Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)

Liturgia della settimana, preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire di Bassano Romano (VT)

Episodes

  1. 24m ago

    [Ven 6] Commento: La scaltrezza dei figli della luce.

    Il Signore Gesù, pur di rendere comprensibili i suoi messaggi di salvezza, ricorre anche al paradosso. Nel Vangelo di oggi viene lodata l’astuzia di un autentico imbroglione che, vìstosi scoperto nella sua infedeltà verso il proprio padrone e prossimo al licenziamento, cerca, con abilità e scaltrezza, di accattivarsi la benevolenza dei creditori, sperando poi di godere della loro protezione. È fin troppo evidente che il Signore non vuole che imitiamo l’astuzia e, ancor meno, la disonestà dell’amministratore infedele. Vuole invece che, come figli della luce, ci adoperiamo alacremente e con vera sapienza per conseguire i beni più grandi che egli stesso vuole donarci. Ci ha avvertiti che «stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita». Per passare attraverso una porta stretta occorre chinarsi e farsi piccoli, diventare umili. Per percorrere una strada angusta occorrono abilità, destrezza e prudenza. Ecco le virtù e la sapienza che Gesù vuole vedere praticate dai suoi seguaci. «Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono». La violenza che il cristiano è chiamato a esercitare consiste nel sacrificio quotidiano con cui affronta gli ostacoli della vita, nell’abbraccio volontario della propria croce, nella salita faticosa verso il monte dei risorti. Abbiamo il conforto dello Spirito Santo, che ci illumina e ci fortifica, rendendoci astuti e sapienti, coraggiosi e intrepidi. Se tanta pusillanimità serpeggia ancora nel mondo cristiano, ciò dipende dalla mancanza di fede e di fiducia nel Signore, dalla mancanza di preghiera e dalla perenne tentazione dell’autosufficienza. Tutto questo ci rende deboli e paurosi, rischia di ricondurre la Chiesa nel buio delle catacombe e, soprattutto, di indurci a subire passivamente ogni angheria o a cadere in facili compromessi con il mondo. Forse è ancora vero che «i figli di questo mondo, verso i loro pari, sono più scaltri dei figli della luce»…

  2. 1d ago

    [Gio 5] Commento: La gioia del perdono.

    Nella tradizione giudaica era ferma convinzione che bisognasse tenersi a debita distanza dai peccatori e da tutti coloro che, con giudizio inappellabile, erano ritenuti immondi. Il pretesto era il rischio del contagio e il pericolo di contrarre la stessa impurità, circostanza che impediva l’accesso al Tempio e la partecipazione ai diversi riti sacri. L’atteggiamento di Gesù, che accoglie i peccatori e mangia con loro, scandalizza scribi e farisei. Egli cerca ancora una volta, con santa pazienza, di illuminarli, ricorrendo a due semplici ed eloquenti parabole. L’immagine del pastore che si mette alla ricerca della pecora smarrita, lasciando al sicuro le altre nell’ovile, è particolarmente cara a Gesù. Egli dirà di se stesso: «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me». Lui per primo si è messo alla ricerca di tutti noi, smarriti nei meandri del peccato. Già durante la sua vita terrena ha cercato i lontani per ricondurli a sé, all’ovile dell’amore. Si è chinato su tutte le miserie umane, si è paragonato a un medico che guarisce le nostre malattie, ha dimostrato una preferenza per i piccoli e i poveri, si è lasciato toccare dai lebbrosi, si è caricato letteralmente di tutti i nostri peccati e si è seduto alla loro mensa, affinché anch’essi fossero partecipi della sua ed entrassero nel banchetto divino. Questi sono i motivi della gioia di Dio, perché significano il ritorno dei suoi figli: «Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione». Davvero siamo tutti figli della redenzione, perché eravamo figli della perdizione. Per questo ogni ritorno è una festa: la festa del perdono.

  3. 2d ago

    [Mer 4] Commento: Il primato assoluto di Dio.

