare, dunque, la Roma dei papi costituiva uno dei baricentri del sistema scientifico di allora, mentre l'Europa protestante, per giunta devastata dalle guerre di religione, non poté per molto tempo essere considerata all'avanguardia su questo punto. Certo, c'era uno scotto da pagare anche in terra cattolica. Vale a dire: non si era liberi di affermare pubblicamente la verità di studi e ricerche scientifici che non fossero validamente provati in modo inconfutabile. Ma, a ben pensarci, è sempre la solita questione di buon senso: non soltanto per evitare scontri scientifico-teologici con il mondo protestante, quanto per non propagandare teorie sbagliate, con gravi ripercussioni su tutti. Roma non avrebbe potuto "metterci la faccia"; temendo di incorrere in un errore madornale, come quel tale che andò in Occidente per giungere in Oriente e che in mezzo trovò un continente sconosciuto, i papi semplicemente ripiegarono sull'usato sicuro. E cioè la teoria geocentrica che, perlomeno, godeva della confortante protezione data dai grandi dell'antichità. Torniamo però a Galileo, che non si limitava soltanto a scrivere saggi ma che insegnava la teoria eliocentrica in università (e le università erano state fondate ed erano gestite dalla Chiesa). Nel 1616 la Congregazione del Sant'Uffizio esaminò le tesi copernicane con un vero e proprio esame scientifico. Il cardinale Roberto Bellarmino era, d'altronde, uno dei più grandi cervelli della sua epoca. Il futuro santo e Dottore della Chiesa comunicò a Galileo che non avrebbe potuto sostenere né insegnare pubblicamente la dottrina eliocentrica come vera, ma solo come ipotesi matematica. Galileo fu dunque invitato alla prudenza. Nel 1632, Galileo pubblicò il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, che ottenne anche l'imprimatur da Roma mediante l'intercessione nientemeno che del Papa Urbano VIII Barberini. Questi, quando era ancora cardinale, aveva protetto l'eretico Tommaso Campanella ed aveva sempre dimostrato una grande apertura verso le ricerche scientifiche. Urbano VIII aveva dimostrato anche la sua buona volontà anche verso Galileo, ma le cose andarono in modo diverso. In primo luogo, il contenuto dell'opera di Galileo fece storcere il naso a molti: la figura di Simplicio, portavoce delle idee tolemaiche e apparentemente ridicolizzato nel testo, fu percepita come una sfida diretta all'autorità della Chiesa e la diffusione dell'opera fu, per quanto possibile, ostacolata. Il 12 aprile 1633 Galileo fu quindi convocato a Roma per affrontare il processo. Il fulcro dell'accusa non era tanto il contenuto scientifico del Dialogo, ma la presunta violazione dell'ammonizione del 1616. La Santa Inquisizione sostenne che Galileo avesse infranto un ordine diretto di non trattare la dottrina copernicana in alcun modo. EPPUR SI MUOVE: GALILEO NON L'HA MAI DETTO Nuovamente, la questione di Galileo appare paradossale: lo scienziato pisano si era esposto pubblicamente senza assecondare quell'invito alla prudenza che, nel suo caso, doveva apparire come un imperativo morale in quanto cattolico. Galileo aveva quindi rifiutato di sottostare al Papa, preferendo la via dello scontro frontale. Non era soltanto una questione di carattere (e il carattere di Galileo era notoriamente pessimo) ma di forma e di metodo; ed era in gioco anche il modo di interpretare la scienza. In parole povere: Galilei si faceva schermo della scienza per poter affermare ciò che voleva, andando contro anche ai fraterni ammonimenti del Papa. Con il senno di poi, Galileo si poneva verso la scienza con la sicumera di uno scientista, cioè di colui che eleva la scienza a metro di giudizio del mondo. Ma lo scientismo non è scienza: è dottrina, è fanatismo. Perché la scienza può sbagliare ed, anzi, il metodo scientifico si basa proprio sulla possibilità di sperimentare e quindi di saggiare gli errori. Questa era la posizione della Chiesa che, quindi, era più... scientifica di Galileo! E Galileo, che per altro si era invischiato in questioni teologiche che non gli competevano, il 22 giugno 1633 fu costretto ad abiurare pubblicamente le sue convinzioni. La cosa si esaurì lì: tanto rumore per nulla. Galileo fu condannato alla recita settimanale dei sette Salmi penitenziali per tre anni e alla "reclusione" nella villa dell'ambasciatore del granducato di Toscana, poi in quella dell'arcivescovo Piccolomini a Siena ed infine nella villa posseduta dallo stesso Galileo ad Arcetri. Per altro, l'insostenibile penitenza della recita quotidiana dei Salmi penitenziali fu poi sgravata dalle sue spalle e assegnata alla figlia Maria Celeste, che era suora di clausura. Era evidente che la Chiesa volesse risolvere la questione senza scandalo; semmai, a gettare benzina sul fuoco furono coloro che lessero il "caso Galileo" come uno scontro tra scienza e fede. Cosa che non fu: all'epoca si riteneva ancora che si potesse fare scienza in seno alla Chiesa e che, anzi, la stessa teologia fosse una scienza. I detrattori del cattolicesimo si inventarono la tortura di Galileo (mai avvenuta) e anche il celebre aforisma «Eppur si muove», che compare per la prima volta tra le pagine di Giuseppe Baretti, polemista del secolo XVIII. Ed infine, la beffa: il caso Galileo, come scontro titanico di un uomo, rappresentante della Scienza, contro la Chiesa Cattolica, divenne così celebre che fu tra i primi documenti trafugati dai giacobini al momento dell'invasione degli Stati Pontifici. Pare che i fascicoli processuali passarono nientemeno che tra le mani di Napoleone, il quale li lesse con attenzione. E poi? Tornarono a Roma fortemente lacunosi: il fascicolo dell'Archivio Apostolico Vaticano manca delle parti f

