La Minestra degli Esteri

Prismag

La Minestra degli Esteri è la rassegna stampa internazionale di Prismag, ideata da Michele Ceci e condotta da Francesco Stati. Ogni settimana, serviamo a caldo le notizie più rilevanti dal mondo, condite con analisi pungenti e commentate con cura. Osserva insieme a noi come cambia il mondo, un cucchiaio di notizie alla volta. Autori: Lorenzo De Carolis e Semén Zubriekov Produzione e montaggio: Anna Chiara Borrello con Andrea Lo Iacono Il podcast è anche una newsletter! Puoi iscriverti al link qui sotto ⬇️ rifrazioneprismag.substack.com

  1. 1d ago

    57 | La Svizzera rimarrà neutrale come prima

    In Brasile, il nome del presidente arriva per ultimo. Prima, sullo schermo dell’urna elettronica, gli elettori devono scegliere i deputati, due senatori e il governatore. Soltanto alla fine tocca a chi guiderà il paese. È un dettaglio che aiuta a capire queste elezioni, perché concentrarsi soltanto sulla sfida fra Lula e Flávio Bolsonaro rischia di lasciare fuori una parte importante del risultato. Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Ogni settimana, Prismag propone la sua retrospettiva sull’attualità internazionale, letta e commentata dai giornali di tutto il mondo. Partiamo dal Brasile, dove il voto per il Parlamento peserà sulle decisioni del prossimo presidente. Poi andiamo in Serbia, con gli studenti che si preparano a sfidare Vučić alle urne, e in Svizzera, dove gli elettori hanno respinto una proposta per rendere più rigida la neutralità del paese. Brasile, la sfida passa anche dal Parlamento (Foto di Lula Oficial) Registriamo giovedì primo ottobre, prima del voto di domenica 4. Quando ascolterete questa puntata, il primo turno si sarà tenuto: possiamo però raccontare come il Brasile ci è arrivato e che cosa guardare, oltre ai nomi in testa allo scrutinio. Lula cerca la riconferma e si trova davanti a un altro Bolsonaro. Questa volta è Flávio, senatore e figlio dell’ex presidente Jair, escluso dalla corsa elettorale. Già nel 2023 il Tribunale superiore elettorale aveva dichiarato il padre ineleggibile per otto anni, per abuso di potere politico e uso improprio dei mezzi di comunicazione. Il cognome, però, è rimasto al centro della competizione. Per capire come si sono mossi i due candidati prima del voto, è utile una ricostruzione della Folha de S.Paulo, pubblicata il 30 settembre. La campagna di Lula puntava a portare alle urne gli elettori anziani, preoccupata dall’astensione. Flávio cercava invece di convincere gli indecisi e chi preferiva altri candidati di destra a scegliere lui: il cosiddetto voto utile, cioè sostenere chi si considera più capace di battere l’avversario, anche quando non è la propria prima scelta. Sono due lavori diversi. Lula doveva assicurarsi che una parte dei suoi sostenitori andasse davvero a votare. Flávio provava ad allargare il proprio consenso all'interno di una destra in cui non tutti avevano scelto la famiglia Bolsonaro. La difficoltà comune emergeva già da una ricerca Nexus pubblicata a settembre e raccontata da CNN Brasil: circa metà degli intervistati escludeva di votare per Flávio, e una quota quasi identica escludeva Lula. È un dato della campagna, ma spiega quanto fosse difficile conquistare consensi oltre il proprio schieramento. Essere molto conosciuti significa anche avere molti elettori che hanno già deciso di non volerti. Dentro questa competizione, il costo della vita ha avuto un peso concreto. L’analista di CNN Brasil Isabel Mega osservava il 21 settembre che la comunicazione di Flávio riusciva a parlare di questo problema in modo più efficace, mentre Lula aveva tardato a portarlo al centro della campagna. È una valutazione della giornalista, ma indica una difficoltà per chi governa: agli elettori bisogna spiegare che cosa è migliorato nella loro vita e perché dovrebbero concederti altro tempo. Poi ci sono tutti quei voti che, nell’urna elettronica, vengono prima del presidente. In queste elezioni si rinnova l’intera Camera dei deputati e si scelgono cinquantaquattro senatori, due terzi del totale. Il presidente dovrà fare i conti con loro per approvare le leggi e realizzare il proprio programma. Il Senato ha anche poteri particolarmente delicati. Come ricorda il servizio informativo dello stesso Parlamento brasiliano, approva le nomine di alcune autorità proposte dal presidente e giudica i procedimenti di impeachment, che possono portare alla rimozione di chi ricopre determinate cariche pubbliche. La sua composizione incide quindi anche sui controlli esercitati sul governo. Per leggere il risultato brasiliano serviranno entrambe le cose: il consenso raccolto dai candidati alla presidenza e i rapporti di forza nel Parlamento. Serbia, gli studenti si preparano al voto (Foto di Timon91) Anche in Serbia si voterà il 25 ottobre, per rinnovare il Parlamento. A quelle elezioni, Aleksandar Vučić arriva dopo essersi dimesso dalla presidenza della Repubblica il 27 settembre. Aveva annunciato la decisione a giugno, mentre da mesi gli studenti chiedevano di tornare alle urne. Per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare al primo novembre del 2024, quando crollò la pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad. Il bilancio