LETTERE alla redazione di BastaBugie.it

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Le risposte del direttore Giano Colli ai lettori di BastaBugie

  1. Lettere alla redazione: non seguo più don Leonardo Maria Pompei

    May 12

    Lettere alla redazione: non seguo più don Leonardo Maria Pompei

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8535 LETTERE ALLA REDAZIONE: NON SEGUO PIU' DON LEONARDO MARIA POMPEI di Don Stefano Bimbi   Gentile Redazione, vi scrivo per condividere una riflessione personale, nata dopo aver ascoltato la comunicazione pubblica di Don Leonardo Maria Pompei che, il 3 settembre scorso, ha annunciato la propria dolorosa decisione di lasciare la piena comunione visibile con la Chiesa cattolica. Non scrivo con spirito polemico, né con il desiderio di giudicare la coscienza di una persona. Scrivo, piuttosto, da fedele cattolica che ha ricevuto molto da quel sacerdote e che, proprio per questo, ha vissuto con grande sofferenza quanto accaduto. Ho seguito in diretta la sua comunicazione e ho ascoltato con sincero struggimento il racconto del suo cammino, segnato da difficoltà, incomprensioni, ferite e sofferenze. Mentre parlava, mi venivano in mente altri sacerdoti che conosco, pochi in verità, i quali hanno dovuto integrare con fatica la formazione ricevuta in seminario e che oggi portano avanti il loro ministero con fedeltà al Signore e al Vangelo, spesso nel nascondimento, tra mille difficoltà, dosando coraggio e prudenza, sopportando compromessi e sofferenze. Li porto tutti nel cuore, perché in questi tempi di grande confusione la loro opera è più che mai preziosa. Purtroppo, nella zona in cui vivo, è molto difficile trovare sacerdoti capaci di offrire una guida sicura nella fede cattolica. Per questo, insieme a mio marito, abbiamo spesso fatto molti chilometri in giro per l'Italia, pur di incontrare pastori rimasti fedeli al Signore e capaci di guidare le anime sulle Sue vie. È proprio questa ricerca di pastori fedeli al Pastore grande che mi aveva portato a conoscere e seguire anche Don Leonardo. Gli devo molto. Da lui ho ricevuto insegnamenti, esempi e richiami che hanno inciso concretamente sulla mia vita cristiana. Non posso dimenticare, per esempio, che anche il mio modo di vestire è cambiato in seguito ai suoi accorati inviti alla modestia e al decoro. Anche la recita del rosario intero, la coroncina delle dodici stelle, la preghiera all'angelo custode ogni volta che mi metto al volante, insieme ad altre preghiere e buone abitudini, hanno avuto origine dalle sue catechesi e dal suo esempio. A lui devo anche uno sguardo nuovo sui sacerdoti: sulla loro dignità, legata al ministero ricevuto, e sul rispetto che è loro dovuto. Per tutto questo provo una sincera gratitudine. Lo ringrazio di cuore per essersi speso, negli anni, per aiutare tanti fedeli a sollevare lo sguardo dalla terra al Cielo, soprattutto in un tempo segnato da confusione, smarrimento e tradimenti dentro la Chiesa. Tutta questa gratitudine, però, non mi ha spinta a seguirlo nella strada che ha deciso di intraprendere. Appena terminata la sua comunicazione del 3 settembre, dissi a mio marito: "Capisco perfettamente, ma non condivido". E dopo vari mesi è ancora questa la mia posizione. Comprendo il dolore. Comprendo lo scandalo davanti a tante deviazioni dottrinali, liturgiche e morali. Comprendo la fatica di vedere la Chiesa attraversata da crisi profonde e da comportamenti che feriscono le anime. Ma comprendere non significa approvare ogni scelta che da quel dolore nasce. Non posso condividere la decisione di rompere con la Chiesa Cattolica visibile, perché il rischio spirituale è troppo grande. Lo stesso Don Leonardo, in passato, parlando del caso di P. Giorgio Maria Farè, aveva osservato che seguire un sacerdote sospeso o separato dalla disciplina ecclesiale poteva mettere in confusione le anime e comportare rischi anche per i fedeli. Trovai allora quella riflessione molto condivisibile, e sono rimasta nella stessa posizione anche davanti alla sua scelta, sebbene con grande dispiacere. Il punto decisivo, per me, è questo: se Nostro Signore non confermasse il giudizio di chi ritiene decaduta l'autorità delle attuali gerarchie della Chiesa, il rischio sarebbe quello di trovarsi, magari senza volerlo, fuori dalla Chiesa Cattolica. E questo significherebbe mettere a repentaglio il proprio destino eterno. Non sono disposta a correre questo rischio. Per questo, a malincuore, ho smesso di seguire Don Leonardo. Non per ingratitudine. Non perché abbia dimenticato il bene ricevuto. Non perché non riconosca la sua sofferenza. Ma perché, davanti al dubbio, preferisco restare aggrappata alla Chiesa Cattolica, anche quando è ferita, anche quando è umiliata, anche quando i suoi uomini danno scandalo. Sono certa che il Signore non abbandona chi cerca sinceramente la verità. Infatti, poco dopo, la Provvidenza mi ha offerto l'occasione di approfondire il rapporto con un altro sacerdote che già conoscevo e stimavo, e questo mi è sembrato una conferma della scelta fatta. Continuo comunque a pregare per Don Leonardo. Chiedo al Signore che lo illumini, lo custodisca, lo guidi in ogni passo e gli faccia comprendere qual è la strada più sicura per il Paradiso. Questa lettera nasce dunque da un sentimento duplice: da una parte la gratitudine per il bene ricevuto, dall'altra la convinzione che nessun dolore, nessuna crisi, nessuno scandalo possa giustificare una scelta che espone le anime al rischio di separarsi dalla Chiesa cattolica. In tempi come questi, forse, la prova più grande non è solo riconoscere gli errori e le infedeltà presenti nella Chiesa. La prova più grande è rimanere cattolici fino in fondo, senza chiudere gli occhi davanti al male, ma senza neppure lasciarsi trascinare fuori dall'unico ovile di Cristo. Con gratitudine e preghiera, Nadia RISPONDE IL SACERDOTE Gentile Nadia, ti ringrazio sinceramente per la tua lettera. L'ho letta con attenzione, con rispetto e anche con commozione, perché dalle tue parole traspare non solo una sofferenza autentica, ma anche un amore vero per la Chiesa e per il sacerdozio. Hai saputo distinguere il bene ricevuto da una persona dalla scelta che quella stessa persona ha poi compiuto. Questo è un segno di grande equilibrio cristiano. Non hai rinnegato il bene, non hai cancellato la gratitudine, non hai ceduto alla durezza del giudizio; ma, nello stesso tempo, non hai trasformato la gratitudine in dipendenza spirituale. È una distinzione decisiva. Nella vita della Chiesa può accadere che un sacerdote, anche capace di fare del bene, anche dotato di zelo, anche capace di richiamare i fedeli alla preghiera, alla modestia, alla devozione, alla serietà della vita cristiana, giunga poi a compiere scelte oggettivamente pericolose. Questo non cancella automaticamente il bene fatto in precedenza, ma obbliga i fedeli a esercitare prudenza, discernimento e obbedienza alla Chiesa. Tu hai colto bene il punto centrale: il rischio non è piccolo. Quando un sacerdote si pone fuori dalla disciplina della Chiesa, o invita i fedeli a seguirlo in un cammino di rottura, non si tratta più soltanto di una questione personale. Le anime possono entrare in confusione. La sofferenza per la crisi della Chiesa, se non è custodita nell'umiltà e nell'obbedienza, può trasformarsi in una via di separazione. E questo è sempre un pericolo grave. È vero: oggi molti fedeli soffrono. Vedono ambiguità, scandali, silenzi, cedimenti, e talvolta si sentono spiritualmente abbandonati. Non bisogna minimizzare questa sofferenza. Sarebbe ingiusto e anche poco pastorale. Ma proprio perché la crisi è reale, occorre essere ancora più saldi nel principio cattolico: la Chiesa non è nostra, è di Cristo. E si rimane nella Chiesa non perché tutto vada bene, non perché tutti i pastori siano esemplari, non perché ogni decisione umana sia prudente o santa, ma perché lì Cristo ha posto la sua Chiesa, i suoi sacramenti, la sua autorità e la via ordinaria della salvezza. Il Signore non ci ha promesso una Chiesa senza croce. Ci ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Questa promessa non elimina le prove, ma ci impedisce di cercare una "Chiesa più pura" fuori dalla Chiesa reale, visibile, ferita, umiliata e tuttavia ancora santa perché fondata da Cristo e vivificata dallo Spirito Santo. Per questo la tua decisione di non seguire quel sacerdote nella rottura è cristianamente saggia. Non è una decisione impulsiva, né superficiale. È una decisione sofferta, ma ordinata. Tu non hai detto: "Non ho ricevuto nulla da lui". Hai detto, piuttosto: "Ho ricevuto molto, ma non posso mettere a rischio la mia comunione con la Chiesa". Questa è una posizione cattolica. Ti direi anche di non trasformare questa ferita in amarezza. Continua a pregare per quel sacerdote, come già stai facendo. Prega perché il Signore lo riconduca a una piena comunione ecclesiale. La preghiera per un sacerdote in difficoltà è un'opera di carità grande. Ma la carità non chiede di seguirlo nell'errore; chiede di volere sinceramente il suo bene eterno. Quanto al tuo cammino personale, continua a cercare buoni sacerdoti, ma senza dimenticare che il punto fermo non può mai essere il carisma di un singolo. Un sacerdote può aiutare molto, ma il centro resta Cristo nella sua Chiesa. Quando un fedele lega troppo la propria vita spirituale a una persona, anche ottima, rischia di essere travolto se quella persona cade, cambia strada o si smarrisce. La Provvidenza, come tu stessa hai riconosciuto, non ti ha lasciata sola. Il fatto che tu abbia già trovato un altro sacerdote capace di accompagnarti è un dono. Accoglilo con gratitudine, ma sempre con quella libertà interiore che nasce dalla fede: i sacerdoti sono strumenti, preziosi e necessari, ma non sono il fondamento ultimo della nostra speranza. La tua lettera può fare bene a molti lettori, perché esprime una verità s

