Quando l’opinione si traveste da informazione, la realtà comincia a tossire Aldo Grasso, in un articolo significativamente intitolato “Se l’opinione prende il posto dell’informazione”, pubblicato nella rubrica Padiglione Italia, mette il dito in una piaga che non riguarda soltanto la televisione, i talk show, i social o quella grande fiera permanente dell’indignazione che abbiamo imparato a frequentare con la stessa leggerezza con cui un tempo si andava al bar: riguarda il nostro modo di stare davanti alla realtà, di nominarla, di interpretarla e, qualche volta, di manipolarla senza nemmeno più accorgercene. Perché il punto, se vogliamo essere sinceri fino in fondo, non è soltanto che qualcuno manipola l’opinione pubblica. Questo, purtroppo, è vecchio quanto il serpente nel giardino. Il punto più inquietante è che oggi la manipolazione è diventata facile, rapidissima, quasi elegante nella sua disinvoltura, perché non ha più bisogno di grandi apparati, di ministeri della propaganda con i corridoi lucidi e le porte imbottite, di manifesti solenni e tamburi retorici. Basta una frase costruita bene, un aggettivo infilato nel punto giusto, un sospetto lasciato cadere come una briciola avvelenata, una domanda apparentemente innocente, una mezza informazione consegnata al pubblico con l’aria compunta di chi sta solo “ponendo un tema”. E noi, naturalmente, ci caschiamo. Non sempre perché siamo sciocchi, anche se qualche volta un piccolo contributo personale lo mettiamo con generosità; ci caschiamo perché il linguaggio lavora prima della ragione, entra dalla porta laterale, si siede in cucina, si versa un bicchiere d’acqua e quando finalmente ce ne accorgiamo ha già spostato i mobili di casa. La disonestà intellettuale, infatti, raramente entra vestita da menzogna frontale. Quella sarebbe troppo volgare, troppo riconoscibile, troppo facile da respingere. La disonestà intelligente, quella più pericolosa, entra vestita da sfumatura. Non dice necessariamente una cosa falsa, perché la falsità pura è impegnativa e, prima o poi, chiede il conto; preferisce inclinare la frase, scegliere un verbo, appiccicare un aggettivo, trasformare un fatto in una suggestione e una suggestione in un sospetto, fino a quando chi ascolta non sa più se sta ricevendo un’informazione o se gli stanno facendo indossare, con molta cortesia, un paio di occhiali già graduati da qualcun altro. Prendiamo gli aggettivi. Sembra poca cosa, vero? Un aggettivo è piccolo, garbato, spesso decorativo, apparentemente innocuo. Ma proprio per questo è micidiale. Un conto è dire che una decisione è stata presa. Un altro è dire che è stata presa “in modo opaco”. Un conto è dire che una persona ha partecipato a un incontro. Un altro è dire che vi ha partecipato “sospettosamente”. Un conto è dire che un’azienda ha cambiato strategia. Un altro è dire che ha fatto “l’ennesima giravolta”. Formalmente, magari, la struttura informativa resta in piedi. Sostanzialmente, però, il lettore è già stato accompagnato verso il giudizio come un cliente distratto verso lo scaffale più conveniente per chi vende, non necessariamente per chi compra. E qui bisognerebbe fermarsi un momento, magari senza telefoni in mano, che già sarebbe una forma minima ma rivoluzionaria di igiene mentale. Quando ascoltiamo una notizia, siamo ancora capaci di distinguere il fatto dalla cornice emotiva dentro cui ci viene servito? Siamo capaci di accorgerci che una parola non descrive soltanto, ma orienta? Siamo capaci di capire quando un titolo ci informa e quando invece ci mette una mano sulla nuca per spingerci verso una conclusione già preparata? Perché se non siamo capaci di farlo, siamo manipolabili. Non “un po’ influenzabili”, che suona meglio e fa meno male all’autostima. Manipolabili. E chi è manipolabile non è libero, anche quando urla moltissimo di esserlo. Il problema, naturalmente, non riguarda soltanto i giornalisti, i commentatori, i politici, gli opinionisti professionali, i conduttori televisivi e quella strana razza di sacerdoti dell’immediatezza che ogni sera devono avere un parere definitivo su qualunque cosa sia successa nel mondo nelle ultime tre ore. Riguarda anche noi, nella vita quotidiana, nelle aziende, nelle riunioni, nelle vendite, nei rapporti tra colleghi, nelle conversazioni familiari, nei post LinkedIn scritti con l’aria di chi ha finalmente capito tutto e generosamente si abbassa a spiegarlo agli altri. Quante volte trasformiamo una nostra opinione in un fatto? Quante volte diciamo “il cliente non ha capito”, quando dovremmo dire “io non sono riuscito a farmi capire”? Quante volte diciamo “il mercato non è pronto”, quando forse dovremmo dire “la nostra proposta non è abbastanza chiara”? Quante volte diciamo “la gente vuole solo il prezzo”, quando forse dovremmo chiederci se abbiamo davvero mostrato un valore per cui valesse la pena pagare di più? Il meccanismo è lo stesso, solo meno televisivo e più aziendale. Si prende la realtà, che è sempre più complessa, più ruvida e più resistente dei nostri schemi, e la si infila dentro una frase comoda. Poi quella frase viene ripetuta. Poi viene condivisa. Poi diventa cultura interna. Poi diventa strategia. Poi diventa destino. E alla fine qualcuno, davanti ai risultati che non arrivano, dirà con grande serietà che purtroppo “era inevitabile”. No, spesso non era inevitabile. Era stato preparato linguisticamente. Le parole non sono mai solo parole. Sono strumenti di costruzione, e qualche volta di demolizione. Possono illuminare o intossicare, possono aprire una porta o chiuderla, possono servire la realtà o sostituirla. Per questo capire il linguaggio oggi non è un lusso da letterati, non è una raffinatezza da professori con la giacca di velluto e il vizio delle citazioni. È una competenza civile, professionale, morale. È una forma di autodifesa. È una cintura di sicurezza dell’intelligenza. E qui torna, con una forza quasi chirurgica, quella frase del Vangelo di Matteo che spesso citiamo con un certo gusto estetico, ma che forse dovremmo prendere più sul serio: **“Sia invece il vostro parlare: sì, sì; no, no; il di più viene dal Maligno”**. Non è un invito alla povertà espressiva, come se il cristianesimo fosse una scuola di comunicazione monosillabica per persone prive di immaginazione. È molto di più. È un richiamo alla limpidezza, alla responsabilità della parola, alla coincidenza tra ciò che si dice e ciò che si intende, tra il linguaggio e la verità che il linguaggio dovrebbe servire. Il “di più” non è la ricchezza del pensiero. Il “di più” è l’eccedenza manipolativa. È la parola aggiunta per torcere. È l’aggettivo infilato per sporcare.