La trappola nascosta del rendere tutto più facile | EP. 1

Riccardo Palumbo

Rendere le cose più facili ci porta sempre a decidere meglio? Non necessariamente. Nel primo episodio di Umanamente Razionali, Riccardo Palumbo parte dal mantra di Richard Thaler — "make it easy" — per seguirlo fin dove diventa scomodo. Ridurre attriti orienta le nostre scelte, è vero. Ma lo stesso principio funziona in ogni direzione: a volte un attrito messo lì apposta ci protegge, altre volte serve solo a chi vuole decidere al posto nostro. Dove finisce la spinta gentile e comincia la manipolazione? Umanamente Razionali è il podcast sulla razionalità umana — quella reale, fatta di scorciatoie cognitive che non sono errori ma adattamenti. Nuovi episodi ogni settimana. umanamenterazionali.substack.com

Episodes

  1. 10h ago

    Il ritorno a un’economia umana

    Se questa storia fosse la sceneggiatura di un film inizierebbe con un docente di economia che lavora in un dipartimento di neuroscienze, fa ricerca in collaborazione con colleghi psicologi, neurologi, radiologi, biologi, fisiologi e poi arriverebbe la fatidica domanda: come è potuto accadere? Perché un economista (peraltro di quelli che studiano i meccanismi di funzionamento delle aziende) si trova in un dipartimento di Neuroscienze? Poi il flashback. Questo è un articolo di una newsletter sulla razionalità umana, non la sceneggiatura di un film per cui la faccio breve. Quando qualcuno mi chiede perché, rispondo con un’altra domanda: se l’economia è lo studio di come gli esseri umani decidono in merito a risorse scarse, dunque scelgono, cooperano, esprimono o meno fiducia e valori morali, perché dovrebbe starsene chiusa in una stanza, da sola? Quest’anno la sezione di Economia comportamentale e Neuroeconomia che coordino, nata nel Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Chieti-Pescara, ha compiuto dieci anni. All’inizio l’idea sembrava a molti piuttosto eccentrica. Oggi l’economia comportamentale è ovunque: nei governi, nelle aziende, nella vita di tutti i giorni. Vale la pena chiedersi come sia successo. E soprattutto cosa significhi, davvero, per chi oggi deve formarsi. Una disciplina entrata in aula dalla porta di servizio Facciamo un passo indietro. Il lavoro che diede una spallata all’economia ortodossa – la Prospect Theory di Kahneman e Tversky – è del 1979, e uscì su Econometrica, una delle riviste più ortodosse della professione. La sede si rivelò decisiva, anche se, per ammissione dello stesso Kahneman, non era stata scelta per strategia: pubblicare su Econometrica significò comunque parlare direttamente agli economisti; se lo stesso lavoro fosse apparso su una rivista di psicologia, il dibattito tra gli economisti avrebbe tardato ad arrivare. Per anni quel paper è rimasto l’articolo più citato mai pubblicato da Econometrica, anche se la disciplina, nel suo insieme, ha faticato a lungo a trarne le conseguenze. Come ho raccontato nel secondo articolo di questa newsletter (L’uomo che visse due volte), a metà Novecento l’economia aveva ormai consolidato un patto con la matematica e messo da parte la psicologia: l’homo oeconomicus era l’assioma comodo che permetteva di andare avanti senza sporcarsi le mani con gli esseri umani reali. Eppure, non era sempre stato così. L’economia nasce, a ben guardare, come una scienza del comportamento umano. Diciassette anni prima della Ricchezza delle nazioni (1776), Adam Smith aveva già scritto la Teoria dei sentimenti morali (1759): un libro che descrive l’empatia, il senso di giustizia e il modo in cui ci giudichiamo con gli occhi di uno “spettatore imparziale” che tiene a freno le passioni. Vi si trova perfino, in nuce, l’avversione alle perdite: Smith nota che soffriamo nel cadere da una condizione migliore a una peggiore più di quanto godiamo nel cammino opposto. Non a caso tre economisti comportamentali, Ashraf, Camerer e Loewenstein, lo hanno riletto nel 2005 come un loro precursore. E per oltre un secolo la psicologia restò di casa: i teorici dell’utilità, da Bentham a Jevons a Edgeworth, ragionavano apertamente in termini di piacere e dolore. La separazione arrivò all’inizio del Novecento, e ha un protagonista italiano: Vilfredo Pareto, che volle una teoria della scelta indipendente dalla psicologia; il percorso si completò con Hicks e Allen e con le preferenze rivelate di Samuelson (1938). Luigino Bruni e Robert Sugden hanno raccontato quella svolta in un saggio del 2007 intitolato, appunto, «La strada non presa». Ci vorranno decenni perché qualcuno torni a riaprirla: in questo senso l’economia comportamentale non è un’eresia recente, ma un ritorno a casa. E c’è una radice ancora più vicina a noi italiani. Prima ancora di Smith, a Napoli, un’intera scuola aveva pensato l’economia come scienza dell’uomo e delle sue relazioni. Nel 1754 Antonio Genovesi salì sulla cattedra napoletana di Commercio e meccanica, considerata da molti la prima cattedra di economia d’Europa. Quando ne raccolse le lezioni non le chiamò economia e basta: le chiamò economia civile. Con lui – e prima di lui con Paolo Mattia Doria, poi con Gaetano Filangieri – prese forma un’idea del mercato come luogo di reciprocità e di «pubblica felicità», fondata su ciò che Genovesi metteva al centro di tutto: la «fede pubblica», cioè la fiducia. Non è, in