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Uno sguardo da vicino alla religione che ha cambiato la storia del mondo

  1. 1D AGO

    Papa Leone a Monaco, un successo in barba alle polemiche

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8509 PAPA LEONE A MONACO, UN SUCCESSO IN BARBA ALLE POLEMICHE di Nico Spuntoni   Continua a far discutere la decisione di Leone XIV di fare il suo primo viaggio europeo fuori dall'Italia a Monaco. Le polemiche di stampo qualunquista ci hanno fatto ripiombare a quelle degli anni del pontificato di Benedetto XVI. Impossibile raccogliere tutti i commenti critici ma quello dell'ex direttore di Repubblica Carlo Verdelli è paradigmatico: «Primo viaggio da Papa di Francesco: a Lampedusa, tra i barconi. Viaggio più recente di Papa Leone: a Montecarlo, tra altri barconi». Bisognerà farci l'abitudine perché questo confronto con "quando c'era lui" diventerà probabilmente il leitmotiv con cui i non cattolici (e i cattolici di un certo tipo) guarderanno e racconteranno il pontificato di Prevost. Il blitz del Papa nel piccolo principato è stato, invece, un successo e un giusto riconoscimento al sovrano che lo scorso novembre ha scelto di non firmare il disegno di legge che ampliava le possibilità di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Una decisione presa «alla luce del ruolo che la religione cattolica occupa nel nostro Paese, garantendo comunque un sostegno sicuro e più umano». E che Leone XIV ha dimostrato di apprezzare nel corso dell'udienza concessa al principe monegasco il 17 gennaio durante la quale, come riportato nel comunicato, si era parlato della «difesa e della promozione della dignità della persona umana». Un tema che, non a caso, Prevost ha voluto affrontare anche nei suoi interventi durante la visita di sabato scorso a Monaco. Affacciato al Palazzo dei Principi vicino ad Alberto e alla principessa Charlène (in bianco, come da privilegio concesso alle sovrane cattoliche), Leone ha detto alla folla sottostante che «la fede cattolica, che siete tra i pochi Paesi del mondo ad avere come religione di Stato, ci pone davanti alla sovranità di Gesù, che impegna i cristiani a diventare nel mondo un regno di fratelli e sorelle, una presenza che non schiaccia ma solleva, che non separa ma collega, pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in qualunque momento e condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla mensa della fraternità». Parole che già da sole giustificherebbero la scelta ricaduta sul principato e mal digerita da una parte consistente dell'opinione pubblica. Prevost ha insistito sulla sacralità della vita anche negli altri appuntamenti della visita. «Stiamo davvero difendendo l'essere umano? Stiamo proteggendo la dignità della persona nella custodia della vita in tutte le sue fasi?», ha invitato a domandarsi rivolgendosi alla comunità cattolica incontrata nella Cattedrale dell'Immacolata Concezione. Ed ha invitato a far sì che «la vita di ogni uomo e donna venga difesa dal suo concepimento alla fine naturale». Durante la Messa davanti a quindicimila persone nello stadio Louis II Leone ha spiegato che l'amore di Dio equivale all'«amore per la vita nascente e indigente, da accogliere e curare sempre; amore per la vita giovane e anziana, da incoraggiare nelle prove di ogni età; amore per la vita sana e malata, a volte sola, sempre bisognosa di essere accompagnata con cura». E saranno fischiate le orecchie ai parlamentari francesi che non troppo lontano stanno discutendo in queste settimane il disegno di legge sul suicidio assistito. Forse è anche per questo che il Papa ha scelto di muoversi in elicottero, evitando di mettere piede su suolo francese ed atterrare a Nizza. Nell'incontro con la comunità cattolica il Papa ha invitato anche ad offrire «nuove mappe di orientamento capaci di arginare quelle spinte del secolarismo che rischiano di ridurre l'uomo all'individualismo e di fondare la vita sociale sulla produzione della ricchezza». Un monito inevitabile in uno dei Paesi più ricchi del mondo così come i passaggi sull'attualità, con la richiesta di una ricchezza «al servizio del diritto e della giustizia, specie in un momento storico in cui l'ostentazione della forza e la logica della prevaricazione danneggiano il mondo e compromettono la pace». Nei pochi km del principato c'è stato un bagno di folla per il passaggio in automobile del Papa con un piccolo fuori programma di una contestazione di attiviste Peta contro la corrida. Tornato a Roma per la Domenica delle Palme, Leone XIV ha iniziato la sua prima Settimana Santa ufficializzando nomine pesanti in Curia: via il poco amato sostituto monsignor Edgar Peña Parra che viene "retrocesso" a nunzio in Italia e San Marino. A via Po prenderà il posto di monsignor Petar Rajič, nuovo prefetto della Casa Pontificia. In Segreteria di Stato al posto di Peña Parra arriva invece il "curiale" monsignor Paolo Rudelli, fino ad oggi nunzio apostolico in Colombia. Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Cattolicesimo religione di Stato, l'eccezione positiva di Monaco" parla della lode rivolta da Papa Leone XIV al principato di Monaco per il cattolicesimo quale religione di Stato. Un caso ormai raro, un colpo al dogma moderno della laicità statale. Purché il cattolicesimo sia vissuto realmente come religione pubblica, come ricordato dal pontefice ai cattolici del principato. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 31 marzo 2026: Il viaggio di Leone XIV nel Principato di Monaco di sabato scorso 28 marzo aveva un duplice elemento di interesse, come infatti la stampa ha subito segnalato: il Principato è uno dei pochi Stati cattolici rimasti, in esso il cattolicesimo è religione di Stato, eppoi recentemente il Principe si è rifiutato di firmare una legge, approvata nel maggio scorso dal Consiglio Nazionale, che avrebbe consentito di praticare l'aborto fino alla dodicesima settimana di gravidanza, adducendo come motivo proprio il fatto di essere un sovrano cattolico. I due motivi sono tra loro collegati, ma è chiaro che a suscitare la maggiore curiosità è il primo. Oggi, infatti, l'idea che sia ammissibile uno Stato cattolico è considerata una bestemmia dalla laicità ideologica imperante. Per questo si può dire che la visita abbia avuto anche un significato di provocazione rispetto ad uno dei dogmi maggiormente accreditati dalla politica occidentale. Nel suo saluto alla popolazione durante la visita di cortesia al Principe di Monaco, Leone XIV ha fatto diretto riferimento all'argomento dello Stato cattolico in un passaggio di grande interesse: «La fede cattolica, che siete tra i pochi Paesi del mondo ad avere come religione di Stato, ci pone davanti alla sovranità di Gesù». Con queste parole l'idea della religione di Stato viene positivamente accettata, e questo è di per sé una buona novità. Il Papa non accenna alla "legittima autonomia" dello Stato, espressione dietro la quale si cela spesso l'accettazione della laicità moderna. Non parla di una laicità "aperta" alle religioni, espressone che di solito conduce all'indifferentismo religioso e alla equiparazione politica tra le varie religioni. Apprezzando la religione di Stato egli conferma che il cattolicesimo nel Principato di Monaco è collocato su un piano primario ed unico e, implicitamente, sostiene che si tratti di una cosa giusta, conforme alle pretese della stessa religione cattolica. Leone XIV ha implicitamente riconosciuto un rapporto privilegiato dello Stato, e non solo della persona del Principe o della sua famiglia, con un'unica religione. Di considerevole importanza, poi, il riferimento alla sovranità di Cristo come fondamento della religione di Stato, con tutto quanto questo concetto della regalità ha significato e significa tuttora, al netto dei recenti ripensamenti teologici. La sovranità di Cristo esige la religione di Stato. Il che tende a fare della situazione del Principato non una residuale eccezione ma una regola. Da qui, forse, l'insistenza del Papa sulle cose piccole - come piccolo è il Principato di Monaco - che possono svolgere un compito grande nel disegno provvidenziale di Dio. Questa sovranità di Cristo, ha continuato il papa, «impegna i cristiani a diventare nel mondo un regno di fratelli e sorelle, una presenza che non schiaccia ma solleva, che non separa ma collega, pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in qualunque momento e condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla mensa della fraternità». Questo sviluppo del discorso può essere inteso come la luce che dalla religione vera proviene per animare l'intera società, in una fratellanza che, se non fondata sulla religione, rischia sempre di venire meno. Siamo tutti fratelli sul piano naturale, ma senza la sovranità di Cristo, questa fratellanza solo naturale si perde. A questa funzione direttamente sociale della religione ha fatto riferimento anche il principe Alberto II: «il quadro attuale rispetta ciò che siamo in considerazione del ruolo che la religione cattolica occupa nel nostro Paese, garantendo nel contempo un accompagnamento sicuro e più umano». Sarebbe superficiale non tenere presenti queste novità emerse dalla visita papale al principato di Monaco. Il riconoscimento del ruolo pubblico e politico (istituzionale, perfino) della religione cattolica è una contro-rivoluzione rispetto alla religione della irreligiosità che domina le politiche dei Paesi occidentali, specialmente europei, e invita a ripensare alla radice il frusto concetto di laicità. Sarebbe però anche ingenuo ritenere che dai discorsi del Papa a Monaco sia emerso un appello ad un ritorno ad un regime di cristianità. Il Principato, come riconosciuto dallo stesso Leone, è un microcosmo, una società molto secolarizzata, laica negli stili di vita e