arrivò a sedici morti. I manifestanti accusarono la corruzione e i controlli insufficienti sui lavori di ristrutturazione della stazione. Da quella tragedia nacque una protesta che, a quasi due anni di distanza, ha portato gli studenti a presentare una propria lista elettorale. Vučić, intanto, punta a tornare primo ministro, un incarico che aveva già ricoperto prima di diventare presidente. Non può ottenere un terzo mandato alla presidenza, ma può cercare una maggioranza parlamentare che lo sostenga alla guida del governo. A svolgere temporaneamente le funzioni di capo dello Stato è Ana Brnabić, presidente del Parlamento e sua alleata. Il settimanale serbo Vreme, in un commento del 27 settembre, legge le dimissioni come una mossa di campagna elettorale. Secondo questa analisi, Vučić vuole presentarsi agli elettori come un cittadino comune, pur conservando la propria influenza attraverso i dirigenti del suo partito che occupano incarichi pubblici. È una lettura molto critica: lasciare la presidenza, per Vreme, gli serve a cercare un nuovo consenso e a prendere le distanze dalle responsabilità del potere. La sua lista si chiama Serbia Unita. Fra gli avversari ci sono la coalizione filoeuropea Serbia Europea e la Lista studentesca, ammessa alle elezioni a settembre. Quest’ultima porta nelle urne il movimento che ha animato le proteste: ora deve convincere anche chi non ha partecipato alle manifestazioni. Sui rapporti di forza, però, i sondaggi danno indicazioni molto diverse. Il quotidiano Danas ha riportato una rilevazione di Faktor Plus, condotta fra il 16 e il 20 settembre, che assegnava quasi il 49 per cento alla lista di Vučić e il 37 agli studenti. Il 30 settembre, lo stesso giornale ha pubblicato i dati di un’altra ricerca dell’istituto NSPM: studenti al 44 per cento, lista di Vučić al 42 per cento. Quest’ultima indagine era stata condotta all’inizio del mese. Sono rilevazioni diverse: leggerle come se mostrassero un sorpasso avvenuto in pochi giorni sarebbe sbagliato. Gli studenti hanno ottenuto il ritorno alle urne. Il 25 ottobre dovranno misurare quanti elettori siano disposti ad affidare loro il paese. La Svizzera respinge una neutralità più rigida (Foto di Dirk Hofmann) In Svizzera, invece, il voto c’è già stato. Il 27 settembre, oltre il 70 per cento degli elettori ha respinto un’iniziativa che voleva rendere più rigide le regole sulla neutralità. Il no ha vinto in tutti e ventisei i cantoni. La Svizzera resta un paese neutrale: non partecipa alle guerre fra Stati e mantiene un esercito per difendersi. Ma le regole attuali le consentono di collaborare con altri paesi sulla sicurezza e di adottare sanzioni economiche. È successo dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando Berna ha ripreso gran parte delle sanzioni europee contro Mosca. Proprio questa scelta era contestata dai promotori dell’iniziativa, sostenuta dall’Unione democratica di centro, il principale partito della destra svizzera. A loro giudizio, aderire alle sanzioni significava avvicinarsi troppo ai paesi occidentali e compromettere la credibilità della neutralità. La proposta avrebbe vietato le sanzioni contro gli Stati in guerra, con eccezioni per quelle decise dall’ONU e per le misure necessarie a impedire che le sanzioni altrui venissero aggirate attraverso la Svizzera. Avrebbe anche vietato di cooperare con alleanze militari, salvo in caso di attacco al paese o di preparativi per un attacco. Per il governo e il Parlamento, contrari all’iniziativa, questi limiti avrebbero reso il paese meno sicuro. Il ragionamento era concreto: se vuoi essere in grado di collaborare con altri eserciti quando vieni attaccato, devi poterti preparare prima, per esempio partecipando a esercitazioni comuni. La Svizzera già lo fa, pur rimanendo fuori dalla NATO. La stampa svizzera ha letto il risultato anche come un sostegno alla politica estera del governo. Nella rassegna pubblicata dalla RSI, la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, il 28 settembre, l’editoriale del Corriere del Ticino considera il voto una bocciatura definitiva della proposta e un’approvazione della linea seguita dalle istituzioni. Il quotidiano laRegione insiste invece sulla flessibilità: la neutralità deve servire al paese per affrontare situazioni diverse. Secondo il giornale, irrigidirne le regole rischia di renderla meno utile. Le Temps guarda soprattutto alla sconfitta dell’UDC, alla terza battuta d’arresto dell’anno alle urne. Secondo il giornale, questa pesa particolarmente perché riguarda un tema su cui il partito ha costruito buona parte della propria identità politica. Per il governo, invece, è una conferma popolare del modo in cui ha applicato la neutralità. Dopo il voto, il ministro degli Esteri Ignazio Cassis ha ribadito che la Svizzera resterà neutrale e continuerà a valutare le singole situazioni. Il governo conserva così la possibilità di aderire alle sanzioni europee contro Mosca, una delle scelte che i promotori volevano impedire. Cucchiaiata dopo cucchiaiata, siamo arrivati al termine di questa Minestra, grazie per averci seguito. Noi ci risentiamo il prossimo lunedì. Ciao! This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit rifrazioneprismag.substack.com

