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Analisi e commenti sull'attualità religiosa, politica e culturale. Ascolta il podcast di radioromalibera.org a cura del prof. Roberto de Mattei. Ogni venerdì alle ore 17 una nuova puntata. VISITA IL SITO WEB DEL PROGETTO > https://www.radioromalibera.org

  1. FEB 1

    344 - Il “suicidio assistito” degli uomini e delle nazioni

    Il “suicidio assistito” degli uomini e delle nazioni La cultura di morte contemporanea ha le sue ultime espressioni nell’eutanasia e nel cosiddetto “suicidio assistito”, di cui oggi si discute in diversi paesi europei. Il percorso di legalizzazione dell’omicidio/suicidio, iniziato circa 50 anni fa con l’introduzione dell’aborto nelle legislazioni occidentali, giunge ora al suo logico compimento. Il suicidio, che è l’atto, volontario e deliberato, con cui un uomo si dà la morte, è più grave dell’omicidio perché, a differenza di questo non lascia la possibilità di pentimento. Certo, ci sono delle eccezioni possibili. Il santo curato d’Ars rassicurò la moglie di un suicida, dicendole che tra il ponte da cui si era buttato e l’acqua in cui era annegato, aveva avuto la possibilità di pentirsi. Non si può escludere la possibilità che nei suoi ultimi attimi di vita, un suicida, in seguito ad un’illuminazione divina, si possa pentire del suo gesto. Per questo il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica dice che «non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte» (n. 2283). Ma si tratta appunto di eccezioni. La morale non si applica alle eccezioni, ma alla natura dell’atto umano in quanto tale. Secondo la morale cattolica, il suicidio diretto, voluto e cosciente, è un atto intrinsecamente cattivo, moralmente ingiustificabile. San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (II-II, q. 64, a. 5) lo spiega esponendo tre ragioni. In primo luogo, ogni essere tende naturalmente a conservarsi in vita. Togliersi la vita va contro questa inclinazione fondamentale ed è un atto contro la legge naturale. In secondo luogo, uccidersi significa nuocere anche agli altri, perché ogni persona vive non solo per sé, ma per la società di cui fa parte. In terzo luogo, la vita è un dono di Dio. Il suicidio equivale a usurpare un diritto che spetta solo al Creatore.Il teologo passionista Enrico Zoffoli (1915-1996) scrive giustamente: «Il suicida nega in sé l’essere, ripudia la vita, infligge un “vulnus” nel tessuto più profondo del reale, commette la più imperdonabile delle ingiustizie in quanto ritiene non-buono l’essere, al punto di rifiutarlo, evadere dal suo dominio. Col suo gesto il suicida precipita nel peggiore degli assurdi: per esso, l’essere arriva a contraddirsi negando sé stesso» (Principi di Filosofia, Edizioni Fonti Vive, 1988, p. 664). Per questo sant’Alfonso Maria de’ Liguori qualifica il suicidio come un peccato gravissimo, che a buon diritto può essere annoverato tra quelli che gridano vendetta al cospetto di Dio («Suicidium est peccatum gravissimum, et merito inter peccata vindictam a Deo clamantia annumerari potest», in Theologia Moralis, Lib. III, Tract. IV, cap. II, n. 4)Se la mente è obnubilata, se ci si toglie la vita in un momento di alterazione psichica, la responsabilità è attenuata, ma questo non è il caso del suicidio assistito, che è un suicidio premeditato e organizzato, con piena avvertenza e deliberato consenso. E quest’atto, nella sua natura, è una sfida diretta a Dio, Signore supremo dell’universo, dal momento che il suicidio, come ricorda il padre Viktor Cathrein (1845-1931), è atto di dominio, anzi uno dei supremi atti di dominio (Philosophia moralis, Herder 1959, p. 344).Il Codice penale italiano non considera reato il suicidio in sé, né quando viene tentato, né, evidentemente, quando viene portato a compimento. È invece punito chi istiga qualcuno a togliersi la vita, ne rafforza il proposito o ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, come stabilito dall’articolo 580 del Codice penale. In questa prospettiva, la legge mira a tutelare la vita come bene primario, proteggendo la persona da pressioni, influenze o aiuti esterni che possano spingerla verso un atto irreversibile.Ciò che si propongono i fautori dell’eutanasia e del suicidio assistito è di rovesciare questa prospettiva giuridica, non solo eliminando ogni forma di punibilità per gli istigatori del suicidio, ma arrivando a trasformare il suicidio assistito in un diritto positivo. Di conseguenza, non sarebbero più censurati coloro che incoraggiano o facilitano la morte, ma sarebbero considerati colpevoli coloro che cercano di impedirla, anche solo sconsigliandola. Il tentativo di dissuadere, accompagnare, sostenere un suicidio sarebbe visto come una violazione dell’autonomia individuale.  Ciò è previsto, ad esempio, dalla proposta di legge francese, per ora bloccata in Senato, a Palazzo del Lussemburgo. La proposta di legge italiana non è così radicale, ma è destinata ad avere questo esito, per la logica inflessibile delle idee.L’odio metafisico verso l’essere, che caratterizza il suicidio è anche l’anima del processo rivoluzionario dell’Occidente verso il nichilismo. Questo itinerario di autodissoluzione ha molte manifestazioni a cominciare dal crollo demografico e dalla “sostituzione” dei popoli attraverso l’immigrazione incontrollata, ma si compie anche attraverso la cancellazione della identità e della memoria storica di una nazione. Il tentativo di annichilire il passato dell’Occidente, e in particolare le sue radici cristiane, è stato teorizzato, negli ultimi cinquant’anni, dai “padroni del pensiero contemporaneo”, come bene documenta il prof. Renato Cristin nel suo studio dedicato a I padroni del caos (Liberlibri, 2017).   Nel suo classico Europe and the Faith, pubblicato nel 1920, Hilaire Belloc (1870-1953) poneva una radicale alternativa, che è stata confermata da oltre cento anni di storia: «L’Europa tornerà alla Fede o perirà. Perché la Fede è l'Europa e l'Europa è la Fede».  Tre anni prima, il 13 luglio 1917, la Beata Vergine Maria si era rivolta ai tre pastorelli di Fatima con queste parole: «Dio si appresta a punire il mondo per i suoi delitti…” e, «se non si convertirà», “…diverse nazioni saranno annientate». A quale annientamento si riferisce la Madonna? La distruzione materiale delle nazioni, in seguito, ad esempio, ad un’ecatombe nucleare, o la loro auto-disintegrazione spirituale, attraverso l’oblio di quella identità culturale da cui scaturisce la vita delle nazioni? O forse entrambe le forme di annientamento, come conseguenza di una catastrofica perdita della fede? Se così è, il “suicidio assistito” da tanti invocato, non appare come una pratica individuale, ma come il simbolo di una scelta collettiva, che pone una domanda più profonda: “Qual’è il destino della società umana?”. La risposta sarebbe tenebrosa, se non fosse rischiarata dalle parole conclusive della profezia di Fatima, che annunciano non la morte ma, dopo un ineluttabile castigo, la vita e la speranza al nostro orizzonte. (Roberto de Mattei)      Questo episodio include contenuti generati dall’IA.