effetti, economia comportamentale nel senso odierno: è qualcosa di diverso e complementare, l’intuizione che lo scambio economico sia prima di ogni cosa un fatto umano e relazionale. E non è un caso che lo stesso Luigino Bruni che ha raccontato «la strada non presa» sia oggi fra i maggiori studiosi dell’economia civile. Il Nobel a Kahneman, nel 2002 – condiviso con Vernon Smith, padre dell’economia sperimentale, e non con Amos Tversky, con cui quelle idee erano nate, perché scomparso nel 1996 (il premio non si assegna alla memoria) – ha soprattutto accelerato un passaggio: quello dalla ricerca, dove il processo era già maturo, alla formazione e alla pratica professionale, cioè al lavoro di chi porta questi strumenti dentro le imprese e le istituzioni. Il gruppo di ricerca sull’economia comportamentale al NBER – il National Bureau of Economic Research, il principale centro di ricerca economica statunitense – esisteva già dal 1992; Nudge di Thaler e Sunstein è del 2008; la prima «nudge unit» governativa, quella britannica, nasce nel 2010, sette anni prima che a Thaler arrivasse il suo, di Nobel, nel 2017. I riconoscimenti, insomma, sono arrivati dopo, e hanno poi accompagnato la diffusione di questi temi nei programmi universitari. Se un termometro dell’interesse crescente esiste, per quanto grezzo, è la curiosità del pubblico. Le ricerche mondiali per «behavioral economics» su Google Trends restano quasi piatte per oltre un decennio – un indice attorno a 14-15 su 100 dal 2004 al 2016 – poi, nell’ottobre 2017, il mese del Nobel a Thaler, l’indice raddoppia, ma solo per qualche settimana. Dall’estate 2025 l’interesse cresce in modo molto più marcato, fino al massimo della serie a maggio 2026, per poi ridimensionarsi. Non provo qui a spiegarne il motivo: non tutto ciò che si misura chiede di essere spiegato, e la smania di trovare una causa a ogni singolo movimento è a sua volta una piccola trappola cognitiva. Due considerazioni, semmai, aiutano a leggere il grafico. Da una parte, quell’indice è sempre relativo al picco del periodo osservato, così che lo stesso evento appare grande o piccolo a seconda di quando si scaricano i dati: il balzo del 2017, enorme all’epoca, oggi sembra quasi modesto solo perché schiacciato da ciò che è venuto dopo. Dall’altra, la serie comincia soltanto nel 2004, e resta perciò invisibile quello che forse è stato il vero spartiacque: il Nobel a Kahneman del 2002. Interesse di ricerca mondiale per «behavioral economics». Indice Google Trends 0–100, relativo al picco del periodo; estrazione settembre 2026. Sul fronte accademico, intanto, i corsi di economia comportamentale sono diventati la norma, da Harvard al MIT, e alcune università offrono ormai interi corsi di laurea dedicati. In Italia, come spesso accade, la cosa è arrivata più tardi, soprattutto dopo gli anni Duemila. Non più roba da economisti Quando si parla di applicazioni dell’economia comportamentale, la mente corre subito alle politiche pubbliche: le spinte gentili, la donazione degli organi, l’opzione di default sul modulo delle tasse. È il volto più noto, complice il successo di Nudge. Secondo l’OCSE oggi più di trecento istituzioni, in oltre sessanta Paesi, applicano le scienze comportamentali alle politiche pubbliche. Un fenomeno enorme. Sarebbe però un errore pensare che ne beneficino soltanto i governi. Le imprese lo hanno capito prima, e in certi casi meglio. Gallup, per esempio, in un’analisi dedicata al mercato business-to-business, riporta che le aziende che usano i dati per progettare interventi mirati a coinvolgere emotivamente i propri clienti registrano ricavi più alti del 50%, redditività maggiore del 34% e una «quota di portafoglio», cioè la parte della spesa del cliente che finisce a quel fornitore, superiore del 55%. Sono cifre impressionanti, e proprio per questo da maneggiare con prudenza: vengono da analisi della stessa Gallup, che di quelle metodologie è anche fornitrice, non precisano rispetto a quale gruppo di confronto sia calcolato il vantaggio e fotografano un’associazione, non una relazione causale dimostrata. Restano però un indizio, e convergente con qualcosa che marketing e management sapevano da tempo: non erano mai caduti davvero nella trappola dell’homo oeconomicus, perché chi deve vendere un prodotto o guidare un gruppo di persone non si è mai potuto permettere il lusso di immaginare clienti e collaboratori perfettamente razionali. Va anche detto, per onestà intellettuale, che gli effetti misurati quando i nudge vengono applicati su larga scala sono più modesti di quelli che leggiamo negli articoli scientifici. DellaVigna e Linos (2022) hanno analizzato tutti i 126 esperimenti di due grandi nudge unit statunitensi, su 23 milioni di persone: effetto medio di 1,4 punti percentuali contro gli 8,7 degli studi pubblicati, circa sei volte meno. Gran parte della distanza si spiega con la tendenza a pubblicare soprattutto i risultati positivi. Non è un motivo per buttare via lo strumento. È un motivo per insegnarlo bene: con le sue potenzialità e i suoi limiti, senza la retorica della bacchetta magica. Il punto è che se l’economia comportamentale serve a chiunque debba creare valore – per i cittadini, per i clienti, per i collaboratori di un’organizzazione di qualunque tipo – allora non è più una materia a uso escl