    Per seguire Cristo bisogna spogliarsi di tutto. Per raggiungere la santità bisogna affermare in modo assoluto e radicale il primato di Dio nella nostra vita. Nessuno e nulla può prevalere su di lui: «Nulla dobbiamo anteporre all’amore di Cristo», dice san Benedetto ai suoi monaci. Fermo restando il comandamento che ci ricorda di onorare i nostri genitori e familiari, rimane sempre vero che neanche quell’amore può prevalere su quello che dobbiamo a Dio. La sequela di Cristo, d’altronde, comporta l’abbraccio volontario della croce e, nella realtà, significa avere il coraggio di operare una serie di rinunce per fare spazio alla scelta migliore. «Chi non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». Se dobbiamo essere disposti a rinunciare anche alla nostra vita per Cristo, non deve scandalizzarci la necessità di rinunciare persino agli affetti più cari. Con il dono della sapienza riusciamo a fare bene i conti per costruire la nostra torre, l’ascensore che ci conduce a Dio. La stessa sapienza, dono dello Spirito Santo, ci aiuta a valutare l’opportunità di affrontare la buona battaglia per vincere le seduzioni umane e immergerci volontariamente e completamente in Dio. La rinuncia segue un ordine di importanza che va dalle persone alle cose. Ricordiamo tutti quel giovane ricco che, pur desideroso di raggiungere la vita eterna, non ha il coraggio di liberarsi dai beni del mondo perché «aveva molti beni». Succede ancora a molti. Ci confortano l’esempio dei santi e l’esperienza di tanti uomini e donne che hanno davvero lasciato tutto per conseguire la ricchezza più grande, che solo Dio può e sa garantire. Ai nostri giorni, la rinuncia definitiva alla propria volontà risulta sempre più difficile, perché la fede si è indebolita e l’uomo si è appropriato sempre più dei doni di Dio, considerandoli quasi esclusivamente frutto delle proprie capacità. Chiediamo al Signore di imparare sempre più a vedere ogni cosa come un dono, come una grazia di Dio.

  4. 3d ago

    [Mar 3] Commento: Un uomo diede una grande cena!

    Solo per breve tempo è rimasto anonimo quell’uomo che diede una grande cena. Ora noi non abbiamo alcun dubbio su di lui: è Cristo Gesù, il Figlio di Dio. È ancora lui a lanciare l’invito. Siamo ancora noi ad addurre spesso le nostre stupide scuse per esimerci dall’accoglierlo. Ci falla la memoria di chi ci invita, del perché ci invita e di che cosa troveremo alla sua mensa. Siamo evidentemente immersi nei nostri campi, intenti a fare le nostre cose e a nutrirci delle nostre povere mense. La mensa del Signore è l’intima comunione con lui, è lasciarci nutrire dalla luce della sua Parola di verità, è godere interiormente del suo amore di fratello e amico. Forse dobbiamo riconoscerci e identificarci con i poveri, gli storpi e i ciechi, per sperare di essere annoverati almeno tra gli invitati dell’ultima ora. Voglia Dio farci sentire tutta la morsa della fame e tutta l’arsura della sete che ci brucia dentro, perché solo così potremo valutare l’importanza dell’invito alla cena del Signore e apprezzare il nutrimento divino che ci viene dato gratuitamente. È davvero triste constatare che ancora oggi i reiterati inviti alla grande cena vadano deserti, mentre fuori aumentano la fame e la sete, fino a degenerare in continue e crescenti violenze. Nel nostro mondo si verificano strane chiusure alla grazia e alle sollecitazioni divine, proprio in concomitanza con ineluttabili urgenze: mense ben imbandite nelle nostre chiese e, fuori, persone affamate e inferocite. Sorge il legittimo dubbio che i «servi» inviati a diffondere l’invito non siano adeguati alla loro missione. Oppure sono gli invitati a non sentire il forte richiamo che Dio sta rivolgendo loro per bocca dei suoi ministri? È consolante per tutti sapere che, nonostante i colpevoli rifiuti, la mensa è ancora imbandita: il Figlio di Dio continua a essere obbediente e docile alla volontà di coloro che lo vogliono come cibo e bevanda di vita.

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