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La rivista di Liber Liber

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  1. 23h ago

    “Zuccarello distinto melodista” di Luigi Pirandello

    Zuccarello distinto melodista di Luigi Pirandello tempo di lettura: 14 minuti Sapevamo che Perazzetti, dopo avere sposato quella donna dal cane, non tanto per ridere, quanto per guardarsi dal pericolo di prender moglie sul serio, s’era dato da un pezzo, per non so quale connessione, allo studio della filosofia. Quali effetti un tale studio dovesse produrre in un cervello come il suo, era facile a noi tutti immaginare. Ma ce ne volle lui stesso rappresentare uno, l’altra sera, raccontandoci a suo modo la seguente avventura. — Ero, — cominciò a dire, guardandosi al solito le unghie, — ero, amici miei, in uno di quei momenti, purtroppo non rari, in cui la ragione (ne ho, per disgrazia, ancora un poco), sicura d’aver raggiunto alla fine quell’«assoluto» che tutti affannosamente, senza saperlo, andiamo cercando nella vita… — Io, no, — Io, no, — Io, no, lo interrompemmo a coro. — Bestie, se vi dico senza saperlo! La ragione, del resto, s’accorge a un tratto di tenere vittoriosamente stretto in pugno un codino, capite? invece dell’assoluto; un codino di parrucca, quel tal codino di parrucca, a cui s’aggrappava l’ineffabile barone di Münchhausen per tirarsi fuori dello stagno, nel quale era caduto. Protestammo che, se seguitava a parlare cosí difficile, non gli avremmo piú dato ascolto, e allora Perazzetti ci spiegò, paziente, con gli occhi chiusi e le mani avanti: — Ecco qua. Prima o poi, il fine che ci siamo proposto, a cui tendono tutti i nostri affetti, tutti i nostri pensieri, e che ha perciò acquistato per noi il valore intrinseco della nostra stessa vita, un valore assoluto, capite?; appena raggiunto, o anche prima d’essere raggiunto, ci si scopre vano. — Come? perché vano? — Ma perché ci accorgiamo, santo Dio, che, come questo fine, qualunque altro avremmo potuto proporcene, che sarebbe stato vano lo stesso. Perché l’assoluto, cari miei, quell’assoluto in cui soltanto potrebbe quietarsi il nostro spirito, non si raggiunge mai. — Ragion per cui è da imbecilli andarlo cercando, — osservò uno di noi. — Bravo! Quel che dico io, — approvò Perazzetti. — Ma lasciatemi dire, per favore. Ogni principio è difficile; poi viene il bello. Ecco: la vita nostra corre protesa tutta verso quel fine, nel quale s’illude di poter toccare e sentire la propria realtà. Crolla o svanisce quel fine, crolla e svanisce all’improvviso con esso la nostra realtà, o, piuttosto, l’illusione della nostra realtà. E allora (che è, che non è) privi d’un tratto della realtà che c’immaginavamo di poter finalmente toccare, ci vediamo vaneggiare nel vuoto e a ogni canto di strada possiamo veder passare la follia e, come niente, metterci a conversare con essa (che potrebbe anche essere l’ombra del nostro stesso corpo) e domandarle, per esempio, con molta buona grazia e delicatezza: — Chi piú ombra, o cara, di noi due? State a sentire. Ero dunque in uno di questi deliziosi momenti, con in mano il codino della mia ragione. Quasi senza accorgermene, passavo, di sera, per una delle vie piú popolose della nostra città. Mi pareva che la gente, tutta quanta impazzita come me, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram, le trombe delle automobili chiamassero ajuto, allorché, per caso, m’avvenne di posare lo sguardo su una tabella tra le due finestre ferrate d’un sotterraneo. Dalle grate di queste finestre s’intravedevano giú un banco di méscita di lacca verde e luccicante di specchi, una diecina di tavolini di marmo, attorno a cui stavano seduti molti avventori, uomini, donne; poi, un armonium, ecc. Su quella tabella due arrabbiatissime lampade elettriche scaraventavano friggendo un violento sbarbaglio livido su un manifesto rosso, che recava a grossi caratteri la scritta: IL SIGNOR ZUCCARELLO DISTINTO MELODISTA Ebbene, davanti a questo nome, con tanta rabbia folgorato da quelle due lampade, io mi fermai con la certezza acquistata lí per lí che questo signor Zuccarello, il quale si qualificava da sé con dolce probità distinto melodista, doveva aver raggiunto l’assoluto, e dunque, senza meno, essere un dio. — Un dio? Se ci riflettete bene, non può di conseguenza non essere un dio chi abbia raggiunto l’assoluto. Un nostro pernicioso errore è questo: immaginarci che, per diventare un dio, bisogni attingere con straordinarii mezzi altezze inaccessibili. No, amici miei. Niente fuori di noi, nessun’altezza. Coi mezzi piú comuni e piú semplici, un punto dentro di noi, il punto giusto, preciso, dove s’inserisca quel seme piccolissimo, che a mano a mano da sé sviluppandosi diverrà un mondo. Tutto è qui. Saper trovare in noi questo punto giusto per inserirvi il piccolo seme divino che è in tutti e che ci farà padroni d’un mondo. Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in quell’errore che debba essere altissimo e che ci vogliano mezzi straordinarii. Abbagliati da vane illusioni, aberrati da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche pervertiti da desiderii artificiosi, quel niente, quel puntino infinitesimale, che è la cosa piú comune e piú semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai a scoprirlo. Ma ecco qua questo signor Zuccarello. — «La dolcezza stessa del suo nome, — io mi diedi a pensare, — l’avrà portato un bel giorno a cantare, cosí, naturalmente, come fanno gli uccellini. S’è trovata in gola una discreta vocetta, e gli è bastata per distinguersi senza sforzo dagli altri. Un falso dio si sarebbe proclamato senz’altro: celebre melodista. Lui, no. Al signor Zuccarello, dio vero del suo mondo qual è, quale può essere, quale deve essere, basta proclamarsi distinto melodista. Tanto e non piú. Cioè, quanto basta per esser lui, e non un altro.» Assolutamente bisognava ch’io lo vedessi, gli parlassi quella sera stessa. La sua vista, una conversazione con lui, mi avrebbero senza dubbio rimesso a posto lo spirito, ridato la calma e la fiducia nella vita. Entrai dunque in quel caffè-concerto sotterraneo. Si doveva andare piú giú della sala col banco di méscita che s’intravedeva dalla via. Piú giú di molto. Ma in fondo non mi dispiacque l’idea che dovessi andare a conoscere sottoterra l’uomo che aveva raggiunto l’assoluto. Mi parve anzi giustissimo, e che non potesse essere altrimenti. — Quanto, il biglietto? — domandai allo sportellino. — Sedie o poltrone? — Ci sono anche poltrone? — Poltrone, sissignore. Tre lire, compreso l’ingresso e, a scelta, anche una consumazione. Titubante, guardai il bigliettajo, come per domandargli: — Tutto questo, col signor Zuccarello? Dio sa che cosa il bigliettajo arguí dalla mia aria smarrita, perché evidentemente il signor Zuccarello era per lui un numero come un altro del programma, e: — Prezzi normali, — soggiunse, come per tenersi fermo a un dato di fatto nell’incertezza penosa, in cui quel mio strano modo di guardarlo lo teneva sospeso. — Bene bene, — dissi per tranquillarlo. Diedi le tre lire, presi il biglietto e scesi due lunghe rampe di scala. Scendendo, avvertii subito che la terra si vendicava della violazione del suo grembo. Che questo grembo fosse squarciato per il riposo cieco e muto dei morti, la terra lo poteva tollerare; ma che fosse aperto, e cosí oscenamente, ad archi scosciati, e la cecità fosse rischiarata con tanta sfacciataggine da due grosse lampade, e il silenzio cosí profanamente offeso da canti sguajati, strimpellii di strumenti, acciottolío di stoviglie, risa sconce e applausi, questo no, questo non lo poteva tollerare. Ed ecco la sua vendetta: non ostanti gli sforzi del proprietario, la luce elettrica e la musica e gli specchi, quel caffè-concerto aveva il rigido squallore d’una tomba. Confesso che mi sarebbe piaciuto molto trovar laggiú, nelle poltrone e nelle sedie, serii e composti, con la loro brava consumazione davanti, intatta, velata di polvere e con qualche ragnetto natante, una moltitudine di morti, venuti per vie sotterranee a quel loro caffè-concerto, con gli abiti neri, lustri d’umido, spiegazzati e chiazzati qua e là da bianche gromme di muffa. Trovai di peggio. Morti in anticamera, aspiranti morti, pochissimi e oppressi d’una disperata tristezza. Ogni stato incerto è peggiore d’ogni cattivo stato certo. Si recavano alle labbra la tazza di caffè, lo sciop di birra, il bicchiere di menta, col gesto di chi pensa: — Poiché è ancora necessario ch’io lo beva… E nessuno guardava verso il piccolo palcoscenico, dove una scheletrica stella italiana miagolava, prima levando le braccia come per tentare d’aggrapparsi a un acuto che non riusciva a prendere, poi abbassando le mani con grazia squacquerata. La voce di questa canzonettista e il rombo dell’orchestrina facevano una violenza orribile, d’indegno stordimento, alla tragica, sconsolata solitudine di quelle poche mummie di avventori. Zitto zitto, in punta di piedi m’appressai a un cameriere e gli presentai il biglietto per avere indicato il mio posto. — Ma segga dove vuole, — mi rispose il cameriere. — Vede che non c’è nessuno? — Già, possibile? È cosí ogni sera? — Sú per giú… — Dunque il signor Zuccarello non richiama gente? — Chi? — Il signor Zuccarello. Il cameriere guardò nel programma. — Ah, già, — disse. — Nossignore, chi vuole che richiami? Avvilito, presi posto in una poltrona. La stella italiana, inchinandosi a vuoto tre o quattro volte, si ritirò tra le quinte; l’orchestrina tacque; un silenzio sepolcrale si fece nel caffè sotterraneo. Mi sorse allora come in un lampo di follia la tentazione di mettermi a battere fragorosamente le mani, per rompere, per fracassare quel silenzio, per far balzare in piedi atterriti quei pochi, taciturni, oppressi avventori, aspiranti morti. Mi avrebbero preso per pazzo? Ma che ero io? A restare lí ancora per poco, in quel vuoto sotterraneo, in quel sile

