LETTERE alla redazione di BastaBugie.it

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Le risposte del direttore Giano Colli ai lettori di BastaBugie

  1. Sep 8

    Lettere alla redazione: la verità sul covid

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8628 LETTERE ALLA REDAZIONE: LA VERITA' SUL COVID di Giano Colli   Buongiorno. Sono un medico, in pensione già da diversi anni. Leggo costantemente i vostri articoli che trovo particolarmente interessanti e istruttivi e vi ringrazio. Per una volta desidero dirvi la mia. Proprio perché un collega a me caro rispose alla richiesta di andare a lavorare in una RSA con numerosi anziani ammalati di Covid, già a marzo 2020 sapevo che era possibile guarire senza troppe complicazioni assumendo tempestivamente antiinfiammatori e antibiotici ad ampio spettro. Infatti in quella RSA non morì nessuno per Covid. Altro che Tachipirina e vigile attesa! La notizia circolava tra i medici informati, molti dei quali, in silenzio e di nascosto, hanno curato e guarito numerosi pazienti. Non così hanno fatto De Donno e altri colleghi, che credendo di far bene a rendere pubblici i loro buoni uffici, ci hanno rimesso il primo la vita e gli altri il lavoro con la radiazione. Credo che se a quell'epoca io fossi stata tra uno di questi ultimi (per fortuna il mio lavoro di specialista mi ha tenuto lontana da ogni diatriba) avrei come minimo denunciato per abuso di potere e danni il presidente dell'Ordine dei Medici che mi avesse comminato la radiazione.  Il comportamento attuale del dott. Anelli, al momento presidente nazionale degli Ordini dei Medici, è a dir poco disdicevole, se non inqualificabile. Invece di allietarsi per il reintegro nella professione di colleghi ingiustamente estromessi solo per aver svolto il loro lavoro, emette bizantinismi per giustificare decisioni indecenti. Neanche avesse lui la scienza infusa. È lui che evidentemente confonde i limiti della scienza salottiera con la pratica clinica e dimentica che una delle prime raccomandazioni della deontologia medica è "Agisci secondo scienza e coscienza". Coscienza che al dott. Anelli forse difetta un po', e forse gli tiene compagnia il presidente Sala della regione Lombardia. Proprio ora che sono resi pubblici i danni da vaccino e della tachipirina con vigile attesa, nessuno chiede scusa! Insistono nei loro errori! Continuare a malversare dei lavoratori che hanno solo fatto il loro dovere! Però la Magistratura, acquisiti i dovuti atti, potrebbe porre riparo a tanta ingiustizia e tanti danni! A querela di parte, ovviamente! Sempre che non intervengano a negare l'evidenza, come al solito, le ditte farmaceutiche, che ci tengono a non esporsi in prima persona. Dott.ssa Vita Sciuto RISPONDE IL DIRETTORE DI BASTABUGIE Gentile Dott.ssa Sciuto, la ringrazio di cuore per la sua mail e per la testimonianza che ha voluto condividere. Le sue parole trovano piena risonanza in quanto, fin dall’inizio della pandemia, abbiamo sostenuto e documentato su queste pagine le nefandezze che stavano accadendo. Come lei, abbiamo sempre ritenuto grave e dannosa la strategia della «tachipirina e vigile attesa», che ha lasciato soli tanti malati mentre, già nei primi mesi del 2020, medici informati e coraggiosi - proprio come il collega di cui lei parla - ottenevano risultati ben diversi con trattamenti tempestivi a base di antinfiammatori e antibiotici. Lo abbiamo scritto ripetutamente, pubblicando articoli, interviste e documenti che andavano controcorrente rispetto alla narrazione ufficiale. Abbiamo seguito con attenzione le vicende di medici come De Donno e di tanti altri colleghi che, per aver esercitato secondo scienza e coscienza, hanno pagato prezzi altissimi: qualcuno con la vita, altri con la radiazione e la distruzione della propria professionalità. Tutto questo è consultabile nel dossier "Coronavirus. Tre anni di abusi di potere" con oltre 200 articoli e nel dossier "Il vaccino anti-covid. La scienza e la propaganda" con una quarantina di articoli. Abbiamo inoltre pubblicato il primo, e per ora ultimo, libro con la raccolta di tali articoli dal titolo "Ci hanno presi per il Covid. Per non dimenticare tre anni di lockdown, mascherine, vaccini e abusi di potere". Lei ha ragione nel condannare il comportamento del dott. Anelli e di parte dell’Ordine dei Medici, anche di fronte ai reintegri e alle evidenze che emergono sui danni prodotti da quella gestione e dalle campagne vaccinali, continua a apparirci inaccettabile. Invece di riconoscere gli errori e fare ammenda, si continuano a produrre giustificazioni e a difendere decisioni che hanno prodotto ulteriori sofferenze. Su questo punto la sua denuncia è netta e, dal nostro punto di vista, fondata. Proprio perché non abbiamo mai smesso di dare voce a queste ragioni, le segnaliamo in fondo a questo articolo un video di una conferenza di Paolo Gulisano del 10 settembre 2020 - video censurato da YouTube per tutto il periodo pandemico e tornato finalmente disponibile solo nel 2025 - che documenta con chiarezza quanto già allora era possibile e doveroso fare. La invitiamo a vederlo e a farlo circolare: è un tassello importante di quella verità che per troppo tempo è stata nascosta. Continueremo a seguire queste vicende con lo stesso impegno di sempre, nella convinzione che la verità e la difesa della persona umana debbano prevalere su ogni interesse di potere o di mercato. Grazie ancora per il suo contributo e per la stima che ci dimostra.

