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LA BUSSOLA

News LaBussola è la rassegna di alcuni articoli e interviste per professionisti e imprenditori che vogliono condividere saperi, notizie utili e far nascere nuovi spunti per i temi più attuali.

  1. Oct 9

    #26-Metelli Donatella-Ritrovare la rotta: L'HR al centro dell'upskilling

    Dal "fare HR" all'"essere HR strategico": orientarsi per guidare la trasformazionedelle competenze. È ottobre, e in molte aziende si apre la stagionedei piani formativi. Sulla scrivania dell'ufficio delpersonale si accumulano richieste, budget daripartire, cataloghi di corsi, scadenze dei fondiinterprofessionali. Chi si occupa di risorse umane passa settimane a chiedersi di cosa abbiano bisogno i reparti, quali competenze manchino ai team, chi vada aggiornato e chi riqualificato. C'è però una voce che quasi mai compare in quel piano: la propria. È il paradosso di chi forma senza formarsi. E oggi, più che in passato, è un paradosso che le imprese non possono permettersi. Il paradosso di chi forma senza formarsiI numeri raccontano un mercato del lavoro sottopressione. Secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere, nel 2025 le imprese italiane hanno incontrato difficoltà di reperimento per il 47% delle assunzioni programmate: quasi un candidato su due è difficile da trovare. L'Indagine Confindustria sul lavoro del 2026 conferma la tendenza: le aziende che segnalano difficoltà di reperimento salgono al 70,4%, e la contromisura più diffusa è la formazione interna, scelta dal 57,2% delle imprese. In altre parole: se le competenze non si trovano fuori, bisogna costruirle dentro. Ed è qui che il tema dell'upskilling (aggiornare le competenze nel ruolo attuale) e del reskilling (svilupparne di nuove per un ruolo diverso) smette di essere una moda e diventa una necessità operativa. L'Osservatorio HR Innovation Practice del Poliitecnico di Milano stima che il 49% delle imprese dovrà riallocare o riqualificare almeno il 5%della propria forza lavoro nei prossimi anni. Quasiun'azienda su due, dunque, si troverà a ripensare ruoli, mansioni e percorsi di crescita di una parte significativa delle sue persone.Chi guiderà questo processo? Nella maggior partedei casi, la funzione HR. Oppure, nelle piccole e medie imprese, il titolare stesso, affiancato da un responsabile amministrativo o da un manager di fiducia.

  2. Jul 21

    #25-Metelli Donatella-Il manager schiacciato tra strategia e operatività

    Ore 8:30. La giornata del middle manager iniziacon una mail del direttore: "Dobbiamo acceleraresul progetto Alpha, il board vuole risultati entroil trimestre". Ore 8:45, prima richiesta dal team:"Possiamo parlare? Ho un problema con un colle-ga che non collabora". Ore 9:00, riunione con lealtre funzioni: obiettivi disallineati, risorse scarse,tempi impossibili. E la giornata è appena cominciata. Benvenuti nella vita del quadro intermedio: la figura professionale più strategica e, paradossalmente, più trascurata delle organizzazioni contemporanee. Schiacciato tra le aspettative della direzione e i bisogni del team, il middle manager vive in un perpetuo stato di tensione. È il traduttore della strategia in operatività, il mediatore dei conflitti, il motivatore delle truppe, il responsabile dei numeri. Tutto insieme, spesso senza che nessuno gli abbia mai insegnato come fare.I numeri di una crisi annunciataI dati raccontano una storia preoccupante. Secondo il Middle Manager Survey di Capterra (2023),il 71% dei middle manager si dichiara costantemente stressato e sopraffatto. Il dato peggiora trai manager più giovani, quelli con meno di due annidi esperienza, e chi gestisce team in modalità ibrida.Ma il problema non è solo lo stress: è la solitudine.Il 74% dei quadri intermedi dichiara di non avermai ricevuto formazione continua dopo la promozione. Solo il 37% viene formato nel momentoin cui assume il nuovo ruolo. Il resto? Impara sul campo, per tentativi ed errori, spesso pagando un prezzo alto in termini di salute, relazioni e risultati. La fiducia nei manager, secondo le rilevazioni di DDI (Development Dimensions International), è crollata dal 46% nel 2022 al 29% nel 2024. In due anni, quasi la metà della credibilità manageriale è evaporata. E quando la fiducia nel capo viene meno, l'engagement del team segue a ruota. Non stupisce che gli analisti di meQuilibrium abbiano previsto un vero e proprio "manager crash": uno scenario in cui i quadri intermedi, sovraccarichi di responsabilità e privi di supporto,arrivano al burnout collettivo, con conseguenze devastanti su produttività, clima e retention.