    13 min
  2. Lettere alla redazione: il digiuno e le bestemmie

    Mar 31

    Lettere alla redazione: il digiuno e le bestemmie

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8497 LETTERE ALLA REDAZIONE: IL DIGIUNO E LE BESTEMMIE di Don Stefano Bimbi   Gentile redazione di BastaBugie, mi scuso se vi disturbo, ma avrei bisogno di una indicazione su come devo comportarmi questo Venerdì Santo e lo chiedo a voi perché vi conosco da tempo come un sito serio, cattolico e soprattutto equilibrato. Ormai da due mesi ho incominciato a lavorare qualche settimana in una azienda agricola e questo tipo di lavoro richiede forza fisica, ma anche precisione e attenzione. Per questo motivo ho bisogno di mangiare per avere le energie per compiere bene il lavoro. Quello che mi turba è che mangiando in modo completo, romperei il digiuno richiesto il Venerdì Santo e quindi mi chiedo se possa esserci un modo, approvato dalla Chiesa, per fare un digiuno "ridotto" o se era possibile fare il digiuno il giorno dopo in compensazione. Inoltre avrei un'altra questione: a lavoro mi capita spesso di sentire molte bestemmie contro Nostro Signore e anche contro la Madonna e sebbene mi dia fastidio ho trovato il modo di conviverci cercando di pregare in riparazione delle bestemmie. Il problema sorge però quando queste bestemmie che sento mi rimangono in testa e si presentano sotto forma di pensieri. Io so che un pensiero così intrusivo non è considerato peccato perché manca la volontà di dire la bestemmia, ma a volte la bestemmia mi risuona in testa in modo così lineare con il mio pensiero che non riesco a capire se lo ho fatto con volontà o no. Una cosa che però mi ha dato pace è stato il fatto che in quel momento ho provato un forte disgusto contro me stesso. Nel dubbio io lo ho comunque confessato come peccato nell'ultima confessione, ma può considerarsi peccato? Filippo RISPOSTA DEL SACERDOTE Caro Filippo, per quanto riguarda il digiuno del Venerdì Santo, stai sereno. La Chiesa non chiede mai di mettere in pericolo la salute o di impedire il compimento serio dei propri doveri di stato. Se il lavoro che svolgi richiede attenzione, energie e lucidità, e se per questo hai bisogno di mangiare in modo adeguato, puoi farlo senza scrupolo. E comunque puoi attenerti alla forma minima di digiuno previsto e cioè: un po' di cibo al mattino, un pasto normale a pranzo, un po' di cibo alla sera. Questa è la forma minima di digiuno. Ovviamente si può fare anche di più, ma non è obbligatorio. Nei cinque precetti generali della Chiesa è previsto anche l'obbligo di fare la comunione almeno a Pasqua. Ovviamente si può fare anche più volte, ma è obbligatoria solo a Pasqua. Così il digiuno nella forma minima è obbligatorio anche se può essere "ampliato" fino a fare un digiuno vero e proprio, cioè non mangiare nulla da mattina a sera. Ovviamente va ricordato che l'acqua e le medicine non interrompono il digiuno. E va tenuto conto che una persona normale può benissimo digiunare completamente un giorno senza problemi. Chi invece inizia ad avere una certa età o ha problemi di salute o deve fare un lavoro fisicamente gravoso può mitigare il digiuno. E comunque a sessanta anni cessa l'obbligo del digiuno, anche se ovviamente si può fare lo stesso. Quello che invece ha poco senso è "recuperare" il digiuno il giorno dopo come se fosse la stessa cosa. O si è obbligati a qualcosa e allora la si fa, oppure non si è obbligati e quindi non c'è nessun motivo di recuperare. Analogamente a chi non può andare alla Messa perché malato, non deve poi recuperare un altro giorno. Quanto alla questione delle bestemmie che senti a lavoro, da quello che descrivi non mi pare sia peccato, ma piuttosto sofferenza e prova. I pensieri intrusivi, specialmente quando nascono da cose ascoltate contro la propria volontà, non sono peccato finché non vengono accolti volontariamente. Il fatto che tu ne provi disgusto e dolore è già segno che la tua volontà non aderisce affatto a quelle bestemmie. Anzi, proprio quel disgusto mostra che dentro di te c'è amore per il Signore e per la Madonna. Capisco però che, quando certe parole restano in testa, possa nascere confusione e scrupolo. In questi casi non devi metterti ad analizzare troppo se ci sia stata piena volontà oppure no, perché spesso questo aumenta solo l'ansia. Quando ti accorgi di questi pensieri, fa' con semplicità un atto d'amore: "O Gesù d'amore acceso, non ti avessi mai offeso", oppure "O clemente o pia o dolce vergine Maria", o anche solo il segno della croce. Poi vai avanti senza spaventarti e senza tornare sopra continuamente con la mente. Hai fatto bene, nel dubbio, a portare tutto in confessione, ma adesso su questa cosa cerca di stare in pace e di non riesaminarti troppo. Non tutto ciò che passa per la mente è colpa. Il peccato sta nel consenso volontario, non nella semplice impressione subita o nel pensiero che si affaccia senza essere voluto. Questa è una tentazione, non un peccato. Ti incoraggio anche a continuare quella bella riparazione interiore che già fai quando senti bestemmiare, ma sempre con pace, senza appesantirti oltre misura. Il Signore vede il tuo amore e la tua fedeltà nascosta. Visto che a bestemmiare sono i tuoi colleghi di lavoro non puoi nemmeno fare più di tanto. Al limite puoi fargli notare che le bestemmie sono per te offensive in quanto vanno contro quello in cui credi fermamente. Ma se loro continuano non puoi farci nulla. Anzi, a volte, è meglio non dire nulla per evitare che sia controproducente e magari inizino a bestemmiare di più. Invece il datore di lavoro ha un obbligo serio di far rispettare il nome di Dio e dei santi. Lui ha il potere per vietare le condotte gravemente immorali come appunto la bestemmia. E se ha il potere, ne ha anche la responsabilità. Come un genitore nel confronto del figlio o un insegnante nei confronti dell'alunno. Insomma chi è un gradino superiore ha non solo la possibilità, ma anche l'obbligo di vietare la bestemmia. Anche nel calcio l'arbitro ha la responsabilità di espellere chi bestemmia in campo. Per tornare a te, invece c'è da porsi la domanda se restare in quel posto di lavoro visto che sentire le bestemmie tutti i giorni non è salutare al pari di respirare polveri tossiche per chi si occupa di vernici.  Ti accompagno con la preghiera in questa Settimana Santa, perché tu possa vivere il mistero della Passione del Signore con fiducia, semplicità e amore. Il Signore ti benedica e ti custodisca.

