The Yacht Lounge Podcast

Yacht Lounge Tales

Yacht Lounge explores stories behind yachts, luxury objects, and style choices through immersive audio interpretations. An independent podcast by Roberto Franzoni & Andrea Baracco, offering authentic insights beyond commercial logic. Learn more and subscribe for free at yachtlounge.substack.com yachtlounge.substack.com

  1. FEB 6

    Hemingway: Una Vita Offshore.

    Sono le cinque del mattino e Key West dorme la sbronza della notte prima, ma al molo Pilar ha già i motori accesi e puzza di gasolio caldo. Hemingway sale a bordo con le mani ancora sporche d’inchiostro, ha scritto fino alle tre, poi è crollato quattro ore su una branda che sa di muffa e adesso è qui, scalzo sulla coperta che scotta già, mentre Gregorio Fuentes sistema le lenze grosse, quelle per i marlin che ti spezzano la schiena se non stai attento. Nessuno ha detto dove vanno, non serve: si va dove porta la corrente, verso Cuba o verso il nulla, l’importante è andare. Questa è la vita offshore, non una metafora, non un vezzo da scrittore, ma una scelta fisica, quotidiana, che ti incide nelle mani e ti cambia il modo di respirare. Quando vivi così non hai più un indirizzo fisso nella testa, hai solo il punto dove sei adesso e quello dove forse sarai domani, se il mare lo permette. Pilar Non È una Barca, È una Dichiarazione Trentotto piedi di Wheeler comprati a Miami nel ’34 con i soldi di un romanzo, e subito portati a Key West perché Miami puzzava troppo di cemento e di gente che fa finta. Pilar è spartana, funzionale, onesta – due motori, una fighting chair che ti distrugge la schiena, mulinelli che sembrano artiglieria, e nient’altro. Niente teak da oliare, niente ottone da lucidare. Se non serve a pescare o a navigare, non sale a bordo. Le mani di Fuentes sanno sempre di pesce e di sale secco, ha la pelle bruciata dal sole caraibico e quando parla lo fa a metà tra lo spagnolo e un inglese storpiato che Hemingway capisce meglio di quanto capisca le chiacchiere dei salotti letterari di New York. Insieme pescano al largo delle Marquesas Keys, a ovest di Key West, dove i marlin sono bestie da trecento libbre che quando abboccano trasformano la barca in un ring da combattimento – sei ore di lotta, muscoli che bruciano, mani sanguinanti avvolte negli stracci, e alla fine magari vinci tu o magari vincono gli squali che arrivano a decine appena sentono l’odore del sangue nell’acqua. Quando non pesca, Hemingway punta la prua verso Cojímar, sulla costa nord di Cuba, a est de L’Avana, dove c’è la sua Finca Vigía che lo aspetta con le persiane chiuse e il silenzio che serve per scrivere. Novanta miglia di traversata, sei ore se la corrente è buona, dieci se devi combattere il vento, e nel mezzo ci sei solo tu, i motori che ringhiano e l’acqua che cambia colore quando entri nel Gulf Stream – da verde torbido a blu cobalto, così netto che sembra che qualcuno abbia tracciato una linea. Lì dentro succede tutto: Il Vecchio e il Mare non è un libro inventato, è una cosa che Hemingway ha visto accadere cento volte, a Fuentes, a sé stesso, a tutti quelli che vanno per marlin e tornano con uno scheletro legato al fianco della barca mentre gli squali ancora girano intorno aspettando. Key West-Cuba: Il Corridoio Dove Tutto Cambia A Key West la vita è rumore, alcol, risse allo Sloppy Joe’s dove il rum costa niente e le chiacchiere ancora meno. Hemingway ci sta, ride, beve, fa a pugni con chi gli sta antipatico, ma è tutta scena, tutta facciata—quello che conta succede quando salpa, quando Pilar lascia il molo e Key West diventa un puntino alle spalle. Sei ore dopo sei a Cuba e tutto è diverso: l’aria è più densa, la luce più calda, il silenzio più vero. A L’Avana c’è un altro tipo di caos, più antico, più onesto, ma Hemingway non ci sta molto, va dritto a Cojímar, al villaggio di pescatori dove nessuno gli rompe i coglioni e dove può scrivere fino a che le dita non gli fanno male. Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove. Ma quello che conta davvero è la traversata, quelle sei-dieci ore in mezzo al Gulf Stream dove non sei né americano né cubano, né scrittore né pescatore, sei solo un tipo su una barca che cerca di tenere la rotta mentre la corrente ti spinge dove vuole lei. Lì sparisce tutto il resto, i contratti editoriali, le recensioni, le aspettative, le persone che vogliono qualcosa da te e rimane solo questo: il timone sotto le mani, l’odore di salsedine e gasolio, il sole che ti cucina il collo, e la consapevolezza che se sbagli qualcosa ti ritrovi in mezzo all’oceano con un’avaria ai motori e nessuno che ti viene a cercare. Quando scoppia la guerra, Hemingway arma Pilar con mitragliatrici e bombe a mano, si inventa cacciatore di U-boot tedeschi e trasforma le sue rotte di pesca in pattugliamenti militari. È una follia, ovviamente, un fisherman contro un sottomarino è come portare un coltello a una sparatoria, ma a Hemingway non è mai importato delle probabilità. Gli importa dell’azione, del rischio, della possibilità concreta di morire male facendo qualcosa che conta. E alla fine non trova nessun sottomarino, ma non è questo il punto, il punto è che era lì fuori, a cercarlo, mentre altri stavano a terra a parlare di patriottismo. Il Mare Ti Insegna o Ti Ammazza Hemingway amava la corrida perché lì non puoi fingere, o sei bravo o il toro ti incorna e la gente vede tutto. Il mare è peggio: non c’è pubblico, non ci sono applausi, e quando sbagli non c’è nessuno a raccoglierti. La tempesta se ne frega di quanti libri hai scritto, il marlin se ne frega della tua tecnica perfetta, gli squali se ne fregano del fatto che hai combattuto sei ore per prendere quel pesce – arrivano, mordono, e in dieci minuti ti lasciano con uno scheletro e la consapevolezza che l’oceano non ti deve niente. Ogni volta che Hemingway torna con un marlin mangiato dagli squali, porta a casa la stessa lezione: hai fatto tutto giusto e hai perso lo stesso, e questo non significa che sei un fallito, significa che sei vivo e hai provato. Lo scheletro legato al fianco di Pilar vale più di dieci pesci venduti al mercato, perché quello scheletro dice: mi sono presentato, ho combattuto, ho perso, e domani lo rifaccio. Il Gulf Stream è ancora lì, tra Key West e Cuba, blu profondo e indifferente come nel 1934. I superyacht moderni lo attraversano con aria condizionata, GPS, stabilizzatori che ti fanno dimenticare che sei in mezzo all’oceano, e va benissimo così—ognuno sceglie il suo modo di navigare. Ma i capitani migliori, quelli veri, sanno ancora una cosa che Hemingway sapeva: il mare non guarda il tuo conto in banca, guarda come tieni il timone quando arriva il vento di traverso, come reagisci quando la strumentazione si spegne, se hai il fegato di uscire quando il meteo è border-line o se ti nascondi in porto aspettando il mare piatto. L’Eredità Non Sta nei Musei Pilar adesso è in un museo a Cuba, lucida e silenziosa, e sembra una barca qualsiasi finché non ti avvicini e vedi i segni – i graffi sulla fighting chair dove la lenza sfregava durante il combattimento, le ammaccature sul parapetto dove i marlin sbattevano quando li tiravi a bordo, le macchie di ruggine che nessuno è riuscito a togliere del tutto. Quello è ciò che resta: non la gloria, non i romanzi, ma i segni fisici di una vita vissuta completamente, senza sconti, senza filtri. Hemingway scelse di vivere offshore non per scappare ma per trovare – trovare il punto esatto dove finiscono le chiacchiere e comincia la realtà, dove devi decidere chi sei davvero quando nessuno ti guarda e niente ti protegge. Il mare offre solo questo: verità nuda, senza compromessi. Puoi accettarla o puoi restare a terra. Le acque tra Key West e Cuba ribollono ancora, la corrente ancora trascina, gli squali ancora aspettano. L’invito è sempre lì: sali a bordo, molla gli ormeggi, punta verso l’orizzonte e scopri cosa succede quando sei solo tu, il mare e la scelta se affrontarlo con l’audacia di chi accetta il rischio o con il comfort di chi lo evita. by Andrea Baracco Yacht Lounge cresce grazie al passaparola tra menti curiose. Se questo articolo ti ha ispirato, condividilo con un amico. Dalla leggendaria caccia al Marlin di Hemingway alla sfida cruda di una vera traversata atlantica. Tuffati nell’avventura estrema con il podcast Oceano Segreto. Dove la grande letteratura incontra l’oceano più profondo. 👇 Questo podcast è disponibile anche in inglese 👇 This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com

