Game, Set e Sudore Podcast

Luca - Game, Set e Sudore

Il tennis raccontato in un altro modo. Storie che emozionano, numeri che spiegano. gamesetsudore.substack.com

Episodes

  1. Jun 7

    Il tedesco che bussava sempre quattro volte

    All’inizio del quinto set, Alexander Zverev tiene il primo game a zero. Poi sale di un gradino, rompe la battuta di Cobolli, va sul 4-0. Sono le sei di sera passate a Parigi, il Philippe Chatrier conosce già il nome del vincitore. C’è un’immagine che si ripete nella carriera di questo tennista: l’uomo davanti, solido, a un passo dal titolo. L’abbiamo vista tre volte prima di oggi. Ogni volta, da quella posizione di forza, è finita male. Non male per sfortuna. Male nel modo più preciso che il tennis sa infliggere: crollo, rapina, lezione. Tre finali, tre maniere diverse di perdere. La domanda non è cosa è successo oggi. È cosa non è successo. Tre porte, tre modi di perdere I numeri non mentono, ma scelgono come presentarsi. Ecco come si presentano quelli di Alexander Zverev nelle finali Slam prima di oggi. US Open 2020. Zverev vince i primi due set contro Dominic Thiem, 6-2, 6-4. Nel quinto, il tedesco serve per il titolo sul 5-3. Non lo chiude. Thiem rimonta, vince il tiebreak 8-6, porta a casa la Coppa. È la prima volta nella storia dell’US Open, in Era Open, che un finalista vince da 0-2 nei set. Zverev, nel corridoio dopo la partita, dice qualcosa che vale più di una statistica: “La cosa che mi ha fatto più male non è stato il terzo set. È stato il quinto. Avevo chances, tante, e non le ho sfruttate.” Roland Garros 2024. Questa volta è più crudele, perché arriva da un momento di dominio. Zverev vince il secondo e il terzo set, si porta avanti 2-1. Carlos Alcaraz risponde con la brutalità di chi ha ventun anni e nessuna intenzione di rispettare i turni. Il quarto set finisce 6-1, il quinto 6-2. In 4 ore e 19 minuti il tedesco perde una finale che sembrava avere in tasca. Dopo la partita dirà: “All’US Open me la sono un po’ fatta da solo. Qui ho dato tutto quello che avevo. A un certo punto non sentivo più le gambe.” Australian Open 2025. Nessun dramma. Nessuna rimonta da raccontare. Jannik Sinner vince in tre set, 6-3, 7-6(4), 6-3, con la sistematicità di chi non ha paura di nulla. È la perdita più pulita e in un certo senso la più pesante: non c’è nessun punto di svolta da individuare, nessun game da rivedere per capire dove è andato storto. È andato storto tutto, insieme. Tre finali. Record complessivo nei quinti set prima di oggi: 22-14 in carriera, ma con tre soste sulla soglia più importante. Il sortilegio del quarto tentativo Il Philippe Chatrier ha tenuto i momenti più bui di Sasha Zverev. Oggi ha deciso che era abbastanza. Era il giugno 2022. Zverev era in semifinale al Roland Garros contro Rafael Nadal, sotto 0-2 nei set, quando posò il piede in modo sbagliato e cadde. Uscì dal Philippe Chatrier su una sedia a rotelle, in lacrime, con due fratture e diversi legamenti rotti alla caviglia. Non perse quella partita: dovette ritirarsi. C’è differenza. Oggi, nel discorso di premiazione, Zverev ha detto questo: “Questo è molto speciale per me, per tantissimi motivi. Ho avuto i momenti più belli della mia vita su questo campo. E anche il peggior momento della mia vita. Quattro anni fa: due fratture, diversi legamenti rotti. Poi la finale due anni fa. E adesso, finalmente, un finale a lieto fine.” Gianni Clerici avrebbe riconosciuto subito il tipo di storia: non l’eroe che accumula vittorie, ma quello che accumula il giusto tipo di sconfitte. Nel 2020, Dominic Thiem vince il suo primo Slam alla quarta finale. Come Zverev oggi. La circolarità è quasi offensiva: l’uomo che ha negato il primo titolo a Zverev a New York ci aveva messo esattamente lo stesso numero di tentativi. Il custode della porta e chi bussava condividevano la stessa conta. Goran Ivanisevic aveva perso Wimbledon nel 1992, nel 1994, nel 1998. Nel 2001 è tornato da wildcard e ha vinto. Adriano Panatta, che oggi ha consegnato la Coppa dei Moschettieri a Zverev sul Philippe Chatrier, conosce un’altra versione: lui ci è arrivato una volta sola, era il 1976, 50 anni fa, e non ha sbagliato. Avrebbe capito benissimo chi ne ha dovute aspettare quattro. C’è qualcosa che accomuna chi vince al quarto tentativo. Non è il talento che mancava nei primi tre. È che i primi tre insegnano qualcosa che il talento da solo non insegna mai. Parigi, 7 giugno 2026 La finale dura 4 ore e 15 minuti. Il punteggio è 6-1, 4-6, 6-4, 6-7(5), 6-1. Zverev apre il primo set come chi sa che non vuole ripetere nessuna delle scene già viste. Break immediato, game senza concessioni, 6-1 in meno di quaranta minuti. Cobolli è in finale Slam per la prima volta in carriera, e si vede. Poi il romano trova le misure. Vince il secondo 6-4, tiene Zverev a distanza nel terzo ma alla fine cede 4-6, porta il quarto al tiebreak e lo vince 7-5. Sul 2-2 è una finale aperta, e il pubblico inizia a credere che succeda qualcosa di straordinario. Non succede. Nel quinto set Zverev è un tennista diverso: non quello che bussava e aspettava che qualcosa cedesse, ma quello che tiene la porta dall’interno. Break all’apertura, 4-0 con la regolarità di un metronomo, chiusura 6-1 con lo stesso punteggio del primo set. Il tennis parla per simmetrie quando ha qualcosa di importante da dire. Record nei quinti set a fine giornata: 23-14. La partita aggiunta al lato giusto del bilancio, finalmente. Finalmente, Sasha Adriano Panatta ha consegnato la Coppa dei Moschettieri a un tedesco di ventinove anni che la aspettava da sei, su questo stesso campo dove quattro anni fa aveva lasciato tutto quello che aveva. Forse il vecchio campione romano ha riconosciuto qualcosa in quel momento: l’aria di chi ha capito che le porte non si abbattono, si aspetta che qualcuno risponda. Alexander Zverev ha vinto il suo primo titolo Slam. Quattro finali, un titolo. New York 2020, Parigi 2024, Melbourne 2025, Parigi 2026. E prima ancora, questo campo, giugno 2022, la sedia a rotelle, le lacrime. Ogni sconfitta con la sua forma precisa, ogni dolore con la sua lezione specifica. Oggi quella conoscenza ha servito nel momento più difficile: quinto set, 4-0 di vantaggio, un’arena che già immaginava la rimonta italiana. Non c’è stata nessuna rimonta. C’è stata, finalmente, la resistenza di un uomo che ha imparato che bussare non basta. Bisogna sapere aspettare che qualcuno risponda. Game e Set per i numeri. Sudore per i corpi e i cuori. 📩 Iscriviti a Game, Set e Sudore Ogni partita ha una storia che il punteggio non racconta. Noi la raccontiamo qui. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit gamesetsudore.substack.com