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  2. 1D AGO

    Gli equivoci piu ingannevoli sulla religione

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8505 GLI EQUIVOCI PIU' INGANNEVOLI SULLA RELIGIONE di Don Stefano Bimbi   Poniamoci una domanda importante per la nostra vita: cos'è la religione? Non dal punto di vista etimologico, teologico o sociologico. Ci chiediamo semplicemente: cosa vuol dire essere religiosi?  Non lo si può certo chiedere a un ateo, uno dei tanti "padri spirituali" che sui media ci subissano di consigli e "verità" parziali. Sarebbe come chiedere a un cieco come sono i colori o a un sordo com'è la musica. Ma purtroppo, a volte, anche tra i cristiani, perfino tra quelli praticanti, ci possono essere delle visioni riduttive della religione. Considerando sotto un solo aspetto la religione vera, cioè il cristianesimo, questo diventa una caricatura di se stesso. Facciamo tre esempi. 1) LA RELIGIONE RIDOTTA AI SOLI ATTI DI CULTO Il primo esempio è la religione ridotta a semplici atti di culto: aver detto le preghiere, fatto il segno di croce e la genuflessione, recitato il Rosario, ecc. La religione ridotta agli atti di culto, che evidentemente ci devono pur essere, ma non sono l'unica cosa. Non basta andare a Messa per essere poi a posto con Dio per tutta la settimana. Quando vado a portare la comunione alle persone inferme per prima cosa le confesso (cosa che non possono fare i ministri straordinari della comunione). Ebbene durante la confessione mi capita spesso di sentir dire: "non sono più una buona cristiana". Allora chiedo: "perché signora non si sente di essere una buona cristiana?". "Perché non vengo più alla Messa!" è l'immancabile risposta. Allora provo a dire che lei non può venire alla Messa essendo bloccata a letto. Cerco di spiegare che nel suo caso il precetto non obbliga, che offrire le preghiere nella sua situazione e soprattutto le sofferenze sono altrettanto, se non ancora di più, gradite al Signore rispetto a quando riusciva a venire a Messa. Niente, non riesco mai a convincerle. Evidentemente sentirsi manchevole non potendo fare gli atti di culto a cui era abituata vuol dire aver ridotto la religione al solo compimento di quegli atti. Stesso errore lo compie chi, ad esempio, dice: "Non mi aspettavo che quella signora ricorresse alla fecondazione artificiale: eppure viene sempre a Messa, la vedo dire il Rosario, indossa perfino il crocifisso al collo". Anche in questo caso si considera la persona come religiosa per aver semplicemente praticato gli atti esterni di culto. Quando una condotta di vita contraddice gravemente l'insegnamento morale della Chiesa non ci si deve stupire che quella stessa persona ci sembrasse religiosa, ma che avevamo giudicato quella persona come religiosa per il solo compimento degli atti esterni di culto. Ridurre la religione solo a questo ci fa dimenticare che la religione è molto di più. Perché se consistesse solo in atti di culto, una volta che ci si annoia di tali pratiche, non si vede il motivo per continuare a farle ed anzi si cercherà di fuggire da tutto ciò. Accade ad esempio che in vacanza ci si "dimentichi" di andare a Messa. Oppure che un giovane che ha appena ha fatto la cresima non si veda più in parrocchia. Come dargli torto se è passato il concetto che la religione è solo un atto di culto? 2) LA RELIGIONE RIDOTTA A OBBLIGHI E DIVIETI Come è chiaro nel punto precedente che gli atti di culto esterni ci debbano essere, altrettanto chiaro è che rispettare i Comandamenti è doveroso, ma di nuovo ridurre la religione solo a questo, fa sì che si pensi che la religione sia solo fare o non fare determinate cose. Questo errore si vede ad esempio in chi chiede al sacerdote se una certa cosa è peccato mortale o veniale. La questione è interessante ed è importante saper distinguere, almeno per sapere se si può fare la comunione oppure no. Del resto il Concilio di Trento invita i parroci a far presente ai fedeli che accostarsi all'eucaristia rimette i peccati veniali. Ma a volte si ha l'impressione che le persone siano interessate alla distinzione per poter poi dire: "Vabbè, se è solo peccato veniale lo posso fare, tanto non vado all'inferno per quello". A parte il fatto che reiterare i peccati veniali predispone al peccato mortale, è proprio il concetto di fondo che è sbagliato. Non si può ridurre la vita cristiana al non compiere i peccati mortali. Questo è il primo gradino di un cammino spirituale, ma non ci si può fermare lì. Non basta dire "Non faccio niente di male", ma occorre chiedersi se si è fatto tutto il bene possibile. L'idea che la religione sia limitata a quello che è obbligatorio e poi per il resto si è a posto è molto limitativa. È considerare la religione come pagare le tasse, ci si attiene al minimo obbligatorio e lo si fa pure malvolentieri. Nessun commercialista si sente dire da un cliente di lasciare allo Stato cento euro in più di quello che deve per legge. Non si pagano le tasse per amore dello Stato, ma perché si è costretti. Un altro esempio di religione ridotta a obblighi e divieti è la domanda che fanno spesso i giovani cristiani fin dove possano spingersi in campo sessuale durante il fidanzamento. La risposta che mi sembra migliore è che possono fare ciò che farebbero davanti ai loro genitori. Ovviamente questa non è la risposta che volevano. Allora si allontanano dalla confessione, limitandola ad appena prima di accostarsi alla comunione. Così pensano di aver adempiuto agli obblighi: "Faccio i peccati che voglio, ma tanto poi mi confesso". Un po' come pagare la multa per eccesso di velocità e poter così continuare a guidare l'auto. Insomma anche ridurre la religione a divieti ed obblighi porta la conseguenza che appena posso evado da essi, come sogniamo di fare con le tasse. 3) LA RELIGIONE RIDOTTA A FARE DEL BENE Un'ultima visione riduttiva della religione, molto diffusa, è che questa sia soltanto fare del bene. L'importante è voler bene agli altri, rispettare tutti, non far male a nessuno. Chi pensa questo quando passo per la benedizione delle case si giustifica dicendo: "Non mi vede alla Messa, però faccio tanto del bene, ad esempio ho accudito mia mamma fino alla morte". Ovviamente rispondo che ha fatto bene, del resto è bello prendersi cura della mamma. Lei ci cambiava il pannolino da piccoli, adesso si invertono i ruoli. Ma pensare di essere a posto con Dio perché si è fatto del bene è aver ridotto la religione solo a questo. Un altro esempio è quello delle signore che frequentano la chiesa, ma il cui marito pur dicendosi cristiano, non è praticante. Un po' come se uno dicesse di essere un paracadutista, ma senza essere praticante, cioè senza mai buttarsi da un aereo. Un non-senso. Le signore in questione dicono che è vero che il marito non viene alla Messa, però è un brav'uomo, generoso e buono. Anche in questo caso si riduce la religione al compiere degli atti buoni. Fatti questi si è a posto. E pazienza, si fa per dire, se uno non viene mai a Messa violando così il precetto domenicale, non si confessa mai nonostante la Chiesa dica di confessarsi almeno una volta l'anno, è rimasto alle conoscenze del catechismo imparato da piccolo senza approfondire i temi legati alla Fede, non si sforza di abbandonare i vizi nei quali è immerso, ecc. Ma se l'unica cosa che conta è "fare del bene", allora faccio sempre del bene, almeno secondo me, e penserò sempre di essere a posto. Però così ho ridotto la religione ai miei parametri, non mi sono elevato a Dio. CONCLUSIONE: COS'È LA RELIGIONE? Purtroppo le tre riduzioni che abbiamo considerato portano a pensare di essere religiosi, anche se non lo si è. Cos'è allora la religione? Lo ha spiegato Gesù nel Vangelo indicando a modello - rispetto ai ricchi che davano del superfluo come offerta al tempio - la vedova che non dà del superfluo, ma del necessario (Mc 12,41-44). Aveva due spiccioli e li dà tutti e due. Poteva darne uno solo e tenersi l'altro. Invece la vedova, che già era nella miseria, dona tutto quello che aveva per vivere. Cos'è dunque la religione? È quell'atto di donazione totale della vedova e dunque è una questione di amore. E chi è che può dare tutto a Dio? Può dare tutto a Dio solo chi si è sentito amare da Lui così tanto da riconoscere che il nostro è solo un restituirgli quello che ci ha dato. Se Dio ci ama così tanto da mandare suo Figlio in croce, evidentemente anche noi lo dobbiamo riamare. Quindi in conclusione non ci si può ricordare di Dio solo quando le cose vanno male e quando invece va tutto bene ce ne dimentichiamo. Oppure, al contrario, lo lodiamo quando tutto va bene, ma poi quando qualcosa va male imputiamo a Lui di averci abbandonato o punito e allora ci allontaniamo dalla religione. Non è giusto fare così. Non si può tener conto di Dio quando siamo piccoli e andiamo al catechismo per poi abbandonarlo quando iniziamo a vivere la nostra vita nel mondo. Oppure ce ne ricordiamo quando ormai siamo anziani e avendo poche cose da fare si può andare alla Messa, magari tutti i giorni.  Non si può dare a Dio gli spiccioli, il superfluo. A Dio bisogna dare tutta la nostra vita: le gioie e i dolori, la malattia e la salute, le cose belle e quelle brutte. Tutto dobbiamo riferire a Dio, ringraziarlo per ogni cosa: perché c'è il sole e perché c'è la pioggia, perché ho da mangiare e perché oggi invece non ho da mangiare, per quando sto bene e per quando invece sono a letto infermo. La vita, ma anche la morte, tutto deve rendere gloria a Dio. La scoperta dell'amore di Dio cambia radicalmente la vita. Non si tratta di compiere pratiche esterne, di rispettare regole o di fare beneficenza: si tratta di amare Dio con tutto il cuore, tutta l'anima, tutta la mente e tutta la forza.