    25 min
  2. 1d ago

    “La vita nuda” di Luigi Pirandello

    La vita nuda di Luigi Pirandello tempo di lettura: 22 minuti — Un morto, che pure è morto, caro mio, vuole anche lui la sua casa. E se è un morto per bene, bella la vuole; e ha ragione! Da starci comodo, e di marmo la vuole, e decorata anche. E se poi è un morto che può spendere, la vuole anche con qualche profonda… come si dice? allegoria, già!, con qualche profonda allegoria d’un grande scultore come me: una bella lapide latina: HIC JACET… chi fu, chi non fu… un bel giardinetto attorno, con l’insalatina e tutto, e una bella cancellata a riparo dei cani e dei… — M’hai seccato! — urlò, voltandosi tutt’acceso e in sudore, Costantino Pogliani. Ciro Colli levò la testa dal petto, con la barbetta a punta ridotta ormai un gancio, a furia di torcersela; stette un pezzo a sbirciar l’amico di sotto al cappelluccio a pan di zucchero calato sul naso, e con placidissima convinzione disse, quasi posando la parola: — Asino. Là. Stava seduto su la schiena; le gambe lunghe distese, una qua, una là, sul tappetino che il Pogliani aveva già bastonato ben bene e messo in ordine innanzi al canapè. Si struggeva dalla stizza il Pogliani nel vederlo sdrajato lí, mentr’egli s’affannava tanto a rassettar lo studio, disponendo i gessi in modo che facessero bella figura, buttando indietro i bozzettacci ingialliti e polverosi, che gli eran ritornati sconfitti dai concorsi, portando avanti con precauzione i cavalletti coi lavori che avrebbe potuto mostrare, nascosti ora da pezze bagnate. E sbuffava. — Insomma, te ne vai, sí o no? — No. — Non mi sedere lí sul pulito, almeno, santo Dio! Come te lo devo dire che aspetto certe signore? — Non ci credo. — Ecco qua la lettera. Guarda! L’ho ricevuta ieri dal commendator Seralli: Egregio amico, La avverto che domattina, verso le undici… — Sono già le undici? — Passate! — Non ci credo. Seguita! — …verranno a trovarLa, indirizzate da me, la signora Con… Come dice qua? — Confucio. — Cont… o Consalvi, non si legge bene, e la figliuola, le quali hanno bisogno dell’opera sua. Sicuro che… ecc. ecc. — Non te la sei scritta da te, codesta lettera? — domandò Ciro Colli, riabbassando la testa sul petto. — Imbecille! — esclamò, gemette quasi, il Pogliani che, nell’esasperazione, non sapeva piú se piangere o ridere. Il Colli alzò un dito e fece segno di no. — Non me lo dire. Me n’ho per male. Perché, se fossi imbecille, ma sai che personcina per la quale sarei io? Guarderei la gente come per compassione. Ben vestito, ben calzato, con una bella cravatta elioprò… eliotrò… come si dice?… tropio, e il panciotto di velluto nero come il tuo… Ah, quanto mi piacerei col panciotto di velluto come il tuo, scannato miserabile che non sono altro! Senti. Facciamo cosí, per il tuo bene. Se è vero che codeste signore Confucio debbono venire rimettiamo in disordine lo studio, o si faranno un pessimo concetto di te. Sarebbe meglio che ti trovassero anche intento al lavoro, col sudore… come si dice? col pane… insomma col sudore del pane della tua fronte. Piglia un bel tocco di creta, schiaffalo su un cavalletto e comincia alla brava un bozzettuccio di me cosí sdrajato. Lo intitolerai Lottando, e vedrai che te lo comprano subito per la Galleria Nazionale. Ho le scarpe… sí, non tanto nuove; ma tu, se vuoi, puoi farmele nuovissime, perché come scultore, non te lo dico per adularti, sei un bravo calzolajo… Costantino Pogliani, intento ad appendere alla parete certi cartoni, non gli badava piú. Per lui, il Colli era un disgraziato fuori della vita, ostinato superstite d’un tempo già tramontato, d’una moda già smessa tra gli artisti; sciamannato, inculto, noncurante e con l’ozio ormai incarognito nelle ossa. Peccato veramente, perché poi, quand’era in tèmpera di lavorare, poteva dar punti ai migliori. E lui, il Pogliani, ne sapeva qualche cosa, ché tante volte, lí nello studio, con due tocchi di pollice impressi con energica sprezzatura s’era veduto metter su d’un tratto qualche bozzetto che gli cascava dallo stento. Ma avrebbe dovuto studiare, almeno un po’ di storia dell’arte, ecco; regolar la propria vita; aver un po’ di cura della persona: cosí cascante di noja e con tutta quella trucia addosso, era inaccostabile, via! Lui, il Pogliani… ma già lui aveva fatto finanche due anni d’università, e poi… signore, campava sul suo… si vedeva… Due discreti picchi alla porta lo fecero saltare dallo sgabello su cui era montato per appendere i cartoni. — Eccole! E adesso? — disse al Colli, mostrandogli le pugna. — Loro entrano e io me ne esco, — rispose il Colli senza levarsi. — Ne stai facendo un caso pontificale! Del resto, potresti anche presentarmi, pezzo d’egoista! Costantino Pogliani corse ad aprir la porta, rassettandosi su la fronte il bel ciuffo biondo riccioluto. Prima entrò la signora Consalvi, poi la figliuola: questa, in gramaglie, col volto nascosto da un fitto velo di crespo e con in mano un lungo rotolo di carta; quella, vestita d’un bell’abito grigio chiaro, che le stava a pennello su la persona formosa. Grigio l’abito, grigi i capelli, giovanilmente acconciati sotto un grazioso cappellino tutto contesto di violette. La signora Consalvi dava a veder chiaramente che si sapeva ancor fresca e bella, a dispetto dell’età. Poco dopo, sollevando il crespo sul cappello, non meno bella si rivelò la figliuola, quantunque pallida e dimessa nel chiuso cordoglio. Dopo i primi convenevoli, il Pogliani si vide costretto a presentare il Colli che era rimasto lí con le mani in tasca, e mezza sigaretta spenta in bocca, il cappelluccio ancora sul naso; e non accennava d’andarsene. — Scultore? — domandò allora la signorina Consalvi invermigliandosi d’un subito per la sorpresa: — Colli… Ciro? — Codicillo, già! — disse questi impostandosi su l’attenti, togliendosi il cappelluccio e scoprendo le folte ciglia giunte e gli occhi accostati al naso. — Scultore? perché no? Anche scultore. — Ma mi avevano detto, — riprese, impacciata, contrariata, la signorina Consalvi, — che lei non stava piú a Roma… — Ecco… già! io… come si dice? Passeggio, — rispose il Colli. — Passeggio per il mondo, signorina. Stavo prima ozioso fisso a Roma, perché avevo vinto la cuccagna: il Pensionato. Poi… La signorina Consalvi guardò la madre che rideva, e disse: — Come si fa? — Debbo andar via? — domandò il Colli. — No, no, al contrario, — s’affrettò a rispondere la signorina. — La prego anzi di rimanere, perché… — Combinazioni! — esclamò la madre; poi, rivolgendosi al Pogliani: — Ma si rimedierà in qualche modo… Loro sono amici, non è vero? — Amicissimi, — rispose subito il Pogliani. E il Colli: — Mi voleva cacciar via a pedate un momento fa, si figuri! — E sta’ zitto! — gli diede su la voce il Pogliani. — Prego, signore mie, s’accomodino. Di che si tratta? — Ecco, — cominciò la signora Consalvi, sedendo. — La mia povera figliuola ha avuto la sciagura di perdere improvvisamente il fidanzato. — Ah sí? — Oh! — Terribile. Proprio alla vigilia delle nozze, si figurino! Per un accidente di caccia. Forse l’avranno letto su i giornali. Giulio Sorini. — Ah, Sorini, già! — disse il Pogliani. — Che gli esplose il fucile? — Su i primi del mese scorso… cioè, no… l’altro… insomma, fanno ora tre mesi. Il poverino era un po’ nostro parente: figlio d’un mio cugino che se n’andò in America dopo la morte della moglie. Ora, ecco, Giulietta (perché si chiama Giulia anche lei)… Un bell’inchino da parte del Pogliani. — Giulietta, — seguitò la madre, — avrebbe pensato d’innalzare un monumento nel Verano alla memoria del fidanzato, che si trova provvisoriamente in un loculo riservato; e avrebbe pensato di farlo in un certo modo… Perché lei, mia figlia, ha avuto sempre veramente una grande passione per il disegno. — No… cosí… — interruppe, timida, con gli occhi bassi, la signorina in gramaglie. — Per passatempo, ecco… — Scusa, se il povero Giulio voleva anzi che prendessi lezioni… — Mamma, ti prego… — insisté la signorina. — Io ho veduto in una rivista illustrata il disegno del monumento funerario del signore qua… del signor Colli, che mi è molto piaciuto, e… — Ecco, già, — appoggiò la madre, per venire in ajuto alla figliuola che si smarriva. — Però, — soggiunse questa, — con qualche modificazione l’avrei pensato io… — Scusi, qual è? — domandò il Colli. — Ne ho fatti parecchi, io, di questi disegni, con la speranza di avere almeno qualche commissione dai morti, visto che i vivi… — Lei, scusi, signorina, — interloquí il Pogliani, un po’ piccato nel vedersi messo cosí da parte, — ha ideato un monumento su qualche disegno del mio amico? — No, proprio uguale, no… ecco, — rispose vivacemente la signorina. — Il disegno del signor Colli rappresenta la Morte che attira la Vita, se non sbaglio… — Ah, ho capito! — esclamò il Colli. — Uno scheletro col lenzuolo, è vero? che s’indovina appena, rigido, tra le pieghe, e ghermisce la Vita, un bel tocco di figliuola che non ne vuol sapere… Sí, sí… Bellissimo! Magnifico! Ho capito. La signora Consalvi non poté tenersi di ridere di nuovo, ammirando la sfacciataggine di quel bel tipo. — Modesto, sa? — disse il Pogliani alla signora. — Genere particolare. — Sú, Giulia, — fece la signora Consalvi levandosi. — Forse è meglio che tu faccia vedere senz’altro il disegno. — Aspetta, mamma. — pregò la signorina. — È bene spiegarsi prima con il signor Pogliani, francamente. Quando mi nacque l’idea del monumento, devo confessare che pensai subito al signor Colli. Sí. Per via di quel disegno. Ma mi dissero, ripeto, che Lei non stava piú a Roma. Allora m’ing