  2. Jun 5

    Il Gladiatore arriva nell’arena rossa per la prima volta

    Flavio Cobolli giocherà domenica la prima finale Slam della sua vita, e ci arriva senza aver giocato la semifinale. Matteo Arnaldi si è fermato per un virus poche ore prima della sfida tutta italiana, e la finale è arrivata a Cobolli per walkover, una porta che si apre da sola, una circostanza rarissima a questo livello. La lettura facile è già pronta: finale regalata, tabellone svuotato, fortuna sfacciata. E in buona parte è vera, sarebbe disonesto negarlo. Sinner è uscito al secondo turno, il quarto di tabellone del romano ha perso per strada Medvedev e Cerundolo, e l’ultimo gradino è arrivato senza giocare. Ma una finale, per quanto liscia sia stata la salita, va comunque giocata. E c’è un dettaglio che la lettura comoda dimentica: a forza di vincere senza spendere, Cobolli ci arriva più fresco di chiunque. La salita più liscia Cominciamo dai numeri, come si deve. Fino a ieri il miglior piazzamento in carriera di Cobolli diceva numero 12 del mondo. Da lunedì sarà almeno numero 10, il settimo italiano di sempre a entrare nella top 10 da quando esiste la classifica computerizzata, e da quel giorno gli azzurri tra i primi dieci saranno due, con Sinner sul trono. Se vince domenica, salta diretto al numero 5. Ha vinto tre titoli sul circuito, due dei quali sulla terra, Bucarest e Amburgo nel 2025, e Acapulco a inizio 2026. E a Parigi ha fatto la strada più ordinata di tutti: il cammino più efficiente tra i giocatori rimasti, un solo set perso nei primi quattro turni, in un quarto di tabellone che intorno a lui aveva già lasciato sul campo Medvedev e Cerundolo. L’unico vero scoglio è arrivato ai quarti, ed è uno scoglio pesante: Felix Auger Aliassime, il primo top 10 battuto in carriera in uno Slam dopo sei sconfitte, rimontato da sotto un set in tre ore e ventiquattro minuti. Poi il walkover di Arnaldi, e una finale raggiunta da fresco. Il punteggio mente, soprattutto sul futuro Qui c’è una verità che il canale insegue ogni settimana. Il punteggio di un cammino, quello che fa dire fortunato, non racconta nulla di come andrà domenica. Anzi, mente proprio sul futuro. L’uomo che ha speso meno energie di tutti arriva all’ultimo atto con la gamba più leggera, e in una finale che può durare cinque set la freschezza non è un dettaglio, è un’arma. Per una volta è l’underdog ad avere il corpo più riposato, e il favorito ad avere più chilometri e più cicatrici addosso. La fortuna ti accompagna fino alla soglia della finale. Oltre quella soglia contano solo le gambe e il coraggio. Con Zverev, va detto subito perché sarà la storia di domenica, Cobolli è sotto 1 a 3 nei precedenti. Ma quell’uno pesa come un macigno: a Monaco, ad aprile, lo ha demolito 6-3 6-3 sulla terra, nel torneo di casa del tedesco, in semifinale. Pochi giorni dopo, a Madrid, Zverev si è ripreso tutto con gli interessi, 6-1 6-4. Due facce dello stesso avversario, a una settimana di distanza. Domenica si scopre quale delle due si presenta in finale. Il bambino con la maglia di Totti Adesso lasciamo parlare la storia, perché questa è bella e merita una digressione. Flavio Cobolli nasce a Firenze il 6 maggio del 2002, ma a un anno la famiglia si trasferisce a Subiaco, e da lì in poi è romano in ogni fibra. A tre anni gli regalano una racchetta e una maglietta di Francesco Totti. Quel doppio dono dice già tutto di lui, perché per anni Cobolli vive in equilibrio fra due amori. Gioca a tennis al Tennis Club Parioli, ma gioca anche a calcio, terzino nelle giovanili della Roma fino ai tredici anni, seguito da Bruno Conti e segnalato da Boniek. Poteva diventare un calciatore. A tredici anni sceglie la racchetta. Suo padre Stefano, ex professionista arrivato al numero 236 del mondo, oggi è il suo allenatore, e ha raccontato la verità di quella scelta con una sola immagine. Ho sperato a lungo, da grande tifoso giallorosso, che diventasse un calciatore della Roma. Poi ho capito che la sua passione per il tennis era infinita: ogni sera, da piccolo, lo trovavo addormentato davanti a Supertennis. Flavio l’ha detta a modo suo, da romano. Amerò sempre il calcio e seguirò la Roma ogni giorno, ma da tifoso. Il tennis è una sfida più grande, e io amo le sfide. C’è un dettaglio che chiude il cerchio in modo quasi commovente. Il primo Slam della vita di Cobolli fu proprio il Roland Garros, da junior, dove arrivò ai quarti in singolare e in finale nel doppio. Quel ragazzino che a Parigi muoveva i primi passi torna oggi sullo stesso campo, da grande, a giocarsi una finale. L’arena è la stessa. È cresciuto chi la calpesta. L’arena, domenica E così domenica Flavio Cobolli entrerà nell’arena rossa per la prima volta. Il Philippe Chatrier sarà il suo Colosseo, la terra battuta la sabbia su cui si combatte, e lui il gladiatore romano che esce dal tunnel buio sotto la luce, la racchetta come una spada. Forza e onore, come si diceva nel film, ma senza la condanna a morte: qui si combatte per un trofeo, non per sopravvivere. Dall’altra parte ci sarà Alexander Zverev, che non è l’imperatore arrogante della tribuna ma un altro uomo affamato dello stesso pane, alla quarta finale Slam e ancora a secco. Sarà una finale fra due cacce al primo titolo, e questo la rende rara e umana. Cobolli parte sfavorito, com’è giusto che sia per chi gioca la prima volta contro chi è arrivato fin qui tante volte. Ma è anche l’unico dei due ad averlo già piegato sulla terra quest’anno, e in modo netto, a Monaco. Cobolli ci arriva da fresco e, sì, anche da fortunato, ma è pur sempre uno che un top 10 in uno Slam non l’aveva mai piegato prima di questa settimana. Zverev ci arriva da favorito e da ferito. Si combatte domenica, nell’arena, e quello che faranno in campo resterà. Game e Set conteranno i colpi e ci diranno il punteggio. Il Sudore, come sempre, ci dirà chi dei due avrà avuto più cuore. 📩 Iscriviti a Game, Set e Sudore Qui il tennis si legge al contrario: prima il perché, poi il chi. Storie che emozionano e numeri che spiegano, una volta a settimana. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit gamesetsudore.substack.com

  3. Jun 5

    Caccia al Primo Slam

    Alexander Zverev è in finale al Roland Garros. Ha piegato Jakub Mensik in semifinale e domenica tornerà a giocarsi un Major, la quarta volta in carriera. È la notizia. Eppure la frase che lo descrive meglio non è questa. È un’altra, più dura: a ventinove anni, con oltre seicento partite vinte da professionista, non ha mai alzato un trofeo dello Slam. Tutto qui il punto. Zverev non è un giocatore che perde le finali importanti. È un giocatore che, due volte su tre, le ha avute in mano e le ha lasciate andare. La differenza sembra una sfumatura. È invece tutta la sua storia. Tutto tranne una cosa Cominciamo da dove cominciava sempre Tommasi, dai numeri, perché qui i numeri raccontano un paradosso quasi comico se non fosse doloroso. Zverev ha vinto più di venti titoli sul circuito. * Sette sono Masters 1000, la categoria appena sotto lo Slam. * Ne ha vinti due di ATP Finals, il torneo dei migliori otto dell’anno, battendo in finale prima Novak Djokovic nel 2018 e poi Daniil Medvedev nel 2021. * Ha un oro olimpico, conquistato a Tokyo nel 2021. È stato numero 2 del mondo. A Parigi, dove gioca questa finale, ha un bilancio in carriera di 43 vittorie e 10 sconfitte. * Ha battuto tutti, ovunque, su ogni superficie. Tranne nel posto che conta più di ogni altro. Lì, finora, il conto recita 0 su 3. Tre modi di non vincere Tre finali, tre sconfitte, tre cause diverse. Vale la pena guardarle una a una, perché insieme dicono più di mille analisi. New York, 2020. Contro Dominic Thiem, Zverev vince i primi due set e arriva a servire per il titolo sul 5-3 del quinto. Lo Slam è a un game di distanza. Poi le gambe e la testa cedono insieme: chiude la partita con 15 doppi falli, e nel tie-break decisivo ne mette due che pesano come macigni. Thiem vince 2-6 4-6 6-4 6-3 7-6(8-6) e diventa, come racconta l’ATP, il primo uomo a rimontare due set di svantaggio in una finale degli US Open. Non è Thiem ad aver vinto quella partita. È Zverev ad averla persa. Parigi, 2024. Contro Carlos Alcaraz, Zverev si porta avanti due set a uno. Poi lo spagnolo alza il muro e, come scrive ancora l’ATP, vince 12 degli ultimi 15 game per chiudere 6-3 2-6 5-7 6-1 6-2. C’è un dettaglio che fa ancora male: nel quinto set un controllo arbitrale negò a Zverev una palla data fuori di due millimetri, il break che forse avrebbe cambiato la finale. L’anno dopo, a Parigi, hanno installato l’occhio di falco. Tardi. Melbourne, 2025. Contro Jannik Sinner non c’è nessun crollo da raccontare, perché non c’è mai stata partita. Sinner vince 6-3 7-6(4) 6-3 senza concedere, in due ore e quarantadue minuti, una sola palla break. Dall’altra parte ne costruisce 10 e ne converte 8. Qui Zverev non ha lasciato cadere niente: è stato semplicemente surclassato. Con questa sconfitta è diventato il sesto uomo nell’era Open a perdere le sue prime tre finali Slam. Il crollo, il crollo, l’impotenza. Tre modi di non arrivare in fondo. Le rimonte degli altri, nella carriera di Zverev, hanno quasi sempre lo stesso vero nome: il suo cedimento. Parigi, la terra del quasi Qui entra lo Scriba, perché la parte umana di questa storia chiede una digressione. C’è un paradosso geografico in Zverev. La terra rossa, la superficie più lenta e più crudele, quella che premia la pazienza e punisce la fretta, è il posto dove ha sofferto di più e amato di più. A Roland Garros è arrivato in semifinale sei volte. Nel 2024 ci ha giocato la sua prima finale, e per trovare un tedesco capace di tanto a Parigi bisogna risalire a Michael Stich, 1996, come ricorda la scheda del torneo. Trent’anni di attesa per un Paese intero, condensati nelle spalle larghe di un solo uomo. E poi c’è il presente, che è la ragione per cui questa finale pesa più delle altre. Il tabellone, quest’anno, si è aperto come non era mai successo. Sinner è caduto al secondo turno, interrompendo una striscia di 29 vittorie. Sono usciti Djokovic e Alcaraz. Per la prima volta in tre anni, la Coppa dei Moschettieri finirà nelle mani di qualcuno che non si chiama né Sinner né Alcaraz. Tutti e quattro i semifinalisti sono arrivati a Parigi senza un solo Slam in bacheca. La porta non era mai stata così spalancata. E Zverev, il più alto in classifica rimasto, è quello che da quella porta passa da più tempo. Domenica Dall’altra parte della rete, domenica, ci sarà un italiano. Il derby tra Flavio Cobolli e Matteo Arnaldi consegna alla finale un azzurro alla sua primissima volta in un Major, un ragazzo che insegue il primo Slam esattamente come lui, ma con vent’anni di meno di cicatrici da portare. Due fami diverse: quella affamata di chi non ha mai assaggiato, e quella più cupa di chi ha già masticato la sconfitta tre volte. Se a passare sarà Cobolli, c’è pure un precedente recente e scomodo per il tedesco: a Monaco, poche settimane fa, l’azzurro lo ha già battuto sulla terra. Dopo la finale persa contro Zverev a Melbourne, Sinner gli disse una cosa che vale la pena ricordare. Tutti, nel tennis, sono convinti che molto presto alzerai uno di questi trofei. Continua a credere in te stesso. Nessuno qui tifa contro Zverev. Un giocatore che ha vinto quasi tutto e che continua a presentarsi alla porta più difficile, partita dopo partita, anno dopo anno, merita rispetto pieno e nessun sarcasmo. La domanda non è se sia abbastanza forte: lo è, lo è sempre stato. La domanda è quella di sempre, l’unica che conta in questo sport. Stavolta sarà lui a tenere il vantaggio fino in fondo, o si ripeterà la legge che lo perseguita? Lo sapremo domenica. Game e Set ci diranno il punteggio. Il Sudore, come sempre, ci dirà il perché. 📩 Iscriviti a Game, Set e Sudore Qui il tennis si legge al contrario: prima il perché, poi il chi. Storie che emozionano e numeri che spiegano, una volta a settimana. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit gamesetsudore.substack.com