  2. Oct 1

    L’uomo più pericoloso in America

    Martedì 22 settembre, al Palazzo di Vetro di New York, il presidente degli Stati Uniti ha parlato per una quarantina di minuti davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. A un certo punto, parlando dell’Iran, ha detto più o meno così: “devo decidere se fare un accordo o annientare la Repubblica Islamica, e farlo in fretta”. E poco dopo: “credo che faremo un accordo subito dopo le elezioni, perché stanno aspettando di vedere come andrò alle midterm”. Ha poi definito Cuba uno Stato fallito destinato a cadere, e la delegazione cubana ha lasciato l’aula. Non sono frasi che siamo abituati ad ascoltare da quella tribuna, men che meno dal capo di una grande potenza. Eppure, almeno per chi studia come prendiamo le decisioni, la cosa più interessante non è il tono. È la struttura. Ci torno tra poco. Prima vi propongo un gioco. Immaginate un semplice gioco con un’urna contenente 30 biglie rosse e 60 biglie di colore nero o giallo, in proporzioni sconosciute. Potete estrarre una biglia e scegliere tra due scommesse: 1) vincete 100 euro se la biglia estratta è rossa 2) vincete 100 euro se la biglia estratta è nera Su quale delle 2 preferireste scommettere? Ora con la stessa urna potete scegliere tra queste due scommesse: 3) vincete 100 euro se la biglia estratta è rossa o gialla 4) vincete 100 euro se la biglia estratta è nera o gialla In questo secondo caso, su quale delle 2 scommesse preferireste puntare? La maggior parte delle persone preferisce la scommessa 1 nel primo caso e la scommessa 4 nel secondo caso. Anche voi avete scelto 1 e 4? Questa combinazione dimostra che preferiamo le probabilità note (nelle scommesse 1 e 4) piuttosto che quelle ambigue (nelle scommesse 2 e 3). Eppure, nessun calcolo la giustifica. Se preferite la rossa alla nera, state implicitamente scommettendo che le nere siano meno di 30; ma allora, per coerenza, nel secondo caso dovreste preferire la 3 alla 4. Scegliere 1 e 4 insieme, a rigore, significa contraddirsi. Si tratta di uno dei tanti casi in cui abbiamo una forma di razionalità prevedibile, che però non è quella legata al puro calcolo delle probabilità. Questo test, proposto nel 1961 da Daniel Ellsberg, dimostra il paradosso che porta il suo nome: siamo naturalmente avversi all’ambiguità. Un’urna a metà strada tra rischio e incertezza La settimana scorsa, parlando di montagna e di chi «se l’è cercata», vi dicevo che la vita non è un casinò: una valanga non viene estratta da un’urna di cui conosciamo la composizione, e se anche il mondo fosse un’urna non sapremmo cosa ci sta dentro. È la distinzione tra rischio e incertezza, che risale a Frank Knight. Nel rischio le probabilità sono note: il dado, la roulette, il mazzo di carte. Nell’incertezza no, e spesso non sappiamo nemmeno quali siano gli esiti possibili. L’urna di Ellsberg sta esattamente nel mezzo. Sappiamo quante biglie contiene, sappiamo che le rosse sono 30, conosciamo tutti i colori possibili. Ci manca solo un pezzo: come si dividono le altre 60. È questo che chiamiamo ambiguità, un mondo in cui gli esiti sono noti ma le probabilità lo sono solo in parte. Non è più il casinò, ma non è ancora la valanga. Ciò che mi ha sempre colpito è che questa terra di mezzo, ai nostri occhi, non è neutra: tra una probabilità nota e una ignota scegliamo quasi sempre la prima, anche quando la seconda non è peggiore. L’effetto è stato replicato molte volte, con intensità variabile; sembrerebbe più forte quando le due opzioni ci stanno davanti una accanto all’altra. Va detto, per onestà, che gran parte di questi esperimenti è stata condotta su studenti universitari di paesi occidentali, con somme spesso simboliche. Il contributo di Ellsberg alla teoria delle decisioni è stato determinante, ma il suo nome è forse più noto per altro. Nato a Chicago nel 1931, dopo la laurea ad Harvard lavorò come analista alla RAND Corporation e nel Corpo dei Marines. Inizialmente favorevole alla guerra in Vietnam, cambiò posizione dopo averne visto le devastazioni sui civili. Nel 1971, decise di divulgare i “Pentagon Papers”, documenti top-secret che rivelavano le menzogne del governo americano sulla guerra in Vietnam. Questo atto, che gli valse l’accusa di spionaggio da Nixon, contribuì allo scandalo Watergate e alle dimissioni del presidente. Le accuse contro di lui caddero nel 1973, quando emerse che uomini al servizio della Casa Bianca – in parte gli stessi poi coinvolti nel Watergate – avevano svaligiato lo studio del suo psichiatra in cerca di materiale per screditarlo. È morto nel 2023, a 92 anni. La sua storia è raccontata nel documentario “The Most Dangerous Man in America” (2009). Il cervello come macchina predittiva Ebbene sì, il titolo di questo articolo si riferisce al documentario su Ellsberg. Avete pensato che mi riferissi a Donald Trump? Questo sarebbe comprensibile, sia per la foto in copertina, sia perché il nostro cervello è una macchina predittiva. È progettato per fare continuamente previsioni basandosi sui dati disponibili e preferisce situazioni in cui fare previsioni è più facile. Immagina di vedere un cane che corre verso di te. Prima di elaborare tutti i dettagli visivi, il tuo cervello ha già previsto se potrebbe saltarti addosso o fermarsi. Questa capacità di anticipazione è alla base della teoria del predictive coding di Karl Friston. Secondo questa teoria, il cervello non elabora passivamente gli stimoli, ma costruisce attivamente previsioni basate su modelli interni del mondo. Questi modelli vengono aggiornati confrontando le aspettative con le informazioni sensoriali reali. Quando emerge una discrepanza, il cervello modifica i suoi modelli per adattarsi meglio alla realtà. Questa tendenza a elaborare continuamente previsioni spiega perché siamo naturalmente avversi all’ambiguità. O meglio, lo rende plausibile: il predictive coding è una cornice teorica influente, non una legge dimostrata, e il legame con l’avversione all’ambiguità resta un’interpretazione. Qualche indizio però c’è. In uno studio del 2005, davanti a scommesse ambigue si attivavano di più l’amigdala e la corteccia orbitofrontale, e pazienti con lesioni orbitofrontali si mostravano molto meno avversi all’ambiguità e al rischio. Ma i campioni erano piccoli: un indizio, non una prova. Trump e la guerra dell’imprevedibilità Cosa c’entra Trump con tutto questo? Durante la campagna elettorale del 2024, prometteva una guerra commerciale totale: dazi sopra il 20% su ogni importazione e fino al 60% contro la Cina. Tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, in poche settimane ha sconvolto i punti fermi della politica internazionale: alcuni alleati sono diventati avversari, alcuni avversari interlocutori privilegiati, e partner storici come il Canada e l’Unione Europea hanno cominciato a essere trattati come rivali. Il primo giorno di mandato, Trump ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, permettendogli di saltare i normali processi democratici ed emettere ordini esecutivi in autonomia. Questo ha non solo accelerato l’implementazione delle sue politiche, ma ha soprattutto aumentato la volatilità delle sue comunicazioni. La facoltà di emettere decreti in autonomia gli ha consentito di fare annunci continui, spesso contraddittori tra loro. Sembra che Trump cerchi deliberatamente l’elemento sorpresa in ogni sua comunicazione. Fa dichiarazioni che poi non rispetta. Firma ordini esecutivi senza preavviso. Ordini che poi spesso devono essere modificati. Ad inizio febbraio 2025 il balletto dei dazi inizia con il 10% in più su tutto l’import cinese e con dazi del 25% su tutto l’import da Canada e Messico. Questa seconda decisione in aperta violazione con i trattati commerciali. Nei giorni successivi i dazi verso Canada e Messico verranno posticipati, poi applicati, poi esentati per specifiche categorie di beni, poi sospesi. Poi saranno ancora alzati i dazi nei confronti della Cina. Il 12 marzo viene interessata l’Europa. Con un ordine esecutivo, Trump rinnova vecchi dazi sull’acciaio e l’alluminio, portandoli tutti al 25%, ed estende i dazi anche ai prodotti che sono fatti di acciaio e alluminio. Il risultato è che il valore dell’export europeo colpito dai dazi viene più che triplicato. Nel gioco delle minacce di dazi tra USA ed Europa per riportare in equilibrio la bilancia commerciale, Trump non considera i dazi che ha già messo su acciaio e alluminio, per cui risponde alle contromisure paventate dall’UE con la minaccia di ulteriori dazi. Ad esempio sugli alcolici europei. Sul suo social, Truth, ha parlato perfino di un dazio del 200% sui vini europei, e quindi anche italiani. Poco dopo l’uscita della prima versione di questo articolo, quella che allora era solo un’indiscrezione – dazi generalizzati verso tutti i partner commerciali – è diventata il «Liberation Day» del 2 aprile 2025: un dazio minimo del 10% su quasi tutte le importazioni e aliquote «reciproche» molto più alte per decine di paesi. Una settimana dopo, con le borse in caduta libera, gran parte di quelle aliquote veniva sospesa per novanta giorni. Allora scrivevo che il flusso di sorprese sarebbe continuato, senza sapere per quanto e con quali esiti. Oggi qualche esito lo conosciamo. A fine luglio 2025 Stati Uniti e Unione Europea hanno fissato al 15% il dazio sulla maggior parte delle merci europee, vino compreso: il 200% non è mai arrivato. E il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema, sei voti contro tre, ha stabilito che la legge sui poteri di emergenza invocata da Trump non gli consentiva dazi di portata illimitata: circa 165 miliardi di dollari riscossi, ora in larga parte da restituire agli importatori. Distinguere la vera informazione dal rumore, insomma, è stato possibile solo a posteriori. Ma nel frattempo i mercati hanno dovuto reagire all’una e all’altro. La guerra intrapresa da Trump appare psicologica, oltre che c

