La Minestra degli Esteri

Prismag

La Minestra degli Esteri è la rassegna stampa internazionale di Prismag, ideata da Michele Ceci e condotta da Francesco Stati. Ogni settimana, serviamo a caldo le notizie più rilevanti dal mondo, condite con analisi pungenti e commentate con cura. Osserva insieme a noi come cambia il mondo, un cucchiaio di notizie alla volta. Autori: Lorenzo De Carolis e Semén Zubriekov Produzione e montaggio: Anna Chiara Borrello con Andrea Lo Iacono Il podcast è anche una newsletter! Puoi iscriverti al link qui sotto ⬇️ rifrazioneprismag.substack.com

  1. 6h ago

    61 | Elezioni in bilico per USA e Israele

    Per un candidato repubblicano, farsi vedere accanto a Donald Trump può essere un vantaggio oppure un problema. Dipende da dove si presenta. Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Ogni settimana, Prismag propone la sua retrospettiva sull’attualità internazionale, letta e commentata dai giornali di tutto il mondo. Partiamo dagli Stati Uniti, alla vigilia del voto che deciderà chi controllerà il Congresso. Poi andiamo in Israele, dove dopo il voto si cerca una maggioranza per governare. Infine, in Libia, la Turchia ha convinto anche i suoi vecchi avversari ad appoggiare l’accordo marittimo con Tripoli. Democratici vs repubblicani: la corsa per il controllo sul presidente Il New York Times riporta che, nella fase finale della campagna, il presidente si è concentrato sugli Stati in cui poteva convincere i suoi sostenitori a tornare alle urne. È invece rimasto lontano da alcune sfide per il Senato, come quelle in Maine e in New Hampshire, dove la sua presenza rischia di costare voti ai candidati del suo partito. Domani, martedì 3 novembre, gli americani decidono chi controllerà il Congresso. E i repubblicani devono riuscire in un esercizio complicato: portare a votare chi sostiene Trump e convincere almeno una parte di chi è deluso da lui. Si rinnovano la Camera dei rappresentanti e circa un terzo del Senato, le due assemblee che formano il Congresso. Sono le elezioni di metà mandato: il presidente resta al suo posto, mentre gli elettori decidono chi controllerà il parlamento nei due anni successivi. Per Trump significa poter continuare a contare su una maggioranza amica, oppure ritrovarsi davanti a un Congresso capace di bloccare le sue proposte e indagare sull’operato della sua amministrazione. Per i democratici è l’occasione per recuperare parte del potere perso nel 2024. Camera e Senato, però, sono due partite da tenere separate. Il New York Times ricorda quanto sia difficile conquistare il Senato: i democratici devono guadagnare quattro seggi repubblicani senza perdere quelli che già hanno. E alcune delle vittorie necessarie dovrebbero arrivare in Stati che hanno votato nettamente per Trump appena due anni fa. Al Senato ogni Stato elegge due rappresentanti, indipendentemente dalla popolazione, e a ogni elezione si rinnova soltanto una parte dei seggi. Il consenso nazionale di un partito, quindi, non basta a determinare quante possibilità abbia di conquistare quella maggioranza. Anche sul fronte conservatore le difficoltà repubblicane vengono riconosciute. Karl Rove, che fu uno dei principali strateghi di George W. Bush, nella sua rubrica per il Wall Street Journal del 29 ottobre prevede un guadagno democratico fra i venti e i venticinque seggi alla Camera. È la valutazione di un commentatore, non un risultato acquisito. Per capire che cosa potrebbe determinarlo, vale la pena guardare alla stampa locale. Il Plain Dealer e Cleveland.com hanno intervistato politici ed esperti dell’Ohio, uno Stato diventato molto più favorevole ai repubblicani negli anni di Trump. La loro ricostruzione spiega che ai democratici serve una combinazione difficile: portare alle urne gli elettori delle città, migliorare nei sobborghi e recuperare qualcosa nelle zone operaie che si sono spostate a destra. Ai repubblicani serve soprattutto che tornino a votare le persone che hanno sostenuto Trump nel 2024. Il problema è che alle elezioni di metà mandato partecipa generalmente meno gente rispetto alle presidenziali. Avere una base numerosa conta, ma bisogna convincerla a presentarsi anche quando il nome del presidente non è sulla scheda. Il giornale raccoglie anche la cautela di Gene Krebs, ex deputato statale repubblicano: fra gli elettori rurali vede qualche segnale di insofferenza verso Trump, ma avverte che questo non significa automaticamente disponibilità a votare democratico. Una Camera democratica potrebbe convocare funzionari, chiedere documenti e aprire indagini. Un Senato democratico potrebbe bloccare le nomine dei giudici scelti da Trump. Il presidente resterebbe alla Casa Bianca, ma dovrebbe rispondere a un’opposizione con più poteri per controllarlo. Per i democratici, invece, una vittoria comporterebbe anche una responsabilità. Hanno chiesto agli americani di affidare loro il compito di limitare Trump e di occuparsi del costo della vita. Se ottenessero la maggioranza, dovrebbero spiegare quali risultati possono raggiungere e quali richiedono un accordo con il presidente. Perché gli elettori che oggi sono delusi dai repubblicani comincerebbero a chiedere risposte anche a loro. In Israele, i partiti arabi decideranno il futuro governo? (Foto di Phil Murphy) Benjamin Netanyahu ha perso la maggioranza, ma il voto israeliano non ha ancora deciso chi lo sostituirà. Dalle elezioni del 27 ottobre emerge un parlamento in cui nessuno dei principali schieramenti ha i numeri per governare da solo. E i partiti arabi, con il miglior risultato della loro storia, diventano decisivi per costruire una possibile alternativa. I risultati definitivi assegnano cinquantatré seggi al blocco di Netanyahu, quarantotto a quello guidato da Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’esercito, e diciannove alle due liste arabe. La Knesset, il parlamento israeliano, ha centoventi deputati: per una maggioranza ne servono sessantuno. Il Likud di Netanyahu resta il primo partito, con ventisette seggi. Ma essere il partito più votato non basta per formare un governo. Bisogna trovare alleati, ed è qui che il risultato si complica. Netanyahu riunisce destra, estrema destra e partiti ultraortodossi. Fra i suoi avversari ci sono invece forze di centro, destra laica e sinistra, accomunate soprattutto dalla volontà di sostituirlo. A queste si aggiungono le liste che rappresentano prevalentemente i cittadini arabi di Israele: persone che hanno la cittadinanza israeliana e il diritto di votare per questo parlamento, da distinguere dai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Sommando i seggi delle opposizioni si arriva a sessantasette. Ma quella somma, per ora, non corrisponde a una coalizione politica. È soprattutto su questo passaggio che si concentrano i giornali israeliani. E le soluzioni proposte variano molto a seconda della testata. Il Times of Israel, una testata di area liberale e generalmente collocata nel centro-sinistra, presenta tre possibilità: un governo degli avversari di Netanyahu sostenuto dai partiti arabi, un governo di unità nazionale oppure nuove elezioni. La sua analisi insiste sulle promesse fatte durante la campagna. Quasi tutte le forze del blocco di Eisenkot hanno escluso una collaborazione di governo con le liste arabe. Per trovare una maggioranza, qualcuno dovrebbe quindi rivedere gli impegni presi con gli elettori. Un precedente esiste. Mansour Abbas, leader di Ra’am, una delle due liste arabe entrate in parlamento, ha già partecipato alla coalizione Bennett-Lapid nel 2021. Ma quell’esperienza non ha eliminato le resistenze a una nuova collaborazione. E le due liste arabe hanno posizioni diverse: trattarle come un unico alleato, disponibile alle stesse condizioni, sarebbe una semplificazione. Su Haaretz, quotidiano progressista, di sinistra e fortemente critico verso Netanyahu, la richiesta rivolta all’opposizione è più esplicita. In un commento del 28 ottobre, David Issacharoff sostiene che gli elettori arabi abbiano offerto un’occasione storica per sostituire il premier. E invita i suoi avversari a dimostrare di essere diversi anche accettando una collaborazione fra rappresentanti ebrei e arabi. In questa lettura, il successo delle liste arabe è una possibilità di cambiamento democratico che l’opposizione rischia di sprecare. Il problema diventa il riconoscimento politico di quegli elettori: quanto può contare il loro voto nella scelta di chi governa il paese? Da destra arriva una proposta diversa. Israel Hayom, quotidiano conservatore e storicamente vicino a Netanyahu, ospita un’analisi di Yoav Limor favorevole a un ampio governo di unità. Limor propone di guardare alle affinità fra… This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit rifrazioneprismag.substack.com

