Rock or Dust – Storie di musica per capire il presente

Corrado Parlati

Non parliamo di musica per ricordare il passato. Parliamo di musica per capire chi siamo adesso. Ogni volta che si parla di rock oggi, la tentazione è sempre la stessa: decretarne la fine o celebrarne la sopravvivenza. Due riflessi ugualmente sterili. Il punto non è chiedersi se il rock sia vivo, ma come parla, a chi, e con quali posture. Rock or Dust racconta storie di dischi, artisti e canzoni per leggere il presente attraverso la musica. Perché certi dischi continuano a parlarci. E certi altri iniziano a farlo solo adesso. Rock or Dust. Se qualcosa resta, non è polvere.

Episodes

  1. 6d ago

    Francesco Di Bella racconta Bidonville e la periferia “non instagrammabile” dei 24 Grana [INTERVISTA]

    È l'alba in via della Stadera, periferia orientale di Napoli. È l'unica ora in cui l'aria è leggera. Fina, dicono qui. Poi la città si sveglia. E torna il rumore. Fuori al bar c'è un uomo con la testa bassa: ha finito la mesata, e il mese non è finito. Poco più in là, uno che di mestiere aggiusta finestre tiene chiusa la sua. Da quando la moglie se n'è andata, il sole non entra più. Non sono comparse. Sono i protagonisti di “Stadera”, il singolo che ha aperto la strada a Bidonville, il nuovo album dei 24 Grana. La parola bidonville nasce in Francia. Bidon, la tanica di latta. Ville, la città. Città costruite con quello che altri hanno buttato via. Oggi le bidonville stanno a Gaza. E stanno a pochi chilometri dal centro di Napoli, dove una stesa svuota una strada in pochi secondi. Trent'anni fa, quattro ragazzi cresciuti tra il Loska e l'Officina 99 sceglievano il nome di una moneta del Regno di Napoli che non valeva quasi niente: ventiquattro grana. Oggi Francesco Di Bella, Armando Cotugno, Renato Minale e Giuseppe Fontanella tornano con un disco che racconta le periferie “così come vengono vissute nella contemporaneità”, con un suono che le note di presentazione definiscono “abrasivo, crudo, diretto, emozionale, puntellato da un'elettronica calda, vitale”. Ne ho parlato con Francesco Di Bella per Rock or Dust, il podcast di MentiSommerse.

  2. Sep 30

    Linkin Park - UNSHATTER: La parte più difficile di una fine è ricominciare

    Cominciamo dal titolo, perché il titolo è già tutta la tesi. Unshatter. Prova a cercarla in un dizionario inglese. Non c'è. Shatter c'è: mandare in frantumi, spaccare, ridurre in schegge. È un verbo violento, con dentro il rumore. Ma l'inglese, come l'italiano, non ha una parola per l'operazione contraria. Puoi ricomporre, riparare, incollare, restaurare. Non puoi dis-frantumare. La lingua stessa si rifiuta. E allora te la devi inventare. Joe Hahn lo dice in modo asciutto nella sua nota di regia: «Il titolo Unshatter è nato dall'idea che qualcosa può essere rotto, ricostruito, e portarsi ancora addosso le proprie cicatrici. Per me la resilienza non consiste nel fingere che qualcosa non sia mai accaduto. Consiste nell'accettare quello che è successo, onorarlo, e trovare un modo per andare avanti». Sembra una frase da conferenza stampa. Non lo è, e per un motivo preciso: è la negazione esatta di come funziona il lutto nella narrativa pop. Nel racconto standard — quello dei film, delle interviste consolatorie, dei tre atti — la fine è la parte difficile. Il crollo, il funerale, il silenzio. Poi arriva il montaggio, la musica sale, e il ritorno è la ricompensa. Il ritorno è la parte facile. È il premio. Chiunque abbia attraversato una fine sa che è una bugia. La fine, per quanto atroce, ha una sua terribile chiarezza. Ti travolge e basta. Non devi decidere niente, non devi giustificare niente a nessuno. Sei semplicemente addosso al muro. Il difficile viene dopo. Viene quando devi alzare la mano e dire: io vorrei riprovare. Perché in quel momento stai chiedendo il permesso a tutti — agli altri, ai morti, a te stesso — di continuare a esistere dopo. E chiunque può guardarti e dirti: come ti permetti. La parte più difficile di una fine è ricominciare. Unshatter è il ritorno dei Linkin Park, raccontato attraverso un disco live e un film al cinema che seguono un tour da record con cento date sold out in giro per il mondo. Ve lo racconto qui.