  3. Jan 8

    #23-Metelli Donatella-L'onboarding che fa la differenza quando l'accoglienza diventa strategia di retention

    Costruire un percorso di inserimento efficace per trattenerei talenti e accelerare la produttività C’è un paradosso che caratterizza il mercato dellavoro italiano di questi anni: mentre le aziendelamentano una crescente difficoltà nel trovarepersonale qualificato — il 78% secondo l’ultimorapporto Talent Shortage di ManpowerGroup — spessosottovalutano cosa accade dopo l’assunzione. Investiamo tempo, energie e risorse nella ricerca delcandidato ideale, per poi lasciare che il primo pe-riodo in azienda scorra quasi per inerzia, come seil contratto firmato fosse già garanzia di successo. La realtà ci racconta una storia diversa. Il valore del primo incontroIl momento dell’ingresso in un’organizzazione rappresenta una fase critica, un crocevia dove si decidono destini professionali.  I dati parlano chiaro:l’86% dei nuovi assunti decide quanto a lungoresterà in azienda già nei primi sei mesi di lavoro. Non è un’impressione passeggera, ma una valutazione profonda che si costruisce giorno dopo giorno,colloquio dopo colloquio, esperienza dopo esperienza. Il fenomeno del “talent shortage” che tanto preoccupa HR manager e imprenditori italiani — con un incremento del 120% negli ultimi dieci anni — non si combatte solo intensificando la ricerca di candidati. Si affronta anche, e forse soprattutto, curando chiè già entrato dalla porta dell’azienda.

  4. 10/14/2025

    #22-Metelli Donatella-Quiet-quitting-quiet-hiring il paradosso silenzioso che sta cambiando il lavoro in Italia

    Quando dipendenti e aziende disimpegnano contemporaneamente. Dati, cause e responsabilità per leader che vogliono invertire la rotta. C’è qualcosa di profondamente paradossale nelmondo del lavoro italiano di oggi. Da una parte, i dipendenti stanno “mollando in si-lenzio”, facendo solo il minimo indispensabile. Dall’altra, le aziende chiedono sempre di più allestesse persone, senza assumere nuove risorse. Due tendenze apparentemente opposte, eppureinterconnesse, che stanno ridefinendo il rapportotra persone e organizzazioni. Quiet Quitting e Quiet Hiring sono segnali di unatrasformazione strutturale: l’Italia si posiziona tra ipaesi peggiori d’Europa per engagement dei lavoratori, con conseguenze economiche e sociali chenon possiamo più ignorare. Questo articolo si rivolge a chi ha la responsabilitàdi prendere decisioni che impattano la vita lavora-tiva di altre persone, offrendo strumenti concretiper comprendere e agire. Perché quando il silenzio diventa la norma, qualcuno deve avere il coraggio di ascoltare.Il Quiet Quitting in Italia: dati allarmantiSecondo l’Osservatorio HR Innovation Practicedel Politecnico di Milano, il 14% della forza lavoroitaliana è composto da “quiet quitter”, ovvero unlavoratore su sette. Il report “State of the GlobalWorkplace 2024” di Gallup rivela che il 25% deilavoratori italiani è attivamente disimpegnato,contro una media europea del 16%. Solo l’8% sidichiara attivamente impegnato, facendo megliosolamente della Francia (7%). Le conseguenze sono tangibili: il 41% cerca atti-vamente un nuovo impiego, solo il 41% affermadi “stare bene” (vs 47% europeo), il 46% si sentestressato (vs 37% europeo) e il 25% si definisce“triste” sul lavoro. Secondo Gallup, il basso impegno dei dipendenti costa all’economia globale 8,9trilioni di dollari, pari al 9% del PIL mondiale.La ricerca del Politecnico di Milano evidenzia cheanche nel 2024 il 12% dei lavoratori si identificacome quiet quitter, dimostrando che non siamo difronte a un trend passeggero ma a una realtà consolidata che attraversa trasversalmente il mercatodel lavoro italiano.

  5. 07/02/2025

    #21-Metelli Donatella-Comunicazione Efficace e Value Proposition Interna: Guida Strategica per Manager e HR 2025

    Iniziamo dalle basi: perché oggi parlare di Employee Value Propositionnon è più un “nice to have” ma una necessità assoluta. Partiamo dall’inizio: cos’è davvero una Employee Value Proposition? Se lavori nelle risorse umane o nel management,avrai sicuramente sentito parlare di EmployeeValue Proposition (EVP) - in italiano, Proposta diValore per i Dipendenti. Ma facciamo chiarezza:non stiamo parlando del solito elenco di benefitaziendali che leggiamo sui siti web delle aziende. L’EVP è qualcosa di molto più profondo e strategico. È l’ecosistema completo di valore che la tuaorganizzazione offre in cambio del talento, dellecompetenze e dell’impegno delle persone. È la risposta alla domanda che ogni potenziale dipendente si fa: “Perché dovrei scegliere proprioquesta azienda?” L’Employer Branding nel 2025: non è più solomarketing delle HR Ricordi quando l’Employer Branding era considerato solo un “fronzolo” del marketing HR? Bene,quei tempi sono decisamente finiti. Dal 1996,quando Ambler e Barrow hanno introdotto questo concetto, abbiamo assistito a una vera rivoluzione. Oggi l’Employer Branding è diventato unprocesso strategico che coinvolge tutta l’organizzazione. E i numeri parlano chiaro: l’84% delleaziende riconosce che un employer branding efficace attrae candidati di qualità, mentre l’88% deicandidati considera il brand del datore di lavoroquando deve decidere dove lavorare.

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