Monia Ciocioni Podcast

Monia Ciocioni

Coach somatica per chi vuole crescere senza smontarsi. Sistema nervoso • Emozioni • Vita ad alta intensità Metodo RE.GO.LA™ ↓ moniaciocioni.substack.com

  1. 13h ago

    I 3 stati del sistema nervoso

    Prima eri presente, aperta, quasi leggera. Poi, senza un motivo che riesci a nominare, sei diventata tesa, pronta a difenderti, con la mascella stretta. E la sera, magari, semplicemente spenta — non triste, non arrabbiata, solo assente, come se qualcuno avesse abbassato il volume di tutto. Non sei tu che cambi umore in modo incoerente. È il tuo corpo che, più volte al giorno, si sposta tra tre modi diversi di stare al mondo. Oggi voglio raccontarteli uno per uno, perché imparare a riconoscerli — semplicemente riconoscerli, senza giudicarli — è il primo passo per non subirli più. Una giornata qualunque, con un filtro nuovo Prova a seguire una tua giornata con questo filtro. Al mattino, sotto la doccia, ti senti quasi bene. Pensi alla giornata con curiosità, magari canticchi. Poi arriva il lavoro e in mezzo secondo qualcosa cambia: il collo si irrigidisce, leggi due volte la stessa riga senza capirla, senti già la risposta che vorresti dare formarsi in bocca, tagliente. Passano le ore, risolvi, rispondi, gestisci. E verso sera, quando finalmente potresti goderti una pausa, ti accorgi che non riesci a goderti niente: sei sul divano ma non sei lì davvero, scorri il telefono senza leggere. Se qualcuno ti chiede come stai, rispondi “stanca” senza sapere bene cosa significhi. Tre momenti, la stessa giornata. Tre corpi diversi dentro lo stesso corpo. Il primo stato: aperto È quello che tutti riconoscono come “stare bene”, ma che raramente sappiamo descrivere con precisione. È quando il respiro è ampio, la voce è calda, riesci ad ascoltare qualcuno senza già pensare a cosa rispondere. In questo stato il mondo ti sembra attraversabile: puoi essere in disaccordo con qualcuno senza sentirti minacciata, puoi ricevere una critica e restare curiosa invece che sulla difensiva. È lo stato in cui il corpo ti dice, senza parole: qui è sicuro, posso restare aperta. Il secondo stato: allarme Lo conosci altrettanto bene, anche se probabilmente non ami raccontarlo. È quando qualcosa — una mail, un tono di voce, un pensiero che torna — fa scattare un allarme. Il cuore accelera, le spalle si alzano verso le orecchie, ti senti pronta a scattare, a discutere, a controllare tutto, a risolvere subito. In questo stato sei rapidissima. Ma attenzione: rischi anche di essere imprecisa, perché dici cose che poi rivaluti, prendi decisioni che poi riconsideri, senti il bisogno di agire anche quando la cosa più saggia sarebbe fermarti. Non è un difetto di carattere: è il tuo corpo che ha deciso, in una frazione di secondo, che è il momento di mobilitarsi. Vale la pena fermarsi qui, perché è lo stato che più spesso scambiamo per produttività. Quando sei in allarme ti senti efficiente: rispondi subito, decidi in fretta, sembri inarrestabile. Il problema è che questa efficienza ha un costo, e il costo si presenta dopo, non durante. È esattamente per questo che tante donne arrivano a fine giornata esauste anche in giornate in cui, sulla carta, è andato tutto bene. Non è il lavoro che ci stanca: è restare per ore in uno stato mobilitato credendo che sia normale, senza mai concedersi il momento di scarico che il corpo starebbe aspettando. Il terzo stato: spento È il più silenzioso e il più frainteso, anche da te stessa. È quando, dopo troppo allarme o troppa richiesta, il corpo smette semplicemente di rispondere con la stessa intensità. Ti senti pesante, lontana, come dietro un vetro. Fai le cose, rispondi ai messaggi, sorridi anche — ma è come se lo facessi da un’altra stanza. Questo stato viene spesso scambiato per pigrizia o mancanza di motivazione. Non lo è. È una forma di protezione: quando il corpo valuta che non c’è abbastanza energia per combattere né per fuggire, sceglie di spegnere i consumi. Gli stati non restano dentro di te C’è una cosa importante da notare: questi tre stati non restano confinati. Si vedono, si sentono, si trasmettono. Un corpo aperto e presente mette a proprio agio chi ti sta di fronte quasi senza che tu debba fare niente. Un corpo in allarme, anche quando cerca di restare gentile con le parole, comunica tensione attraverso il tono, la postura, la velocità dei gesti — e chi ti sta davanti, spesso senza saperlo, lo sente e si irrigidisce a sua volta. Un corpo spento, per quanto si sforzi di sorridere, trasmette una distanza che gli altri percepiscono come freddezza, anche quando dentro di te non c’è nessuna freddezza: c’è solo stanchezza. Imparare a riconoscere i tuoi tre stati, quindi, non serve solo a stare meglio tu. Cambia anche il modo in cui le persone intorno a te si sentono quando sono con te. Non è volontà, è informazione Ecco la cosa che vorrei che portassi via da qui più di ogni altra: il passaggio tra questi stati non è una decisione che prendi consapevolmente. Non ti svegli e decidi “oggi sarò irritabile”. Il tuo sistema nervoso scansiona continuamente l’ambiente — i volti, i toni di voce, persino la luce di una stanza — e decide, prima ancora che tu ne sia consapevole, se sei al sicuro oppure no. Questa scansione è più vecchia del linguaggio, più vecchia del pensiero razionale. Per questo spesso non riesci a “calmarti” con la sola forza di volontà. Non è un problema di volontà. È un problema di informazione: il corpo non sa ancora che, in questo momento specifico, non c’è nessun pericolo reale. Questo spiega anche perché due persone possano vivere la stessa situazione — una riunione tesa, una scadenza vicina — e reagire in modo completamente diverso. Non significa che una sia più forte e l’altra più debole. Significa che i loro corpi hanno imparato, in momenti diversi della vita, quali segnali significano pericolo e quali no. Chi da piccolo ha dovuto restare allerta per anticipare l’umore di un adulto, oggi avrà una soglia di allarme più sensibile. Chi ha imparato che protestare non serviva a niente, oggi scivolerà più facilmente nello stato spento. Sapere questo non cambia il pattern all’istante, ma toglie un peso enorme: non sei tu che sbagli a reagire. È il tuo corpo che sta applicando oggi una strategia che una volta aveva un senso. E lo stesso vale per le persone intorno a te: quando qualcuno reagisce in modo che ti sembra sproporzionato, quasi sempre non sta scegliendo di ferirti. Sta facendo, con il corpo che ha, quello che quel corpo sa fare meglio in quel momento. La buona notizia: si può allenare Il passaggio tra gli stati è automatico, ma è anche allenabile. Non puoi comandarlo con il pensiero, ma puoi insegnare al corpo — con piccoli gesti costanti, ripetuti — che è più sicuro tornare al primo stato più spesso, e restarci più a lungo. Il primo esercizio è di puro riconoscimento, e puoi farlo più volte al giorno in pochi secondi. Fermati e chiediti: il mio respiro in questo momento è ampio o corto? Le spalle sono rilassate o sollevate? Sento il corpo presente o come da lontano? Questa domanda, fatta con onestà, ti dice quasi sempre in quale dei tre stati ti trovi. Ed è già un passo enorme, perché la maggior parte del tempo viviamo questi cambi senza nemmeno accorgerci che stanno succedendo. Una volta riconosciuto lo stato, il movimento successivo cambia a seconda di dove ti trovi. Se sei in allarme, la cosa più efficace non è calmarti con la testa — spesso peggiora le cose — ma dare al corpo un movimento che lo convinca che il pericolo è passato: un’espirazione più lunga dell’inspirazione, ripetuta tre volte, oppure una camminata veloce di due minuti, anche solo su e giù per il corridoio. Il corpo ha bisogno di scaricare l’energia mobilitata, non di reprimerla. Io in questi momenti accompagno il movimento con un profumo fresco, respirato lentamente: aiuta il corpo a sentire che sta uscendo da qualcosa, invece di restarci intrappolato. Se sei nello stato spento — pesante, distante — il movimento giusto è opposto, e va fatto con molta gentilezza, perché spingere troppo un corpo già scarico può peggiorare le cose. Qui aiuta un piccolo stimolo sensoriale dolce: il calore di una tazza tra le mani, un tessuto morbido sulla pelle, un profumo che senti tuo. Non è una cura: è un invito, un’ancora che il corpo può accettare quando è pronto. Lo stato spento è quello che facciamo più fatica a perdonarci. Quando sei triste, magari provi a essere gentile con te stessa. Ma quando sei spenta, il pensiero automatico è spesso “datti una mossa, non hai motivo di stare così”. Ed è l’esatto contrario di ciò di cui il corpo ha bisogno. Uno stato di spegnimento non si attraversa spingendo più forte: si attraversa restando, con calma e pazienza, finché il corpo non sente che può ricominciare a fidarsi. E se sei già nel primo stato, quello aperto? Il compito è semplicemente notarlo. Fermati un istante e lascia che il corpo registri: questo è sicuro, ricordati come ci si sente. Sembra un dettaglio, ma è l’esercizio più sottovalutato di tutti. Diamo per scontati i momenti buoni, e così il corpo non impara mai davvero a riconoscerli e a farne un punto di riferimento. Da portare a casa Il primo stato è quello aperto, in cui il corpo ti dice che qui è al sicuro. Il secondo è l’allarme, in cui il corpo si mobilita per un pericolo che magari non c’è più. Il terzo è lo spento, in cui il corpo sceglie di risparmiare energia perché ha valutato che combattere o fuggire non serviva. Nessuno dei tre è un difetto. Sono tutti tentativi, a modo loro intelligenti, di tenerti al sicuro. Il lavoro non è eliminarli — non ci riusciresti comunque — ma imparare a riconoscerli in tempo reale, e sapere quale piccolo gesto puoi offrire al corpo per accompagnarlo, con amore e pazienza, verso il primo stato più spesso. Una domanda per oggi: in quale dei tre stati ti trovi proprio adesso, mentre leggi queste ultime righe? E cosa potresti offrire al tuo corpo nei prossimi cinque minuti che assomigli più a un invito che a un ordine? Se ti v