    Lettere alla redazione: la verità sul covid
  2. Sep 1

    Lettere alla redazione: quando in famiglia comanda il ricatto emotivo

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8648 LETTERE ALLA REDAZIONE: QUANDO IN FAMIGLIA COMANDA IL RICATTO EMOTIVO di Don Stefano Bimbi   Gentile Redazione, sono una mamma e vi scrivo perché in famiglia ci troviamo da tempo in una situazione che sta diventando sempre più pesante e vorrei capire come interpretarla e soprattutto come comportarci. Abbiamo una figlia, Giulia, ormai abbastanza grande da comprendere le conseguenze dei propri comportamenti. È una ragazza a cui vogliamo molto bene e che ha anche tante qualità, ma da diversi anni abbiamo notato che, quando desidera qualcosa e noi non siamo d'accordo, difficilmente riesce ad accettare un no. Non si limita a manifestare il proprio dispiacere o a cercare di convincerci. Spesso comincia una discussione che può andare avanti molto a lungo, torna continuamente sull'argomento, si arrabbia, alza i toni, ci accusa di non capirla o di non volerle bene. Altre volte smette di parlarci, diventa fredda e ostile per giorni, risponde male o crea in casa un clima talmente pesante che alla fine tutti siamo esasperati. Può capitare, per esempio, che chieda di uscire, partecipare a qualcosa, modificare un programma familiare o ottenere una determinata concessione. Se diciamo di no, comincia una vera battaglia. Ci spiega cento volte perché secondo lei abbiamo torto, poi passa alle accuse: «Non vi importa di me», «con gli altri siete diversi», «volete soltanto farmi stare male», «tanto non mi capite mai». In qualche occasione ha anche detto frasi del tipo: «Allora non vi parlo più» oppure «ricordatevi come mi avete trattata». Il problema è che spesso, dopo ore o giorni di tensione, qualcuno di noi finisce per cedere. A volte cedo io perché non sopporto più di vedere tutta la famiglia in questo stato; altre volte è mio marito a dire: «Diamole quello che vuole, almeno finisce questa storia». Può succedere anche che uno di noi cerchi di mantenere il limite mentre l'altro, vedendola stare male o arrabbiarsi sempre di più, intervenga per venirle incontro. Quando finalmente ottiene ciò che voleva, quasi improvvisamente torna serena, affettuosa e disponibile e in famiglia sembra tornare la pace. Ma alla richiesta successiva ricomincia tutto da capo. Ci siamo resi conto che ormai molte nostre decisioni vengono prese pensando prima di tutto a come reagirà Giulia. A volte rinunciamo perfino a dirle un no che riteniamo giusto perché sappiamo già che cosa ci aspetta dopo. Anche gli altri familiari cercano di non contrariarla, perché nessuno ha voglia di affrontare giorni di tensione. La cosa che mi preoccupa maggiormente è proprio questa: mi sembra che, senza rendercene conto, abbiamo cominciato tutti a vivere cercando di evitare le sue reazioni. E nello stesso tempo ho paura che ogni volta che cediamo le stiamo insegnando che, insistendo abbastanza, alla fine può ottenere ciò che vuole. Non vorrei però essere ingiusta con lei. Non so quanto faccia tutto questo consapevolmente e non credo che sia una ragazza cattiva. Probabilmente soffre davvero quando le diciamo di no e forse in quei momenti si sente realmente non capita. Proprio per questo faccio fatica a capire dove finisca una normale reazione emotiva e dove invece inizi qualcosa di sbagliato nel suo modo di rapportarsi a noi. Mi domando quindi: si può parlare in una situazione del genere di ricatto affettivo o emotivo? Oppure è un'espressione troppo forte? E soprattutto, come possiamo interrompere questo meccanismo senza diventare freddi o duri con nostra figlia? Dobbiamo cercare di evitare le situazioni che provocano queste crisi oppure, al contrario, imparare a sopportare la sua rabbia senza cambiare decisione? Come dobbiamo reagire quando smette di parlarci, ci accusa di non volerle bene o continua una discussione fino allo sfinimento? E come possiamo comportarci quando noi genitori stessi non riusciamo a mantenere una linea comune? Vorremmo aiutarla davvero, ma anche recuperare una maggiore serenità e libertà nella nostra famiglia, perché così abbiamo la sensazione che tutti camminino continuamente sulle uova. Vi ringrazio se potrete darci un consiglio. Nicoletta RISPONDE IL SACERDOTE Cara Nicoletta, dalla situazione che descrivi emerge anzitutto una famiglia che vuole bene a Giulia e che proprio per questo ha cercato tante volte di evitare lo scontro, di comprenderla e di ristabilire rapidamente la serenità. È un desiderio buono, ma può accadere che, nel tentativo di conservare la pace, si finisca senza accorgersene per alimentare un meccanismo che fa male sia alla figlia sia agli altri familiari. Vorrei sottolineare subito un punto: voler bene a una persona non significa darle sempre ciò che desidera, così come dire un no non significa volerle meno bene. Anche nell'educazione dei figli la carità deve sempre andare insieme alla verità e alla responsabilità. La vera pace familiare, del resto, non consiste nell'assenza di ogni tensione ottenuta a qualunque prezzo, ma in rapporti nei quali ciascuno possa amare ed essere amato senza essere costretto dalla paura delle reazioni dell'altro. Da quello che racconti, mi sembra quindi utile dare un nome al meccanismo che si è instaurato, senza per questo formulare diagnosi su Giulia, né attribuirle necessariamente intenzioni cattive. Si parla di ricatto emotivo quando una persona, per ottenere ciò che vuole, fa capire agli altri (esplicitamente o implicitamente) che, se non si adeguano, pagheranno un prezzo affettivo: rabbia, silenzio ostile, accuse, scenate, vittimismo, minacce di rottura, colpevolizzazione, ostilità prolungata, ecc. Alla fine gli altri cedono non perché siano convinti, ma per evitare le conseguenze psicologiche del suo disappunto. Nel vostro caso si è inoltre creato qualcosa di più ampio: un meccanismo familiare nel quale le reazioni di Giulia finiscono per condizionare sempre più le decisioni degli altri. Giulia ha imparato che, aumentando sufficientemente la tensione, prima o poi gli altri cedono. E contemporaneamente la famiglia ha imparato che il modo più rapido per ristabilire la pace è accontentarla. Si crea così un circolo vizioso: lei pretende → gli altri resistono → lei aumenta il conflitto → gli altri cedono → torna la pace → lei impara che il conflitto funziona. Si può quindi parlare di una dinamica familiare in qualche misura coercitiva, perché le reazioni di Giulia finiscono per condizionare stabilmente la libertà degli altri membri della famiglia. Se poi prevalgono frasi come «se mi volessi bene, faresti questo», «nessuno mi capisce», «allora non vi parlerò più», ecc., la definizione di ricatto affettivo è particolarmente appropriata. Si verifica inoltre un meccanismo simile a quello che in psicologia viene chiamato "accomodamento familiare" (family accommodation): gli altri familiari modificano progressivamente il proprio comportamento per prevenire o attenuare le crisi della persona. Apparentemente mantengono la pace, ma rischiano involontariamente di rafforzare proprio il comportamento che vorrebbero eliminare in Giulia, oltre a limitare ingiustamente la libertà propria. Non significa necessariamente che Giulia abbia un disturbo psicologico o che lo faccia sempre con piena consapevolezza. Una persona può aver imparato questa modalità relazionale nel corso degli anni semplicemente perché ha scoperto che funziona. Il punto decisivo, in questi casi, è che la soluzione normalmente non consiste nel cercare di evitare ogni sua reazione negativa: proprio questo mantiene il meccanismo. Bisogna invece imparare a tollerare la sua protesta senza cedere automaticamente, distinguendo il volerle bene dal fare ciò che pretende. Non vi sto dicendo di diventare duri con lei. Al contrario: continuate a volerle bene, ad ascoltarla, a riconoscere quello che di buono c'è in lei e ad aiutarla quando è giusto farlo. Ma dovete cercare di uscire dalla logica per cui la serenità di tutta la famiglia dipenda dal fatto che lei venga sempre accontentata. Se poi questa dinamica dura ormai da molto tempo o condiziona pesantemente tutta la vita familiare oppure dovesse arrivare a minacce gravi, aggressività, distruzione di cose o minacce di farsi del male, credo sarebbe opportuno farvi aiutare anche da uno psicologo o da un terapeuta familiare, indipendentemente dal fatto che lei inizialmente voglia partecipare oppure no. Perché il primo cambiamento può cominciare anche semplicemente dal modo diverso in cui voi imparate a reagire alle sue pressioni. La cosa fondamentale, secondo me, è questa: dovete farle sperimentare che il vostro affetto per lei non viene meno quando le dite di no, ma nello stesso tempo che rabbia, silenzi, accuse e sensi di colpa non sono strumenti con i quali può decidere per tutta la famiglia. Continuando a cedere per "mantenere la pace", rischiate in realtà di mantenere proprio il problema. La pace ottenuta accontentandola dopo una lunga pressione non è una vera pace, ma soltanto una tregua: lei impara che, se insiste abbastanza, se si arrabbia, se smette di parlare o fa sentire gli altri in colpa, prima o poi ottiene quello che vuole. Per questo la cosa più importante sarebbe che voi familiari cercaste, per quanto possibile, di avere una linea comune. Se uno mette un limite e poi un altro cede, il meccanismo inevitabilmente continua. Il messaggio dovrebbe essere semplice e stabile: «Ti vogliamo bene, siamo disponibili ad ascoltarti e a parlarne, ma non cambieremo una decisione soltanto perché ti arrabbi, non ci parli o ci fai sentire in colpa». Lo so è difficile, ma inizi