    39 min
  3. May 13

    “La libertà” di Cesare Pavese

    La libertà di Cesare Pavese tempo di lettura: 10 minuti L’amico Alessio mi confessa che non ama i bambini. Non perché siano seccanti, mi dice, ma perché soltanto a guardarli si capisce che vivono in un mondo che non è il nostro e vedono sentono ascoltano tutt’altro che noi. Qui sulla spiaggia ce ne sono molti; parliamo, beninteso, di quelli che hanno piú di tre anni, che vanno, che giocano per conto loro. Ce ne sono dei deliziosi, specialmente i biondini; qualcuno strilla, fa lo sciocco, scappa. Ma qualcuno, a volte, si ferma, ritto davanti al mare, guarda la sabbia, la tenta col piede nudo, oppure si siede in attesa: sono queste le pose che arrestano Alessio. Un vero livore gli danno i piú grandi verso i sei, gli otto anni. Perché questi non soltanto vivono a modo loro ma sanno anche rendersene conto, e lo squadrano dall’alto in basso, valutandolo. I piccini, se non sono convinti della sua faccia, tutt’al piú scappano o si mettono a strillare; ma questi altri non cedono, non hanno motivo di cedere: lo guardano o, peggio, di guardarlo non si degnano. — E adesso che cosa farai, – dice un giorno a mio figlio, che s’era appeso a un ramo trasversale d’ulivo e non sapeva piú né tornare al tronco né lasciarsi cadere. Finí che si lasciò cadere e poi finse di non potere piú drizzarsi e cominciò a mugolare, e Alessio senz’avvicinarsi lo guardò tra spaventato e astioso. — Ci ho gusto, – si dissero a vicenda, Alessio con rabbia, e l’altro saltando in piedi, ma fu Alessio che rimase male. Alessio è sposato ma non ha figli. Sua moglie racconta alla mia che non fanno nulla per non averne. Sono convinto che se avesse un figlio non ci vedrebbe piú che per i suoi occhi, ma tant’è, non ce l’ha, e passa il tempo a odiarne la razza. — Non è che gli voglia male, – mi disse una volta. Ne avevamo davanti tutta una banda che confabulavano giocando a carte sulla sabbia. – Guarda che facce. Sembrano giocatori di professione. Quello che spaventa in questa gente è che, non essendo responsabili, si comportano come se lo fossero. Perché quello lí magro si è legato il fazzoletto a piegabaffi? Non è soltanto imitazione. Hanno altri motivi. Non li sanno neanche loro. E quando saranno uomini agiranno in conseguenza. Effettivamente, quando passeggiamo con Alessio, la spiaggia che un momento prima era soltanto baccano e serenità, si trasforma in un limbo di anime inquiete, di attimi silenziosi che isolano ciascuno, piccolo o grande, e gli dànno un’angoscia, un disagio che non appaiono a fiore del volto ma si ricorderanno. Parlavamo dei bambini. E Alessio è ossessionato dall’idea che, nella sua incoscienza, ogni bambino va sperimentando e auscultando dentro di sé gli istinti, le velleità, le voci che seguirà una volta adulto. Secondo Alessio è mostruoso che in un’età di mero gioco, di umori e capricci irresponsabili, si vada formando, come si forma sott’acqua un corallo, tutto lo schema del contegno futuro. S’infervora in questo discorso. Evidentemente parla di sé. Mio figlio non ha l’aria di tendere l’orecchio alle voci dell’istinto. È un poco canaglia e burlone, ma non ha doppi fondi. Pensa soltanto a divertirsi e a fare i tuffi. Alessio dice che a sette anni lui era tale e quale. — Vedi, – mi spiega, – non è che in quest’età si abbia coscienza di se stessi, e si ragioni sui propri atti per chiarirsene il valore. È evidente. Non per niente i ragazzi vivono in un mondo diverso dal nostro. I ragazzi non pensano, agiscono. Per questo si chiamano istintivi. Ma è proprio questa scelta innocente che avviene dentro di loro: per esempio davanti a un pericolo, uno piange, l’altro scappa, l’altro si butta a terra, l’altro fischia; e loro non lo sanno, ma, uomini, faranno lo stesso. — Macché. E la libertà? Alessio dice che della libertà se ne infischia e che non vuole sentirne parlare. Ha di queste uscite brusche; e poi, magari dopo mezz’ora, ritorna sul discorso e tende a scusarsi. Ciò gli succede anche con la moglie, che ha l’aria sempre un poco spaventata. — Alessio, – lei dice, – per voler bene ha bisogno di agitarsi. Poi se ne vergogna –. Mia moglie che la conosceva prima del matrimonio, come io conoscevo Alessio, seppe da lei una truce storia di stravizi cui l’amico si dava a ogni intoppo del loro amore. Anch’io ne ero al corrente, ma non l’aveva mica detto a me l’amico che l’amarezza degli stravizi gli serviva a farsi perdonare e redimere dalla fidanzata. Alessio ha gli occhi azzurri, e quand’è avvilito non si può senza commuoversi vedere come li rivolge distratto. E lui lo sa. L’altro giorno che punii mio figlio perché aveva fatto non so che, Alessio mi chiese: — Dove va, adesso? — Va sotto la scala a fare il cane bastonato, – risposi. Lui allora, uscendo con me, prese a raccontarmi che quand’era bambino di sei-sette anni faceva lo stesso. — Certe volte ero contento se mi picchiavano, perché cosí mi sentivo disperato e potevo guardare fieramente il cielo, o rinchiudermi col gatto sul balcone e piangergli sulla schiena. Nessuno sapeva che in quel momento tutti i miei, e il paese, e il mondo intero, esistevano soltanto per torturarmi e che questo piacere era cosí grande che non l’avrei cambiato con i baci di nessuno. Potevo farlo allora, era una cosa innocente. Ma chi si accorga di ripeterlo a quindici anni, a diciotto, a venticinque, e nell’avvilimento si lasci andare come una spugna nell’acqua, è ancora un innocente, o è un disgraziato? La natura non si smentisce. — Diciamo che è un sentimentale. Alessio storse la bocca. — C’era dei giorni che dicevo «Sí, papà» e intanto pensavo come sarebbe stato bello levargli la cravatta e scannarlo. Questo ti sembra sentimentale? — Evidentemente. Ma Alessio sa che scherzo volentieri, e non si offese. Mi disse invece che mio figlio stava assaporando in quegli istanti le sofferenze di tutta la vita futura. Eravamo sulla spiaggia e mi distrassi a guardare i corpi distesi. C’era un gruppo di ragazzi che discutevano qualche loro gioco; riconobbi parecchi amici di mio figlio, ma lui non lo vidi. Cercai mia moglie: era distesa prona sulla sabbia e si rosolava le spalle. Scambiai ancora qualche parola inquieto; poi non mi tenni piu. Dissi ad Alessio di aspettarmi all’ombrellone e tornai a casa. Ricordo che a Guido avevo dato un secco schiaffo in pubblico, mantenendo il viso impassibile come usa in questi casi; e lo schiaffo era stata la conclusione di un lungo armeggío di occhiate tese intercorso tra noi. Già la sera prima c’era stata tempesta per un’altra monelleria, e ormai capivo che il ragazzo poteva anche trovarsi nello stato d’animo descritto da Alessio. Lo cercai nel cortiletto, nella casa vuota – le camere disordinate e spoglie di quando si è tutti alla spiaggia. Vidi i suoi calzoncini su una sedia, ma lui non c’era. Infastidito ma col cuore che batteva, stavo per uscire, quando udii uno scricchiolio nel cortile. Levai gli occhi. Come non l’avevo veduto prima? Mio figlio se ne stava appollaiato sul tetto del cesso con le ginocchia sotto il mento, e guardava non guardava me e la strada. Abbronzato com’era aveva un viso impassibile. — Che fai? – gli chiesi. Guido lasciò passare un istante e rispose con un grugnito. — Perché sul cesso? — Niente. Si guardò con ostentazione le punte dei piedi. Io non sapevo piú che dire; soprattutto non volevo che capisse che ero venuto a cercarlo. — Tua madre ti cerca, – dissi. Guido sorrise sdegnoso. Un sorriso che, cosí di sotto in su, non gliel’avevo mai veduto. — Non vai a fare il bagno? — Lasciami stare, – brontolò Guido, e quel sorriso dileguò nel semplice broncio che conosco. Non soltanto sdegnoso ma nel lampo degli occhi c’era stato qualcosa di crudele, di cattivo. Sapevo bene che a parlargliene l’avrei soltanto fatto mentire. E perciò mi accontentai di pigliarlo con le buone e di dirgli che venisse a giocare e aiutarlo a scendere. Ricordo che Guido fu caritatevole e non ebbe l’aria di trionfare per la sua vittoria. Ma questo è proprio nel carattere descritto da Alessio. Fine. Troverai tanti altri racconti da leggere nella Mediateca di Pagina Tre (clicca qui!) Scopri sul sito Internet di Liber Liber ciò che stiamo realizzando: migliaia di ebook gratuiti in edizione integrale, audiolibri, brani musicali con licenza libera, video e tanto altro: https://liberliber.it. Se questo libro ti è piaciuto, aiutaci a realizzarne altri. Fai una donazione: https://liberliber.it/aiuta/. LIBRO PARLATO: VOCE: Paola Ferrero DATA: 13/05/2026 QUESTO E-BOOK: TITOLO: La libertà AUTORE: Cesare Pavese DIRITTI D'AUTORE: no LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: https://www.liberliber.it/opere/libri/licenze/ TRATTO DA: Racconti / Cesare Pavese. - Torino : Einaudi, [1994]. - 525 p. ; 20 cm.. - (Einaudi tascabili ; 212). SOGGETTO: FIC029000 FICTION / Brevi Racconti (autori singoli)

    10 min
  4. Mar 18

    Storia di un pezzo di vetro di Guido Cremonese

    Storia di un pezzo di vetro di Guido Cremonese tempo di lettura: 30 minuti Il vecchio professore, circondato dai suoi assistenti e dalla studentesca, nel gabinetto di anatomia patologica, tenendo in mano un pezzetto di vetro, una scheggia, concluse la sua dissertazione con queste parole: — A che cosa è mai attaccata la vita umana! Poi, volto ad un assistente, gli chiese: — Hai scritto il cartellino? — Eccolo – rispose il giovane, porgendogli un pezzo di cartoncino su cui era scritta la storia che univa quel pezzo di vetro al gabinetto dell’illustre professore. Lo scienziato collocò ogni cosa in una scansìa a metà piena; poi, seguìto dai suoi giovani amici, uscì da quella stanza. Non appena vide il terreno sgombro da persone pericolose, il pezzo di vetro si guardò intorno, e per prima cosa volse un’occhiata tra ironica e indagatrice ai suoi due vicini. L’uno era un bel pezzo di colesterina, un grosso calcolo epatico; l’altro, un calcolo renale misto di urati e fosfati. Sul piano superiore della scansìa, senza che egli potesse vederlo, un grosso cancro dello stomaco, ubbriaco fradicio dell’alcool in cui era immerso, osservava ogni cosa con apatico senso di superiorità morale. A dire il vero, il gabinetto non fu troppo entusiasta nel ricevere il nuovo venuto. Un pezzo di vetro: che mai poteva aver che fare, in così nobile consesso di rappresentanti della patologia, un miserabile pezzo di vetro? Due grosse gambe, per quanto colpite da elefantiasi, minacciavano di prendere a calci il nuovo venuto: un teschio (che da un’apertura lasciava vedere un grosso tumore aderente all’osso) digrignava i denti; mentre un certo numero di intestini, poi, borbottavano delle minacce mal compresse… Ma il piccolo pezzo di vetro sorrideva, guardava tutti con occhio scintillante, e non aspettava che un’occasione per esplodere. E questa occasione gliela diede un calcolo biliare suo vicino che lo apostrofò così: — Che cosa vieni a far qui, tu, miserabile campione di quel regno minerale, inorganico per giunta, che rappresenta un gradino della creazione, l’infimo gradino, sul quale noi tutti siamo passati da migliaia di secoli? Il vetro gli rispose con molta dignità: — Anzitutto voi mi dovete rispetto, perchè io sono un vostro antenato di stirpe nobile, di carattere incorruttibile, di un’anzianità incommensurabile, poichè io esisto ab eterno. — Anche noi! Anche le nostre molecole esistono ab eterno! – urlarono gli altri ad una voce. — Le vostre molecole: non voi. Inoltre io ho una storia nobilissima che voi neppure immaginate. Tu, giovane calcolo biliare, sei nato e vissuto in un corpo infermo; e malgrado la tua bella apparenza, sei sempre stato in contatto con sostanze… che non voglio nominare. Altrettanto dirò di voi, superbi intestini, che a null’altro siete mai stati buoni che a digerire e a digerir male. Il pezzo di vetro aveva intenzione di mettere alla gogna tutti i suoi nuovi compagni; ma questi l’interruppero ad una voce: — La storia! Vogliamo saper la storia! Il vetro si raccolse un momento; poi, con voce tintinnante, incominciò a narrare. * * * — La mia origine è interessante per gli scienziati, che invano la vanno cercando con le loro induzioni; ma voi che non siete scienziati e non comprendete i problemi sull’origine della materia, troverete più interessanti le mie avventure fra gli uomini. Vi basti sapere che, un tempo, il mondo era tutto un fuoco: un fuoco tanto caldo, che i metalli vi si trovavano allo stato di vapore. Allora non esistevano distinzioni: c’era vita per tutti, e tutti vivevano in una specie di anarchia, liberi da leggi e da legami. Ma venne il brutto momento in cui alcuni di noi incominciarono a raffreddarsi; e, come sempre accade nelle rivoluzioni, si formarono dei gruppi, delle masse selezionate; gli elementi affini si riunirono, e sorsero le prime associazioni di lotta per l’esistenza, le più antiche che rammenti la storia. Le reazioni… chimiche, s’intende, erano continue: molti di noi passarono dalla vita ad uno stato di letargo, che il freddo rendeva simile alla morte; e gli elementi più facinorosi – gli alcali e gli acidi – venivano sempre a conflitto, gettando l’anarchia, seminando le esplosioni, pescando nel torbido, per impadronirsi degli elementi più deboli ed assimilarseli. Il governo provvisorio, costituito da due gas, pensò a metter fine alle guerre civili, soffocando ogni cosa… nell’acqua. L’ossigeno e l’idrogeno, dico, per misura di ordine pubblico, fecero un diluvio: i più si raffreddarono al punto da potersi dire per sempre soggiogati: e quei pochi che ancora lanciavano qualche bomba, erano ormai così ridotti di numero che nessuno si curò più di loro. In questo modo la grande massa della nostra società primitiva, vinta e domata, divenne ben presto, come accade dopo le lotte violente, vittima di pochi audaci. Incominciarono a sorgere i parassiti, i primi composti organici, che, con la scusa del progresso, vivevano a nostre spese. Poi, giustizia volle che altri parassiti facessero altrettanto dei primi. Così vennero al mondo le prime cellule vegetali, che mangiavano i composti organici (come gli amidi, i cianuri, ecc.); poi vennero le prime cellule animali che, con la solita scusa del progresso, mangiavano le vegetali… e così, di lotta in lotta, sempre mangiando i proprii inferiori in gerarchia, siamo giunti allo stato attuale. Adesso, è vero, ci prendiamo la rivincita, perchè, con sempre maggior frequenza, diamo l’assalto all’uomo ed a preferenza all’uomo ricco. Ne siete prova voi, o cancri di tutte le specie, che vi mostrate più spietati con le persone più egoiste e meglio nutrite, stabilendo così un principio di giustissima rappresaglia contro questa gente che, non contenta di mangiare i proprii inferiori, mangia spesso, sotto forme velate, i proprii simili. Di tali birbonate, ai miei tempi, non se ne facevano. Il ferro era amico del ferro: e se poi si adattò a battere l’oro, lo fece per punirlo della sua ignavia e della sua corruzione. E non è vero che fra noi, servi della gleba, non esista progresso. L’oro, che era un vanerello, è diventato amico della scienza e rende buoni servigi alla fotografia; l’argento è utile in fotografia, in medicina, in tante altre cose… Noi del vetro facciamo delle buone lenti… Il piombo, quel vile traditore, è uno dei pochi che commetta tanti soprusi contro la buona gente, ammazzando, ferendo, avvelenando… e ingannando la gente quando si presta a tingere i capelli. Il birbante! È per questo che mi sono disgustato del mondo; che mi son dato alla rivoluzione, all’anarchia, e con tanti miei fratelli ho giurato la strage. È per questo che ora sono qui, condannato alla reclusione, per avere avute delle nobili idee di rivendicazione. Ma questo lo dirò dopo, alla fine della mia storia. * * * Quando l’idrogeno e l’ossigeno, accordatisi insieme, decisero di metter pace fra i turbolenti con quel po’ po’ di diluvio, io me ne andai a villeggiare su una montagna che, poco tempo dopo, emerse dalle acque. Presi posto, insieme ad altri amici, in un fianco del monte; e ci riunimmo, per difenderci, formando una bella massa di silice. Se l’anarchia avesse durato ed io fossi stato ambizioso, avrei potuto unirmi con qualche altro elemento e formare un bel cristallo di rocca; ma i tempi tristi mi insegnarono che la modestia è un elemento di tranquillità. Rimasi in villeggiatura per un tempo straordinariamente lungo: e, per mio conto, non mi sarei mosso. Ma i soliti anarchici provocarono, un giorno, un’eruzione nel monte e lo fecero saltare con un’esplosione. Le solite violenze dei sovversivi! Io ruzzolai in una pianura dove feci la conoscenza dell’uomo. Questo accadde varie migliaja di anni fa. Non so dirvi quanto tempo rimasi inerte in quella pianura, trasportato ora dalle pioggie, ora dai torrenti. Il destino, che mi ha fatto nascere in Italia, mi ha sempre ricondotto qui, malgrado le infinite mie peregrinazioni. Un giorno, adunque, mentre mi scaldavo mollemente al sole, un uomo passò, mi vide, mi raccolse, mi portò in una spelonca. Ero un bel pezzo di silice forte e compatta: potevo essere utilizzato. Infatti egli, con mia somma rabbia, e malgrado la resistenza che gli opposi, mi trasformò in una ascia, senza curarsi del male che mi faceva sfregandomi contro una pietra più dura di me e che con me si mostrò così poco solidale da usurarmi i fianchi. (Come se fossimo uomini l’uno e l’altra!). A dire il vero, io ho sempre avuto dei principii progressisti: ragion per cui quel buon uomo non potè fare a lungo uso di me. Ai primi atti di ferocia che voleva commettere per mio mezzo mi ribellai; ed un giorno, mentre egli voleva uccidere un suo simile, io preferii spezzarmi anzichè dar mano ad una simile infamia. E fu mercè questa precauzione, per quanto dolorosa, che le mie due parti rimasero lì, per terra, per un tempo lunghissimo. Contemplavo melanconicamente la marina che mi stava dinanzi; ammiravo le meraviglie naturali di quella terra primitiva (ben diversa dall’attuale), ma non riuscivo a cacciar via da me la noja che mi proveniva per l’isolamento dai miei simili. Certamente dovettero passare molti anni, prima che io fossi tolto di là: perchè i primi uomini che rividi non erano più armati di pietra, come una volta, ma avevano utensili ed armi di rame. Era un giorno di tempesta furiosa: tutto, intorno a me, era schianto, rabbia di vento, folgori, pioggia. Dalla marina giungeva lo scrosciar delle onde contro gli scogli; ed ogni tanto la raffica mi portava uno spruzzo di acqua salata. In quel terribile cozzar di elementi, una nave lottava contro la morte; ed io la vedevo apparire e sparire dietro le onde, prossima ad infrangersi, malgrado l’eroismo dei suoi marinai. Ma il mio ed il loro destino vollero che essi giungessero a salvamento in un piccolo porto n