    I 3 stati del sistema nervoso
  2. 4d ago

    La solitudine di chi cresce

    Non è la solitudine di quando le cose vanno male. Quella la conosciamo tutti, ha un nome, e in qualche modo gli altri sanno come starti vicino. È la solitudine di quando le cose iniziano ad andare bene — ma vanno in una direzione che il tuo giro non riconosce ancora. Ti è mai capitato di prendere una decisione giusta per te e sentirti più sola subito dopo? Non prima, quando avevi ancora dei dubbi. Dopo. Nel momento in cui l’hai detta ad alta voce e hai visto, negli occhi di chi ti ascoltava, un mezzo sorriso. Una domanda un po’ troppo prudente. Un silenzio durato una frazione di secondo più del normale. Non è successo niente di grave. Nessuno ti ha attaccata. Eppure qualcosa, dentro di te, si è stretto. Di questo voglio parlarti oggi. Non della solitudine di chi resta indietro, ma di quella di chi si è mosso in avanti per prima — e per un tratto di strada cammina senza il conforto di sapere che qualcuno la sta guardando con gli stessi occhi con cui la guardava prima. La scena che forse conosci Torni a casa dopo aver condiviso qualcosa di importante. E invece di sentirti leggera, ti accorgi che continui a ripensarci. Riguardi la conversazione un fotogramma alla volta, ti chiedi se hai spiegato tutto bene, se quel sorriso incerto avesse un significato. La cosa più strana è che tu, di quella scelta, eri già convinta prima ancora di parlarne. Non stavi cercando un permesso. Eppure dopo ti senti come se quel permesso non l’avessi ottenuto. Questo succede per una ragione molto umana: tu, come chiunque, hai bisogno di sentirti specchiata da chi ti sta intorno per sentirti al sicuro. Quando le persone che ami condividono la tua gioia con lo stesso sguardo con cui la vivi tu, dentro ti si allenta qualcosa. Quando invece percepisci anche solo una piccola esitazione, una parte di te la registra come un pericolo. Non perché lo sia davvero. Ma perché in quel momento sei più avanti di dove si trova il tuo giro. E il tuo giro non ha ancora vissuto quello che stai vivendo tu. Non può darti quella conferma — non perché non ti voglia bene, ma perché non è ancora arrivato al punto in cui sei arrivata tu. Quello che stai lasciando andare C’è una cosa ancora più sottile, e forse ancora più vera. Quando cresci, spesso non stai solo raggiungendo qualcosa di nuovo. Stai anche, silenziosamente, lasciando andare chi eri prima. E anche se quella versione di te non ti rappresentava più da tempo, resta comunque una perdita. Una specie di piccolo lutto. Perdi il ruolo che tutti sapevano riconoscere in te a colpo d’occhio. Guadagni qualcosa di nuovo, sì — ma quel qualcosa non ha ancora una forma condivisa con chi ti sta intorno. Per un periodo sei sola a vederla. Ed è proprio in quella zona grigia, dove tu vedi già chi stai diventando e gli altri non lo vedono ancora, che si annida la solitudine di cui parliamo. Questa dinamica la vedo tornare soprattutto in chi ha già costruito qualcosa di solido: una carriera riconosciuta, una reputazione, un ruolo in cui le persone sanno cosa aspettarsi. Paradossalmente, più sei affermata, più la tua crescita successiva può sembrare ingiustificata agli occhi di chi ti guarda da fuori. Nessuno mette in discussione chi cambia perché è costretto. Molti storcono il naso davanti a chi cambia per scelta. Ma come, proprio adesso che sembrava arrivata? Se ti riconosci in questo, non è un tuo difetto. È quello che succede quando smetti di stare ferma dove gli altri avevano deciso che tu fossi. Le due voci Quando prendi una decisione di crescita, dentro di te si muovono due voci diverse. Vale la pena imparare a distinguerle, perché spesso le confondiamo per una sola. C’è la voce della decisione, quella che l’ha voluta con tutta se stessa: la parte che va avanti. Ed è quasi sempre accompagnata da un’altra voce, più antica, quella che da qualche parte nella tua storia ha imparato che distinguersi è pericoloso, che essere diversa dal gruppo significa rischiare di restare sola. Questa seconda voce non è la tua nemica, anche se a volte sembra sabotarti proprio nel momento più bello. In un momento della tua vita aveva ragione a proteggerti così. Il problema è che continua a usare la stessa strategia oggi, in un contesto completamente diverso, quando non ti serve più nella stessa forma. La prossima volta che senti quella stretta al petto dopo aver condiviso qualcosa di nuovo, fermati un attimo e chiediti: cosa temo che succeda se vado avanti? Lascia rispondere la voce antica senza correggerla. Spesso la risposta è semplice e antichissima: che resteremo sole, che perderemo l’appartenenza. E allora, invece di ignorarla o darle ragione, puoi risponderle da adulta: ti sento. So che hai paura che restare sola sia pericoloso. Ma oggi ho risorse che non avevo quando hai imparato questa regola. Non è un esercizio astratto. È una conversazione vera che puoi avere con te stessa in macchina, sotto la doccia, prima di addormentarti. Un piccolo metodo in tre movimenti Nel mio lavoro uso un metodo fatto di tre passaggi. Puoi provarlo oggi stesso, la prima volta che senti quella stretta. Riconoscere. Fermati un secondo e nomina, anche solo dentro di te: sto sentendo il segnale della solitudine, sto cercando una conferma che il mio giro non può ancora darmi. Nominarlo con calma interrompe già il giro a vuoto dei pensieri. Se riesci, aggiungi un gesto: guardati intorno lentamente e nota tre cose reali nello spazio in cui ti trovi — un colore, una forma, un suono. È un modo semplice per dire al corpo che qui e ora non c’è nessun pericolo reale. Governare. Qui uso un profumo, perché l’olfatto arriva quasi dritto alla parte del cervello che si occupa delle emozioni, senza passare prima dal pensiero razionale. Una goccia sui polsi o alla base del collo, abbinata a tre respiri lenti con l’espirazione più lunga dell’inspirazione. Non è una cura: è un’ancora, un modo per dire al corpo siamo al sicuro, adesso, mentre la mente fa il suo lavoro. Lasciare andare. L’ultimo passaggio è lasciare andare il bisogno che la conferma arrivi subito, e proprio da quella persona. A volte la comprensione arriva dopo settimane. A volte da persone inaspettate. A volte non arriva mai nella forma che avresti voluto — e va bene lo stesso. Perché la tua decisione non aveva bisogno della loro approvazione per essere valida. Sul lavoro è identico Questo schema si ripete uguale sul terreno professionale, e qui voglio essere concreta. Se in questo periodo stai costruendo qualcosa in parallelo a quello che fai già — un progetto, un’attività, una competenza nuova — probabilmente stai vivendo esattamente questa storia, applicata al lavoro. Lo racconti a qualcuno del tuo giro e ricevi la stessa esitazione, lo stesso sorriso accennato, la stessa domanda: ma sei sicura, con tutto quello che hai già da fare? Non è scetticismo verso di te. È la stessa voce di prima che, nell’altra persona, sta reagendo a qualcosa che ancora non ha una forma condivisa. La differenza, sul lavoro, è che spesso ci confondiamo: pensiamo che se dobbiamo convincere qualcuno, allora il progetto non va bene. Non è vero. Non devi convincere nessuno — allo stesso modo in cui non dovevi convincere nessuno della tua crescita personale. Devi costruire un metodo, verificare le cose prima tu, e lasciare che sia la coerenza nel tempo, non l’entusiasmo del primo giorno, a parlare per te. Prima di aggiungere qualcosa di nuovo a quello che faccio, mi faccio sempre tre domande. Te le lascio, perché puoi usarle anche tu questa settimana: * Ho verificato le cose con la stessa serietà con cui verificherei qualsiasi altra decisione importante, o mi sto muovendo solo sull’entusiasmo del momento? * Sto costruendo con le persone che ho già intorno, la mia rete di relazioni vere, o sto pensando di dover convincere conoscenti a freddo? * Sto raccontando questo progetto partendo da me e da quello che ho verificato, o sto già “vendendo” qualcosa prima ancora di essermi presa il tempo di capirlo davvero? Tre cose da portare via La solitudine che senti quando cresci non è il segnale che hai sbagliato. È il tuo bisogno di sentirti specchiata da chi ti sta intorno, che per un tratto di strada resta senza risposta. Dentro di te ci sono due voci — quella che va avanti e quella che ha paura — e il lavoro non è farle tacere, ma imparare a riconoscerle entrambe. La conferma che cerchi fuori, prima o poi, va costruita anche dentro. Con gentilezza verso te stessa, e con un piccolo gesto che ti riporti al presente quando la mente corre avanti nella paura. Prima di chiudere, una domanda su cui riflettere: qual è, in questo momento, la decisione di crescita per cui stai ancora aspettando un’approvazione che forse non arriverà mai nella forma che vorresti? E cosa cambierebbe se decidessi di dartela tu, quella conferma? Prova a scriverla da qualche parte, con le tue parole di pancia. A volte basta vederla nera su bianco per accorgersi che è più piccola di quanto sembrava mentre la portavi dentro in silenzio. Se questo episodio ti ha aiutato a dare un nome a qualcosa che sentivi da tempo, iscriviti a Niente Paura qui su Substack: è dove trovi ogni episodio in anticipo, insieme all’articolo che approfondisce i temi di ogni puntata. Crescere in avanti da sola, per un tratto di strada, non significa aver sbagliato niente. Prenditi cura di te come ti prenderesti cura di qualcuno che ami. This is a public episode. 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    La solitudine di chi cresce
  3. Sep 29