    Lettere alla redazione: quando in famiglia comanda il ricatto emotivo
  3. Aug 25

    Lettere alla redazione: amicizia spirituale e direzione spirituale

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8644 LETTERE ALLA REDAZIONE: AMICIZIA SPIRITUALE E DIREZIONE SPIRITUALE di Don Stefano Bimbi   Buongiorno amici di BastaBugie, vi scrivo perché il vostro sito è veramente illuminante per noi giovani che cerchiamo un po' di verità in questo mondo e raramente la troviamo a scuola e tra gli amici. Vorrei chiedervi un consiglio su una situazione che non riesco a capire bene. Da diverso tempo ho un rapporto di grande confidenza con il mio parroco che conosco e stimo molto. Lui è abbastanza giovane, rispetto alla media dei sacerdoti, però ha grande esperienza. Parliamo spesso di fede, delle difficoltà che incontro nella vita cristiana, delle mie scelte e anche di alcune questioni personali. Lui mi ascolta, mi dà consigli, qualche volta mi corregge e mi aiuta a vedere le cose alla luce della fede. Anch'io conosco qualcosa della sua vita, delle sue preoccupazioni e delle sue fatiche visto che sono spesso in parrocchia. Per questo tra noi c'è anche un rapporto di amicizia e di affetto sincero. Proprio per questo mi è venuto un dubbio: questo rapporto si può definire direzione spirituale oppure è semplicemente un'amicizia spirituale con un sacerdote? Lui dice spesso a noi giovani che il padre spirituale dovrebbe essere una persona alla quale si manifesta con una certa regolarità la propria vita interiore e dalla quale si accettano indicazioni per il proprio cammino. Nel mio caso non abbiamo mai stabilito formalmente che lui fosse il mio padre spirituale: semplicemente, nel tempo, è diventato spontaneo confidarmi con lui e chiedergli consiglio. Ho letto in internet che c'è una differenza tra amicizia spirituale e direzione spirituale. Mi sono quindi chiesta se queste possano esistere contemporaneamente con la stessa persona. In pratica vorrei sapere: un sacerdote che è anche un amico può essere un buon padre spirituale oppure l'amicizia rischia di confondere i due rapporti? E inoltre: come si può capire concretamente quale dei due rapporti si sta vivendo e quali limiti sarebbe bene mantenere perché rimanga qualcosa di sano e veramente orientato a Dio? Grazie per l'aiuto e per il vostro lavoro. Noemi RISPONDE IL SACERDOTE Cara Noemi, la domanda che poni è molto interessante perché riguarda una distinzione che nella pratica non è così immediata. Quando tra una persona e un sacerdote nasce una confidenza profonda, fondata sulla fede, sulla stima e sul desiderio di cercare insieme la volontà di Dio, è facile domandarsi se ci si trovi davanti a una vera direzione spirituale oppure a una semplice amicizia spirituale (la quale può esserci anche con una persona che non è sacerdote). Le due realtà possono certamente intrecciarsi e avere molti elementi in comune, ma non coincidono. È quindi utile comprenderne bene la differenza, anche per vivere il rapporto con maggiore libertà e chiarezza. L'amicizia spirituale con un sacerdote e la direzione spirituale possono avere molti elementi in comune (confidenza, dialogo sulla fede, preghiera, ricerca della volontà di Dio), ma sono due rapporti diversi soprattutto per finalità, reciprocità e responsabilità. L'amicizia spirituale è anzitutto una vera amicizia cristiana: due persone si vogliono bene in Cristo e per aiutarsi a camminare verso Dio. Se una delle due è un sacerdote, questi può certamente avere in essa una funzione particolare per la sua esperienza e il suo ministero, ma rimane un rapporto fondamentalmente reciproco e paritario. Ci si racconta, ci si sostiene, si condividono gioie, sofferenze, riflessioni spirituali, si può pregare l'uno per l'altro e anche correggersi fraternamente. Non necessariamente l'amico sottopone al giudizio del sacerdote le proprie decisioni. La direzione spirituale, invece, ha uno scopo più preciso: aiutare una persona a conoscere se stessa davanti a Dio, individuare l'azione della grazia e le tentazioni, riconoscere la propria vocazione e crescere nella santità. Per questo è un rapporto strutturalmente asimmetrico. Il diretto apre la propria interiorità e il padre spirituale ascolta, illumina, giudica, corregge e consiglia. Non è previsto che il sacerdote, a sua volta, apra allo stesso modo la propria coscienza al diretto. Se lo facesse sistematicamente, i ruoli finirebbero per confondersi. La differenza si potrebbe sintetizzare così: nell'amicizia spirituale prevale il «camminiamo insieme verso Dio», mentre nella direzione spirituale prevale il «ti aiuto a capire come Dio sta conducendo te». Anche il contenuto delle confidenze è diverso. Con un amico spirituale posso parlare profondamente di alcuni aspetti della mia vita, ma non sono tenuto a manifestargli con una certa completezza e continuità le tentazioni, i moti interiori, le resistenze alla grazia, i criteri delle mie decisioni. Nella direzione spirituale proprio questo "materiale" interiore diventa essenziale affinché il sacerdote possa guidare l'anima che a lui si consegna. Un'altra differenza importante riguarda la libertà del consiglio. L'amico può dare un parere e questo può essere seguito oppure no. Invece il padre spirituale deve cercare di dare un giudizio equilibrato sapendo che questo può impegnare la coscienza del diretto. Naturalmente il padre spirituale non sostituisce la coscienza del diretto e, salvo questioni oggettive di morale cristiana, non deve trasformare il rapporto in obbedienza cieca su ogni scelta. Le due realtà possono, però, convivere nella stessa persona. Un padre spirituale può diventare nel tempo anche una persona verso la quale nasce un'amicizia spirituale. Anzi, un certo affetto umano e soprannaturale può rendere la direzione spirituale più feconda. Ma occorre avere chiaro che l'amicizia non deve impedire al sacerdote di correggere, ammonire ed educare la persona. Come possono convivere nella stessa persona, però i due ruoli possono anche essere distinti. Si può avere un padre spirituale e, contemporaneamente, anche un sacerdote con cui si ha una sana amicizia spirituale. Basta che non ci sia confusione per cui, ad esempio, sarebbe scorretto porre a entrambi le stesse questioni per il discernimento, giusto per curiosità oppure, peggio ancora, in modo poi da scegliere la risposta che più aggrada. La direzione spirituale necessita di un solo sacerdote che faccia da padre spirituale, non si possono avere contemporaneamente due padri spirituali, magari con la scusa che uno solo lo è, mentre l'altro è "solo" un amico spirituale. Va infine precisata un'ultima cosa: l'amicizia spirituale e la direzione spirituale sono cosa diversa dalla confessione sacramentale. Il confessore giudica e assolve i peccati di cui il penitente si accusa e questo sacerdote si può cambiare nel tempo e addirittura ad ogni confessione, invece il padre spirituale si trova a giudicare quasi tutte le situazioni critiche della vita del diretto ed è tendenzialmente sempre lo stesso per tutta la vita. Altra cosa è l'amico spirituale, il quale condivide fraternamente il cammino cristiano incoraggiando e sostenendo, magari dando anche piccoli e semplici consigli pratici senza per questo giudicare l'altro. In sintesi, sebbene sia preferibile normalmente confessarsi dal proprio padre spirituale, ci possono essere situazioni in cui questo è difficoltoso per cui ci si può confessare anche da un altro sacerdote. Torniamo adesso alla domanda iniziale e cioè se un sacerdote che è anche un amico possa essere un buon padre spirituale oppure se l'amicizia può rischiare di confondere il rapporto. Si può tranquillamente dire che la stessa persona può ricoprire anche tutti e due i ruoli, ma direzione spirituale ed amicizia spirituale rimangono concettualmente distinte. Se il rapporto con il sacerdote conduce a una maggiore libertà interiore, a una più profonda unione con Dio e a una crescente capacità di compiere il bene, allora ci sono buoni motivi per ritenere che la direzione spirituale stia portando frutto. Al contrario, occorre fare attenzione quando il sacerdote riversa abitualmente sull'altra persona confidenze eccessivamente intime, esprime con facilità giudizi inappropriati su altre persone, le chiede continuamente consiglio sulle decisioni importanti della propria vita, manifesta gelosia per altri rapporti o amicizie, oppure favorisce un legame di dipendenza reciproca che tende all'esclusività. In questi casi non siamo più davanti a una sana amicizia spirituale: i ruoli si sono confusi e il rapporto rischia di danneggiare spiritualmente entrambi. Se questa dinamica non può essere corretta ristabilendo limiti chiari, può diventare necessario prendere le distanze e anche interrompere il rapporto. Nel caso concreto che descrivi, il punto decisivo non è tanto dare subito un nome al rapporto, quanto chiederti quale funzione esso svolga realmente. Se soprattutto vi sostenete reciprocamente nella fede e condividete il vostro cammino cristiano, siamo nell'ambito dell'amicizia spirituale. Se oltre a questo lo senti come un padre e per questo gli apri con continuità la tua vita interiore proprio perché egli ti aiuti a giudicare, correggere e orientare il tuo cammino, allora il rapporto assume propriamente i caratteri della direzione spirituale. Le due cose possono convivere, purché rimangano ordinatamente distinte. Il Signore ti dia luce per comprendere e vivere questo rapporto nel modo più vero, perché possa condurti sempre più vicino a Lui.