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  5. Mar 4

    “Cinematografo cerebrale” di Edmondo De Amicis

    Cinematografo cerebrale di Edmondo De Amicis tempo di lettura: 30 minuti Il Cavaliere (come lo chiamavano in casa le persone di servizio) accompagnò fino all’uscio la moglie e le figliuole, che andavano al teatro, poi rientrò nella sala da desinare, s’adagiò sur una poltrona davanti al camino, incrociò le mani sul petto, e pensò: «Come farò ad ammazzare queste tre ore?». Da molti anni non gli era piú accaduto di dover risolvere una difficoltà di quella natura. Il lavoro dell’ufficio, le faccende di casa, le cure maritali e paterne e gli amici e i giornali gli avevano sempre occupata la giornata cosí pienamente ch’egli non si ricordava d’essere stato mai un’ora, come si suol dire, solo con sé stesso, e non sapeva perciò che cosa fosse il pensare per pensare, senza uno scopo determinato, e tanto meno l’analizzare i propri pensieri, il fare spettacolo della propria mente a sé medesima. I giornali, quella sera, li aveva già scorsi, di legger libri non aveva l’abitudine, e il sonno non gli veniva che verso la mezzanotte. Pensò dunque che il miglior modo di passar quelle tre ore fosse quello di non pensare a niente. E ci si provò subito, non dubitando della facilità di riuscirvi. Ma riconobbe ben presto che il non pensare non era possibile fuorché scacciando l’un dopo l’altro tutti i pensieri confusi che gli si presentavano; alcuni dei quali resistevano, come importuni che volessero esser ricevuti a ogni costo; e che questa era una maggior fatica mentale di quella ch’egli voleva scansare. E allora pensò che gli conveniva meglio pensare a qualche cosa. «Fissiamoci» disse tra sé «in un pensiero piacevole, e il tempo passerà rapidamente». E si fissò nel pensiero del pranzo di Natale, a cui invitava ogni anno parenti e amici. Ma quasi subito altri pensieri non piacevoli si frammischiarono a quello: la morte di un commensale dell’anno scorso, un amico che non poteva piú invitare perché gli aveva fatto un brutto tiro, la cuoca che si sarebbe ubriacata, come soleva a tutte le feste di famiglia. Cercò di raccogliersi in altri pensieri lieti: gli seguí lo stesso: ciascun di quelli, dopo un poco, si sviava, si confondeva con altri, figliati da lui, od estranei, di tutt’altra natura, che di dolce lo rendevano insipido o amaro. «Già», pensò scrollando il capo: «bisognerebbe che la mente fosse come una casa di cui potessimo chiudere le porte e le finestre per trattenerci non disturbati con chi ci piace; e invece è una casa aperta da ogni parte, senza battenti e senza imposte, come un edifizio non finito, dove entra chi vuole. Questo è il busillis». E stette un po’ pensando su quel busillis. A un tratto comparve a una di quelle finestre il viso d’un suo antico compagno di collegio, che lo meravigliò, poiché da lunghissimo tempo, da vent’anni forse, egli non ci aveva piú pensato. Per tutto quel tempo era rimasto sommerso, come annullato nella sua mente. O in che modo era risorto? E come quello, chi sa quante altre persone e cose e fatti erano sepolti nella sua memoria. C’è dunque un cimitero nella nostra testa, pensò. Quando ricorriamo col pensiero la nostra vita, e crediamo di ricorrerla intera, ne ricordiamo una parte soltanto: un’altra parte, e chi sa quanta, è scomparsa, perduta, come se non l’avessimo vissuta: una parte di noi è già morta! E, cosa strana, di quel viso risuscitato egli non vedeva che la fronte, gli occhi e il naso; la parte inferiore mancava come in una maschera lacerata. Si mise a cercarla; si stancò inutilmente in quello sforzo, e tirò uno sbadiglio sonoro. Quel suono terminò al suo orecchio in una nota da cui, quasi spontaneamente, gli si svolse nel capo il motivo della Marsigliese, ed egli vide intorno a sé uomini feriti, sangue, picche buttate a terra, e lontano moltitudini urlanti, generali impennacchiati, reggimenti che passavano sur un orizzonte oscuro, flagellati dalla pioggia, fra i lampi. E dopo un momento sentí una voce, come d’una persona seduta accanto a lui, che gli domandò: «E se avessero ragione i socialisti?». Aveva altre volte fatta a sé quella domanda. «Già, e se avessero ragione i socialisti?» ripeté, e alzando gli occhi vide la faccia zazzeruta e barbuta di Carlo Marx sopra il pendolo del caminetto. Ma dall’inquietudine che gli soleva dare quel pensiero lo distrasse subito l’immagine del bel fianco d’una operaia ch’egli aveva osservato anni addietro in un «corteo» popolare del Primo Maggio, e di cui aveva seguito con l’occhio il movimento grazioso e procace fin che era scomparso a una cantonata. Si richiamò alla mente il viso dell’operaia, che aveva veduto di sfuggita, e in quello, con sua sorpresa, ritrovò la parte inferiore del viso del suo compagno di collegio. «Strano!» pensò. «Eppure non si somigliano». Ripensò al compagno: un buon figliuolo, che si rodeva le unghie tutto il giorno: ed egli rivide, come in una mano che gli passasse davanti agli occhi, una di quelle unghie mezze mangiate. Ma dietro a quello gliene comparve un altro, dagli occhi loschi, del quale scacciava sempre l’immagine perché gli ricordava una triste figura ch’egli aveva fatta per cagion sua. La scacciò anche allora. Ma quella ritornò. Per liberarsene, pensò al suo ufficio: ci vide in un angolo quella faccia. Pensò a un’opera in musica che aveva sentito mesi avanti: c’era quel brutto muso sul palco scenico. Corse col pensiero all’Arsenale della Spezia, nella basilica di San Pietro, in mezzo a un ghiacciaio delle Alpi che aveva attraversato da giovane: in ogni luogo vide scintillare quegli occhi loschi. Ne ebbe dispetto, e quasi sgomento. Si ricordò d’una formica che un giorno aveva visto correre disperatamente qua e là, rimbuccarsi, uscir dalla buca, rinascondersi e ricomparire con una formica piú piccola sempre attaccata alla testa che pareva non le dovesse dar requie mai piú. Non si sarebbe piú liberato da quell’immagine odiosa? Era forse quello il principio di una fissazione che l’avrebbe fatto ammattire? A che pensare per liberarsene? Si chinò, appoggiando i gomiti sulle ginocchia e si mise a osservare le ceneri del caminetto. A poco a poco in quel breve spazio egli vide montagne, valli, pianure, la faccia d’un mondo arso, dove non restava piú traccia di vita. E quello spettacolo di desolazione dandogli tristezza, volle pensare a un paese abitato e florido, ma lontano, in cui il suo pensiero non fosse turbato da alcuna immagine del mondo dov’egli viveva. «Scegliamo» disse tra sé. E pensò la Bolivia. Perché la Bolivia? Non sapeva nulla di quel paese, eccetto che era nell’America. Perché aveva scelto quello e non un altro? Un perché ci era senza dubbio: qualche legame nascosto con le cose che pensava prima. Quello, e non un altro, gli si doveva presentare alla mente. Dunque non aveva scelto. Dunque egli non pensava a quello che voleva; ma a quelle cose a cui era condotto a pensare. Che cos’era quindi la spontaneità, la libertà del pensiero? Che cosa la volontà? E che era lui se non una macchina pensante, che si moveva secondo che i suoi congegni volevano, e di cui egli non era che spettatore? E mentre faceva queste riflessioni, nella mente che gli si cominciava a confondere gli suonò distintamente un nome: «Alcibiade!». Ripeté meravigliato: «Alcibiade!». Questo nome gli era come uscito da un ripostiglio della memoria improvvisamente aperto; ma non aperto da lui. Alcibiade! Un grand’uomo, un greco, ch’egli conosceva poco: un personaggio del mondo scolastico. E fra i ricordi che subito gli si ridestarono dei primi anni del Ginnasio – visi, banchi, libri, la cameretta dov’egli studiava – vide una sua cuginetta bionda, e riebbe la sensazione della prima volta ch’egli aveva tenuta stretta la mano di lei, dietro il cuscino d’un sofà, su cui fingevano di giocare in presenza dei parenti: una sensazione sconosciuta, vivissima, dolcissima, un rimescolamento profondo di tutto l’essere, come il principio d’una nuova vita. E si ricordò d’aver ricordato un’altra volta cosí tutt’a un tratto e riprovato quella sensazione molti anni addietro in una via erbosa e solitaria della città di Ferrara, dov’era stato di passaggio. Ferrara! Il nome d’un suo collega d’ufficio di quando era a Firenze: un caro buontempone, con un naso enorme, che aveva un ciuffetto di peli sulla punta. E vide la stanza della trattoria dove desinavano insieme, e il neo che aveva sul mento la figliuola del trattore. Che stranezza! Quel neo lo fece pensare a una macchietta nera ch’egli aveva visto in un piatto quella mattina a colazione, e quel piatto al piattino che teneva il suo giornalaio davanti al finestrino del chiosco, dove i compratori mettevano i soldi. Una curiosa faccia buffa di vecchio satiro quel giornalaio! Ci fissò il pensiero, ed ebbe un’illusione singolarissima. Sentí nel viso proprio la forma di quel viso, e la sentí in modo da parergli che se in quel punto egli si fosse specchiato avrebbe visto nello specchio il giornalaio ridente con quella gran bocca squarciata, come soleva ridere; e come egli aveva visto ridere cento visi, anni avanti, alla stazione di Roma, per una oscenità irresistibilmente comica detta da un operaio affacciato a uno sportello del treno che partiva per Frascati. Quest’ultimo ricordo aperse nella sua mente una bòtola, da cui saltò fuori la sua cameriera – una fresca ragazza tutta curvilinea – che in presenza di sua moglie egli non guardava mai; e gli apparve non piú vestita che la Venere dei Medici, con un par d’occhi indiavolati. Egli si lasciò andare a poco a poco e si chiuse in un’immaginazione, dalla quale si riscosse poi bruscamente come un uomo colto in flagrante delitto, e pensando a sua moglie, si guardò intorno con occhio inquieto. Ma per quale concatenamento d’idee egli era venuto a quella dal ricordo gentile e poetico della sua cuginetta? Cercò, risalí col pen