    La versione di te che arriva a gennaio

    Chiudi gli occhi un momento e immagina una donna. È la mattina del primo gennaio, fuori è ancora buio, la casa è silenziosa. Lei è seduta, una tazza calda tra le mani, e guarda fuori dalla finestra. È serena. Non è arrivata a gennaio esausta, trascinandosi lo stesso peso di tutto l’anno: è arrivata più leggera, più chiara, più in pace con se stessa. Quella donna sei tu — o meglio, è la versione di te che può arrivare a gennaio, se da oggi scegli di camminare in una certa direzione. In questo ultimo episodio dell’arco voglio parlarti proprio di lei. Non è un gioco. Le neuroscienze ci dicono che quando ci immaginiamo con vividezza nel futuro, il cervello comincia a orientarsi verso quell’immagine, come una destinazione nel navigatore. Finché resta vaga (”vorrei stare meglio”), non sa dove andare. Quando diventa precisa, le piccole scelte quotidiane cominciano a orientarsi verso di lei. Il ritratto che abbiamo composto Ripercorriamo la strada, perché ogni tappa è un pezzo di lei. Dalla vacanza che non ti ha guarita ha imparato a non chiedere al grande stacco di sistemarle la vita, ma a prendersi cura del sistema nervoso ogni giorno, nei piccoli gesti. Dalla sera prima del rientro ha imparato a scomporre le preoccupazioni in gradini, a riconoscere che urgenza e paura non sono la verità, a parlarsi con gentilezza. Da cambiare o scappare ha imparato a distinguere il movimento verso dal movimento via da, a non decidere di slancio dallo stato di allerta, a scegliere dal posto giusto. Dalle parti che ci trattengono ha imparato a non combattere contro se stessa: ascolta le sue parti spaventate, chiede loro “da cosa mi state proteggendo?”, ha smesso la guerra interna. Da cosa non voglio portarmi a gennaio ha imparato a posare almeno un peso — un rancore, un’identità vecchia — arrivando all’anno nuovo con lo zaino più leggero. Dal cambiamento non è una rivoluzione ha imparato la matematica silenziosa della costanza: cento piccole promesse mantenute costruiscono la fiducia di essere una che fa quello che dice. Dall’autocompassione ha imparato il segreto più controintuitivo: non è la durezza a spingerci avanti, ma la dolcezza. Il giorno in cui è diventata sua alleata invece che sua giudice, tutto è diventato più possibile. Non è una donna perfetta né rivoluzionata. È una che, un pezzo alla volta, ha imparato a stare con se stessa in modo più regolato, consapevole, gentile. E questo ha cambiato tutto, senza bisogno di cambiare tutto. Quattro strumenti per portarla con te La bussola dei tre mesi. Scegli una sola cosa su cui lavorare da qui a gennaio. La mente, davanti a troppe direzioni, si paralizza; una strada sola genera movimento, e il resto spesso arriva da sé. L’appuntamento con te stessa. Una volta al mese — ottobre, novembre, dicembre — fermati e chiediti con dolcezza: come sto camminando? Mettilo in calendario: è un appuntamento con la persona più importante della tua vita. L’ancora olfattiva. Scegli, tra gli oli che ci hanno accompagnate, quello che ti risuona di più, e fanne il tuo profumo dell’autunno: un filo che ti riporta, ogni giorno, a chi stai diventando. La lettera alla te di gennaio. Scrivi una breve lettera alla versione di te del primo dell’anno, mettila in una busta, riponila. La riaprirai a gennaio e vedrai quanto cammino hai fatto. Chi vuoi essere, quando arriverà? Gennaio arriverà comunque. La domanda non è mai stata se, ma chi vuoi essere quando arriverà. E adesso hai gli strumenti per rispondere non a parole, ma con i fatti: i piccoli passi di ogni giorno, i pesi che scegli di posare, la gentilezza che scegli di rivolgerti. La versione di te che arriva a gennaio non è un sogno. È una possibilità concreta, che comincia oggi. Da ottobre apriremo un nuovo tema. Fino ad allora, va’ piano, e coltiva la tua versione di gennaio. Se questo arco ti è servito, lascia una recensione su Spotify: aiuti chi ha bisogno di sentire che può arrivare a gennaio in modo diverso a trovare queste parole. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit moniaciocioni.substack.com