    Lettere alla redazione: amicizia spirituale e direzione spirituale
  4. May 12

    Lettere alla redazione: non seguo più don Leonardo Maria Pompei

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8535 LETTERE ALLA REDAZIONE: NON SEGUO PIU' DON LEONARDO MARIA POMPEI di Don Stefano Bimbi   Gentile Redazione, vi scrivo per condividere una riflessione personale, nata dopo aver ascoltato la comunicazione pubblica di Don Leonardo Maria Pompei che, il 3 settembre scorso, ha annunciato la propria dolorosa decisione di lasciare la piena comunione visibile con la Chiesa cattolica. Non scrivo con spirito polemico, né con il desiderio di giudicare la coscienza di una persona. Scrivo, piuttosto, da fedele cattolica che ha ricevuto molto da quel sacerdote e che, proprio per questo, ha vissuto con grande sofferenza quanto accaduto. Ho seguito in diretta la sua comunicazione e ho ascoltato con sincero struggimento il racconto del suo cammino, segnato da difficoltà, incomprensioni, ferite e sofferenze. Mentre parlava, mi venivano in mente altri sacerdoti che conosco, pochi in verità, i quali hanno dovuto integrare con fatica la formazione ricevuta in seminario e che oggi portano avanti il loro ministero con fedeltà al Signore e al Vangelo, spesso nel nascondimento, tra mille difficoltà, dosando coraggio e prudenza, sopportando compromessi e sofferenze. Li porto tutti nel cuore, perché in questi tempi di grande confusione la loro opera è più che mai preziosa. Purtroppo, nella zona in cui vivo, è molto difficile trovare sacerdoti capaci di offrire una guida sicura nella fede cattolica. Per questo, insieme a mio marito, abbiamo spesso fatto molti chilometri in giro per l'Italia, pur di incontrare pastori rimasti fedeli al Signore e capaci di guidare le anime sulle Sue vie. È proprio questa ricerca di pastori fedeli al Pastore grande che mi aveva portato a conoscere e seguire anche Don Leonardo. Gli devo molto. Da lui ho ricevuto insegnamenti, esempi e richiami che hanno inciso concretamente sulla mia vita cristiana. Non posso dimenticare, per esempio, che anche il mio modo di vestire è cambiato in seguito ai suoi accorati inviti alla modestia e al decoro. Anche la recita del rosario intero, la coroncina delle dodici stelle, la preghiera all'angelo custode ogni volta che mi metto al volante, insieme ad altre preghiere e buone abitudini, hanno avuto origine dalle sue catechesi e dal suo esempio. A lui devo anche uno sguardo nuovo sui sacerdoti: sulla loro dignità, legata al ministero ricevuto, e sul rispetto che è loro dovuto. Per tutto questo provo una sincera gratitudine. Lo ringrazio di cuore per essersi speso, negli anni, per aiutare tanti fedeli a sollevare lo sguardo dalla terra al Cielo, soprattutto in un tempo segnato da confusione, smarrimento e tradimenti dentro la Chiesa. Tutta questa gratitudine, però, non mi ha spinta a seguirlo nella strada che ha deciso di intraprendere. Appena terminata la sua comunicazione del 3 settembre, dissi a mio marito: "Capisco perfettamente, ma non condivido". E dopo vari mesi è ancora questa la mia posizione. Comprendo il dolore. Comprendo lo scandalo davanti a tante deviazioni dottrinali, liturgiche e morali. Comprendo la fatica di vedere la Chiesa attraversata da crisi profonde e da comportamenti che feriscono le anime. Ma comprendere non significa approvare ogni scelta che da quel dolore nasce. Non posso condividere la decisione di rompere con la Chiesa Cattolica visibile, perché il rischio spirituale è troppo grande. Lo stesso Don Leonardo, in passato, parlando del caso di P. Giorgio Maria Farè, aveva osservato che seguire un sacerdote sospeso o separato dalla disciplina ecclesiale poteva mettere in confusione le anime e comportare rischi anche per i fedeli. Trovai allora quella riflessione molto condivisibile, e sono rimasta nella stessa posizione anche davanti alla sua scelta, sebbene con grande dispiacere. Il punto decisivo, per me, è questo: se Nostro Signore non confermasse il giudizio di chi ritiene decaduta l'autorità delle attuali gerarchie della Chiesa, il rischio sarebbe quello di trovarsi, magari senza volerlo, fuori dalla Chiesa Cattolica. E questo significherebbe mettere a repentaglio il proprio destino eterno. Non sono disposta a correre questo rischio. Per questo, a malincuore, ho smesso di seguire Don Leonardo. Non per ingratitudine. Non perché abbia dimenticato il bene ricevuto. Non perché non riconosca la sua sofferenza. Ma perché, davanti al dubbio, preferisco restare aggrappata alla Chiesa Cattolica, anche quando è ferita, anche quando è umiliata, anche quando i suoi uomini danno scandalo. Sono certa che il Signore non abbandona chi cerca sinceramente la verità. Infatti, poco dopo, la Provvidenza mi ha offerto l'occasione di approfondire il rapporto con un altro sacerdote che già conoscevo e stimavo, e questo mi è sembrato una conferma della scelta fatta. Continuo comunque a pregare per Don Leonardo. Chiedo al Signore che lo illumini, lo custodisca, lo guidi in ogni passo e gli faccia comprendere qual è la strada più sicura per il Paradiso. Questa lettera nasce dunque da un sentimento duplice: da una parte la gratitudine per il bene ricevuto, dall'altra la convinzione che nessun dolore, nessuna crisi, nessuno scandalo possa giustificare una scelta che espone le anime al rischio di separarsi dalla Chiesa cattolica. In tempi come questi, forse, la prova più grande non è solo riconoscere gli errori e le infedeltà presenti nella Chiesa. La prova più grande è rimanere cattolici fino in fondo, senza chiudere gli occhi davanti al male, ma senza neppure lasciarsi trascinare fuori dall'unico ovile di Cristo. Con gratitudine e preghiera, Nadia RISPONDE IL SACERDOTE Gentile Nadia, ti ringrazio sinceramente per la tua lettera. L'ho letta con attenzione, con rispetto e anche con commozione, perché dalle tue parole traspare non solo una sofferenza autentica, ma anche un amore vero per la Chiesa e per il sacerdozio. Hai saputo distinguere il bene ricevuto da una persona dalla scelta che quella stessa persona ha poi compiuto. Questo è un segno di grande equilibrio cristiano. Non hai rinnegato il bene, non hai cancellato la gratitudine, non hai ceduto alla durezza del giudizio; ma, nello stesso tempo, non hai trasformato la gratitudine in dipendenza spirituale. È una distinzione decisiva. Nella vita della Chiesa può accadere che un sacerdote, anche capace di fare del bene, anche dotato di zelo, anche capace di richiamare i fedeli alla preghiera, alla modestia, alla devozione, alla serietà della vita cristiana, giunga poi a compiere scelte oggettivamente pericolose. Questo non cancella automaticamente il bene fatto in precedenza, ma obbliga i fedeli a esercitare prudenza, discernimento e obbedienza alla Chiesa. Tu hai colto bene il punto centrale: il rischio non è piccolo. Quando un sacerdote si pone fuori dalla disciplina della Chiesa, o invita i fedeli a seguirlo in un cammino di rottura, non si tratta più soltanto di una questione personale. Le anime possono entrare in confusione. La sofferenza per la crisi della Chiesa, se non è custodita nell'umiltà e nell'obbedienza, può trasformarsi in una via di separazione. E questo è sempre un pericolo grave. È vero: oggi molti fedeli soffrono. Vedono ambiguità, scandali, silenzi, cedimenti, e talvolta si sentono spiritualmente abbandonati. Non bisogna minimizzare questa sofferenza. Sarebbe ingiusto e anche poco pastorale. Ma proprio perché la crisi è reale, occorre essere ancora più saldi nel principio cattolico: la Chiesa non è nostra, è di Cristo. E si rimane nella Chiesa non perché tutto vada bene, non perché tutti i pastori siano esemplari, non perché ogni decisione umana sia prudente o santa, ma perché lì Cristo ha posto la sua Chiesa, i suoi sacramenti, la sua autorità e la via ordinaria della salvezza. Il Signore non ci ha promesso una Chiesa senza croce. Ci ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Questa promessa non elimina le prove, ma ci impedisce di cercare una "Chiesa più pura" fuori dalla Chiesa reale, visibile, ferita, umiliata e tuttavia ancora santa perché fondata da Cristo e vivificata dallo Spirito Santo. Per questo la tua decisione di non seguire quel sacerdote nella rottura è cristianamente saggia. Non è una decisione impulsiva, né superficiale. È una decisione sofferta, ma ordinata. Tu non hai detto: "Non ho ricevuto nulla da lui". Hai detto, piuttosto: "Ho ricevuto molto, ma non posso mettere a rischio la mia comunione con la Chiesa". Questa è una posizione cattolica. Ti direi anche di non trasformare questa ferita in amarezza. Continua a pregare per quel sacerdote, come già stai facendo. Prega perché il Signore lo riconduca a una piena comunione ecclesiale. La preghiera per un sacerdote in difficoltà è un'opera di carità grande. Ma la carità non chiede di seguirlo nell'errore; chiede di volere sinceramente il suo bene eterno. Quanto al tuo cammino personale, continua a cercare buoni sacerdoti, ma senza dimenticare che il punto fermo non può mai essere il carisma di un singolo. Un sacerdote può aiutare molto, ma il centro resta Cristo nella sua Chiesa. Quando un fedele lega troppo la propria vita spirituale a una persona, anche ottima, rischia di essere travolto se quella persona cade, cambia strada o si smarrisce. La Provvidenza, come tu stessa hai riconosciuto, non ti ha lasciata sola. Il fatto che tu abbia già trovato un altro sacerdote capace di accompagnarti è un dono. Accoglilo con gratitudine, ma sempre con quella libertà interiore che nasce dalla fede: i sacerdoti sono strumenti, preziosi e necessari, ma non sono il fondamento ultimo della nostra speranza. La tua lettera può fare bene a molti lettori, perché esprime una verità s