  2. Sep 28

    56 | Africa in verticale

    Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Cari amici di Prismag, bentrovati! Ebbene sì, sono proprio io, Michele Ceci, che una volta al mese approfondisco le tre storie che hanno più caratterizzato l’attualità di un continente o di un Paese. Non poteva che aprire questa rassegna il più dinamico e - allo stesso tempo - uno dei più trascurati dei cinque continenti: l’Africa. Per questo primo episodio “verticale” della Minestra degli Esteri, è con noi Alberto Magnani, il corrispondente dall’Africa de Il Sole 24 Ore, che saluto e ringrazio. Alberto, non posso non partire dalla presentazione all’Assemblea Generale dell’ONU, che, fra l’altro, termina oggi i lavori della sua riunione annuale, del progetto Correct the Map”, per opera del Gruppo Africano delle Nazioni Unite a guida togolese. Il piano mira a correggere la rappresentazione cartografica del continente africano nelle mappe ufficiali, ed è frutto di più di un anno di lavoro. Ma quali implicazioni politiche ha e cosa ci dice del potenziale del continente africano nei fori multilaterali? Che immagine ci offre dell’Africa di oggi? Il ministro degli Esteri togolese Robert Doucet, filosofo politico di formazione, ha dichiarato e scritto che le mappe geografiche non sono mai neutrali e, in questa puntualizzazione, si racchiude l’obiettivo fondamentale della cosiddetta correzione delle mappe. Ossia ricostruire un orizzonte, una visualizzazione del mondo e degli equilibri geografici tra le varie regioni, più vicino alla realtà e quindi capace di riequilibrare le alterazioni storiche nella percezione del continente. Ricordiamo che si tratta tutt’oggi di uno strumento indispensabile per la navigazione. Non perché la mappatura di Mercatore fosse intenzionalmente sfavorevole al continente africano, ma perché la proiezione che ne è derivata, sul continente e sulle sue dimensioni relative, ha in effetti alimentato alcuni pregiudizi e alcune visioni semplificate dell’Africa, riducendo il peso geografico e, indirettamente, quello relativo. In seconda battuta, anche il peso politico ed economico di un continente che, invece, sappiamo essere sempre più centrale e decisivo negli equilibri internazionali. Quindi il primo impatto sarà naturalmente di carattere simbolico, una rappresentazione dell’Africa che ne restituisca il peso e le dimensioni relative nella scala globale. L’impatto di lungo termine, però, sarà quello di ricostruire e di offrire una visualizzazione, un’espressione geografica del mondo che sia più fedele e più attinente anche al peso specifico di carattere geografico, di carattere politico e di carattere economico del continente africano, correggendo, per citare il testo stesso dell’intervento della risoluzione, una distorsione geografica che si è conservata negli anni e che ha contribuito, secondo i relatori, a inibire, a ridurre il peso specifico di quella percezione dell’Africa nel mondo. (Foto di Juan Seguì Moreno) La seconda grande storia africana di questo mese ci riporta a cavallo tra il continente africano e una regione in cui molto è ancora in gioco. L’Algeria ha infatti troncato i rapporti diplomatici con gli Emirati Arabi Uniti. Sono diversi i nodi aperti di questo scisma diplomatico, che però resta difficile da capire. Cosa ne sappiamo a oggi? La cesura diplomatica tra Algeria ed Emirati Arabi Uniti, in realtà, è il culmine di un periodo di tensioni che si trascina da diverso tempo e che è il frutto di almeno tre fronti aperti nei rapporti bilaterali e, più in generale, regionali tra i due paesi. Il primo fronte è quello della normalizzazione dei rapporti con Israele. Gli Emirati Arabi Uniti sono un attore sempre più apertamente, sempre più esplicitamente vicino a una dialettica con Israele, mentre l’Algeria ha sempre respinto lo scenario di un avvicinamento, anzi di una conciliazione ex novo con Israele, ponendosi in un rapporto di conflittualità anche con i vicini di casa, come il Marocco, il paese nordafricano, forse più apertamente e continuativamente vicino al blocco occidentale in quest’ultima fase, se non altro. Il secondo fronte è proprio quello dei rapporti con il Marocco e, in particolare, con il Sahara occidentale, perché l’Algeria si schiera a favore del riconoscimento