    La versione di te che arriva a gennaio
  4. Sep 25

    L'autocompassione del rientro

    Siamo all’ultimo episodio di questo arco, e voglio chiuderlo con il tema più importante di tutti — quello che tiene insieme ogni cosa di cui abbiamo parlato. Non è una tecnica né un metodo. È un modo di stare con noi stesse: l’autocompassione. Perché c’è un rischio, in tutto questo lavoro sul rientro. Il rischio di trasformarlo nell’ennesima occasione per essere dure con noi stesse, l’ennesima lista di cose in cui non siamo abbastanza. Ed è proprio da questo che voglio proteggerti. Il debito con l’estate È fine settembre. Ti guardi indietro e pensi: non ho sfruttato abbastanza l’estate, non mi sono riposata come dovevo, sono già di nuovo stanca, già indietro. È solo settembre, e ti senti già in debito con l’anno. Quella voce non ti sta aiutando. Non ti rende più produttiva: ti rende solo più stanca. L’alternativa è radicale — l’autocompassione. Cos’è davvero Studiata scientificamente da Kristin Neff, l’autocompassione è trattare te stessa con la stessa gentilezza che riserveresti a una persona amata che soffre. Si fonda su tre componenti: la gentilezza al posto del giudizio (”sto facendo del mio meglio” invece di “come ho fatto a ridurmi così”); l’umanità condivisa, il riconoscere che la fatica non è un tuo difetto isolato ma parte dell’esperienza umana; e la presenza consapevole, stare con quello che provi senza drammatizzarlo né negarlo. Sull’umanità condivisa vale la pena fermarsi. Quando ti senti in ritardo, la mente ti isola: immagini gli altri riposati e con la vita sotto controllo. Ma è un’illusione ottica — stai confrontando il tuo interno, con tutto il suo caos, con la facciata degli altri. Quella collega che sembra avere tutto in ordine, la sera, probabilmente si dice le stesse cose dure che ti dici tu. “Ma non diventerò pigra?” È l’obiezione più comune. La ricerca dice l’opposto: le persone autocompassionevoli sono più resilienti, riprovano di più dopo un fallimento, si assumono più responsabilità. A livello di sistema nervoso è chiaro: quando ti attacchi, il corpo percepisce una minaccia e va in allerta — e da uno stato di allerta non nascono lucidità né capacità di rialzarsi. La durezza non solo fa male: è inefficace. La gentilezza non è un premio da concedersi a cose fatte. È la condizione che rende possibile il cambiamento. Quattro strumenti Il test dell’amica. Quando ti parli con durezza, chiediti: direi mai queste parole a un’amica cara che sta facendo del suo meglio? Quasi sempre no. E allora parlati come parleresti a lei. La pausa di autocompassione. Nei momenti di affanno: riconosci (”questo è un momento di fatica”), ricorda (”non sono sola in questo”), offri gentilezza (una mano al cuore, una parola dolce). Trenta secondi che cambiano la chimica del momento. La mano sul cuore. Il tocco gentile attiva il sistema della cura, abbassa il cortisolo, calma il sistema nervoso. Una goccia di rosa — legata alla cura di sé — accompagna il gesto. La revisione gentile della sera. Prima di dormire, invece della lista dei fallimenti: cosa ho fatto oggi di cui posso essere contenta? Dove sono stata gentile? Cosa posso perdonarmi? Riequilibri una bilancia che pende sempre dalla parte del giudizio. La chiusura del cerchio Abbiamo cominciato, sette episodi fa, dalla sensazione di tornare dalle vacanze e sentirsi già in colpa, chiedendosi “cosa c’è che non va in me”. La risposta, fin dall’inizio, era la più semplice e la più difficile da accettare: niente. C’è solo un sistema nervoso da capire, parti da ascoltare, pesi da posare, piccoli passi da muovere, e una gentilezza da imparare a rivolgere verso di te. Qualunque cosa tu abbia fatto o non fatto in queste settimane, va bene. Non sei in ritardo sulla tua vita. Puoi ricominciare da dove sei, non da dove pensavi di dover essere. Sempre. Da ottobre apriremo un nuovo tema. Fino ad allora, va’ piano, e sii gentile con te stessa. Se questo arco ti è servito, lascia una recensione su Spotify: aiuti chi si sta trattando con durezza a trovare queste parole. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit moniaciocioni.substack.com