    Lettere alla redazione: non seguo più don Leonardo Maria Pompei
  5. Mar 31

    Lettere alla redazione: il digiuno e le bestemmie

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8497 LETTERE ALLA REDAZIONE: IL DIGIUNO E LE BESTEMMIE di Don Stefano Bimbi   Gentile redazione di BastaBugie, mi scuso se vi disturbo, ma avrei bisogno di una indicazione su come devo comportarmi questo Venerdì Santo e lo chiedo a voi perché vi conosco da tempo come un sito serio, cattolico e soprattutto equilibrato. Ormai da due mesi ho incominciato a lavorare qualche settimana in una azienda agricola e questo tipo di lavoro richiede forza fisica, ma anche precisione e attenzione. Per questo motivo ho bisogno di mangiare per avere le energie per compiere bene il lavoro. Quello che mi turba è che mangiando in modo completo, romperei il digiuno richiesto il Venerdì Santo e quindi mi chiedo se possa esserci un modo, approvato dalla Chiesa, per fare un digiuno "ridotto" o se era possibile fare il digiuno il giorno dopo in compensazione. Inoltre avrei un'altra questione: a lavoro mi capita spesso di sentire molte bestemmie contro Nostro Signore e anche contro la Madonna e sebbene mi dia fastidio ho trovato il modo di conviverci cercando di pregare in riparazione delle bestemmie. Il problema sorge però quando queste bestemmie che sento mi rimangono in testa e si presentano sotto forma di pensieri. Io so che un pensiero così intrusivo non è considerato peccato perché manca la volontà di dire la bestemmia, ma a volte la bestemmia mi risuona in testa in modo così lineare con il mio pensiero che non riesco a capire se lo ho fatto con volontà o no. Una cosa che però mi ha dato pace è stato il fatto che in quel momento ho provato un forte disgusto contro me stesso. Nel dubbio io lo ho comunque confessato come peccato nell'ultima confessione, ma può considerarsi peccato? Filippo RISPOSTA DEL SACERDOTE Caro Filippo, per quanto riguarda il digiuno del Venerdì Santo, stai sereno. La Chiesa non chiede mai di mettere in pericolo la salute o di impedire il compimento serio dei propri doveri di stato. Se il lavoro che svolgi richiede attenzione, energie e lucidità, e se per questo hai bisogno di mangiare in modo adeguato, puoi farlo senza scrupolo. E comunque puoi attenerti alla forma minima di digiuno previsto e cioè: un po' di cibo al mattino, un pasto normale a pranzo, un po' di cibo alla sera. Questa è la forma minima di digiuno. Ovviamente si può fare anche di più, ma non è obbligatorio. Nei cinque precetti generali della Chiesa è previsto anche l'obbligo di fare la comunione almeno a Pasqua. Ovviamente si può fare anche più volte, ma è obbligatoria solo a Pasqua. Così il digiuno nella forma minima è obbligatorio anche se può essere "ampliato" fino a fare un digiuno vero e proprio, cioè non mangiare nulla da mattina a sera. Ovviamente va ricordato che l'acqua e le medicine non interrompono il digiuno. E va tenuto conto che una persona normale può benissimo digiunare completamente un giorno senza problemi. Chi invece inizia ad avere una certa età o ha problemi di salute o deve fare un lavoro fisicamente gravoso può mitigare il digiuno. E comunque a sessanta anni cessa l'obbligo del digiuno, anche se ovviamente si può fare lo stesso. Quello che invece ha poco senso è "recuperare" il digiuno il giorno dopo come se fosse la stessa cosa. O si è obbligati a qualcosa e allora la si fa, oppure non si è obbligati e quindi non c'è nessun motivo di recuperare. Analogamente a chi non può andare alla Messa perché malato, non deve poi recuperare un altro giorno. Quanto alla questione delle bestemmie che senti a lavoro, da quello che descrivi non mi pare sia peccato, ma piuttosto sofferenza e prova. I pensieri intrusivi, specialmente quando nascono da cose ascoltate contro la propria volontà, non sono peccato finché non vengono accolti volontariamente. Il fatto che tu ne provi disgusto e dolore è già segno che la tua volontà non aderisce affatto a quelle bestemmie. Anzi, proprio quel disgusto mostra che dentro di te c'è amore per il Signore e per la Madonna. Capisco però che, quando certe parole restano in testa, possa nascere confusione e scrupolo. In questi casi non devi metterti ad analizzare troppo se ci sia stata piena volontà oppure no, perché spesso questo aumenta solo l'ansia. Quando ti accorgi di questi pensieri, fa' con semplicità un atto d'amore: "O Gesù d'amore acceso, non ti avessi mai offeso", oppure "O clemente o pia o dolce vergine Maria", o anche solo il segno della croce. Poi vai avanti senza spaventarti e senza tornare sopra continuamente con la mente. Hai fatto bene, nel dubbio, a portare tutto in confessione, ma adesso su questa cosa cerca di stare in pace e di non riesaminarti troppo. Non tutto ciò che passa per la mente è colpa. Il peccato sta nel consenso volontario, non nella semplice impressione subita o nel pensiero che si affaccia senza essere voluto. Questa è una tentazione, non un peccato. Ti incoraggio anche a continuare quella bella riparazione interiore che già fai quando senti bestemmiare, ma sempre con pace, senza appesantirti oltre misura. Il Signore vede il tuo amore e la tua fedeltà nascosta. Visto che a bestemmiare sono i tuoi colleghi di lavoro non puoi nemmeno fare più di tanto. Al limite puoi fargli notare che le bestemmie sono per te offensive in quanto vanno contro quello in cui credi fermamente. Ma se loro continuano non puoi farci nulla. Anzi, a volte, è meglio non dire nulla per evitare che sia controproducente e magari inizino a bestemmiare di più. Invece il datore di lavoro ha un obbligo serio di far rispettare il nome di Dio e dei santi. Lui ha il potere per vietare le condotte gravemente immorali come appunto la bestemmia. E se ha il potere, ne ha anche la responsabilità. Come un genitore nel confronto del figlio o un insegnante nei confronti dell'alunno. Insomma chi è un gradino superiore ha non solo la possibilità, ma anche l'obbligo di vietare la bestemmia. Anche nel calcio l'arbitro ha la responsabilità di espellere chi bestemmia in campo. Per tornare a te, invece c'è da porsi la domanda se restare in quel posto di lavoro visto che sentire le bestemmie tutti i giorni non è salutare al pari di respirare polveri tossiche per chi si occupa di vernici.  Ti accompagno con la preghiera in questa Settimana Santa, perché tu possa vivere il mistero della Passione del Signore con fiducia, semplicità e amore. Il Signore ti benedica e ti custodisca.

