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  1. Aug 14

    Sei impegnato o stai solo procrastinando bene?

    Ti è mai capitato di sentirti impegnatissimo tutto il giorno, e poi arrivare a sera senza aver davvero prodotto nulla? Non sei pigro. Sei semplicemente in movimento e non in azione. Ernest Hemingway lo diceva così: “Non confondere mai il movimento con l’azione”. Ma questa distinzione non è nata con lui, Aristotele l’aveva già scolpita più di 2300 anni fa, distinguendo tra “kínesis”, il movimento, ed “energeia”, l’azione vera e propria orientata a uno scopo preciso Grazie per aver letto! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro. Detto in parole semplici: il movimento è come una contrazione muscolare che non ti sposta da nessuna parte. L’azione, invece, è movimento che ha un obiettivo e un fine che la guida. E allora perché ci sentiamo produttivi anche quando non stiamo agendo? Perché la preparazione (leggere, pianificare, studiare) ci dà l’illusione di essere già al lavoro. Ma quando questa preparazione diventa un modo elegante per procrastinare, è il momento di cambiare qualcosa perché non vogliamo semplicemente programmare, ma soprattutto agire. E qui arriva la parte che cambia davvero le cose: sapere cosa fare non basta. Sono le micro-azioni fatte con costanza e non il piano perfetto, a generare risultati veri. E c’è un dettaglio che ribalta tutto quello che pensiamo sulla motivazione: non serve essere motivati per agire. È il movimento stesso, anche piccolo e imperfetto, che crea la motivazione per il prossimo passo. In questo episodio vediamo cosa significa tutto questo per chi crea contenuti e in particolare per chi fa podcasting. Perché la differenza tra chi pubblica e chi resta bloccato nella “preparazione perfetta” non è il talento. È capire, finalmente, quando si è davvero in azione. Ecco alcuni esempi pratici divisi per fase del lavoro del podcaster: Movimento: cercare il microfono “perfetto”, confrontare 10 modelli su Amazon per settimane. Azione: comprare quello decente e registrare il primo episodio di prova Movimento: scrivere e riscrivere l’outline dell’episodio all’infinito. Azione: premere REC e parlare per 5 minuti, anche a braccio Movimento: studiare corsi su editing audio, guardare tutorial YouTube su Audacity o Reaper. Azione: montare davvero il primo episodio, anche fatto male Movimento: pianificare una strategia di distribuzione perfetta su tutte le piattaforme. Azione: pubblicare su una sola piattaforma e vedere cosa succede Movimento: leggere articoli su come scrivere la CTA perfetta. Azione: registrare oggi stesso la frase “segui il podcast” e inserirla nell’episodio in uscita Guarda questi cinque esempi: hanno tutti la stessa struttura. Il movimento è sempre la versione più comoda, quella che sembra lavoro serio ma non ti costa il rischio del giudizio. L’azione è sempre quella scomoda, imperfetta, quella che potrebbe non andare bene. Perché ricordi cosa dicevamo all’inizio: non serve essere motivati per agire. È l’azione stessa, anche piccola e imperfetta, che genera la motivazione per il prossimo passo. Non il contrario. Quindi non aspettare di sentirti pronto, sicuro, o preparato al cento per cento. Quella sensazione arriva dopo, non prima. Aristotele diceva che l’azione autentica contiene già il suo fine dentro di sé, mentre il movimento rimanda sempre a qualcos’altro, sempre più avanti, sempre dopo. Quante cose del tuo progetto stai rimandando “a dopo, quando sarò pronto”? Quindi ecco il mio invito per questa settimana: scegli una sola delle cinque coppie che hai sentito oggi e fai l’azione, non il movimento. E se questo episodio ti ha fatto pensare a qualcosa che stai rimandando, fammelo sapere: scrivimi, commenta, condividilo con chi ne ha bisogno. Anche questo, in fondo, è un piccolo gesto d’azione. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit farepodcastcom.substack.com