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  3. Lettere alla redazione: le intenzioni nella Messa

    12/30/2025

    Lettere alla redazione: le intenzioni nella Messa

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8394 LETTERE ALLA REDAZIONE: LE INTENZIONI NELLA MESSA di Don Stefano Bimbi   Gentile Redazione, desidero ringraziarvi per l'articolo dal titolo "Il morto ha bisogno di suffragi, non applausi", pubblicato nella edizione del 30 ottobre 2024, dedicato alle intenzioni della Messa, tema importante e spesso fonte di domande tra i fedeli. Proprio per questo motivo, mi permetto di segnalare con rispetto un possibile equivoco legato all'esempio utilizzato, quello della "mela divisa", per spiegare la differenza tra una Messa offerta per una sola persona e una Messa offerta per più persone. Pur comprendendo l'intento catechetico e la volontà di usare un'immagine semplice, l'esempio rischia di risultare teologicamente inadeguato, perché può suggerire che la Messa sia un bene "divisibile" e che, offerta per più persone, valga "di meno" per ciascuna. La dottrina della Chiesa, invece, insegna che la Messa è sempre "intera" e che la differenza non sta nella divisione del sacrificio, ma nella ripetizione dell'atto di offerta. Molti fedeli, soprattutto se poco formati, potrebbero ricavarne l'idea non corretta di una sorta di "mezza Messa", mentre sarebbe più adeguato parlare di atti distinti di affidamento al sacrificio di Cristo. Condivido questa osservazione nello spirito di una riflessione comune e con stima per il vostro lavoro di divulgazione e formazione. Con riconoscenza, Don Francesco RISPOSTA DEL SACERDOTE (autore dell'articolo) Gentile Don Francesco, la ringrazio sinceramente per la sua osservazione, che accolgo come un contributo prezioso al necessario rigore dottrinale che dobbiamo sempre avere. Lei ha pienamente ragione nel rilevare che l'esempio della "mela divisa", così come ho utilizzato nell'articolo, può risultare teologicamente inadeguato. Pur essendo nato in un contesto pastorale come tentativo di rendere accessibile un concetto complesso a fedeli poco formati, l'esempio rischia in effetti di suggerire un'idea non conforme alla dottrina cattolica: cioè che il sacrificio eucaristico sia un bene quantitativamente divisibile o che il suo frutto speciale si "ripartisca" in modo materiale tra più destinatari. La dottrina della Chiesa, come chiarito dalla tradizione teologica a partire da san Tommaso d'Aquino e dalla manualistica classica, insegna invece che: 1) la Messa è sempre il sacrificio intero e indiviso di Cristo; 2) il suo valore è infinito e non soggetto a divisione; 3) la differenza tra una Messa applicata una volta e più Messe applicate più volte non riguarda una "porzione" del sacrificio, ma la ripetizione dell'atto applicativo da parte del ministro della Chiesa. In questo senso, è più corretto affermare che due Messe costituiscono due atti distinti di applicazione del sacrificio, ciascuno pienamente valido e intero, mentre una sola Messa applicata a più persone resta comunque una vera Messa per ciascuna, senza che si possa parlare di "metà" o di riduzione del frutto in senso quantitativo. L'esempio della mela era nato perché le persone pensano che facendo dire una messa per i due genitori sia la stessa cosa che dire due messe una per ciascuno. A tal proposito va ricordato che non è esattamente la stessa cosa. L'intenzione di una Messa per due persone è una vera Messa per entrambe, ma due Messe separate sono un dono più grande, perché l'applicazione è fatta due volte. Quindi fare dire più Messe aumenta il beneficio nonostante il valore di ogni Messa sia infinito. Per superare l'apparente contraddizione occorre distinguere tra il valore oggettivo del sacrificio (che è infinito perché è il sacrificio di Cristo) e la sua applicazione (che è invece finita, concreta e ripetibile, perché avviene nel tempo attraverso atti distinti della Chiesa). La Messa non "aumenta" Cristo, né il valore della sua offerta, ma ogni celebrazione costituisce un nuovo atto di applicazione di quell'unico sacrificio infinito. Per questo una Messa applicata una volta e la stessa Messa applicata due volte non producono lo stesso beneficio, non per divisione del sacrificio, ma per ripetizione dell'atto di offerta. Pensiamo a un medicinale perfetto che guarisce davvero. Il medicinale è potentissimo, ma va assunto ogni volta. Il medicinale non diventa "più potente", ma l'effetto cresce perché l'atto della sua assunzione si ripete. È lo stesso principio che vale per la preghiera, i sacramenti o ogni atto di culto: i frutti spirituali crescono nella misura in cui la Chiesa e i fedeli ripetono più volte gli atti di culto, senza ovviamente pensare che questi aumentino il valore del sacrificio di Cristo sulla croce. In conclusione, don Francesco la ringrazio per la sua osservazione giusta e opportuna: è essenziale evitare esempi ambigui che possano essere fraintesi, mentre è doveroso spiegare la distinzione tra valore infinito del sacrificio e modalità finite della sua applicazione.