    12 min
  2. JAN 23

    Chris-Craft e il sogno americano della nautica.

    Chris-Craft ha venduto il sogno americano a rate. Non metafore: piani di finanziamento bancario per comprare runabout in mogano lucidato, la stessa barca che su cui navigava Frank Sinatra sul nel lago Tahoe. Negli anni Cinquanta il nome diventa sinonimo di “barca” negli Stati Uniti, esattamente come Kleenex per i fazzoletti. Quando la middle class americana scopre il weekend sul lago, lo fa a bordo di una Chris-Craft. Il cantiere del Michigan ha trasformato il boating da privilegio aristocratico in prodotto di massa, applicando le logiche di Detroit alla nautica. È la storia di come 150 anni di design e innovazione hanno plasmato l’identità stessa del leisure acquatico americano. La rivoluzione silenziosa del 1927 Nel 1874, quando il tredicenne Christopher Columbus Smith costruisce il suo primo skiff ad Algonac, Michigan, nessuno immagina che sta ponendo le basi per quello che diventerà il paradigma stesso del boating negli Stati Uniti. Ma è negli anni Venti che accade qualcosa di rivoluzionario. Smith guarda alle catene di montaggio di Ford e Chrysler e decide di applicare la produzione di massa alla costruzione nautica. Nasce il primo runabout assemblato industrialmente, venduto attraverso piani di finanziamento delle banche locali. È un cambio di mentalità radicale. Prima di Chris-Craft, le barche a motore erano artigianali, costose, destinate all’élite che poteva permettersi maestranze specializzate. Smith democratizza l’accesso all’acqua esattamente come Ford aveva democratizzato l’automobile una decade prima. Il Cadet del 1927, un runabout di 22 piedi, promette nelle sue pubblicità “un pezzo della bella vita” alla middle class americana. Non è solo marketing: è la traduzione nautica del sogno americano, l’idea che il lusso possa essere accessibile attraverso il lavoro e il credito. Quando il nome diventa il prodotto Gli anni Cinquanta segnano l’apoteosi. Nel periodo del boom post-bellico, quando l’America scopre il tempo libero e la suburbia si estende anche ai lakefront, Chris-Craft offre 139 modelli diversi. È leader indiscusso in quasi ogni categoria di imbarcazioni ricreative. E il nome stesso diventa sinonimo di “barca” negli Stati Uniti, come Kleenex per i fazzoletti o Jeep per i fuoristrada. Non si dice “andiamo in barca”, si dice “andiamo sulla Chris-Craft”, anche quando si parla di un modello di altro cantiere. Questo non accade per caso. È il risultato di decenni di branding aspirazionale, di una comunicazione che vende non solo prestazioni ma appartenenza a un mondo. Un mondo che negli anni Cinquanta ha un indirizzo preciso: Hollywood. Il mogano di Sinatra e il Mississippi di Elvis Frank Sinatra e Dean Martin trasformano i loro runabout in mahogany in floating cocktail bar sul lago Tahoe. Il Rat Pack naviga Chris-Craft, e improvvisamente il runabout da 24 piedi diventa estensione del cool italo-americano e della libertà dell’era swing. Katharine Hepburn sceglie un Chris-Craft per le sue crociere solitarie nel Connecticut, incarnando una nuova idea di indipendenza femminile. Non è la moglie del magnate a bordo: è lei stessa al timone, in un periodo in cui questo ha un peso simbolico enorme. Storie come questa sono il cuore di Yacht Lounge. Se apprezzi questo tipo di narrazione, unisciti ai nostri 3.800 lettori attivi per ricevere ogni settimana approfondimenti che non troverai altrove. Elvis Presley commissiona modelli custom per il Mississippi, legando il brand al rock’n’roll e al Southern dream.Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy possiedono Chris-Craft. Non sono semplici celebrity endorsement: le barche diventano esse stesse personaggi, oggetti di desiderio che la stampa fotografa quanto le star che le guidano. Il mogano lucidato a specchio, il teak, gli ottoni: ogni dettaglio parla di un’eleganza democratica, di un lusso che la classe media può permettersi con un piano rateale. È lo stesso meccanismo che negli stessi anni rende la Route 66 sinonimo di libertà americana, o che trasforma St. Tropez e i Riva di Brigitte Bardot in icone del jet set europeo. Dal mogano al fiberglass: l’America che cambia materiale La storia di Chris-Craft è anche la storia dei materiali e di come questi riflettano i cambiamenti sociali. Dal 1874 agli anni Cinquanta, è l’era del mogano: artigianato, bellezza, manutenzione costante. Sono barche che richiedono cura, dedizione, un rapporto quasi affettivo con l’oggetto. Perfetto per i “weekend sailors” che nel dopoguerra scoprono il leisure time e vogliono investire parte di questo tempo nel prendersi cura di qualcosa di bello. Nel 1955 arriva la prima barca in fiberglass. Non è solo un’innovazione tecnica: è il riflesso di un’America che cambia ritmo, che vuole prestazioni senza sacrificare il tempo libero alla manutenzione. Il fiberglass riduce i costi, abilita forme idrodinamiche impossibili col legno, richiede zero verniciatura annuale. Nel 1964, il Commander dia 38 piedi debutta al New York Boat Show in cima a una scala mobile, tutto in fiberglass: è l’immagine perfetta della modernità che sostituisce la tradizione. Il pubblico applaude. Il futuro è arrivato. L’ultima barca in legno e la fine di un’era Nel 1971, l’ultimoa Constellation in mogano – 57 piedi di artigianato – esce dalla fabbrica di Algonac. È la fine di un’era. Chris-Craft continua a costruire barche, ma il rapporto emotivo con il materiale cambia per sempre. Il legno era narrativa, storia, patina che si accumulava stagione dopo stagione. Il fiberglass è funzionalità, performance, futuro senza memoria. Questo podcast è anche in lingua inglese 👇 C’è nostalgia in questo passaggio? Certamente. Ma c’è anche pragmatismo americano: il mercato vuole velocità e manutenzione zero, e Chris-Craft si adatta. Sopravvivere significa evolvere, anche quando questo comporta abbandonare ciò che ti ha reso iconico. Il capitolo nascosto: 12.000 barche per vincere la guerra C’è un aspetto meno celebrato ma fondamentale della storia Chris-Craft: durante la Seconda Guerra Mondiale, il cantiere converte completamente la produzione e costruisce oltre 12.000 imbarcazioni militari per la US Navy e l’Army. Questo episodio è disponibile anche in inglese Patrol boat, lance di salvataggio, utility vessel. È l’industria americana che mette il suo know-how al servizio dello sforzo bellico, e lo fa con una velocità impressionante. Questo passaggio segna anche un salto tecnologico: la necessità di produrre in serie, con standard rigorosi e tempi stretti, affina processi che verranno poi applicati alla produzione civile del dopoguerra. Non è un caso che gli anni Cinquanta vedano Chris-Craft al suo apice produttivo e qualitativo. La guerra ha funzionato da acceleratore industriale. Design come identità: cosa resta quando cambia tutto Oggi Chris-Craft è parte di Winnebago Industries e continua a costruire imbarcazioni a Sarasota, Florida. Il brand ha attraversato crisi, bancarotte, passaggi di proprietà, ma è sopravvissuto 150 anni perché ha capito una cosa essenziale: nel boating, il design non è solo estetica. È identità. Le linee classiche, il tumblehome hull, il teak incastonato a mano, l’attenzione ai dettagli: tutto questo non è nostalgia, ma continuità di un linguaggio. Chris-Craft non ha mai ceduto alla tentazione di diventare altro da sé. Anche quando ha adottato nuovi materiali, ha mantenuto un’estetica riconoscibile. E forse è proprio questo il suo insegnamento più profondo: in un mercato che corre verso l’innovazione a ogni costo, Chris-Craft dimostra che si può evolvere restando fedeli a un’idea. Quella stessa idea che nel 1927 prometteva “un pezzo della bella vita” alla middle class americana, e che oggi continua a vendere non solo barche, ma l’accesso a un sogno che non è mai davvero tramontato. Quando un runabout Chris-Craft solca un lago al tramonto, non è solo una barca che si muove nell’acqua. È l’America che naviga la propria mitologia. by Andrea Baracco Yacht Lounge cresce grazie al passaparola tra menti curiose. Se questo articolo ti ha ispirato, condividilo con un amico. Dal Michigan al lago d’Iseo per la storia di un’altra icona tutta italiana, un motoscafo che ha segnato un’epoca: Aquarama 👇 This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com