  2. Aug 4

    Come uscire dall'inerzia: la cura in 3 passi di Seneca per i tuoi progetti

    Questo è lo script dal quale ho creato l’ultimo episodio. Come sempre sono andato molto a braccio, ma la traccia che ho seguito è questa. Buon ascolto Se ti piace questo podcast puoi iscriverti gratuitamente per ricevere nuovi episodi e supportare il mio lavoro “Quante volte hai pensato “dovrei fare un podcast (ma anche un qualunque altro progetto)” e non l’hai mai fatto? Seneca ci insegna che l’inerzia ci assolve da ogni colpa e la trasformiamo in scuse esterne (poco tempo, mercato saturo, no budget). Prendersela con la sfortuna, puntare il dito contro il lavoro, gli altri o il destino quando qualcosa va storto: è uno schema che conosciamo bene. Spesso finiamo per consumare energie infinite a lamentarci e a sentirci vittime, convinti che la felicità sia un diritto che il mondo ci nega senza motivo. Ma quel vuoto di insoddisfazione non se ne va: resta lì, fermo, ad aspettare. Il vero problema è che il vittimismo è una trappola dolcissima da cui è difficile uscire: ci scagiona da ogni responsabilità e ci fa credere che la colpa dei nostri problemi sia sempre fuori di noi. È molto più semplice sentirsi sfortunati che riconoscere di essere pigri, spaventati o semplicemente fermi davanti al cambiamento. Così ci nascondiamo dietro le lamentele per non sentire il peso della nostra stessa inerzia, finendo per fare della frustrazione una parte di chi siamo. Oggi parleremo di Seneca e del suo trattato “La vita felice” (De vita beata) e perché può aiutarci ad affrontare questo problema Nel suo trattato il filosofo latino demolisce, un pezzo alla volta, l’idea che la serenità sia frutto del caso o una gentile concessione delle circostanze. La felicità, al contrario, nasce da una scelta personale di responsabilità: è come un muscolo che si allena rifiutando ogni forma di passività. le 4 scuse con cui continuiamo a piangerci addosso * La fuga nel conformismo e l’alienazione di massa Seneca dice: È la tentazione di affidare ad altri il significato della propria esistenza, illudendosi che seguire la massa sia la via più sicura verso la serenità. Ma vivere di riflesso non ci protegge dal dolore: genera piuttosto un’alienazione silenziosa, un vuoto che torna a farsi sentire non appena il rumore della società si spegne. * “Il mercato dei podcast è saturo, tutti ne fanno uno” - stai solo delegando ad altri la tua scelta. * La trappola del risentimento e la maldicenza come alibi Seneca dice: Giudicare, criticare e scavare senza pietà nelle incoerenze di chi ci sta intorno diventa un modo per anestetizzare la nostra frustrazione. Invece di affrontare la propria insoddisfazione, si preferisce tirare gli altri nel fango, così da sentirsi momentaneamente superiori o, almeno, meno soli nella propria infelicità. * “I podcast del mio settore sono tutti brutti, non vale la pena farne uno” - criticare gli altri diventa un modo comodo per non esporti in prima persona * La schiavitù emotiva e il ricatto degli eventi esterni Seneca dice: Quando lasciamo che il nostro umore, il nostro valore o la nostra serenità dipendano dalle circostanze imprevedibili della vita (dall’approvazione altrui, dai successi, dall’assenza di ostacoli o dal favore del caso) ci condanniamo a una precarietà emotiva che non finisce mai e che, giorno