    6 min
  4. Lettere alla redazione: comunione sulla lingua insultata dal pulpito

    12/16/2025

    Lettere alla redazione: comunione sulla lingua insultata dal pulpito

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8379 LETTERE ALLA REDAZIONE: COMUNIONE SULLA LINGUA INSULTATA DAL PULPITO di don Stefano Bimbi   Gentile redazione di BastaBugie, ho scoperto da qualche mese il vostro sito e devo dire che è davvero un sollievo leggere le notizie che voi riportate. Non tanto perché siano notizie rassicuranti, ma perché il bene viene presentato come il bene e il male viene chiamato anch'esso per nome. Vi scrivo per una cosa successa stamattina. Ero a Messa con il mio fidanzato e suo padre. Il sacerdote, prima di scendere a distribuire la Comunione, ha detto: «Mi raccomando, noi siamo persone e le persone mangiano con le mani; sono i cani che mangiano con la bocca. Quindi si riceve l'Eucaristia come le persone e non come gli animali». Sono rimasta basita e ammetto che mi stavo già innervosendo. Dal momento che noi riceviamo la Comunione sulla lingua, normalmente ci accostiamo per ultimi, per non mettere in imbarazzo i sacerdoti o gli altri fedeli. Sentendo però quelle frasi pronunciate dal sacerdote, ci siamo velocemente confrontati e abbiamo deciso di andare comunque a fare la Comunione, come sempre in fondo e per ultimi. Davanti a me c'era il mio futuro suocero, al quale, non appena si è inginocchiato, il sacerdote ha detto: «Sulle mani!». Allora lui ha risposto: «Dai, dai, lo sai che non puoi farlo» (perché questo sacerdote era già stato richiamato dal vescovo, anche se solo verbalmente, dato che il vescovo non nasconde di pensarla come lui). Il sacerdote, mentre gli dava la Comunione, ha poi detto ad alta voce: «Qui si parla di obbedienza alla Chiesa», cosa assurda, visto che è lui a non voler obbedire alla Chiesa. Poi sono andata io e, scocciato, ha dato la Comunione anche a me. Subito dopo è arrivato il mio fidanzato e ho sentito che gli diceva: «Siete pidocchi». A quel punto non sono davvero riuscita a trattenermi e a calmarmi, anche perché tutti stavano sentendo che ci stava insultando, e gli ho detto a voce abbastanza alta: «Ma questo è un abuso; ne renderà conto». Ovviamente io intendevo che ne avrebbe reso conto al Signore, non a un uomo o al vescovo; non so però se questo fosse chiaro. Il mio fidanzato mi ha portata via e, una volta tornato sull'altare, il sacerdote ha continuato dicendo: «Chiediamo a Gesù di donarci il suo amore e di toglierci questo odio che abbiamo dentro e questa fissazione per la Tradizione». Finita la Messa, una ragazza mi si è avvicinata dicendo di pensarla come me, ma di lasciare stare, perché secondo lei il sacerdote si comporta così apposta per fare in modo che noi non andiamo più a Messa da lui, ma dai lefebvriani. Io non so se devo confessarmi o sentirmi in colpa per avergli risposto davanti a tutti. Onestamente non mi sento in colpa, né mi sento male per ciò che ho fatto. So che non è servito, perché lui continuerà a fare così, ma in quel momento, sentendo che insultava Il mio fidanzato in quel modo, non ce l'ho davvero fatta a contenermi. Tra l'altro, Il mio fidanzato mi ha poi detto che il sacerdote non aveva detto «siete pidocchi», ma «siete bigotti». In effetti avevo capito male; fatto sta che, presa dal nervoso, gli ho comunque risposto. So che bisognerebbe essere umili, però non ce l'ho fatta, perché ho percepito chiaramente la cattiveria e l'odio nei nostri confronti. Per questo chiedo: se dovesse capitarmi di andare di nuovo a Messa quando c'è lui, come dovrei comportarmi? Lasciarlo parlare e fare finta di niente, oppure parlargli in sacrestia? Io avevo anche pensato di andare in sacrestia dopo la Messa, perché comunque ci ha denigrati davanti a un centinaio di persone, aggiungendo poi che siamo noi ad odiare loro, quando è chiaramente il contrario. C'è da pregare per questi sacerdoti, lo so, ma il problema è che insegnano in modo sbagliato e detestano chi non la pensa come loro. Il padre del mio fidanzato mi ha raccontato che purtroppo questo sacerdote spesso riesce nel suo intento e che molti ragazzi della parrocchia hanno iniziato ad andare dai lefebvriani. Ormai il padre del mio fidanzato dice che va quasi apposta alla Messa da lui, per dimostrargli che, nonostante l'odio che mostra, noi restiamo; io però non so perché poi rimango nervosa per tutta la giornata quando accadono queste cose. Lo so che occorre portare rispetto ai sacerdoti, anche solo per il fatto che hanno fatto una scelta di vita completamente devota al Signore. Da qui nasce il mio dubbio: restare umile e accettare ciò che dice quel sacerdote facendo finta di niente, come fanno il mio fidanzato e suo padre, oppure è opportuno rispondergli e in tal caso: pubblicamente o in separata sede? Grazie mille in anticipo per il tempo che mi dedicherete.  Buona Domenica di Avvento, Beatrice RISPOSTA DEL SACERDOTE Cara Beatrice, capisco bene quanto l'episodio che racconti ti abbia turbata: quando l'accedere al sacramento dell'Eucaristia, che dovrebbe essere il momento più sacro e pacificante, diventa occasione di tensione, umiliazione e parole dure, è normale restarne feriti e nervosi anche a lungo. Provo allora a risponderti con ordine. Sul tuo comportamento direi che non mi sembra esserci in te un atteggiamento di disprezzo verso il sacerdote o verso il sacerdozio in sé, ma una reazione istintiva davanti a parole percepite come ingiuste e offensive, soprattutto nei confronti del tuo fidanzato. La tua risposta è nata dall'indignazione, non dall'odio. Questo non significa che sia stata la scelta migliore, ma aiuta a comprendere l'intenzione del cuore. Se, come dici, non senti nel profondo un peso di colpa davanti al Signore, non forzarti a "sentirti in colpa". La confessione non serve a collezionare colpe e generare scrupoli, ma a portare davanti a Dio ciò che la coscienza avverte come peccati. Se però senti il bisogno di rileggere l'episodio con il Signore, anche solo per chiedergli pace e luce, puoi farlo serenamente nella preghiera personale o chiedendo al tuo padre spirituale. Per quanto riguarda l'atteggiamento verso i sacerdoti è vero: a loro va portato rispetto per la loro consacrazione. Hanno dato la loro vita al Signore lasciando tutto quanto avevano e quindi, anche solo per questo vanno stimati. Certamente bisogna pregare per i sacerdoti. Pregare non significa dire che tutto va bene, ma affidare al Signore ciò che noi non possiamo cambiare. L'insegnamento sbagliato e il disprezzo verso chi non la pensa allo stesso modo non vengono da Dio, e su questo non devi avere dubbi. Inoltre il rispetto non è silenzio obbligato davanti a parole sbagliate o a comportamenti che feriscono i fedeli. Allo stesso tempo, la correzione, quando è necessaria, non va fatta sull'onda dell'emotività, soprattutto in chiesa durante la liturgia. La Messa non è mai il luogo adatto per "regolare i conti", da una parte o dall'altra. Quando questo accade, tutti ne escono feriti. Adesso veniamo a come comportarti in futuro. Se dovesse ricapitare di partecipare a una Messa celebrata da questo sacerdote, ti suggerirei alcune linee molto concrete. Durante la liturgia: custodisci il silenzio e il tuo cuore. Non per paura, ma per proteggerti interiormente e per non lasciare che la Messa venga rovinata anche per te. Dopo la Messa, se senti di dover parlare, fallo in sacrestia o in un contesto privato, con calma, senza pubblico. Anche se il sacerdote non ascolta, tu avrai agito nel modo più evangelico possibile. Se comunque ti accorgi che partecipare a quella Messa ti lascia sistematicamente agitata e amareggiata per tutta la giornata, chiediti con libertà se non sia più saggio, per un tempo, nutrire la tua fede altrove. Non è una fuga né una resa. È autodifesa. Infine per quanto riguarda il ragionamento del padre del tuo fidanzato, restare come segno di fermezza, dimentica che la testimonianza cristiana non consiste nel logorarsi interiormente o nel vivere costantemente in conflitto. A volte la testimonianza più vera è scegliere luoghi dove si può crescere nella pace, nella carità e nella fede, senza essere continuamente provocati. Ti incoraggio soprattutto a proteggere il tuo cuore: la fede non deve diventare una fonte costante di nervosismo, ma di vita. Ti affido al Signore in questo tempo di Avvento, perché ti doni pace, chiarezza e la gioia semplice di chi sa di cercare la verità con cuore sincero.