  2. Oct 26

    60 | USA in verticale (con Enrica Nicoli Aldini)

    Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Cari amici di Prismag, bentrovati! Ebbene sì, sono proprio io, Michele Ceci, che una volta al mese approfondisco le tre storie che hanno più caratterizzato l’attualità di un continente o di un Paese. Il secondo episodio verticale della nostra minestra degli esteri non potevamo che dedicarlo alle elezioni di midterm, l’appuntamento elettorale che i fanatici di politica internazionale, in particolare sull’America, attendono. Episodio che abbiamo realizzato in collaborazione con gli amici di Jefferson Lettere sull’America. È con noi Enrica Nicoli Aldini, giornalista che dal 2015, se non erro, vive negli Stati Uniti e da lì collabora con numerose testate. Ciao Enrica, grazie per essere con noi. Ciao Michele, grazie mille per avermi invitato. Sono felice di essere qui. Proviamo a spiegare le midterm a chi non sa che sono elezioni molto diverse dalle presidenziali e che, quindi, meritano di essere inquadrate dal punto di vista del chi, del cosa e del come. Esattamente. Sono molto diverse dalle presidenziali; a me piace parlarne come di un meccanismo essenziale della democrazia statunitense e che, almeno alla sua nascita, per quella che era una volta la democrazia statunitense, è un ottimo esperimento democratico. Nel senso che le elezioni di metà mandato, come dice il nome stesso, avvengono a metà del mandato presidenziale di quattro anni, quindi ogni due anni, e a me piace descriverle come il primo rendiconto che l’elettorato presenta all’amministrazione in carica sul lavoro svolto nei primi due anni. E sappiamo che dagli albori della democrazia statunitense, c’è sempre stata l’intenzione di tenere a bada il governante. Le elezioni di metà mandato sono in questo spirito. Per cosa si vota alle elezioni? Non per il presidente, ma si rinnova tutta la Camera dei rappresentanti, composta da 435 membri con un mandato di due anni. Quindi ogni due anni, sia alle presidenziali sia alle midterm, si vota per tutta la Camera dei Rappresentanti e per un terzo del Senato. Sono 33 seggi più 2 soggetti a elezione speciale, per un totale di 35 seggi al Senato; inoltre, si vota per l’elezione di 36 governatori. Quindi, in 36 Stati, tra cui quello in cui vivo attualmente, il Colorado, si elegge il governatore o la governatrice e poi tutta una pletora di cariche locali minori. Perché sapete che negli Stati Uniti ci sono tantissime cariche elettive a tutti i livelli di governo, statali e locali. E ci sono anche tantissimi quesiti referendari. Purtroppo, i nostri ascoltatori non possono vederla, ma questa è la scheda elettorale del mio compagno, cittadino statunitense, arrivata a casa per il voto per corrispondenza: è lunghissima, pienissima. Ci sono forse un centinaio di palline da riempire. È una scheda elettorale molto diversa da quella che abbiamo in Italia. (Foto di raymondclarkeimages) C’è un tasto dolente in queste elezioni per l’amministrazione Trump: quello dell’economia. Trump era stato eletto, almeno così si è percepito in Italia, sulla scorta del fallimento della precedente amministrazione nel gestire determinate sfide legate alla congiuntura economica. Riusciamo a inquadrare il tema e poi, naturalmente, c’è il focus sui carburanti, che è pregnante, perché negli Stati Uniti il carburante pesa non poco. Si dice che si vota con la pompa di benzina in mano. Secondo gli ultimi dati del Consumer Price Index di settembre, l’inflazione è al 3,7 percento rispetto all’anno scorso, un dato negativo per l’amministrazione di Trump. Poi, se vai a parlare con l’elettorato repubblicano, come ho fatto io recentemente, ti dicono: «Ma con Biden era al 9 percento». Sì, però, come tu, Michele, giustamente hai ricordato, la promessa elettorale principale della campagna di Trump, oltre al contenimento dell’immigrazione, era proprio l’abbassamento del costo della vita. Questo non è accaduto perché l’amministrazione Trump ha fatto pochissimo per mantenere questa promessa elettorale. L’ultimo evento scatenante è stato la guerra in Iran, iniziata a fine febbraio. A causa della guerra in Iran, il costo dei carburanti ha cominciato ad aumentare fino a raggiungere, attualmente, secondo i dati della Triple A, l’ACI statunitense, i 4,30 dollari al gallone, cioè 3,7 litri di benzina normale, che sono tanti per gli Stati Uniti. Se facciamo l’equivalenza in euro al litro, è poco più di 1 euro al litro e a noi magari fa ridere, ma per gli Stati Uniti è tantissimo. Io ne scrivo molto e, non per farmi pubblicità, nella mia newsletter ho raccontato anche la mia esperienza sul costo del carburante. Arriviamo a un punto cruciale: il costo medio nazionale del diesel al momento è di 6,30 dollari al gallone e, in alcuni stati e in alcuni periodi dell’anno, ha superato addirittura i 7 dollari. Perché il diesel è importante? Perché è il carburante di scelta dei veicoli usati per il lavoro: i camion che trasportano merci, bestiame, soia, mais, riso, ecc. Il diesel serve anche ad alimentare tantissimi macchinari utilizzati dai contadini e dagli allevatori nel loro lavoro. Quindi il costo non solo della vita, ma anche del lavoro, per tantissime fasce della popolazione statunitense è aumentato vertiginosamente proprio a causa degli effetti della guerra in Iran, colpendo una parte dello zoccolo duro dell’elettorato di Trump. Quindi c’è un grande malcontento in questo senso e l’economia è proprio il tema fondamentale che molto probabilmente deciderà queste elezioni di metà mandato. (Foto di Paul VanDerWerf) Il diesel, come sottolineavi, alimenta le attività essenziali di molti degli elettori di Trump, che, almeno in senso comune, appartengono all’America rurale. E ti vorrei chiedere: nella tua esperienza, come inviata tra gli elettori repubblicani, quelli che hai incontrato hanno cambiato idea su Trump? C’è stato un mutamento d’umore nei confronti dell’amministrazione Trump, trainato, ma magari non solo, dall’impennata dei prezzi della benzina causata dalla guerra in Iran? Sì, altrimenti non vedremmo i risultati che vediamo nei sondaggi. Visto che si tratta di un’elezione molto differenziata, ogni Stato misura in modo diverso il possibile esito. Per fare i sondaggi si usa il generic ballot, la scheda generica che chiede se prevedi di sostenere il partito democratico o repubblicano, qualunque sia la tua declinazione locale. Secondo Nate Silver, uno dei modelli di sondaggi politici più importanti del Paese, i democratici sono in vantaggio dell’8-9 punti percentuali, un risultato elevato. Credo che sia importante distinguere tra «repubblicano» e «trumpiano», perché (non, ndr) tutte le persone che afferiscono all’ideologia repubblicana sono convintamente trumpiane. Ci sono tanti indecisi, ci sono tanti moderati e, soprattutto, queste persone sono deluse dalla performance del presidente in carica e quindi o prevedono di restare a casa e astenersi dal voto oppure di passare dall’altra parte. Il sentimento nazionale è quello di un allontanamento, di un malcontento nei confronti di Trump. Io, Enrica Nicoli Aldini, nel corso dei miei reportage, purtroppo, non sono ancora riuscita a incontrare un elettore di Trump che abbia cambiato idea su di lui. Ho intervistato una dozzina di elettori trumpiani nell’ultima settimana e non hanno cambiato idea su Trump. Le ragioni riguardano in particolare la guerra in Iran. Quello che mi viene detto è che è un male necessario. Un elettore mi ha detto, e qui ti cito: «Trump guarda anni avanti nel futuro, a ciò che è meglio, non solo per l’America, ma anche per il mondo intero. Quindi, l’Iran presenta un rischio nucleare, è giusto bombardarlo ed entrare in questa guerra». E un altro elettore mi ha detto che «la guerra in Iran è il prezzo che dobbiamo pagare per eliminare questo rischio». Sono tutti elettori che ho incontrato in un’America che possiamo definire rurale, sì, ma comunque nello stato del Colorado, in cui vivo, che è a prevalenza democratica. L’America rurale che trovi nel Colorado rurale è magari un pochino più moderata di quella che inco… This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit rifrazioneprismag.substack.com

  3. Oct 19

    59 | Basterà l’oro nero di Putin a salvare Trump?