del Sahara occidentale, andando in rotta di collisione con lo stesso Marocco e con gli Emirati Arabi Uniti. Poi c’è il fronte saheliano, perché, secondo alcuni analisti interpellati da Il Sole 24 Ore, l’Algeria è preoccupata e allarmata dal presunto o effettivo ruolo che gli Emirati Arabi Uniti giocherebbero nel grande caos saheliano. Una regione che è diventata, lo ricordiamo, l’epicentro globale del jihadismo e che è incastrata in un circolo vizioso tra violenze di carattere terroristico e l’ascesa delle giunte. Da qui, ad esempio, anche l’accelerazione dell’Algeria nel tentare di investire, a livello militare e securitario, nel Sahel e di creare o ricreare rapporti con le stesse giunte militari salite al potere. Un caso emblematico è il sostegno offerto da Algeri alla giunta nigerina dopo il tentato golpe che si è consumato nelle scorse settimane a Niamey, capitale nigerina, così come è altrettanto emblematica la rinascita e il riscatto dei rapporti diplomatici avviati con l’aggiunta del Maya ni Dambé dopo la rottura che si era invece consumata in precedenza. Due segnali che mostrano quanto l’Algeria voglia riposizionarsi nel Sahel, anche nell’ottica di un contenimento con gli Emirati Arabi Uniti. (Foto di Gustave Deghilage) Vorrei chiudere con una nota più di buon auspicio. Settembre è stato, per le borse africane, un mese di fermento. Quali sono stati i fattori e i Paesi trainanti di questo rally dei listini? Il rally dei listini africani è in atto dall’inizio del 2026 e risponde a dinamiche specifiche dei singoli paesi. Nel caso del rally del Ghana, quello più poderoso in assoluto con rialzi nell’ordine superiore al 100% del valore in euro, secondo una stima sempre de Il Sole 24 Ore, è dovuto ad esempio al miglioramento delle condizioni economiche del paese e anche alle performance notevoli di alcuni titoli specifici; così come il rally della borsa nigeriana è imputato alla fiducia degli investitori verso le riforme della presidenza di Bola Tinubu e alle buone performance nel nei bilanci nel trimestrali. Alcuni grandi gruppi quotati in parallelo alle prestazioni comunque significative di listini come quello della Tunisia o quello decisamente più voluminoso e rilevante della borsa di Johannesburg, un listino che da solo capitalizza oltre 1500 miliardi di dollari statunitensi e rappresenta forse l’unica vera piazza finanziaria di portata internazionale nel continente africano. Però, più in prospettiva, al di là delle singole prestazioni, quello che si sta intravedendo su scala africana è un cambio di passo incoraggiante del settore azionario, in particolare con la quotazione record della raffineria di Aliko Dangote, il miliardario nigeriano che ha appena diversificato il suo impero dal vecchio core business del cemento e di altri settori, dando una spinta sempre più netta al settore energetico, in particolare petrolifero. Dangote ha iniziato il collocamento di una quota della sua raffineria il 14 settembre, con l’obiettivo di raccogliere circa 1,6 miliardi di dollari statunitensi, in aggiunta ai 2,5 miliardi già raccolti privatamente in estate, a luglio. L’operazione è prima di tutto rilevante per la sua portata, che, in valori relativi su scala africana, è comunque significativa, ma è anche rilevante per l’impatto, per così dire, culturale che sta manifestandosi e che si sta esercitando sul paese. E più in generale sui listini e sui mercati finanziari africani, perché la IPO si è consumata e si è registrata con la cessione di oltre quattro miliardi di azioni a un prezzo decisamente simbolico, 40 centesimi di dollari ad azione, con una soglia di ingresso minima di 4 dollari, quindi un pacchetto minimo di 10 azioni. Una strategia di democratizzazione, come l’ha chiamata lo stesso Dangote, che lascia presupporre una crescita dell’interesse, anche potenziale, per i volumi di intervento degli investimenti africani sulle proprie borse, uscendo quindi dalla logica di investimenti riservati esclusivamente agli investitori e, appunto, ai grandi capitali internazionali. Cucchiaiata dopo cucchiaiata, siamo arrivati al termine di questa Minestra, grazie per averci seguito. Noi ci risentiamo il prossimo 5 ottobre. Ciao! This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit rifrazioneprismag.substack.com