    10 min
  5. Lettere alla redazione: la bellezza delle donne

    09/02/2025

    Lettere alla redazione: la bellezza delle donne

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8278 LETTERE ALLA REDAZIONE: LA BELLEZZA DELLE DONNE di Don Stefano Bimbi   Gentile Redazione, ho seguito con attenzione il video che avete pubblicato, dove si diceva che un uomo si impegna a conoscere il mondo interiore di una donna solo se questa è bella, altrimenti non ci perde tempo. Lo trascrivo per completezza: "Sai credo di aver capito adesso il modo in cui sei fatta. Sei molto bella e pensi che gli uomini si interessino a te solo per il fatto che sei molto bella, ma tu vorresti che gli uomini sia interessassero a te per quello che sei. Il problema è che, al di là di tutta questa bellezza, tu non sei molto interessante: sei maleducata, indisponente, sei scontrosa, sei introversa. Lo so, vuoi qualcuno che non si fermi alle apparenze, che guardi l'essere umano che c'è sotto, ma l'unico motivo per cui dovrebbe scomodarsi a fare una cosa del genere è perché tu sei molto bella. È ironico vero? Bene o male il tuo problema sei tu!". Non so perché, ma noi donne - credo tutte - desideriamo essere apprezzate non solo per la nostra bellezza, ma soprattutto per quello che siamo interiormente (anche se capisco che, a volte, nel nostro mondo interiore un uomo possa anche perdersi). Io so che mio marito mi apprezza anche per ciò che sono dentro, non solo per l’aspetto esteriore, e di questo lo ringrazio. Tuttavia, non posso nascondere che mi dispiace per quelle donne che non sono belle: io, personalmente, sono contentissima così come sono e mi accorgo che questo discorso mi torna alla mente soltanto pensando alla bruttezza come a una vera e propria croce. Con gratitudine, Valeria RISPOSTA DEL SACERDOTE Cara Valeria, ti ringrazio per la tua condivisione sincera. È vero: ogni donna desidera essere amata non solo per la sua bellezza, ma anche per la sua interiorità. Ed è altrettanto vero che tuo marito, non essendo un bruto, ti apprezza certamente anche per ciò che sei dentro. Questo è un dono grande e va custodito con gratitudine. Tuttavia, non possiamo ignorare la realtà: la bellezza esteriore ha il suo peso nella vita coniugale. Per un uomo, vivere accanto a una moglie che non gli piace fisicamente può essere una fatica notevole, mentre un sorriso di una moglie bella ha la forza di guarire e consolare più di tante parole. Ecco perché ti invito a non trascurare mai il dono della tua bellezza, ma ad usarlo con amore: un sorriso, una carezza, un abbraccio sincero possono fare la differenza nel quotidiano di tuo marito. Il video che hai visto voleva anche sottolineare con ironia questo punto: la bellezza è ciò che normalmente apre la porta all’interiorità. Una donna può avere un mondo interiore ricchissimo, ma se non attira l’uomo almeno un po’ anche con l’aspetto esteriore, difficilmente l’uomo si interesserà a conoscerlo. Perciò ti invito a tre atteggiamenti fondamentali. 1. Ringrazia il Signore ogni giorno per il dono che hai ricevuto. E ricorda che Egli può togliertelo in ogni momento, ovviamente per un bene maggiore, magari anche solo spirituale. 2. Ricorda che ognuno ha la sua croce e i suoi talenti: chi ha la croce della bruttezza, chi altre croci; chi riceve cinque talenti, chi uno solo. 3. Sii contenta di ciò che il Signore ti ha dato. La croce si porta più serenamente se si guarda a ciò che si ha, anziché a ciò che manca. Infine, non dimenticare che i talenti ci vengono affidati perché portino frutto. La tua bellezza ti è stata donata non solo per te, ma anche per rallegrare la vita di tuo marito. Un giorno il Signore ti chiederà conto anche di questo dono. E allo stesso modo chiederà conto a tuo marito se avrà saputo valorizzarti anche oltre l’aspetto esteriore. Cammina dunque serena: ciò che hai ricevuto è un dono, e usarlo con amore sarà la tua gioia e la tua responsabilità. Don Stefano Bimbi