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  3. 1D AGO

    La preghiera cristiana non è una tecnica, ma l'incontro con Dio

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8504 LA PREGHIERA CRISTIANA NON E' UNA TECNICA, MA L'INCONTRO CON DIO di Francesco Cavina   Sembra utile spendere alcune parole per presentare la specificità della preghiera cristiana. Non è possibile parlare della preghiera cristiana se non alla luce dell'incarnazione del Figlio di Dio, il quale ha voluto assumere la natura umana per dare all'uomo la possibilità di entrare nel mondo di Dio. Per Cristo, con Cristo ed in Cristo noi diventiamo creature nuove, figli adottivi di Dio, e siamo introdotti nell'intimità della Santissima Trinità. La vita cristiana, pertanto, si risolve nella comunione con le tre Persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo. La Chiesa, i sacramenti, la preghiera e l'esercizio della carità fraterna, che da essi sgorga, hanno lo scopo di educare "trinitariamente" la nostra anima; ci abituano a relazionarci con Dio nostro Padre; permettono a Cristo di prendere possesso della nostra esistenza; consentono allo Spirito di istruirci interiormente e di guidarci alla Verità. Nel cristianesimo, dunque, tutto viene dall'Alto. Anche la preghiera. Non a caso il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, parlando della preghiera in generale, afferma che «essa è sempre dono di Dio» (§534). Con questo dono Dio «nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (Dei Verbum, §2). Gesù parlando della preghiera ha posto l'insistenza sulla «necessità di pregare sempre, senza stancarci» (Lc 18,1; cfr. 1Tess 5,17). Non ha detto nulla in merito alla perfezione della preghiera. Conoscendo la fragilità umana, Egli sa che la nostra preghiera è disturbata da pensieri, preoccupazioni, affanni. Il Catechismo della Chiesa cattolica riconosce che «la difficoltà abituale della nostra preghiera è la distrazione» (§2729). Il Signore, dunque, non pretende da noi risultati perfetti, ma chiede la perseveranza, chiede cioè di non arrenderci, coltivando il desiderio di offrire a Lui il nostro tempo ed il nostro cuore perché lo purifichi. San Luigi Maria Grignon de Monfort insegna che le distrazioni - sta parlando della preghiera del Rosario - si combattono «continuando il tuo Rosario, quantunque senza alcun gusto e consolazione sensibile: è un combattimento terribile ma salutare all'anima fedele». Santa Teresa di Lisieux ci invita a sfruttare le distrazioni e confessa: «Anch'io ne ho molte, ma appena me ne accorgo prego per le persone il cui pensiero sta distraendo la mia attenzione, e in questo modo loro traggono beneficio dalla mia distrazione». In conclusione, è bene ricordare che se la preghiera richiede attenzione, essa non va confusa con una tecnica di concentrazione mentale. La pretesa di conseguire un raccoglimento assoluto - dove sono assenti ogni forma di dispersione e distrazione - rappresenta un errore che può portare allo scoraggiamento, produrre inquietudine e abbandono della preghiera. Tale errore è oggi sempre più presente vista la diffusione di alcune pratiche, spesso provenienti dalla cultura asiatica, che non sono spiritualmente neutre. Dobbiamo, dunque, essere consapevoli della specificità della fede cristiana e della sua differenza rispetto a proposte che sono particolarmente insidiose. La vera risposta al problema delle distrazioni nella preghiera non risiede, infatti, in una maggiore concentrazione della mente, ma nel riconoscere la presenza di Dio, che nel suo infinito amore entra in dialogo con me per dirmi qualcosa che giorno dopo giorno cambierà la mia vita. Il Signore ci chiede di "rimanere" con Lui e di ricondurre a Lui, dopo ogni distrazione, il nostro spirito. Con questo combattimento, come insegna il Catechismo, noi dichiariamo la nostra scelta di amare il Signore e di donare a Lui il nostro cuore.