dopo giorno, ci consuma. * “Ho provato, non ha funzionato (subito?), ho abbandonato” - Questa è il classico esempio da schiavitù emotiva da fattori esterni. (il caso non ha voluto) * L’anestesia dei piaceri facili e la spirale dell’appagamento effimero Seneca dice: Davanti al vuoto dell’anima e all’angoscia di non trovarci un senso, la reazione istintiva è cercare una gratificazione immediata. Ci si rifugia nel comfort materiale, nel consumo compulsivo, nell’eccesso o nel piacere dei sensi, sperando che l’intensità di quel momento possa riempire il vuoto che sentiamo dentro. È un tentativo disperato di anestetizzare la tristezza fuggendo da essa. * “Non ho tempo, preferisco altre attività più comode” - rifiuto di portare avanti un progetto che richiede disciplina per rifugiarsi in attività a basso sforzo La responsabilità come unico vero atto di libertà La cura di Seneca al piangersi addosso: “Prendiamoci le nostre responsabilità” Seneca costruisce questa cura in tre passaggi essenziali, capaci di trasformare la filosofia in un vero manuale d’azione da applicare ogni giorno. * Il raddrizzamento del giudizio: separare i fatti dalle interpretazioni Il primo pilastro della cura stoica è l’igiene mentale. Seneca, ben prima della psicologia moderna, capisce che non soffriamo per i fatti in sé, ma per il dramma che scegliamo di leggerci sopra: un rifiuto, una perdita economica, una relazione finita sono eventi neutri, ai quali siamo noi ad attaccare l’etichetta di disastro. Esercitare la virtù significa allenare questo filtro critico, separando il fatto oggettivo dalla carica emotiva che gli proiettiamo sopra, per riprendere in mano le nostre decisioni. * Applicato al podcasting, questo principio significa non farsi travolgere dal “dramma” di un episodio che non decolla * La dicotomia del controllo: concentrare il fuoco sul possibile La seconda fase della cura è un atto di pragmatismo spietato: dividere il mondo in due categorie. Da un lato ciò che non dipende da noi (passato, giudizio degli altri, fortuna, malattie); dall’altro l’unica cosa che è davvero in nostro potere: pensieri, reazioni, scelte presenti. Ogni nevrosi nasce dal pretendere di piegare gli eventi esterni ai nostri desideri, trascurando il solo territorio su cui abbiamo pieno controllo. Accettare che il mondo segua la sua rotta non è resa passiva, ma la capacità di distinguere dove finisce il nostro potere e dove inizia il fango delle lamentele inutili. * Applicato al podcasting, questa dicotomia significa smettere di ossessionarsi con ciò che non controlliamo e concentrare tutta l’energia su ciò che è davvero in nostro potere * L’uso dei beni come “materia grezza”, non come manifestazione di potere La felicità non dipende dal possedere molto o nulla, ma dal legame emotivo che instauriamo con ciò che ci circonda. Beni, successo e denaro non sono il fine dell’esistenza né la fonte della virtù: Seneca li definisce “preferibili” elementi neutri che è lecito desiderare, purché li si tratti come strumenti nelle mani di un artigiano. * Applicato al podcasting, questo principio significa non far dipendere il proprio valore da ciò che non abbiamo. Facciamo quello che siamo capaci di fare, come i mezzi che abbiamo a disposizione, adesso. This is a public episode. 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  3. Jul 29