    5 min
  6. Lettere alla redazione: l'impossibilità dell'amicizia uomo-donna

    08/12/2025

    Lettere alla redazione: l'impossibilità dell'amicizia uomo-donna

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8258 LETTERE ALLA REDAZIONE: L'IMPOSSIBILITA' DELL'AMICIZIA UOMO-DONNA di Don Stefano Bimbi   Gentile redazione di BastaBugie, vi leggo da anni e siete stati molto importanti per me che sono giovane per formarmi nella fede cattolica visto che in parrocchia non trovavo che banalità e impreparazione anche in quelli che avrebbero dovuto educarmi, come ad esempio i catechisti. Adesso vi scrivo per chiedervi un consiglio in un tema per me abbastanza oscuro e delicato. Lo chiedo a voi perché il sacerdote da cui mi confesso regolarmente non ha saputo darmi una risposta soddisfacente. In questi giorni ho conosciuto, tramite i social, una ragazza che abita vicino a me appena maggiorenne che è molto dolce e simpatica e, per quello che ho potuto capire, anche di sani principii (per esempio è contraria all'aborto e non vuole avere rapporti sessuali prima di una stabilità economica - anche se non ha espressamente detto dopo il matrimonio -, e anche altre cose). Quindi le ho proposto un'uscita di gruppo (io invitavo alcuni miei amici, e lei alcuni dei suoi), ritenendola la modalità migliore per potersi conoscere inizialmente, senza correre troppo in fretta. Lei ha accettato, proponendo però di conoscersi in un'uscita solo io e lei, almeno per la prima volta (tipo un caffè al bar o un gelato insieme), dicendo anche che non le dispiacerebbe se, un giorno, ci trovassimo per guardare un film insieme. Tutto questo nonostante mi abbia detto fin da subito che lei ha il fidanzato e che lo ama molto, spiegandomi che comunque cerca sempre nuovi amici; anche per via di rapporti non proprio idilliaci con i suoi vecchi compagni di classe, che l'hanno portata ad essere una ragazza molto sola. Al mio timore sulla possibile reazione del fidanzato, lei mi ha rassicurato dicendomi, testuali parole del messaggio, "lui mi dice sempre che io non sono un animale in gabbia e che ho il diritto di avere amici" e "vuole che io non sia sola come mio solito"... Dato che comunque questa ragazza, oltre a essere simpatica, è anche carina, mi sono fatto alcune domande di cui non ho risposta certa. Premesso che accetterei volentieri anche un rapporto di amicizia con lei, mi chiedo (e vi chiedo) se sia lecito, da un punto di vista morale, provarci con una ragazza che è già fidanzata. Oppure in tal caso si commette peccato? E se, conoscendosi meglio, lei mi proponesse di fidanzarsi con me per N motivi, lasciando "a piedi" il suo attuale ragazzo, mi chiedo (e vi chiedo) se sia lecito accettare. Oppure è meglio rifiutare? Ringraziando in anticipo auguro una buona serata. Niccolò RISPOSTA DEL SACERDOTE Caro Niccolò, capisco bene la complessità della situazione, perché tocca dinamiche affettive, morali e relazionali che non sono mai semplici da affrontare, soprattutto quando vi è di mezzo la sincerità del cuore e il desiderio di fare la cosa giusta. Da quanto mi racconti, questa ragazza ti ha colpito positivamente, sia per la sua dolcezza che per alcuni valori che dimostra di avere. Ed è bello che tu abbia cercato un modo rispettoso per conoscerla, proponendo inizialmente un'uscita di gruppo, proprio per non forzare i tempi, né le intenzioni. Il fatto che lei abbia proposto invece di vedervi da soli, nonostante abbia chiarito subito di avere un fidanzato che ama, aggiunge un certo grado di ambiguità alla situazione, che è bene guardare con attenzione. Ti poni una domanda molto importante: è lecito, moralmente parlando, "provarci" con una ragazza già fidanzata? La risposta, nella prospettiva del Vangelo e di una visione cristiana delle relazioni, è molto semplice e chiara: no, non è lecito. Anche se il fidanzamento non è un sacramento, è comunque un legame affettivo che va rispettato. Cercare intenzionalmente di entrare nella vita sentimentale di una persona già impegnata, sperando che magari cambi idea o lasci il proprio partner, significa esporsi al rischio di agire con poca trasparenza e poco rispetto per l'altro, anche se non ci si accorge subito. La tentazione di dire a sé stessi che “non si fa niente di male” può mascherare il desiderio, più o meno consapevole, di occupare un posto che al momento non ci spetta. Diverso è il caso in cui sia lei, liberamente e senza alcuna pressione, a decidere di chiudere la relazione con il suo attuale ragazzo. In quel caso, se lei fosse davvero libera da altri legami, tu potresti valutare con coscienza se accettare o meno un suo eventuale desiderio di iniziare qualcosa con te. Ma anche in questo caso, sarebbe importante andare con i piedi di piombo: capire bene le sue motivazioni, se è mossa da un sentimento autentico o solo dal bisogno di sentirsi meno sola; valutare se è passata per un tempo sufficiente di riflessione e di “guarigione” dopo la relazione precedente; e infine, guardare con onestà anche dentro di te, per capire se sei pronto ad accogliere questa persona per quella che è, con la sua storia, i suoi eventuali dubbi e ferite. Capisco anche il desiderio sincero di coltivare con lei un'amicizia. Questo, in linea di principio, è possibile. Ma è importante essere molto onesti con se stessi. Se già dentro di te senti che sta nascendo un'attrazione o una speranza che la situazione cambi, allora bisogna essere prudenti. L'amicizia tra un ragazzo e una ragazza è un mito. Non possiamo nascondere la nostra natura umana e cioè che da bambini i maschi preferiscono stare con i maschi e le femmine con le femmine. È solo con l'adolescenza che le femmine iniziano ad essere interessanti per i maschi. Poi appena si raggiunge una stabilità sentimentale si torna a frequentare le persone dello stesso sesso. Prendi ad esempio una cena dove ci sono molte coppie sposate. Vedrai che a tavola ciascuno tende a sedersi accanto al proprio partner in quanto l'altro potrebbe prenderla a male se viene ignorato. Così le convenzioni sociali vengono rispettate, ma appena la cena finisce e ci si alza in piedi, la natura riprende il sopravvento e si tendono a formare due gruppi, quello maschile e quello femminile. Ovviamente sto parlando di una tendenza e salvo le dovute eccezioni che però confermano la regola: i maschi sono attratti dalle femmine principalmente per la questione sessuale. Non è cattiveria o mancanza di educazione, è che siamo fatti così. Dio ci ha fatti così, ed è cosa buona. Se non si tiene conto di quello che è la natura umana e si coltiva una relazione amicale di un ragazzo con una ragazza è facile che si nasconda (anche inconsapevolmente) il desiderio di qualcosa di più. Così facendo si rischia di far soffrire se stessi, di ingannare l'altro e, in definitiva, di non vivere nella verità. In sintesi, la cosa più giusta da fare in questo momento è rispettare la relazione che lei ha già, custodire i tuoi sentimenti con delicatezza e pazienza, e non forzare le cose. Se un giorno lei dovesse essere davvero libera e le vostre strade si incrociassero ancora, potrai allora valutare con serenità e coscienza. Fino a quel momento, ti invito a custodire il cuore nella luce della verità e del rispetto. È questo che rende limpido l'amore e matura la libertà.  Ti auguro una buona giornata e ti benedico di cuore.

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  7. Lettere alla redazione: l'inganno della pillola contraccettiva

