Il 2 giugno 1976, su un campo del Roland Garros, un italiano era a un punto dal fare le valigie. Adriano Panatta, fresco vincitore di Roma, stava perdendo al primo turno contro un cecoslovacco quasi sconosciuto, Pavel Hutka, un giocatore così bizzarro da servire con la sinistra e tirare il dritto con la destra. Panatta annullò il match point e vinse 12-10 al quinto. Da quel baratro nacque la primavera più bella del tennis italiano: pochi giorni prima, a Roma, aveva già rimontato undici match point al primo turno contro l’australiano Warwick, e da lì arrivò la doppietta sul rosso, Roma e Parigi nello stesso anno, un’accoppiata che resta unica nel nostro tennis. A dicembre, in Cile, ci sarebbe stata anche la Coppa Davis con la maglietta rossa, la prima della storia azzurra, conquistata dal quartetto di Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli con Nicola Pietrangeli capitano non giocatore. Un anno solo, e tutto in una volta. Lo Scriba, Gianni Clerici, lo raccontò con una frase che vale tutto. Vincere, dopo Roma, Roland Garros, è vincere il Tour dopo il Giro. Cinquant’anni dopo, oggi, lo stesso torneo ha invitato Panatta a premiare il vincitore della finale. Mezzo secolo esatto da quel punto annullato a Hutka. E mentre lui torna a Parigi da leggenda, sul campo non c’è un italiano. Ce ne sono tre. Ai quarti. Tre, dove non eravamo mai stati in tre Cominciamo dai numeri, asciutti. Al Roland Garros 2026 sono tre gli italiani ai quarti di finale: Matteo Berrettini, Matteo Arnaldi e Flavio Cobolli. Non era mai successo prima che tre azzurri raggiungessero i quarti di uno Slam nel singolare maschile. Il massimo storico era due, a Parigi nel 1948, nel 1956, nel 1960, nel 1973 con Panatta e Bertolucci, e l’anno scorso con Sinner e Musetti. Tre è un primato che non aveva precedenti. C’è di più, ed è il dato che fa girare la testa. Berrettini e Arnaldi sono nello stesso spicchio: si affronteranno tra loro ai quarti, un derby azzurro che garantisce all’Italia almeno un semifinalista. Cobolli, dall’altra parte della sezione, se la vedrà con Félix Auger-Aliassime, numero 6 del mondo. E i cammini non sono stati una passeggiata. Berrettini ha piegato l’argentino Francisco Comesaña in oltre cinque ore, al super tie-break del quinto set, poi negli ottavi ha battuto Juan Manuel Cerundolo per 6-3, 7-6, 7-6, annullando tre set point nel tie-break del terzo. A 30 anni compiuti è l’italiano più anziano mai arrivato ai quarti di uno Slam, e torna a questo punto a Parigi dopo cinque stagioni di infortuni. Arnaldi ha vinto una maratona da 5 ore e 26 minuti contro Frances Tiafoe, tre set decisi al tie-break. Cobolli, partito da testa di serie numero 10, ha superato lo statunitense Zachary Svajda ed è già certo di rientrare tra i primi 50 del mondo. Per cogliere il salto, un altro numero. Degli Slam in cui più di un italiano ha raggiunto i quarti nel singolare maschile, ben otto si concentrano dal 2022 a oggi: non una fiammata, una stagione lunga. E il derby Berrettini contro Arnaldi vale doppio, perché manda un azzurro in semifinale a uno Slam mentre l’altro resta in campo a giocarsela: una certezza che, fino a ieri, sarebbe sembrata fantascienza. C’è anche una coincidenza che pare scritta da un romanziere: il 2026 celebra il settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, e due dei tre azzurri ai quarti, Berrettini e Cobolli, sono romani cresciuti insieme negli stessi circoli della capitale. L’ultimo italiano ad alzare quel trofeo, cinquant’anni fa, era anche lui un ragazzo di Roma. Tutto questo, e qui sta il punto, senza Jannik Sinner e senza Lorenzo Musetti. Il numero uno del mondo è uscito al secondo turno. Il numero cinque di gennaio non si è nemmeno presentato, fermato da un problema alla coscia rimediato a Roma. Quattro nomi, una fotografia che mancava Il Roland Garros di quest’anno non è un episodio. È la punta di un’onda che si vedeva arrivare. Il 16 marzo 2026, per la prima volta nella storia, l’Italia ha messo quattro giocatori tra i primi venti del ranking ATP nello stesso giorno: Sinner, Musetti, Cobolli e Luciano Darderi. Una fotografia che il nostro tennis non aveva mai potuto scattare. In cima c’è un fenomeno che cambia le proporzioni di tutto. Jannik Sinner è il primo italiano numero 1 del mondo da quando esiste la classifica, dal 10 giugno 2024, ed è rimasto in vetta 66 settimane complessive. Musetti, numero 5 il 12 gennaio 2026, è diventato il terzo azzurro di sempre a entrare nei primi cinque dell’era Open, dopo Panatta, numero 4 nel 1976, e Sinner. Solo tre, in mezzo secolo, hanno toccato quella soglia. E qui rispondo alla domanda che mi sono fatto mille volte, da tifoso. Prima di Berrettini, c’era stato qualcuno lassù? Dal 1973, anno di nascita del ranking, soltanto 14 italiani sono entrati in top 20, e in top 10 appena sei: Panatta, Corrado Barazzutti, Fabio Fognini, Berrettini, Musetti e Sinner. Sei nomi in