    10 min
  3. JAN 9

    Route 66: Santa Monica, Dove la Strada Diventa Orizzonte.

    C’è un momento preciso in cui l’America cambia sostanza. Succede all’altezza del molo di Santa Monica, dove l’asfalto cede il passo al legno, dove migliaia di chilometri di deserto, praterie e cittadine polverose si dissolvono nel blu infinito del Pacifico. Il cartello “End of the Trail” non segna una fine: è una soglia, un cambio di elemento. Da qui non si torna indietro come si è arrivati. Qualcosa è già cambiato. L’ultimo miglio prima dell’acqua Immaginate di arrivare dopo giorni di viaggio. Alle spalle avete lasciato la polvere rossa dell’Arizona, i motel con le insegne al neon dell’Oklahoma, i diner dove il caffè sa di strada. Davanti a voi, all’improvviso, c’è l’oceano. Non quello che avete visto nelle cartoline, ma quello vero: salato, luminoso, vivo. L’aria cambia temperatura e consistenza. Il rumore del motore viene sovrastato dal suono delle onde. La Route 66 non vi ha portato da qualche parte: vi ha consegnato a un’altra dimensione del viaggio. Santa Monica non è la spiaggia di Los Angeles. È qualcosa di più stratificato: un porto simbolico dove convergono storie, fughe, ricominciamenti. Chi arriva qui ha attraversato un continente. Chi resta, spesso, sta aspettando il coraggio per attraversare qualcos’altro. Dal road trip al sea lifestyle La cultura americana dell’on the road è fatta di libertà orizzontale: una linea d’asfalto che taglia il paese da est a ovest, da Chicago a Los Angeles, seguendo una mappa precisa, una traccia che milioni di viaggiatori hanno percorso prima di voi. Ma l’oceano funziona diversamente. Non ha corsie, non ha indicazioni, non ha soste obbligate. È il viaggio senza traccia prestabilita, quello dove l’orizzonte è l’unica direzione. C’è una continuità naturale tra chi attraversa gli States in automobile e chi attraversa mari in barca. Stesso desiderio di spazio, stesso bisogno di movimento, stessi occhi puntati verso qualcosa che sta sempre un po’ più in là. Cambiano gli elementi—asfalto contro acqua, motore contro vela—ma il linguaggio è lo stesso: quello della distanza che diventa libertà. E Santa Monica è esattamente il punto dove questi due mondi si toccano. Iconografia di un tramonto californiano Il molo è la sua icona più riconoscibile: la ruota panoramica che si accende al tramonto, le insegne vintage, i musicisti di strada, il profumo di corn dog e birra artigianale. Ma bisogna guardarlo con occhi diversi. Non come un parco giochi turistico, ma come una passerella sospesa tra due vite possibili. Da una parte c’è ancora la terraferma, con le sue certezze e le sue mappe. Dall’altra c’è l’acqua, con tutto ciò che promette e tutto ciò che nasconde. La luce qui ha una qualità particolare. È quella che i fotografi chiamano “golden hour”, ma non è solo una questione tecnica. È il premio finale dopo giorni di strada: quella luce dorata che trasforma l’oceano in uno specchio liquido, che disegna silhouette perfette di surfisti e paddleboarder, che rende ogni cosa—persino una semplice panchina sul pier—degna di essere ricordata. Questo è il nostro modo di raccontare la yachting life. Vista dal largo Ora provate a invertire la prospettiva. Immaginate di non arrivare via terra, ma via mare. Vedete la costa californiana che si avvicina lentamente, le luci del molo che diventano un faro urbano nella sera che scende, la sagoma delle colline di Malibu a nord, le Channel Islands che galleggiano all’orizzonte come promesse lontane. Da questa angolazione, Santa Monica non è più un punto d’arrivo: è un porto, un approdo, il posto dove si può decidere di fermarsi o di continuare. Gli hotel vista oceano non sono semplici sistemazioni: sono osservatori privilegiati su questo dialogo continuo tra terra e acqua. I rooftop bar con i loro cocktail al tramonto, i ristoranti affacciati sulla spiaggia dove il pesce sa di Pacifico e non di freezer—tutto questo non è un’aggiunta turistica, ma l’estensione naturale del viaggio. Dal diner sulla highway al bicchiere di vino su una terrazza che profuma di salsedine, il filo è lo stesso: quello del movimento, della scoperta, del non accontentarsi mai di stare fermi. Il secondo atto La Route 66 compie cento anni quest’anno. Un secolo di storie, di canzoni, di film, di letteratura. Ma la sua vera lezione non sta nel percorso che traccia, quanto in ciò che promette alla fine: la possibilità di ricominciare. Perché Santa Monica non chiude il viaggio, lo trasforma. Qui puoi scegliere. Puoi salire in macchina e tornare indietro, seguendo la stessa strada in direzione opposta, con negli occhi il bagliore del Pacifico che ti accompagna per altri migliaia di chilometri. Oppure puoi fare un passo ulteriore: abbandonare l’asfalto, salire su una tavola, noleggiare una barca, prendere un charter verso nord o verso sud lungo la costa, lasciare che sia l’acqua—e non più la strada—a dettare il ritmo e la direzione. La verità è che non esistono veri punti d’arrivo. Esistono solo cambi di prospettiva, soglie da attraversare, elementi che si alternano. La Route 66 finisce dove comincia il Pacifico, ma il viaggio—quello vero, quello che non si misura in miglia—non finisce mai. Resta solo da decidere quale orizzonte inseguire. by Andrea Baracco La Route 66 termina dove inizia l’oceano, sul molo di Santa Monica. Ma se volete scoprire dove il viaggio via terra si trasforma nell’eccellenza della vela e del lifestyle nautico, dobbiamo spostarci verso un altro luogo iconico: Newport, il cuore pulsante dell’eleganza atlantica. 👇 Hai apprezzato questo articolo? Condividilo con chi potrebbe amarlo quanto te! 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    9 min
  4. The Sea of Stars. Cinema, Icons and Paradoxes.

