Un cappuccino con Paolo

podbiz.it

Il caffè è più buono se è ristretto: forte sì, ma non lungo. Se vuoi prenderti il tempo per gustarti una brioche meglio il cappuccino. Sempre forte, ma pacato. Un cappuccino con Paolo: quando il tempo di un caffè non basta più. Sempre con Paolo Pugni Un cappuccino con Paolo va in onda grazie a PodBiz il team che ti aiuta a tradurre le tu idee in podcast e la tua voce in libri. Trovi tutti i caffè e i cappuccini con Paolo sul canale telegram t.me/caffèconPaolo (senza l’articolo). Sempre su telegram puoi contattami t.me/paolopugni

  1. 5d ago

    210 Abbarbicati

    Trascrizione  Però un merito ai social dobbiamo comunque darlo, perché ci stanno aiutando a capire tante cose di noi, tante cose degli altri, e riflettere su come ci siamo ridotti, su quali sono le condizioni nelle quali oggi noi affrontiamo la realtà e ci dà un'indicazione forte e chiara di come ragioniamo.  Il caffè è più buono se ristretto, forte sì, ma non troppo lungo. Se vuoi prenderti il tempo per gustarti una brioche, molto meglio il cappuccino, sempre forte ma pacato. Un cappuccino con Paolo quando il tempo di un caffè non basta più, sempre con Paolo Pugni.  E dopo qualche settimana torna il cappuccino per riflettere su questo aspetto. Mi sono successe un po' di cose che, diciamo così, ho visto un po' di cose in rete e mi sono reso conto che valeva la pena di dedicare qualche minuto alla preparazione di questo cappuccino. Volevo quindi condividerlo proprio con te, condividere con voi queste, questi, queste riflessioni, questi spunti. Cosa Cosa ho notato in particolare? Ho notato in modo. Molto netto questa faccenda che siamo talmente tanto presi dai nostri pensieri, da quello che desideriamo, da quello che vogliamo, da quello che per noi è significativo, che finiamo per diventare miopi. E c'è da farsi una domanda su questo, ma siamo talmente legati a doppio filo a quello che pensiamo, perché così siamo rassicurati, perché abbiamo perso altri fondamenti. E allora nella certezza. Altezza di quello che io penso e quindi della bolla nella quale io mi riconosco, finisco per sentirmi al sicuro, a casa, tranquillo, rinforzato dai miei convincimenti, quali che siano, lo vedo succedere spesso, vedo sempre meno capacità. E di nuovo, sapete che quando parlo di queste cose parlo guardandomi allo specchio, di mettere alla prova il proprio pensiero, di sfidarlo, di aprirsi a visioni nuove, anche di dire mi sono sbagliato. Mi sono sbagliato, non è così che si pensa. Ho fatto un errore? Sì, sono stato esagerato, no. Siamo talmente dentro i nostri pregiudizi da aver perso totalmente, mi sembra, temo, lo spirito critico, anche soltanto la curiosità per la verità, la voglia di mettersi in gioco, l'umiltà di consedere di l'umiltà di considerare che non possediamo la verità, i nostri pregiudizi. Diventano giudici granitici, diventano giudici parziali, non imparziali, giudici parziali, severi, inappellabili, che ci costringono ad emettere pareri come sentenze. Emettiamo sentenze, non punti di vista. E queste cose qui non ci rendiamo conto immediatamente, ma producono delle conseguenze devastanti, ci rendono ridicoli. Inaffidabili, totalmente separate dalla realtà, da chi vede le cose con un po' più di oggettività di noi e ci rende inaffidabili su tutto il resto, perché se ragiona così in questa circostanza, figurati nelle altre. Quindi finiamo per perdere non solo di credibilità, perché questo potrebbe starci. Siamo imperfetti, abbiamo degli errori, commettiamo errori, abbiamo dei limiti, ma la debolezza non è il punto. È che noi siamo talmente tanto abbracciati a queste nostre convinzioni che diventiamo appunto ridicoli, diventiamo inaffidabili, veniamo tacciati a ragione di perdere il senso del vero. E questo è un danno anche per noi, perché finisco per essere totalmente incapace di riconoscere la realtà, quello che è, e il più delle volte questo comporta che non riconosco la realtà su di me, cioè non vedo in me questo errore. Io non sto facendo niente di strano, è oggettivo. Quello che ho visto è oggettivo. Come fai a dire che non sono così? Come fai a darmi indicazioni differenti? Quindi ci chiudiamo sempre di più nel nostro errore, nel nostro peccato, nella nostra piccolezza e diventiamo portatori, portatori, peccatori, quindi non sani, ma colpevoli di disonestà intellettuale al quadrato, perché non riconosciamo il nostro errore. E vedendo bene, generiamo strutture di peccato, generiamo strutture di errori, perché facendo così provochiamo spesso e volentieri risposte uguali e contrarie. Quindi non suscitiamo misericordia, ma suscitiamo rancore, suscitiamo violenza che per fortuna il più delle volte rimane solo verbale, suscitiamo una serie di reazioni di sdegno che tracimano facilmente nella virulenza, nel rancore. preso che diventa cattiveria, che diventa insulto. E tutto perché siamo talmente abbarbicati come l'edera alle nostre convinzioni che non mettiamo mai neanche minimamente in discussione, finendo per essere totalmente imparziali e quindi ridicoli. E perché alla fine quello che dimostriamo non è di credere in qualcosa, ma di credere contro qualcosa. Quello che per noi conta è essere contro qualcuno che è il nostro nemico, che è sempre in errore, che non fa mai nulla di giusto, che è sempre al centro di complotti, che è sempre al centro di una povertà umana devastante e quindi i nostri nemici sono veramente l'abisso, sono persone che addirittura non hanno la dignità umana in alcuni casi e quindi non possono essere oggetto di misericordia. E questo è veramente quello che fa più male. Che cosa ne pensi? Buon cappuccino a tutti.  Un cappuccino con Paolo va in onda grazie a Podbiz, il team che ti aiuta a tradurre le tue idee in podcast e la tua voce in libri. Trovi tutti i caffè e i cappuccini con Paolo sul canale Telegram Telegram punto me slash caffè con Paolo senza l'articolo, mi raccomando, caffè con Paolo. Sempre su Telegram puoi contattarmi. telegram.me/paolopuni grazie e alla prossima puntata