mezzo secolo. Per molto, moltissimo tempo, non ce n’è stato nessuno. E il gruppo non smette di salire. A maggio Cobolli aveva già toccato il numero 12, eguagliando Paolo Bertolucci come settimo miglior italiano dell’era Open, e con i quarti di Parigi è atteso da un nuovo primato personale. Darderi, quattordicesimo azzurro a entrare in top 20 da quando esiste la classifica, lassù ci è arrivato salendo dai tornei minori, un altro figlio del sistema più che del talento isolato. Il numero uno che ha perso da solo Torniamo alla partita che ha aperto tutto, perché racconta la legge di questo podcast meglio di qualsiasi altra. Giovedì 28 maggio, secondo turno, mezzogiorno spaccato su una Parigi rovente, oltre trenta gradi. Sinner domina i primi due set, 6-3, 6-2, e nel terzo arriva a condurre 5-1, a un game dalla vittoria. Poi il caldo lo svuota. Crampi, testa pesante, lo stomaco che si ribella. Perde quel set 5-7, poi 1-6 e 1-6. La sua prima sconfitta dopo 30 vittorie consecutive, per mano dell’argentino Juan Manuel Cerundolo, numero 56 del mondo. Ecco il punto. Cerundolo non ha battuto il numero uno. Lo ha battuto il caldo, quando il numero uno era avanti 5-1 e serviva per il match. Su questo giornale lo ripetiamo sempre: le grandi rimonte non sono il capolavoro di chi insegue, sono il crollo di chi era davanti. Il punteggio dice Cerundolo. La verità dice un corpo che si è spento sotto il sole. Lui stesso, in conferenza, ha ammesso di essere rimasto senza energie, una sconfitta difficile da accettare. Il rosso di Parigi resta l’unico Slam che gli manca, e comincia a sembrargli stregato. La punta di diamante la regala il caso. La miniera, qualcuno la deve scavare. E qui la storia diventa quasi un romanzo. Negli ottavi, l’uomo che ha rispedito a casa Cerundolo è stato Matteo Berrettini. La porta che il caldo aveva aperto sul numero uno, l’ha richiusa un altro azzurro. Sinner è la punta di diamante, lo hai detto bene. Ma una nazione tennistica non si misura dal suo diamante. Si misura da cosa resta quando il diamante esce dal campo. Al Roland Garros 2026 sono rimasti in tre. Quarantuno anni di silenzio Adesso la parte che mi tocca davvero. Per quarantuno anni, dopo Barazzutti, numero 7 nell’agosto del 1978, nessun italiano era più entrato in top 10. Quarantuno anni di silenzio, di domeniche passate a tifare l’unico che ci faceva sognare, sapendo che era solo. * Lo ha riaperto Fabio Fognini, numero 9 il 15 luglio 2019. * Poi è arrivato Berrettini, numero 6 nel gennaio 2022. Io sono cresciuto tennisticamente tifando Fognini. Bellissimo da vedere, mani da artista, una palla che sapeva fare cose che gli altri nemmeno immaginavano, e quasi sempre da solo contro il mondo. Lo amavi proprio perché era un’eccezione, un lampo in mezzo al nulla. Oggi mio figlio accende la televisione e ha l’imbarazzo della scelta. Tre azzurri nello stesso tabellone, quattro nei primi venti, un numero uno del mondo. Per lui è normale. Per me, che ho contato quei quarantuno anni di vuoto, è una piccola rivoluzione che fatico ancora a dare per scontata. Le basi posate prima dei campioni Come si passa dal lampo solitario al coro? Non per caso, e qui entra in scena un nome che non impugna una racchetta: Angelo Binaghi, presidente della Federazione Italiana Tennis e Padel dal 2001. La sua tesi, raccontata alla stampa, è che l’ascesa italiana non è frutto del caso né soltanto di singoli campioni, ma di un piano strutturato a lungo termine. La spina dorsale del modello sono i Centri Tecnici Federali, pensati per dare al talento continuità, metodo e visione, perché il talento, dice lui, è solo l’inizio. Intorno c’è un sistema intero. * SuperTennis, l’unica televisione tematica al mondo dedicata a una federazione, attiva da quindici anni. * Le Nitto ATP Finals portate a Torino. * La Coppa Davis riportata in casa, a Bologna. * Il Foro Italico in espansione, con il tetto sul Centrale previsto entro il 2028 e un torneo sull’erba in arrivo. E un dettaglio che chiude il cerchio aperto con Panatta: le tre Coppe Davis di fila, 2023, 2024 e 2025, le prime dopo quella del 1976. Per ritrovare un filotto di tre bisogna tornare al dominio statunitense dei primi anni Settanta. Nel 1976 una squadra magica e irripetibile. Oggi un sistema che le squadre le produce in serie. La parola di Binaghi, la più netta, è questa. Le basi le abbiamo poste quando Sinner non era nato. Non è solo orgoglio di casa. Dall’estero arrivano gli stessi riconoscimenti. Brad Gilbert, l’ex coach di Agassi, ha elogiato senza giri di parole il sistema dei Challenger giocati sul suolo italiano, che porta tanti giovani a maturare in casa. E Avvenire ha certificato che l’Italia è ormai la prima potenza mondiale del tennis, una crescita sistemica con radici profonde, non un colpo di fortuna. E non è soltanto questione di uomini. Le ragazze di Jasmine Paolini hanno vinto due Billie Jean King Cup di fila, e l’Italia è oggi l