    Le 3 domande da farti prima di trasformare un hobby in un lavoro

    Viviamo in un’epoca in cui sembra obbligatorio trasformare ogni piccola passione in un’opportunità di business. Inizi a fare il pane in casa e subito pensi a un profilo Instagram dedicato, curi bene le tue piante e ti viene in mente di farci delle consulenze. Amo i progetti professionali paralleli e ogni giorno aiuto professionisti a creare un podcast per far crescere il loro business, ma oggi voglio fare l’avvocato del diavolo, prendendo spunto da un articolo di Antonio Bellu, autore della newsletter “Let Me Tell It”, che racconta perché a volte la mossa più saggia sia proteggere i nostri hobby dalla voglia di monetizzarli. Grazie per essere qui! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi episodi e supportare il mio lavoro. Oggi viviamo nell’illusione che ogni passione debba trasformarsi in una competenza monetizzabile, un fenomeno che l’articolo definisce vero e proprio “Hobbicidio”. Spesso cediamo alla tentazione di trasformare ciò che amiamo in un lavoro secondario, perdendo quello spazio protetto che un tempo era privo di logiche di risultato. Prima di trasformare una passione in un progetto lavorativo, vale la pena farsi tre domande cruciali per testare la propria reale motivazione: * Ti piace la parte noiosa del tuo hobby (in un podcast, per esempio, c’è tutta la parte di creazione della traccia, registrazione dell’episodio, editing, ma la domanda vale per qualunque passione)? * Reggeresti almeno tre mesi nel silenzio totale, senza alcun guadagno economico o gratificazione? * A chi o a cosa stai sottraendo il tuo tempo, calcolando in anticipo l’impatto concreto su sonno, famiglia e relazioni? Come spiega Antonio Bellu, esistono tre approcci significativi ai nostri hobby ed è utile capire quale sia il più adatto a noi. * L’hobby è uno spazio protetto dalla logica della prestazione, vissuto interamente nel presente, senza aspettative: si pratica solo per piacere e si può abbandonare in ogni momento senza conseguenze. * Il secondo lavoro, o side hustle, è invece un’attività retribuita che si affianca al lavoro principale, spesso nata da un passatempo, con l’aspettativa di un guadagno economico extra ma che richiede un costante investimento di tempo, fatica e costanza. * Infine la vocazione, infine, è quell’attività che si farebbe comunque, anche gratis, perché è una parte fondante di noi stessi, con un effetto di realizzazione profonda del tutto indipendente dal mercato, dal profitto o dal pubblico. Tutti noi abbiamo il sacrosanto diritto di mantenere una passione puramente a scopo ricreativo, perché un hobby è spesso tecnicamente inutile ma psicologicamente insostituibile. Certo, avere un progetto professionale è molto gratificante, ma se rispondere alle tre domande genera dubbi, è saggio e doveroso proteggere il proprio hobby. Accettando che la parte migliore di noi non debba per forza produrre profitti o contenuti per i social è una conquista preziosa a livello di consapevolezza. Ho deciso di affrontare questo tema perché il concetto mi è molto caro, e l’ho trovato per la prima volta nel libro del neuroscienziato Ken Mogi, “Il piccolo libro dell’Ikigai”. Il vero ikigai, come ci insegna Mogi, non ha nulla a che fare con il successo economico, ma è semplicemente quella forza intima che ci fa alzare felici la mattina, trovando gioia e armonia nelle piccole cose, nel qui e ora e nei nostri passatempi quotidiani. Quando vogliamo a tutti i costi trasformare un hobby in un business, cadiamo nell’illusione occidentale di legare la nostra felicità al successo finale e alla ricompensa economica, credendo che saremo felici solo quando avremo raggiunto quell’obiettivo. Al contrario, l’Ikigai ci insegna che la vera gioia risiede nel processo: è l’arte del Kodawari, ovvero curare meticolosamente i dettagli per il puro piacere di farlo, trovando entusiasmo e soddisfazione nell’azione in sé, svincolati dal bisogno di un pubblico o di un profitto. Ken Mogi spiega anche un altro concetto importante, quello del valore delle aspettative di cui carichiamo i nostri progetti e sostiene che rinunciare all’illusione del risultato perfetto o del riconoscimento pubblico ci libera dallo stress e dall’ansia di dover compiacere gli altri o il mercato. Questo si sposa perfettamente con la definizione di vocazione, perché quando eliminiamo l’aspettativa smettiamo di trattare la nostra passione come un lavoro da cui dover ottenere qualcosa, e iniziamo a viverla come un’espressione autentica legata a chi siamo, proteggendola così dalla pressione della performance. In chiusura, mi sento di darti questo consiglio. Come ci insegna Ken Mogi, impara a fare bene qualcosa per la pura gioia e soddisfazione che ti dà, abbassa le aspettative di successo e ricordati che i progetti migliori sono quelli che ti fanno alzare felice la mattina, indipendentemente dai soldi e dai like. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit farepodcastcom.substack.com