    Lettere alla redazione: il digiuno e le bestemmie
  6. 12/30/2025

    Lettere alla redazione: le intenzioni nella Messa

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8394 LETTERE ALLA REDAZIONE: LE INTENZIONI NELLA MESSA di Don Stefano Bimbi   Gentile Redazione, desidero ringraziarvi per l'articolo dal titolo "Il morto ha bisogno di suffragi, non applausi", pubblicato nella edizione del 30 ottobre 2024, dedicato alle intenzioni della Messa, tema importante e spesso fonte di domande tra i fedeli. Proprio per questo motivo, mi permetto di segnalare con rispetto un possibile equivoco legato all'esempio utilizzato, quello della "mela divisa", per spiegare la differenza tra una Messa offerta per una sola persona e una Messa offerta per più persone. Pur comprendendo l'intento catechetico e la volontà di usare un'immagine semplice, l'esempio rischia di risultare teologicamente inadeguato, perché può suggerire che la Messa sia un bene "divisibile" e che, offerta per più persone, valga "di meno" per ciascuna. La dottrina della Chiesa, invece, insegna che la Messa è sempre "intera" e che la differenza non sta nella divisione del sacrificio, ma nella ripetizione dell'atto di offerta. Molti fedeli, soprattutto se poco formati, potrebbero ricavarne l'idea non corretta di una sorta di "mezza Messa", mentre sarebbe più adeguato parlare di atti distinti di affidamento al sacrificio di Cristo. Condivido questa osservazione nello spirito di una riflessione comune e con stima per il vostro lavoro di divulgazione e formazione. Con riconoscenza, Don Francesco RISPOSTA DEL SACERDOTE (autore dell'articolo) Gentile Don Francesco, la ringrazio sinceramente per la sua osservazione, che accolgo come un contributo prezioso al necessario rigore dottrinale che dobbiamo sempre avere. Lei ha pienamente ragione nel rilevare che l'esempio della "mela divisa", così come ho utilizzato nell'articolo, può risultare teologicamente inadeguato. Pur essendo nato in un contesto pastorale come tentativo di rendere accessibile un concetto complesso a fedeli poco formati, l'esempio rischia in effetti di suggerire un'idea non conforme alla dottrina cattolica: cioè che il sacrificio eucaristico sia un bene quantitativamente divisibile o che il suo frutto speciale si "ripartisca" in modo materiale tra più destinatari. La dottrina della Chiesa, come chiarito dalla tradizione teologica a partire da san Tommaso d'Aquino e dalla manualistica classica, insegna invece che: 1) la Messa è sempre il sacrificio intero e indiviso di Cristo; 2) il suo valore è infinito e non soggetto a divisione; 3) la differenza tra una Messa applicata una volta e più Messe applicate più volte non riguarda una "porzione" del sacrificio, ma la ripetizione dell'atto applicativo da parte del ministro della Chiesa. In questo senso, è più corretto affermare che due Messe costituiscono due atti distinti di applicazione del sacrificio, ciascuno pienamente valido e intero, mentre una sola Messa applicata a più persone resta comunque una vera Messa per ciascuna, senza che si possa parlare di "metà" o di riduzione del frutto in senso quantitativo. L'esempio della mela era nato perché le persone pensano che facendo dire una messa per i due genitori sia la stessa cosa che dire due messe una per ciascuno. A tal proposito va ricordato che non è esattamente la stessa cosa. L'intenzione di una Messa per due persone è una vera Messa per entrambe, ma due Messe separate sono un dono più grande, perché l'applicazione è fatta due volte. Quindi fare dire più Messe aumenta il beneficio nonostante il valore di ogni Messa sia infinito. Per superare l'apparente contraddizione occorre distinguere tra il valore oggettivo del sacrificio (che è infinito perché è il sacrificio di Cristo) e la sua applicazione (che è invece finita, concreta e ripetibile, perché avviene nel tempo attraverso atti distinti della Chiesa). La Messa non "aumenta" Cristo, né il valore della sua offerta, ma ogni celebrazione costituisce un nuovo atto di applicazione di quell'unico sacrificio infinito. Per questo una Messa applicata una volta e la stessa Messa applicata due volte non producono lo stesso beneficio, non per divisione del sacrificio, ma per ripetizione dell'atto di offerta. Pensiamo a un medicinale perfetto che guarisce davvero. Il medicinale è potentissimo, ma va assunto ogni volta. Il medicinale non diventa "più potente", ma l'effetto cresce perché l'atto della sua assunzione si ripete. È lo stesso principio che vale per la preghiera, i sacramenti o ogni atto di culto: i frutti spirituali crescono nella misura in cui la Chiesa e i fedeli ripetono più volte gli atti di culto, senza ovviamente pensare che questi aumentino il valore del sacrificio di Cristo sulla croce. In conclusione, don Francesco la ringrazio per la sua osservazione giusta e opportuna: è essenziale evitare esempi ambigui che possano essere fraintesi, mentre è doveroso spiegare la distinzione tra valore infinito del sacrificio e modalità finite della sua applicazione.