  3. Sep 21

    55 | Uno Stato in più per Bruxelles, tre in meno per Londra

    Il Canada potrebbe diventare il primo membro associato dell’Unione europea. Lo ha proposto Ursula von der Leyen a Strasburgo, con il primo ministro canadese Mark Carney in prima fila. Sono partiti gli applausi, anche se nessuno sa ancora bene che cosa comporterebbe questa nuova formula. Per Donald Trump, comunque, ce n’è già abbastanza per minacciare altri dazi. Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Ogni settimana, Prismag propone la sua retrospettiva sull’attualità internazionale, letta e commentata dai giornali di tutto il mondo. Partiamo dal Canada, che cerca nell’Europa un alleato per dipendere meno dagli Stati Uniti. Poi torniamo nello Yemen, dove l’avanzata degli houthi mette a rischio una delle rotte marittime più importanti del mondo. Infine andiamo a Cardiff: i leader indipendentisti di Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno deciso di fare pressione insieme su Londra. Il Canada si avvicina all’Europa (Foto di Kanesue) Mercoledì sedici settembre, durante il discorso sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea ha proposto al Canada un rapporto più stretto di quello attuale. Lo ha chiamato «membro associato». Ma questa categoria, nell’Unione, ancora non esiste: bisogna costruirla e decidere quali vantaggi offrirebbe a Ottawa, quali obblighi comporterebbe e quanto i canadesi potrebbero partecipare alle decisioni. Il rapporto commerciale c’è già. Si chiama Ceta ed è l’accordo che ha eliminato gran parte dei dazi tra Canada ed Europa. Adesso si vuole andare oltre, lavorando insieme anche sulla difesa, sull’energia, sull’intelligenza artificiale e sui minerali necessari alle industrie tecnologiche. La Canadian Press, l’agenzia di stampa canadese, racconta però la prudenza di Ottawa. I rappresentanti del governo preferiscono parlare dei risultati da ottenere, prima di scegliere un nome per l’alleanza. Anche l’ufficio di Carney ha accolto la proposta senza impegnarsi sulla formula «membro associato». Perciò, se qualcuno stava già pensando di trasferirsi liberamente da Toronto a Roma, conviene aspettare: su diritti di questo tipo non c’è ancora un’intesa. In un commento su The Conversation, il politologo Stewart Prest legge l’avvicinamento all’Europa come una forma di assicurazione contro l’ostilità americana. Il Canada ha sempre considerato gli Stati Uniti il suo alleato più importante. Ora deve cercare altri partner anche per difendersi dalle pressioni di Washington. Da solo, il Canada non può trattare alla pari con le grandi potenze. Collaborare con paesi che hanno interessi simili gli permette di avere più forza. Ma Prest invita a guardare anche alle rinunce che questo può comportare. Condividere le regole significa accettare di non deciderle sempre da soli, proprio mentre Ottawa cerca di difendere la propria autonomia. Gli Stati Uniti resteranno probabilmente il principale partner commerciale canadese, per via del confine, degli investimenti e dei rapporti costruiti in decenni. Per Prest, trovare nuovi alleati serve, ma bisogna evitare che l’accordo europeo finisca per rendere ancora più difficili gli scambi con gli americani. Trump ha già minacciato dazi pesanti contro l’Europa se giudicherà ostile questa operazione. La minaccia, riportata anche dall’Associated Press, è condizionata a quelle che lui considera le intenzioni degli europei. Quindi Bruxelles e Ottawa devono negoziare un’intesa che ancora non esiste sapendo che Washington potrebbe decidere di farla pagare. Il prossimo appuntamento è il vertice tra Canada e Unione europea, a fine ottobre a Montréal. Sarà l’occasione per capire quali accordi concreti ci saranno dietro il nuovo nome e quanta libertà di scelta resterà al Canada. Gli stretti si fanno più stretti (Foto di Felton Davis) Nello Yemen, intanto, si combatte per controllare una via da cui passano petrolio e merci diretti anche in Europa. Ne avevamo parlato a gennaio. Nei primi giorni di settembre gli scontri sono ripresi con forza e gli houthi, il movimento armato sostenuto dall’Iran che controlla Sanaa e gran parte del nord, hanno conquistato nuove posizioni sulla costa del Mar Rosso. Il dieci settembre hanno preso Mocha; il giorno dopo, secondo l’Associated Press, anche l’isola di Mayun. L’isola si trova nello stretto di Bab el-Mandeb, tra lo Yemen e il Corno d’Africa. Da lì si entra nel Mar Rosso e si prosegue verso il canale di Suez. Controllare quei punti permette agli houthi di minacciare più da vicino le navi in transito. La testata yemenita Al-Majhar, in una ricostruzione delle battaglie, si concentra sulla rapidità con cui hanno ceduto le difese. Racconta una settimana di scontri, poi il ritiro delle forze che difendevano Mocha. E mette in discussione la capacità dei comandi di tenere insieme i reparti, nonostante gli aiuti e i rinforzi ricevuti. È una