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Un luogo d'incontro per chi ama l’arte e vuole scoprirne la storia e i segreti.

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Un luogo d'incontro per chi ama l’arte e vuole scoprirne la storia e i segreti.

    L’Anfora funeraria e il Cratere funerario del Dipylon

    L’Anfora funeraria e il Cratere funerario del Dipylon

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    Alla fine del XIII secolo a.C., la civiltà micenea scomparve improvvisamente, forse in seguito a un radicale mutamento climatico che provocò lunghe siccità e conseguenti carestie. Alla carestia seguì l’invasione dei Dori, un popolo di stirpe indoeuropea. Durante questo lungo periodo di regresso, che gli storici hanno chiamato Medioevo ellenico, la civiltà e l’economia regredirono. L’Anfora funeraria e il Cratere funerario del Dipylon.

    Si interruppero anche i commerci marittimi, il cui controllo passò dai popoli dell’Egeo ai Fenici, si impoverirono i manufatti e scomparve persino la scrittura. Il Peloponneso tornò a un’economia di sussistenza che abbassò il livello di ogni forma di civiltà. La cultura decadde e non si hanno testimonianze di grandi palazzi o monumenti. L’attività artistica si concentrò quasi esclusivamente sulla produzione di piccoli oggetti, in particolare di ceramiche dipinte.

    I vasi greci

    Nell’antica Grecia si fece sempre un uso eccezionale di vasi; questi particolari oggetti, infatti, costituivano il corredo di una cucina, di una sala da pranzo ma anche di un magazzino. Alcuni erano semplici, altri eleganti e riccamente decorati. Forme, dimensioni e, talvolta, decorazioni dei vasi erano strettamente legate alla loro funzione. In un vaso funerario troveremo dunque dipinta una scena di compianto; il vaso destinato alla premiazione di una competizione sportiva veniva ornato con scene di palestra o rappresentazioni di gare; per i vasi a destinazione domestica erano frequenti scene conviviali oppure mitologiche.

    Il cratere e l’anfora

    Due tipologie di vasi assunsero particolare importanza per la storia dell’arte greca: si tratta del cratere e dell’anfora. Il cratere era un grande vaso a forma di bicchiere, dalla bocca molto larga, usato durante i simposi per mescolare l’acqua con il vino. Se ne conoscono numerose varianti; la più comune, detta “a calice”, aveva due grandi anse, basse e quasi verticali, comode per trasportare il pesante contenitore. Spesso, il cratere era adottato per scopi funerari e veniva parzialmente interrato nelle tombe degli uomini.

    L’anfora era invece un vaso-contenitore da trasporto, destinato a conservare liquidi. Poteva avere molte forme ma due erano le principali: quella detta “a profilo continuo”, con il corpo ovale allungato, il collo corto e due grandi anse collocate in alto; e quella “a collo distinto”, che presentava un corpo più globulare, un collo alto e due piccole anse verticali poste al centro del ventre. Esistevano, come i crateri, anche le tipologie delle “anfore funerarie”, destinate alle tombe delle donne.

    Lo Stile geometrico

    In un primo momento, tra il XIII e il IX secolo a.C., le ceramiche furono decorate semplicemente con triangoli, rombi, quadrati, cerchi, semicirconferenze, linee rette e ondulate: alle scene naturalistiche dei vasi cretesi e micenei si sostituirono, insomma, motivi unicamente geometrici ed è per questo che la stagione artistica di questi secoli (1200-700 a.C.) è chiamata Periodo geometrico e che tutta l’arte del Medioevo ellenico è definita di Stile geometrico.

    Tra il IX e l’VIII secolo a.C., la decorazione pittorica divenne più elaborata e iniziò a distribuirsi uniformemente sull’intera superficie dei vasi, che furono ricoperti da motivi fittissimi, in un gioco serrato e quasi matematico di linee, scacchi e fregi, al quale si aggiunsero minute figure, molto stilizzate, di uomini e di animali, soprattutto cavalli, o addirittura piccole scene.