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  4. La morte di Vittorio Messori, il più grande apologeta dei nostri tempi

    APR 4

    La morte di Vittorio Messori, il più grande apologeta dei nostri tempi

    LA MORTE DI VITTORIO MESSORI, IL PIU' GRANDE APOLOGETA DEI NOSTRI TEMPI Con milioni di libri venduti in tutte le lingue, ha fatto crescere nella fede generazioni di cattolici di Riccardo Cascioli Fra pochi giorni avrebbe compiuto 85 anni, e invece ieri sera alle 21.10, al tramonto del Venerdì santo, il cuore di Vittorio Messori ha cessato di battere. Impossibile racchiudere in poche parole cosa abbia rappresentato Messori per la cultura cattolica, non solo italiana. Non per niente nella sua casa di Desenzano sul Garda le immagini delle copertine dei suoi libri, tradotti in decine di lingue, coprono diverse pareti. Da quando pubblicò nel 1976 Ipotesi su Gesù, frutto di 12 anni di lavoro di indagine seguito alla sua fulminea conversione al cattolicesimo, Messori è diventato un punto di riferimento mondiale per la rinascita dell'apologetica: non una difesa d'ufficio della Chiesa, ma approfondimento serio e documentato delle ragioni della fede. Basterebbe leggere uno solo dei suoi libri per comprendere la serietà e l'amore alla Verità che lo muoveva. Non a caso il suo lavoro di ricerca personale ha riportato - e fatto crescere - alla fede tante persone. Posso dire anche che senza di lui non ci sarebbe oggi la Bussola: non solo perché il suo stile è stato di esempio e stimolo per noi giornalisti cattolici della generazione successiva, ma perché ho potuto godere per diversi anni della sua amicizia fin dai tempi del mensile Il Timone, diretto da Gianpaolo Barra, di cui è stato il padre nobile. E da lì ha fortemente incoraggiato l'avventura della Bussola, offrendo anche per i primi anni la sua collaborazione, strappando del tempo prezioso ai suoi ultimi lavori concentrati soprattutto sulla figura di Maria e a quello che percepiva come il lavoro più importante del suo ultimo tratto di vita terrena: prepararsi alla morte, all'incontro con quel Cristo che tanto l'aveva affascinato. In questo rientra certamente il grande impegno profuso per costruire la cappella della Madonna dell'Ulivo in mezzo agli ulivi che circondano l'abbazia benedettina di Maguzzano, che domina il Lago di Garda, oggi retta dai Poveri Servi della Divina Provvidenza, la comunità sacerdotale fondata da san Giovanni Calabria.  Nell'abbazia Messori aveva anche una stanza che era il suo ufficio personale dove ogni giorno si recava a lavorare e pregare. La Madonna dell'Ulivo è una chiesetta all'aperto, con dei muri che ricordano le architetture di Antoni Gaudì, costruita pezzo a pezzo mettendo insieme secondo un disegno che aveva bene in testa, oggetti sacri, antichi e moderni, che si fondono in un'opera armoniosa che esprime tutto l'amore a Cristo e alla Madonna di chi l'ha realizzata. Era una visita obbligata ogni volta che si andava a trovarlo ed era di un fascino irresistibile sentirlo spiegare ogni dettaglio di questa costruzione e l'origine e il motivo degli ultimi pezzi aggiunti. Il mio rimpianto più grande è forse quello di non avere fatto in tempo a realizzare un video in cui Vittorio stesso spiegasse la chiesetta della Madonna dell'Ulivo, perché tutti potessero condividere il significato profondo di questa opera. Lo avrebbe voluto tanto anche sua moglie Rosanna Brichetti, ma purtroppo l'insorgere di problemi di salute e poi i problemi legati all'era del Covid, hanno reso impossibile il progetto. Evidentemente Dio aveva disposto altrimenti. Resta però il fatto che se i suoi libri sono testimonianza della ragionevolezza della fede, seguendo la sua ricerca intellettuale, la chiesetta della Madonna dell'Ulivo rappresenta il culmine della sua esperienza spirituale, l'espressione carnale di un amore profondo: è il suo testamento vivente. Ho nominato sua moglie Rosanna, non a caso. Tra pochi giorni, quel 16 aprile che è anche la data del compleanno di Vittorio nonché il giorno della nascita al cielo di Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes tanto amata da Messori, ricorrono i quattro anni dalla sua morte. È stato l'altro grande amore di Vittorio Messori, un matrimonio frutto di una storia unica, vagliata attraverso un cammino di sofferenza, ed esso stesso una testimonianza di fede. Proprio Rosanna lo ha voluto raccontare in un libro uscito nel 2018, Una fede in due – La mia vita con Vittorio. Ma era incontrandoli insieme, nella semplicità di una chiacchierata, che si percepiva quanto quel legame profondo in Dio fosse l'origine della libertà che vivevano e trasmettevano. Indimenticabili quei pranzi fatti insieme – ovviamente dopo la visita a Maguzzano – loro due e io con mia moglie, sulle sponde del lago di Garda, in cui si parlava con semplicità della vita della Chiesa, del nostro lavoro e delle piccole e grandi cose della nostra vita quotidiana. Ciò che rendeva desiderabili e godibili questi momenti non era tanto ciò che si poteva imparare intellettualmente ma l'atmosfera che si viveva, che rendeva comprensibile l'esortazione di San Paolo ai Corinzi: «Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio».A futura memoria bisogna anche aggiungere che è proprio intorno a quei tavoli che è nata una collaborazione di Rosanna alla Bussola dedicata alla Madonna (articoli poi raccolti nel libro della Bussola De Maria numquam satis), e anche l'ispirazione per la Bussola mensile. Sarebbe fin troppo scontato dire che la scomparsa di Vittorio Messori, dopo quella di sua moglie Rosanna Brichetti, lascia un grande vuoto nella cultura cattolica. In realtà la sua morte ci richiama al compito di proseguire, ognuno al suo posto, il lavoro da lui svolto nella scoperta appassionata giorno dopo giorno delle ragioni della fede.

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  5. Lefebvriani: vescovi fai-da-te, il rischio di creare una chiesa parallela