  4. Jun 4

    Cinquant’anni dopo Panatta, l’Italia torna in finale. E deve eliminarsi da sola.

    Venerdì 5 giugno, sul Philippe Chatrier, l’Italia avrà nello stesso pomeriggio la certezza di una finale e la garanzia di una sconfitta. La stessa partita, lo stesso campo. Flavio Cobolli e Matteo Arnaldi giocheranno la prima semifinale tutta italiana nella storia di un torneo dello Slam, e uno dei due tornerà a casa esattamente nel giorno più importante della sua vita. La cronaca ha già scritto il titolo facile: orgoglio, impresa, sogno. È tutto vero. Ma qui preferiamo guardare l’altra metà del tabellone, quella dei sentimenti. Perché dietro ogni festa che si annuncia c’è sempre qualcuno che, per festeggiare, dovrà togliere una finale Slam a un amico. Lo ha capito subito anche Cobolli, che dopo aver battuto Auger-Aliassime ha mandato in campo il pensiero più gentile possibile: sapeva che lo aspettava un Matteo, e a quel Matteo, chiunque fosse, ha augurato buona fortuna. I precedenti dicono 3-2 per Arnaldi. È il primo numero che mente, di questa storia. I cinque precedenti, e perché non si sono mai incontrati qui Cobolli e Arnaldi si sono affrontati cinque volte, e qui c’è la prima cosa che vale la pena sapere: sempre, ogni singola volta, sulla terra rossa. Due ragazzi italiani cresciuti sul mattone tritato, che si sono ritrovati addosso fin da giovanissimi. Il conto, in assoluto, è 3-2 per Arnaldi. Ma scomponiamolo come lo avrebbe scomposto Rino Tommasi, senza alzare la voce. Tre di quelle sfide erano Challenger di provincia, tra il 2021 e il 2022, il tennis che si gioca lontano dalle telecamere: una la vinse Cobolli, due Arnaldi. Le uniche due partite ad alto livello le hanno divise, una a testa: ad Arnaldi il torneo ATP di Umago nel 2023, a Cobolli l’unico precedente che assomiglia a venerdì, il secondo turno del Roland Garros 2025, vinto in quattro set. Quindi il 3-2 dice che Arnaldi ha la mano. La verità è che, dove il campo conta davvero, sono 1-1, e l’ultimo giro l’ha vinto Cobolli proprio a Parigi. Sul piano dei numeri, sulla terra, i due si somigliano più di quanto la classifica suggerisca. In carriera Cobolli ha 144 vittorie e 93 sconfitte sul rosso, Arnaldi 122 e 75. Al servizio è il sanremese a essere un filo più solido: mette la prima nel 59,4% dei casi e salva il 61,2% delle palle break, contro il 55,4% e il 58,4% di Cobolli. Nessuno dei due, però, è un bombardiere: poco più di tre ace a partita per entrambi. Tradotto: venerdì non ci salverà il servizio, si deciderà da fondo campo, dove un punto è una frase lunga e non una sillaba. Restano i due cammini, opposti come si possono immaginare. Cobolli è arrivato a Parigi da testa di serie numero 10, e ha costruito un percorso quasi senza sbavature fino alla prima vittoria in carriera contro un top 10 in uno Slam: il 4-6 6-4 6-4 6-4 in rimonta a Felix Auger-Aliassime, numero 6 del mondo. Arnaldi, invece, si è presentato al torneo con un ranking che lo collocava fuori dai primi cento, e ha attraversato il tabellone a forza di battaglie: Tsitsipas, poi un Tiafoe domato al quinto 7-6 6-7 3-6 7-6 6-4 quando era ormai sul ciglio del baratro, infine il derby con Berrettini. E qui un dato pesa più degli altri, perché racconta il tennis come è davvero. Il derby contro Berrettini Arnaldi non lo ha vinto: lo ha interrotto un infortunio. Sul 7-5, 5-2 il corpo di Matteo si è arreso, di nuovo. A passare non è stato un colpo vincente, è stata una resa. Il bugiardo più educato Il punteggio è il più cortese dei bugiardi. Ti porge un risultato e si tiene per sé la ragione. Quel 3-2 è un esempio quasi da manuale: archivia cinque partite e nasconde che tre erano un altro sport, giocato in un’altra vita, su campi senza tribune. Cancella che, da quando questi due ragazzi sono diventati grandi, si sono guardati negli occhi una volta sola che contasse, e quella volta vinse Cobolli. Il loro punteggio dice tre a due. Ma dove il campo conta davvero, non si sono ancora incontrati. Vale anche per chi venerdì non ci sarà. Arnaldi è in semifinale, e se lo è meritato sul campo per giorni interi, ma l’ultimo passo glielo ha consegnato un ginocchio che cedeva dall’altra parte della rete. Le grandi corse, quasi sempre, sono fatte anche degli inciampi degli altri. Due strade, una porta Mettile una accanto all’altra, le due strade, e capisci perché questa semifinale è bella prima ancora di cominciare. Arnaldi è la fenice di Sanremo: ripartito dal fondo della classifica, costruito set dopo set, partita dopo partita, con la testa di chi non ha più niente da perdere e proprio per questo gioca leggero. Cobolli è il ragazzo di Roma, classe 2002, il trascinatore dell’ultima Coppa Davis, quello arrivato qui da favorito annunciato e che il favore se lo sta meritando colpo su colpo. E poi c’è il numero che gli sta cambiando la vita. Cobolli aveva iniziato il 2026 da numero 22 del mondo. Oggi, da semifinalista, è virtualmente numero 10, con 3.040 punti, il miglior ranking della sua carriera, frutto di un quadruplo sorpasso su Bublik, Lehecka, Rublev e Ruud. Se venerdì vince, la top 10 è blindata a 3.540 punti. Se vincesse tutto il torneo, salirebbe addirittura quinto, a quota 4.240. Ma il contabile, prima di chiudere il registro, aggiunge la riga che fa sorridere e tremare. Se Cobolli perde in semifinale, il suo nome resta tra i primi dieci solo a una condizione: che Jakub Mensik, oggi numero 16 del ranking live e unico rivale rimasto per quella casella, non alzi la coppa domenica. Significa che il futuro di Cobolli, per una volta, non è soltanto nei suoi piedi. C’è un ragazzo di Roma che venerdì sera, dopo aver giocato la partita più importante della sua vita, potrebbe ritrovarsi a tifare di nascosto per Alexander Zverev. Il tennis sa essere anche questo: un destino che dipende da un campo dove tu non stai nemmeno giocando. Cinquant’anni, e un signore che premia C’è un dettaglio che trasforma questa semifinale da bella notizia a pagina di storia. Un italiano in finale al Roland Garros mancava dall’anno scorso, e averne uno per il secondo anno di fila non era mai successo nell’era Open. Ma il numero che fa girare la testa è un altro: cinquant’anni. Mezzo secolo esatto dal 1976, dall’unica volta in cui un italiano ha vinto questo torneo in singolare maschile. Quell’italiano si chiama Adriano Panatta, e quest’anno sarà a Parigi a consegnare il trofeo al vincitore. Provate a tenere insieme le due immagini. Un ragazzo nato nel 2002, che da bambino Panatta lo avrà visto al massimo in un documentario, va a giocarsi la finale di Parigi mentre il vincitore del 1976 attende a bordo campo con la coppa in mano. Cinquant’anni che si chiudono come un cerchio, in una settimana che per Cobolli vale già più di qualsiasi classifica. È la settimana più bella della mia vita. L’ha detto lui, dopo aver mandato baci e carezze a quel campo che ha chiamato il più bello in cui abbia mai giocato. Non sono frasi da titolo, sono il modo in cui un ragazzo prova a tenere a terra una felicità troppo grande. Quello che resterà Venerdì uno dei due perderà nel giorno in cui sperava di vincere tutto. E c’è già un primo sconfitto che non lo meritava: Matteo Berrettini, fermato un’altra volta non da un avversario ma dal proprio corpo. A lui, prima che ai due che giocheranno, va il rispetto pieno di chi sa che certe partite si perdono in infermeria. L’Italia, venerdì, non festeggerà soltanto. Festeggerà e piangerà la stessa partita, sullo stesso campo, nello stesso istante. È il prezzo dolce e crudele di avere finalmente troppi campioni nello stesso tabellone. Noi staremo a guardare con il doppio sguardo di sempre: Game e Set per i numeri che spiegano chi ha vinto, Sudore per i corpi e i cuori che ci spiegano perché. 📩 Iscriviti a Game, Set e Sudore Se anche tu pensi che il punteggio sia il più educato dei bugiardi, qui lo smontiamo insieme, una partita alla volta. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit gamesetsudore.substack.com