    Due grandi ceramografi

    In tale contesto, emersero le figure di due anonimi artisti ceramografi. Il primo è il cosiddetto Maestro del Dipylon, che sappiamo attivo ad Atene fra il 760 e il 735 a.C., dunque verso la fine del Periodo geometrico. Egli fu un grande artista e un innovatore nel campo della pittura su vaso. Pro

    • 10 min
    La fotografia contemporanea come forma d’arte

    La fotografia contemporanea come forma d’arte

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    Nel corso degli anni Ottanta e Novanta del Novecento si è concluso quel processo, iniziato negli anni Venti, che ha portato a identificare la fotografia come una forma d’arte autonoma, che non imita la pittura o la scultura ma indaga la realtà e i temi della bellezza, del dolore, della vita attraverso un linguaggio autonomo e altrettanto autorevole. I grandi fotografi sono celebrati in tutto il mondo; dei loro scatti si tengono mostre che attirano un pubblico numeroso, i libri e i cataloghi fotografici hanno un vastissimo mercato, alcune stampe raggiungono quotazioni straordinarie. La fotografia contemporanea come forma d’arte.

    Oggi, più ancora che venti-trenta anni fa, tutti fotografano continuamente, chiunque e qualunque cosa, in modo persino compulsivo. Gli smartphone e i tablet consentono a ognuno di noi di accedere al mondo della fotografia. Ovviamente, il semplice atto del fotografare non fa il fotografo, meno che mai il grande fotografo. In fondo, chiunque può prendere tela e pennelli e provare a dipingere, senza per questo essere Caravaggio.

    Il grande fotografo ha infatti una qualità che, appunto, lo rende grande: saper vedere la realtà con occhi diversi, più attenti, più sensibili, saperne cogliere istanti altamente significativi, evocativi, che emozionano o spingono alla riflessione. Non usa i pennelli (oggi non tutti gli artisti lo fanno), ma fa lo stesso lavoro di un pittore. E, non a caso, ama cimentarsi con tutti i tradizionali generi pittorici: il ritratto, il paesaggio, la natura morta, la cronaca, il nudo.



    Steve McCurry

    Uno dei più celebrati maestri della fotografia è stato, ed è ancora, lo statunitense Steve McCurry (1950), fotoreporter e ritrattista tra i più creativi e sensibili. Ha iniziato a lavorare negli anni Settanta come fotografo freelance in India; in seguito, ha attraversato il confine tra Pakistan e Afghanistan, controllato dai ribelli poco prima dell’invasione russa. Durante questa esperienza, McCurry ha scattato foto che gli sono valse la Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad, un premio (per lui, il primo di una lunga serie) assegnato a fotografi che si sono distinti per il loro eccezionale coraggio. In seguito, le foto di McCurry sono state pubblicate dalle principali riviste internazionali, che gli hanno assicurato una fama straordinaria.

    Il suo ritratto più famoso è Ragazza afgana, pubblicato per la prima volta dal «National Geographic Magazine» nel 1985 e diventata una sorta di icona fotografica del Novecento. Una giovanissima profuga rifugiatasi in Pakistan, spaventata e smarrita, ci guarda con due intensi occhi verdi, che svelano tutta la sua vulnerabilità.

    Andreas Gursky

    Fra i grandi fotografi contemporanei si annoverano anche straordinari e sensibili paesaggisti, come il tedesco Andreas Gursky (1955), che nelle sue stampe di grandi dimensioni crea, semplicemente fotografando brani di natura o scorci di città, immagini metafisiche e astratte, spesso intensamente malinconiche.

    La sua foto Reno II, del 1999 (lunga tre metri e mezzo), è stata venduto all’asta nel 2011 per la cifra record di 4 milioni e mezzo di dollari, a certificare che oramai una fotografia d’artista può essere quotata quanto e più di un tradizionale dipinto. Peraltro, già nel 2007 una sua opera del 2001 (99 Cent II Diptychon, che rappresenta gli interni di due supermercati con file di scaffali piene di merci) aveva superato la cifra di tre milioni di dollari. La fotografia contemporanea come forma d’arte.