    L'inquisizione ne sapeva una più di Galileo
  8. 05/06/2025

    Papa Francesco non chiuderà il giubileo

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8156 PAPA FRANCESCO NON CHIUDERA' IL GIUBILEO (ACCADDE SOLTANTO A INNOCENZO XII) di Cristina Siccardi   Papa Francesco ha aperto la porta Santa in San Pietro, dando inizio all'Anno Santo ordinario del 2025, la Vigilia di Natale dello scorso anno. Era in sedia a rotelle e le campane suonavano a festa. Il 21 aprile, il Lunedì dell'Angelo, dopo la Santa Pasqua, le campane di San Pietro, invece, hanno suonato a morto per la sua scomparsa, avvenuta a 88 anni di età. Il giorno prima ha voluto incontrare, a sorpresa, il vice presidente degli Stati Uniti JD Vance, poi è apparso dal loggione per impartire la benedizione Urbi et Orbi che ha pronunciato con un filo di voce e al termine è sceso in piazza sulla Papa-mobile tra la folla dei fedeli. È stato il suo ultimo saluto: poche ore dopo, alle 7,35, si è spento. Secondo le sue volontà non sarà sepolto in Vaticano, bensì nella basilica di Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche Papali di Roma. Papa Francesco, che aveva già indetto il Giubileo straordinario della Misericordia nel 2015, non potrà chiudere l'Anno Santo nella data prevista, il 6 gennaio 2026. UNICO PRECEDENTE A un solo altro Pontefice accadde la stessa sorte: era Innocenzo XII (1615-1700), nato Antonio Francesco Pignatelli, che morì a 85 anni. Durante il suo pontificato la vita dei popoli europei fu spesso funestata dalle guerre. Il Papa indisse il Giubileo il 18 maggio 1699 con la bolla Regi Saeculorum e all'apertura, a causa delle sue precarie condizioni di salute, non poté presiedere personalmente; ma nel giorno di Pasqua di quell'anno, pur essendo ormai gravemente malato, a causa del gran numero di pellegrini venuti da tutte le parti impartì la benedizione solenne dal balcone del Quirinale. Morì il 27 settembre del 1700, quindi l'Anno Santo fu chiuso dal suo successore, Clemente XI (1649-1721), nato Giovanni Francesco Albani. Nonostante l'assenza del Papa, sostituito dal cardinale Emmanuel de Bouillon (1643-1715), la cerimonia di apertura del Giubileo si svolse solennemente alla presenza della regina di Polonia, María Cristina (1641-1716), vedova del sovrano Jan Sobieski, e dal granduca di Toscana, Cosimo III de' Medici (1642-1723). La regina era entrata in San Pietro scalza e vestita da penitente e l'enorme affluenza di fedeli passava in ginocchio attraverso la Porta Santa. Membro di un casato aristocratico, Antonio Pignatelli, nato a Spinazzola in Puglia, trascorse tutto il periodo di formazione a Roma nel Collegio dei Gesuiti, dove prese gli ordini sacri probabilmente nel 1643. Si laureò in utroque iure e papa Urbano VIII lo chiamò a svolgere le sue mansioni nella Curia romana. Fu ordinato vescovo il 27 ottobre 1652. Svolse la carriera diplomatica come nunzio apostolico e per undici anni, dal 1660 al 1671, risiedette all'estero, tra Confederazione polacco-lituana e Impero austriaco. Fu creato cardinale il 1º settembre 1681 da Innocenzo XI. Come porporato partecipò a due conclavi, nel 1689 e nel 1691, quando fu eletto successore di San Pietro. Convinto della necessità che il clero dovesse porsi a modello dei fedeli, il Pontefice fece pubblicare la costituzione apostolica Sanctissimus in Christo Pater (18 luglio 1695), con la quale richiese a ogni ordine religioso una più stretta osservanza delle regole e una più attenta preparazione dei giovani nei noviziati. Attento alla Liturgia, il 20 agosto 1692 emise un decreto