  4. Jul 20

    Il vero ruolo del podcast in un progetto professionale

    Se da domani potessi cambiare vita e fare soltanto ciò che preferisci, cosa continueresti a fare? È una domanda semplice solo in apparenza, ma quando ci pensi, capisci che ti costringe a guardare in faccia il tuo lavoro, i tuoi progetti e anche il modo in cui spendi il tuo tempo. In questi giorni mi è tornato davanti un concetto antico: l’eudaimonia. Grazie per aver ascoltato questo episodio! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e sostenere il mio lavoro. Non è la felicità intesa come piacere momentaneo, ma qualcosa di più pieno, più concreto, più esigente. Una forma di realizzazione che ha a che fare con ciò che siamo davvero capaci di fare quando smettiamo di inseguire cose vuote e iniziamo a dare una direzione seria alle nostre energie. Dentro questo concetto ci sono tre parole che, secondo me, valgono tantissimo anche quando parliamo di lavoro e di podcast: * ergon, * dynamis, * energeia Ergon è il compito, la funzione, il lavoro che ci compete. E allora il punto non è semplicemente pubblicare episodi o parlare davanti a un microfono, ma capire quale problema reale stiamo aiutando a risolvere. Poi c’è la dynamis, cioè la potenza. Un podcast, soprattutto per un professionista, serve anche a questo: a mostrare visione, competenze e modo di ragionare. L’energeia arriva dopo, quando quello che raccontiamo diventa pratica, relazione, trasformazione concreta per un cliente vero È lì che la teoria smette di essere teoria.È lì che capiamo se il progetto sta in piedi davvero oppure se ci stiamo solo raccontando una bella storia. Brutto dirlo in modo così diretto, ma un progetto professionale senza modello di business prima o poi si sgonfia. Vale anche per il podcast: può creare fiducia, autorevolezza e vicinanza, ma poi deve inserirsi dentro un percorso che porta a una consulenza, a un servizio, a una vendita fatta bene. Altrimenti rischia di diventare soltanto un esercizio creativo che ci piace, ma che non regge nel tempo. E qui c’è anche un altro punto importante: misurare tutto con download, visualizzazioni e like è una scorciatoia che spesso confonde più di quanto aiuti. Per chi lavora con i clienti, conta molto di più capire se quella voce sta creando relazioni vere e se quelle relazioni si trasformano in risultati reali. Forse è proprio questo il cuore della questione. Usare la voce non per riempire spazio, ma per dare forma a qualcosa che abbia senso.E se dovessi rispondere seriamente alla domanda iniziale, oggi direi che continuerei a fare proprio questo: costruire progetti, usare i podcast e trasformare idee e competenze in un lavoro che abbia valore, per me e per le persone con cui lavoro. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit farepodcastcom.substack.com

    Il vero ruolo del podcast in un progetto professionale
  5. Jul 14

    La vera resilienza per chi fa podcast (e perché la motivazione non c'entra niente)