  3. Sep 24

    Quelli che se la sono cercata

    Perché alcune vittime ci sembrano più “colpevoli” di altre? E perché temiamo di più i rischi visibili e improvvisi rispetto a quelli lenti e quotidiani? In questo episodio, Riccardo Palumbo distingue pericolo, rischio e incertezza e racconta come euristiche, moralizzazione e bisogno di attribuire una colpa influenzino il nostro giudizio. 🎧 Segui Umanamente RazionaliLinkedInYoutubeSpotify Iscrivetevi per non perdere la prossima puntata. Lasciate un commento e condividetela. È il modo più concreto per aiutarci a far crescere questo progetto. Grazie! Lo scorso 30 luglio una valanga si è staccata sul Broad Peak, la dodicesima montagna più alta della Terra, nel Karakorum pakistano. Ha travolto una spedizione di dieci persone. Non è sopravvissuto nessuno. Tra loro c’era Nirmal Purja, per tutti Nims. Aveva compiuto da pochi giorni quarantatré anni, ex Gurkha delle forze speciali britanniche, l’uomo che nel 2019 aveva salito tutti i quattordici Ottomila in sei mesi e sei giorni. Un’impresa fino ad allora ritenuta impossibile. Anche l’uomo che firmò, con il suo team, la prima invernale del K2. Pochi giorni prima aveva scritto una frase che riletta ora ha un sapore davvero amaro: al Broad Peak non chiedeva altro che “un passaggio sicuro, su e giù”. Difficile immaginare qualcuno più preparato di lui e quella salita non rientrava certo tra le sue imprese più esposte. Eppure è morto. C’è un evento che riguarda Nims che mi fece sorridere e che oggi è l’incipit di questo episodio. Nell’estate del 2022 fu fotografato di fronte a Capanna Margherita, in cima al Monte Rosa, in scarpe da ginnastica e pantaloni pinocchietto. Gli appassionati di montagna lo ricorderanno. Fu subito travolto sui social da chi – probabilmente senza sapere chi fosse e quali imprese avesse già compiuto – lo giudicava uno “sprovveduto e irresponsabile”. Lui si limitò a rispondere “so quello che faccio” e considerando la sua storia penso che nessuno possa dubitarne. Ora è proprio sulle sentenze di chi probabilmente non va in montagna e si affretta a formulare giudizi del tipo “se la sono cercata” che vorrei guardare da vicino. Vorrei rispondere a una domanda: perché giudichiamo come particolarmente pericolose alcune attività e non altre, intendo a parità di rischio chiaramente. E perché solo sulle prime esprimiamo giudizi morali che colpiscono chi le compie? Naturalmente non si tratta solo di chi va in montagna, ma in generale di tutti quelli che svolgono attività in ambienti ostili. Tre parole che confondiamo: rischio, pericolo, incertezza Partirei separando tre parole che spesso vengono trattate come sinonimi pur avendo significati molto diversi. Il “pericolo” è la fonte oggettiva del danno: la valanga, il seracco, la scarica di sassi, la quota. In un ambiente ostile è un dato: esiste a prescindere da noi, e non lo si elimina. Il “rischio” è un’altra cosa: è una probabilità, nasce dall’incontro tra quel pericolo e la nostra esposizione, e su questo si può intervenire. È esattamente ciò che fa l’alpinista competente: legge il manto nevoso, si equipaggia, si allena, sceglie l’orario, cambia via, rinuncia. L’alpinista esperto riduce il rischio, non il pericolo. C’è poi un terzo termine che mi sta particolarmente a cuore. Molto di ciò che accade in alta quota non è dovuto al rischio, in senso stretto, è dovuto all’“incertezza”. La distinzione risale a Frank Knight e attraversa il lavoro di Gerd Gigerenzer: nel rischio la distribuzione di probabilità è nota a priori, nell’incertezza no. Se avete studiato statistica vi sarete approcciati al calcolo delle probabilità con esempi del tipo: lancio un dado qual è la probabilità che esca un 6? Naturalmente è 1/6, a meno che il dado sia truccato. Oppure punto una somma sul 13 alla roulette qual è la probabilità di vincere? O ancora estraggo una carta a caso da un mazzo di carte francesi qual è la probabilità di avere una figura? Il punto è che noi non viviamo in un casinò, dove le distribuzioni di probabilità degli eventi sono note a priori. Sappiamo quante facce ha un dado, quanti numeri possono uscire alla roulette, di quante carte di compone un mazzo. Nella vita vera le probabilità a priori non sono note. Il mondo non è enumerabile in anticipo. Una singola valanga, in un dato istante, non è estratta da un’urna di cui conosciamo la composizione. E se il mondo fosse un’urna non sapremmo comunque cosa ci sta dentro. Lo stesso vale per gli investimenti finanziari, per le scelte di lavoro, per i matrimoni ed altro ancora. Si può essere maestri nel ridurre il rischio e restare esposti all’incertezza. Nessuna preparazione può azzerare l’incertezza proprio perché l’incertezza affonda le sue radici nell’ignoto. Da qui parte tutto il resto, perché è proprio su questo confine che il nostro giudizio scivola. La ricerca converge su un punto: non giudichiamo