sulla musica sacra, in tal modo dissipò la confusione causata dalle diversità di interpretazioni e illuminando tutta la questione. CONTRO IL NEPOTISMO E IL GIANSENISMO Innocenzo XII è passato anche alla storia per aver emanato, il 23 giugno 1692, la bolla Romanum decet pontificem con la quale si eliminava ogni pratica di nepotismo, proibendo di fatto ai pontefici di concedere proprietà, incarichi o rendite a qualsiasi congiunto; inoltre, nessun parente di essi avrebbe più potuto essere innalzato al cardinalato. Sotto il suo pontificato proseguì l'annosa controversia giansenista, che egli condannò fermamente come eresia nel 1699. Cultore mariano, il 15 maggio 1693, stabilì che tutte la chiese celebrassero la festa dell'Immacolata Concezione con un'ottava. Realista e cosciente dei pericoli musulmani che gravitavano sui popoli d'Europa, appoggiò l'Imperatore del Sacro Romano Impero Leopoldo I d'Asburgo (1640-1705), impegnato nella guerra contro l'Impero Ottomano nella Grande guerra turca (1683-1699). Dopo più di un decennio di duro conflitto, Leopoldo uscì vittorioso in Oriente grazie al geniale talento militare del principe Eugenio di Savoia-Soissons (1663-1736). Con il trattato di Karlowitz, l'Imperatore cristiano recuperò quasi tutto il Regno d'Ungheria, che era caduto sotto il potere turco negli anni successivi alla battaglia di Mohács del 1526. Attento non alle demagogie, ma ai concreti bisogni della Chiesa, Innocenzo XII riformò l'apparato giudiziario per rendere efficace ed efficiente l'azione dei tribunali romani, troppo lenti nel garantire la giustizia. Con la bolla Ad radicitus submovendum del 31 agosto 1692 soppresse tutti i tribunali e i giudici particolari e rimise tutte le cause ai giudici ordinari. Fece quindi erigere un palazzo a Montecitorio, dove concentrò tutti i tribunali dell'Urbe, l'attuale Palazzo Montecitorio, inaugurato nel 1696. Uomo di poche parole, ma dai molti fatti, nel 1692 fece realizzare il nuovo acquedotto di Civitavecchia, dichiarò porto franco lo scalo portuale e le conferì il titolo di Città. Ordinò la costruzione del porto di Anzio (soprannominato «di Nettuno»), che portò crescita e sviluppo del luogo. Fece anche aprire due dogane a Roma, una per il traffico di merci via acqua, presso il porto di Ripa Grande, l'altra per le mercanzie via terra, nel tempio di Adriano a piazza di Pietra e, come non bastasse, rafforzò le difese militari sulla linea di costa per contrastare la minaccia dei Corsari barbareschi. Nel 1693 decise di riorganizzare l'assistenza pubblica di Roma e iniziò con il raccogliere l'infanzia abbandonata in un'unica istituzione, progettando di concentrarvi anche le altre categorie di poveri assistiti. Nacque così il nucleo di quello che divenne l'Ospizio apostolico di San Michele a Ripa Grande. Proprio in occasione del Giubileo del 1700, fece aprire un nuovo raccordo viario tra la via Appia antica e la via Campana, oggi via Appia Nuova, nota ancora oggi come Appia Pignatelli. Patrono delle Arti e delle Scienze, dopo la sua morte, il suo amico e conterraneo, il cardinale don Vincenzo Petra (1662-1747) dei duchi di Vastogirardi, commissionò all'architetto Ferdinando Fuga un monumento funebre in suo onore in San Pietro, presidiato da due statue, opera dello scultore Filippo Valle, che rappresentano la Giustizia e la Carità.

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La storia che ci hanno insegnato a scuola è sbagliata; proviamo a guardare alla realtà dei fatti senza pregiudizi e senza paraocchi

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