    MAR 17

    Lefebvriani: vescovi fai-da-te, il rischio di creare una chiesa parallela

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8483 LEFEBVRIANI: VESCOVI FAI-DA-TE, IL RISCHIO DI CREARE UNA CHIESA PARALLELA di Louis-Marie de Blignières   Da qualche tempo, alcuni teologi sostengono che il divieto di conferire l'episcopato senza mandato pontificio sarebbe una legge puramente ecclesiastica e, in quanto tale, suscettibile di modifiche o eccezioni. In questo c'è una parte di verità. Ma bisogna evitare di confondere la costituzione stessa della Chiesa con le norme giuridiche che la esprimono e la proteggono. La prima è immutabile, le seconde possono evolversi. La costituzione divina della Chiesa prevede, secondo la volontà di Cristo che ha inviato gli apostoli, che l'episcopato di coloro che succedono agli apostoli non sia un semplice insieme di prelati dotati di determinati poteri, ma un vero e proprio Corpo. Il Concilio di Trento afferma esplicitamente che l'ordine gerarchico dei vescovi è di diritto divino: «Il santo sinodo dichiara che [...] appartengono a questo ordine gerarchico in primo luogo i vescovi, successori degli apostoli, e che essi sono stabiliti (come afferma lo stesso apostolo) dallo Spirito Santo a "pascere la Chiesa di Dio" (At 20,28) [...]. Se qualcuno dirà che [...] quelli che, senza essere stati regolarmente ordinati e inviati dall'autorità ecclesiastica e canonica, ma provenendo da altri, sono legittimi ministri della parola e dei sacramenti, sia anatema» (Concilio di Trento, sess. XXII, Sul sacramento dell'ordine, Denz. 1768 e 1777). Papa Pio IX si è fatto portavoce dei Padri della Chiesa e del magistero di molti dei suoi predecessori nell'insegnare questo aspetto particolare della comunione gerarchica: la necessità dell'attuale comunione dei vescovi con la sede apostolica di Roma. «Gli stessi primi elementi della dottrina cattolica insegnano che non può essere considerato vescovo legittimo, nessuno che non sia congiunto per comunione di fede e di carità con la Pietra sopra cui è edificata la Chiesa di Cristo, e non sia legato strettamente al supremo Pastore, a cui sono date da pascolare tutte le pecore di Cristo, e non sia unito a colui che difende e garantisce la fraternità che è nel mondo. E in verità "a Pietro parlò il Signore: ad uno solo, per fondare l'unità dall'uno"» (Enciclica Etsi multa luctuosa, 21 novembre 1873. Corsivo dell'autore). Il fatto che Pio IX parli di adesione e di legame indica chiaramente che un vescovo legittimo non può accontentarsi di una semplice fedeltà verbale («Ti riconosco come papa»), ma deve essere in un vero rapporto gerarchico con il papa. Il riferimento alle parole di Cristo mostra che è di diritto divino che i nuovi vescovi siano consacrati ed esercitino le loro funzioni nella comunione gerarchica del corpo dei vescovi, articolato attorno al Sommo Pontefice. Ciò è manifestato dal fatto che il nuovo vescovo è consacrato da altri vescovi. C'è un'eccezione: nel caso della consacrazione di un vescovo da parte del Sommo Pontefice, questi può legittimamente consacrare senza vescovi co-consacranti. Ciò sottolinea il ruolo particolare del papa all'interno del corpo dei vescovi. Nell'antichità cristiana, la scelta del popolo di una diocesi era ratificata dalla gerarchia locale, spesso il metropolita e i vescovi co-provinciali. La preoccupazione per la comunione si traduceva nell'invio di lettere al papa di Roma e agli altri patriarchi. Questo processo (diverso a seconda dei luoghi e delle epoche) era la formulazione canonica dell'esigenza di diritto divino della comunione gerarchica nell'episcopato. In ogni caso, nessuna consacrazione avveniva contro la volontà del papa. Si tratta del resto di una conseguenza logica di quanto afferma san Paolo nella sua epistola ai Romani: «come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?» (Rm 10,15). È chiaro infatti che un vescovo consacrato contro la volontà del capo del corpo episcopale non è «inviato» (Cf. Concilio di Trento, ut supra). INSEGNAMENTO DEI TEOLOGI CLASSICI RECENTI «Per diritto divino - scrive l'abbé Berto, teologo (peritus) di mons. Lefebvre durante il Concilio Vaticano II -, i vescovi, anche se dispersi, sono un corpo costituito nella Chiesa» (V.-A. Berto, Pour la Sainte Église Romaine, Éd. du Cèdre, 1976, p. 243. Cf. can. 108 §3 del CIC 1917). I membri di questo corpo ricevono ed esercitano i loro poteri nella comunione gerarchica. Questo concetto di comunione gerarchica è considerato fondamentale per il corpo episcopale da un autore classico come dom Adrien Gréa nella sua opera fondamentale L'Église et sa divine constitution. È stato insegnato dal magistero durante il Concilio Vaticano II (Lumen gentium, nn. 21 et 22, et Nota explicativa prævia, n. 2). Don Dulac, teologo e canonista, che fu tra i primi difensori della liturgia tradizionale, scrive, commentando il n. 21 di Lumen gentium: «Questa trasmissione, continuando l'autentica "successione apostolica", sancisce la legittimità sia della consacrazione che delle funzioni. È garantita ufficialmente dalla "comunione gerarchica" di cui parla la Nota explicativa. Al di fuori di queste concatenazioni sacramentali e giuridiche, esiste solo ciò che san Cipriano e san Leone chiamano "pseudoepiscopato"» (Raymond Dulac, La Collégialité épiscopale au IIe Concile du Vatican, Éd. du Cèdre /DMM, 1979, p. 34, n. 26). La dottrina cattolica, sempre più esplicita, afferma che il successore di Pietro è il capo del corpo dei vescovi. Ecco perché, presso i latini, il diritto divino della comunione gerarchica è stato da tempo tradotto nella necessità canonica del mandato apostolico. Tra gli orientali, fin dall'antichità più remota, il consenso collegiale e l'aspetto gerarchico dell'ordine episcopale sono presenti e manifestati nella liturgia della consacrazione episcopale. Nell'attuale disciplina orientale, questa comunione gerarchica si traduce nell'elezione dei vescovi da parte del sinodo della loro Chiesa e nella concessione della "comunione ecclesiastica" da parte del papa ai nuovi patriarchi. LA DIFFERENZA RISPETTO AL CASO DEI SEMPLICI SACERDOTI Trasmettere ed esercitare l'episcopato pone un problema particolare, che non esiste per la trasmissione del presbiterato (sacerdozio dei semplici sacerdoti). L'episcopato comporta di per sé i poteri di ordine, giurisdizione e magistero, mentre il presbiterato comporta di per sé solo il potere di ordine, ed è per delega che il sacerdote può esercitare i poteri di giurisdizione e magistero. Il vescovo è un «principe» della Chiesa. «Il vescovo - scrive san Tommaso - ha un ordine in rapporto al Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, sulla quale riceve un incarico principale e quasi regale» (S. Tommaso d'Aquino, De perfectione vitæ spiritualis, 24, 4). L'episcopato è gerarchico per natura. Ciò che lo differenzia dal semplice sacerdozio è la sua ordinazione al Corpo mistico. Come scrive un commentatore di San Tommaso: «Il vescovo ha un ordine relativo al Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa; relativamente al Corpo fisico di Cristo, il vescovo non ha un ordine superiore al sacerdote» (Billuart, Cursus theologiæ, de sacramento ordinis, c. X, d. IV, a. 2, ad 4). In virtù della sua ordinazione essenziale al Corpo mistico, l'episcopato è l'elemento fondamentale su cui è costruita la gerarchia della Chiesa. In esso si uniscono le due diverse ragioni secondo cui viene ordinata l'unica gerarchia della Chiesa: l'ordine e la giurisdizione. L'unità di questi due aspetti si trova nell'episcopato che, per istituzione divina, occupa contemporaneamente un posto nella gerarchia dell'ordine e nella gerarchia della giurisdizione. Di conseguenza, con una consacrazione al di fuori della comunione gerarchica, viene messa in discussione l'unità gerarchica della Chiesa cattolica. Creare un vescovo significa creare una gerarchia. Se questo vescovo non è consacrato con il consenso del papa - fondamento della gerarchia cattolica -, viene creata un'altra gerarchia. Secondo la volontà di Cristo, l'episcopato è destinato a pascere una parte del gregge e ha il potere di perpetuarsi, consacrando nuovi vescovi a loro volta capaci di consacrare. Ecco perché, secondo la formula di Pio XII (Enciclica Ad Apostolorum Principis, 29 giugno 1958), una consacrazione episcopale al di fuori della comunione gerarchica costituisce di per sé un «gravissimo attentato alla stessa unità della Chiesa». Una volta acquisito questo potere di perpetuarsi, un gruppo dissidente ha i mezzi per continuare in un separatismo di cui nessuno vedrà la fine, e non ha più motivo di cercare l'unità. Nella storia, la maggior parte di questi gruppi dissidenti ha infatti cercato di ottenere l'episcopato per garantire la propria autonomia. Così, nel XVIII secolo, le ordinazioni episcopali conferite senza alcun legame con Roma da un vescovo francese, monsignor Dominique Marie Varlet, furono all'origine dello scisma di Utrecht. Nel XIX secolo, i vescovi provenienti da questo scisma consacrarono i vetero-cattolici che rifiutavano il Concilio Vaticano I. L'«Unione di Utrecht» riunisce oggi centinaia di migliaia di fedeli in Europa. Di fatto, le consacrazioni "autonome" consolidano la separazione perché, una volta dotato di vescovi, il gruppo può formare una piccola Chiesa parallela dotata di tutti i sacramenti. Un controesempio eloquente è quello dei cattolici che rifiutarono il concordato del 1801 tra Napoleone Bonaparte e la Santa Sede. La "Petite Église" anticoncordataria continuò a esistere per alcuni decenni in Francia. Il suo ultimo capo, monsignor de Thémines, ex vescovo di Blois, rifiutò sempre di consacrare vescovi e persino di ordinare sacer