    JAN 2

    The Sea of Stars. Cinema, Icons and Paradoxes.

    Start your weekend reading! Between Luxury and Storm. Yachts in Cinema. 🇺🇸 Ripley’s sailboat, Redford’s survival, Belfort’s excess. When Hollywood makes the sea a character. 🇮🇹 La barca di Ripley, la sopravvivenza di Redford, l’eccesso di Belfort. Quando Hollywood fa del mare un personaggio. Read full article 👉 https://yachtlounge.substack.com/p/between-luxury-and-storm-yachts-in Brigitte Bardot: The Queen of Riva. 🇺🇸 BB, three Rivas, and the Mediterranean at 50 knots. When luxury meant freedom, not ostentation. 🇮🇹 BB, tre Riva e il Mediterraneo a 50 nodi. Quando il lusso significava libertà, non ostentazione. Read full article 👉 https://yachtlounge.substack.com/p/brigitte-bardot-the-queen-of-riva St. Barth’s: When Exclusivity Becomes Mass. 🇺🇸 211 superyachts, one island, same moment. When exclusivity becomes a crowd—and true luxury hides elsewhere. 🇮🇹 211 superyacht, un’isola, stesso momento. Quando l’esclusività diventa massa—e il vero lusso si nasconde altrove. Read full article 👉 https://yachtlounge.substack.com/p/st-barths-when-exclusivity-becomes The New Frontier of Freedom: Living Aboard. 🇺🇸 Starlink, a laptop, and the horizon as your office. Living aboard isn’t a dream anymore—it’s a choice. 🇮🇹 Starlink, un laptop e l’orizzonte come ufficio. Vivere in barca non è più un sogno—è una scelta. Read full article 👉 https://yachtlounge.substack.com/p/the-new-frontier-of-freedom-living Mr. Rolex: The Visionary of Time. 🇺🇸 An orphan, a London bus, and five letters that conquered time. The story of Hans Wilsdorf and the watch that became a paradox. Listen now 🎙️https://yachtlounge.substack.com/p/mr-rolex-the-visionary-of-time 🇮🇹 Un orfano, un autobus londinese e cinque lettere che conquistarono il tempo. La storia di Hans Wilsdorf e l’orologio diventato paradosso. Ascolta 🎙️https://yachtlounge.substack.com/p/mr-rolex-il-visionario-del-tempo This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com

    8 sec
  5. 12/26/2025

    Mr. Rolex: Il Visionario del Tempo.

    Ci sono storie che nascono dal caso e diventano leggenda. Hans Wilsdorf, giovane tedesco rimasto orfano, arrivò a Londra agli inizi del Novecento con un’idea semplice: creare un orologio da polso credibile, in un’epoca in cui solo gli orologi da tasca erano presi sul serio. Nel 1908, su un autobus nella City, inventò il nome “Rolex”. Cinque lettere, facili da pronunciare ovunque, perfette sul quadrante. Era marketing puro, e funzionò. Wilsdorf, però, non era un orologiaio nel senso classico del termine. Non inseguiva l’orologio più preciso, ma quello più credibile. Aveva capito che il tempo, prima ancora di essere misurato, deve essere accettato. L’Orfano che Conquistò il Tempo Giovane tedesco rimasto orfano, Hans Wilsdorf arrivò a Londra agli inizi del Novecento con un sogno che sembrava folle: convincere il mondo che un orologio potesse vivere al polso, in un’epoca in cui la tasca del panciotto era l’unico luogo rispettabile per custodire il tempo. Nel 1908, sulla sommità di quell’autobus nella City, concepì un nome che avrebbe risuonato in ogni porto, in ogni capitale, in ogni salone nautico: Rolex. Cinque lettere. Universali. Pronunciabili in ogni lingua. Perfettamente simmetriche sul quadrante. Non era solo marketing, era pura visione: trasformare un oggetto tecnico in un simbolo di desiderio globale. L’Oyster: L’Orologio che Sfidò l’Acqua Il 1926 portò il Rolex Oyster, primo orologio da polso impermeabile. Un’innovazione vera: sigillare un meccanismo di precisione in una cassa stagna era tecnicamente complesso. La prova arrivò con Mercedes Gleitze, che attraversò la Manica a nuoto con un Oyster al polso. Quattordici ore nell’acqua gelida, l’orologio continuò a funzionare. Fu un colpo di marketing geniale quanto l’innovazione stessa. Per Wilsdorf, le due cose non erano mai state separate. Raccontare un’innovazione era parte dell’innovazione stessa. L’Evoluzione di un’Icona 1931: Il movimento Perpetual introdusse la carica automatica. Innovazione tecnica reale, ma soprattutto comodità. Anni ‘40-’50: Il Submariner per i subacquei, l’Explorer per gli alpinisti. Rolex scelse bene i suoi testimonial: Edmund Hillary portò un Explorer sull’Everest. Marketing o passione? Probabilmente entrambi. Anni ‘60-’70: Il Daytona conquistò il mondo delle corse. Quando Paul Newman iniziò a indossarne uno, il modello divenne un’icona. Non per la precisione del cronografo, ma per chi lo portava. Il Lifestyle Rolex: Oltre la Precisione Oggi, nei marina più esclusivi del mondo – da Porto Cervo a Monaco, da Saint-Tropez a Miami – Rolex è molto più di un orologio. È uno status symbol che ha smesso da tempo di competere sulla precisione assoluta. Gli smartwatch misurano i millisecondi meglio, i cronometri atomici sono incomparabilmente più accurati. Eppure Rolex vale di più. Perché? Perché al timone di uno yacht da 30 metri nessuno guarda l’orologio per sapere l’ora esatta. Si guarda Rolex per sapere chi sei. L’imprecisione meccanica – quei secondi persi o guadagnati ogni giorno – è parte del suo fascino analogico, del suo essere profondamente umano in un mondo digitale. Materiali come il Cerachrom e il Parachrom servono più a giustificare il prezzo che a migliorare davvero l’esperienza quotidiana. L’Eredità di un Visionario Hans Wilsdorf non vendette orologi. Costruì un marchio che sarebbe sopravvissuto alla tecnologia che lo aveva reso possibile. La sua intuizione – quel nome inventato su un autobus londinese – si è rivelata più duratura della meccanica stessa. È difficile dire se Hans Wilsdorf avrebbe riconosciuto il Rolex di oggi. Probabilmente sì, non per la tecnica, ma per il modo in cui viene usato: come segno, non solo come strumento. Oggi Rolex è un paradosso: tecnicamente superato da strumenti che costano un centesimo del suo prezzo, eppure più desiderabile che mai. Perché misura qualcosa di diverso dal tempo: misura il successo, l’appartenenza, il gusto. E questo, a differenza dei secondi, non passa mai di moda. by Andrea Baracco Hai apprezzato questo articolo? Condividilo con chi potrebbe amarlo quanto te! Questo è il nostro modo di raccontare la yachting life. This episode is also available in English 👇 Se Rolex rappresenta la precisione del tempo, esiste un colore che ne definisce lo stile e il desiderio. Immergetevi nella storia del Tiffany Blue, la sfumatura che ha conquistato il mondo del lusso ben oltre i gioielli. 👇 This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit yachtlounge.substack.com

    12 min
  6. 12/12/2025

    Christina. Il Teatro Del Potere.