    Negli Stati Uniti, un gallone di gasolio, pari a poco meno di quattro litri, costa in media sei dollari e diciotto centesimi. Per abbassare quel prezzo, Donald Trump si è rivolto a un vecchio amico: Vladimir Putin. Ma l’accordo non convince nemmeno una parte della stampa conservatrice americana. Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Ogni settimana, Prismag propone la sua retrospettiva sull’attualità internazionale, letta e commentata dai giornali di tutto il mondo. Partiamo dalle promesse di Trump e dai giornali che gli chiedono conto della guerra contro l’Iran. Poi andiamo in Serbia, dove la candidatura degli studenti alimenta speranze e dubbi sul dopo Vučić. Infine, fra Etiopia ed Eritrea: due paesi che hanno combattuto insieme e che ora rischiano di farsi la guerra. Con le elezioni in vista, Trump cerca il petrolio russo (Foto di rulenumberone2) Il 9 ottobre Trump e Putin si sentono al telefono. Il presidente americano annuncia che la Russia venderà gasolio agli Stati Uniti e al resto del mondo. Per permetterlo, Washington allenta le sanzioni. Trump promette che i prezzi scenderanno rapidamente. Gli serve un risultato prima del 3 novembre, quando gli americani eleggeranno l'intera Camera e circa un terzo del Senato. Se i repubblicani perdono la maggioranza, per il presidente diventa più difficile far approvare le proprie leggi. E gli elettori continuano a fare i conti con i rincari. A settembre l’inflazione sale al 3,7 percento: è l’aumento medio dei prezzi rispetto a un anno fa. La benzina aumenta di oltre il 9 percento rispetto al mese precedente. Il Washington Examiner, giornale conservatore, in un editoriale del 13 ottobre giudica l’accordo «peggio che inutile». Lo considera troppo piccolo e tardivo per cambiare il giudizio degli elettori sull’economia. E ricorda da dove arrivano molti di quei rincari: prima che Trump iniziasse la guerra contro l’Iran, fare rifornimento costava molto meno. Il conflitto ha ridotto le forniture di energia e ostacolato i trasporti. Il presidente cerca adesso una soluzione con Mosca per quanto piccola. Ma nella lettura dell’Examiner, la promessa di un sollievo non cancella il conto della guerra. Il giornale insiste anche su chi lo paga: negli Stati conservatori si guida molto e il gasolio serve agli agricoltori, ai camionisti, alle imprese edili. L’aumento dei prezzi raggiunge proprio una parte dell’elettorato repubblicano. Anche le quantità aiutano a comprendere lo scetticismo. La prima fornitura annunciata è di trecentomila tonnellate, meno del consumo giornaliero di gasolio del solo settore dei trasporti americano. E Putin dovrebbe servire anche altri paesi. Le consegne potrebbero poi arrivare a quattro milioni e ottocentomila tonnellate, ma gli ultimi tre milioni dipendono dalle condizioni delle raffinerie russe, danneggiate dagli attacchi ucraini. Se poi Mosca vende agli americani il carburante che prima vendeva ad altri, nel mondo non ce n’è di più: cambia solo il compratore. Per far scendere stabilmente i prezzi bisogna aumentare davvero l’offerta. Il Wall Street Journal, nel suo editoriale dell’11 ottobre, guarda invece al prezzo politico dell’intesa. La considera un errore morale e strategico: permette a Mosca di incassare nuove entrate mentre continua la guerra contro le città ucraine. Intanto la tregua energetica annunciata da Trump fra Russia e Ucraina non regge: il 15 ottobre Kiev riprende gli attacchi, accusando Mosca di averla violata. Serbia, la piazza alla prova del governo Per ricordare le vittime della stazione di Novi Sad, gli studenti serbi si fermano per sedici minuti, uno per ogni persona morta. Ora il movimento si presenta alle elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre, con la lista «Gli studenti vincono». Il movimento nasce dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, il primo novembre 2024. Muoiono sedici persone. Gli studenti chiedono i documenti della ristrutturazione, vogliono sapere chi ha eseguito i lavori, chi li ha controllati e come sono stati spesi i soldi. Dalle aggressioni contro i manifestanti nascono altri blocchi delle università, poi una protesta nazionale. La richiesta di trasparenza diventa una contestazione del potere di Aleksandar Vučić, che il 27 settembre lascia la presidenza della Repubblica e si candida a tornare primo ministro. Nella lista sostenuta dagli studenti ci sono medici, professori e attivisti, scelti dalle assemblee delle facoltà. Il movimento prova a raccogliere il consenso di chi vuole cambiare governo. Ma sui giornali serbi l’attesa di una svolta convive con la prudenza. Danas, in un commento del 14 ottobre intitolato «Il giorno dopo», racconta proprio questa tensione. La commentatrice spera nella sconfitta di Vučić, ma diffida dell’idea che bastino un video riuscito o una campagna sui social. Ricorda che molti elettori identificano il governo con lo Stato e vedono continuamente lo stesso leader in televisione. L’entusiasmo di chi vuole cambiare non permette di sapere come voteranno tutti gli altri. È una preoccupazione che trova riscontro nel monitoraggio di CRTA, l’organizzazione serba che osserva le elezioni. Alla televisione pubblica, l’intera opposizione riceve soltanto il quindici per cento del tempo dedicato ai protagonisti della politica. CRTA denuncia anche intimidazioni, sorveglianza illegale e pressioni sui cittadini. E poi c’è il governo che potrebbe nascere. In un altro articolo, Danas mette a confronto chi considera la lista una squadra di persone competenti e chi domanda come verranno prese le decisioni. Un ricercatore intervistato dal giornale giudica il programma ancora troppo vicino a una dichiarazione d’intenti: per riformare giustizia e media servono proposte di legge e piani per attuarle. Gli studenti rispondono che gli esperti stanno già lavorando e che non vogliono rivelare subito tutti i nomi dei possibili ministri. Un professore ascoltato nello stesso articolo riconosce al movimento di aver restituito speranza al paese, ma avverte: le altre opposizioni potrebbero servire per formare una maggioranza. Metterle sotto pressione per farle ritirare rischia di compromettere future alleanze. Il 22 ottobre gli studenti danno appuntamento a Belgrado per l’ultimo raduno. Sono partiti chiedendo i documenti di una stazione crollata. Il 25 ottobre chiederanno agli elettori di affidare loro il governo. Si disfa la pace tra Etiopia ed Eritrea (Foto di David Stanley) A Zalambessa, sul confine fra Etiopia ed Eritrea, sono segnalati soldati di entrambi i paesi. Secondo le fonti raccolte da Reuters, il 13 ottobre l’esercito etiope raggiunge la città. Nei giorni precedenti, testimoni e osservatori riferiscono dell’ingresso di truppe eritree a sostegno dei ribelli. Asmara nega di aver invaso l’Etiopia. I ribelli del TPLF, il Fronte di liberazione del popolo del Tigray, combattono contro il governo etiope. Il Tigray è la regione lungo quel confine. Fra il 2020 e il 2022, per combatterli, i governi etiope ed eritreo mandavano i propri soldati dalla stessa parte. L’accordo di Pretoria ferma quella guerra, ma lascia aperte questioni sui territori contesi, sul ritorno di chi è fuggito e sul disarmo delle forze tigrine. A settembre i combattimenti riprendono. E il primo ottobre si rompono anche le relazioni diplomatiche fra Etiopia ed Eritrea, dopo la chiusura dell’ambasciata etiope ad Asmara e l’espulsione di dieci diplomatici eritrei. Il settimanale etiope The Reporter, nell’editoriale del 3 ottobre, legge questa rottura come un pericolo per tutto il Corno d’Africa. Parla di una guerra per procura, combattuta da gruppi locali con il sostegno di altri Stati. Addis Abeba accusa infatti Eritrea, Egitto e Sudan di aiutare i ribelli. Il giornale teme che le rivalità fra governi trasformino il conflitto nel Tigray in una guerra su più fronti. Per questo chiede al governo etiope di accettare una mediazione esterna. Senza ambasciate e interlocutori, avverte, diventa più facile fraintendere una mossa militare e rispondere con un attacco. Difendere il pa… This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit rifrazioneprismag.substack.com