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  6. Il libro di Ravagnani: libertà al prezzo di un'infedeltà

    FEB 24

    Il libro di Ravagnani: libertà al prezzo di un'infedeltà

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8463 IL LIBRO DI RAVAGNANI: LIBERTA' A PREZZO DI UN'INFEDELTA' di Andrea Zambrano   Abbiamo letto il libro di (don) Alberto Ravagnani La Scelta. Andiamo al cuore della faccenda: è la prova che Dio esiste. Esiste, perché se è riuscito ad avvicinare alla conversione decine di giovani, servendosi di un prete sicuramente innamorato di Cristo, ma privo di strumenti spirituali, intellettuali e teologici di "base", allora vuol dire davvero che supplet Ecclesia, cioè la Chiesa supplisce anche di fronte all'eventuale claudicanza del pastore. Si sa, la Chiesa è andata avanti anche grazie a sacerdoti inadeguati, ma inseriti dentro la cornice giusta. «Fate quello che dicono e non fate quello che fanno». È un format rodato. Per il resto, sulla vicenda umana di Ravagnani e di quello che dice nel libro, anticipato allo sfinimento nei podcast, nelle interviste, nei reels e nei post sui social con un afflato di egocentrismo neanche tanto nascosto, bisogna avere rispetto, ma non serve dire molto di più, se non la sensazione di essere di fronte al déjà-vu di una crisi ecclesiale titanica, ma inavvertita dalle gerarchie ecclesiastiche. Lasciare il sacerdozio è un dramma, però reversibile, ma nelle pagine che scorrono manca decisamente il senso di questo dramma che ignora anche la responsabilità di un consacrato. Possibile che sia una scelta come un'altra, intercambiabile a seconda delle circostanze? Frutto di un cammino troppo veloce per uno che è sacerdote da appena 7 anni? Di sicuro nel libro non affiora. Il ragazzo scrive a flusso di coscienza, con realismo, non ci aspettavamo Honoré de Balzac, ma qualcosa di più del diario di sfogo ordinato dallo psicologo, francamente sì. Spiritualmente impalpabile, teologicamente confuso, umanamente povero, frutto, più che di discernimento, di molte sedute da uno psicologo. Lo si capisce da questa insistenza dominante del bravo bambino che fu Ravagnani, e poi bravo seminarista, bravo prete, in una sequenza di prese di coscienza psicologiche dove lo schema è quello del poveretto che deve sempre rispondere alle aspettative degli altri. E per questo non è libero. Che fuffa. Dov'è la virilità? Il valore? Dov'è la virtù che si coltiva abbandonando l'io bambino delle recriminazioni sul mondo che non cambia, sulla vita che non è come la vorrei io e sul fatto che è sempre colpa degli altri? INCAPACE DI UMILTÀ Incapace di umiltà, prende a schiaffi la liturgia con le banalità dei primi ribelli anni '60. Una paccottiglia trita e ritrita sulla Chiesa che deve cambiare. Cieco di fronte all'evidenza che la fede si risveglia oggi, e soprattutto nei giovani, laddove la liturgia è vissuta come duro lavoro e stupore di sacro. Il formalismo stantio che lui le rimprovera è in realtà il formalismo figlio di questi anni di creatività liturgica a cui evidentemente anche lui aspira. Niente di nuovo e niente di più scontato e infruttifero. Non poteva mancare il pippotto in salsa gay friendly, di lui che a Parigi scopre che la Chiesa sbaglia sull'omosessualità, pratica o in tendenza che sia. E lo fa in un tête-à-tête con un gay conosciuto in un bistrot. Polacco, tra l'altro, il quale dice di essere scappato dalla patria perché perseguitato. Evidentemente il primo polacco gay perseguitato dai tempi di nazismo e comunismo. Ma siamo seri? Un piagnisteo continuo di lui che era un bravo bambino e di lui che ha fatto tante cose, con i social, con i giovani e la Chiesa che non lo capisce. E che Fraternità è stata osteggiata. Ma figlio mio: San Francesco è stato osteggiato, San Pio, San Josemaria Escrivà sono stati osteggiati. Cosa ti aspettavi? Che i frutti scendessero dall'albero dei reels così senza fatica? Non lo fanno neanche i fichi selvatici in agosto. Pensavi di farcela tu? E poi lui che cede di fronte alla sessualità e non può e quindi dà la colpa alla Chiesa, che non cambia la morale sessuale. E allora "dagli alla Chiesa" da Galileo fino ad oggi, con la Chiesa nella parte della cattiva che ha sbagliato tutto. Conoscenze storiche da bar, luoghi comuni e cliché triti e ritriti secondo lo schema dell'"io so io e la Chiesa nun capisce un..." insomma avete capito. VOGLIA DI LIBERTÀ ASSOLUTA E che vuole essere libero, ma questo abito non glielo permette. Che noia. Una lagna egocentrica, che sembra piuttosto nascondere fallimenti, giustificare peccati, aprirsi ad una libertà intesa non come adesione alla Verità. Ammette, Ravagnani, di non avere avuto amici veri, tra i confratelli che non lo capivano, e qui sta forse il cuore della vicenda perché si dovrebbe aprire il doloroso capitolo dei preti che se non sono sostenuti da una comunità di consacrati, che custodiscano dubbi e fatiche, si va poco lontano. E il più delle volte si sbanda. Così come stupisce nel racconto che il vescovo non sia mai nominato, come se non si fosse mai interessato a lui. I superiori sempre visti come arcigni, incapaci di capirlo. Possibile? E poi l'inno alla "somatolatria", al suo corpo palestrato, pompato a suon di crunch per farci credere che per evangelizzare siano utili anche gli integratori contro una Chiesa che ha sempre condannato il corpo e perciò deve cambiare. Un disprezzo verso la veste da prete che si è accorto di portare - dice - per coprire un ruolo e che non corrisponde più con la sua persona finalmente libera. Un'offesa a quei santi che per rimanere fedeli a quella veste perché rivestimento visibile di Cristo si sono fatti ammazzare. Come Rolando Rivi, il cui libro gli avevo regalato quando lo ospitai in casa mia e che credo non abbia mai letto. Ci speravo, perché avrebbe avuto un esempio davanti agli occhi di martirio. In fondo viene da chiedersi se più che un problema di vocazione, non sia un problema di fede. E come si possa alimentare se persino la preghiera è vista come qualcosa di fastidioso, noioso, ripetitivo. E i giovani? I tanto strombazzati giovani che lui ha seguito, che ha avvicinato alla fede? A loro non sono riservate risposte, eppure sono loro oggi che, seguendo le sue gesta alle prese con le interviste sulla Stampa, Repubblica, sui grandi media che ora lo coccolano e domani lo scaricheranno, si interrogano con sconcerto: ma allora a che cosa è servito? E che senso ha rimanere fedeli ad una scelta se poi questa fedeltà viene infranta come il vetro di un IPhone? Un consiglio e un augurio, sarà anche paternalistico, ma fa lo stesso: guarda a Pietro, che tradì, non pubblicò libri sulla sua infedeltà, ma si mise testa china al servizio di quella chiamata. Tuffandosi nella misericordia di Dio e dando la sua vita.