    07/29/2025

    Lettere alla redazione: l'inganno della pillola contraccettiva

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8243 LETTERE ALLA REDAZIONE: L'INGANNO DELLA PILLOLA CONTRACCETTIVA di Don Stefano Bimbi   Gentile redazione del sito BastaBugie, ho trovato conforto leggendo i vostri articoli che mi hanno aiutata nel cammino di fede. Vi scrivo per avere la possibilità di evitare ad altre ragazze quello che ho vissuto io e soprattutto per denunciare la mentalità femminista che permea questa società. Mentalità che promette libertà, ma ci usa come oggetti. Ho avuto il mio primo ciclo molto tardi tipo a 14 anni con alti e bassi si è scoperto che avevo l'ovaio micropolicistico, tramite consultorio gratuito. Lo stesso consultorio, quando avevo 17 anni, non ha esitato a prescrivermi la pillola completamente a caso. Con la ricetta in mano ho iniziato a prenderla con la mente spensierata di un'adolescente un po' ribelle, con genitori poco presenti pensando di aver risolto i miei problemi di ciclo irregolare. Ho preso la pillola per cinque anni ed ho passato un'adolescenza particolare sia perché per motivi personali sono stata molto ribelle e passavo praticamente tutto il tempo fuori casa, appassionata di filosofia sono finita molto facilmente nel nichilismo e dal nichilismo ai pensieri suicidi ricorrenti per cui sono andata anche da una psicologa a 20 anni che mi ha aiutata a diminuirli ma sono rimasti. Un giorno, qualche anno fa per curiosità sono andata a leggere gli effetti indesiderati della pillola che prendevo e tra questi, per ultimo era elencato "pensieri suicidi" per "1 donna su 10". Mi si è gelato il sangue e allora sono andata a chiedere spiegazioni su come mai non mi era stato detto quando mi era stata prescritta la pillola. Ma non ho avuto "soddisfazione" in quanto la mia ginecologa negava che potesse essere effetto diretto perché sosteneva essere una pillola a basso dosaggio. Oggi che ho smesso da quattro anni di prendere la pillola, e dopo aver scoperto Cristo e averlo fatto entrare nella mia vita, sto benissimo e sono felice. Questi pensieri cattivi sono spariti del tutto e conduco una vita molto diversa rispetto a quando ero adolescente. Sono fermamente contraria all'uso della pillola sia perché dopo la conversione sono contraria ai contraccettivi, sia perché non credo più che sia la risposta a tutti i problemi di salute di una donna come viene presentata. Hai tal problema, pillola. Hai l'altro problema, pillola. Qualunque problema, sempre e solo pillola, magico ritrovato moderno. Ebbene, a seguito di una visita per un problema avuto il mese scorso alle ovaie la ginecologa che ho adesso a fine incontro non ha mancato di ricordarmi che esistono "cure" (se così vogliamo chiamarle, per non dire droghe o sperimentazioni) ormonali che alleviano i dolori e riducono a zero il rischio di rivivere episodi traumatici come uno che ho avuto il mese scorso. Le ho risposto con fermezza che non proverò nessun altro dosaggio e che non mi interessa "trovare la pillola adatta a me". Sembra quasi di dover trovare il paio di jeans perfetto, che ti fa stare bene e ti fa sentire sicura di te in una menzogna fatta su misura. Una menzogna che promette due grandi cose che le donne moderne desiderano fortemente: 1. assenza di dolore 2. evitare le gravidanze indesiderate. Ma non sono forse proprio queste due cose a rendere una donna, donna? A fare di un essere umano, un'anima femmina capace di soffrire ed accompagnare la vita? Io sono stanca. Ieri sera ero così arrabbiata e tutt'ora c'è in me il desiderio grande di urlare a tutte le ragazze che si trovano a prendere pillole per slogan, per finte promesse o per pura superficialità dei dottori, che prendere la pillola non risolverà niente. Che l'assenza di dolore fisico non significa libertà e che togliere il rischio della gravidanza ruba la percezione della maternità, che ci fa donne. Come è possibile che sia legalizzato un farmaco che "regolarizza" ormoni con effetti collaterali come "disturbi dell'umore" e "pensieri suicidi"? Quando è stato deciso che la liberalizzazione sessuale vale più delle donne stesse? La maggior parte delle ragazze che conosco prende o ha preso la pillola a seguito di una delle prime visite ginecologiche, prescritta così, subito, senza avvertimenti di nulla. Come se si volesse eliminare il problema della femminilità, del dolore, della sofferenza così intrinseca al nostro essere. Come se si volesse eliminare la possibilità della vita imprevista, nuova, donata. Le donne che prendono la pillola non sono sobrie, il loro essere sarà sempre alterato da ormoni che hanno preso il posto del ciclo mestruale vero e proprio, nonostante di fatto il "ciclo" sembri esserci in realtà è finzione e i dottori non lo dicono se non messi alle strette. Ringrazio tanto Dio per avermi aperto gli occhi su tutto questo e solo ora mi rendo conto di quanto ero tra le carrube a cercare cibo da chi neanche vedeva in me un essere umano. Non so cosa fare di questa rabbia se non offrirla a Dio, che la prenda Lui e ne faccia ciò che vuole. Intanto ho scritto a voi dopo che ho scoperto che la mia storia è simile a tante altre che ho trovato in social di discussione dove le ragazze confidano i loro problemi. Grazie se vorrete pubblicare questo mio grido di dolore e di speranza. Giorgia RISPOSTA DEL SACERDOTE Cara Giorgia, grazie per averci scritto aprendo il tuo cuore con tanta sincerità e profondità. Le tue parole trasmettono un dolore reale, ma anche una consapevolezza preziosa che non può che nascere da una luce interiore, quella che il Signore ti ha donato e che, nonostante la fatica, continui a custodire. Hai toccato un tema delicatissimo, che coinvolge non solo la salute fisica, ma anche la dignità della donna, la verità del corpo, la libertà autentica, e soprattutto il mistero della vita che ci è affidato. Il Signore ti ha aperto gli occhi per poter cogliere ciò che capito con tanta lucidità: la tentazione di "normalizzare" il corpo femminile secondo logiche funzionalistiche, in nome di un benessere che talvolta finisce per mascherare una profonda negazione dell'identità femminile. Questo mi permette di fare una considerazione ulteriore. Il femminismo che oggi dilaga ha la stessa radice del maschilismo: l'uomo è superiore alla donna! Il maschilismo ne deduce che la donna va dominata, mentre il femminismo ne deduce che, se l'uomo è superiore alla donna, allora la donna per valere qualcosa in questo mondo deve comportarsi come gli uomini. Ecco perché i dogmi del femminismo sono che le donne devono lavorare per realizzarsi (imitando gli uomini) e non partorire (di nuovo imitando gli uomini, salvo poi pentirsi quando l'orologio biologico dice che tra poco non potranno più diventare mamme). Come vedi, lavorare per realizzarsi e non partorire o farlo il meno possibile è ormai un dogma accettato da tutti. Ecco quindi donne che rimandano matrimoni e figli il più possibile perché devono realizzarsi nel lavoro e pillole a gogo che vengono prescritte per non restare incinta. Così la femminilità è distrutta. E non trovi più una donna realizzata, se non le rare mamme di famiglie numerose. Certo affaticate, ma sempre felici. E in pace con la coscienza. Ed hai ragione nel dire che il dolore e la maternità (in ogni loro forma, non solo biologica) sono parte della vocazione della donna. Non per punizione, ma per un dono misterioso: la capacità di generare, accogliere, custodire. Quando la medicina perde il senso di questo mistero e riduce tutto a un problema da eliminare, il rischio è grande: non si guarisce, si anestetizza. La tua rabbia è giusta, ma ancora più prezioso è il tuo desiderio di offrirla a Dio. Non è uno sfogo sterile, è preghiera profonda. Il tuo grido può diventare voce per tante donne che magari non riescono ancora a dirlo, ma sentono che qualcosa non torna. Continua a parlare, con fermezza e rispetto, ma non aspettarti accoglienza nel mondo. A volte la testimonianza silenziosa vale più di tante parole sui social. Altrimenti crediamo allo Spirito Santo per finta. È Lui ad agire e convertire i cuori, non noi. Ovviamente a chi domanda ragione abbiamo il dovere di rispondere. A tutti gli altri no, anzi a volte è controproducente. Ti porto nella mia personale preghiera di ogni giorno.

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  8. Lettere alla redazione: guarita da Cristo, non dagli psicologi