    Prologo: La dimensione dell’impossibile Novantanove metri di acciaio, teak e ambizione nel 1954 non erano semplicemente “grandi”. Erano un’anomalia. Erano una provocazione fisica alla scala umana del lusso. Quando il Christina solcava il Mediterraneo, gli altri yacht sembravano tender da diporto. Era come portare un teatro dell’opera in mezzo al mare — e infatti, era esattamente quello che era. Ma il vero genio non stava nelle dimensioni. Stava in ciò che quelle dimensioni permettevano. I. Il laboratorio sociale: dove le gerarchie si dissolvevano A terra, esistono protocolli. Sale separate per capi di Stato, tavoli riservati per industriali, zone blindate per teste coronate. Sul Christina, tutto questo collassava. Winston Churchill beveva ouzo con marinai greci.Maria Callas cantava mentre Greta Garbo fumava in silenzio nell’angolo.John Kennedy ascoltava aneddoti di guerra mentre Jackie prendeva il sole con gli altri ospiti.Frank Sinatra e Marilyn Monroe si mescolavano a magnati del petrolio. Non era democrazia. Era un esperimento controllato di prossimità forzata. Novantanove metri sono abbastanza grandi da ospitare il potere, ma abbastanza piccoli da impedire la fuga. A bordo, non esistevano uscite di sicurezza sociali. Dovevi restare, interagire, negoziare la tua presenza. Il paradosso della distanza Lo yacht era lontano dalla terraferma, quindi lontano da giornalisti, da cronache ufficiali, da verbali. Ma proprio per questo diventava il luogo dove accadevano le cose vere: * Gli accordi che non potevano essere firmati in un ufficio * Le alleanze che non potevano essere fotografate * Le conversazioni che non sarebbero mai finite in un memorandum Era il backstage del XX secolo. E Onassis ne era il custode. II. La corte galleggiante: Onassis come regista invisibile Aristotele Onassis non era un armatore. Era un direttore di casting della storia. Sapeva chi far salire a bordo, quando, e con chi. Ogni invito era una mossa. Ogni cena, una scacchiera. La drammaturgia del bar della balena Il leggendario Ari’s Bar — con i tavolini illuminati che mostravano la storia della navigazione, i famosi sgabelli ricoperti in pelle di balena, l’atmosfera da confessionale del potere — non era kitsch. Era teatro puro. Quel bar diceva: “Qui le regole normali non valgono”. E infatti: * Churchill vi passava ore, bicchiere in mano, a raccontare la guerra con una franchezza che non avrebbe mai avuto a Downing Street. Tra il 1958 e il 1965 tornò otto volte — era l’unico ospite per cui Onassis cedeva la sua suite. * JFK e Churchill si incontrarono per la prima volta proprio lì, nel 1958. Jackie scherzò che Churchill aveva scambiato Kennedy per un cameriere per via della sua giacca bianca da sera. * Richard Burton ed Elizabeth Taylor vi trascorrevano serate davanti al camino del salone Lapis, trasformando ogni weekend in un dramma privato. Non era ospitalità. Era regia. Il potere di chi controlla lo spazio Onassis aveva capito una cosa fondamentale: chi controlla l’ambiente, controlla la conversazione. A terra, un capo di Stato può sempre andarsene, un magnate può sempre chiamare il suo ufficio, un’attrice può sempre ritirarsi in camerino. Sul Christina, l’unica via d’uscita era il mare. E Onassis era il capitano. III. Il ribaltamento dei rapporti di forza Esiste un momento, a bordo di uno yacht, in cui il passeggero più potente del mondo si rende conto di una cosa: Non è più lui a comandare. Churchill, l’ospite ricorrente Winston Churchill — l’uomo che aveva guidato un impero in guerra — saliva sul Christina e diventava... un ospite. Non nel senso formale, ma in quello psicologico. Dipendeva da Onassis per il tragitto, per la rotta, per il menu, per la compagnia. E in quella dipendenza simbolica si creava una relazione inedita: il magnate greco che offriva protezione (narrativa, scenica, sociale) al leone britannico. Churchill non aveva bisogno dello yacht. Ma voleva quel mondo. Voleva quel senso di sospensione. Voleva quella libertà di essere semplicemente Winston, senza dover essere Churchill. La biblioteca dello yacht porta ancora oggi il suo nome, in onore di quelle ore passate a leggere e dormire tra i libri, lontano dai riflettori. Kennedy: il futuro presidente in prova Quando John F. Kennedy salì sul Christina — ancora senatore, ancora in ascesa — non stava solo facendo una crociera. Stava entrando in un’altra orbita sociale. Stava venendo osservato, valutato, presentato. Nel 1959, durante il secondo incontro con Churchill (questa volta su richiesta dell’anziano statista), Kennedy parlò delle sue ambizioni presidenziali e del problema della sua fede cattolica. Churchill rispose: “Se questo è l’unico problema, puoi sempre cambiare religione e restare comunque un buon cristiano” — provocando una risata di Kennedy. Onassis sapeva che quel giovane democratico americano poteva diventare qualcosa. E lo mise in scena. Lo fece interagire con industriali europei, con intellettuali, con vecchi lupi di mare della politica. Il Christina non era neutrale. Era un filtro, un setaccio dove il potere futuro veniva testato sotto gli occhi del potere presente. IV. La grande mondanità del mare: l’invenzione di un genere Prima del Christina, il lusso nautico era una questione di eleganza britannica, di regate royal, di panfili sobri e silenziosi. Dopo il Christina, il lusso nautico diventò teatro sociale. L’estetica dell’eccesso intelligente Onassis non costruì uno yacht discreto. Costruì uno yacht narrativo. Ogni dettaglio era progettato per essere raccontato: * I rubinetti placcati in oro (sì, erano veri) * Le mosaici di Creta nei bagni — la vasca di Onassis ispirata a quella del mitico Minosse * Il camino di Lapis Lazuli nel salone * La piscina con mosaici minoici sul fondo che si trasformava in pista da ballo con un pannello mobile (meccanismo originale del 1956, funzionante ancora oggi) Non era cattivo gusto. Era narrazione materiale. Ogni oggetto diceva: “Qui succede qualcosa di epico”. E la stampa internazionale lo confermava. Ogni volta che il Christina attraccava, i fotografi erano già lì. L’invenzione della “jet set aquatica” Il Christina ha creato un’estetica che ancora oggi domina: * Lo yacht come status symbol supremo * Il Mediterraneo come palcoscenico estivo del potere * La barca come luogo dove le cose accadono Prima c’erano navi da crociera e panfili privati.Dopo, c’erano yacht come luoghi mitologici. Sul Christina si celebrarono due dei ricevimenti di nozze più famosi del secolo: quello del Principe Ranieri e Grace Kelly, e quello di Onassis stesso con Jackie Kennedy nel 1968. V. Gli attori inconsapevoli La cosa più affascinante del Christina è che i suoi ospiti non sapevano di recitare. Greta Garbo pensava di essere in vacanza. In realtà era parte di una coreografia più grande. Occupava la cabina Ithaca — quella di Christina Onassis — ogni volta che saliva a bordo. Maria Callas credeva di essere lì per amore. In realtà era l’icona perfetta per completare il cast. Amava rilassarsi sul ponte poppiero, vicino alla piscina con i mosaici cretesi. Jackie Kennedy pensava di fuggire dal lutto. In realtà stava entrando nel capitolo più fotografato della sua vita. Onassis aveva capito che il vero potere non è far fare alle persone ciò che vuoi tu. È creare un ambiente dove le persone fanno esattamente ciò che vuoi, credendo che sia stata una loro scelta. Epilogo: Il teatro che continua Alcuni yacht sono finiti nei musei. Altri sono stati smantellati. Il Christina ha attraversato morti e rinascite. Alla morte di Onassis nel 1975, lo yacht passò a sua figlia Christina e a Jackie Kennedy. Entrambe rifiutarono l’eredità. Il governo greco lo ribattezzò Argo e lo lasciò decadere fino agli anni ‘90. Nel 1998 lo salvò John Paul Papanicolaou, amico della famiglia Onassis, che lo restaurò completamente tra il 1999 e il 2001 nei cantieri Viktor Lenac in Croazia. Gli restituì il nome Christina O — la “O” in tributo ad Onassis. Oggi il Christina O naviga ancora. È disponibile per charter di lusso a circa 700.000-740.000 euro a settimana, può ospitare 34 ospiti in 18 cabine, e continua ad attirare chi vuole camminare sui ponti dove hanno camminato giganti. L’Ari’s Bar è intatto. I mosaici minoici della piscina sono stati restaurati. Il salone Lapis Lazuli dove Jackie e Ari celebrarono il loro ricevimento è ancora lì. La biblioteca di Churchill conserva il suo nome. Nel 2022 lo yacht è apparso in Triangle of Sadness, film vincitore della Palma d’Oro. Nel 2023 Rupert Murdoch lo ha noleggiato per una riunione di famiglia a Positano. Il Christina O non è un relitto del passato. È un teatro ancora in funzione, dove chi sale a bordo continua a recitare — spesso senza saperlo — la stessa scena che recitarono Churchill, Kennedy, Callas e tutti gli altri. Perché la sua eredità non è negli oggetti. È nel modello. Ha dimostrato che: * Il lusso può essere un linguaggio politico * Lo spazio può ribaltare i rapporti di forza * Il mare può essere il set perfetto per riscrivere le gerarchie terrestri Onassis non ha solo comprato uno yacht. Ha inventato un genere: la mondanità galleggiante come forma di potere. E per qualche decennio, su quei novantanove metri di teatro ambulante, il mondo ha recitato la sua parte migliore — senza sapere che qualcuno, dal ponte di comando, stava dirigendo ogni scena. by Andrea Baracco (English Follows) Hai apprezzato questo articolo? Condividilo con chi potrebbe amarlo quanto te! Se il Christina O ha inventato l’epoca d’oro dei superyacht, oggi quell’eredità di stile continua attraverso collaborazioni che portano il DNA dei più grandi marchi automobilistici sull’acqua. Scoprite come l’eleganza scultorea di Mercedes ha ridefinito il concetto di lusso moderno in mare.👇 Iscriviti a Yacht Lounge, è gratuito. Un click ti apre un mondo di racconti auten