  3. Mar 4

    Pino Palladino: da un 45 giri in cameretta ai palchi con The Who, D’Angelo e B.B. King [INTERVISTA]

    Cardiff, tarda primavera 1971. Pino è appena tornato da una gita scolastica. Ha ancora addosso l’odore dell’autobus, della salsedine e della pioggia inglese. In tasca non ha più un soldo, i suoi scellini li ha spesi tutti per un disco. Un 45 giri, per la precisione, contenente una canzone che aveva ascoltato pochi giorni prima e di cui si era innamorato. Won’t Get Fooled Again. Sale in camera, chiude la porta. Appoggia il disco sul piatto. La puntina scende. L’introduzione elettronica apre le porte verso nuovi mondi potenzialmente infiniti. Lui si siede sul letto, chiude gli occhi, ascolta. Poi fa ripartire il disco, prende la chitarra, prova a seguire il pezzo. Magari sbaglia, ma ci riprova. Rallenta il disco nella testa. Cerca gli accordi. Non può nemmeno immaginarlo, in quel momento, ma quarant’anni dopo, quella stessa canzone, la suonerà dal palco, affiancando gli uomini che in quel pomeriggio guarda come fossero dèi. Questa è la storia di come un ragazzo che aveva fame di musica è diventato uno dei musicisti più importanti del rock contemporaneo. Uno dei bassisti più ascoltati, rispettati, cercati della musica moderna. Un artista che ha suonato con The Who, D’Angelo, BB King, Pino Daniele, fondendo il soul con il jazz, con il blues, con il pop, con il rock, senza mai perdere l’orientamento della sua bussola. In quella stanza, però, è solo un ragazzo con una chitarra in mano, un disco da ascoltare, un cassetto pieno di sogni e una fame enorme di suoni. E oggi, quel ragazzo è passato sulle frequenze di Rock or Dust per ripercorrere con noi la sua straordinaria carriera. Stiamo parlando di Pino Palladino, che ha gentilmente rilasciato un’intervista ai nostri microfoni.

  4. Feb 16

    Wish You Were Here e Animals: Aubrey Powell racconta l’immaginario dei Pink Floyd [INTERVISTA]

    Due uomini in abito elegante si stringono la mano. Uno dei due è in fiamme. Bastano queste poche parole per evocare, inevitabilmente, l'immagine di copertina di Wish You Were Here. Ed è possibile perché, prima che le copertine diventassero miniature su uno schermo, erano mappe. Indizi. Porte d’accesso. Oggetti da decifrare prima ancora di ascoltare una singola nota. Opere d’arte. Negli anni in cui il rock cercava un linguaggio adulto, Aubrey “Po” Powell ha contribuito a inventarlo come autore visivo. Con Hipgnosis, fondato insieme a Storm Thorgerson, ha trasformato il formato dell’LP in un territorio narrativo, firmando alcune delle immagini più potenti della cultura popolare: l’uomo in fiamme di Wish You Were Here, certo, ma anche il prisma di Dark Side of the Moon, il maiale sopra Battersea sulla copertina di Animals. Immagini nate senza computer, senza rendering, senza scorciatoie. Costruite con luce reale, corpi reali, rischio reale. In questa conversazione, Aubrey Powell ripercorre l’avventura di Hipgnosis come si racconta una stagione irripetibile: tra amicizie, intuizioni, incidenti sfiorati e libertà creativa totale. E su ciò che, nella sua carriera, ha resistito davvero alla prova del tempo. Perché oggi, dopo aver raccontato l'America attraverso gli occhi di Bruce Springsteen, entriamo nell'immaginario dei Pink Floyd a cavallo tra i cinquant'anni di Wish You Were Here (1975) e quelli di Animals (1977).

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Non parliamo di musica per ricordare il passato. Parliamo di musica per capire chi siamo adesso. Ogni volta che si parla di rock oggi, la tentazione è sempre la stessa: decretarne la fine o celebrarne la sopravvivenza. Due riflessi ugualmente sterili. Il punto non è chiedersi se il rock sia vivo, ma come parla, a chi, e con quali posture. Rock or Dust racconta storie di dischi, artisti e canzoni per leggere il presente attraverso la musica. Perché certi dischi continuano a parlarci. E certi altri iniziano a farlo solo adesso. Rock or Dust. Se qualcosa resta, non è polvere.