  2. May 27

    206 La realtà che tossisce

    Quando l’opinione si traveste da informazione, la realtà comincia a tossire Aldo Grasso, in un articolo significativamente intitolato “Se l’opinione prende il posto dell’informazione”, pubblicato nella rubrica Padiglione Italia, mette il dito in una piaga che non riguarda soltanto la televisione, i talk show, i social o quella grande fiera permanente dell’indignazione che abbiamo imparato a frequentare con la stessa leggerezza con cui un tempo si andava al bar: riguarda il nostro modo di stare davanti alla realtà, di nominarla, di interpretarla e, qualche volta, di manipolarla senza nemmeno più accorgercene. Perché il punto, se vogliamo essere sinceri fino in fondo, non è soltanto che qualcuno manipola l’opinione pubblica. Questo, purtroppo, è vecchio quanto il serpente nel giardino. Il punto più inquietante è che oggi la manipolazione è diventata facile, rapidissima, quasi elegante nella sua disinvoltura, perché non ha più bisogno di grandi apparati, di ministeri della propaganda con i corridoi lucidi e le porte imbottite, di manifesti solenni e tamburi retorici. Basta una frase costruita bene, un aggettivo infilato nel punto giusto, un sospetto lasciato cadere come una briciola avvelenata, una domanda apparentemente innocente, una mezza informazione consegnata al pubblico con l’aria compunta di chi sta solo “ponendo un tema”. E noi, naturalmente, ci caschiamo. Non sempre perché siamo sciocchi, anche se qualche volta un piccolo contributo personale lo mettiamo con generosità; ci caschiamo perché il linguaggio lavora prima della ragione, entra dalla porta laterale, si siede in cucina, si versa un bicchiere d’acqua e quando finalmente ce ne accorgiamo ha già spostato i mobili di casa. La disonestà intellettuale, infatti, raramente entra vestita da menzogna frontale. Quella sarebbe troppo volgare, troppo riconoscibile, troppo facile da respingere. La disonestà intelligente, quella più pericolosa, entra vestita da sfumatura. Non dice necessariamente una cosa falsa, perché la falsità pura è impegnativa e, prima o poi, chiede il conto; preferisce inclinare la frase, scegliere un verbo, appiccicare un aggettivo, trasformare un fatto in una suggestione e una suggestione in un sospetto, fino a quando chi ascolta non sa più se sta ricevendo un’informazione o se gli stanno facendo indossare, con molta cortesia, un paio di occhiali già graduati da qualcun altro. Prendiamo gli aggettivi. Sembra poca cosa, vero? Un aggettivo è piccolo, garbato, spesso decorativo, apparentemente innocuo. Ma proprio per questo è micidiale. Un conto è dire che una decisione è stata presa. Un altro è dire che è stata presa “in modo opaco”. Un conto è dire che una persona ha partecipato a un incontro. Un altro è dire che vi ha partecipato “sospettosamente”. Un conto è dire che un’azienda ha cambiato strategia. Un altro è dire che ha fatto “l’ennesima giravolta”. Formalmente, magari, la struttura informativa resta in piedi. Sostanzialmente, però, il lettore è già stato accompagnato verso il giudizio come un cliente distratto verso lo scaffale più conveniente per chi vende, non necessariamente per chi compra. E qui bisognerebbe fermarsi un momento, magari senza telefoni in mano, che già sarebbe una forma minima ma rivoluzionaria di igiene mentale. Quando ascoltiamo una notizia, siamo ancora capaci di distinguere il fatto dalla cornice emotiva dentro cui ci viene servito? Siamo capaci di accorgerci che una parola non descrive soltanto, ma orienta? Siamo capaci di capire quando un titolo ci informa e quando invece ci mette una mano sulla nuca