    Wolfgang Tillmans

    Altrettanto intense ed evocative sono le nature morte del tedesco Wolfgang Tillmans (1968), che si distingue anche per i paesaggi e i ritratti. In Natura morta, New York, del 2001, frutti, ortaggi e alcuni oggetti sono nitidamente mostrati in primo piano, mentre oltre il vetro della finestra s’intravedono le s

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    Le artiste 13. Artiste pop e performers

    Le artiste 13. Artiste pop e performers

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    A partire dagli anni Sessanta e Settanta e fino ad oggi, in Europa così come nell’America del Nord e del Sud, le artiste hanno trovato sempre più spazio e possibilità di espressione nel campo dell’arte internazionale. Le artiste 13. Artiste pop e performers.

    L’esperienza della Pop Art, per esempio, ha visto attive, negli anni Sessanta, due artiste che si sono impegnate a contestare e sovvertire le immagini sessiste delle donne, tipiche della cultura popolare di quegli anni.

    Strider e Drexler

    Marjorie Strider (1931-2014) si è distinta per i suoi grandi dipinti di pin up in costume da bagno, le cui curve diventano tridimensionali.  Questi “dipinti scultorei” dalle forme morbide risentivano dell’influenza di Claes Oldenburg, che della Strider è stato molto amico.

    Nel suo Green Triptych (1963), per esempio, una formosa ragazza americana è ritratta in tre pose diverse; i seni e il sedere le escono materialmente fuori dal quadro, a rimarcare polemicamente che agli uomini, di una donna, pare interessare solo quello. «Stavo prendendo in giro le riviste per uomini», dichiarò l’artista commentando i suoi lavori. La Strider si è esibita anche in performances femministe, che hanno anticipato alcuni esiti della Body Art.

    Rosalyn Drexler (1926) è artista e scrittrice (sua è la trasposizione letteraria del film Rocky). Come pittrice, ha realizzato immagini sature di colore, ispirate a riviste, poster e giornali. In una serie di quadri, che si intitola Love and Violence, ha denunciato apertamente la violenza fisica contro le donne. Le artiste 13. Artiste pop e performers.

    Per esempio, in Put It This Way, del 1963, un uomo ben vestito sta violentemente schiaffeggiando una giovane donna. Le due figure sono in bianco e nero, come nei film degli anni Sessanta (quasi tutti di stampo fortemente sessista); lo sfondo blu elettrico rende la scena quasi irreale ma obbliga lo spettatore a soffermarsi sul suo contenuto.

    Abramović e Pane

    Negli anni Settanta, le artiste hanno definitivamente colmato il gap che le aveva divise dai colleghi maschi, e soprattutto nell’ambito della Body Art. È infatti indubbio che le più importanti performers sono state, e sono, donne. Non è un caso. Le artiste, fatta finalmente breccia nella roccaforte dell’arte maschile, hanno infatti deciso di affrontare, in modo nuovo e radicale, il problema della rappresentazione di sé, liberandosi da stereotipi e pregiudizi, non di rado con intento di denuncia, quasi sempre rivendicando la propria autonomia e difendendo la propria identità. Spesso, le loro performances presentano il corpo femminile in termini sacrificali, come metafora di quanto accade drammaticamente nella realtà quotidiana.



    Tra le performers più celebri, si distingue certamente l’artista serba Marina Abramović (1946), che in tanti anni di attività ha voluto affrontare con determinazione ogni tipo di prova fisica e psicologica.

    Come lei, anche l’italo-francese Gina Pane (1939- 1990) ha proposto performances dalla spiccata componente masochistica, durante le quali ha messo alla prova la sua resistenza al dolore e al disgusto: spine conficcate nella carne, taglio della pelle con lamette, vermi e scarafaggi sparsi sul corpo.

    Mendieta e Galindo

    La cubana Ana Mendieta (1948-1985) ha indagato il tema della violenza sulle donne. Ha mostrato il proprio corpo insanguinato o deformato, perché schiacciato contro lastre di vetro.

    In una sua performance, Untitled (Rape Performance) del 1973, ha simulato un delitto con stupro, facendosi trovare su un tavolo, nuda, legata e ricoperta di sangue. Le artiste 13. Artiste pop e performers.