  5. Jun 3

    Tre re a Parigi, e la corona la prese il quarto

    C’è una fotografia che vale la pena tenere a mente prima di tornare indietro di undici anni. È del 25 maggio 2026, Court Simonne-Mathieu, Parigi, oltre trenta gradi. Un uomo di 41 anni ha appena perso al primo turno contro un olandese qualificato, numero 106 del mondo, e invece di sgattaiolare via riceve in mano una teca di vetro con dentro un pezzo di terra rossa. Sugli schermi scorrono i video della sua carriera. Federer, Nadal, Djokovic gli mandano un saluto. Il pubblico grida il suo nome e lui, con la voce che si incrina, dice una cosa semplice: è difficile salutarvi proprio qui, è stato per Roland Garros che ho voluto diventare un tennista. È l’addio di Stan Wawrinka, ventuno anni dopo la sua prima apparizione su quella terra. Tenete a mente quella scena. Perché su quella stessa terra, undici anni prima, lo stesso uomo era stato l’unico a non inchinarsi a nessuno. Il 2015 è l’anno che gli appassionati raccontano sempre dal lato sbagliato. Lo si ricorda come il torneo in cui Djokovic batté finalmente Nadal, e va benissimo, è vero. Ma è una mezza verità, ed è la più educata delle bugie. La verità intera è che a Parigi, quell’anno, c’erano tutti e tre i giganti, tutti in forma, tutti dentro al tabellone. E nessuno dei tre alzò la coppa. Federer, Nadal, Djokovic: tre re a un torneo solo, e la corona finì nelle mani del quarto uomo. Quello che nessuno aveva messo nel borsino. Quello con il rovescio più bello e la fama più piccola. La settimana in cui caddero in tre Mettiamoci per un momento gli occhiali di Rino Tommasi e leggiamo il tabellone come si legge un referto. Asciutto, senza enfasi, perché i numeri non hanno bisogno che si alzi la voce. Conviene ricordare con cosa arrivava ciascuno dei tre, perché è da lì che nasce tutto. Djokovic inseguiva l’unico Slam che gli mancava per completare il Grande Slam in carriera, e Parigi era la sua ossessione personale, il torneo che gli aveva già negato due finali, perse contro Nadal nel 2012 e nel 2014. Nadal difendeva il suo fortino, dove regnava da nove edizioni su dieci. Federer, a 33 anni, coltivava in silenzio il sogno di un secondo titolo a Parigi, sei anni dopo il primo e unico del 2009. Tre uomini, tre fami diverse, un solo torneo. Sulla carta, la coppa apparteneva a uno di loro. Era soltanto questione di quale. Primo a cadere, il più sorprendente di tutti. Martedì 2 giugno, quarti di finale: Stan Wawrinka, testa di serie numero 8, batte Roger Federer, numero 2 del mondo, con un perentorio 6-4 6-3 7-6. È la prima volta in carriera che Wawrinka supera Federer in uno Slam, ed è il terzo anno consecutivo che il Re elegante non arriva nemmeno in semifinale a Parigi. Federer, a fine partita, regala una di quelle frasi che dicono tutto. Oggi avrò fatto trenta e passa errori. Lui forse uno. Esagerava, certo, come fanno i grandi quando perdono. Ma il senso era quello: la potenza di Wawrinka quel giorno tagliava il vento come una lama. Lo stesso pomeriggio, dall’altra parte del tabellone, cade il secondo re. E qui la storia si fa monumentale. Novak Djokovic batte Rafael Nadal, il padrone assoluto di quella terra, 7-5 6-3 6-1. Per dare la misura: Nadal arrivava a quel match con qualcosa come una sola sconfitta in settantadue partite al Roland Garros, e una striscia di 39 vittorie consecutive. Djokovic non lo aveva mai battuto a Parigi prima di allora. Lo fa proprio nel giorno del ventinovesimo compleanno dello spagnolo. È il muro di dieci anni che crolla in un pomeriggio. Poi le semifinali, ed è il momento in cui il computeRino si gusta i dettagli. Venerdì Wawrinka liquida il francese Jo-Wilfried Tsonga in quattro set, 6-3 6-7 7-6 6-4, in una giornata da fornace. Il dato che spiega tutto: in quella partita Wawrinka salva sedici delle diciassette palle break che concede. Sedici su diciassette. Tsonga, dal canto suo, ne converte una su diciassette. Aveva le occasioni per girare il match almeno una dozzina di volte, e ogni volta sbatteva contro lo stesso muro. L’altra semifinale, Djokovic contro Murray, diventa invece una maratona spezzata in due giorni dalla pioggia, chiusa al quinto set dal serbo. Ma a quel punto la trama era già scritta: in finale, di fronte a Djokovic, ci sarebbe stato l’uomo che aveva già fatto fuori Federer. Aveva già vinto la finale che contava Domenica 7 giugno, Court Philippe-Chatrier. Stan Wawrinka batte Novak Djokovic 4-6 6-4 6-3 6-4 e vince il Roland Garros, il secondo Slam della sua carriera dopo gli Australian Open del 2014. Adesso fermiamoci e facciamo la cosa che a questo canale piace di più: leggere il punteggio al contrario. Perché quel 4-6 6-4 6-3 6-4 racconta una storia comoda, quella dell’uomo più forte che vince. Wawrinka chiude con sessanta vincenti contro i trenta di Djokovic, il doppio esatto. Crea quindici palle break, ne converte quattro. È clinico a rete. Tutto vero, tutto bellissimo. Ma c’è un’altra lettura, ed è quella che il punteggio si tiene per sé. Djokovic arrivava a quella finale avendo già combattuto e vinto la sua finale vera. Non la domenica: il mercoledì, ai quarti, contro Nadal. Quello era il match della sua vita, il muro che lo perseguitava da un decennio, l’unico ostacolo che lo separava dalla terra rossa. Lo aveva abbattuto. E quando hai scalato la tua montagna, quando hai fatto fuori il fantasma che ti tormentava da dieci anni, la coppa che resta da alzare sembra una formalità. Una pratica da sbrigare. Djokovic, dopo, lo ha confessato con onestà disarmante. Certo che ero più nervoso che in qualunque altra partita. Il career Grand Slam, il titolo che gli mancava, l’ossessione di una carriera intera: tutto quel peso lo portò in campo la domenica, non il mercoledì. Contro Nadal era leggero, non aveva niente da perdere, doveva solo giocare. Contro Wawrinka aveva tutto da perdere, e lo sapeva. Wawrinka, invece, era l’esatto contrario. Era l’uomo senza peso. Nessuno si aspettava niente da lui. Poteva solo guadagnare. E lo si vide proprio nei momenti che contavano. Alla fine del secondo set, quando Wawrinka brekkò per rimettere il conto in parità, Djokovic scagliò la racchetta contro la terra, la raccolse e la spaccò una seconda volta, riducendola a un rottame, fra i fischi del pubblico e il richiamo del giudice di sedia. Nel quarto set provò l’ultimo strappo da campione, volò sul 3-0 e per un istante sembrò aver rimesso le mani sulla partita. Poi si sciolse di nuovo: Wawrinka chiuse vincendo sei degli ultimi sette game. Non è il gesto di chi è semplicemente più debole. È il gesto di chi sta combattendo contro qualcosa di più grande dell’uomo che ha di fronte, e quel qualcosa lo aveva dentro. Djokovic non perse quella finale. La pagò. L’aveva già vinta ai quarti, contro l’uomo giusto, e il conto arrivò la domenica. Fu un’unica sconfitta in uno Slam, per Djokovic, in tutto il 2015: vinse gli Australian Open, Wimbledon e gli US Open, e perse soltanto quella domenica di Parigi. Una crepa sola in una stagione di marmo. E in quella crepa si infilò il quarto uomo. L’eterno secondo e il rovescio da museo Qui lasciamo parlare l’altra anima, quella dello Scriba, perché Wawrinka è un personaggio che Gianni Clerici avrebbe amato raccontare per pagine intere. Per quasi tutta la carriera, Stan è stato l’altro. L’altro svizzero. L’ombra cordiale di Federer, il compagno di Coppa Davis, il numero due di una nazione che aveva già il suo genio. Un buon giocatore, dicevano, mai un fuoriclasse. Aveva tatuato sull’avambraccio una frase di Beckett sul fallire meglio, ed era un programma di vita prima che un motto. Il contrasto con i mesi precedenti rendeva tutto ancora più improbabile. Solo un anno prima, da campione in carica degli Australian Open, Wawrinka era uscito al primo turno proprio a Parigi, spazzato via prima ancora di entrare nel torneo. E a gennaio di quello stesso 2015, a Melbourne, aveva ritrovato Djokovic in semifinale e aveva perso al quinto set. Arrivava a quella finale con le cicatrici fresche, non con lo slancio. La storia recente diceva che doveva perdere. Lui scelse il palcoscenico più grande per smentirla. E poi c’era quel rovescio. Il rovescio a una mano, un colpo che il tennis moderno ha quasi mandato in pensione, troppo difficile, troppo rischioso, troppo bello per essere efficiente. Quando Wawrinka lo tirava lungolinea, la pallina partiva con un suono diverso, e Djokovic, in quella finale, non riuscì mai davvero a leggerlo. Era un gesto da museo, anacronistico, una calligrafia in un’epoca di stampatello. Lo stesso Wawrinka, alla fine, disse che era stata una delle migliori partite della sua carriera, forse la migliore. C’era anche il dettaglio che fece sorridere il mondo intero: i pantaloncini a quadretti. Una fantasia improbabile, derisa, finita nei meme. Eppure in quei pantaloncini ridicoli Wawrinka vinse il torneo della vita, e da allora sono diventati leggenda, ripescati ogni anno con affetto. È il bello dei comprimari che diventano protagonisti: portano con sé tutta la loro goffaggine umana, e la trasformano in epica. Ma il dato che racchiude tutta la grandezza di Stan è un altro, ed è di una simmetria quasi commovente. Wawrinka ha vinto tre Slam in carriera. Australian Open 2014, Roland Garros 2015, US Open 2016. E in tutte e tre le finali ha battuto il numero uno del mondo: Nadal a Melbourne, Djokovic a Parigi, e di nuovo Djokovic a New York. Non un solo titolo facile, non un solo tabellone in discesa. Stan non vinceva mai le partite normali. Vinceva solo quelle impossibili. Era il giocatore sbagliato per le vittorie comode e quello giusto per le imprese. Veniva da diciassette sconfitte nelle ultime venti sfide contro Djokovic, eppure scelse la finale dello Slam per ribaltare tutto. Undici anni dopo, sulla stessa terra E così torniamo alla teca di vetro, al 25 maggio 2026, al pubblico che grida il suo nome. C’è una geometria perfetta in questa storia, ed è il ge