i rischi in base a quanto possono davvero farci male. Li giudichiamo in base a quanto li vediamo e a quanto possiamo dare la colpa a chi li corre. Due piani da non confondere C’è chi trascura le cautele – ad esempio sale in montagna senza preparazione né equipaggiamento adeguati – e per questo deve essere soccorso, a spese di altri: comprendo che qui la critica abbia un fondamento, perché c’è una negligenza e c’è un danno verso terzi. C’è poi chi rispetta le regole, la montagna e i rischi che essa comporta, adotta ogni cautela, e muore lo stesso, sotto un pericolo oggettivo o dentro quell’incertezza che non si può cancellare. Il primo caso ammette un rimprovero, il secondo no. Beninteso, la linea di confine tra rischio e incertezza è spesso sottile però suggerisce una maggiore predisposizione a riconoscere il beneficio del dubbio. Eppure, quasi sempre dopo un incidente in montagna, specie se ha esiti fatali o se comunque richiede l’intervento del soccorso, magari di un elicottero, sui social si scatenano giudizi morali su “quelli che se la sono cercata”. Il giudizio che sceglie i suoi bersagli Perché lo facciamo? Alcuni studi recenti aiutano a rispondere. Un lavoro del 2025, su oltre duemila persone, mostra che moralizziamo un comportamento soprattutto quando lo percepiamo come dannoso verso gli altri; il danno solo verso sé stessi non predice in modo affidabile la condanna. Ecco perché l’accusa aggiunge quasi sempre: “e la famiglia?”, “e i soccorritori?”. A ben vedere però sotto c’è un bisogno più antico: credere in un mondo giusto, in cui a ciascuno tocca ciò che merita. Questo è un punto contro-intuitivo: davanti a una vittima innocente tendiamo a incolparla di più, non di meno. Nel classico esperimento di Lerner e Simmons del 1966 gli osservatori svalutavano la vittima tanto più quanto più la sua sofferenza appariva immeritata perché una disgrazia senza colpa è ciò che minaccia di più la nostra illusione di sicurezza. Questo è il motivo per cui di solito di fronte alla notizia di una morte cerchiamo subito una causa oggettiva che ci esclude dal rischio: era anziano, stava molto male, è stato incosciente. Così, di fronte a chi ha fatto tutto bene ed è morto comunque, siamo spinti a inventargli una colpa (“qualcosa avrà sbagliato”), pur di non ammettere che poteva capitare anche a noi. A ciò si aggiunge la tendenza, descritta da Weiner, a biasimare tanto più quanto più riteniamo che l’esito fosse una scelta controllabile: e la montagna, vista da fuori, sembra la scelta per eccellenza. La lista dei rischi che condanniamo, poi, non è universale: dipende dalla tribù a cui apparteniamo, al punto che ciò che una comunità legge come sconsideratezza, un’altra la vive come libertà o competenza. E c’è la moralizzazione vera e propria, per cui – come ha mostrato Rozin – la salute diventa virtù e la malattia colpa. Non vorrei essere frainteso. Ammetto di avere una posizione di parte, perché sono appassionato di attività in alta quota, ma non sono qui per dire se chi va in montagna faccia bene o male, né per assolvere l’imprudente. Sto descrivendo come funziona il nostro giudizio, non per formularne uno. L’immediato e il lento Se davvero moralizzassimo i rischi in proporzione al danno, del resto, il bersaglio non sarebbe l’alpinista. Sarebbe il divano. Secondo i dati OMS relativi al 2021, le malattie non trasmissibili causano ogni anno oltre 43 milioni di morti, circa tre quarti dei quali non legati alla pandemia (era il 2021!), e tra i loro fattori modificabili ci sono sedentarietà e alimentazione scorretta. Le stime sulla sola inattività fisica variano molto: da circa 1,6 a oltre 3 milioni di morti l’anno a seconda del metodo. C’è dunque molta imprecisione, ma l’ordine di grandezza resta enorme. Eppure, nessuno, a cena, dà dell’irresponsabile a chi passa la vita seduto. Contano due cose diverse. La prima è la vividezza: una valanga, un elicottero, un corpo tra le rocce sono immagini nitide, e l’euristica della disponibilità ci fa scambiare ciò che si ricorda con facilità per ciò che è frequente. La seconda, e forse la più decisiva in questi casi, è la riconducibilità causale. La morte sotto una valanga ha una causa unica, prossima, inequivocabile; quella per infarto è l’esito di una catena lunga e multifattoriale, in cui nessun singolo istante è «la» causa; la si vede solo in aggregato, con l’epidemiologia. Sul certificato di morte si legge «malattia cardiaca», non «sedentarietà»: la causa apparente scaccia quella reale. È il punto che McGinnis e Foege sollevarono già nel 1993. Distinsero le cause di morte registrate – cuore, tumori, ictus, cioè l’esito dei processi patologici – dalle «cause reali»: tabacco, cattiva alimentazione e inattività, alcol. In aggregato, queste ultime spiegano circa metà dei decessi statunitensi. A questo si sommano altre qualità del rischio – quanto è controllabile