    Molto prima che la parola “resilienza” diventasse un’etichetta motivazionale da social network, il filosofo greco Antistene ne aveva già formulato una versione molto più severa ed esigente: non un trucco psicologico per “sentirsi meglio”, ma un vero e proprio allenamento del carattere per diventare più solidi e non farsi spezzare dalle difficoltà. Grazie per aver ascoltato il nuovo episodio! Iscriviti gratuitamente per riceverne di nuovi e sostenere il mio lavoro.. È un concetto che si applica in modo chirurgico a chiunque faccia podcast per la propria professione. Partire è facile perché si è spinti dalla novità, ma la vera sfida arriva dopo, quando l’entusiasmo iniziale svanisce e le gratificazioni immediate finiscono. Oggi il mercato sembra importi di seguire per forza l’onda del momento, che attualmente è dominata dall’intelligenza artificiale. È pieno di contenuti che propongono strumenti per ottenere gli stessi risultati faticando meno, ma delegare la propria creatività a una macchina è un errore madornale. L’AI è eccezionale se usata come una vecchia calcolatrice per velocizzare i compiti meccanici, ma non ha un passato, non ha un presente e non ha valori morali: è solo un software addestrato a scansionare risposte. La tua forza di creator risiede esattamente in ciò che l’algoritmo non può replicare: la tua morale, il tuo vissuto e la tua voce. Se vogliamo applicare la resilienza di Antistene al nostro lavoro, dobbiamo sporcarci le mani con la pratica. La prima regola è scegliere un giorno fisso per produrre e difenderlo con i denti, almeno all’inizio, finché non diventa un’abitudine incrollabile. Quando ti siedi davanti al microfono, metti il telefono in un angolo e togli ogni distrazione, perché altrimenti in un’ora fisica di tempo finisci per lavorare concretamente solo venti minuti. Inoltre, devi imparare a dare un limite drastico al perfezionismo, che spesso nell’editing è solo figlio dell’insicurezza. Sei tu che, riascoltandoti, noti ogni minimo difetto; chi ti ascolta bada ai concetti, condivide le tue idee e si affeziona persino ai tuoi inciampi, a patto che l’audio sia ovviamente curato e ascoltabile. Smetti anche di ossessionarti controllando compulsivamente i numeri appena pubblichi: all’inizio si tratta quasi sempre di “vanity metrics” che non riflettono la realtà. Il vero valore di un podcast professionale si misura nel tempo, attraverso le relazioni di qualità che riesci a costruire. Resistere significa proprio questo: spegnere il rumore di fondo e continuare a fare il tuo lavoro, un episodio alla volta. Buon ascolto. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit farepodcastcom.substack.com

    La vera resilienza per chi fa podcast (e perché la motivazione non c'entra niente)
  6. Jul 1

    Siamo sostituibili, ma non replicabili: questo è il senso di avere un podcast

    Negli ultimi mesi sembra che ogni conversazione finisca sempre lì: intelligenza artificiale, automazioni, contenuti generati in pochi secondi. E sotto sotto la domanda è sempre la stessa: se là fuori possono creare podcast perfetti con uno script scritto dalla macchina e una voce sintetica, che senso ha metterci la mia voce, le mie esitazioni e la mia storia? La verità scomoda è che nessuno di noi è insostituibile come funzione, ma siamo tutti irripetibili come biografia. Un altro consulente può seguire il tuo cliente, un’altra voce può leggere un copione, un altro tecnico può montare l’audio meglio di te. Quello che non può copiare è la combinazione unica di esperienze, errori, riferimenti culturali, gusti e modo di fare domande che passa attraverso la tua voce quando accendi il microfono. Nel podcast questa irripetibilità si costruisce con tre ingredienti: talento, gusto e fiducia. Talento non come “genio naturale”, ma come combinazione rara di competenze che solo tu puoi mettere insieme perché sono il risultato di quello che hai vissuto per davvero. Il podcast diventa il laboratorio dove mescoli questi ingredienti e li rendi visibili episodio dopo episodio. Il gusto è il filtro editoriale che non si può copiare: quali storie scegli, su quali dettagli ti fermi, quanta imperfezione accetti, quali rischi editoriali ti prendi sapendo che qualcuno ti giudicherà. È lì che si vede chi sei, molto più che nella qualità tecnica impeccabile. E poi c’è la fiducia, che nel mondo dei podcast è la valuta principale. Quando il lavoro è difficile e l’esito è incerto, i compiti vanno a chi è percepito come affidabile, non a chi urla di più. La costanza nella pubblicazione, la trasparenza sui tuoi limiti e il rispetto del tempo di chi ti ascolta sono le tre leve più semplici e più sottovalutate per costruirla. L’IA può generare voci, script e idee, ma non ha passato, non vive il presente e non ha una prospettiva sul futuro. Può solo combinare testi già esistenti e, quando non trova una risposta, inventarsene una che sembri plausibile. Tu invece puoi fare una cosa che nessuna macchina può replicare: prendere il tuo vissuto, i tuoi errori, le tue competenze e trasformarli in una storia vera che aiuti qualcuno a vedere il proprio problema da un punto di vista nuovo. Alla fine l’obiettivo non è essere indispensabili per tutti, ma necessari per qualcuno, in un modo che solo tu sai fare. Un podcast ti permette di costruire proprio quel tipo di relazione uno a uno: una persona, un problema, una voce che lo accompagna nella ricerca di una soluzione. Il resto, inclusa l’IA, è solo rumore di fondo. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit farepodcastcom.substack.com