    Lettere alla redazione: le intenzioni nella Messa
  7. 12/16/2025

    Lettere alla redazione: comunione sulla lingua insultata dal pulpito

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8379 LETTERE ALLA REDAZIONE: COMUNIONE SULLA LINGUA INSULTATA DAL PULPITO di don Stefano Bimbi   Gentile redazione di BastaBugie, ho scoperto da qualche mese il vostro sito e devo dire che è davvero un sollievo leggere le notizie che voi riportate. Non tanto perché siano notizie rassicuranti, ma perché il bene viene presentato come il bene e il male viene chiamato anch'esso per nome. Vi scrivo per una cosa successa stamattina. Ero a Messa con il mio fidanzato e suo padre. Il sacerdote, prima di scendere a distribuire la Comunione, ha detto: «Mi raccomando, noi siamo persone e le persone mangiano con le mani; sono i cani che mangiano con la bocca. Quindi si riceve l'Eucaristia come le persone e non come gli animali». Sono rimasta basita e ammetto che mi stavo già innervosendo. Dal momento che noi riceviamo la Comunione sulla lingua, normalmente ci accostiamo per ultimi, per non mettere in imbarazzo i sacerdoti o gli altri fedeli. Sentendo però quelle frasi pronunciate dal sacerdote, ci siamo velocemente confrontati e abbiamo deciso di andare comunque a fare la Comunione, come sempre in fondo e per ultimi. Davanti a me c'era il mio futuro suocero, al quale, non appena si è inginocchiato, il sacerdote ha detto: «Sulle mani!». Allora lui ha risposto: «Dai, dai, lo sai che non puoi farlo» (perché questo sacerdote era già stato richiamato dal vescovo, anche se solo verbalmente, dato che il vescovo non nasconde di pensarla come lui). Il sacerdote, mentre gli dava la Comunione, ha poi detto ad alta voce: «Qui si parla di obbedienza alla Chiesa», cosa assurda, visto che è lui a non voler obbedire alla Chiesa. Poi sono andata io e, scocciato, ha dato la Comunione anche a me. Subito dopo è arrivato il mio fidanzato e ho sentito che gli diceva: «Siete pidocchi». A quel punto non sono davvero riuscita a trattenermi e a calmarmi, anche perché tutti stavano sentendo che ci stava insultando, e gli ho detto a voce abbastanza alta: «Ma questo è un abuso; ne renderà conto». Ovviamente io intendevo che ne avrebbe reso conto al Signore, non a un uomo o al vescovo; non so però se questo fosse chiaro. Il mio fidanzato mi ha portata via e, una volta tornato sull'altare, il sacerdote ha continuato dicendo: «Chiediamo a Gesù di donarci il suo amore e di toglierci questo odio che abbiamo dentro e questa fissazione per la Tradizione». Finita la Messa, una ragazza mi si è avvicinata dicendo di pensarla come me, ma di lasciare stare, perché secondo lei il sacerdote si comporta così apposta per fare in modo che noi non andiamo più a Messa da lui, ma dai lefebvriani. Io non so se devo confessarmi o sentirmi in colpa per avergli risposto davanti a tutti. Onestamente non mi sento in colpa, né mi sento male per ciò che ho fatto. So che non è servito, perché lui continuerà a fare così, ma in quel momento, sentendo che insultava Il mio fidanzato in quel modo, non ce l'ho davvero fatta a contenermi. Tra l'altro, Il mio fidanzato mi ha poi detto che il sacerdote non aveva detto «siete pidocchi», ma «siete bigotti». In effetti avevo capito male; fatto sta che, presa dal nervoso, gli ho comunque risposto. So che bisognerebbe essere umili, però non ce l'ho fatta, perché ho percepito chiaramente la cattiveria e l'odio nei nostri confronti. Per questo chiedo: se dovesse capitarmi di andare di nuovo a Messa quando c'è lui, come dovrei comportarmi? Lasciarlo parlare e fare finta di niente, oppure parlargli in sacrestia? Io avevo anche pensato di andare in sacrestia dopo la Messa, perché comunque ci ha denigrati davanti a un centinaio di persone, aggiungendo poi che siamo noi ad odiare loro, quando è chiaramente il contrario. C'è da pregare per questi sacerdoti, lo so, ma il problema è che insegnano in modo sbagliato e detestano chi non la pensa come loro. Il padre del mio fidanzato mi ha raccontato che purtroppo questo sacerdote spesso riesce nel suo intento e che molti ragazzi della parrocchia hanno iniziato ad andare dai lefebvriani. Ormai il padre del mio fidanzato dice che va quasi apposta alla Messa da lui, per dimostrargli che, nonostante l'odio che mostra, noi restiamo; io però non so perché poi rimango nervosa per tutta la giornata quando accadono queste cose. Lo so che occorre portare rispetto ai sacerdoti, anche solo per il fatto che hanno fatto una scelta di vita completamente devota al Signore. Da qui nasce il mio dubbio: restare umile e accettare ciò che dice quel sacerdote facendo finta di niente, come fanno il mio fidanzato e suo padre, oppure è opportuno rispondergli e in tal caso: pubblicamente o in separata sede? Grazie mille in anticipo per il tempo che mi dedicherete.  Buona Domenica di Avvento, Beatrice RISPOSTA DEL SACERDOTE Cara Beatrice, capisco bene quanto l'episodio che racconti ti abbia turbata: quando l'accedere al sacramento dell'Eucaristia, che dovrebbe essere il momento più sacro e pacificante, diventa occasione di tensione, umiliazione e parole dure, è normale restarne feriti e nervosi anche a lungo. Provo allora a risponderti con ordine. Sul tuo comportamento direi che non mi sembra esserci in te un atteggiamento di disprezzo verso il sacerdote o verso il sacerdozio in sé, ma una reazione istintiva davanti a parole percepite come ingiuste e offensive, soprattutto nei confronti del tuo fidanzato. La tua risposta è nata dall'indignazione, non dall'odio. Questo non significa che sia stata la scelta migliore, ma aiuta a comprendere l'intenzione del cuore. Se, come dici, non senti nel profondo un peso di colpa davanti al Signore, non forzarti a "sentirti in colpa". La confessione non serve a collezionare colpe e generare scrupoli, ma a portare davanti a Dio ciò che la coscienza avverte come peccati. Se però senti il bisogno di rileggere l'episodio con il Signore, anche solo per chiedergli pace e luce, puoi farlo serenamente nella preghiera personale o chiedendo al tuo padre spirituale. Per quanto riguarda l'atteggiamento verso i sacerdoti è vero: a loro va portato rispetto per la loro consacrazione. Hanno dato la loro vita al Signore lasciando tutto quanto avevano e quindi, anche solo per questo vanno stimati. Certamente bisogna pregare per i sacerdoti. Pregare non significa dire che tutto va bene, ma affidare al Signore ciò che noi non possiamo cambiare. L'insegnamento sbagliato e il disprezzo verso chi non la pensa allo stesso modo non vengono da Dio, e su questo non devi avere dubbi. Inoltre il rispetto non è silenzio obbligato davanti a parole sbagliate o a comportamenti che feriscono i fedeli. Allo stesso tempo, la correzione, quando è necessaria, non va fatta sull'onda dell'emotività, soprattutto in chiesa durante la liturgia. La Messa non è mai il luogo adatto per "regolare i conti", da una parte o dall'altra. Quando questo accade, tutti ne escono feriti. Adesso veniamo a come comportarti in futuro. Se dovesse ricapitare di partecipare a una Messa celebrata da questo sacerdote, ti suggerirei alcune linee molto concrete. Durante la liturgia: custodisci il silenzio e il tuo cuore. Non per paura, ma per proteggerti interiormente e per non lasciare che la Messa venga rovinata anche per te. Dopo la Messa, se senti di dover parlare, fallo in sacrestia o in un contesto privato, con calma, senza pubblico. Anche se il sacerdote non ascolta, tu avrai agito nel modo più evangelico possibile. Se comunque ti accorgi che partecipare a quella Messa ti lascia sistematicamente agitata e amareggiata per tutta la giornata, chiediti con libertà se non sia più saggio, per un tempo, nutrire la tua fede altrove. Non è una fuga né una resa. È autodifesa. Infine per quanto riguarda il ragionamento del padre del tuo fidanzato, restare come segno di fermezza, dimentica che la testimonianza cristiana non consiste nel logorarsi interiormente o nel vivere costantemente in conflitto. A volte la testimonianza più vera è scegliere luoghi dove si può crescere nella pace, nella carità e nella fede, senza essere continuamente provocati. Ti incoraggio soprattutto a proteggere il tuo cuore: la fede non deve diventare una fonte costante di nervosismo, ma di vita. Ti affido al Signore in questo tempo di Avvento, perché ti doni pace, chiarezza e la gioia semplice di chi sa di cercare la verità con cuore sincero.