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  6. Feb 24

    “Divinazione” di Cordelia

    Divinazione di Cordelia (alias Virginia Tedeschi Treves) tempo di lettura: 30 minuti In generale, quando il dottor de Roberti invitava a pranzo i suoi colleghi, dimenticava le noie della professione, era allegro, vivace, spiritoso, parlava di cose frivole, e gli pareva d’esser ritornato ai bei tempi in cui era studente. Egli sedeva a tavola come al solito, cogli amici, ma quella sera non parlava, rispondeva a monosillabi e pareva assorto in un pensiero tormentoso. — A che cosa pensi? Dov’è scappato il tuo buon umore? hai qualche pensiero che ti preoccupa? — gli chiesero i compagni. Nulla, — rispose il dottore, — penso ad un caso strano che mi è accaduto in passato, e che oggi un avvenimento nuovo ha ridestato nella mia memoria. — Potresti bene raccontarcelo, piuttosto di startene pensieroso a ruminarlo nella tua mente, — disse il suo vicino di tavola. — Quando il cervello è carico di pensieri, il solo mezzo per sollevarlo è dar la stura al discorso, la parola è la valvola di sicurezza dei pensieri che ci opprimono, — sentenziò un altro. — Sentiamo questo caso strano; dissero in coro tutti gli amici; e soggiunsero vedendolo titubante: — Fuori infuria la bufera e in questo tepore, raccolti intorno alla tavola con una tazza di moka davanti e una sigaretta in mano, sarà un vero godimento ascoltare una storia curiosa, narrata nel modo squisito ed elegante come tu solo sai fare. — Non ho bisogno di queste lusinghe, — disse de Roberti, — ma sarò compiacente e vi racconterò la mia storia che forse potrà interessarvi; in ogni caso, mi farà bene vuotare il sacco e resterò più leggero; solo mi permetterete di non dirvi il nome dei miei personaggi per non tradire il segreto professionale. Rimase qualche istante assorto come per raccogliere le idee e incominciò: — Era un pomeriggio di primavera, una di quelle giornate tepide, piene di profumi e d’incanti, che invitano a correre all’aperto a prendere un bagno d’aria e di sole, e riesce d’immenso sacrificio quel doversene star rinchiusi fra quattro mura a udire il racconto di tanti mali che tormentano l’umanità. Erano sfilati davanti a me un bel numero di pazienti, altri erano ad attendere nella sala d’aspetto, ma mi sentivo stanco, provavo un desiderio prepotente di andare a passeggio e avevo deciso di non ricevere più nessuno, quando il mio cameriere mi disse che una signora insisteva per essere ricevuta. “— Ritorni domani, — diss’io. “— Non vuole andarsene, — disse il cameriere, — ha detto che si sbrigherà presto; poi è tanto carina, — soggiunse. “Pensai che forse gli aveva dato una grossa mancia; non mi sentivo più la forza di oppormi e dissi: — Falla entrare; — tanto è vero che qualche volta, quando si è stanchi, ci si lascia suggestionare anche dal cameriere. “Era una signora giovane, elegantissima, ben proporzionata nella persona, cogli occhi neri, profondi e la bocca piccola, sorridente, ma in fondo a quello sguardo acuto e a quel sorriso c’era qualche cosa di così triste che inspirava ad un tempo simpatia e compassione. Essa mi porse la mano dicendomi: “— Perdonate se vi disturbo, ma ho sentito parlar tanto di voi, e so che oltre ad essere un abile medico, siete un profondo psicologo. “— Non sembrate ammalata, — diss’io. — Il vostro aspetto è fiorente. “— L’apparenza inganna, — rispose, — e poi sono tanto infelice…. “Così per far qualche cosa e per inveterata abitudine, le toccai il polso dicendo: “— Sentiamo le vostre sofferenze. “— Prima di tutto ho la disgrazia d’esser ricca, — riprese, — poi quella di leggere nel pensiero altrui, e so pur troppo che tutti agognano alle mie ricchezze e nessuno mi vuol bene sinceramente, ed io ho invece tanto bisogno d’affetto. “Aveva le lagrime agli occhi e m’inspirava una gran compassione, ma ero incerto, non sapevo che cosa dirle, quando a un tratto si staccò da me: “— Non sono pazza! — esclamò con voce irritata. “Era appunto il pensiero che m’era passato per la mente e quella chiaroveggenza mi sorprese. “Da quel momento la mia ammalata incominciò ad interessarmi e dimenticai il tepore primaverile e i campi in fiore per dedicarmi a quell’essere grazioso che mi si presentava tanto diverso dagli altri. “— Scusate, — le dissi tutto confuso, — non vi conoscevo, ora vi siete rivelata e vi credo; potete continuare. “— Ecco, — rispose, — appena voi mi avete toccato la mano e un pensiero si è formato nella vostra mente, esso si è riflesso nella mia come in uno specchio, e così avviene sempre e con tutti, e ciò forma la mia infelicità, perchè so con certezza matematica che non ho un amico sincero. “— Veri amici non se ne trovano tanto spesso, — io dissi, — ma siete bella, giovane, ne incontrerete certo sul vostro cammino, e più fortunata d’ogni altra potrete conoscere a fondo il loro cuore e il loro pensiero. “Scosse il capo malinconicamente e rispose: “— Ho avuto una sola vera affezione nella mia vita, mia madre! Se sapeste come ero felice in quel tempo! Sapevo che il suo cuore era tutto per me, ero la sola sua preoccupazione, il suo unico pensiero, non viveva che per farmi lieta, per circondarmi di tutte le comodità della vita, essa accumulava denaro per lasciarmi ricca, s’impensieriva se una nube passava sulla mia fronte. Non vi posso descriver le mie sofferenze quando la vidi ammalata, lo strazio che provavo ogni volta stringendo la mano del dottore che la curava, sapendo che non c’era più speranza di salvarla, come mi faceva credere colle parole che mentivano pietosamente. E poi quando tutto fu finito e rimasi sola al mondo, senza fede, senza illusioni e senza amici, quale sciagura! “Essa aveva le lagrime agli occhi; io cercavo di consolarla facendole intravvedere un avvenire più lieto, quando forse un cuore affettuoso l’avrebbe compensata della materna affezione perduta per sempre. “— Per un momento l’ho creduto anch’io, — disse, — ma mi sono ingannata. Incontrai un giovane che chiese la mia mano; pareva sincero, mi era simpatico e l’avevo accettato perchè troppo penosa mi riusciva la solitudine. Che disillusione! mentre mi teneva per mano e le sue labbra mi dicevano parole d’amore, la sua mente pensava al modo d’impiegare le mie ricchezze, egli meditava di vendere la casa dei miei avi, di mutar tutto quello che aveva per me la religione delle memorie, voleva darsi a speculazioni azzardose, farmi cambiar metodo di vita e consuetudini, e mai nessun pensiero gentile al mio indirizzo, parole, soltanto parole per nascondere il vuoto dei suoi sentimenti. “Come potete credere, mandai tutto a monte e così ebbi la soddisfazione di guastare i suoi piani, ma che mi giovò? Sono stanca della vita e venni appunto a voi per trovar rimedio alle mie sofferenze. “— Bisognerebbe che mutassi la vostra natura, — diss’io, — prendendole la mano, — e la vostra stessa sensibilità, quella che vi è cagione di tali sofferenze e disinganni, vi colloca fra le persone privilegiate; non posso che offrirvi la mia amicizia; e questa è sincera e senza secondi fini; vi permetto di leggere liberamente nel mio pensiero, — dissi, porgendole la mano. “Essa me la strinse fra la sua sorridendo. “— Grazie, — disse, — accetto di cuore. Ho tanto bisogno d’un’amicizia sincera; però anche la vostra è alquanto interessata. “La guardai con uno sguardo interrogativo e trionfante, sperando di coglierla in fallo. Essa soggiunse colla sua voce insinuante e con un accento un po’ ironico: “— Interessata, — lo ripeto, — e non m’inganno. Non sono le mie ricchezze che vi premono, ma trovate ch’io sono un essere curioso, degno d’esser studiato, un bel caso, come dite voi medici, e l’amore della scienza vi spinge ad offrirmi la vostra amicizia. “Io ero attonito; aveva ancora letto come in un libro aperto quello che stava in fondo al mio pensiero; sentivo una vera simpatia per quella giovane, ma la curiosità di studiare il mistero di quella sensibilità straordinaria, di quella divinazione meravigliosa, m’avea spinto ad offrirle la mia amicizia: ero confuso come se fossi stato colto in fallo, ma essa con accento franco e risoluto, soggiunse: “— Ebbene, comunque sia, accetto con tutto il cuore la vostra offerta, almeno il movente ne è più elevato e posso esser utile a qualche cosa; ciò mi riconcilia coll’esistenza; dunque siamo intesi, — disse congedandosi, — me ne vado contenta perchè so di aver trovato un amico.„ * De Roberti fece una pausa per riposarsi, accese una sigaretta e diede un profondo sospiro evocando quei ricordi passati. I suoi amici pendevano dalle sue labbra, impazienti che continuasse il racconto che incominciava a riuscir loro interessante. Dopo qualche minuto il dottore riprese: “— Vi confesso che penso all’amicizia di quella donna con sincero rimpianto, passai con lei ore veramente deliziose e interessanti — non sorridete, fu un’amicizia pura, senz’ombra di sottintesi, eccezionale come la persona che la inspirava. — Vi dirò anche che quella sua chiaroveggenza mi metteva sgomento, dovevo fare uno sforzo per padroneggiare i miei pensieri e disciplinarli, e quantunque mi accogliesse con festa e mi trovassi molto bene nella sua compagnia, non potevo prolungar troppo le mie visite. Andavo generalmente di sera, quando era sola, essa si confidava a me interamente e ascoltava i miei consigli. Era invero un essere eccezionale, degna d’essere studiata, i suoi sensi erano acutissimi e raffinati, indovinava con uno sguardo il carattere d’una persona, coll’aiuto del tatto, leggeva nel cervello altrui come in un libro aperto, pareva un essere fatto per un altro mondo, dove dovesse regnare la sincerità. È certo che in mezzo a noi, abituati a nascondere la verità coll’artificio della parola, si trovava a dis