lettura critica del cedimento militare, scritta da una testata apertamente ostile agli houthi. Il quotidiano di Aden, Aden al-Ghad, guarda invece alla strada percorsa da chi scappa. In un servizio dell’undici settembre riporta testimonianze di famiglie bloccate tra Mocha e Bab el-Mandeb, senza cibo e carburante. Alcuni testimoni accusano gli houthi di averle bombardate durante la fuga. Il giornale racconta di auto ferme con donne, bambini e anziani a bordo, che chiedono aiuto per raggiungere un posto sicuro. La crisi si allarga anche all’Arabia Saudita. Il dieci settembre è stato attaccato l’oleodotto East-West, che trasporta petrolio dalla parte orientale del paese fino al Mar Rosso, permettendo di evitare lo stretto di Hormuz. Il giorno dopo Riad ne ha annunciato la chiusura per precauzione. Secondo il ministero deg-li Esteri saudita, citato dall’Associated Press, l’attacco è arrivato da droni provenienti dall’Iraq. L’oleodotto e lo stretto yemenita sono due passaggi diversi, ma le loro difficoltà si sommano: una parte delle esportazioni deve fare i conti con un impianto fermo e con una rotta marittima diventata più pericolosa. Nella settimana scorsa il Brent, il petrolio di riferimento per il mercato europeo, ha superato i centocinque dollari al barile. E l’effetto può arrivare oltre il distributore. Se aumentano il costo del carburante, delle assicurazioni e dei viaggi delle navi, trasportare le merci diventa più caro. Una parte di queste spese può finire nei prezzi pagati dai consumatori, alimentando l’inflazione. Non significa che ogni rincaro dipenda dallo Yemen, ma che questa crisi aggiunge costi a scambi già complicati dalla guerra nella regione. Secondo una ricostruzione di Reuters, basata su fonti yemenite, iraniane e regionali, l’offensiva degli houthi ha ricevuto assistenza diretta dai Guardiani della rivoluzione iraniani. Teheran punta così ad aumentare la pressione sugli Stati Uniti e sull’Arabia Saudita. Il governo yemenita, sostenuto dai sauditi, deve intanto fare i conti con la perdita di città e vie di comunicazione che fino a pochi giorni fa controllava. Regno (dis)Unito (Foto di Sinn Féin) A Cardiff, lunedì quattordici settembre, si sono invece incontrati i leader dei partiti che vogliono cambiare i confini del Regno Unito. C’erano John Swinney per il Partito nazionale scozzese, il primo ministro gallese per Plaid Cymru e Michelle O’Neill per Sinn Féin. Con loro anche Mary Lou McDonald, presidente di Sinn Féin e leader dell’opposizione nella Repubblica d’Irlanda. Come chiarisce la cronaca di ITV Wales, si sono riuniti in quanto dirigenti di partito. L’accordo firmato impegna le loro forze politiche a collaborare sull’economia, sull’energia e sui rapporti con l’Europa, e a sostenere il diritto di ciascuna nazione a decidere il proprio futuro. Non è un accordo tra governi e non convoca nessun referendum. Per la prima volta Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno contemporaneamente alla guida esponenti favorevoli all’indipendenza o alla riunificazione irlandese. Il voto di maggio ha portato Plaid Cymru al governo in Galles. In Irlanda del Nord, però, Sinn Féin condivide il potere con gli unionisti, che vogliono restare nel Regno Unito. Anche gli obiettivi sono diversi. Gli scozzesi vogliono un nuovo referendum sull’indipendenza. Plaid Cymru vuole arrivare all’indipendenza del Galles, ma intanto chiede più poteri e risorse. Sinn Féin punta invece a unire l’Irlanda del Nord alla Repubblica d’Irlanda. Cambiano anche le regole. La Corte suprema ha stabilito che il parlamento scozzese non può indire da solo un referendum sull’indipendenza. Per l’Irlanda del Nord esiste invece il meccanismo previsto dagli accordi di pace del 1998: il ministro britannico competente deve convocare il voto se ritiene probabile una maggioranza favorevole alla riunificazione. La vittoria elettorale di Sinn Féin non basta, da sola, a dimostrare che quella maggioranza ci sia. Il Guardian legge l’iniziativa come una sfida al decentramento proposto da Andy Burnham: i nazionalisti vogliono discutere anche la separazione. Il Telegraph, nel racconto ripreso da The Week, presenta invece il vertice come un progetto per spezzare il Regno Unito. Lo stesso incontro viene così raccontato dando più peso al diritto di scegliere o al rischio della rottura. Burnham ha parlato della possibilità di un nuovo referendum scozzese davanti a un consenso chiaro, ma poi ha precisato che per ora il voto resta escluso. Il governo britannico vuole concentrarsi sull’economia e sul costo della vita, mentre i nazionalisti chiedono di discutere chi debba avere il potere di prendere quelle decisioni. Cucchiaiata dopo cucchiaiata, siamo arrivati al termine di questa Minestra, grazie per averci seguito. Noi ci risentiamo il prossimo 28 settembre. Ciao! This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit rifrazioneprismag.substack.com