  4. Oct 12

    58 | Una Rivoluzione francese per la scuola

    Tutto è iniziato perché mancavano gli insegnanti. Il 21 settembre, in un liceo di Créteil, vicino a Parigi, gli studenti si sono mobilitati per le cattedre rimaste vacanti e il loro diritto allo studio. Nel giro di pochi giorni, la contestazione si è allargata a tutta la Francia. Siamo andati lì per raccontarvela. Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Ogni settimana, Prismag propone la sua retrospettiva sull’attualità internazionale, letta e commentata dai giornali di tutto il mondo. Oggi partiamo dalle scuole francesi, con le voci raccolte a Tolosa dalla nostra giornalista Francesca Vinciguerra. Poi andiamo in Spagna, dove la protesta per la casa ha portato alle elezioni anticipate, e in Russia, dove la morte di una giovane lavoratrice ha fatto circolare voci su un possibile caso di peste. Gli studenti francesi protestano in trentamila (Foto di Jeanne Menjoulet ) Come ricostruisce Le Monde, ai professori assenti si sono aggiunte altre richieste: classi meno affollate, edifici in condizioni migliori e giornate scolastiche meno pesanti. Ai ragazzi delle superiori si sono uniti universitari, insegnanti e genitori. A Tolosa, il 6 ottobre, hanno manifestato circa tredicimila persone. La nostra Francesca Vinciguerra era nel corteo e ha parlato con studenti e insegnanti. Nelle voci che ha raccolto ritorna una richiesta: essere ascoltati da chi decide come deve funzionare la scuola. «Già nel 2019 non ci ascoltavano. Il problema è proprio questo: possiamo parlare quanto vogliamo, ma nessuno ci ascolta. Abbiamo manifestato contro la riforma della maturità e non è cambiato niente», ci dice una studentessa. «Ci concedono il diritto di manifestare, ma alla fine resta tutto com’è. Perché a decidere sono persone che non frequentano più la scuola? Perché tutti ascoltano loro e non chi vive ogni giorno nei licei? Bisogna ascoltare chi studia, chi dovrà sostenere l’esame di maturità», le fa eco un’amica. Le Monde, in un suo editoriale del 2 ottobre, rimproverava al governo proprio il mancato ascolto degli studenti. Il quotidiano condannava le violenze nelle proteste, ma criticava anche gli interventi di polizia giudicati sproporzionati e la scelta di trattare la mobilitazione soprattutto come un problema di sicurezza. Il 7 ottobre il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha annunciato la sospensione delle granate assordanti nelle manifestazioni dei liceali, dopo il grave ferimento alla mano di un quindicenne a Lens. Le circostanze sono ancora da accertare. Secondo Public Sénat, il ministro ha riferito anche di diciotto indagini affidate all’organismo che controlla l’operato della polizia. Gli insegnanti riportano l’attenzione anche su quello che succede in aula. Il docente intervistato da Francesca racconta che l’anno precedente aveva trentasei studenti in una classe del primo anno del liceo. «L’anno scorso avevo trentasei studenti per classe, al primo anno del liceo. È molto complicato. Ci chiedono di fare sempre di più con meno risorse. Come possiamo fare di più con trentasei studenti, quando dobbiamo cercare di seguire ciascuno e adattare l’insegnamento alle sue esigenze? Siamo stanchi di doverci arrangiare continuamente», ci dice un professore che manifesta «per sostenere le istanze dei miei ragazzi». Il governo ha aperto una consultazione sulla piattaforma Agora: fino al 23 ottobre i liceali possono segnalare problemi e proposte. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha chiesto di intervenire sui corsi non garantiti, sugli edifici e sugli orari. Fra gli impegni c’è rendere più comprensibile Parcoursup, il sistema con cui gli studenti presentano le candidature per accedere all’istruzione superiore. Le prime decisioni, con finanziamenti e tempi di attuazione, sono state promesse entro fine ottobre. Per il professore sentito da Francesca, la risposta dovrà arrivare nella sua aula, con più risorse per seguire gli studenti. La lotta per la casa in Spagna porta a nuove elezioni (Foto di Elena Lostalé) Maricarmen Abascal è uscita dalla casa dove aveva vissuto per settant’anni su una barella. Aveva ottantasette anni e il 23 settembre è stata sfrattata dal suo appartamento a Madrid. È stata portata in ospedale, dove è morta il 7 ottobre. Come racconta la televisione pubblica spagnola, RTVE, era stato raggiunto un accordo per farla tornare a casa. Non ha fatto in tempo. Dopo il suo sfratto, i manifestanti hanno piantato le tende nella Puerta del Sol, organizzato assemblee e portato la protesta in altre città. Nella cronaca di RTVE del 3 ottobre, quattro cortei attraversano Madrid e si incontrano nella piazza di Cibeles. Decine di migliaia di persone chiedono di poter pagare un affitto e restare nelle proprie case. A Granada, la manifestazione finisce con un altro accampamento. Il governo di Pedro Sánchez ha risposto con due decreti per rafforzare le protezioni degli inquilini. Il 2 ottobre il Parlamento li ha bocciati, con i voti del Partito popolare, dell’estrema destra di Vox e degli indipendentisti catalani di Junts che erano fino a quel momento nella maggioranza di governo. Tre giorni dopo, Sánchez ha annunciato elezioni anticipate per il 29 novembre. Il 6 ottobre ha ripresentato i provvedimenti modificati. Alcuni scatti di Paola Giura delle proteste in Spagna El País, nell’editoriale del 5 ottobre, considera il ritorno alle urne necessario per uscire dal blocco del Parlamento. E vede nella casa un’occasione per la sinistra: dopo mesi di discussioni sui casi giudiziari, può tornare a parlare dei problemi quotidiani e riportare i propri elettori alle urne. Il quotidiano economico Cinco Días, nell’editoriale del giorno successivo, insiste sul calcolo politico. La bocciatura dei decreti offre a Sánchez una causa con cui presentarsi al voto: può sostenere di aver provato a proteggere gli inquilini e di essere stato fermato dagli avversari. Per il giornale, difficilmente avrebbe trovato un’occasione migliore per riprendere l’iniziativa. Anche La Vanguardia giudica giusto anticipare le elezioni, ma nel suo editoriale chiede ai candidati proposte concrete. Teme una campagna fatta soprattutto di attacchi reciproci, ancora più esasperata della legislatura appena conclusa. Per Sánchez, però, resta da convincere chi è sceso in piazza. Intervistata da RTVE, la portavoce del sindacato degli inquilini accusa la destra di difendere la speculazione, ma rimprovera anche alla sinistra di non essere riuscita a garantire nuovi diritti. Secondo lei, otto giorni di mobilitazione hanno ottenuto più di otto anni di governo progressista. Alla notizia della morte di Maricarmen, l’accampamento di Sol si è trasformato in una veglia. Come racconta RTVE, i manifestanti si sono poi diretti verso il Parlamento e hanno osservato un minuto di silenzio, seduti sull’asfalto con le candele. La mobilitazione prosegue: i principali sindacati dei lavoratori, insieme al movimento degli inquilini, hanno convocato uno sciopero generale di ventiquattr’ore per la casa. Si terrà l’11 novembre, diciotto giorni prima delle elezioni. (Non) È scoppiata la peste in Russia (Foto di Aleksandr Zykov) In Russia, dopo la morte di una lavoratrice di ventotto anni, comincia a circolare la parola «peste». Succede nella regione di Irkutsk, in Siberia. La donna si chiamava Daria Shipilova e lavorava come tecnica di laboratorio in un istituto che studia la peste e altre infezioni pericolose. È morta nella notte fra il primo e il 2 ottobre, nell’ospedale di Shelekhov. Il giornale indipendente Mediazona ha riportato la notizia di un possibile caso di peste polmonare, la forma della malattia che colpisce i polmoni, citando altre testate e canali Telegram. Fra le ricostruzioni circolava quella di un incidente in laboratorio. L’autorità sanitaria russa, nelle dichiarazioni riprese da Interfax, ha invece parlato di una polmonite di causa non accertata e ha dichiarato di non aver trovato prove di incidenti nell’istituto. Le precauzioni sono state estese. Quasi duecento persone entrate in contatto con la donna sono state isolate, secondo le ricostruzioni… This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit rifrazioneprismag.substack.com