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  7. 10/03/2025

    “Una catastrofe” di H. G. Wells

    Una catastrofe di H. G. Wells tempo di lettura: 12 minuti La piccola bottega non faceva affari, anzi puzzava di liquidazione. Winslow non era uomo capace di fare i conti, ed intravvide la realtà poco a poco, benchè ne avesse sempre avuto il presentimento, e fu un cumulo di circostanze che fece nascere in lui la persuasione di essere alle porte del fallimento. Innanzi tutto che cosa ci stavano a fare quelle quattro pezze di tela? Ne aveva venduto cinquanta centimetri in tutto! E quell’altra stoffa da quaranta centesimi al metro, quella stessa che Bandersnach, il negoziante della Via Larga, vendeva a venti centesimi! Al disotto del prezzo di fabbrica? Certamente doveva rimetterci! Bandersnach poteva bene lasciar vivere il prossimo! E quei berretti che ci stavano a fare? Nessuno li voleva! Sfido io, c’era una sola misura di testa! Ed allora si rammentò del conto aperto coi negozianti all’ingrosso Helter, Skelter e Compagni…. A quanto ammontava quel conto?… Quando ci pensò, Winslow stava al banco con uno scatolone verde fra le mani, ed i suoi occhi bigi si allargarono smisuratamente, ed i suoi baffi arruffati parvero arruffarsi ancor di più. Egli aveva rimandato il pagamento di quel conto da un giorno all’altro!… Si allontanò dal banco per recarsi allo scrittoio che gli serviva da cassa. (Aveva per sistema di rilasciare al banco una tessera ai compratori, poi di correre alla cassa e ritirare i denari quasi non si fidasse della propria onestà). Osservò il calendario affisso al muro e facendovi scorrere sopra le magre dita: «uno, due, tre…. tre settimane ed un giorno? – disse fra sè. – Solamente tre settimane ed un giorno! Pare impossibile!» — Il thè è pronto, – disse la signora Winslow aprendo la porta a vetri della retrostanza. — Ora vengo, – rispose il negoziante, e girò la chiave nella serratura dello scrittoio. In quel mentre entrò in bottega un vecchio signore dall’aspetto scortese e brontolone, con un viso rosso rosso, tutto imbacuccato in un ampio mantello di pelliccia. — Uff! – esclamò il cliente, – un fazzoletto! — Benissimo, di che prezzo signore? — Un fazzoletto, e spicciatevi! Winslow alquanto turbato presentò ed aprì due scatole: — Ecco, signore. — Sono di latta i vostri fazzoletti, – esclamò l’altro tastando la tela. – Come si fa a soffiarsi il naso con questa roba! — Forse il signore desidera un fazzoletto di cotone? — Quanto costa? — Quaranta centesimi, il signore non desidera altro? — Andate al diavolo! – rispose il vecchio frugandosi nelle tasche e tirandone fuori uno scudo. Winslow cercò cogli occhi il libro di cassa che non era mai in un posto ben determinato, ed i suoi sguardi s’incontrarono con quelli del vecchio signore che andò difilato alla cassa, prese il resto ed il fazzoletto, uscì, non senza aver manifestato ad alta voce il suo sdegno contro le volgari abitudini di quella bottega. Winslow si rianimava ogni qualvolta entrava qualche cliente; ma il cassetto aperto gli ravvivò le sue inquietudini. Ad un tratto udì battere alcuni colpi contro i vetri della porta, alzò gli occhi, e vide sua moglie. Essa gli offriva un rifugio! Chiuse lo scrittoio, girò la chiave del cassetto, ed entrò nella retrostanza per bere il thè. Nondimeno egli era assai preoccupato: tre settimane ed un giorno! Contro ogni sua abitudine mangiò avidamente alcune fette di pane imburrato e rimase collo sguardo fisso sul vasetto di conserve. Minnie, sua moglie, cercava di intavolare il discorso, ma egli rispondeva distrattamente. L’ombra di Helter Skelter e Compagni sorgeva dalla tavola da thè, ed egli era alle prese con quell’idea nuova di fallimento, di liquidazione, che prendeva forma e corpo! Oramai era nè più nè meno un fatto concreto; alla Banca rimanevano trentanove sterline, e fra tre settimane ed un giorno Helter e Compagni gliene avrebbero chieste ottanta! Dopo che ebbe sorbito il thè, entrarono in bottega due o tre clienti per fare acquisti di poca importanza: dei bottoni, qualche nastro di cotone, un paio di calze. Allora Winslow temendo che i cattivi pensieri si nascondessero minacciosi in qualche canto della bottega, accese assai prima di notte le lampade ed incominciò a piegare alcune pezzuole di tela, lavoro puramente meccanico, richiedente uno sforzo più fisico che morale. E l’ombra di Minnie, nella retrostanza, girava intorno alla tavola. La buona donna era occupatissima nel rivoltare una vecchia veste. Dopo pranzo, Winslow uscì per fare due passi, e quando tornò a casa la moglie era già a letto. Qui l’aspettavano i suoi nemici, i cattivi pensieri, che lo perseguitarono tanto bene, che a mezzanotte il sonno sparì. Aveva già avuto per due o tre notti una tale compagnia; ma questa volta la cosa fu assai più seria. Prima di tutto gli si fecero innanzi i signori Helter, Skelter, Grab e Compagni col conto di ottanta sterline, una somma colossale per chi ha incominciato con un capitale di settanta sterline. E questi signori sedettero a lui davanti e lo assediarono di domande. Ed egli cercava scuse e pretesti. Se facesse una vendita di liquidazione? E si sforzava d’immaginare una vendita meravigliosa con un incasso altrettanto meraviglioso, malgrado il grande ribasso. Ma ecco che la ditta Bandersnach (101, 102, 103, 105, 106, 107, Via Larga) si univa agli assedianti. Ed egli vedeva la lunga facciata del negozio e gli articoli che erano venduti con un guadagno irrisorio. In che modo lottare contro una ditta simile? D’altronde egli stesso che cosa poteva vendere? Incominciò a far l’inventario delle mercanzie. Che cosa si poteva dunque mettere in vista per far fruttare la vendita? Ed ecco presentarsi alla sua povera mente un mucchio disordinato di tele bianche, gialle, e nere, a fiori, tutte sgualcite, guanti macchiati e vecchi a furia di stare in negozio, e mille altre cose di mercerie ridotte oramai in uno stato poco presentabile. Non vi era alcuna speranza! Nulla contro i suoi implacabili creditori! Come mai poteva supporre che un cliente qualsiasi comprerebbe simili fondi di bottega! Perchè aveva egli comprato quegli articoli piuttosto che altri assai più utili? Ed il suo odio contro Helter Skelter e Compagni aumentava sempre più…. E poi che bisogno vi era di una cassa, e delle lampade che aveva pagato cinque sterline? Poi ad un tratto provò un acuto dolore rammentandosi che doveva pagare ancora il fitto della bottega! Diè un gemito e si avvoltolò nel letto. Innanzi agli occhi confusamente, nel buio, si disegnava la massa bianca delle spalle della signora Winslow. Quella vista fece cambiare direziono a’ suoi pensieri. Come! egli era lì, torturato dagli affari, ed essa dormiva come un fanciullo. Si pentì di averla sposata, e la sua amarezza era infinita, come quella che prova il cuore umano specialmente nelle prime ore del giorno. Quella che dormiva a lui vicino non gli era di nessun aiuto, era un peso, una responsabilità. Che follia era stata la sua di averla sposata! Il placido sonno di Minnie lo irritava a tal segno che avrebbe voluto svegliarla per gridarle: Siamo rovinati! Essa avrebbe dovuto, allora, andare a stare da uno zio, da quello zio che non aveva fatto nè avrebbe mai fatto nulla per lui! Egli vedevasi elemosinando il pane, chiedendo in ogni negozio un impiego da garzone, oppure scrivendo innumerevoli lettere, egli che aborriva lo scrivere lettere: «Signore, leggendo l’avviso che avete fatto pubblicare nel *Mondo Cristiano*, ecc., ecc.» e vedeva una serie di inquietudini e di disillusioni e come fine: nulla, nulla, un baratro! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Winslow si vestì sbadigliando, poi andò ad aprire il negozio; si sentiva stanco prima ancora che la giornata incominciasse. E mentre toglieva le imposte domandava a sè stesso a che cosa potesse essere utile tutto ciò che faceva in quel momento. La luce penetrava nel negozio, e con la luce penetrava la realtà. Infatti quale bottega! Il pavimento mezzo rotto, il banco in pessimo stato…. miseria…. fallimento! E dire che da sei mesi egli aveva sognato un piccolo negozio civettuolo, ed un modesto ma sicuro guadagno nella cassa! Ed ecco che ad un tratto si svegliava da questo sogno. ….Il saliscendi della porta scucì una falda del suo abito, e quell’incidente lo fece andare su tutte le furie, rimase un po’ indeciso, quindi diè colla mano un altro strappo all’abito e si recò da Minnie. — Ecco, – disse in tono di rimprovero, – potreste badare un po’ di più agli abiti di vostro marito. — Io non aveva visto che era strappato. — Voi non vedete mai nulla, – rispose Winslow assai ingiustamente, – oramai è troppo tardi! — Se volete, ricucirò subito. — Facciamo colazione prima di tutto, e fate le cose al loro tempo. A colazione egli fu preoccupato e Minnie l’osservava ansiosa. Parlò solamente per dire che le uova erano pessime. Quelle uova non erano cattive, puzzavano solamente un po’ (diamine, costavano uno scellino la quindicina), ma erano mangiabili. Winslow allontanò brontolando il piatto, mangiò una fetta di pane imburrato e ricominciò a pigliarsela colle uova. — Amico mio, – disse Minnie, quando egli si alzò da tavola per tornare in bottega, – voi siete ammalato. — Io sto benissimo, – rispose Winslow lanciando alla moglie uno sguardo pieno di odio. — Allora vi è qualcosa. Siete forse in collera per lo strappo? Dite ciò che avete! Voi eravate di cattivo umore anche ieri al thè ed a pranzo, eppure non era per lo strappo! — Ed ho ragione di essere in collera. — Ma che cosa c’è dunque? L’occasione era troppo bella per lasciarla sfuggire, e con una brutalità drammatica Winslow rispose: — Che cosa c’è! Ah! che cosa c’è?! Ho fatto tutto quello che ho potuto e se non posso pagare ottanta st