  4. Sep 14

    54 | La Cina si prepara alla difesa

    In Germania, cinque deputati di un partito nato a sinistra potrebbero aiutare l’estrema destra ad arrivare al governo. Succede in Sassonia-Anhalt, lo Stato federale dell’Est dove l’AfD ha sfiorato il quarantaquattro per cento dei voti: le mancano tre seggi per la maggioranza assoluta. E quei voti potrebbero arrivare dal movimento rossobruno di Sahra Wagenknecht. Il risultato elettorale è già una pesante sconfitta per il cancelliere Friedrich Merz. Ora bisogna formare un governo e capire chi sarà disposto a sostenerlo. Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Ogni settimana, Prismag propone la sua retrospettiva sull’attualità internazionale, letta e commentata dai giornali di tutto il mondo. Da questa settimana Francesco Stati prende le redini di questo podcast: Michele Ceci, lo chef dietro la Minestra, quest’anno si dedicherà a un approfondimento verticale che pubblicheremo una volta al mese con interviste a esperti del settore. Partiamo dalla Germania, dove il successo dell’AfD mette alla prova il rifiuto degli altri partiti di collaborare con l’estrema destra. Poi andremo in Ucraina e in Russia, tra magazzini bombardati e negoziati che ancora non fermano la guerra. Infine, in Cina, una nuova legge prepara industrie e tecnologie civili a sostenere la difesa nazionale. In Germania, la destra populista stravince e per poco non prende la maggioranza assoluta (foto di Rasande Tyskar) Domenica 6 settembre si è votato in Sassonia-Anhalt, uno dei Länder federali della Germania orientale. L’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento. La CDU, il partito cristiano-democratico del cancelliere in carica Merz, si è fermata al 17,2 per cento: quasi venti punti percentuali in meno rispetto al 2021. Ha votato quasi il settantotto per cento degli elettori, un record per il Land. L’AfD dispone di trentanove seggi su ottantatré. Per la maggioranza assoluta ne servono quarantadue. Il suo candidato alla guida del governo, Ulrich Siegmund, deve quindi cercare appoggi. CDU, socialdemocratici, Verdi e Linke hanno escluso la collaborazione. Il BSW, partito fondato da Wagenknecht dopo l’uscita dalla Linke, ha cinque deputati e una posizione diversa. Intervenendo nella trasmissione della televisione pubblica MDR «Fakt ist!», Claudia Wittig, candidata di punta del BSW, ha escluso, per il momento, una coalizione con l’AfD. Ha però confermato la disponibilità a discutere i progetti e a governare con maggioranze variabili. Un esecutivo di minoranza, quindi, che cerchi in parlamento i voti necessari di volta in volta. Siegmund dovrebbe negoziare anche dopo essere arrivato al governo. Sul quotidiano di sinistra taz, Daniel Bax dedica un commento proprio a questa disponibilità. Il titolo presenta il BSW come pronto a fare da staffa all’AfD, cioè ad aiutarla a salire al potere. Bax ricorda le convergenze tra i due partiti: l’opposizione al sostegno all’Ucraina e alle sanzioni contro Mosca, una linea dura sull’immigrazione. E avanza un dubbio sul calcolo di Wagenknecht: una volta favorito un governo dell’estrema destra, quanto riuscirebbe davvero a condizionarne le decisioni? Sul Tagesspiegel, invece, Daniel Friedrich Sturm guarda alle responsabilità del governo federale. Nel commento pubblicato l’otto settembre chiede alla coalizione di Merz una ripartenza, riforme concrete e, se necessario, un voto di fiducia in parlamento. La sua lettura è che Berlino debba rispondere politicamente a questa sconfitta, senza trattarla come una faccenda da lasciare alle trattative regionali. Intanto, in Sassonia-Anhalt, resta da eleggere il nuovo capo dell’esecutivo. L’AfD ha vinto le elezioni; per governare deve ancora convincere qualcuno a sostenerla. L’Ucraina ha colpito due grossi centri di distribuzione russi: ecco perché Dalla Germania ci spostiamo sul conflitto che divide anche quei partiti. In Ucraina, l’estate ha portato altri bombardamenti sulle città. Il due luglio, a Kiev, un attacco russo con missili e droni ha ucciso almeno trenta persone, secondo il bilancio riportato dal Kyiv Independent. Tra gli edifici colpiti c’era un palazzo residenziale parzialmente crollato. Una parte crescente degli attacchi riguarda i luoghi dove si conservano e si distribuiscono le merci. Da metà luglio l’Ucraina colpisce i depositi di Wildberries, la grande piattaforma russa di acquisti online. Ad agosto la campagna si è estesa a Ozon, il suo principale concorrente. Kiev sostiene che attraverso Wildberries vengano forniti anche componenti per droni e altri equipaggiamenti all’esercito russo; l’azienda respinge l’accusa. Su Meduza, testata russa indipendente in esilio, il commentatore economico Bogdan Bakaleyko propone una lettura critica. Intervistato nel podcast del giornale, spiega che alcune vendite di materiale militare costituiscono, a suo giudizio, una giustificazione debole per colpire quei magazzini. Soprattutto, ritiene improbabile che gli attacchi riescano a spezzare l’economia russa. I commercianti cercheranno altri canali; parte delle attività potrà spostarsi su piattaforme concorrenti. Per Bakaleyko, l’effetto cercato da Kiev sarebbe soprattutto politico: mostrare ai cittadini russi che lo Stato non sa o non