    9 min
  2. JAN 11

    341 - Leone XIV e la Città di Dio

    Leone XIV e la Città di Dio Mi è capitato spesso di riferirmi a sant’Agostino e in particolare al suo capolavoro La Città di Dio. All’inizio di questo 2026, ho scritto che il De civitate Dei di sant’Agostino ci offre una chiave interpretativa della storia, che ci consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi politici ed economici e ci rimanda a un conflitto più profondo, tra opposte visioni dell’uomo e del mondo (https://www.corrispondenzaromana.it/comunismo-e-anti-comunismo-in-unora-decisiva-della-storia/). Sono stato colpito dunque dal discorso che il Papa ha fatto il 9 gennaio di quest’anno ai membri del Corpo diplomatico (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/january/documents/20260109-corpo-diplomatico.html).  Un discorso che è incentrato proprio sulla Città di Dio di sant’Agostino e di cui vorrei citare i passi salienti, con le stesse parole di Leone XIV “Ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., - dice il Papa - Sant’Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio. Come ha osservato  Benedetto XVI si tratta di un’ « opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia »,  (Benedetto XVI, Catechesi 20 febbraio 2008).(…) Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo.Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei)”, e “la città terrena, incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. (…) Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca.  Se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine”, (S. Agostino, De Civ. Dei, XIX, 13), che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena (Ibid., XIV, 28). Tuttavia, come nota Agostino, è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi » ( Ibid., XIX, 4. 4.).  L’orgoglio offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo. Non a caso all’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio”.Qual è dunque l’insegnamento di sant’Agostino riproposto da Leone XIV? È l’insegnamento sempre attuale della Città di Dio: la consapevolezza che la storia dell’umanità è attraversata da una radicale alternativa, da due visioni del mondo e della storia inconciliabili tra loro. Da una parte vi è la visione trascendente, che riconosce Dio come principio e fine di ogni realtà e orienta a Lui non solo la vita personale, ma anche quella sociale, culturale e politica, a livello nazionale e internazionale. Dall’altra vi è la visione immanente, che rinchiude l’uomo nell’orizzonte del finito, escludendo Dio dalla storia e riducendo ogni criterio di verità, di giustizia e di bene alla misura dell’uomo stesso. La prima visione è fondata sull’umiltà, di chi non confida nelle proprie forze, ma tutto attende da Dio. La seconda visione, al contrario, nasce dall’orgoglio: dall’auto-adorazione dell’uomo che pensa e agisce come se Dio non esistesse e pretende di costruire la società prescindendo da Lui.Tra queste visioni del mondo, tra queste due città, non c’è compromesso possibile. Sant’Agostino ci insegna che nelle epoche più drammatiche della storia, come fu il V secolo e come lo è il nostro, è doveroso abbandonare la neutralità e schierarsi, perché la vita dell’uomo e quella della Chiesa è lotta di ogni giorno e in ogni campo, ma a condizione di cogliere l’aspetto soprannaturale di questa lotta, di comprenderne il carattere religioso e metafisico. Combattere dunque, ma con lo sguardo rivolto alla Città di Dio e non a quella degli uomini; combattere, in una parola, per l’avvento del Regno di Cristo, in Cielo e in terra: un Regno che non è un miraggio, ma è l’unica meta reale e ideale per la quale valga veramente la pena vivere  e, se necessario, morire. (Roberto de Mattei)

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