    Coraggiosissima ed estrema è l’arte della guatemalteca Regina José Galindo (1974), che affronta i temi dell’ingiustizia sociale, della discriminazione di sesso e di razza, degli abusi perpetrati dai regimi,

    • 7 min
    Le artiste 14: Marina Abramović

    Le artiste 14: Marina Abramović

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    L’arte contemporanea ha comportato un radicale spostamento dell’attenzione collettiva dall’opera all’azione dell’artista. Nel contesto dell’Action Painting, Pollock, per fare un solo esempio, ha camminato sulle sue tele colandovi sopra il colore. Alcuni artisti hanno invece scelto di seguire un’altra strada, dando vita a una corrente nota come Body Art. Le artiste 14: Marina Abramović.

    Nata alla fine degli anni Sessanta e sviluppatasi dalla prima metà dei Settanta praticamente sino a oggi, la Body Art ha adottato l’impiego del corpo come forma di espressione artistica. Molte sono state le forme di Body Art e molti i caratteri assunti dalle varie manifestazioni: alcuni artisti hanno scelto di “esporre” sé stessi, come statue viventi, altri hanno compiuto azioni o creato situazioni, dette performances, non solo negli edifici deputati per l’arte, come gallerie o musei, ma anche nei luoghi pubblici, nei comuni spazi della città.

    L’happening

    Durante le loro performances, che dunque possiamo definire come azioni che hanno di per sé una valenza artistica, gli artisti hanno improvvisato effimeri processi creativi con materiali e oggetti, hanno modificato l’ambiente, hanno scandito suoni e parole o hanno agito o danzato, coinvolgendo nel movimento altri artisti o lo stesso pubblico. Talvolta le performances sono state invece strutturate come veri e propri spettacoli incentrati sulle esibizioni degli artisti, diventando forme di arte-teatro che hanno preso il nome di happening.

    Nell’happening, insomma, tutto ciò che accade è precedentemente studiato e definito dall’artista, che quindi guida, per così dire, gli eventi. Certo i risultati, alla fine, rimangono di fatto imprevedibili; è bene infatti osservare che i confini tra queste due forme d’arte non sono poi mai stati così nettamente definiti.

    Possiamo dire che, organizzando le loro performances o i loro happenings, gli artisti hanno sempre e comunque puntato a svincolare il pubblico dal suo ruolo di spettatore passivo, con l’intento di coinvolgerlo più o meno direttamente. Molti body artists hanno scelto di proporre il proprio corpo in esibizioni estreme, al fine di provocare forti emozioni nel pubblico: denudandosi, travestendosi, autoseppellendosi o infierendo su sé stessi con interventi a volte masochistici.

    Marina Abramović

    Tra i performers più celebri, si distingue certamente l’artista serba Marina Abramović (1946), che in tanti anni di attività ha voluto affrontare con determinazione ogni tipo di prova fisica e psicologica. È del 1974 la performance Rhythm 0, tenutasi a Napoli. Dopo aver preparato sul tavolo vari oggetti, tra cui coltelli, forbici e una pistola carica, l’Abramović si è offerta passivamente al pubblico, assicurando che sarebbe rimasta immobile per sei ore, qualunque cosa fosse successa. Le istruzioni piazzate sul tavolo dicevano: «Ci sono 72 oggetti sul tavolo che possono essere usati su di me nel modo in cui desiderate. Io sono l’oggetto. Mi assumo completamente la responsabilità di quello che faccio. Durata: 6 ore (dalle 20:00 alle 2:00)».

    I presenti, dopo qualche minuto di esitazione, hanno iniziato prima semplicemente a toccarla, poi a graffiarla, poi a strapparle gli abiti, poi, in un crescendo di aggressività, a tagliarla con le lamette. Si sviluppò, tra il pubblico, un gruppo spontaneo di protezione che intervenne in sua difesa quando all’artista fu messa in mano un’arma carica con il suo dito sul grilletto.