vuole proteggerli. Nella sua analisi, il problema riguarda anche chi ha perso la merce e aspetta un risarcimento. La guerra entra così nelle attività di persone che lavorano lontano dal fronte. Gli attacchi possono anche alimentare l’inflazione. Merci distrutte e consegne da riorganizzare comportano costi aggiuntivi che i venditori possono trasferire sui clienti. In Russia, secondo l’agenzia Interfax, al sette settembre l’inflazione annua era stimata al 6,29 per cento, in lieve calo rispetto alla settimana precedente. L’effetto dei bombardamenti sui prezzi, però, resta da misurare. Il quotidiano Kommersant riporta la smentita di Ozon: la società sostiene che, dopo i primi attacchi, il prezzo medio dei prodotti sulla sua piattaforma sia diminuito. Il rischio di rincari riguarda quindi i costi e le difficoltà delle forniture; quel sei per cento descrive l’inflazione complessiva del paese. Il cinque settembre gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump, hanno incontrato Putin a Mosca. Il giorno dopo erano a Kiev. Nel resoconto firmato da Martin Fornusek, Tim Zadorozhnyy e dalla redazione del Kyiv Independent, il tema concreto dei colloqui è anche la preparazione all’inverno: forniture per la difesa aerea, sostegno energetico, garanzie di sicurezza. Le delegazioni hanno parlato di nuovi incontri, senza annunciare un accordo per fermare la guerra. Dopo i colloqui, Zelensky ha detto di aspettarsi che il conflitto continui nei mesi invernali. Il prossimo sarà il quinto inverno dall’invasione su vasta scala del febbraio 2022. Per chi vive sotto gli attacchi, la disponibilità di elettricità e di protezione dai missili resta una necessità immediata. La nuova legge cinese per la difesa nazionale e i timori dell’Occidente (Foto di Alex Healing) E la produzione dei droni ci porta in Cina. Il ventotto agosto Pechino ha approvato la prima revisione in sedici anni della legge sulla mobilitazione per la difesa nazionale. Entrerà in vigore il primo ottobre. La legge stabilisce come preparare e impiegare risorse economiche e sociali per le esigenze della difesa. Nel testo pubblicato dall’agenzia ufficiale Xinhua si parla di dati utili alla mobilitazione, riserve strategiche, capacità produttive e sicurezza delle forniture militari. La preparazione coinvolge settori civili come trasporti, telecomunicazioni, sanità ed energia. Significa sapere in anticipo quali risorse siano disponibili, chi possa produrre ciò che serve e come organizzare il sostegno alle forze armate. Il South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong, si concentra sulle tecnologie. Nell’articolo firmato da Albee Zhang viene intervistato Xie Dan, esperto di diritto militare. La legge parla in termini generali di tecnologie avanzate; è Xie a indicare, tra i campi coinvolti, l’intelligenza artificiale, i sistemi senza pilota e il cyberspazio. Secondo l’esperto, la guerra russo-ucraina ha confermato quanto questi strumenti contino nei conflitti contemporanei. Pechino, nella sua lettura, sta adattando le proprie regole a quelle lezioni. Il Global Times, quotidiano legato al Partito comunista cinese, difende la riforma in un editoriale. Sostiene che organizzare per legge la mobilitazione sia una scelta ordinaria per una grande potenza e che prepararsi a un’emergenza non significhi aver deciso di avviare una guerra. Il giornale accusa alcuni media occidentali e gli indipendentisti taiwanesi di deformare il significato della norma. La presenta come uno strumento difensivo, capace di rafforzare la pace attraverso una maggiore capacità di reazione. Su questo rapporto tra industria civile e produzione militare interviene anche un’inchiesta di Politico, ripresa dalla testata ucraina Hromadske. Riguarda le forniture alla Russia, una vicenda distinta dalla riforma della legge cinese. Secondo i documenti di spedizione esaminati dai giornalisti, la società statale cinese Jilin Chemical Fiber Group avrebbe inviato quarantasei tonnellate di materiale alla russa Alabuga-Volokno, una controllata del gruppo Rosatom. Si tratta di PAN, la materia di partenza per produrre fibra di carbonio, usata anche per rinforzare la struttura dei droni d’attacco Geran. Il carico sarebbe stato dichiarato con un codice doganale per comuni fibre sintetiche. Gli esperti citati nell’inchiesta leggono quella classificazione come un possibile tentativo di nascondere una fornitura sensibile. Pechino respinge le accuse di sostegno al programma russo di droni e afferma di controllare rigorosamente le esportazioni di beni utilizzabili sia in ambito civile sia militare. La società cinese non ha risposto alle richieste di commento di Politico. Cucchiaiata dopo cucchiaiata, siamo arriva

About

La Minestra degli Esteri è la rassegna stampa internazionale di Prismag, ideata da Michele Ceci e condotta da Francesco Stati. Ogni settimana, serviamo a caldo le notizie più rilevanti dal mondo, condite con analisi pungenti e commentate con cura. Osserva insieme a noi come cambia il mondo, un cucchiaio di notizie alla volta. Autori: Lorenzo De Carolis e Semén Zubriekov Produzione e montaggio: Anna Chiara Borrello con Andrea Lo Iacono Il podcast è anche una newsletter! Puoi iscriverti al link qui sotto ⬇️ rifrazioneprismag.substack.com