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  8. 10/03/2025

    “Un’orchidea straordinaria” di H. G. Wells

    Un’orchidea straordinaria di H. G. Wells tempo di lettura: 12 minuti Se volete acquistare un’orchidea correte il rischio di un giuoco di borsa, fate come si dice volgarmente una speculazione. Avete innanzi agli occhi un pezzettino di velluto raggrinzito, di colore scuro, pel rimanente dovete rimettervi allo stimatore, al vostro gusto od alla fortuna. Può accadere che la pianta sia moribonda o morta, oppure che, dato il prezzo d’acquisto, abbiate fatto un buon affare. Può anche succedere, e questo caso è avvenuto molte volte, che a poco a poco, giorno per giorno, si sviluppi sotto gli occhi del fortunato compratore, qualche nuova varietà, qualche tesoro sconosciuto, qualche strano ravvolgimento del «labellum,»nota 1 oppure una delicata sfumatura od una smorfia inaspettata. Sopra un tenero e verde stelo sboccerà forse un fiore che sarà per voi orgoglio e profitto e che vi procurerà forse l’immortalità, perchè in tal caso sarà necessario indicare il nuovo miracolo della natura, con un nome nuovo. E questo nome non potrebbe essere forse quello dello scopritore? Era certamente la speranza di qualche scoperta fortunata che faceva assiduo frequentatore di vendite d’orchidee il signor Winter-Wedderburn. Egli però non aveva altre occupazioni. Era, timido e viveva appartato, era un essere completamente inutile; possessore di un reddito che gli bastava appena appena per sbarcarsela, e mancante di quell’energia necessaria a procurarsi un lavoro regolare. Egli avrebbe potuto benissimo collezionare francobolli o monete antiche o tradurre Orazio od anche rilegare libri; ma il caso volle che coltivasse orchidee, e che avesse un piccolo tepidario. — Ho in mente, – diss’egli un giorno sorbendo una tazza di caffè, – ho in mente che oggi mi accadrà qualcosa! Il suo parlare era lento come lenti erano i suoi movimenti ed i suoi pensieri. — Oh non dite ciò! – esclamò la governante che era una lontana cugina di Wedderburn. Quel: «mi accadrà qualcosa» voleva dire per lei una catastrofe imminente. — Voi mi capite male. Io non prevedo nulla di grave, benchè, in verità, io non sappia precisamente dirvi che cosa succederà. — Oggi; – seguitò a dire dopo una pausa, – Peters deve vendere uno stock di piante delle isole Andamannota 2 e delle Indie. Voglio vedere di che si tratta e potrebbe benissimo darsi il caso che io acquistassi qualche cosa di buono. – E così dicendo porse la tazza vuota alla cugina. — Si tratta forse di quella specie raccolta da quel povero giovane del quale mi parlaste l’altro giorno? – diss’ella colmando la tazza. — Sì, – rispose Winter, e guardando con aria medita bonda una fetta di pane e come parlando a sè stesso soggiunse: – Nulla succede a me! E perchè? Eppure molte cose succedono agli altri! Per esempio, Havery, non più tardi della settimana scorsa, il lunedì ha trovato dieci soldi, mercoledì tutti i suoi polli sono caduti ammalati, venerdì un suo cugino è tornato dall’Australia, sabato si è buscato una storta! Quale serie di emozioni mentre io…. — Preferirei, ne’ vostri panni, non averne tante; è molto meglio. — Sì, avete ragione, tutto ciò deve essere noioso. Ma a me non succede mai nulla! Quando ero fanciullo non ho mai avuto disgrazie. Adulto, non ebbi mai folli passioni. Non mi sono mai ammogliato. Davvero che non so definire l’effetto che si deve provare quando vi succede qualcosa, qualcosa di veramente speciale. Quel raccoglitore d’orchidee non aveva che trentasei anni, venti anni meno di me, quando morì. Ed egli sì era ammogliato due volte, aveva divorziato una volta, quattro volte si era buscato le febbri di malaria, e si era rotta una gamba una volta! Un giorno uccise un Malese, ed un altro giorno fu ferito da una freccia avvelenata. Finalmente morì nella jungla succhiato dalle sanguisughe. Tutto ciò deve essere stato assai sgradevole, ma anche molto interessante, non è vero? fatta forse la debita eccezione per le sanguisughe…. Wedderburn meditò ancora, e guardando l’orologio: — Otto e ventitrè, – disse – Piglierò il treno delle undici e tre quarti, ho dunque più tempo del necessario. Metterò la giacca di alpacanota 3, il cappello a cencio grigio e lo scarpe gialle. Credo che…. S’interruppe; osservò dalla finestra il cielo sereno ed illuminato da un bel sole, parve incerto, e guardò sua cugina quasi volesse interrogarla. — Fareste meglio, credo, a portare l’ombrello se andate a Londra, – diss’ella con un tono che non ammetteva replica. – Il tempo può cambiare prima del vostro ritorno…. Quando tornò, egli era in uno stato di dolce agitazione: aveva fatto un acquisto. Raramente riusciva ad offrire in tempo un prezzo nelle vendite all’incanto, ma questa, volta l’aveva spuntata. — Sono delle «Vandas», – esclamò, – poi vi è un «Dendrobium», e qualche «Palaenophis». E mangiando la minestra osservava con dolce soddisfazione i suoi acquisti. Aveva posto i fiori sulla candida tovaglia, e narrava la loro istoria alla cugina, divagandosi e dimenticando il rimanente del pranzo. Era la sua abitudine, la sera, quando ritornava da Londra, di narrare minutamente tutto quello che gli era successo perdendosi nei particolari, e parlava per divertire la cugina e anche un po’ sè stesso. — Lo dicevo che mi sarebbe successo qualcosa oggi! Ecco: ho comperato tutta questa roba! Fra questi fiori ve ne saranno, voi mi capite, ve ne saranno degli straordinari, ne sono certo. Ignoro come ciò possa essere, ma ne sono certo come se qualcuno me lo avesse detto; ve ne saranno degli straordinari! Questo qui, – ed indicava un «rizoma»nota 4 completamente rugoso, – non è classificato. Può essere un «Palaenophis», od altra cosa. È possibile che sia una nuova specie, od anche un nuovo generenota 5. È l’ultimo fiore che il povero Batten ha raccolto. — Non mi garba il suo aspetto, – disse la governante, – ha una forma ripugnante. — Per conto mio non ha neppure forma! — Osservate quei cordoncini, quelle zampe ripiegate che si distaccano da quel corpo! — Domani lo metterò in un vaso. — Ha l’aspetto d’un ragno che fa il morto. Wedderburn sorrise, ed incominciò ad esaminare la radice. — Non è certamente un bel campione: ma non si può mai fare un giudizio su questi fiori quando sono secchi. Può diventare un’orchidea bellissima. Domani sarò occupatissimo. Questa notte rifletterò; e domattina mi metterò all’opera. Figuratevi, – continuò a dire, – che hanno trovato il povero Batten, morto o moribondo, in una palude, non ne ricordo il nome, e precisamente con una di queste orchidee sotto il corpo. Egli era sofferente da parecchi giorni per febbre di malaria, e per la grande debolezza svenne. Quelle paludi sono assai malsane! Tutto il sangue di quel disgraziato fu succhiato fino all’ultima goccia dalle sanguisughe. Forse è stata la ricerca di questa pianta che gli costò la vita. Non posso pronosticarne niente di meglio! – In fine de’ conti, gli uomini devono lavorare, anche quando le donne piangono, – sentenziò Wedderbrun. – È assai bizzarro andare a cercare la morte in una palude pestilenziale, lontano da tutte le comodità della vita! Assai bizzarro l’essere ammalato di febbre senza poter mangiare altro che del chinino, senz’altra compagnia che quella di orribili selvaggi. Dicono che gli indigeni delle isole Andaman sono esseri ributtanti, in ogni caso non avendo essi ricevuto educazione alcuna, difficilmente possono fare da infermieri! E tutto ciò per fornire l’Inghilterra d’orchidee! Non credo che la cosa riesca facile e comoda; ma vi sono degli uomini che ci prendono gusto al pericolo! Però bisogna convenire che quei selvaggi furono abbastanza civili per prendere cura delle collezioni di quel disgraziato, e rimetterle nelle mani di un suo collega, un ornitologo che faceva ritorno, poco dopo l’accaduto, dall’interno dell’isola. Ma non seppero dire il nome dell’orchidea, ed il peggio si è che l’avevano lasciata appassire. Ecco quello che reca a questa pianta un particolare e strano interesse. — Vale a dire che ciò la rende ributtante! Io avrei paura che queste piante portino la malaria! Ricordatevi che vi era un cadavere su questa brutta cosa! Io non ci avevo pensato ancora! Ed ora mi è impossibile d’ingoiare un boccone! — Ebbene, se volete, toglierò questi fiori di qui e li porrò nel vano della finestra. Li vedrò benissimo anche là…. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . I giorni seguenti Winter li passò quasi interamente nel nel piccolo tepidario saturo di denso vapore. Tutta la sua attenzione fu concentrata sul carbone, sulla borraccina, infine su tutte le misteriose cure d’un allevatore di orchidee. Egli credevasi sempre alla vigilia di un giorno fecondo di avvenimenti meravigliosi. Ed allora ne avrebbe parlato, agli amici suoi, di questa nuova specie di orchidee! Malgrado le cure assidue e minuziose, molte «Vandas» e «Dendrobium» morirono; ma, la strana orchidea invece cominciò a dare segni di vita. Allora Wedderburn andò in estasi e distolse la governante dalla fabbricazione di frutta in conserva, per obbligarla ad osservare la strana pianta. — Questa è la gemma, – diss’egli, – e fra poco nasceranno delle foglioline. Queste piccole cosine che crescono qui, saranno radici aeree od avventizie. — Mi paiono delle piccole dita bianche, e non mi garbano affatto affatto! — E perchè non vi piacciono? — Non lo so spiegare. Ma paiono proprio delle dita che vogliano afferrarmi. Non si possono spiegare certe simpatie od antipatie. — Non posso affermarlo, ma non credo che vi sia altra specie d’orchidee che abbia radici aeree come questa. Può essere un’idea mia; ma osservate queste radici, esse hanno le estremità p