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  7. 11/28/2025

    L'avvocato e il vento.

    🇮🇹 🇺🇸Bilingual content: Italian first, English follows Gianni Agnelli e il mare: ritratto di una libertà Un taglio spiccatamente “marino” valorizza perfettamente l’unicità teatrale e naturale di Gianni Agnelli: l’uomo libero, agile e insieme carismatico, che lasciava il segno a bordo quanto a terra. La barca diventa la sua vera passerella, lo spazio dove la sua leggendaria disinvoltura — anche con un semplice asciugamano — si componeva con la natura, l’adrenalina, la leggerezza e l’effimera bellezza del vento. Agnelli e la barca, sintesi di disinvoltura A bordo, Agnelli incarnava la libertà assoluta: era famoso per i suoi bagni improvvisati in mare anche vestito solo di jeans e per l’insofferenza alle formalità persino in presenza di ospiti illustri. Un asciugamano, a volte nemmeno quello e l’aria scandita da battute fulminanti. Bastava la sua presenza per conferire “icona” a una scena marinara semplice, in cui ogni gesto — lo spruzzo del mare, la postura sul timone, la scelta di mollare la barca all’istante se annoiato — diveniva leggenda. “Sto arrivando”, annunciava, e quella macchina perfetta che erano i suoi marinai si metteva in moto, con qualsiasi tempo, a qualsiasi ora. Così lo ricorda Alfredo Alocci, che fu il suo capomarinaio per trentacinque anni e che raccolse in un libro la testimonianza di un “grande amore per il mare” fatto di partenze improvvise, bonacce fuggite, vento cercato con l’istinto di chi sa che quella sarà la giornata giusta. Un giorno, al largo di Corfù, Agnelli si avvicinò a uno Swan in difficoltà. Il comandante urlò di non avvicinarsi troppo. L’Avvocato rispose tranquillo, poi chiese se avessero bisogno di aiuto. La risposta fu un gesto eloquente. Agnelli sorrise: “Bene. Con questo vento oggi c’è da divertirsi”. E riprese il largo. Il mare come destino estetico e culturale Agnelli non amava la barca per la contemplazione; cercava vento e adrenalina, manovrando spesso in condizioni difficili e scegliendo sempre la velocità come cifra stilistica. Le sue barche — Agneta, Capricia, Extra Beat, Stealth — sono oggetti di stile e di tecnica, fatte costruire secondo richieste ardite e dettagli anticonvenzionali. Agneta, lo yawl di venticinque metri disegnato dallo svedese Knud Reimers che tenne dal 1959 al 1984, aveva vele rosso cupo — color vinaccia, dicevano alcuni — in anni in cui tutte le barche navigavano rigorosamente con vele bianche. Lo scafo color mogano, gli alberi in spruce, la coperta in teak: Agneta era un manifesto di eleganza anticonformista, tenuta per venticinque anni come si tiene un vestito perfetto che non passa mai di moda. Capricia, progettata dallo studio Sparkman & Stephens e costruita in Svezia nel 1963 interamente in legno — quercia bianca per la struttura, mogano per il fasciame, teak per la coperta — vinse il Fastnet in tempo reale nello stesso anno. Agnelli la tenne fino al 1993, quando la regalò alla Marina Militare che ne fece una nave scuola. Ma quando vendette la barca che l’aveva preceduta, Extra Beat, impose al nuovo armatore una sola condizione: non venire mai a navigare in Mediterraneo. Il Mare Nostrum era il suo, e non tollerava sovrapposizioni. Extra Beat era stata costruita in Germania nel 1988 dal cantiere Abeking & Rasmussen su progetto di German Frers: trentasei metri di lunghezza, albero di quarantanove metri. Mai prima uno scafo aveva avuto un timone così grande in alluminio e carbonio, né la capacità di pompare sei tonnellate d’acqua nei serbatoi di zavorra da un lato all’altro in meno di sessanta secondi. Era tecnologia pura, velocità allo stato liquido. Ma fu con Stealth che Agnelli tradusse definitivamente in materia la sua ossessione per la velocità. Nel 1996 chiamò ancora German Frers e gli disse: “La barca sarà nera e si chiamerà Stealth. Voglio semplicemente divertirmi e provare piacere nel navigarla. E la voglio finita entro sei mesi!”. Il nome venne dall’aereo da guerra invisibile ai radar, tutto nero: Agnelli voleva il nome e il colore di quell’arma che era tecnologia. Ventisei metri in carbonio, albero di trentasei metri, unico vezzo la coperta in teak. I carichi sullo scafo a quindici nodi erano due volte e mezzo superiori a quelli di uno yacht normale. Nel 1998 Stealth stabilì il record Marsiglia-Cartagine con una media di 15,77 nodi, un primato che resiste ancora oggi. Nel 2001 vinse il Fastnet e la Jubilee Regatta attorno all’isola di Wight con un equipaggio stellare condotto da Ken Read. Agnelli non era a bordo e non partecipò alla premiazione al Royal Yacht Squadron, che se ne offese. Ma l’Avvocato non aveva bisogno di trofei: aveva già vinto quando la barca aveva toccato l’acqua. Storie, aneddoti, icone del Mediterraneo Sui suoi yacht, vestiva di nulla, serviva acciughe e champagne a signore abituate alle cene di gala, improvvisava ricette con pescato fresco, e animava regate e traversate con una naturale teatralità che metteva tutti a proprio agio, o li costringeva a improvvisare — come l’amico americano costretto a saltare in mare per farsi recuperare dal tender quando l’avvocato decideva di chiudere la giornata. Le sue mete marine preferite erano le baie tra Cap Ferrat, le isole Lerins, l’Eden Roc ad Antibes, Calvi in Corsica, Maiorca e Formentera, e la riservatezza delle acque greche di Skorpios. La “leggenda” marinara: Azzurra e la Coppa America La vera eredità marinara di Agnelli sta nell’aver reso la barca un set estetico, in cui ogni minuto di posa era autentico, ogni gesto iconico involontariamente. Ma c’era anche altro: la capacità di “incastrare” con carisma i grandi personaggi e sponsor, senza mai perdere l’ironica leggerezza. Il progetto Azzurra nacque così, in una telefonata antelucana tra Agnelli e l’Aga Khan. “È ora di tentare la Coppa America”, disse l’Avvocato, consapevole della difficoltà ma determinato. In realtà ci pensava dal 1960, quando con Beppe Croce era uscito a Newport con JFK. Ma aveva due dubbi: non voleva metterci tutti i soldi da solo e pensava che l’Italia non avesse ancora il know-how. Così quando arrivò il momento giusto, nel 1980, Agnelli chiamò Pasquale Landolfi e Mario Violati e mise in moto la macchina. Lui contribuì solo con un diciottesimo del budget, composto da altri diciassette sponsor. Il progetto fu affidato allo studio Vallicelli, la costruzione ai cantieri Cobau di Pesaro. Azzurra fu varata il 19 luglio 1982. Azzurra arrivò terza alla Louis Vuitton Cup, vincendo ventiquattro regate su quarantanove. Non vinse, ma non fece nemmeno la figura dei dilettanti. Come disse Cino Ricci: “Come mi aveva chiesto l’Avvocato Agnelli, non abbiamo fatto la figura dei cioccolatai”. E Agnelli, che pure aveva infranto il patto che nessuno fuori dall’equipaggio potesse uscire con la barca — Ricci dovette tenere nascosti agli altri sponsor le scappatelle al largo di Porto Cervo — aveva ottenuto quello che cercava: portare l’Italia sulla scena mondiale della vela, con stile e senza imbarazzo. L’eredità del vento Con l’abitudine di uscire solo se c’era vento, di lasciare immediatamente la barca se la bonaccia lo annoiava, Agnelli traduceva l’imprevedibilità e la rapidità tipica del vento in uno stile di vita e di presenza scenica. La barca era scena, il mare destino estetico e umano. Ogni dettaglio — dalle vele color vinaccia di Agneta allo scafo nero come un caccia stealth, dall’asciugamano annodato sulle spalle alla decisione di regalare Capricia alla Marina — era parte di un racconto più grande: quello di un uomo che aveva fatto della libertà una forma d’arte, e del mare il suo palcoscenico più autentico. Gianni Agnelli non ha semplicemente amato il mare: lo ha abitato con la stessa disinvoltura con cui portava l’orologio sopra il polsino della camicia. Ha rappresentato il fascino irripetibile di un’epoca in cui lo stile non era una posa ma una necessità interiore, in cui la velocità era ricerca estetica prima che sportiva, e in cui bastava un gesto — un tuffo vestito, una battuta fulminante al timone, la scelta di vele rosse quando tutti navigavano in bianco — per diventare leggenda. Il vento, effimero e imprevedibile come lui, ne resta il simbolo perfetto. by Andrea Baracco (English Follows) Hai apprezzato questo articolo? Condividilo con chi potrebbe amarlo quanto te! Iscriviti a Yacht Lounge, è gratuito. Un click ti apre un mondo di racconti autentici, lontani dai soliti schemi. L’eleganza di Agnelli era fatta di dettagli iconici, come l’orologio portato sopra il polsino. Ma chi ha creato il mito del tempo perfetto? Scopritelo nel nostro episodio dedicato a Mr. Rolex, il visionario che ha cambiato l’orologeria per sempre. 👇 The Sailing Life of Gianni Agnelli. Portrait of a Man Who Made Freedom an Art Form Gianni Agnelli—Italian industrialist, Fiat patriarch, and perhaps the most stylish man of the twentieth century—left his mark on land as much as at sea. But it was aboard his yachts that his legendary nonchalance truly came alive, where a simple towel draped over his shoulders, the spray of the Mediterranean, and the ephemeral beauty of wind composed a life of absolute freedom. Agnelli and the Boat: A Synthesis of Ease Aboard, Agnelli embodied freedom in its purest form. He was famous for diving into the sea fully dressed in jeans, for his impatience with formality even in the presence of distinguished guests. A towel—sometimes not even that—and the air punctuated by razor-sharp quips. His mere presence turned a simple maritime scene into an icon, where every gesture—the splash of seawater, his posture at the helm, his choice to abandon ship the instant boredom struck—became legend. “I’m on my way,” he would announce, and that perfect machine that was his crew would spring into action, in any weather, at any hour. So remembers Alfredo Alocci, who served