  4. Sep 17

    L’uomo che visse due volte

    Nel marzo 2017 Constantin Reliu, rumeno di 62 anni, ritorna in Romania dopo aver trascorso 25 anni in Turchia e scopre di essere morto. Come può una persona scoprire di essere morta quando è evidentemente viva? Non avendo sue notizie da anni, nel 2016 la moglie di Reliu aveva chiesto e ottenuto la dichiarazione legale di morte dell’uomo, appena un anno prima del suo ritorno.🎧 Segui Umanamente RazionaliLinkedInYoutubeSpotify Iscrivetevi per non perdere la prossima puntata. Lasciate un commento e condividetela. È il modo più concreto per aiutarci a far crescere questo progetto. Grazie! La storia, per il cui titolo ho preso spunto da un film del 1956, potrebbe ricordare la commedia “Letto a tre piazze” (1960) con Totò e Peppino De Filippo. Antonio Di Cosimo, il marito creduto morto interpretato da Totò, riappare all’improvviso proprio il giorno dell’anniversario di matrimonio di sua moglie con Peppino. Ma la vicenda di Reliu non ha nulla di comico: l’uomo fa causa contro la propria dichiarazione di morte e incredibilmente la perde. Le conseguenze sono devastanti: pur essendo biologicamente vivo, per lo Stato rimane ufficialmente morto. Niente documenti, nessun accesso ai servizi pubblici, impossibilità di lavorare o firmare contratti. Di fatto, nessun diritto. Un test per esplorare la razionalità umana La vicenda di Reliu sembra un caso estremo. Ma ha più a che fare con le nostre decisioni quotidiane di quanto pensiamo. Richard Thaler, nel suo libro “Misbehaving”, propone un test che lo dimostra. Immaginate due binari ferroviari, ciascuno lungo esattamente 1 chilometro, posati in sequenza su un terreno piano. Questi binari sono fissati saldamente solo alle estremità esterne, mentre al centro sono semplicemente appoggiati l’uno contro l’altro. In una giornata molto calda, il metallo si dilata e ciascun binario si allunga di 1 centimetro. Poiché le estremità esterne sono fisse, l’unica direzione possibile per l’espansione è verso l’alto, formando una specie di ponte levatoio nel punto centrale. La domanda è: di quanto si solleverà il punto centrale dove i due binari si incontrano? La risposta intuitiva vs. la realtà matematica Se avete risposto “circa 2 centimetri”, siete in ottima compagnia. La maggior parte delle persone intuisce che, se i binari si allungano di 2 cm in totale, il sollevamento sarà approssimativamente della stessa misura. La risposta corretta, però, è sorprendentemente diversa: 4,47 metri. Questa soluzione deriva dall’applicazione del teorema di Pitagora ai due triangoli rettangoli che si formano. Lo scarto enorme tra l’intuizione (2 cm) e la realtà matematica (4,47 m) non è casuale. È il risultato di una strategia cognitiva che il nostro cervello applica spontaneamente: ancorare la stima a un dato saliente — i 2 cm di allungamento — e aggiustarla di poco. Una scorciatoia che nella vita quotidiana funziona spesso e bene, ma che in un problema geometrico non lineare produce una risposta lontanissima dal calcolo formale. A questo punto vi propongo una scommessa Immaginiamo ora un esperimento: se tutti i lettori rispondessero al test del binario e mettessimo in palio 1.000 (fanta)euro per chi riesce a prevedere con maggior precisione la media di tutte le risposte, chi vincerebbe? Il premio non andrebbe a chi conosce la risposta matematicamente corretta (4,47 m), ma a chi comprende come ragionano le persone reali. Questo ci porta al concetto di “homo oeconomicus”, il modello teorico dell’individuo perfettamente razionale immaginato dagli economisti tradizionali. Questo “supereroe della razionalità” avrebbe sempre accesso a tutte le informazioni rilevanti, saprebbe analizzarle perfettamente e prenderebbe sempre la decisione più efficace per raggiungere i propri scopi. Se tutti agissimo realmente come un “homo oeconomicus”, avremmo tutti calcolato correttamente 4,47 metri. Non solo: sapremmo anche che tutti gli altri farebbero lo stesso calcolo, quindi nella gara per indovinare la media, tutti risponderemmo ancora 4,47 metri. Ma sappiamo che non è così. Proponendo 4,47 metri nel mondo reale perderemmo di certo questa scommessa. D’altro canto, se davvero tutti ci comportassimo come l’homo oeconomicus, proporremmo tutti la stessa stima e il premio andrebbe diviso tra tutti i partecipanti. Questo è un esempio di mercato “efficiente”, popolato da agenti razionali, in cui i margini di profitto tendono ad annullarsi per effetto della concorrenza. La prevedibilità del pensiero umano Da questa semplice dimostrazione emergono diverse considerazioni fondamentali. * Le risposte non sono casuali. Quasi nessuno risponderà “10 metri” o “mezzo millimetro” al test del binario. La maggioranza converge intorno ai 2 cm, sottostimando enormemente il valore reale. * Le risposte seguono pattern riconoscibili. Tutti tendono alla stessa sottostima, quindi facendo la media delle risposte non ci avviciniamo alla soluzione corretta. Non si tratta di rumore casuale, ma di una direzione precisa. * Questi pattern sono prevedibili. Conoscendo il problema e le strategie cognitive che il cervello umano adotta spontaneamente, possiamo anticipare con buona precisione come la maggior parte delle persone risponderà. * Chi conosce questi pattern ha un vantaggio strategico. Comprendere come funziona il pensiero umano consente di anticipare le decisioni altrui — un vantaggio che può essere utilizzato per progettare politiche migliori, ambienti decisionali più efficaci, ma anche — va detto — per manipolare. Questi non sono comportamenti irrazionali in senso assoluto, ma rappresentano una forma di razionalità propriamente umana, che si discosta dal modello teorico dell’homo oeconomicus. Una razionalità costruita sotto vincoli reali — di tempo, di attenzione, di informazione — che produce risposte spesso ragionevoli, talvolta sorprendenti, quasi sempre prevedibili. Il modello e la realtà In fondo, la questione si riduce a due domande molto diverse: * Qual è il modo migliore per prendere una decisione in una data situazione? (approccio normativo) * Come prendono realmente le decisioni le persone nella vita quotidiana? (approccio descrittivo) Nelle facoltà di Economia si segue spesso un approccio prevalentemente normativo. L’obiettivo, in sostanza, è trasformare le persone in decisori razionali: insegnare loro a riconoscere il contesto, scegliere il modello giusto, applicarlo. Poi succede, per fortuna, che nonostante i nostri sforzi, non riusciamo a trasformare degli esseri umani in fredde macchine calcolatrici. Dunque anche i migliori laureati in Economia continueranno a prendere decisioni che il modello normativo classificherebbe come errori. Perché dico “per fortuna”? Perché se fossimo davvero macchine calcolatrici, non rifiuteremmo un’offerta ingiusta, non boicotteremmo un’azienda per ragioni etiche, non ci fideremmo di uno sconosciuto. Chi segue questa newsletter lo ha visto emergere articolo dopo articolo. Negli articoli di questa newsletter avremo diverse occasioni per discutere di casi come questi. Quando le nostre decisioni richiedono la stima del comportamento altrui, l’approccio descrittivo diventa imprescindibile. Quando forma e sostanza collidono Il sig. Reliu, con cui abbiamo iniziato questo articolo, è stato vittima di un approccio meramente normativo in cui la forma prevale sulla sostanza. È vivo, ma per la legge, e dunque per lo Stato, resta morto. La sua situazione è simile ad altri casi documentati di “morti viventi” burocratici: Lal Bihari in India, dichiarato morto per 19 anni (1975-1994), fondò persino l’Associazione dei Morti Viventi per aiutare altre persone nella sua situazione. Questi casi evidenziano come sistemi normativi rigidi possano generare situazioni paradossali quando si scontrano con la realtà empirica. La legge, creata per fornire certezza e prevedibilità, a volte produce l’effetto opposto quando applicata meccanicamente. Reliu era vivo, ma il sistema non aveva gli strumenti per vederlo. Il modello dell’homo oeconomicus funziona in modo simile: descrive un essere umano che non esiste, e quando la realtà non corrisponde al modello, è la realtà ad avere torto. Questa newsletter parte da un’intuizione diversa: che nel modo in cui le persone decidono davvero — con le loro scorciatoie, i loro vincoli, le loro emozioni — ci sia più intelligenza di quanta il modello standard sia disposto a riconoscere. * * * * * Per chi volesse approfondire questi temi, consiglio la lettura di “Misbehaving: La nascita dell’economia comportamentale“ di Richard Thaler, un viaggio affascinante nella storia di questa disciplina. Buona lettura! This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit umanamenterazionali.substack.com