  5. Oct 5

    57 | La Svizzera rimarrà neutrale come prima

    In Brasile, il nome del presidente arriva per ultimo. Prima, sullo schermo dell’urna elettronica, gli elettori devono scegliere i deputati, due senatori e il governatore. Soltanto alla fine tocca a chi guiderà il paese. È un dettaglio che aiuta a capire queste elezioni, perché concentrarsi soltanto sulla sfida fra Lula e Flávio Bolsonaro rischia di lasciare fuori una parte importante del risultato. Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Ogni settimana, Prismag propone la sua retrospettiva sull’attualità internazionale, letta e commentata dai giornali di tutto il mondo. Partiamo dal Brasile, dove il voto per il Parlamento peserà sulle decisioni del prossimo presidente. Poi andiamo in Serbia, con gli studenti che si preparano a sfidare Vučić alle urne, e in Svizzera, dove gli elettori hanno respinto una proposta per rendere più rigida la neutralità del paese. Brasile, la sfida passa anche dal Parlamento (Foto di Lula Oficial) Registriamo giovedì primo ottobre, prima del voto di domenica 4. Quando ascolterete questa puntata, il primo turno si sarà tenuto: possiamo però raccontare come il Brasile ci è arrivato e che cosa guardare, oltre ai nomi in testa allo scrutinio. Lula cerca la riconferma e si trova davanti a un altro Bolsonaro. Questa volta è Flávio, senatore e figlio dell’ex presidente Jair, escluso dalla corsa elettorale. Già nel 2023 il Tribunale superiore elettorale aveva dichiarato il padre ineleggibile per otto anni, per abuso di potere politico e uso improprio dei mezzi di comunicazione. Il cognome, però, è rimasto al centro della competizione. Per capire come si sono mossi i due candidati prima del voto, è utile una ricostruzione della Folha de S.Paulo, pubblicata il 30 settembre. La campagna di Lula puntava a portare alle urne gli elettori anziani, preoccupata dall’astensione. Flávio cercava invece di convincere gli indecisi e chi preferiva altri candidati di destra a scegliere lui: il cosiddetto voto utile, cioè sostenere chi si considera più capace di battere l’avversario, anche quando non è la propria prima scelta. Sono due lavori diversi. Lula doveva assicurarsi che una parte dei suoi sostenitori andasse davvero a votare. Flávio provava ad allargare il proprio consenso all'interno di una destra in cui non tutti avevano scelto la famiglia Bolsonaro. La difficoltà comune emergeva già da una ricerca Nexus pubblicata a settembre e raccontata da CNN Brasil: circa metà degli intervistati escludeva di votare per Flávio, e una quota quasi identica escludeva Lula. È un dato della campagna, ma spiega quanto fosse difficile conquistare consensi oltre il proprio schieramento. Essere molto conosciuti significa anche avere molti elettori che hanno già deciso di non volerti. Dentro questa competizione, il costo della vita ha avuto un peso concreto. L’analista di CNN Brasil Isabel Mega osservava il 21 settembre che la comunicazione di Flávio riusciva a parlare di questo problema in modo più efficace, mentre Lula aveva tardato a portarlo al centro della campagna. È una valutazione della giornalista, ma indica una difficoltà per chi governa: agli elettori bisogna spiegare che cosa è migliorato nella loro vita e perché dovrebbero concederti altro tempo. Poi ci sono tutti quei voti che, nell’urna elettronica, vengono prima del presidente. In queste elezioni si rinnova l’intera Camera dei deputati e si scelgono cinquantaquattro senatori, due terzi del totale. Il presidente dovrà fare i conti con loro per approvare le leggi e realizzare il proprio programma. Il Senato ha anche poteri particolarmente delicati. Come ricorda il servizio informativo dello stesso Parlamento brasiliano, approva le nomine di alcune autorità proposte dal presidente e giudica i procedimenti di impeachment, che possono portare alla rimozione di chi ricopre determinate cariche pubbliche. La sua composizione incide quindi anche sui controlli esercitati sul governo. Per leggere il risultato brasiliano serviranno entrambe le cose: il consenso raccolto dai candidati alla presidenza e i rapporti di forza nel Parlamento. Serbia, gli studenti si preparano al voto (Foto di Timon91) Anche in Serbia si voterà il 25 ottobre, per rinnovare il Parlamento. A quelle elezioni, Aleksandar Vučić arriva dopo essersi dimesso dalla presidenza della Repubblica il 27 settembre. Aveva annunciato la decisione a giugno, mentre da mesi gli studenti chiedevano di tornare alle urne. Per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare al primo novembre del 2024, quando crollò la pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad. Il bilancio arrivò a sedici morti. I manifestanti accusarono la corruzione e i controlli insufficienti sui lavori di ristrutturazione della stazione. Da quella tragedia nacque una protesta che, a quasi due anni di distanza, ha portato gli studenti a presentare una propria lista elettorale. Vučić, intanto, punta a tornare primo ministro, un incarico che aveva già ricoperto prima di diventare presidente. Non può ottenere un terzo mandato alla presidenza, ma può cercare una maggioranza parlamentare che lo sostenga alla guida del governo. A svolgere temporaneamente le funzioni di capo dello Stato è Ana Brnabić, presidente del Parlamento e sua alleata. Il settimanale serbo Vreme, in un commento del 27 settembre, legge le dimissioni come una mossa di campagna elettorale. Secondo questa analisi, Vučić vuole presentarsi agli elettori come un cittadino comune, pur conservando la propria influenza attraverso i dirigenti del suo partito che occupano incarichi pubblici. È una lettura molto critica: lasciare la presidenza, per Vreme, gli serve a cercare un nuovo consenso e a prendere le distanze dalle responsabilità del potere. La sua lista si chiama Serbia Unita. Fra gli avversari ci sono la coalizione filoeuropea Serbia Europea e la Lista studentesca, ammessa alle elezioni a settembre. Quest’ultima porta nelle urne il movimento che ha animato le proteste: ora deve convincere anche chi non ha partecipato alle manifestazioni. Sui rapporti di forza, però, i sondaggi danno indicazioni molto diverse. Il quotidiano Danas ha riportato una rilevazione di Faktor Plus, condotta fra il 16 e il 20 settembre, che assegnava quasi il 49 per cento alla lista di Vučić e il 37 agli studenti. Il 30 settembre, lo stesso giornale ha pubblicato i dati di un’altra ricerca dell’istituto NSPM: studenti al 44 per cento, lista di Vučić al 42 per cento. Quest’ultima indagine era stata condotta all’inizio del mese. Sono rilevazioni diverse: leggerle come se mostrassero un sorpasso avvenuto in pochi giorni sarebbe sbagliato. Gli studenti hanno ottenuto il ritorno alle urne. Il 25 ottobre dovranno misurare quanti elettori siano disposti ad affidare loro il paese. La Svizzera respinge una neutralità più rigida (Foto di Dirk Hofmann) In Svizzera, invece, il voto c’è già stato. Il 27 settembre, oltre il 70 per cento degli elettori ha respinto un’iniziativa che voleva rendere più rigide le regole sulla neutralità. Il no ha vinto in tutti e ventisei i cantoni. La Svizzera resta un paese neutrale: non partecipa alle guerre fra Stati e mantiene un esercito per difendersi. Ma le regole attuali le consentono di collaborare con altri paesi sulla sicurezza e di adottare sanzioni economiche. È successo dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando Berna ha ripreso gran parte delle sanzioni europee contro Mosca. Proprio questa scelta era contestata dai promotori dell’iniziativa, sostenuta dall’Unione democratica di centro, il principale partito della destra svizzera. A loro giudizio, aderire alle sanzioni significava avvicinarsi troppo ai paesi occidentali e compromettere la credibilità della neutralità. La proposta avrebbe vietato le sanzioni contro gli Stati in guerra, con eccezioni per quelle decise dall’ONU e per le misure necessarie a impedire che le sanzioni altrui venissero aggirate attraverso la Svizzera. Avrebbe anche vietato di cooperare con alleanze militari, salvo in caso di attacco al paese o di preparativi per un attacco. Per il governo e il P… This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit rifrazioneprismag.substack.com

  6. Sep 28

    56 | SPECIALE: Africa in verticale (con Alberto Magnani)

    Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Cari amici di Prismag, bentrovati! Ebbene sì, sono proprio io, Michele Ceci, che una volta al mese approfondisco le tre storie che hanno più caratterizzato l’attualità di un continente o di un Paese. Non poteva che aprire questa rassegna il più dinamico e - allo stesso tempo - uno dei più trascurati dei cinque continenti: l’Africa. Per questo primo episodio “verticale” della Minestra degli Esteri, è con noi Alberto Magnani, il corrispondente dall’Africa de Il Sole 24 Ore, che saluto e ringrazio. Alberto, non posso non partire dalla presentazione all’Assemblea Generale dell’ONU, che, fra l’altro, termina oggi i lavori della sua riunione annuale, del progetto Correct the Map”, per opera del Gruppo Africano delle Nazioni Unite a guida togolese. Il piano mira a correggere la rappresentazione cartografica del continente africano nelle mappe ufficiali, ed è frutto di più di un anno di lavoro. Ma quali implicazioni politiche ha e cosa ci dice del potenziale del continente africano nei fori multilaterali? Che immagine ci offre dell’Africa di oggi? Il ministro degli Esteri togolese Robert Doucet, filosofo politico di formazione, ha dichiarato e scritto che le mappe geografiche non sono mai neutrali e, in questa puntualizzazione, si racchiude l’obiettivo fondamentale della cosiddetta correzione delle mappe. Ossia ricostruire un orizzonte, una visualizzazione del mondo e degli equilibri geografici tra le varie regioni, più vicino alla realtà e quindi capace di riequilibrare le alterazioni storiche nella percezione del continente. Ricordiamo che si tratta tutt’oggi di uno strumento indispensabile per la navigazione. Non perché la mappatura di Mercatore fosse intenzionalmente sfavorevole al continente africano, ma perché la proiezione che ne è derivata, sul continente e sulle sue dimensioni relative, ha in effetti alimentato alcuni pregiudizi e alcune visioni semplificate dell’Africa, riducendo il peso geografico e, indirettamente, quello relativo. In seconda battuta, anche il peso politico ed economico di un continente che, invece, sappiamo essere sempre più centrale e decisivo negli equilibri internazionali. Quindi il primo impatto sarà naturalmente di carattere simbolico, una rappresentazione dell’Africa che ne restituisca il peso e le dimensioni relative nella scala globale. L’impatto di lungo termine, però, sarà quello di ricostruire e di offrire una visualizzazione, un’espressione geografica del mondo che sia più fedele e più attinente anche al peso specifico di carattere geografico, di carattere politico e di carattere economico del continente africano, correggendo, per citare il testo stesso dell’intervento della risoluzione, una distorsione geografica che si è conservata negli anni e che ha contribuito, secondo i relatori, a inibire, a ridurre il peso specifico di quella percezione dell’Africa nel mondo. (Foto di Juan Seguì Moreno) La seconda grande storia africana di questo mese ci riporta a cavallo tra il continente africano e una regione in cui molto è ancora in gioco. L’Algeria ha infatti troncato i rapporti diplomatici con gli Emirati Arabi Uniti. Sono diversi i nodi aperti di questo scisma diplomatico, che però resta difficile da capire. Cosa ne sappiamo a oggi? La cesura diplomatica tra Algeria ed Emirati Arabi Uniti, in realtà, è il culmine di un periodo di tensioni che si trascina da diverso tempo e che è il frutto di almeno tre fronti aperti nei rapporti bilaterali e, più in generale, regionali tra i due paesi. Il primo fronte è quello della normalizzazione dei rapporti con Israele. Gli Emirati Arabi Uniti sono un attore sempre più apertamente, sempre più esplicitamente vicino a una dialettica con Israele, mentre l’Algeria ha sempre respinto lo scenario di un avvicinamento, anzi di una conciliazione ex novo con Israele, ponendosi in un rapporto di conflittualità anche con i vicini di casa, come il Marocco, il paese nordafricano, forse più apertamente e continuativamente vicino al blocco occidentale in quest’ultima fase, se non altro. Il secondo fronte è proprio quello dei rapporti con il Marocco e, in particolare, con il Sahara occidentale, perché l’Algeria si schiera a favore del riconoscimento del Sahara occidentale, andando in rotta di collisione con lo stesso Marocco e con gli Emirati Arabi Uniti. Poi c’è il fronte saheliano, perché, secondo alcuni analisti interpellati da Il Sole 24 Ore, l’Algeria è preoccupata e allarmata dal presunto o effettivo ruolo che gli Emirati Arabi Uniti giocherebbero nel grande caos saheliano. Una regione che è diventata, lo ricordiamo, l’epicentro globale del jihadismo e che è incastrata in un circolo vizioso tra violenze di carattere terroristico e l’ascesa delle giunte. Da qui, ad esempio, anche l’accelerazione dell’Algeria nel tentare di investire, a livello militare e securitario, nel Sahel e di creare o ricreare rapporti con le stesse giunte militari salite al potere. Un caso emblematico è il sostegno offerto da Algeri alla giunta nigerina dopo il tentato golpe che si è consumato nelle scorse settimane a Niamey, capitale nigerina, così come è altrettanto emblematica la rinascita e il riscatto dei rapporti diplomatici avviati con l’aggiunta del Maya ni Dambé dopo la rottura che si era invece consumata in precedenza. Due segnali che mostrano quanto l’Algeria voglia riposizionarsi nel Sahel, anche nell’ottica di un contenimento con gli Emirati Arabi Uniti. (Foto di Gustave Deghilage) Vorrei chiudere con una nota più di buon auspicio. Settembre è stato, per le borse africane, un mese di fermento. Quali sono stati i fattori e i Paesi trainanti di questo rally dei listini? Il rally dei listini africani è in atto dall’inizio del 2026 e risponde a dinamiche specifiche dei singoli paesi. Nel caso del rally del Ghana, quello più poderoso in assoluto con rialzi nell’ordine superiore al 100% del valore in euro, secondo una stima sempre de Il Sole 24 Ore, è dovuto ad esempio al miglioramento delle condizioni economiche del paese e anche alle performance notevoli di alcuni titoli specifici; così come il rally della borsa nigeriana è imputato alla fiducia degli investitori verso le riforme della presidenza di Bola Tinubu e alle buone performance nel nei bilanci nel trimestrali. Alcuni grandi gruppi quotati in parallelo alle prestazioni comunque significative di listini come quello della Tunisia o quello decisamente più voluminoso e rilevante della borsa di Johannesburg, un listino che da solo capitalizza oltre 1500 miliardi di dollari statunitensi e rappresenta forse l’unica vera piazza finanziaria di portata internazionale nel continente africano. Però, più in prospettiva, al di là delle singole prestazioni, quello che si sta intravedendo su scala africana è un cambio di passo incoraggiante del settore azionario, in particolare con la quotazione record della raffineria di Aliko Dangote, il miliardario nigeriano che ha appena diversificato il suo impero dal vecchio core business del cemento e di altri settori, dando una spinta sempre più netta al settore energetico, in particolare petrolifero. Dangote ha iniziato il collocamento di una quota della sua raffineria il 14 settembre, con l’obiettivo di raccogliere circa 1,6 miliardi di dollari statunitensi, in aggiunta ai 2,5 miliardi già raccolti privatamente in estate, a luglio. L’operazione è prima di tutto rilevante per la sua portata, che, in valori relativi su scala africana, è comunque significativa, ma è anche rilevante per l’impatto, per così dire, culturale che sta manifestandosi e che si sta esercitando sul paese. E più in generale sui listini e sui mercati finanziari africani, perché la IPO si è consumata e si è registrata con la cessione di oltre quattro miliardi di azioni a un prezzo decisamente simbolico, 40 centesimi di dollari ad azione, con una soglia di ingresso minima di 4 dollari, quindi un pacchetto minimo di 10 azioni. Una strategia di democratizzazione, come l’ha chiamata lo stesso Dangote, che lascia presuppor… This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit rifrazioneprismag.substack.com