    L’artista, benché traumatizzata e in lacrime, non oppose resistenza. «Ho sperimentato l’aggressività umana», ricorda l’artista. «Ho capito che avrebbero anche potuto uccidermi. Molti sono rimasti scioccati quanto me alla scoperta di impulsi che non sospettavano di avere». Ma era d’altro canto proprio questo l’intento dell’artista: mostrare,

    • 8 min
    Il Ballo al Moulin de la Galette di Renoir

    Il Ballo al Moulin de la Galette di Renoir

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    Il Ballo al Moulin de la Galette, meglio noto con il titolo più corto di Il Moulin de la Galette, è uno dei dipinti più famosi del pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir (1841-1919), oltre che uno dei quadri simbolo dell’intero Impressionismo. Fu dipinto dall’artista nel 1876 ed esposto, l’anno successivo, alla terza esposizione impressionista. Entrato a far parte della collezione personale di Gustave Caillebotte, artista egli stesso e fra i più importanti mecenati degli impressionisti, è oggi conservato al Musée d’Orsay di Parigi.

    La tela si avvicina per dimensioni e complessità a quelle presentate nelle esposizioni accademiche del Salon ma, con il suo tono spensierato e la sua atmosfera gioiosa e bonaria, evoca il piacere del divertimento e aspira a offrire una visione fiduciosa della vita parigina dell’Ottocento.

    Un pomeriggio spensierato

    L’opera ha per soggetto una scena di ballo ambientata, come suggerisce il titolo, nel giardino del Moulin de la Galette, un noto locale di Montmartre molto amato dalla gioventù parigina, che comprendeva ristorante, bar, sala e spazio all’aperto per il ballo. Era stato ricavato dalla ristrutturazione di due vecchi mulini a vento e il suo nome faceva riferimento a certe rustiche frittelle, le galettes, appunto, offerte come consumazione e comprese nel prezzo d’ingresso (che all’epoca era di 25 centesimi).



    Nei giorni di bel tempo, il Moulin brulicava di gente: intere famiglie si radunavano attorno ai tavoli a bere lo speciale succo di melograno della casa, vino o birra, ascoltavano la musica che un’orchestrina suonava su un palco, mentre le ragazze ballavano sulla terrazza e i giovanotti cercavano di far conquiste. Renoir frequentò il locale per sei mesi, proprio al fine di realizzare questo quadro. Ogni pomeriggio, aiutato dagli amici, portò giù la grande tela dal suo vicino appartamento e la collocò ai margini dello spazio aperto, rischiando che nei giorni di vento volasse via.

    Poi, di volta in volta, chiese ad alcuni modelli e modelle, spesso occasionali, di posare per lui. Fu così che, giorno dopo giorno, il dipinto prese forma. L’opera venne poi completata in studio.

    Giovani che si divertono

    Il quadro vede protagonisti numerosi parigini che stanno chiacchierando o ballando nel locale all’aperto del Moulin, in un bel pomeriggio assolato di primavera. In primo piano, due ragazze stanno conversando con un giovane visto di spalle.

    Subito a destra, un uomo con il cilindro e un ragazzo molto giovane sono seduti a un tavolo e hanno già ordinato da bere.

    Nell’angolo a sinistra, una bambina dalla bionda chioma raccolta in un fiocco blu volge lo sguardo a una giovane madre, forse la tata, che ricambia con un dolce sorriso. Sullo sfondo, è una folla indistinta di uomini e donne che ballano. Si distingue, a sinistra, una coppia un po’ più isolata delle altre. Alle loro spalle, brulica una folla colorata di uomini e donne.

    Una composizione innovativa

    La composizione, apparentemente disorganica, è invece accuratamente studiata. Si svolge, infatti, dal primo piano verso lo sfondo, lungo la diagonale ascendente del quadro, sulla cui direzione si collocano lo schienale della panca e la tavola. Manca un vero e proprio impianto prospettico ed è soprattutto l’alternarsi di zone di luce e ombra a suggerire la profondità spaziale della scena.

    La sovrapposizione delle figure rende vivissima l’impressione della gente che si accalca nella piazzetta; i gruppi di persone si avvicendano dal primo piano sin sullo sfondo, dove si riducono a piccole macchie indistinte, e guidano progressivamente lo sguardo dell’osservatore in lontananza.