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  9. 10/03/2025

    “Funghi rossi” di H. G. Wells

    Funghi rossi di H. G. Wells tempo di lettura: 13 minuti Il signor Coombes ne aveva abbastanza della vita! Uscì di casa di pessimo umore, infilò il viottolo del gazometro per evitare la città, e per il ponte di legno che attraversa il canale di Starling, s’inoltrò nella pineta, solo, lontano dai rumori, lontano dagli sguardi umani. — Così non la può durare! – esclamò, e giù una filza di bestemmie. Il signor Coombes era un omino pallido, pallido, con occhi e baffi nerissimi, portava un solino sfilacciato e stretto, un logoro soprabito guernito di astrakan, ed un vecchio paio di guanti lucidi lucidi colle dita bucate. Egli aveva un aspetto marziale! così almeno diceva sua moglie ne’ giorni felici, cioè prima del matrimonio! Ora invece lo chiamava «tisicuzzo» e non era il solo epiteto che giornalmente gli gratificava. Quel giorno la lite era scoppiata, come al solito, in grazia a quella sciocca di Jenny. Jenny era l’amica della signora Coombes, veniva a pranzo ogni domenica senza essere invitata dal padrone di casa, e per di più faceva un baccano indiavolato. Era una ragazzona volgare, dal riso stridente e sempre vestita con colori vivaci e di pessimo gusto. Per colmo d’indiscrezione quella domenica, aveva condotto seco un giovane volgare e chiassone al pari di lei. Durante il pranzo, il signor Coombes era rimasto muto e rigido nel suo abito da festa, e col solino sfilacciato. Era rimasto silenzioso ed ammusonito, mentre la signora Coombes e gli ospiti suoi discorrevano di cose sciocche e scollacciate facendo le più matte risate. Ma appena terminato il pranzo, quando Jenny si pose al pianoforte ed incominciò a cantare a voce spiegata delle canzoni poco decenti, il signor Coombes non potè rimanere più a lungo nel suo silenzio forzato ed incominciò a brontolare a bassa voce. Infatti come avrebbe egli potuto sopportare un tal modo di agire! Cosa avrebbero detto e pensato i vicini, di quel pandemonio e di quelle canzoni! La famiglia Coombes era dunque una famiglia di libertini? Di scostumati? in tal modo non si poteva andare avanti! Bisognava porvi un rimedio! Ed il pover’uomo impallidì, una mano di ferro gli troncò il respiro; e poichè il nuovo ospite si ora impadronito del suo seggiolone favorito, tremante di rabbia e di emozione, si pose a sedere sopra una seggiola accanto alla finestra e con voce rauca e strozzata, esclamò: — Domenica! È domenica oggi! E questo canto non mi garba! Ma Jenny seguitò a cantare, e la signora Coombes che sfogliava dei quaderni di musica ammucchiati sul pianoforte, guardò suo marito con occhi pieni di meraviglia dicendo: — Ebbene? È proibito divertirsi appunto la domenica? — Non vi è alcun male, se vi divertite a modo; ma certe canzonette…. – rispose Coombes. — Che male c’è! – interruppe Jenny, volgendosi di botto sul sedile del pianoforte. Coombes capì che vi era burrasca per aria; ma non volle ritirarsi, anzi aprì il fuoco con maggior forza, come spesso succede alle persone nervose e timide. — Non sciupate quel sedile! – esclamò con forza, – esso non è fatto pei grossi pesi! — Che c’entra il peso? – rimbeccò Jenny indispettita; – voi facevate la critica al mio canto!… seguitate, seguitate! — Ho paura che vogliate sopprimere la musica alla domenica! – esclamò il nuovo ospite sorridendo beffardamente e affondandosi nel seggiolone. — Non date retta a mio marito, Jenny, seguitate a cantare, – disse la signora Coombes. — Avete indovinato, caro signore, – disse ironicamente Coombes; – voglio sopprimere la musica alla domenica. — E si può sapere il perchè? – chiese ancor più ironicamente il nuovo ospite che provava un gran gusto a stuzzicare il prossimo, colla speranza di far nascere una discussione. — Perchè, – principiò a dire Coombes, – perchè voglio che sia così!… Io sono commerciante e debbo pensare alla mia clientela!… — La sua clientela! – interruppe la signora Coombes con disprezzo; – egli non sa dire altro che: «Noi dobbiamo far questo, far quello, per la nostra clientela!» — Se a voi non garba, o non garbava la mia clientela, non dovevate sposarmi! — Strana osservazione! – esclamò Jenny. — Non ho mai visto un uomo simile! Voi avete completamente cambiato carattere dal giorno del nostro matrimonio, prima eravate…. Ma qui Jenny incominciò di nuovo a suonare ed a cantare, ed allora Coombes furibondo urlò più che non disse: — Basta! basta! Non voglio più sentir nè suoni nè canti! — Non fate scandali, – disse il nuovo ospite. — Ma cosa siete voi qui dentro! – urlò Coombes al colmo della collera, – chi ha chiesto il vostro parere? Ed allora cominciarono a gridare tutti e quattro insieme. Il nuovo ospite dichiarò che Jenny era la sua fidanzata, e che egli aveva il dovere di proteggerla. A ciò Coombes replicò che tale linguaggio lo poteva tener fuori, ma non in casa sua; e la signora Coombes saltò su a dire che suo marito avrebbe dovuto vergognarsi d’insultar in tal modo gli ospiti. Il signor Coombes tagliò corto e pregò tutti di andarsene, ma nessuno si mosse. Il povero diavolo dichiarò allora che se ne sarebbe andato egli stesso, e col viso infuocato, le lagrime agli occhi per la rabbia, entrò nel corridoio, infilò il paletò, afferrò il cappello, e mentre Jenny picchiava sul pianoforte e cantava a squarciagola sbattè la porta con tale forza da far tremare le fondamenta ed uscì nella strada deserta per calmare l’animo in tempesta. Voi capite or dunque, perchè egli era disgustato della vita. Percorrendo il sentiero umido sotto gli abeti (era la fine di ottobre) il disgraziato attraversò il fosso pieno di rami e di foglie secche, pensando alla malinconica storia del suo matrimonio, una storia breve e comune! Egli vedeva chiaramente che sua moglie l’aveva sposato per togliersi alla vita del laboratorio; ma che proprio l’amore non vi era entrato per nulla. E questa donna, come tutte quelle della sua condizione, era troppo ignorante per capire quali fossero il suoi doveri e per aiutare il marito negli affari; era una natura avida di piaceri, chiacchierona, tutto amore per la società, irritata di veder sempre intorno a sè la mancanza di agiatezza; ed il mal umore del marito le stirava i nervi. Al primo tentativo di ridurre quella donna essa si era ribellata energicamente ed aveva incominciato la sua solita litania di epiteti e di rimproveri ingiusti. Coombes era un gran brav’uomo, inoffensivo, abituato a rimaner nel suo cantuccio, e così poco disposto a rimbeccare, che si sentiva subito preso da una grande prostrazione e ingoiava…. Poi arrivava Jenny, mefistofele in gonnella, cronaca vivente del vicinato che chiedeva sempre al signor Coombcs d’andare al teatro, di qua, di là, dappertutto, dove poteva incontrare cugini, parenti; pareva prender gusto nel divorare il danaro del poveretto, a gettargli in viso delle insolenze, e a metter sottosopra la sua sistematica esistenza. Non era la prima volta che il signor Coombes scappava da casa sua cogli occhi fuor del capo, infuriato e spaventato, gridando, bestemmiando che era giunta la fine di quella vitaccia! Mai però era stato così stanco della sua esistenza come questa volta, forse la digestione ed il cupo colore del cielo entravano per qualche cosa nella sua disperazione. Egli presentiva, come conseguenza del suo matrimonio, la rovina del suo commercio, il fallimento ed allora…. Allora sua moglie avrebbe recitato il «mea culpa» ma troppo tardi! Egli non era altro che un piccolo bottegaio, con un meschino capitale tutto impiegato nel commercio, e se sua moglie non cacciava via dal capo tutte le fisime e i capricci, egli correva il rischio di ridursi alla miseria. Non poteva permettersi il lusso del divorzio, era al disopra de’ suoi mezzi, così bisognava intisichire accanto a quella donna, che lo dileggiava senza pietà. La cosa volgeva al tragico. I muratori bastonano le loro mogli, gli arciduchi non fanno di meglio, ma al piccolo impiegato, al meschino bottegaio non rimane che segarsi la gola! Non vi è dunque da far meraviglia, se il signor Coombes per un minuto abbia sentito infiltrarsi nel cervello questi cupi pensieri, ventilando la questione fra il rasoio ed il revolver, colla relativa lettera sentimentale al questore per chiedere perdono. Dopo un po’ il furore fece posto ai pensieri malinconici. Pensare che egli aveva preso moglie con quel so- prabito, con quell’abito! Rifece la sua storia fino al gior- no in cui si era innamorato, quando gli era venuto in mente di ammogliarsi, l’economia a cui si era assogget- tato per effettuare il suo sogno. E poi a che cosa era riu- scito? Non vi era dunque lassù il buon Dio? E qui le idee di morte fecero ancora ressa nel suo cervello. Pensò al canale, che aveva attraversato, e gli parve di potervisi gettare a capo fitto e finirla così una buona volta; ma, mentre progettava d’annegarsi, ecco che gli cadde sott’occhio un fungo; lo fissò macchinalmente a tutta prima, poi riflette e si chinò per coglierlo, scambiandolo per una borsa di pelle, s’accorse che era la capocchia rossiccia d’un fungo, lucida, bavosa, d’un odore acre. La fatalità aveva fatto nascere sul suo sentiero funghi rossi di ogni grandezza ovunque posava lo sguardo, di qua, di là, dappertutto funghi rossi! L’idea, del veleno gli balenò nella mente. Ne staccò un pezzo. La polpa era biancastra, ma non tardò a cambiarsi in giallo verdognolo. Per meglio persuadersi ne staccò due altri pezzi, ma anch’essi fecero lo stesso cambiamento, erano dunque velenosi; suo padre glie ne aveva spesso parlato, dipingendoli pieni di veleno potente. — Non bisogna mai rimandare al domani una decisione, presa oggi, – pensò tra sè il signor Coombes. – Egli ne assaggiò un piccolo pezzettino, quasi un

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  10. 07/12/2024

    “Il sole nascosto” di Gemma Ferruggia

    Gemma Ferruggia scrisse questo romanzo nel 1919, appena dopo la fine della prima guerra mondiale. L’autrice racconta una storia d’amore, e come si scoprirà nel corso della narrazione, adulterino, nella cornice storica del primo conflitto mondiale. La struttura del romanzo presenta delle particolarità, nel senso che la narrazione inizia con due capitoli, dal titolo eloquente, che sono come una sorta di preambolo di tutta la narrazione successiva, mentre la vicenda vera e propria si sviluppa nei successivi quattro capitoli. In questi due capitoli non viene svelata la vera identità dei due protagonisti, che si definiscono come “Anima” e “Cuore”. Si sa che il protagonista maschile, “Cuore”, era impegnato nel conflitto come ufficiale degli Arditi. E l’incipit preannuncia già quale sarà l’approccio e lo sviluppo della narrazione: “La stanza, in cui entro, con passo risoluto e leggero, un passo senza eco, non ha pareti. È nell’infinito.” Appena dopo l’autrice spiegherà il significato di questa frase. “Varcando la soglia — dove la fantasia ha posto l’Arcangelo dalla spada fiammeggiante — sono da qualche minuto entrata nello sconfinato orizzonte dell’anima mia.” Il romanzo gioca in tutto il suo svolgersi, sul binomio “Anima” e “Cuore”, come se fossero le due facce di una stessa medaglia. L’autrice dirà nel Commiato conclusivo che nella loro diversità i due protagonisti, senza rendersi conto di ciò, erano “Uno”. Il vero nome dei due protagonisti principali verrà svelato solo dopo questa sorta di preambolo. I due capitoli iniziali sono raccontati in prima persona dai due protagonisti principali. Il primo da “Anima”, cioè la protagonista femminile, che entrando nello sconfinato suo mondo, cioè nel suo io, racconta i suoi stati d’animo, anche rispetto alla guerra, che all’epoca della scrittura di questo romanzo era appena terminata. Il secondo capitolo è raccontato da “Cuore”, cioè il protagonista maschile, il quale ripercorre la sua attività militare con il pensiero costante alla sua amata. Queste poche parole, appena scritte, in merito ai due capitoli introduttivi sono ampiamente riduttive rispetto alle innumerevoli sfaccettature e sfumature espresse dalla scrittrice in queste due parti iniziali, sulla personalità di questi due personaggi. Dopo questa introduzione essenzialmente di carattere intimistico, i due protagonisti, – Chiara Alba e Uberto Insera, questi sono i loro veri nomi – terminato loro percorso interiore, che forma i primi due capitoli – entrando “nello sconfinato mondo dell’anima …” –, inizia la vicenda amorosa vera e propria dei due amanti. Questa si snoda dal loro viaggio in treno da Roma a Milano e il successivo soggiorno a Milano fino alla nemesi che si concreta con loro separazione finale. L’autrice dipinge non solo i due personaggi principali curando in particolare modo la loro personalità, ma anche il mondo nel quale vivono, e i vari personaggi di contorno che formano il loro mondo borghese. Non viene dimenticato dall’autrice di tratteggiare i vari aspetti politici di una società e di un mondo che stava cambiando, con vari riferimenti sia ad avvenimenti italiani – ad esempio le imprese dannunziane – che ad avvenimenti stranieri. Questa attenzione all’attualità, è presente in tutto lo sviluppo della narrazione. Non viene mai dimenticato dalla scrittrice di esprimere il suo giudizio, anche se non in modo palese, sulle varie problematiche sorte in seguito al primo conflitto mondiale. Questa opera di Gemma Feruggia, ad avviso di chi scrive, è molto aderente al modo di essere della scrittrice, nella sua adesione ad istanze nazionaliste, a partire dagli anni ’10, e nel suo femminismo sui generis. Cioè critico con i movimenti femministi dell’epoca, ma favorevole all’emancipazione femminile, pur vedendola come un percorso personale. Sinossi a cura di Piero Giuseppe Perduca Dall’incipit del libro: La stanza, in cui entro, con passo risoluto e leggero, un passo senza eco, non ha pareti. È nell’infinito. Talvolta buia come delitto senza scopo, sfolgorante talvolta della luce che immaginiamo componga il viso degli arcangeli. E precisamente il volto dell’arcangelo Michele quale io me lo figuro, illuminato di sole sanguigno nell’atto di dar battaglia. Il principe delle milizie celesti sta sulla soglia ideale a custodia del paradiso e dell’inferno che fan contrasto nel luogo singolarissimo: il come — ignoto alla mia terrena fragilità — è secreto della divina creatura. Un uomo non potrebbe. Una donna non oserebbe. Par quanto io sia volontaria e forte — mostruosamente forte per l’ipocrisia femminile, mantello di porpora e fummo come coppe colme di reciproco perdono. Veramente il mondo sovvertito ebbe riflessi nelle anime: mutò freddezze in ardori: egoismi in dedizioni generose: donò ali ai mediocri: cinse di aureola il capo degli umili. Non soltanto «Anima» e «Cuore» si sentirono congiunti alla sventura d’Italia come linfe dello stesso ricco albero. La quercia sacra — che non può essere recisa alla base — fu allora per tutti gli italiani meraviglia di novelle frasche, garrule di canti nuovi, verso un cielo da riconquistare: dai piedi alla cima l’aveva fiorita il sangue degli eroi. Scarica gratis: Il sole nascosto di Gemma Ferruggia.

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