    Lettere alla redazione: comunione sulla lingua insultata dal pulpito
  8. 09/02/2025

    Lettere alla redazione: la bellezza delle donne

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8278 LETTERE ALLA REDAZIONE: LA BELLEZZA DELLE DONNE di Don Stefano Bimbi   Gentile Redazione, ho seguito con attenzione il video che avete pubblicato, dove si diceva che un uomo si impegna a conoscere il mondo interiore di una donna solo se questa è bella, altrimenti non ci perde tempo. Lo trascrivo per completezza: "Sai credo di aver capito adesso il modo in cui sei fatta. Sei molto bella e pensi che gli uomini si interessino a te solo per il fatto che sei molto bella, ma tu vorresti che gli uomini sia interessassero a te per quello che sei. Il problema è che, al di là di tutta questa bellezza, tu non sei molto interessante: sei maleducata, indisponente, sei scontrosa, sei introversa. Lo so, vuoi qualcuno che non si fermi alle apparenze, che guardi l'essere umano che c'è sotto, ma l'unico motivo per cui dovrebbe scomodarsi a fare una cosa del genere è perché tu sei molto bella. È ironico vero? Bene o male il tuo problema sei tu!". Non so perché, ma noi donne - credo tutte - desideriamo essere apprezzate non solo per la nostra bellezza, ma soprattutto per quello che siamo interiormente (anche se capisco che, a volte, nel nostro mondo interiore un uomo possa anche perdersi). Io so che mio marito mi apprezza anche per ciò che sono dentro, non solo per l’aspetto esteriore, e di questo lo ringrazio. Tuttavia, non posso nascondere che mi dispiace per quelle donne che non sono belle: io, personalmente, sono contentissima così come sono e mi accorgo che questo discorso mi torna alla mente soltanto pensando alla bruttezza come a una vera e propria croce. Con gratitudine, Valeria RISPOSTA DEL SACERDOTE Cara Valeria, ti ringrazio per la tua condivisione sincera. È vero: ogni donna desidera essere amata non solo per la sua bellezza, ma anche per la sua interiorità. Ed è altrettanto vero che tuo marito, non essendo un bruto, ti apprezza certamente anche per ciò che sei dentro. Questo è un dono grande e va custodito con gratitudine. Tuttavia, non possiamo ignorare la realtà: la bellezza esteriore ha il suo peso nella vita coniugale. Per un uomo, vivere accanto a una moglie che non gli piace fisicamente può essere una fatica notevole, mentre un sorriso di una moglie bella ha la forza di guarire e consolare più di tante parole. Ecco perché ti invito a non trascurare mai il dono della tua bellezza, ma ad usarlo con amore: un sorriso, una carezza, un abbraccio sincero possono fare la differenza nel quotidiano di tuo marito. Il video che hai visto voleva anche sottolineare con ironia questo punto: la bellezza è ciò che normalmente apre la porta all’interiorità. Una donna può avere un mondo interiore ricchissimo, ma se non attira l’uomo almeno un po’ anche con l’aspetto esteriore, difficilmente l’uomo si interesserà a conoscerlo. Perciò ti invito a tre atteggiamenti fondamentali. 1. Ringrazia il Signore ogni giorno per il dono che hai ricevuto. E ricorda che Egli può togliertelo in ogni momento, ovviamente per un bene maggiore, magari anche solo spirituale. 2. Ricorda che ognuno ha la sua croce e i suoi talenti: chi ha la croce della bruttezza, chi altre croci; chi riceve cinque talenti, chi uno solo. 3. Sii contenta di ciò che il Signore ti ha dato. La croce si porta più serenamente se si guarda a ciò che si ha, anziché a ciò che manca. Infine, non dimenticare che i talenti ci vengono affidati perché portino frutto. La tua bellezza ti è stata donata non solo per te, ma anche per rallegrare la vita di tuo marito. Un giorno il Signore ti chiederà conto anche di questo dono. E allo stesso modo chiederà conto a tuo marito se avrà saputo valorizzarti anche oltre l’aspetto esteriore. Cammina dunque serena: ciò che hai ricevuto è un dono, e usarlo con amore sarà la tua gioia e la tua responsabilità. Don Stefano Bimbi

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Le risposte del direttore Giano Colli ai lettori di BastaBugie