    L'autocompassione del rientro
  5. Sep 22

    Il cambiamento non è una rivoluzione

    Voglio sfatare un mito pericoloso: l’idea che cambiare debba essere una rivoluzione. Che servano gesti eclatanti, svolte drammatiche, il famoso “da domani cambio tutto”. È un’idea affascinante. Ed è anche il motivo per cui la maggior parte dei cambiamenti che desideriamo non avviene mai. La verità scomoda ma liberatoria è che il cambiamento che dura non ha l’aspetto di una rivoluzione. Ha l’aspetto di una piccola cosa, ripetuta. Molto meno spettacolare di quello che immaginiamo, ma infinitamente più efficace. Perché le rivoluzioni falliscono Il sistema nervoso ama la prevedibilità e diffida dei cambiamenti bruschi. Quando decidi di cambiare tutto di colpo — sveglia all’alba, sport ogni giorno, nuovo lavoro, relazioni rivoluzionate — il sistema nervoso va in allarme, percepisce il cambiamento come minaccia e ti riporta indietro, verso le vecchie abitudini che almeno sono familiari. Ecco perché i grandi propositi falliscono: non per mancanza di volontà, ma perché combattiamo contro la natura del nostro sistema nervoso. È come risalire un fiume controcorrente a nuoto: prima o poi la corrente ti riporta indietro, esausta. E ogni rivoluzione fallita rinforza la convinzione di essere incapaci di cambiare — un danno molto peggiore del non aver provato. Il cambiamento minimo L’alternativa: se vuoi che un cambiamento duri, rendilo così piccolo da sembrare ridicolo. Così piccolo che il sistema nervoso non lo percepisca come minaccia. Non “un’ora di palestra”, ma “mi metto le scarpe e cammino cinque minuti”. Non “mezz’ora di meditazione”, ma “tre respiri consapevoli”. Ti sembrerà troppo poco — ed è esattamente il punto. Funziona per tre ragioni. Non attiva la resistenza del sistema nervoso. È quasi impossibile da fallire, e ogni volta che lo fai costruisci fiducia — ripari la frattura di tutte le promesse che ti sei fatta e non hai mantenuto. E tende a crescere da solo: la parte difficile non è mai fare l’ora di sport, è iniziare, e un passo minimo abbassa così tanto la soglia dell’inizio che partire diventa automatico. A livello di cervello conta più la ripetizione dell’intensità: ogni volta che ripeti un comportamento rafforzi un sentiero neurale, come un sentiero battuto in un prato. Cento piccole camminate formano un solco più solido di tre grandi maratone seguite dal nulla. Gli inciampi Salterai un giorno. È inevitabile. E qui si gioca tutto — non per l’inciampo in sé, ma per la storia che ci raccontiamo: “visto? Non sono capace”. Questo è il vero killer del cambiamento. Immagina di forare una gomma: nessuno, per questo, buca anche le altre tre. Eppure è ciò che facciamo quando saltiamo un giorno e per frustrazione molliamo tutto. Un giorno saltato è una gomma forata, non la fine del viaggio. La ricerca di Kristin Neff è chiara: chi si tratta con gentilezza dopo un fallimento ha più probabilità di riprovare e riuscire. La gentilezza qui non è indulgenza, è strategia. Quattro strumenti Rendilo ridicolo. Rimpiccolisci il passo finché non ti viene da ridere. Quello è il punto di partenza giusto. Aggancialo a un’abitudine. “Dopo che mi lavo i denti, tre respiri.” L’abitudine esistente fa da promemoria naturale. Celebralo nel corpo. Un sorriso, una mano sul cuore, un “brava”. Il cervello ripete ciò che viene ricompensato. Una goccia di arancia dolce rende il momento positivo. Mai due volte di fila. Concediti il permesso di saltare, con una sola condizione: mai due giorni consecutivi. Distingue l’inciampo, normale, dall’abbandono, che è la vera minaccia. Perché è il senso di settembre Il segreto non è la grande rivoluzione di settembre che dura due settimane. È il piccolo passo ripetuto con costanza e gentilezza fino a gennaio. Se cominci oggi un cambiamento minimo e lo porti avanti con dolcezza, a gennaio non sarai al punto di partenza: sarai molto più avanti di quanto qualsiasi rivoluzione fallita avrebbe potuto portarti. Se ti è servito, lascia una recensione su Spotify: aiuti chi sta per mollare un cambiamento reso troppo grande a trovare queste parole. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit moniaciocioni.substack.com