per spingerci verso una conclusione già preparata? Perché se non siamo capaci di farlo, siamo manipolabili. Non “un po’ influenzabili”, che suona meglio e fa meno male all’autostima. Manipolabili. E chi è manipolabile non è libero, anche quando urla moltissimo di esserlo. Il problema, naturalmente, non riguarda soltanto i giornalisti, i commentatori, i politici, gli opinionisti professionali, i conduttori televisivi e quella strana razza di sacerdoti dell’immediatezza che ogni sera devono avere un parere definitivo su qualunque cosa sia successa nel mondo nelle ultime tre ore. Riguarda anche noi, nella vita quotidiana, nelle aziende, nelle riunioni, nelle vendite, nei rapporti tra colleghi, nelle conversazioni familiari, nei post LinkedIn scritti con l’aria di chi ha finalmente capito tutto e generosamente si abbassa a spiegarlo agli altri. Quante volte trasformiamo una nostra opinione in un fatto? Quante volte diciamo “il cliente non ha capito”, quando dovremmo dire “io non sono riuscito a farmi capire”? Quante volte diciamo “il mercato non è pronto”, quando forse dovremmo dire “la nostra proposta non è abbastanza chiara”? Quante volte diciamo “la gente vuole solo il prezzo”, quando forse dovremmo chiederci se abbiamo davvero mostrato un valore per cui valesse la pena pagare di più? Il meccanismo è lo stesso, solo meno televisivo e più aziendale. Si prende la realtà, che è sempre più complessa, più ruvida e più resistente dei nostri schemi, e la si infila dentro una frase comoda. Poi quella frase viene ripetuta. Poi viene condivisa. Poi diventa cultura interna. Poi diventa strategia. Poi diventa destino. E alla fine qualcuno, davanti ai risultati che non arrivano, dirà con grande serietà che purtroppo “era inevitabile”. No, spesso non era inevitabile. Era stato preparato linguisticamente. Le parole non sono mai solo parole. Sono strumenti di costruzione, e qualche volta di demolizione. Possono illuminare o intossicare, possono aprire una porta o chiuderla, possono servire la realtà o sostituirla. Per questo capire il linguaggio oggi non è un lusso da letterati, non è una raffinatezza da professori con la giacca di velluto e il vizio delle citazioni. È una competenza civile, professionale, morale. È una forma di autodifesa. È una cintura di sicurezza dell’intelligenza. E qui torna, con una forza quasi chirurgica, quella frase del Vangelo di Matteo che spesso citiamo con un certo gusto estetico, ma che forse dovremmo prendere più sul serio: **“Sia invece il vostro parlare: sì, sì; no, no; il di più viene dal Maligno”**. Non è un invito alla povertà espressiva, come se il cristianesimo fosse una scuola di comunicazione monosillabica per persone prive di immaginazione. È molto di più. È un richiamo alla limpidezza, alla responsabilità della parola, alla coincidenza tra ciò che si dice e ciò che si intende, tra il linguaggio e la verità che il linguaggio dovrebbe servire. Il “di più” non è la ricchezza del pensiero. Il “di più” è l’eccedenza manipolativa. È la parola aggiunta per torcere. È l’aggettivo infilato per sporcare.

About

Il caffè è più buono se è ristretto: forte sì, ma non lungo. Se vuoi prenderti il tempo per gustarti una brioche meglio il cappuccino. Sempre forte, ma pacato. Un cappuccino con Paolo: quando il tempo di un caffè non basta più. Sempre con Paolo Pugni Un cappuccino con Paolo va in onda grazie a PodBiz il team che ti aiuta a tradurre le tu idee in podcast e la tua voce in libri. Trovi tutti i caffè e i cappuccini con Paolo sul canale telegram t.me/caffèconPaolo (senza l’articolo). Sempre su telegram puoi contattami t.me/paolopugni