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  7. L'addio di don Alberto Ravagnani e il problema della credibilità

    FEB 3

    L'addio di don Alberto Ravagnani e il problema della credibilità

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8443 L'ADDIO DI DON ALBERTO RAVAGNANI E IL PROBLEMA DELLA CREDIBLITA' di Andrea Zambrano   Per provare ad andare oltre il freddo comunicato della diocesi di Milano di sabato che annuncia la sospensione del ministero presbiterale di don Alberto Ravagnani e per superare la superficiale montagna di commenti social di queste ore del "io l'avevo detto che finiva così", bisognerebbe anzitutto partire dal fatto che un prete che lascia la tonaca è prima di tutto una "tragedia" ecclesiale la cui portata va ben oltre la scelta personale del sacerdote milanese. Una "tragedia" che investe il corpo della Chiesa oggi, lasciando una ferita profonda oggi, di cui difficilmente sentiamo parlare la Cei come urgenza da affrontare, come emergenza per cui interrogarsi. Un prete che lascia non è solo un soldato che abbandona il campo di battaglia, ma lo specchio di questa società nella quale tutto è provvisorio e relativista, dove le scelte, per usare la parola chiave di "don Rava" che dà il titolo al suo libro, non sono mai per sempre, ma intercambiabili a seconda delle circostanze e soggette ai capovolgimenti personali spacciati per il "bene per me". Non sappiamo se e quanto questa decisione, che il vescovo di Milano Mario Delpini ha voluto comunicare, anticipando così l'annuncio di don Ravagnani che avrebbe creato forse ancora più confusione e protagonismo, sia stata condivisa e meditata con i superiori o se invece sia solo il frutto di un cammino che ha via via trasformato questo sacerdote capace di coinvolgere i giovani nella proposta cristiana in un personaggio e non più in una guida in grado di portarli alla fede, che indicava solo Gesù come maestro e non se stesso. Però sappiamo che il fenomeno "don Rava" è stato un fenomeno social che ha portato inizialmente dei frutti alla vigna del Signore. Lo testimoniano le molte conversioni alla fede, gli innumerevoli riavvicinamenti alla pratica cristiana di migliaia di giovani che tramite i social, hanno rimesso piede in una chiesa partecipando ad adorazioni eucaristiche e avvicinandosi alla confessione. Se l'albero si vede dai frutti, è vero dunque che c'è stato un periodo, nei primi anni della sua esplosione, quelli immediatamente post covid, in cui quell'albero ha prodotto frutti buoni: al solo sentire il nome don Ravagnani anche le chiese di provincia si riempivano e la sua presenza in città si spargeva con la velocità del tam tam spontaneo e gioioso di chi andava a vedere qualcuno che parlava della Chiesa in modo nuovo, ma dicendo le cose di sempre. LE LUSINGHE DEL MONDO Temi come la castità, ad esempio, la scelta vocazionale, la morale sessuale, la verità o la regalità di Cristo, venivano annunciati partendo da Gesù e dalla Chiesa e non cercando di districarsi tra le concessioni del mondo o conciliando l'impossibile. Erano uno "specchietto" che poi si traduceva nell'incontro in una proposta sacramentale, tangibile, vera. La proposta cristiana declinata con il linguaggio accattivante e di facile presa dei reels e dei post. E questo ha portato del bene. Così come ha portato del bene l'esperienza del sacerdote milanese di creare con i giovani una fraternità di vita e di annuncio, partendo dalla protezione della Madonna di Loreto, ha fatto vedere con speranza il fenomeno Ravagnani, lasciando ad un prudente "vediamo come va a finire" le irritualità di certi atteggiamenti e eccessi che il mondo degli adulti non capiva, ma affidava alla sapiente mano della Chiesa. Se son rose... Poi però qualcosa si è rotto. O meglio, qualcosa probabilmente ha iniziato ad acquisire maggior peso rispetto alla missione. Da tramite per Cristo, Ravagnani si è trasformato sempre più in un personaggio, i social da mezzo sono diventati una trappola mortale nella quale propagandare il proprio ego, il bisogno narcisistico dell'io. Il suo aspetto è cambiato, persino il suo look, curato, alla moda, si è evoluto andando a significare ben oltre il classico detto del monaco e del suo abito. Si è soliti individuare nell'ingresso in palestra di don Rava e nella famosa pubblicità agli integratori l'inizio del suo declino, ma don Alberto aveva cominciato un po' prima a cedere alla lusinga del suo personaggio come veicolo di commercializzazione di prodotti, anche se in casa cattolica. La verità è che non sono stati quei mondi a cambiarlo, ma lui è cambiato o meglio è entrato in crisi iniziando a usare i social per scopi che si sono fatti via via più commerciali e promozionali della sua persona: i viaggi all'estero per non si sa bene che cosa, il bisogno di comunicare il sé, il togliersi il colletto da prete, il cominciare a concedere diritto di cittadinanza alle lusinghe del mondo, lo scarrocciare in favor di intervista proprio sulle spine della sessualità e della libertà hanno ben presto allontanato don Ravagani non tanto dalla sua missione - quella in un modo o nell'altro si riesce sempre a giustificare con qualche parola ben piazzata - ma dai suoi ragazzi. Sono stati i giovani che ha avvicinato in questi anni, infatti, i primi ad aver preso le distanze non appena si sono resi conto che il personaggio aveva preso il controllo sulla persona. Il "don Rava" si è fatto via via più irrintracciabile, da guida disponibile al telefono o pronto ad entrare nelle case di chi lo ospitava è diventato un guru protetto dallo schermo della fama. NON SOLTANTO FOLLOWERS E infatti anche l'esperienza di Fraternità è entrata in crisi e molti se ne sono andati, fortunatamente la gran parte ben al riparo tra le braccia della Chiesa in tutte le sue declinazioni e carismi. Altri, invece, sono rimasti ed è a loro che ora la Chiesa deve guardare perché non si perdano e non inizino il pernicioso percorso di chi si affida al cieco che guida altri ciechi anche se proprio ieri il direttivo di Fraternità ha annunciato che il cammino va avanti, con o senza di lui. Perché ora la loro guida ha rinunciato al bene più prezioso, quel sacerdozio che è martirio e dono, ma anche responsabilità nei confronti delle anime che ti sono affidate. Tutto il resto sono chiacchiere che lasciano il tempo che trovano e non producono più frutti, ma solo sterili rivendicazioni. E la Chiesa, come autorità, ha iniziato seppur in ritardo a chiederne conto al giovane sacerdote 32enne perché ha capito che quegli stessi giovani potevano diventare un comodo paravento, ma col rischio di perdersi anche loro. Nello scontro tra autorità e carisma, lo insegna la storia della Chiesa, bisogna sempre vedere dove sta il bene delle anime e non sempre a vincere il braccio di ferro è il carisma innovativo. Perché i giovani sono così: non sono soltanto dei followers, ma hanno bisogno prima di tutto di vedere che la proposta cristiana deve essere credibile prima che per me, per chi me la propone. E probabilmente la mancanza di credibilità di chi utilizzava ormai il suo essere uomo di Dio per portare sé stesso e poco più, è stato il principale detonatore. Oggi i ragazzi che ieri si scambiavano nelle chat con sgomento e rassegnazione il comunicato della diocesi che annunciava l'abbandono del suo ministero presbiterale, non erano più followers di un influencer cattolico, ma giovani consapevoli che la scelta della fede, così come quella vocazionale, è una scelta per sempre e non un mutevole accomodamento. I giovani, lo ricordava san Giovanni Paolo II Papa vogliono scelte per sempre, il loro cuore partecipa al fine dell'eternità con una proposta credibile e vera, non cerca scorciatoie né compromessi perché sanno meglio di noi che il mondo, di compromessi gliene sa offrire molti di più e ben più accattivanti.