    L’uomo che visse due volte
  5. Sep 9

    Make it easy. Anzi no!

    Alla ripresa dalla pausa estiva, questo numero segna l’inizio di una seconda fase della newsletter Umanamente razionali. Per ragioni che saranno chiare leggendo l’articolo, da oggi i contenuti sono disponibili anche in formato podcast anche sulle altre principali piattaforme di ascolto e in versione completa su Substack.🎧 Segui Umanamente Razionali LinkedInYoutubeSpotify Iscrivetevi per non perdere la prossima puntata. Lasciate un commento e condividetela. È il modo più concreto per aiutarci a far crescere questo progetto. Grazie! In Italia, tra le forze dell’ordine, si registra un suicidio ogni otto-nove giorni. Il tasso è quasi doppio rispetto alla popolazione generale, e tra gli agenti di Polizia Penitenziaria è ancora più alto. Secondo i dati dell’Osservatorio permanente interforze, tra il 2019 e il 2023 i suicidi accertati tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti penitenziari sono stati 207. Il numero reale è probabilmente più alto: si stima che circa il 30% dei casi non viene reso pubblico, spesso per volontà delle famiglie. La prima reazione è pensare che chi indossa una divisa sia esposto a un livello di stress insostenibile. Penso ci sia del vero: turni massacranti, esposizione alla violenza, una cultura organizzativa che potrebbe stigmatizzare la richiesta di aiuto psicologico. C’è poi un altro dato: in oltre l’80% dei casi, il mezzo utilizzato è la pistola di ordinanza. Chi ha un’arma in mano ha a disposizione uno strumento che non lascia margine. Il punto non è solo la letalità dello strumento. Il punto è la sua accessibilità. La pistola di ordinanza non è un oggetto che si va a cercare in un momento di crisi. È lì. Sempre. Sul comodino, nella fondina, a portata di mano. Richard Thaler, premio Nobel per l’economia nel 2017, e tra i padri fondatori dell’economia comportamentale ha proposto in più occasioni un suo mantra: “If you want to get people to do something, make it easy“. Se vuoi che le persone facciano qualcosa, rendiglielo facile. Thaler lo intendeva come principio di policy design, un modo per orientare i comportamenti desiderabili senza obbligare nessuno. Il principio funziona però in tutte le direzioni. Anche quelle che non vorremmo. Togliere il mezzo, togliere il gesto Se la facilità di accesso favorisce un comportamento, ridurre quell’accesso dovrebbe ridurre il comportamento. Sembra ovvio, eppure per decenni l’obiezione dominante è stata: chi vuole davvero farlo troverà un altro modo per suicidarsi. I dati dicono il contrario. Fino alla metà del Novecento, il metodo di suicidio più diffuso nel Regno Unito era l’inalazione di gas domestico, che allora derivava dal carbone e conteneva fino al 20% di monossido di carbonio. Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Settanta, il gas di carbone fu gradualmente sostituito con gas naturale proveniente dal Mare del Nord, privo di monossido. Le morti per inalazione crollarono fino quasi ad annullarsi. E il tasso complessivo di suicidio scese di circa il 30%. Le persone non avevano semplicemente cambiato metodo. La maggior parte di loro, privata di quello più accessibile, non aveva cercato alternative. In Israele, nel 2006, le forze di difesa imposero ai soldati di lasciare le armi in caserma durante i fine settimana, anziché portarle a casa come era prassi. Il risultato, documentato in uno studio di Lubin e colleghi pubblicato su Suicide and Life-Threatening Behavior nel 2010: un calo del 40% dei suicidi. La riduzione riguardava quasi interamente i fine settimana; durante i giorni feriali, quando i soldati avevano accesso alle armi in caserma, il tasso non era cambiato. Uno studio successivo di Shelef e colleghi stimò la riduzione al 57%. Il dato è potente nella sua semplicità. Un cambiamento logistico – lasciare l’arma nell’armadietto il venerdì sera – aveva prodotto un effetto superiore a qualsiasi programma di prevenzione psicologica. Non perché lo stress fosse diminuito, non perché la sofferenza fosse scomparsa, ma perché nel momento più acuto della crisi lo strumento non era lì. E quel momento, per molti, poi sarebbe passato. Una ricerca della University of Houston su 153 sopravvissuti a tentativi quasi letali ha mostrato che il 24% aveva impiegato meno di cinque minuti tra la decisione e l’atto. Il 70% meno di un’ora. La crisi suicidaria è spesso brevissima. Se durante quei minuti lo strumento più letale non è a portata di mano, la probabilità di sopravvivenza aumenta drasticamente. La facilità di accesso non è un dettaglio. È il meccanismo. L'architettura invisibile Richard Thaler e il giurista Cass Sunstein hanno dato un nome a questo meccanismo: choice architecture, architettura delle scelte. L’idea è che il modo in cui le opzioni vengono presentate influenza la scelta almeno quanto le opzioni stesse. Il contesto non è mai neutrale. L’esempio classico è l’iscrizione ai piani pensionistici. Quando l’iscrizione è automatica – si è dentro per default, si può uscire quando si vuole – i tassi di adesione superano il 90%. Quando bisogna attivarsi per iscriversi, scendono sotto il 50%. Stessa possibilità, stesso vantaggio economico, stesse persone. L’unica differenza è se il percorso richiede un gesto oppure no. Lo stesso principio opera nelle mense scolastiche: collocare la