  7. Sep 21

    55 | Uno Stato in più per Bruxelles, tre in meno per Londra

    Il Canada potrebbe diventare il primo membro associato dell’Unione europea. Lo ha proposto Ursula von der Leyen a Strasburgo, con il primo ministro canadese Mark Carney in prima fila. Sono partiti gli applausi, anche se nessuno sa ancora bene che cosa comporterebbe questa nuova formula. Per Donald Trump, comunque, ce n’è già abbastanza per minacciare altri dazi. Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Ogni settimana, Prismag propone la sua retrospettiva sull’attualità internazionale, letta e commentata dai giornali di tutto il mondo. Partiamo dal Canada, che cerca nell’Europa un alleato per dipendere meno dagli Stati Uniti. Poi torniamo nello Yemen, dove l’avanzata degli houthi mette a rischio una delle rotte marittime più importanti del mondo. Infine andiamo a Cardiff: i leader indipendentisti di Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno deciso di fare pressione insieme su Londra. Il Canada si avvicina all’Europa (Foto di Kanesue) Mercoledì sedici settembre, durante il discorso sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea ha proposto al Canada un rapporto più stretto di quello attuale. Lo ha chiamato «membro associato». Ma questa categoria, nell’Unione, ancora non esiste: bisogna costruirla e decidere quali vantaggi offrirebbe a Ottawa, quali obblighi comporterebbe e quanto i canadesi potrebbero partecipare alle decisioni. Il rapporto commerciale c’è già. Si chiama Ceta ed è l’accordo che ha eliminato gran parte dei dazi tra Canada ed Europa. Adesso si vuole andare oltre, lavorando insieme anche sulla difesa, sull’energia, sull’intelligenza artificiale e sui minerali necessari alle industrie tecnologiche. La Canadian Press, l’agenzia di stampa canadese, racconta però la prudenza di Ottawa. I rappresentanti del governo preferiscono parlare dei risultati da ottenere, prima di scegliere un nome per l’alleanza. Anche l’ufficio di Carney ha accolto la proposta senza impegnarsi sulla formula «membro associato». Perciò, se qualcuno stava già pensando di trasferirsi liberamente da Toronto a Roma, conviene aspettare: su diritti di questo tipo non c’è ancora un’intesa. In un commento su The Conversation, il politologo Stewart Prest legge l’avvicinamento all’Europa come una forma di assicurazione contro l’ostilità americana. Il Canada ha sempre considerato gli Stati Uniti il suo alleato più importante. Ora deve cercare altri partner anche per difendersi dalle pressioni di Washington. Da solo, il Canada non può trattare alla pari con le grandi potenze. Collaborare con paesi che hanno interessi simili gli permette di avere più forza. Ma Prest invita a guardare anche alle rinunce che questo può comportare. Condividere le regole significa accettare di non deciderle sempre da soli, proprio mentre Ottawa cerca di difendere la propria autonomia. Gli Stati Uniti resteranno probabilmente il principale partner commerciale canadese, per via del confine, degli investimenti e dei rapporti costruiti in decenni. Per Prest, trovare nuovi alleati serve, ma bisogna evitare che l’accordo europeo finisca per rendere ancora più difficili gli scambi con gli americani. Trump ha già minacciato dazi pesanti contro l’Europa se giudicherà ostile questa operazione. La minaccia, riportata anche dall’Associated Press, è condizionata a quelle che lui considera le intenzioni degli europei. Quindi Bruxelles e Ottawa devono negoziare un’intesa che ancora non esiste sapendo che Washington potrebbe decidere di farla pagare. Il prossimo appuntamento è il vertice tra Canada e Unione europea, a fine ottobre a Montréal. Sarà l’occasione per capire quali accordi concreti ci saranno dietro il nuovo nome e quanta libertà di scelta resterà al Canada. Gli stretti si fanno più stretti (Foto di Felton Davis) Nello Yemen, intanto, si combatte per controllare una via da cui passano petrolio e merci diretti anche in Europa. Ne avevamo parlato a gennaio. Nei primi giorni di settembre gli scontri sono ripresi con forza e gli houthi, il movimento armato sostenuto dall’Iran che controlla Sanaa e gran parte del nord, hanno conquistato nuove posizioni sulla costa del Mar Rosso. Il dieci settembre hanno preso Mocha; il giorno dopo, secondo l’Associated Press, anche l’isola di Mayun. L’isola si trova nello stretto di Bab el-Mandeb, tra lo Yemen e il Corno d’Africa. Da lì si entra nel Mar Rosso e si prosegue verso il canale di Suez. Controllare quei punti permette agli houthi di minacciare più da vicino le navi in transito. La testata yemenita Al-Majhar, in una ricostruzione delle battaglie, si concentra sulla rapidità con cui hanno ceduto le difese. Racconta una settimana di scontri, poi il ritiro delle forze che difendevano Mocha. E mette in discussione la capacità dei comandi di tenere insieme i reparti, nonostante gli aiuti e i rinforzi ricevuti. È una lettura critica del cedimento militare, scritta da una testata apertamente ostile agli houthi. Il quotidiano di Aden, Aden al-Ghad, guarda invece alla strada percorsa da chi scappa. In un servizio dell’undici settembre riporta testimonianze di famiglie bloccate tra Mocha e Bab el-Mandeb, senza cibo e carburante. Alcuni testimoni accusano gli houthi di averle bombardate durante la fuga. Il giornale racconta di auto ferme con donne, bambini e anziani a bordo, che chiedono aiuto per raggiungere un posto sicuro. La crisi si allarga anche all’Arabia Saudita. Il dieci settembre è stato attaccato l’oleodotto East-West, che trasporta petrolio dalla parte orientale del paese fino al Mar Rosso, permettendo di evitare lo stretto di Hormuz. Il giorno dopo Riad ne ha annunciato la chiusura per precauzione. Secondo il ministero deg-li Esteri saudita, citato dall’Associated Press, l’attacco è arrivato da droni provenienti dall’Iraq. L’oleodotto e lo stretto yemenita sono due passaggi diversi, ma le loro difficoltà si sommano: una parte delle esportazioni deve fare i conti con un impianto fermo e con una rotta marittima diventata più pericolosa. Nella settimana scorsa il Brent, il petrolio di riferimento per il mercato europeo, ha superato i centocinque dollari al barile. E l’effetto può arrivare oltre il distributore. Se aumentano il costo del carburante, delle assicurazioni e dei viaggi delle navi, trasportare le merci diventa più caro. Una parte di queste spese può finire nei prezzi pagati dai consumatori, alimentando l’inflazione. Non significa che ogni rincaro dipenda dallo Yemen, ma che questa crisi aggiunge costi a scambi già complicati dalla guerra nella regione. Secondo una ricostruzione di Reuters, basata su fonti yemenite, iraniane e regionali, l’offensiva degli houthi ha ricevuto assistenza diretta dai Guardiani della rivoluzione iraniani. Teheran punta così ad aumentare la pressione sugli Stati Uniti e sull’Arabia Saudita. Il governo yemenita, sostenuto dai sauditi, deve intanto fare i conti con la perdita di città e vie di comunicazione che fino a pochi giorni fa controllava. Regno (dis)Unito (Foto di Sinn Féin) A Cardiff, lunedì quattordici settembre, si sono invece incontrati i leader dei partiti che vogliono cambiare i confini del Regno Unito. C’erano John Swinney per il Partito nazionale scozzese, il primo ministro gallese per Plaid Cymru e Michelle O’Neill per Sinn Féin. Con loro anche Mary Lou McDonald, presidente di Sinn Féin e leader dell’opposizione nella Repubblica d’Irlanda. Come chiarisce la cronaca di ITV Wales, si sono riuniti in quanto dirigenti di partito. L’accordo firmato impegna le loro forze politiche a collaborare sull’economia, sull’energia e sui rapporti con l’Europa, e a sostenere il diritto di ciascuna nazione a decidere il proprio futuro. Non è un accordo tra governi e non convoca nessun referendum. Per la prima volta Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno contemporaneamente alla guida esponenti favorevoli all’indipendenza o alla riunificazione irlandese. Il voto di maggio ha portato Plaid Cymru al governo in Galles. In Irlanda del Nord, però, Sinn Féin condivide il potere con gli unionisti, che vogliono restare nel Regno Unito. Anche g… This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit rifrazioneprismag.substack.com