    05/20/2025

    Lettere alla redazione: guarita da Cristo, non dagli psicologi

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8166 LETTERE ALLA REDAZIONE: GUARITA DA CRISTO, NON DAGLI PSICOLOGI di Don Stefano Bimbi   Gentile redazione di BastaBugie, apprezzo il vostro sito e vorrei condividere le cose che ho raccontato a un uditorio lontano da Dio e quindi ignorante dell'abc della salvezza. Ero a un corso universitario per docenti di sostegno, in un contesto in cui si parlava del trattamento del disturbo mentale solo in termini di scienze umane ed è per questo motivo che ho declinato le mie parole verso i fondamentali dell'annuncio cristiano. Il motivo che mi ha spinto a parlare di me è che sono proprio queste le occasioni che mi confermano l'utilità (oserei dire, "il privilegio") di avere una storia di sofferenza... cioè quando può essere a vantaggio dell'edificazione del Regno di Dio nei fratelli. Ecco dunque la mia storia. Ho conosciuto l'abisso del disturbo mentale. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un pozzo senza fondo che quanto più ti fa credere che ti stai tirando su tanto più ti tira giù. Per dieci anni la mia testa ha vissuto come in un film horror o uno stato anarchico, in cui a dettar legge erano: verso me stessa, l'autosabotaggio; verso gli altri, il senso di colpa; verso la realtà, una dispercezione senza quartiere. Per dieci anni sono entrata e uscita dalla psicoterapia, assunto farmaci, passato depressioni più o meno latenti in cui più tentavo di risolvere i miei pensieri più mi ci avvitavo dentro. "E se avessi ragione io e voi torto?" era questa la domanda che facevo sempre ai dottori ma non trovavo mai una certezza: questo mondo è diventato il regno del relativismo, in cui niente è sbagliato o tutto è giusto... Insomma, non c'era modo in cui io potessi provare la pace di una cosa semplice quanto dirimente: avere fiducia, conoscere la verità delle cose. Mentre succedeva tutto questo, negli ultimi anni di questa storia, io ricominciavo ad entrare in una chiesa e inginocchiarmi davanti al crocifisso: io, da convinta comunista che ero dicevo robe del tipo: "se ci sei, boh, io ti prego...". Proprio così. Poi ricominciai ad andare a Messa la domenica. Cercavo disperatamente qualcuno di cui non potessi mettere in dubbio la parola, qualcuno decisamente fuori di me, più in alto di me. Fu allora, dalle tenebre della malattia, che è nato il mio desiderio di Dio. Perché vedete, è proprio come un incontro dove ci sono due persone che si vengono incontro e cominciano a conoscersi, ma qui è di più, perché l'incontro è tra una figlia ritrovata e suo padre, Dio Padre. Tra una sorella e suo fratello, Gesù Cristo. Durante la mia ultima depressione, la più profonda, avevo perso tutto e pensavo che sarebbe stato persino meglio farla finita: lì sentii che l'unica mia speranza era Dio, mi ci aggrappai con tutta me stessa. E sapete, a differenza di noi esseri umani, Lui non delude mai le speranze perché ha dato la sua vita per ognuno di noi. Così, il Signore mi ha salvato: Gesù mi ha, per così dire, "risorto". A novembre 2022 ho deciso di lasciare la psicoterapia e abbandonare i farmaci per sempre, spinta dalla risoluzione che dentro di me da allora in poi avrebbe parlato una sola persona: Gesù Cristo. Col tempo sono guarita per opera dell'adesione della mia volontà a Lui e il lavoro della sua vita divina in me: ho stabilito un rapporto sano con me stessa, con gli altri e con la realtà, perché vivo da figlia di Dio, ed è Lui la Verità. Anzi, più esattamente: la Via, la Verità e la Vita. Ogni società che vuole fare a meno di Dio, ogni discorso che si fonda su principi solo umani, è fallimentare dall'inizio alla fine. Sperare di curare l'uomo con strumenti unicamente psicologici non solo è una strategia irrisoria, ma ingannevole. Questo perché l'uomo non è solo un animale razionale, come diceva Aristotele, ma è anche creato a immagine e somiglianza di Dio, come ci ricorda la Genesi. Ogni giorno ci vengono propinati slogan come "credi in te stesso", "ce la fai grazie alle tue capacità", ma sono tutte illusioni. Crediamo di vivere in un mondo più moderno, inclusivo e invece quando ci guardiamo attorno, cosa vediamo? Ansia, depressione, nevrosi, paure, disordini, perversioni, guerre. Una grande bugia! Tutti questi disagi, che chiamiamo le "malattie del secolo", hanno radici ben più profonde. E queste radici si trovano in tutto ciò che comporta la lontananza dell'uomo da Dio. Infatti se l'uomo non segue il sentiero della vera vita indicata da Dio, cioè la vita eterna che è lo stare in comunione con la Trinità, semplicemente muore. Io non sarei guarita senza la Parola di Dio, senza ricevere dentro di me il grande dono dell'Eucaristia che è la persona stessa di Gesù, senza lasciarmi lavare l'anima dai peccati nella Confessione, senza confermare in me la presenza dello Spirito Santo ricevuto nella Cresima. Soprattutto questo non sarebbe successo se non avessi deciso di fidarmi di Dio anche senza capire all'inizio, come un bimbo fa con i genitori perché sono i genitori e questo gli basta. Chi conosce il cuore dell'uomo se non colui che l'ha creato e può ricrearlo. Quel Gesù che ha assunto su di sé ogni dolore, ogni vizio nelle piaghe sulla croce, per redimerlo? È questa la buona notizia di ogni tempo. Ecco qualche esempio di come, facendomi curare da Gesù, facendo entrare il suo modo di pensare praticamente e metodicamente nella mia psiche e nel mio essere, cioè vivendo e ragionando secondo Dio, riportando tutto a Lui, alcuni meccanismi si sono trasformati in una risorsa per me e il prossimo. L'allarmismo si è trasformato nella cura dell'altro, la cervelloticità nel discernimento, le paure nella pace di Cristo, il ritualismo fondato sull'insicurezza nel fondare la certezza in Dio mia roccia, il senso di colpa e il rimuginìo nella libertà di poter scrivere una storia sempre nuova da figlia del Risorto. State certi che tutto l'uomo, corpo, mente, spirito e anima, può salvarsi solo trasformandosi nell'uomo nuovo che si è incarnato in Gesù Cristo. Alle scienze umane il grande compito di essere umile strumento del vero Medico. Così, il reale "progetto di vita" di ogni uomo è corrispondere all'immenso amore con cui Dio lo ha amato dall'eternità, ognuno nell'unicità della propria vocazione. Quale amore più grande di questo? Elena Palazzi RISPOSTA DEL SACERDOTE Cara Elena, grazie per la tua lunga e intensa testimonianza. L'ho letta con profonda gratitudine e commozione. Nel tuo racconto vibra qualcosa che oggi, purtroppo, si sente sempre meno: una fede viva, vissuta nel concreto, provata nel dolore, Hai ragione quando dici che la cultura contemporanea tenta di curare l'uomo partendo solo dall'uomo stesso. È una strategia cieca: non si può guarire davvero senza verità, e non esiste verità senza Dio. Le "malattie del secolo" non sono solo psicologiche o sociali, ma sono essenzialmente spirituali. Nascono da una frattura profonda: la separazione dell'uomo dal suo Creatore. Non è un caso se nel Medioevo non si ha notizia di un solo suicidio. Nemmeno uno. Eppure è la storia di mille anni, mentre oggi i suicidi sono una delle principali cause di morte tra i giovani. La tua esperienza lo conferma: nessuna terapia può dare pace se manca il perdono dei peccati, nessun farmaco può guarire l'anima senza la Grazia di Dio. Questo, ovviamente, non è un disprezzo delle cure umane, che possono essere strumenti utili, ma la verità va detta: senza Cristo, ogni cura resta monca. Tu non solo hai trovato la forza di alzarti dal fondo dell'abisso, ma hai lasciato che fosse Cristo stesso a farti "risorgere". E oggi testimoni, con parole forti e vere, che solo tornando a Dio l'uomo può tornare a essere se stesso. Grazie per aver avuto il coraggio di parlare della tua storia anche in un contesto accademico, probabilmente ostile. È in questi luoghi che serve la voce dei figli di Dio, non per giudicare, ma per testimoniare. La tua lettera è già apostolato. È già annuncio. Ed è anche profezia, perché grida quello che il mondo non vuole più sentire: che c'è salvezza, e si chiama Gesù Cristo. Continua così. Non smettere mai di parlare, di scrivere, di portare la tua esperienza. Perché la verità che hai incontrato, e che ti ha guarita, è quella che può liberare tanti.

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Le risposte del direttore Giano Colli ai lettori di BastaBugie