    Alcune linee curve ci aiutano a percepire il movimento della folla. I personaggi tagliati alle estremità del quadro suggeriscono, invece, la continuità dell’azione oltre i limiti della corn

    • 5 min
    I paesaggi di Friedrich

    I paesaggi di Friedrich

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    Caspar David Friedrich (1774-1840) fu uno dei principali esponenti del Romanticismo tedesco nonché uno dei principali paesaggisti dell’Ottocento europeo. Ma i suoi non furono semplici paesaggi. Attraverso la rappresentazione della natura, presa quasi a pretesto, Friedrich rese visibile l’aspirazione al grande e al bello che muove ogni uomo, il suo tendere verso l’Infinito, il suo costante interrogarsi sul significato stesso dell’esistenza, il suo ricercare ossessivamente risposte che quasi mai arrivano. I paesaggi di Friedrich sono la più compiuta manifestazione di quel sentimento del sublime che si genera in ogni animo sensibile di fronte allo sconfinato spettacolo del mondo e del cosmo. I paesaggi di Friedrich.

    Il paesaggio e il sacro

    Friedrich fu profondamente, intensamente religioso. Considerò l’opera d’arte come una finestra aperta sul mondo dell’invisibile e attraverso questa pittura religiosa, concepita come atto di fede e gesto di pietà, s’interrogò a lungo sul destino dell’uomo, ricercò sempre, nel mondo profano, l’esperienza dell’assoluto e del sacro. «La legge dell’artista è il suo sentimento», scrisse Friedrich. E se il sentimento aveva valore primario, l’oggetto rappresentato aveva importanza solo nel suo rapporto con l’interiorità, con l’anima dell’artista.

    Attraverso questo percorso di ricerca, Friedrich sviluppò un nuovo rapporto fra la pittura di paesaggio e la pittura sacra. Anzi, giunse a concepire ogni forma d’arte come religiosa, ogni aspetto della natura come sacro. La santità, secondo Friedrich, poteva esprimersi in un prato, in un albero, in una nube, allo stesso modo che nella figura di un profeta, di un angelo o del Cristo. «Il divino è ovunque, anche in un granello di sabbia», scrisse una volta l’artista; «una volta l’ho raffigurato in un canneto». Egli, insomma, intese svelare la presenza divina nella natura, che a suo dire mediava nel rapporto dell’uomo con Dio.

    Croci in montagna

    In circa quaranta delle sue opere compare, in primo piano o sullo sfondo, un crocifisso. Ciò vale, ad esempio, per Croce in montagna, dipinto nel 1808 per una cappella privata. Un crocifisso è piantato sopra un picco montuoso ed è rivolto verso il sole che tramonta. «La croce si innalza su di una roccia che è salda come la nostra fede», scrisse l’artista a proposito di quest’opera. Non è un dipinto sacro, almeno non secondo i canoni tradizionali, ma un paesaggio che si riveste di una profonda religiosità. I paesaggi di Friedrich.

    L’immagine, come tante altre del pittore, è carica di elementi allegorici: il sole è il Padre Eterno che dà la vita, la roccia è salda come la fede in Cristo, gli abeti sempreverdi che circondano la croce, resistenti allo scorrere del tempo, simboleggiano la speranza che gli uomini ripongono in Dio. Singolare e affascinante è anche la cornice (eseguita da un amico dell’artista, Karl Gottlieb Kuhn, su disegno dello stesso Friedrich), i cui elementi si riconnettono al simbolismo vegetale del quadro. Le cinque teste di angeli corrispondono ai cinque raggi di luce solare, dipinti nella tela dietro le rocce.

    Basilius von Ramdhor

    La critica del tempo attaccò Croce in montagna, accusando l’artista di aver infranto le leggi più elementari della tradizione pittorica: le proporzioni tra le figure e le distanze reali apparivano errate ma soprattutto si reputò scandalosa la scelta di un paesaggio per una pala d’altare. «In verità, quando la pittura di paesaggio vuole insinuarsi nelle chiese e salire sugli altari si è alla presenza di un’arroganza senza limiti»: così scrisse un critico d’arte dell’epoca, Basilius von Ramdhor, deplorando «quel misticismo che sta insinuandosi dappertutto e i cui tanfi ci assalgono come un miasma narcotico esalato dall’arte, dalla scienza, dalla filosofia e

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