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  8. Sant'Agostino e Leone XIV smascherano l'inganno della politica senza Dio

    JAN 27

    Sant'Agostino e Leone XIV smascherano l'inganno della politica senza Dio

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8435 SANT'AGOSTINO E LEONE XIV SMASCHERANO L'INGANNO DELLA POLITICA SENZA DIO di Roberto de Mattei   Mi è capitato spesso di riferirmi a sant'Agostino e in particolare al suo capolavoro La Città di Dio. All'inizio di questo 2026, ho scritto che il De civitate Dei di sant'Agostino ci offre una chiave interpretativa della storia, che ci consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi politici ed economici e ci rimanda a un conflitto più profondo, tra opposte visioni dell'uomo e del mondo. Sono stato colpito dunque dal discorso che il Papa ha fatto il 9 gennaio di quest'anno ai membri del Corpo diplomatico. Un discorso che è incentrato proprio sulla Città di Dio di sant'Agostino e di cui vorrei citare i passi salienti, con le stesse parole di Leone XIV. DISCORSO AI MEMBRI DEL CORPO DIPLOMATICO "Ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., - dice il Papa - Sant'Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio. Come ha osservato Benedetto XVI si tratta di un'« opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia », (Benedetto XVI, Catechesi 20 febbraio 2008).(...) Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell'opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo. Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall'amore incondizionato di Dio (amor Dei)", e "la città terrena, incentrata sull'amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l'aldilà all'aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile. Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull'atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l'etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. (...) Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un'epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un'epoca di cambiamento ma in un cambiamento d'epoca. Se Sant'Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare "diritto di cittadinanza" alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all'interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella "tranquillità dell'ordine", (S. Agostino, De Civ. Dei, XIX, 13), che per Agostino costituisce l'essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l'amor di sé fino all'indifferenza per Dio che governa la città terrena (Ibid., XIV, 28). Tuttavia, come nota Agostino, è grande l'insensatezza dell'orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi » ( Ibid., XIX, 4. 4.). L'orgoglio offusca la realtà stessa e l'empatia verso il prossimo. Non a caso all'origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio". L'INSEGNAMENTO DI SANT'AGOSTINO Qual è dunque l'insegnamento di sant'Agostino riproposto da Leone XIV? È l'insegnamento sempre attuale della Città di Dio: la consapevolezza che la storia dell'umanità è attraversata da una radicale alternativa, da due visioni del mondo e della storia inconciliabili tra loro. Da una parte vi è la visione trascendente, che riconosce Dio come principio e fine di ogni realtà e orienta a Lui non solo la vita personale, ma anche quella sociale, culturale e politica, a livello nazionale e internazionale. Dall'altra vi è la visione immanente, che rinchiude l'uomo nell'orizzonte del finito, escludendo Dio dalla storia e riducendo ogni criterio di verità, di giustizia e di bene alla misura dell'uomo stesso. La prima visione è fondata sull'umiltà, di chi non confida nelle proprie forze, ma tutto attende da Dio. La seconda visione, al contrario, nasce dall'orgoglio: dall'auto-adorazione dell'uomo che pensa e agisce come se Dio non esistesse e pretende di costruire la società prescindendo da Lui. Tra queste visioni del mondo, tra queste due città, non c'è compromesso possibile. Sant'Agostino ci insegna che nelle epoche più drammatiche della storia, come fu il V secolo e come lo è il nostro, è doveroso abbandonare la neutralità e schierarsi, perché la vita dell'uomo e quella della Chiesa è lotta di ogni giorno e in ogni campo, ma a condizione di cogliere l'aspetto soprannaturale di questa lotta, di comprenderne il carattere religioso e metafisico. Combattere dunque, ma con lo sguardo rivolto alla Città di Dio e non a quella degli uomini; combattere, in una parola, per l'avvento del Regno di Cristo, in Cielo e in terra: un Regno che non è un miraggio, ma è l'unica meta reale e ideale per la quale valga veramente la pena vivere e, se necessario, morire. Nota di BastaBugie: Nico Spuntoni nell'articolo seguente dal titolo "Il Papa al corpo diplomatico denuncia le derive orwelliane" racconta cosa ha detto Leone XIV agli ambasciatori nel tradizionale incontro di inizio anno. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 gennaio 2026: «La città di Dio» e la visione di sant'Agostino sul mondo del V secolo sono il punto di partenza di Leone XIV per la sua panoramica sulla situazione internazionale nel tradizionale discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Un discorso pronunciato in inglese con un breve passaggio in italiano. Il Papa tira fuori temi e parole a cui è allergico il politicamente corretto. Chiesa e Stato non sono in antitesi e la corretta lettura dell'idea agostiniana di città di Dio e città terrena lo dimostrano. Il santo d'Ippona propone nella sua celebre opera degli allarmi che, secondo Prevost, sono ancora validi per la vita politica: le «false rappresentazioni della storia», «l'eccessivo nazionalismo» e la «distorsione dell'ideale dello statista». Il Papa lamenta la «debolezza del multilateralismo» ed è un punto di vista coerente con la tradizionale politica estera della Santa Sede. «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti - ha osservato Leone - si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». Ciò succede in un contesto in cui «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» dal momento che «è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».Questa parte "diplomatica" è stata però seguita da una riflessione probabilmente meno gradita a molti governi e organismi internazionali. Prevost, infatti, se l'è presa con le Nazioni Unite che non solo devono sforzarsi di rispecchiare «la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra» ma le sprona a far sì che questi sforzi siano più orientati ed efficienti nel «perseguire non ideologie ma politiche volte all'unità della famiglia dei popoli». Ideologia è una parola ripetuta spesso nel testo pronunciato ieri come quando il Papa ha contestato all'Occidente la riduzione degli «spazi per l'autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano». Leone XIV ha sollevato il problema della libertà di coscienza minacciata. A proposito di ciò, il Papa ha difeso l'obiezione di coscienza che «consente all'individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale». Il Papa ha citato i casi del «rifiuto del servizio militare in nome della non violenza» e del «diniego di pratiche come l'aborto o l'eutanasia per medici e operatori sanitari». Contro la tendenza a criminalizzarla, Prevost ha detto che «l'obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi» e che «in questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un'accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quell

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Uno sguardo da vicino alla religione che ha cambiato la storia del mondo