  7. Jun 13

    Podcast e libertà: cosa ci insegna Aristotele nell’era degli algoritmi

    In questo episodio parto da una frase di Aristotele sulla libertà per chiedermi cosa significhi “esistere per sé e non per gli altri”. Non si tratta di egoismo, ma di smettere di costruire progetti e contenuti solo in funzione dello sguardo altrui, dell’algoritmo e delle vanity metrics. Grazie per aver ascoltato questo episodio! Iscriviti gratuitamente per rimanere aggiornato sulle nuove uscite e supportare il mio lavoro.. Uso due concetti chiave di Aristotele per leggere il nostro modo di fare podcast: il “telos”, lo scopo ultimo per cui pubblichiamo, e ”hexis”, l’abito che costruiamo con ciò che facciamo ripetutamente. Quando li applichiamo al lavoro, diventano una lente molto chiara per vedere cosa succede quando inseguiamo trend e formati del momento invece di far nascere i progetti “da dentro”, dai nostri valori. Da qui metto a confronto social e podcast. Nei social la forma è dettata dall’algoritmo, che restringe le nostre scelte spingendo verso contenuti brevi, reattivi e misurabili al millisecondo. Nel podcast, invece, lavoriamo con un feed RSS aperto: scegliamo noi tema, durata, tono, cadenza e costruiamo un’identità stabile nel tempo, senza dover cambiare pelle a ogni aggiornamento di piattaforma. Ribadisco anche un punto tecnico che per me è fondamentale: un podcast non è “un audio su una piattaforma”, ma l’unione di un file audio e di un feed RSS. È questo che ci dà autonomia, che rende il podcast uno spazio in cui possiamo andare in profondità, articolare pensieri, dubbi, contraddizioni e farci conoscere per quello che siamo davvero. Nella parte finale propongo un cambio di prospettiva: usare i social come “banco al mercato”, una vetrina che porta le persone verso il “negozio”, cioè il podcast. Qui la relazione torna a essere uno a uno, fatta di ascolto lungo, feedback articolati e costanza di pubblicazione come allenamento alla libertà, più che come semplice regola di marketing. “Se la libertà è esistere per sé, forse oggi significa scegliere spazi in cui siamo ascoltati per intero e non solo contati, e il podcast è esattamente uno di questi”. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit farepodcastcom.substack.com

    Podcast e libertà: cosa ci insegna Aristotele nell’era degli algoritmi
  8. May 25

    Il podcast non è un canale in più: è un asset che i tuoi concorrenti ti invidieranno

    In questo episodio parto da una domanda scomoda: il podcast è davvero solo “un canale in più” o può diventare un vero asset della tua attività? Racconto il percorso che ho fatto quando mi sono avvicinato al podcasting, usando il modello dei quattro stadi di competenza: dall’incompetenza inconscia del “non serve a niente”, fino alla competenza inconscia in cui registrare e pubblicare è diventato naturale quanto parlare con un cliente. Grazie per aver ascoltato l’episodio! Iscriviti gratuitamente per ricevere i nuovi post e sostenere il mio lavoro. Ti porto dentro le fasi più delicate: la vergogna di registrare la propria voce, la paura del giudizio, la fatica dei primi episodi che non portavano risultati, e come ho superato il punto esatto in cui il 90% delle persone abbandona il proprio progetto. Da lì ti racconto cos’è successo quando ho scelto di continuare: come è cambiato il mio modo di pensare, di comunicare, di lavorare e persino di vendere. Episodio dopo episodio, il podcast ha smesso di essere tempo speso “per niente” ed è diventato una libreria di contenuti che lavora per me 24 ore su 24, costruendo relazioni profonde con le persone che condividono i miei stessi principi e valori. Questo non è un invito a fare un podcast perché “devi”, ma un invito a chiederti se sei disposto a diventare la persona che sa farlo davvero. Perché, se attraversi le fasi di incompetenza e arrivi alla costanza, il podcast smette di essere un esperimento e diventa un patrimonio aziendale che i tuoi concorrenti non potranno mai copiare. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit farepodcastcom.substack.com