    Il cambiamento non è una rivoluzione
  6. Sep 18

    Cosa non voglio portarmi a gennaio

    C’è una domanda che vale più di cento buoni propositi. Se te la fai davvero, con onestà, può cambiare il modo in cui vivi i prossimi mesi: cosa non voglio portarmi a gennaio? Non “cosa voglio ottenere”, ma il suo esatto opposto. Cosa mi sto trascinando da mesi, forse da anni, che ho la possibilità, adesso, di lasciare andare? È un episodio che chiede un po’ di coraggio, perché guardare cosa ci trasciniamo è più scomodo che sognare cosa vogliamo. Ma è anche molto più liberatorio. Perché togliere è più potente che aggiungere I buoni propositi guardano al futuro e falliscono quasi sempre entro poche settimane. Perché aggiungono cose nuove a una vita già piena, già stanca — come mettere altri mobili in una stanza ingombra. La domanda “cosa non voglio portarmi a gennaio” fa l’opposto: non riempie, libera. Immagina di camminare da mesi con uno zaino sulle spalle, un sasso per ogni cosa che ti pesa: un rancore, un’abitudine che ti fa male, una relazione che ti svuota, una versione di te che non sei più. All’inizio non li senti, li aggiungi uno alla volta. Ma dopo anni quello zaino è pesantissimo — e la stanchezza cronica che la vacanza non toglie è spesso proprio il suo peso. Il lavoro non è aggiungere un sasso colorato. È togliere. Un piccolo inventario Ascolta quale di queste categorie ti risuona di più nel corpo — sarà quella su cui hai più bisogno di lavorare. I rancori. Pesano su di noi molto più che sull’altra persona, che spesso non sa nemmeno cosa proviamo. Portarsi un rancore a gennaio significa dare a qualcuno un affitto gratuito nella nostra testa. Le abitudini che ci fanno male. Non le grandi cose: il telefono fino a notte fonda, il dire sempre sì quando vorremmo dire no, il rimandare ciò che ci farebbe bene. Il modo in cui ci parliamo. La voce con cui ti commenti quando sbagli: è di un’amica o di un giudice implacabile? Uno dei pesi più grandi che ci trasciniamo è quel modo crudele di parlarci. Le relazioni che ci svuotano. Ci sono legami che nutrono e legami che prosciugano. C’è una relazione che, a gennaio, non vuoi più vivere nello stesso modo? Le identità vecchie. “Quella che regge tutto”, “quella forte che non chiede aiuto” — ruoli che un tempo ti hanno salvato, e che ora ti stanno stretti ma continui a indossare per abitudine. A volte la cosa più pesante è una versione di te che hai già superato. Quattro strumenti La lista del rilascio. Con carta e penna, scrivi in cima “cosa non voglio portarmi a gennaio” e lascia emergere tutto senza filtrare. Ciò che resta vago ci controlla; ciò che diventa parola può essere gestito. La scelta di una sola cosa. Non lasciare tutto insieme: il sistema nervoso si spaventa e resiste. Una cosa lasciata andare davvero vale più di dieci propositi appassiti — e diventa la prova che il rilascio è possibile. Il rituale del corpo. Porta alla mente la cosa da lasciare, senti dove pesa, e nell’espirazione lunga immagina di posarla dolcemente. Una goccia di cipresso — legato al lasciar fluire — accompagna il gesto. L’autocompassione. Fai l’inventario con lo sguardo che avresti verso un’amica cara. Come ricorda Kristin Neff, non cambiamo ciò che ci condanniamo, cambiamo ciò che accogliamo. Non ti stai giudicando: ti stai alleggerendo. Perché è il cuore di settembre La differenza tra arrivare a gennaio esausta, con lo stesso carico, e arrivarci più leggera non dipende da quanti obiettivi ti sei prefissata. Dipende da cosa hai avuto il coraggio di posare lungo la strada. Gennaio arriverà comunque. La domanda è: chi vuoi essere, quando arriverà? Se ti è servito, lascia una recensione su Spotify: aiuti chi sta portando un peso che potrebbe finalmente posare a trovare queste parole. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit moniaciocioni.substack.com

    Cosa non voglio portarmi a gennaio
  7. Sep 15

    Le parti che ti trattengono (e perché non sono le tue nemiche)

    Hai deciso di cambiare qualcosa. Sei convinta, l’hai scelto con lucidità, sai che ti fa bene. E poi, puntualmente, qualcosa dentro frena. Rimandi. Trovi scuse. Torni indietro. E ti chiedi, con frustrazione e colpa: perché saboto proprio le cose che voglio davvero? Oggi voglio darti una risposta diversa. Quella resistenza che senti non è il tuo nemico. Non è pigrizia né mancanza di volontà. È qualcosa di più intelligente e, quando lo capisci, molto più commovente. Una famiglia interna Nel modello dell’Internal Family Systems di Richard Schwartz, dentro di noi non c’è una mente unica e compatta, ma una molteplicità di parti — come una piccola famiglia interna, ognuna con la sua voce, i suoi bisogni, le sue paure. Quando dici “una parte di me vuole cambiare, ma un’altra mi frena”, non è un modo di dire: stai descrivendo con precisione un conflitto reale tra parti diverse di te. La cosa più importante che l’IFS insegna è questa: non esistono parti cattive. Ogni parte che ti trattiene — anche quella che sabota, anche quella che ti fa rimandare — sta cercando di proteggerti. Ha un intento positivo. Il problema non è l’intento, ma il metodo, spesso vecchio e non più adatto alla tua vita di adesso. Pensa a quella voce che ti dice “non è il momento, non sei pronta, rischi una figuraccia”. Sembra la tua nemica. Ma cosa sta cercando di fare? Proteggerti dall’umiliazione, dal rifiuto, dal dolore — magari perché in passato ti sei esposta e sei stata ferita. È come una bambina che è caduta dalla bici e ora si mette in mezzo ogni volta, allargando le braccia. Non ti vuole rovinare la vita. Ti ricorda un dolore che non vuole rivivere. Solo che tu, adesso, non sei più quella che è caduta. Il paradosso della resistenza Più combatti quella parte, più lei resiste. Se cerchi di zittirla, di forzare il cambiamento contro di lei, si sente ancora più in pericolo e raddoppia gli sforzi. Ecco perché la forza di volontà, da sola, spesso non basta: usarla per schiacciare una parte protettiva significa entrare in una guerra interna in cui non vince nessuno. L’alternativa è controintuitiva: invece di combatterla, ascoltala. Quando una parte si sente vista e compresa nel suo intento, si rilassa, abbassa la guardia, e smette di frenare. Non perché l’hai sconfitta, ma perché non ha più bisogno di proteggerti in quel modo. Quattro strumenti Dai un volto alla parte. Quando senti il freno, chiediti: chi è questa parte, che età ha, da quanto è con me? Personificarla crea la distanza che ti fa dire “una parte di me ha paura” invece di “io ho paura”. Non sei tu la paura: la contieni. Chiedile l’intento. Con genuina curiosità, domandale: da cosa stai cercando di proteggermi? Spesso emerge qualcosa di tenero e antico. Quando senti l’intento, capisci che quella parte non ti odia. Ti ama, in modo goffo e datato. Accoglila nel corpo. Le parti hanno spesso una sede fisica — una stretta allo stomaco, un nodo alla gola. Porta lì una mano, con gentilezza. Una goccia di lavanda sui polsi rende quel momento uno spazio di sicurezza in cui anche la parte più spaventata può posarsi. Proponi un accordo. Chiedile un piccolo margine di fiducia: lasciami provare un passo, il più piccolo possibile, e se ti senti in pericolo rallentiamo. Quando la parte vede che la catastrofe non arriva, la volta dopo si fida di più. Perché conta, a settembre I buoni propositi di settembre falliscono quasi sempre per lo stesso motivo: proviamo a cambiare combattendo contro le nostre parti, invece che collaborando con loro. Il cambiamento che dura non nasce da una guerra interna vinta con la forza, ma da una pace interna costruita con l’ascolto — quando le parti che ti trattengono si fidano abbastanza di te da lasciarti andare avanti. Se ti è servito, lascia una recensione su Spotify: aiuti chi sta combattendo contro se stessa a trovare queste parole. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit moniaciocioni.substack.com