  6. Jun 2

    Tutti guardavano Fonseca. È passato Mensik.

    Court Philippe-Chatrier, sera. Il muro giallo delle maglie del Brasile che canta da ore, Guga Kuerten seduto in prima fila, lo scalpo di Djokovic ancora caldo di tre giorni prima. Parigi aveva già deciso di chi fosse questa quindicina. E in semifinale, alla fine, ci è entrato l’altro. Il tabellone dice 6-4 6-3 7-6, tre set, una specie di passeggiata. Tenetelo in mano un momento, e leggetelo al contrario. Perché il punteggio, lo sappiamo bene qui dentro, è il più educato dei bugiardi: ti porge un risultato pulito e si tiene per sé la parte difficile. E la parte difficile, stasera, sono sei match point. Se ami il tennis letto al contrario, dove conta più il perché del chi, qui trovi una storia nuova ogni settimana. Sei volte a un passo Jakub Mensik ha servito e risposto per la partita, e per sei volte non l’ha chiusa. Sul 6-5, con Fonseca al servizio per restare nel terzo set, il ceco si è procurato un grappolo di match point e li ha visti svanire uno dopo l’altro. Il brasiliano ne ha annullato uno con la prima di servizio, un altro Mensik se lo è divorato con uno smash a campo aperto. 6 pari, tie-break. E lì, finalmente, il classe 2005 ha tenuto i nervi: 7 punti a 3, settimo match point, chiuso con l’ennesima discesa a rete. Lo trovate nero su bianco anche sul sito ufficiale del torneo. Da dove arrivavano i due, è già metà del racconto. Fonseca a Parigi aveva scritto due resurrezioni: due set sotto e poi su, prima con Prizmic, poi con Novak Djokovic in una battaglia di quasi cinque ore finita 4-6 4-6 6-3 7-5 7-5. Poi Ruud, 7-5 7-6 5-7 6-2, tre set point annullati nel tie-break del secondo, 51 vincenti a testa. In quindici giorni il brasiliano aveva passato in campo più di 14 ore, quasi due in più del suo avversario. Anche Mensik, però, era arrivato lì con le gambe pesanti e una lezione freschissima. Due maratone al quinto: con Navone un tie-break decisivo vinto 13-11, finito lungo disteso sulla terra rossa per i crampi; con de Minaur una vittoria costruita dopo aver perso il primo set 6-0. E soprattutto, due giorni prima, contro Rublev, era stato proprio lui l’uomo davanti che rischia di sgretolarsi: avanti due set a zero, poi due set restituiti, poi il quinto ripreso per i capelli, 6-3. Sapeva benissimo, insomma, cosa stava sfiorando Fonseca quando si è ritrovato a un passo, sei volte. La legge, e l’eccezione C’è una regola che in questa rubrica torna quasi ogni settimana: la grande rimonta non è il capolavoro di chi insegue, è il crollo di chi era davanti. Stasera quella legge si è presentata puntuale, e si è fermata sulla soglia. A volte la rimonta non arriva non perché manchi il coraggio di chi insegue, ma perché chi è avanti, per una volta, si rifiuta di crollare. Mensik, sei volte a un punto dalla fine e sei volte respinto, non si è disfatto. E Fonseca, il ragazzo che della rimonta aveva fatto un mestiere, non ha avuto il suo quarto set perché dopo quattordici ore e due miracoli le gambe che scrivono i miracoli erano semplicemente vuote. Il 6-4 6-3 7-6 sembra una vittoria in scioltezza. È stata, invece, la cronaca di un crollo mancato. Quello che nessuno guardava Per due settimane Jakub Mensik ha volato al buio. Niente muro giallo, niente idolo nazionale in tribuna, niente prima pagina. Mentre il mondo intero guardava Fonseca abbattere Djokovic, lui sopravviveva a Navone, rimontava se stesso contro Rublev, e usciva dal quarto come prima riga di una storia nuova: è il primo giocatore nato nel 2005 o dopo a raggiungere una semifinale del Grande Slam. Il futuro è arrivato per davvero. Solo che non indossava la maglia che tutti aspettavano. C’è anche una linea che riporta indietro nel tempo. Mensik era già il più giovane ceco a un quarto Slam dai tempi di Ivan Lendl, era il 1980. Ora è in semifinale, e quel filo del tennis ceco, fatto di braccia lunghe e prime pesanti, gli ripassa fra le mani. E poi c’è Fonseca, a cui questa rubrica non riserverà mai un grammo di sarcasmo. La sua quindicina è stata un romanzo: battere Djokovic con Kuerten che si sbracciava in tribuna, lui che quattro anni prima, ragazzino, aveva giocato lì il suo primo Roland Garros tra gli juniores con lo stesso Guga a guardarlo. Sarebbe stato soltanto il quarto uomo brasiliano di sempre in una semifinale Slam, dopo Ron Barnes, Fernando Meligeni e proprio Kuerten. Gli è mancato un set. E sei punti. Dopo la vittoria con Ruud aveva raccontato cosa fosse cambiato in lui, e stasera suona quasi crudele riascoltarlo. Quello che è cambiato è soprattutto la testa: concentrarmi sui punti, non sulla fine della partita. Lui i punti li ha giocati fino all’ultimo. Stavolta, però, è stato l’altro a non voler guardare il traguardo finché non l’ha tagliato, dopo averlo mancato sei volte. Coda Ora arriva Zverev, numero 2 del tabellone, al sesto quarto di fila a Parigi e ancora a caccia del primo Slam della carriera. Per Mensik, una prima semifinale conquistata in sordina, lontano dalle luci che illuminavano un altro. È esattamente il tennis che ci piace raccontare qui: Game e Set per i numeri che spiegano, Sudore per i corpi e i cuori che restano in piedi dopo che il tabellone ha finito di mentire. 📩 Iscriviti a Game, Set e Sudore Se ami il tennis letto al contrario, dove conta più il perché del chi, qui trovi una storia nuova ogni settimana. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit gamesetsudore.substack.com