    Il podcast non è un canale in più: è un asset che i tuoi concorrenti ti invidieranno
  9. May 20

    Non fare un podcast. Diventa un podcaster

    Questo episodio segna un nuovo inizio: è il primo della “nuova vita” del podcast su Substack, senza portarmi dietro tutto l’archivio, ma ripartendo da zero con un progetto più consapevole. Sono partito da un piccolo errore tecnico nella migrazione del feed da Spotify a Substack, che è diventato il pretesto per fermarmi e ripensare il progetto da capo, invece di limitarmi a spostare meccanicamente tutti i vecchi episodi. Questa scelta apre una domanda di fondo: ha senso continuare a ragionare solo in termini di “obiettivi” (numero di puntate, ascolti, visualizzazioni) o è più utile, per chi ha un’attività, lavorare sulla propria identità di podcaster? In questo episodio riprendo una riflessione ispirata da una frase di Shane Parrish sulla pianificazione a lungo termine e la trasformo in qualcosa di più adatto a chi ha già una giornata piena di lavoro. La proposta è questa: smettiamo di pensare “voglio fare un podcast” e iniziamo a chiederci “che cosa significa, tra dieci anni, presentarmi come podcaster che usa la voce per lavorare meglio nella propria attività?”. Questo non è un percorso per aspiranti influencer, ma per professionisti e piccole attività che vogliono usare il podcast per trovare nuovi clienti, rafforzare la propria credibilità e costruire relazioni una persona alla volta. In un mondo che ci spinge a produrre contenuti a oltranza, qui proviamo a usare il podcast come strumento stabile, sostenibile e coerente con la vita reale di chi, come noi, lavora. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit farepodcastcom.substack.com

    Non fare un podcast. Diventa un podcaster
  10. May 16

    Avviare un podcast quando hai paura di non essere all’altezza

    Il modo migliore di liberarti della paura è sentirla e viverla; abbandonati a essa e smetti di combatterla.Ricordati che essa non è altro che un'emozione, non è reale.II luogo dove vivono le tue paure più grandi è anche il luogo dove abita la tua più grande crescita. Robin Sharma In questo episodio di FarePodcast parto da una citazione di Robin Sharma per parlare di uno dei blocchi più grandi per chi vuole iniziare a fare un podcast: la paura. Paura di esporsi, di sembrare ridicoli, di non essere abbastanza esperti per meritarsi un microfono. Grazie per aver ascoltato questi episodio! Iscriviti gratuitamente per ricevere i nuovi post e supportare il mio lavoro. Vi racconto come ho iniziato, dieci anni fa, registrando dal salotto con un cellulare, vergognandomi perfino di lasciare il microfono in vista in casa. Col tempo però la ho riempita di schede audio, microfoni e postazioni, ma la vera trasformazione non è stata l’attrezzatura: è stato il modo in cui ho imparato a stare nella paura finché ha smesso di comandare le mie scelte. In questo episodio vi mostro perché la paura è solo un’emozione e non un fatto, e come il podcast possa diventare un laboratorio sicuro per ascoltare la vostra voce, accettarla e allenarla. Parlo delle tre paure tipiche di chi inizia (sentirsi ridicolo, il giudizio degli altri, non sentirsi abbastanza competente) e vi propongo un esercizio pratico: registrare brevi audio di tre minuti, ripetuti nel tempo, per scoprire quanto migliora il vostro modo di esprimervi. Se sentite che qualcosa vi chiama verso il podcast ma una parte di voi vi blocca, questa puntata è un invito a fare un passo minuscolo nella direzione della vostra paura. Perché spesso proprio lì, dove ci tremano le gambe, si trova il pezzo di crescita che stiamo cercando. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit farepodcastcom.substack.com

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