    Le parti che ti trattengono (e perché non sono le tue nemiche)
  8. Sep 11

    Cambiare o scappare (e come capire la differenza)

    Ci sono momenti in cui ti svegli con una certezza strana: così non va più, qualcosa deve cambiare. Il lavoro, una relazione, la città, il modo in cui hai organizzato le giornate. E dentro cresce una spinta quasi fisica: devo cambiare, adesso, subito. Poi arriva la domanda difficile. Questo desiderio è una vera spinta di crescita, o è una fuga da qualcosa che non voglio guardare? Perché dall’esterno le due cose si assomigliano tantissimo. Ma sono profondamente diverse, e confonderle costa caro: puoi cambiare tutto per fuggire e ritrovarti, mesi dopo, nello stesso identico punto con uno scenario diverso intorno. Verso, oppure via da Ogni scelta importante nasce da uno di due movimenti. Il movimento verso è quando ti muovi perché sei attratta da qualcosa: un valore, una vita che ti chiama. Il movimento via da è quando ti muovi per allontanarti da un dolore, da un disagio che non sopporti più. Non verso una meta: lontano da una minaccia. Attenzione: il movimento via da non è sempre sbagliato. Allontanarsi da una situazione tossica è sano, a volte vitale. Il problema nasce quando ci muoviamo via credendo di muoverci verso — quando ci raccontiamo una storia di crescita mentre stiamo solo scappando. In quel caso il cambiamento non risolve: sposta soltanto. La neuroscienza spiega perché. Quando decidiamo da uno stato di allerta, il cervello ha un solo obiettivo: ridurre il disagio il più in fretta possibile. Non trovare la scelta migliore per il lungo termine. Le decisioni prese così sono urgenti, impulsive, radicali — hanno il sapore dell’”adesso o mai più”. E quell’urgenza è quasi sempre il segnale che ti stai allontanando da qualcosa, non muovendo verso. Il corpo lo sa prima della mente Antonio Damasio ha mostrato che non decidiamo solo con la ragione: il corpo, con sensazioni sottili — i marcatori somatici — ci informa continuamente sulle scelte. Il movimento verso ha una qualità corporea di apertura, di spazio, e sotto la paura c’è una base di quiete, di “sì, è giusto così”. La fuga, invece, è contrazione, urgenza, adrenalina che spinge a scappare. Ecco il punto controintuitivo: l’urgenza estrema non è segno di verità, ma di attivazione. Ciò che è davvero tuo non scappa. Puoi lasciarlo decantare e resta lì. Quattro strumenti per distinguere La prova del tempo. Non agire d’impulso. Se dopo qualche settimana, calmato il picco emotivo, il desiderio è ancora lì — più quieto ma chiaro — è autentico. Se si sgonfia, era una fuga. La verità resiste al tempo. La domanda della destinazione. Chiediti: verso cosa mi muovo, non da cosa scappo. La fuga conosce benissimo il punto di partenza, ma raramente la meta. L’ascolto del corpo. Immagina di aver già preso la decisione, e senti: c’è apertura o contrazione? Il corpo mente meno della mente. Il “se sparisse il dolore”. Immagina che la fonte del disagio sparisca di colpo. Vorresti ancora quel cambiamento? Se sì, è una meta autentica. Se no, era solo una porta di emergenza. Perché conta, a settembre Settembre è il momento della spinta a cambiare — e per questo anche il momento del rischio. Il rischio di cambiare di slancio, per fuga, e ritrovarsi a gennaio nello stesso punto, chiedendosi perché il grande cambiamento non abbia funzionato. Il cambiamento che funziona non nasce dall’urgenza. Nasce dalla chiarezza che possiamo costruire tornando, prima di tutto, in uno stato in cui scegliere sia davvero possibile. Se ti è servito, lascia una recensione su Spotify: aiuti chi sta vivendo la stessa domanda a trovare queste parole. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit moniaciocioni.substack.com

    Cambiare o scappare (e come capire la differenza)

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