  7. Jun 2

    L’Italia Chiamò

    Il 2 giugno 1976, su un campo del Roland Garros, un italiano era a un punto dal fare le valigie. Adriano Panatta, fresco vincitore di Roma, stava perdendo al primo turno contro un cecoslovacco quasi sconosciuto, Pavel Hutka, un giocatore così bizzarro da servire con la sinistra e tirare il dritto con la destra. Panatta annullò il match point e vinse 12-10 al quinto. Da quel baratro nacque la primavera più bella del tennis italiano: pochi giorni prima, a Roma, aveva già rimontato undici match point al primo turno contro l’australiano Warwick, e da lì arrivò la doppietta sul rosso, Roma e Parigi nello stesso anno, un’accoppiata che resta unica nel nostro tennis. A dicembre, in Cile, ci sarebbe stata anche la Coppa Davis con la maglietta rossa, la prima della storia azzurra, conquistata dal quartetto di Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli con Nicola Pietrangeli capitano non giocatore. Un anno solo, e tutto in una volta. Lo Scriba, Gianni Clerici, lo raccontò con una frase che vale tutto. Vincere, dopo Roma, Roland Garros, è vincere il Tour dopo il Giro. Cinquant’anni dopo, oggi, lo stesso torneo ha invitato Panatta a premiare il vincitore della finale. Mezzo secolo esatto da quel punto annullato a Hutka. E mentre lui torna a Parigi da leggenda, sul campo non c’è un italiano. Ce ne sono tre. Ai quarti. Tre, dove non eravamo mai stati in tre Cominciamo dai numeri, asciutti. Al Roland Garros 2026 sono tre gli italiani ai quarti di finale: Matteo Berrettini, Matteo Arnaldi e Flavio Cobolli. Non era mai successo prima che tre azzurri raggiungessero i quarti di uno Slam nel singolare maschile. Il massimo storico era due, a Parigi nel 1948, nel 1956, nel 1960, nel 1973 con Panatta e Bertolucci, e l’anno scorso con Sinner e Musetti. Tre è un primato che non aveva precedenti. C’è di più, ed è il dato che fa girare la testa. Berrettini e Arnaldi sono nello stesso spicchio: si affronteranno tra loro ai quarti, un derby azzurro che garantisce all’Italia almeno un semifinalista. Cobolli, dall’altra parte della sezione, se la vedrà con Félix Auger-Aliassime, numero 6 del mondo. E i cammini non sono stati una passeggiata. Berrettini ha piegato l’argentino Francisco Comesaña in oltre cinque ore, al super tie-break del quinto set, poi negli ottavi ha battuto Juan Manuel Cerundolo per 6-3, 7-6, 7-6, annullando tre set point nel tie-break del terzo. A 30 anni compiuti è l’italiano più anziano mai arrivato ai quarti di uno Slam, e torna a questo punto a Parigi dopo cinque stagioni di infortuni. Arnaldi ha vinto una maratona da 5 ore e 26 minuti contro Frances Tiafoe, tre set decisi al tie-break. Cobolli, partito da testa di serie numero 10, ha superato lo statunitense Zachary Svajda ed è già certo di rientrare tra i primi 50 del mondo. Per cogliere il salto, un altro numero. Degli Slam in cui più di un italiano ha raggiunto i quarti nel singolare maschile, ben otto si concentrano dal 2022 a oggi: non una fiammata, una stagione lunga. E il derby Berrettini contro Arnaldi vale doppio, perché manda un azzurro in semifinale a uno Slam mentre l’altro resta in campo a giocarsela: una certezza che, fino a ieri, sarebbe sembrata fantascienza. C’è anche una coincidenza che pare scritta da un romanziere: il 2026 celebra il settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, e due dei tre azzurri ai quarti, Berrettini e Cobolli, sono romani cresciuti insieme negli stessi circoli della capitale. L’ultimo italiano ad alzare quel trofeo, cinquant’anni fa, era anche lui un ragazzo di Roma. Tutto questo, e qui sta il punto, senza Jannik Sinner e senza Lorenzo Musetti. Il numero uno del mondo è uscito al secondo turno. Il numero cinque di gennaio non si è nemmeno presentato, fermato da un problema alla coscia rimediato a Roma. Quattro nomi, una fotografia che mancava Il Roland Garros di quest’anno non è un episodio. È la punta di un’onda che si vedeva arrivare. Il 16 marzo 2026, per la prima volta nella storia, l’Italia ha messo quattro giocatori tra i primi venti del ranking ATP nello stesso giorno: Sinner, Musetti, Cobolli e Luciano Darderi. Una fotografia che il nostro tennis non aveva mai potuto scattare. In cima c’è un fenomeno che cambia le proporzioni di tutto. Jannik Sinner è il primo italiano numero 1 del mondo da quando esiste la classifica, dal 10 giugno 2024, ed è rimasto in vetta 66 settimane complessive. Musetti, numero 5 il 12 gennaio 2026, è diventato il terzo azzurro di sempre a entrare nei primi cinque dell’era Open, dopo Panatta, numero 4 nel 1976, e Sinner. Solo tre, in mezzo secolo, hanno toccato quella soglia. E qui rispondo alla domanda che mi sono fatto mille volte, da tifoso. Prima di Berrettini, c’era stato qualcuno lassù? Dal 1973, anno di nascita del ranking, soltanto 14 italiani sono entrati in top 20, e in top 10 appena sei: Panatta, Corrado Barazzutti, Fabio Fognini, Berrettini, Musetti e Sinner. Sei nomi in mezzo secolo. Per molto, moltissimo tempo, non ce n’è stato nessuno. E il gruppo non smette di salire. A maggio Cobolli aveva già toccato il numero 12, eguagliando Paolo Bertolucci come settimo miglior italiano dell’era Open, e con i quarti di Parigi è atteso da un nuovo primato personale. Darderi, quattordicesimo azzurro a entrare in top 20 da quando esiste la classifica, lassù ci è arrivato salendo dai tornei minori, un altro figlio del sistema più che del talento isolato. Il numero uno che ha perso da solo Torniamo alla partita che ha aperto tutto, perché racconta la legge di questo podcast meglio di qualsiasi altra. Giovedì 28 maggio, secondo turno, mezzogiorno spaccato su una Parigi rovente, oltre trenta gradi. Sinner domina i primi due set, 6-3, 6-2, e nel terzo arriva a condurre 5-1, a un game dalla vittoria. Poi il caldo lo svuota. Crampi, testa pesante, lo stomaco che si ribella. Perde quel set 5-7, poi 1-6 e 1-6. La sua prima sconfitta dopo 30 vittorie consecutive, per mano dell’argentino Juan Manuel Cerundolo, numero 56 del mondo. Ecco il punto. Cerundolo non ha battuto il numero uno. Lo ha battuto il caldo, quando il numero uno era avanti 5-1 e serviva per il match. Su questo giornale lo ripetiamo sempre: le grandi rimonte non sono il capolavoro di chi insegue, sono il crollo di chi era davanti. Il punteggio dice Cerundolo. La verità dice un corpo che si è spento sotto il sole. Lui stesso, in conferenza, ha ammesso di essere rimasto senza energie, una sconfitta difficile da accettare. Il rosso di Parigi resta l’unico Slam che gli manca, e comincia a sembrargli stregato. La punta di diamante la regala il caso. La miniera, qualcuno la deve scavare. E qui la storia diventa quasi un romanzo. Negli ottavi, l’uomo che ha rispedito a casa Cerundolo è stato Matteo Berrettini. La porta che il caldo aveva aperto sul numero uno, l’ha richiusa un altro azzurro. Sinner è la punta di diamante, lo hai detto bene. Ma una nazione tennistica non si misura dal suo diamante. Si misura da cosa resta quando il diamante esce dal campo. Al Roland Garros 2026 sono rimasti in tre. Quarantuno anni di silenzio Adesso la parte che mi tocca davvero. Per quarantuno anni, dopo Barazzutti, numero 7 nell’agosto del 1978, nessun italiano era più entrato in top 10. Quarantuno anni di silenzio, di domeniche passate a tifare l’unico che ci faceva sognare, sapendo che era solo. * Lo ha riaperto Fabio Fognini, numero 9 il 15 luglio 2019. * Poi è arrivato Berrettini, numero 6 nel gennaio 2022. Io sono cresciuto tennisticamente tifando Fognini. Bellissimo da vedere, mani da artista, una palla che sapeva fare cose che gli altri nemmeno immaginavano, e quasi sempre da solo contro il mondo. Lo amavi proprio perché era un’eccezione, un lampo in mezzo al nulla. Oggi mio figlio accende la televisione e ha l’imbarazzo della scelta. Tre azzurri nello stesso tabellone, quattro nei primi venti, un numero uno del mondo. Per lui è normale. Per me, che ho contato quei quarantuno anni di vuoto, è una piccola rivoluzione che fatico ancora a dare per scontata. Le basi posate prima dei campioni Come si passa dal lampo solitario al coro? Non per caso, e qui entra in scena un nome che non impugna una racchetta: Angelo Binaghi, presidente della Federazione Italiana Tennis e Padel dal 2001. La sua tesi, raccontata alla stampa, è che l’ascesa italiana non è frutto del caso né soltanto di singoli campioni, ma di un piano strutturato a lungo termine. La spina dorsale del modello sono i Centri Tecnici Federali, pensati per dare al talento continuità, metodo e visione, perché il talento, dice lui, è solo l’inizio. Intorno c’è un sistema intero. * SuperTennis, l’unica televisione tematica al mondo dedicata a una federazione, attiva da quindici anni. * Le Nitto ATP Finals portate a Torino. * La Coppa Davis riportata in casa, a Bologna. * Il Foro Italico in espansione, con il tetto sul Centrale previsto entro il 2028 e un torneo sull’erba in arrivo. E un dettaglio che chiude il cerchio aperto con Panatta: le tre Coppe Davis di fila, 2023, 2024 e 2025, le prime dopo quella del 1976. Per ritrovare un filotto di tre bisogna tornare al dominio statunitense dei primi anni Settanta. Nel 1976 una squadra magica e irripetibile. Oggi un sistema che le squadre le produce in serie. La parola di Binaghi, la più netta, è questa. Le basi le abbiamo poste quando Sinner non era nato. Non è solo orgoglio di casa. Dall’estero arrivano gli stessi riconoscimenti. Brad Gilbert, l’ex coach di Agassi, ha elogiato senza giri di parole il sistema dei Challenger giocati sul suolo italiano, che porta tanti giovani a maturare in casa. E Avvenire ha certificato che l’Italia è ormai la prima potenza mondiale del tennis, una crescita sistemica con radici profonde, non un colpo di fortuna. E non è soltanto questione di uomini. Le ragazze di Jasmine Paolini hanno vinto due Billie Jean King Cup di fila, e l’Italia è oggi l

  8. Jun 2

    Agassi: la criniera era finta, il sudore no.

