Zuccarello distinto melodista di Luigi Pirandello tempo di lettura: 14 minuti Sapevamo che Perazzetti, dopo avere sposato quella donna dal cane, non tanto per ridere, quanto per guardarsi dal pericolo di prender moglie sul serio, s’era dato da un pezzo, per non so quale connessione, allo studio della filosofia. Quali effetti un tale studio dovesse produrre in un cervello come il suo, era facile a noi tutti immaginare. Ma ce ne volle lui stesso rappresentare uno, l’altra sera, raccontandoci a suo modo la seguente avventura. — Ero, — cominciò a dire, guardandosi al solito le unghie, — ero, amici miei, in uno di quei momenti, purtroppo non rari, in cui la ragione (ne ho, per disgrazia, ancora un poco), sicura d’aver raggiunto alla fine quell’«assoluto» che tutti affannosamente, senza saperlo, andiamo cercando nella vita… — Io, no, — Io, no, — Io, no, lo interrompemmo a coro. — Bestie, se vi dico senza saperlo! La ragione, del resto, s’accorge a un tratto di tenere vittoriosamente stretto in pugno un codino, capite? invece dell’assoluto; un codino di parrucca, quel tal codino di parrucca, a cui s’aggrappava l’ineffabile barone di Münchhausen per tirarsi fuori dello stagno, nel quale era caduto. Protestammo che, se seguitava a parlare cosí difficile, non gli avremmo piú dato ascolto, e allora Perazzetti ci spiegò, paziente, con gli occhi chiusi e le mani avanti: — Ecco qua. Prima o poi, il fine che ci siamo proposto, a cui tendono tutti i nostri affetti, tutti i nostri pensieri, e che ha perciò acquistato per noi il valore intrinseco della nostra stessa vita, un valore assoluto, capite?; appena raggiunto, o anche prima d’essere raggiunto, ci si scopre vano. — Come? perché vano? — Ma perché ci accorgiamo, santo Dio, che, come questo fine, qualunque altro avremmo potuto proporcene, che sarebbe stato vano lo stesso. Perché l’assoluto, cari miei, quell’assoluto in cui soltanto potrebbe quietarsi il nostro spirito, non si raggiunge mai. — Ragion per cui è da imbecilli andarlo cercando, — osservò uno di noi. — Bravo! Quel che dico io, — approvò Perazzetti. — Ma lasciatemi dire, per favore. Ogni principio è difficile; poi viene il bello. Ecco: la vita nostra corre protesa tutta verso quel fine, nel quale s’illude di poter toccare e sentire la propria realtà. Crolla o svanisce quel fine, crolla e svanisce all’improvviso con esso la nostra realtà, o, piuttosto, l’illusione della nostra realtà. E allora (che è, che non è) privi d’un tratto della realtà che c’immaginavamo di poter finalmente toccare, ci vediamo vaneggiare nel vuoto e a ogni canto di strada possiamo veder passare la follia e, come niente, metterci a conversare con essa (che potrebbe anche essere l’ombra del nostro stesso corpo) e domandarle, per esempio, con molta buona grazia e delicatezza: — Chi piú ombra, o cara, di noi due? State a sentire. Ero dunque in uno di questi deliziosi momenti, con in mano il codino della mia ragione. Quasi senza accorgermene, passavo, di sera, per una delle vie piú popolose della nostra città. Mi pareva che la gente, tutta quanta impazzita come me, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram, le trombe delle automobili chiamassero ajuto, allorché, per caso, m’avvenne di posare lo sguardo su una tabella tra le due finestre ferrate d’un sotterraneo. Dalle grate di queste finestre s’intravedevano giú un banco di méscita di lacca verde e luccicante di specchi, una diecina di tavolini di marmo, attorno a cui stavano seduti molti avventori, uomini, donne; poi, un armonium, ecc. Su quella tabella due arrabbiatissime lampade elettriche scaraventavano friggendo un violento sbarbaglio livido su un manifesto rosso, che recava a grossi caratteri la scritta: IL SIGNOR ZUCCARELLO DISTINTO MELODISTA Ebbene, davanti a questo nome, con tanta rabbia folgorato da quelle due lampade, io mi fermai con la certezza acquistata lí per lí che questo signor Zuccarello, il quale si qualificava da sé con dolce probità distinto melodista, doveva aver raggiunto l’assoluto, e dunque, senza meno, essere un dio. — Un dio? Se ci riflettete bene, non può di conseguenza non essere un dio chi abbia raggiunto l’assoluto. Un nostro pernicioso errore è questo: immaginarci che, per diventare un dio, bisogni attingere con straordinarii mezzi altezze inaccessibili. No, amici miei. Niente fuori di noi, nessun’altezza. Coi mezzi piú comuni e piú semplici, un punto dentro di noi, il punto giusto, preciso, dove s’inserisca quel seme piccolissimo, che a mano a mano da sé sviluppandosi diverrà un mondo. Tutto è qui. Saper trovare in noi questo punto giusto per inserirvi il piccolo seme divino che è in tutti e che ci farà padroni d’un mondo. Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in quell’errore che debba essere altissimo e che ci vogliano mezzi straordinarii. Abbagliati da vane illusioni, aberrati da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche pervertiti da desiderii artificiosi, quel niente, quel puntino infinitesimale, che è la cosa piú comune e piú semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai a scoprirlo. Ma ecco qua questo signor Zuccarello. — «La dolcezza stessa del suo nome, — io mi diedi a pensare, — l’avrà portato un bel giorno a cantare, cosí, naturalmente, come fanno gli uccellini. S’è trovata in gola una discreta vocetta, e gli è bastata per distinguersi senza sforzo dagli altri. Un falso dio si sarebbe proclamato senz’altro: celebre melodista. Lui, no. Al signor Zuccarello, dio vero del suo mondo qual è, quale può essere, quale deve essere, basta proclamarsi distinto melodista. Tanto e non piú. Cioè, quanto basta per esser lui, e non un altro.» Assolutamente bisognava ch’io lo vedessi, gli parlassi quella sera stessa. La sua vista, una conversazione con lui, mi avrebbero senza dubbio rimesso a posto lo spirito, ridato la calma e la fiducia nella vita. Entrai dunque in quel caffè-concerto sotterraneo. Si doveva andare piú giú della sala col banco di méscita che s’intravedeva dalla via. Piú giú di molto. Ma in fondo non mi dispiacque l’idea che dovessi andare a conoscere sottoterra l’uomo che aveva raggiunto l’assoluto. Mi parve anzi giustissimo, e che non potesse essere altrimenti. — Quanto, il biglietto? — domandai allo sportellino. — Sedie o poltrone? — Ci sono anche poltrone? — Poltrone, sissignore. Tre lire, compreso l’ingresso e, a scelta, anche una consumazione. Titubante, guardai il bigliettajo, come per domandargli: — Tutto questo, col signor Zuccarello? Dio sa che cosa il bigliettajo arguí dalla mia aria smarrita, perché evidentemente il signor Zuccarello era per lui un numero come un altro del programma, e: — Prezzi normali, — soggiunse, come per tenersi fermo a un dato di fatto nell’incertezza penosa, in cui quel mio strano modo di guardarlo lo teneva sospeso. — Bene bene, — dissi per tranquillarlo. Diedi le tre lire, presi il biglietto e scesi due lunghe rampe di scala. Scendendo, avvertii subito che la terra si vendicava della violazione del suo grembo. Che questo grembo fosse squarciato per il riposo cieco e muto dei morti, la terra lo poteva tollerare; ma che fosse aperto, e cosí oscenamente, ad archi scosciati, e la cecità fosse rischiarata con tanta sfacciataggine da due grosse lampade, e il silenzio cosí profanamente offeso da canti sguajati, strimpellii di strumenti, acciottolío di stoviglie, risa sconce e applausi, questo no, questo non lo poteva tollerare. Ed ecco la sua vendetta: non ostanti gli sforzi del proprietario, la luce elettrica e la musica e gli specchi, quel caffè-concerto aveva il rigido squallore d’una tomba. Confesso che mi sarebbe piaciuto molto trovar laggiú, nelle poltrone e nelle sedie, serii e composti, con la loro brava consumazione davanti, intatta, velata di polvere e con qualche ragnetto natante, una moltitudine di morti, venuti per vie sotterranee a quel loro caffè-concerto, con gli abiti neri, lustri d’umido, spiegazzati e chiazzati qua e là da bianche gromme di muffa. Trovai di peggio. Morti in anticamera, aspiranti morti, pochissimi e oppressi d’una disperata tristezza. Ogni stato incerto è peggiore d’ogni cattivo stato certo. Si recavano alle labbra la tazza di caffè, lo sciop di birra, il bicchiere di menta, col gesto di chi pensa: — Poiché è ancora necessario ch’io lo beva… E nessuno guardava verso il piccolo palcoscenico, dove una scheletrica stella italiana miagolava, prima levando le braccia come per tentare d’aggrapparsi a un acuto che non riusciva a prendere, poi abbassando le mani con grazia squacquerata. La voce di questa canzonettista e il rombo dell’orchestrina facevano una violenza orribile, d’indegno stordimento, alla tragica, sconsolata solitudine di quelle poche mummie di avventori. Zitto zitto, in punta di piedi m’appressai a un cameriere e gli presentai il biglietto per avere indicato il mio posto. — Ma segga dove vuole, — mi rispose il cameriere. — Vede che non c’è nessuno? — Già, possibile? È cosí ogni sera? — Sú per giú… — Dunque il signor Zuccarello non richiama gente? — Chi? — Il signor Zuccarello. Il cameriere guardò nel programma. — Ah, già, — disse. — Nossignore, chi vuole che richiami? Avvilito, presi posto in una poltrona. La stella italiana, inchinandosi a vuoto tre o quattro volte, si ritirò tra le quinte; l’orchestrina tacque; un silenzio sepolcrale si fece nel caffè sotterraneo. Mi sorse allora come in un lampo di follia la tentazione di mettermi a battere fragorosamente le mani, per rompere, per fracassare quel silenzio, per far balzare in piedi atterriti quei pochi, taciturni, oppressi avventori, aspiranti morti. Mi avrebbero preso per pazzo? Ma che ero io? A restare lí ancora per poco, in quel vuoto sotterraneo, in quel sile