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  8. 11/14/2025

    Aquarama: 63 anni di fascino.

    🇮🇹🇺🇸 Bilingual content: Italian first, English follows L’uomo del lago Nel 1962, Carlo Riva aveva quarant’anni. Quarant’anni è l’età in cui un uomo sa chi è, cosa vuole, e quanto pesa sulle sue spalle il nome che porta. Per Carlo, quel nome pesava 120 anni di storia: dal 1842, quando il suo bisnonno Pietro aveva fondato un piccolo cantiere sul Lago di Como, riparando barche di pescatori e costruendo a mano le prime imbarcazioni. Quattro generazioni di Riva che avevano fatto del legno e dell’acqua la loro ragione di vita. Ma Carlo non voleva solo continuare una tradizione. Voleva scrivere un nuovo capitolo, uno che il mondo non avrebbe dimenticato. Aveva ereditato dal padre Serafino non solo l’azienda, nel frattempo trasferitasi a Sarnico sul Lago d’Iseo, ma un’ossessione: ogni barca doveva essere perfetta, ogni dettaglio doveva raccontare una storia. Il legno non era solo materiale da costruzione, era pelle. I motori non erano solo meccanica, erano cuore. E una barca non era solo un mezzo di trasporto – era un modo di vivere. Guardando il Tritone, il modello che dal 1950 aveva portato il nome Riva nei porti più esclusivi d’Europa, Carlo sapeva che poteva fare di più. Doveva fare di più. Il mondo stava cambiando, veloce come mai prima. E lui voleva che il suo nome, il nome di famiglia che portava dal 1842, diventasse sinonimo non solo di qualità, ma di desiderio. L’epoca che cambiava tutto Il 1962 non era un anno qualunque. Era l’anno in cui l’Italia smetteva definitivamente di essere il Paese della ricostruzione e diventava il Paese del sogno. Le autostrade collegavano Nord e Sud, la televisione entrava in ogni casa, la Vespa dava mobilità ai giovani, il cinema di Fellini mostrava al mondo che la Dolce Vita non era solo un titolo di film, ma un modo di essere. E poi c’era il Mediterraneo. Le coste della Liguria, la Costa Azzurra, stavano diventando i palcoscenici di una nuova aristocrazia – non quella dei titoli nobiliari, ma quella dello stile. A Saint-Tropez, Brigitte Bardot camminava scalza sul pontile, incarnando una libertà che un’intera generazione stava scoprendo. A Portofino, yacht eleganti ormeggiavanо sotto all’Hotel Splendido, mentre Gianni Agnelli definiva con il suo stile inconfondibile cosa significasse vera eleganza. Ad Antibes, Sean Connery, fresco del successo di James Bond, scopriva che il vero lusso non urlava, sussurrava. In quegli anni, possedere un Riva non significava solo avere una barca bella. Significava appartenere a un circolo invisibile ma riconoscibilissimo: quello di chi aveva capito che la vita andava vissuta con eleganza, non con ostentazione. Con discrezione, non con rumore. Con sostanza, non con apparenza. Carlo Riva lo capiva. Lo sentiva. Quelle persone – le star del cinema, gli industriali, gli artisti – non cercavano solo un oggetto. Cercavano un riflesso di sé stessi, un’estensione del proprio stile di vita. Volevano qualcosa che dicesse al mondo: “Io so cosa conta davvero.” Lipicar: il quaderno di appunti galleggiante Carlo prese il Tritone numero 214 e lo ribattezzò Lipicar. Il nome veniva dalle iniziali delle sue due figlie, Lia e Pia, e dalla sua stessa iniziale. Non era solo un omaggio familiare, era un manifesto: questa barca era personale, intimamente legata alla sua vita, al suo cuore. Non era un esperimento industriale, era il suo sogno che prendeva forma. Lipicar divenne il suo laboratorio vivente. Lo usava per tutto: collaudi tecnici sul lago, prove con clienti selezionati che voleva conquistare personalmente, sessioni fotografiche per cataloghi che dovevano essere opere d’arte, non semplice pubblicità. E lo usava per le vacanze in famiglia, navigando sulle acque del Lago d’Iseo con le figlie a bordo, provando ogni dettaglio, ogni soluzione, ogni comfort. Perché Carlo aveva capito una cosa fondamentale: per costruire un oggetto che le persone avrebbero amato, doveva prima amarlo lui stesso. Doveva sentire sulla propria pelle ogni difetto, ogni possibile miglioramento. Il prendisole del Tritone era solo un cuscino, utilizzabile quando la barca era all’ancora. Carlo volle di più: creò uno spazio scavato sopra il vano motore, protetto, dove le figlie potevano crogiolarsi al sole anche durante la navigazione. Non era un accessorio tecnico, era un gesto d’amore. I sedili anteriori furono separati per dare libertà di movimento. La poppa venne ripensata con un passaggio antiscivolo per facilitare la risalita dopo il bagno – perché ogni momento a bordo doveva essere piacere, non fatica. Il musone di prua divenne più affusolato, più aggressivo, quasi una dichiarazione d’intenti: questa barca voleva andare avanti, sempre più avanti. E poi c’era il mogano. Carlo selezionava personalmente ogni tavola, studiava ogni venatura, ordinava di lucidare ogni centimetro fino a quando il legno non diventava liquido sotto la luce. Non era falegnameria, era scultura. Non era produzione, era devozione. Iscriviti a Yacht Lounge, è gratuito. Un click ti apre un mondo di racconti autentici, lontani dai soliti