    A quindici anni non cerchi un campione. Cerchi uno specchio. E per una generazione cresciuta fuori dagli schemi, quello specchio fu un americano coi jeans strappati che perdeva le finali e si rifiutava di giocare a Wimbledon. Gianni lo racconta da Scriba: la criniera bionda, i completi al neon, le lacrime sul prato più sacro del tennis. Rino lo riporta a terra con le cifre, perché qui i numeri non sono il contorno, sono la storia. Tre finali Slam perse di fila tra il 1990 e il 1991. Poi Wimbledon 1992, da testa di serie numero 12, con Becker e McEnroe lasciati sulla strada e una finale vinta su Goran Ivanišević 6-7, 6-4, 6-4, 1-6, 6-4, incassando 37 ace avversari. E infine il fondo del 1997, numero 141 del mondo, prima della risalita: 8 Slam, 60 titoli, 870 vittorie in 1144 partite. In mezzo, la bugia più lunga del tennis. Quella criniera che per noi era una bandiera di libertà era una parrucca, e lui giocava terrorizzato che cadesse a terra. “Image is everything”, prometteva la pubblicità. Era falso anche quello. Perché il punteggio, qui, resta il più educato dei bugiardi: ti porge 8 Slam e si tiene per sé il ragazzo calvo e spaventato che ci stava dietro. La risalita di Agassi non fu un miracolo, fu un uomo che smise di fingere. Con la telefonata di Marco da Roma. La puntata nasce dall’articolo Quanto un tennista mi ha fatto innamorare. Podcast realizzato tramite strumenti AI - Prompt e Desing by Luca Cazzaniga - Creatività Aumentata Di Luca C. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit gamesetsudore.substack.com

  9. Jun 1

    Grazie Matteo! Berrettini non è tornato per vincere. È tornato perché ama questo sport.

    Su Matteo Berrettini hanno scritto in tanti, e hanno scritto bene. Oggi non voglio aggiungere un’altra analisi tattica alla pila. Voglio fare una cosa più semplice, e in fondo più difficile: dirgli grazie. E dirgli che è forte. Perché quella di Matteo è una bellissima storia all’italiana. Un romanzo vero, di quelli con le vittorie e le sconfitte, le cadute e le scalate, scritto da un ragazzo che il proprio corpo lo ha tradito più volte di quante sia giusto chiedere a chiunque. Stasera, 1 giugno 2026, dopo aver battuto Juan Manuel Cerundolo ed essere tornato ai quarti del Roland Garros, ha detto una cosa che vale più di mille classifiche: Il tennis è l’amore della mia vita, se non fosse così non sarei qui dopo tutte le pause e gli infortuni. Ci sono stati momenti duri, non ero sicuro, non avevo fiducia. Adesso mi sento alla grande, anche grazie al mio carattere e alla mia resilienza. Si è sentito di nuovo vivo, ha detto. Ha sentito il brivido del pubblico di uno stadio pieno. Ecco, Matteo, questo pezzo è per te. Il bambino che si credeva scarso Per capire perché stasera conta, bisogna tornare indietro, a un bambino romano che a tennis non ci voleva nemmeno giocare. Prima della racchetta, Matteo tirava calci a un pallone e faceva judo. In campo ci è finito per seguire il fratello minore, Jacopo, e nel più bello dei paradossi sportivi è stato lui dei due a sfondare. Lo ha raccontato senza vergogna: da ragazzino si riteneva scarso, ci ha messo un po’ ad appassionarsi, e se oggi è qui è anche merito di quel fratello a cui si è tatuato addosso la data di nascita. C’è dentro tutto il sapore di una famiglia. La nonna Lucia, arrivata da Rio de Janeiro negli anni Sessanta. Il padre Luca, buon giocatore a livello regionale, e quei primi dritti tirati nei circoli di Roma. Il primo maestro, Raoul Pietrangeli, al Circolo della Corte dei Conti. Poi, intorno ai quattordici anni, la svolta: il passaggio al Circolo Canottieri Aniene e l’incontro con Vincenzo Santopadre, l’uomo che lo avrebbe cresciuto per oltre un decennio. Sullo sfondo, sempre, un sogno con un nome solo: Roger Federer. The Hammer, quando stava in cima al mondo C’è stato un Berrettini che il mondo lo guardava dall’alto. I numeri, che con lui non hanno mai avuto bisogno di aggettivi, dicono che il 31 gennaio 2022 Matteo era il numero 6 del ranking mondiale, con il suo picco assoluto di 5278 punti, e che a quel posto ci rimase undici settimane. Quel lunedì arrivava dopo la semifinale agli Australian Open, il suo capolavoro sul cemento di Melbourne. Era, anche se nessuno poteva saperlo, l’apice prima del precipizio. Lo chiamano The Hammer, il martello, e i dati spiegano perché. In carriera viaggia a oltre 9 ace di media a partita, con appena 1,8 doppi falli e il 68% di palle break salvate. Il servizio non è un dettaglio del suo gioco, è la colonna che lo regge, insieme a un dritto che fa rumore. E poi c’è l’erba, la sua superficie. Lì ha vinto il 77,6% dei match, 45 vittorie e 13 sconfitte, ed è su quel verde che nel 2021 è diventato il primo italiano della storia a giocarsi una finale a Wimbledon. La sua stagione migliore resta proprio quel 2021, chiuso con 42 vittorie e 13 sconfitte. Lo scalpo più pesante della carriera, invece, dice che questo ragazzo a smettere non ci pensava nemmeno: in piena traversata, nel 2025, ha battuto in rimonta sulla terra di Monte Carlo Alexander Zverev, numero 2 del mondo. Poi il corpo ha presentato il conto Dopo Wimbledon 2021, però, Matteo non è più stato lo stesso. Il suo è un fisico tanto imponente quanto fragile, e ha cominciato a presentargli il conto con una crudeltà che fa male solo a leggerla. L’ernia, gli addominali che tornavano come un debito mai saldato, l’operazione alla mano destra, il piede, la caviglia. Sette ritiri in quattro anni. Una volta, agli US Open del 2023, è uscito dal campo in sedia a rotelle perché non riusciva nemmeno a camminare. Ai suoi ha sussurrato due parole che sono un pugno allo stomaco: non me lo merito. E quella frase, “a ogni starnuto salto dal dolore”, la dice tutta su cosa significhi avere un corpo che ti combatte contro. La classifica racconta la stessa storia in cifre. Dal numero 6 è scivolato fino al 154esimo posto a inizio 2024, con quasi duecento giorni di inattività. Il 2023 lo ha chiuso con un misero 14 vittorie e 13 sconfitte, lui che era abituato a vincerne quaranta. E quando sembrava rinato, vincitore di tre tornei nell’estate 2024 ed eroe in Coppa Davis, il 2025 gli ha ripresentato lo stesso conto: salta il Roland Garros, salta gli US Open. Cade, patisce, si rialza, riassapora il gusto del campo e crolla di nuovo. Per anni è stato questo il suo romanzo. Nessuno si rialza da solo E qui arriva la parte che mi commuove di più, perché nessuno si rialza da solo, e Matteo non ha mai finto il contrario. Per oltre dieci anni c’è stato Santopadre. Poi, nella ricostruzione, sono arrivate altre mani. Da marzo 2026 il suo allenatore è lo svedese Thomas Enqvist, conosciuto alla Laver Cup, e Matteo ha raccontato una cosa semplice e bellissima: Enqvist gli ripete tutti i giorni che è uno dei giocatori più forti del mondo. A volte è esattamente questo che serve, qualcuno che ti ricordi chi sei quando hai smesso di crederci. E poi c’è Jannik. Il rapporto con Sinner è il filo più tenero di tutta questa storia. È stato proprio Matteo a dire che allenarsi con lui gli ha fatto capire che non era ancora il momento di smettere, che Jannik per lui è un esempio. Il numero uno del mondo, dal canto suo, lo ha ripagato con parole che pesano: siamo amici anche fuori dal campo, ha detto, e questo aiuta nei momenti più delicati. Alla domanda su che voto dare a Matteo dopo il doppio decisivo in Coppa Davis, Sinner non ha avuto dubbi: dieci per Mat. Era il doppio con cui, insieme, hanno trascinato l’Italia, lo stesso Matteo che un anno prima la Davis l’aveva vissuta dalla panchina, fermato dagli infortuni, a sgolarsi per gli amici. C’è chi lo ha sempre difeso anche a parole, come il capitano Filippo Volandri, che di lui ha detto la cosa più giusta: quando può allenarsi come si deve, torna a essere un tennista di livello altissimo. Il problema, per Matteo, non è mai stato il talento. È stato avere il tempo e la salute per mostrarlo. Il talento ti porta in alto una volta sola. A tornarci dopo ogni caduta, quello non è più talento. Quello è amore. Perché è tornato Allora la domanda vera è una: perché? Perché un uomo che ha avuto mille ragioni per smettere continua, ogni volta, a tornare? La risposta non l’ho inventata io, l’ha scritta lui. Nel dicembre del 2024, in una lettera d’amore dedicata al tennis, Matteo aveva messo nero su bianco tutto: Mi hai insegnato a essere resiliente, combattivo, a credere nelle persone con cui lavoro. Per me non è solo sport, ma l’occasione per incontrare persone, stringere amicizie che sono quasi famiglia. Stasera, sul Philippe-Chatrier, da numero 105 del mondo, con il ranking più basso fra tutti i giocatori rimasti, ha semplicemente ripetuto quella lettera con i fatti. Ha vinto in tre set contro Cerundolo, l’argentino che aveva eliminato Sinner, prendendosi anche una piccola, dolce rivincita per l’amico. È il suo settimo quarto di finale Slam, il primo dallo US Open 2022, e a Parigi mancava da quei quarti del 2021 persi con Djokovic: cinque anni. Ci è arrivato dopo una maratona di oltre cinque ore al turno precedente, la più lunga della sua carriera, chiusa in lacrime. Non è tornato per inseguire una classifica o un record. È tornato perché ama questo sport, e perché voleva sentire ancora una volta, come ha detto, il brivido di uno stadio pieno che urla il suo nome. Grazie Matteo C’è un motivo se l’Italia gli vuole così bene, e non è solo il servizio o il dritto. È che Matteo è uno di noi nel modo più bello del termine. Tifoso della Fiorentina al punto da ricevere le chiavi della città di Firenze, uno che tra un infortunio e l’altro ha trovato il tempo di regalare gelati ai bambini malati e di inventarsi iniziative per chi soffre. Un ragazzone di Roma che non si è mai montato la testa e non ha mai smesso di ringraziare chi gli sta intorno. Giocherà i suoi quarti, contro Tiafoe o contro l’amico Matteo Arnaldi, e onestamente come finirà conta poco. Può vincere, può perdere, e in entrambi i casi avrà già vinto la cosa più difficile: essere ancora lì, in piedi, dopo tutto. Perché questa, alla fine, è la parte più bella dello sport. Non i trofei, non i record, ma un uomo che cade sette volte e sette volte sceglie di rialzarsi, non per dovere, ma per amore. Quindi niente analisi, oggi. Solo due parole, quelle che meriti da tempo. Grazie Matteo, sei forte. Tutto questo era per te. 📩 Iscriviti a Game, Set e Sudore Se ami il tennis raccontato dalla parte che il punteggio non mostra, sei nel posto giusto. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit gamesetsudore.substack.com