  8. Sep 14

    54 | La Cina si prepara alla difesa

    In Germania, cinque deputati di un partito nato a sinistra potrebbero aiutare l’estrema destra ad arrivare al governo. Succede in Sassonia-Anhalt, lo Stato federale dell’Est dove l’AfD ha sfiorato il quarantaquattro per cento dei voti: le mancano tre seggi per la maggioranza assoluta. E quei voti potrebbero arrivare dal movimento rossobruno di Sahra Wagenknecht. Il risultato elettorale è già una pesante sconfitta per il cancelliere Friedrich Merz. Ora bisogna formare un governo e capire chi sarà disposto a sostenerlo. Una nuova Minestra degli Esteri è pronta in tavola! Ogni settimana, Prismag propone la sua retrospettiva sull’attualità internazionale, letta e commentata dai giornali di tutto il mondo. Da questa settimana Francesco Stati prende le redini di questo podcast: Michele Ceci, lo chef dietro la Minestra, quest’anno si dedicherà a un approfondimento verticale che pubblicheremo una volta al mese con interviste a esperti del settore. Partiamo dalla Germania, dove il successo dell’AfD mette alla prova il rifiuto degli altri partiti di collaborare con l’estrema destra. Poi andremo in Ucraina e in Russia, tra magazzini bombardati e negoziati che ancora non fermano la guerra. Infine, in Cina, una nuova legge prepara industrie e tecnologie civili a sostenere la difesa nazionale. In Germania, la destra populista stravince e per poco non prende la maggioranza assoluta (foto di Rasande Tyskar) Domenica 6 settembre si è votato in Sassonia-Anhalt, uno dei Länder federali della Germania orientale. L’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento. La CDU, il partito cristiano-democratico del cancelliere in carica Merz, si è fermata al 17,2 per cento: quasi venti punti percentuali in meno rispetto al 2021. Ha votato quasi il settantotto per cento degli elettori, un record per il Land. L’AfD dispone di trentanove seggi su ottantatré. Per la maggioranza assoluta ne servono quarantadue. Il suo candidato alla guida del governo, Ulrich Siegmund, deve quindi cercare appoggi. CDU, socialdemocratici, Verdi e Linke hanno escluso la collaborazione. Il BSW, partito fondato da Wagenknecht dopo l’uscita dalla Linke, ha cinque deputati e una posizione diversa. Intervenendo nella trasmissione della televisione pubblica MDR «Fakt ist!», Claudia Wittig, candidata di punta del BSW, ha escluso, per il momento, una coalizione con l’AfD. Ha però confermato la disponibilità a discutere i progetti e a governare con maggioranze variabili. Un esecutivo di minoranza, quindi, che cerchi in parlamento i voti necessari di volta in volta. Siegmund dovrebbe negoziare anche dopo essere arrivato al governo. Sul quotidiano di sinistra taz, Daniel Bax dedica un commento proprio a questa disponibilità. Il titolo presenta il BSW come pronto a fare da staffa all’AfD, cioè ad aiutarla a salire al potere. Bax ricorda le convergenze tra i due partiti: l’opposizione al sostegno all’Ucraina e alle sanzioni contro Mosca, una linea dura sull’immigrazione. E avanza un dubbio sul calcolo di Wagenknecht: una volta favorito un governo dell’estrema destra, quanto riuscirebbe davvero a condizionarne le decisioni? Sul Tagesspiegel, invece, Daniel Friedrich Sturm guarda alle responsabilità del governo federale. Nel commento pubblicato l’otto settembre chiede alla coalizione di Merz una ripartenza, riforme concrete e, se necessario, un voto di fiducia in parlamento. La sua lettura è che Berlino debba rispondere politicamente a questa sconfitta, senza trattarla come una faccenda da lasciare alle trattative regionali. Intanto, in Sassonia-Anhalt, resta da eleggere il nuovo capo dell’esecutivo. L’AfD ha vinto le elezioni; per governare deve ancora convincere qualcuno a sostenerla. L’Ucraina ha colpito due grossi centri di distribuzione russi: ecco perché Dalla Germania ci spostiamo sul conflitto che divide anche quei partiti. In Ucraina, l’estate ha portato altri bombardamenti sulle città. Il due luglio, a Kiev, un attacco russo con missili e droni ha ucciso almeno trenta persone, secondo il bilancio riportato dal Kyiv Independent. Tra gli edifici colpiti c’era un palazzo residenziale parzialmente crollato. Una parte crescente degli attacchi riguarda i luoghi dove si conservano e si distribuiscono le merci. Da metà luglio l’Ucraina colpisce i depositi di Wildberries, la grande piattaforma russa di acquisti online. Ad agosto la campagna si è estesa a Ozon, il suo principale concorrente. Kiev sostiene che attraverso Wildberries vengano forniti anche componenti per droni e altri equipaggiamenti all’esercito russo; l’azienda respinge l’accusa. Su Meduza, testata russa indipendente in esilio, il commentatore economico Bogdan Bakaleyko propone una lettura critica. Intervistato nel podcast del giornale, spiega che alcune vendite di materiale militare costituiscono, a suo giudizio, una giustificazione debole per colpire quei magazzini. Soprattutto, ritiene improbabile che gli attacchi riescano a spezzare l’economia russa. I commercianti cercheranno altri canali; parte delle attività potrà spostarsi su piattaforme concorrenti. Per Bakaleyko, l’effetto cercato da Kiev sarebbe soprattutto politico: mostrare ai cittadini russi che lo Stato non sa o non vuole proteggerli. Nella sua analisi, il problema riguarda anche chi ha perso la merce e aspetta un risarcimento. La guerra entra così nelle attività di persone che lavorano lontano dal fronte. Gli attacchi possono anche alimentare l’inflazione. Merci distrutte e consegne da riorganizzare comportano costi aggiuntivi che i venditori possono trasferire sui clienti. In Russia, secondo l’agenzia Interfax, al sette settembre l’inflazione annua era stimata al 6,29 per cento, in lieve calo rispetto alla settimana precedente. L’effetto dei bombardamenti sui prezzi, però, resta da misurare. Il quotidiano Kommersant riporta la smentita di Ozon: la società sostiene che, dopo i primi attacchi, il prezzo medio dei prodotti sulla sua piattaforma sia diminuito. Il rischio di rincari riguarda quindi i costi e le difficoltà delle forniture; quel sei per cento descrive l’inflazione complessiva del paese. Il cinque settembre gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump, hanno incontrato Putin a Mosca. Il giorno dopo erano a Kiev. Nel resoconto firmato da Martin Fornusek, Tim Zadorozhnyy e dalla redazione del Kyiv Independent, il tema concreto dei colloqui è anche la preparazione all’inverno: forniture per la difesa aerea, sostegno energetico, garanzie di sicurezza. Le delegazioni hanno parlato di nuovi incontri, senza annunciare un accordo per fermare la guerra. Dopo i colloqui, Zelensky ha detto di aspettarsi che il conflitto continui nei mesi invernali. Il prossimo sarà il quinto inverno dall’invasione su vasta scala del febbraio 2022. Per chi vive sotto gli attacchi, la disponibilità di elettricità e di protezione dai missili resta una necessità immediata. La nuova legge cinese per la difesa nazionale e i timori dell’Occidente (Foto di Alex Healing) E la produzione dei droni ci porta in Cina. Il ventotto agosto Pechino ha approvato la prima revisione in sedici anni della legge sulla mobilitazione per la difesa nazionale. Entrerà in vigore il primo ottobre. La legge stabilisce come preparare e impiegare risorse economiche e sociali per le esigenze della difesa. Nel testo pubblicato dall’agenzia ufficiale Xinhua si parla di dati utili alla mobilitazione, riserve strategiche, capacità produttive e sicurezza delle forniture militari. La preparazione coinvolge settori civili come trasporti, telecomunicazioni, sanità ed energia. Significa sapere in anticipo quali risorse siano disponibili, chi possa produrre ciò che serve e come organizzare il sostegno alle forze armate. Il South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong, si concentra sulle tecnologie. Nell’articolo firmato da Albee Zhang viene intervistato Xie Dan, esperto di diritto militare. La legge parla in termini generali di tecnologie avanzate; è Xie a indicare, tra i campi coinvolti, l’intelligenza artificiale, i sistemi senza pilota e il cyberspazio. Secondo l’esperto, la guerra russo-ucraina ha confermato quanto questi strumenti contino nei conflitti contemporanei. Pechino, nella sua lettura, sta adattando le proprie regole a quelle lezioni. Il Global Times, quotidiano legato al Partito comunista cinese, difende la riforma in un editoriale. Sostiene che organizzare per legge la mobilitazione sia una scelta ordinaria per una grande potenza e che prepararsi a un’emergenza non significhi aver deciso di avviare una guerra. Il giornale accusa alcuni media occidentali e gli indipendentisti taiwanesi di deformare il significato della norma. La presenta come uno strumento difensivo, capace di rafforzare la pace attraverso una maggiore capacità di reazione. Su questo rapporto tra industria civile e produzione militare interviene anche un’inchiesta di Politico, ripresa dalla testata ucraina Hromadske. Riguarda le forniture alla Russia, una vicenda distinta dalla riforma della legge cinese. Secondo i documenti di spedizione esaminati dai giornalisti, la società statale cinese Jilin Chemical Fiber Group avrebbe inviato quarantasei tonnellate di materiale alla russa Alabuga-Volokno, una controllata del gruppo Rosatom. Si tratta di PAN, la materia di partenza per produrre fibra di carbonio, usata anche per rinforzare la struttura dei droni d’attacco Geran. Il carico sarebbe stato dichiarato con un codice doganale per comuni fibre sintetiche. Gli esperti citati nell’inchiesta leggono quella classificazione come un possibile tentativo di nascondere una fornitura sensibile. Pechino respinge le accuse di sostegno al programma russo di droni e afferma di controllare rigorosamente le esportazioni di beni utilizzabili sia in ambito civile sia militare. La società cinese non ha risposto alle richieste di commento di Politico. Cucchiaiata dopo cucchiaiata, siamo arriva

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La Minestra degli Esteri è la rassegna stampa internazionale di Prismag, ideata da Michele Ceci e condotta da Francesco Stati. Ogni settimana, serviamo a caldo le notizie più rilevanti dal mondo, condite con analisi pungenti e commentate con cura. Osserva insieme a noi come cambia il mondo, un cucchiaio di notizie alla volta. Autori: Lorenzo De Carolis e Semén Zubriekov Produzione e montaggio: Anna Chiara Borrello con Andrea Lo Iacono Il podcast è anche una newsletter! Puoi iscriverti al link qui sotto ⬇️ rifrazioneprismag.substack.com