schemi. Novembre 1962: nasce l’Aquarama Quando nell’autunno del 1962 Carlo Riva presentò l’Aquarama al Terzo Salone Internazionale della Nautica di Milano, sapeva di avere tra le mani qualcosa di speciale. Il nome stesso era una provocazione elegante: “Aquarama” evocava il Cinerama, quegli schermi panoramici americani che stavano rivoluzionando il cinema. Il parabrezza avvolgente abbracciava chi era al timone esattamente come quegli schermi giganti avvolgevano gli spettatori. Solo che qui il film era la vita stessa. Otto metri e due centimetri di seduzione pura. Ogni dettaglio sussurrava lusso senza mai urlarlo: il cruscotto in mogano con il volante Chrysler personalizzato, la capotte a mantice, la scaletta da bagno, gli interni in pelle. E sotto il ponte, due motori Crusader V8 da 185 cavalli che spingevano questo capolavoro fino a 40 nodi. Il sound era inconfondibile – un brontolio profondo che annunciava l’arrivo prima ancora che la barca fosse visibile. Il mercato rispose immediatamente. Ventuno esemplari venduti già nel 1963. Ma i numeri raccontavano solo una parte della storia. L’altra parte la raccontavano le fotografie che cominciarono ad apparire sulle riviste: Brigitte Bardot con gli occhiali da sole a bordo di un Aquarama a Saint-Tropez, il sorriso complice di chi sa di essere nel posto giusto. Sophia Loren a Portofino, Sean Connery ad Antibes, tra un film di Bond e l’altro. E Anita Ekberg con i sedili zebrati, fatti apposta per lei, e Peter Sellers con Britt Ekland. L’Aquarama era diventato il protagonista silenzioso della Dolce Vita. Il piacere di vivere L’Aquarama non era trasporto, era teatro. Ogni arrivo in un porto era una scena, ogni partenza una promessa. Carlo aveva capito qualcosa che andava oltre l’ingegneria: aveva capito che le persone non comprano oggetti, comprano emozioni. Comprano l’idea di chi potrebbero essere, di come potrebbero vivere. Possedere un Aquarama significava entrare in quel mondo dorato che si muoveva tra Saint-Tropez, Portofino, Cannes, Antibes. Significava condividere un codice non scritto: qualità sulla quantità, discrezione sull’apparenza, sostanza sullo show. Significava appartenere a quell’élite invisibile ma riconoscibilissima che aveva scelto di vivere la vita come un’opera d’arte. Prima dell’icona italiana, esisteva un codice estetico scolpito nel legno americano. Per capire l’Aquarama, bisogna risalire alle radici di Chris Craft.👇 E Carlo era lì, al centro di tutto questo. Non come un semplice costruttore di barche, ma come un artigiano del desiderio. Ogni Aquarama che usciva dal cantiere di Sarnico portava con sé un pezzo della sua visione, del suo amore per la perfezione, del suo rispetto per una tradizione che dal 1842 aveva fatto del nome Riva sinonimo di eccellenza. Le sue barche non erano produzione di massa, erano artigianato industrializzato – quel paradosso tutto italiano dove ogni componente era intercambiabile, ogni esemplare controllato con ossessione maniacale, eppure ognuno conservava un’anima unica. Non barche da sostituire ogni stagione, ma oggetti da tramandare di generazione in generazione. L’eredità di un sognatore Dal 1962 al 1996, l’Aquarama continuò a evolversi. Arrivarono le versioni Super, Special, Lungo – 769 esemplari in totale attraverso tutte le varianti. Tra questi, uno merita un racconto a parte: l’Aquarama Lamborghini del 1968, commissionato da Ferruccio Lamborghini che volle qualcosa di unico. Due motori V12 da 350 cavalli derivati dalla Lamborghini 350 GT. Il suono era apocalittico, il ruggito baritonale dei V12 riempiva le banchine. Era il Riva più veloce mai costruito – un ibrido perfetto tra la visione di Carlo e il genio automobilistico di Ferruccio. Ma la vera eredità di Carlo Riva non si misura in numeri o in velocità. Si misura in quella sensazione che provi ancora oggi quando un Aquarama entra in un porto e il tempo si ferma. Le conversazioni si interrompono. Gli smartphone si alzano. Perché quello che passa non è una barca d’epoca – è un frammento di un’epoca che non è mai davvero finita. Carlo Riva non costruì solo barche. Costruì il riflesso di un’idea: che la vita può essere vissuta con bellezza, che il lusso vero è precisione non ostentazione, che lo stile è sostanza non decorazione. Costruì oggetti che incarnavano il piacere di vivere – quel piacere che Bardot, Connery e migliaia di altre persone cercavano nelle acque turchesi del Mediterraneo. Sessantatré anni dopo, quella promessa continua a navigare. Lucida come il mogano al tramonto, eterna come l’idea di perfezione che l’ha generata. E ogni volta che senti quel brontolio profondo di un Aquarama che lascia il molo, senti ancora la voce di Carlo Riva che sussurra: “Non per apparire, ma per vivere davvero.” Perché alcune cose non pas

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Yacht Lounge explores stories behind yachts, luxury objects, and style choices through immersive audio interpretations. An independent podcast by Roberto Franzoni & Andrea Baracco, offering authentic insights beyond commercial logic. Learn more and subscribe for free at yachtlounge.substack.com yachtlounge.substack.com