  10. Jun 1

    L’immortale Serena Williams torna a giocare

    Lunedì mattina è arrivato un messaggio di quattro parole. “Good news travels fast”, le buone notizie viaggiano veloci, ha scritto Serena Williams sul suo profilo X. Poche ore dopo il Queen’s Club confermava quello che il messaggio lasciava intuire: torna a giocare. E qui comincia subito il primo equivoco, perché tutti, leggendo quel nome, hanno pensato alla stessa cosa. La più grande di sempre che rientra a caccia del titolo che le manca. È la lettura ovvia. È anche quella sbagliata. Perché Serena non rientra dalla porta che vi state immaginando, quella grande e illuminata del singolare. Rientra da una porta laterale, più silenziosa, che quasi nessuno teneva d’occhio. Rientra in doppio. Game e Set, i numeri di una che era già finita Partiamo dalle cifre, che con lei non hanno mai avuto bisogno di aggettivi. * Ventitré titoli del Grande Slam in singolare, record assoluto dell’era Open. * Quattordici Slam in doppio, vinti tutti accanto alla sorella Venus. * Trecentodiciannove settimane passate da numero uno del mondo. * Quattro ori olimpici. * Settantatré titoli in carriera. È, come ricordano dal torneo che la ospiterà, l’unica giocatrice ad aver completato il Career Golden Slam sia in singolare sia in doppio. Questi numeri sono fermi da un pezzo. L’ultima volta che Serena ha disputato una partita ufficiale era lo US Open 2022, terzo turno, sconfitta da Ajla Tomljanovic. Poi il silenzio, quasi quattro anni. Tecnicamente non si era mai nemmeno ritirata: nell’agosto di quell’anno aveva scelto una formula tutta sua, diceva che si stava evolvendo lontano dal tennis. Che non è la stessa cosa che appendere la racchetta al chiodo. Il dato nuovo, quello che capovolge la lettura, è il dove. All’HSBC Championships del Queen’s Club, torneo WTA 500 sull’erba di Londra, dall’otto al quattordici giugno, come wild card nel tabellone di doppio. Non in singolare. E con una compagna che ha diciannove anni, Victoria Mboko, attuale numero nove del mondo, che quando Serena alzava al cielo il suo primo Slam non era ancora nata. La tesi, cosa vuol dire davvero immortale Ed eccolo, il punto. Diamo a quella parola, immortale, il peso che si merita, invece di lasciarla scivolare via come un complimento da telecronaca. L’immortalità, nel tennis, non è non invecchiare. È poter tornare quando non hai più niente da dimostrare. I suoi numeri sono cristallizzati, perfetti così come sono. Non le aggiungerà nulla un torneo in più, non le toglierà nulla una sconfitta al primo turno. Serena non rientra per riscrivere una classifica. Rientra perché può, e perché vuole. È un privilegio che pochissimi atleti hanno potuto permettersi nella storia: rimettere piede in campo da padroni assoluti del proprio mito, in una posizione in cui nessun risultato può più scalfirli. Si gioca solo il piacere di giocare. Tutto il resto lo ha già vinto. Sudore, il corpo, le figlie, il record che è già di un altro C’è una storia, dentro questi quattro anni di assenza. Serena se n’era andata anche per diventare madre una seconda volta: la figlia Adira è nata nell’agosto del 2023. La prima, Olympia, era arrivata nel 2017, e qui conviene fermarsi su un dettaglio che da solo racconta chi è questa donna. Gli Australian Open di quell’anno, l’ultimo Slam in singolare della sua collezione, li vinse mentre era incinta. Non lo sapeva ancora nessuno. Lo sapeva lei, e ha continuato a vincere lo stesso. C’è poi un secondo equivoco da sciogliere, quello sul record. Per anni Serena ha rincorso i ventiquattro Slam di Margaret Court, il primato assoluto di sempre. Ci è arrivata a un soffio, quattro finali Slam giocate da neomamma, mai l’ultimo passo. La verità asciutta, quella che avrebbe scandito Tommasi senza muovere un muscolo della voce, è che oggi quel ventiquattro non è più una vetta solitaria che la attende. Nel frattempo anche Novak Djokovic lo ha raggiunto. Il numero non la chiama più con la stessa voce di un tempo. E poi c’è Venus, che in tutto questo non è un dettaglio. La sorella maggiore, quarantacinque anni, è già rientrata nel luglio del 2025 dopo sedici mesi lontano dai campi. Le Williams sembrano due donne che non sanno, o più probabilmente non vogliono, dire addio nel modo in cui lo dicono gli altri. Niente congedo solenne e definitivo, ma una porta lasciata socchiusa, una luce tenuta accesa. Del resto è così che hanno sempre fatto le cose: insieme, controcorrente, alle loro condizioni. Sul suo ritorno, Serena ha scelto parole semplici, legate proprio a questo torneo e a questa superficie: Il Queen’s Club mi sembra il posto perfetto per cominciare questo nuovo capitolo. L’erba mi ha regalato alcuni dei momenti più belli della mia carriera. Il sogno del singolare E allora la domanda arriva da sola, sommessa, quasi a bassa voce, mentre nessuno osa pronunciarla per primo. E se tornasse anche in singolare? Sia chiaro: è una suggestione, non una previsione, e va trattata con la delicatezza che merita un sogno. Le fonti sono prudenti, e fanno benissimo a esserlo. Dare per scontato perfino che giochi Wimbledon dopo il Queen’s è considerato un azzardo. Il doppio è un conto, il singolare a quarantaquattro anni contro ragazze nate nel nuovo millennio è un altro pianeta, e nessuno qui vuole vendere illusioni. Ma il tennis è anche il luogo dei sogni che non hanno bisogno di realizzarsi per esistere. Quella porta del singolare resta socchiusa per un motivo solo, lo stesso di sempre: Serena non ha mai avuto fame di record, ha avuto fame di gioco. Lo ha raccontato lei più volte in questi anni, parlando di quanto le mancasse la competizione, il bisogno di avere di nuovo qualcosa per cui combattere. Non è la caccia a una cifra. È la voglia di sentire ancora una volta la palla che morde la corda. Se quella voglia un giorno la riporterà da sola dall’altra parte della rete, sarà un regalo che il tennis non meritava nemmeno di ricevere. Se invece resterà soltanto un sogno, sarà comunque stato bellissimo immaginarlo. Coda Tra qualche giorno, sull’erba di Londra, una donna di quarantaquattro anni entrerà in campo accanto a una di diciannove. Probabilmente non vincerà il torneo, e va benissimo così, perché non è quello il punto e non lo è mai stato. Il punto è che c’è ancora, e che ha scelto di tornare non per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma semplicemente per giocare. Per il gusto di farlo. Le buone notizie viaggiano veloci, ha scritto. Questa, molto semplicemente, è una bella notizia. Qui il tennis lo raccontiamo così: i numeri di Game e Set per capire davvero cosa è successo, il Sudore per ricordare che dietro ogni cifra ci sono un corpo, una storia e, ogni tanto, anche un sogno tenuto socchiuso come una porta. 📩 Iscriviti a Game, Set e Sudore Se ami il tennis raccontato dalla parte che il punteggio non mostra, sei nel posto giusto. This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit gamesetsudore.substack.com

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