frutta ad altezza degli occhi e i dolci più in basso o più lontano aumenta il consumo di frutta senza togliere i dolci dal menu. Nessuno è obbligato a nulla. Ma il comportamento cambia, perché cambia ciò che è facile. Nell’edizione finale di Nudge, Thaler e Sunstein introducono un concetto speculare al nudge: lo chiamano sludge. Se il nudge è la spinta gentile – rendere facile un comportamento desiderabile – lo sludge è l’attrito deliberato. L’ostacolo messo lì apposta per scoraggiare un’azione. E qui la simmetria del principio diventa piena. Rendere facile ciò che vuoi promuovere. Rendere difficile ciò che vuoi scoraggiare. Sono le due facce della stessa medaglia. Quando l'attrito protegge Le barriere sui ponti sono attrito. E salvano vite: una meta-analisi di studi su ponti dove sono state installate barriere fisiche ha mostrato una riduzione dei suicidi per salto superiore al 90% nei siti interessati, senza un corrispondente aumento in altri luoghi. La doppia conferma prima di un bonifico bancario è attrito. I cinque secondi che la piattaforma ti chiede prima di pubblicare un commento sono attrito. Il tappo a prova di bambino sui farmaci è attrito. In tutti questi casi, il principio è lo stesso: interporre un ostacolo tra l’impulso e l’azione, dare al sistema cognitivo il tempo di recuperare il controllo. O semplicemente rendere un errore un po’ meno probabile. L’attrito, quando è al servizio della persona o della collettività, è protezione. Quando l'attrito è tutt'altro che gentile Lo stesso strumento nelle mani di chi persegue un interesse diverso dal tuo diventa qualcos’altro. Penso alle piattaforme che offrono 30 giorni gratuiti di prova. L’iscrizione è un gesto: un clic, una carta di credito. Talvolta la disdetta è un percorso a ostacoli: link nascosti, pagine di conferma multiple, telefonate a call center disponibili solo in orari scomodi, offerte di sconto che interrompono il processo. L’asimmetria è intenzionale. Chi ha progettato quel percorso sa che ogni ostacolo in più riduce la probabilità che tu completi la disdetta. E che molti, arrivati al terzo passaggio, chiuderanno la pagina rimandando a domani. E domani non arriverà. Amazon ha costruito un impero anche sull’applicazione perfetta del principio opposto: il one-click purchase. Un bottone. Nessun attrito. Il desiderio si trasforma in acquisto prima che il sistema riflessivo abbia il tempo di intervenire. Non è un caso che la funzionalità sia stata brevettata: Amazon la considerava un vantaggio competitivo strategico, non una soluzione di usabilità. Lo scroll infinito dei social media è lo stesso principio applicato all’attenzione. Non c’è una fine della pagina, non c’è un momento naturale in cui fermarsi. Il contenuto successivo è già caricato, già pronto. Il gesto del pollice che scorre è diventato automatico, un comportamento facilitato fino a diventare involontario. Ne ho scritto a proposito del rage bait nell’articolo “Dodici uomini arrabbiati”: la facilità con cui si condivide un contenuto senza leggerlo non è un difetto del sistema. È il sistema. C’è una differenza etica fondamentale tra le due applicazioni dell’attrito. Quando le barriere sui ponti rendono difficile un gesto irreversibile, l’attrito serve chi lo subisce. Quando un’azienda rende facile l’iscrizione e difficile la disdetta, l’attrito serve chi lo impone. Il meccanismo è identico. L’intenzione è opposta. Thaler e Sunstein hanno proposto un criterio per distinguere: il nudge è legittimo quando opera nell’interesse di chi viene “spinto”, o nell’interesse collettivo, e quando la libertà di scelta è preservata. Lo sludge diventa manipolazione quando serve l’interesse di chi lo progetta a scapito di chi lo subisce. È una distinzione apparentemente semplice. Nella pratica, la linea di confine è spesso sottile. Perché “Make it easy” funziona: la parsimonia come strategia biologica Come ho già raccontato più volte in questa newsletter, siamo animali cognitivamente parsimoniosi. Il cervello è un organo energivoro, e l’evoluzione ha risolto questo problema nel modo in cui risolve tutti i problemi: selezionando l’opzione più efficiente. Il cervello è costruito per minimizzare il dispendio di risorse cognitive, per preferire il percorso a minor resistenza ogni volta che è possibile. Non è pigrizia, è parsimonia. È la strategia che ci ha permesso di sopravvivere per centinaia di migliaia di anni con un organo che, pur rappresentando una frazione minima del nostro corpo, ne divora un quinto d

    Make it easy. Anzi no!

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Rendere le cose più facili ci porta sempre a decidere meglio? Non necessariamente. Nel primo episodio di Umanamente Razionali, Riccardo Palumbo parte dal mantra di Richard Thaler — "make it easy" — per seguirlo fin dove diventa scomodo. Ridurre attriti orienta le nostre scelte, è vero. Ma lo stesso principio funziona in ogni direzione: a volte un attrito messo lì apposta ci protegge, altre volte serve solo a chi vuole decidere al posto nostro. Dove finisce la spinta gentile e comincia la manipolazione? Umanamente Razionali è il podcast sulla razionalità umana — quella reale, fatta di scorciatoie cognitive che non sono errori ma adattamenti. Nuovi episodi ogni settimana. umanamenterazionali.substack.com

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