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Gli islamici applicano il Corano sull'esempio del loro fondatore Maometto... perché stupirsi delle conseguenze?

  1. Dalle piazze alle urne, avanza il partito islamico d'Italia

    FEB 3

    Dalle piazze alle urne, avanza il partito islamico d'Italia

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8446 DALLE PIAZZE ALLE URNE, AVANZA IL PARTITO ISLAMICO D'ITALIA di Lorenza Formicola   L'islam avanza dentro le nostre istituzioni con passo ormai visibile. Lo fa attraverso l'elezione di consiglieri comunali, mediante esponenti che assumono posizioni sempre più nette sui temi dell'attualità, grazie al legame solido e crescente intrecciato tra le comunità musulmane, i centri sociali, le sigle extraparlamentari e i partiti di sinistra: un'alleanza cementata nelle piazze attorno alla causa ProPal e, soprattutto, capace di trasformare in realtà ciò che per anni è rimasto soltanto una minaccia evocata: il partito islamico italiano. Sarà il contesto favorevole, sul piano mediatico, dettato dall'elezione di un sindaco musulmano a New York, come se l'eco d'oltreoceano potesse tradursi automaticamente in un copione domestico. Ma sta di fatto che iniziano ad essere numerose le realtà, ed è difficile prevedere cosa ci riserverà il futuro. C'è MuRo27 - Musulmani per Roma 2027, per esempio: un progetto che ruota attorno a Francesco Tieri, ingegnere convertito all'islam. S'era già affacciato alla politica nel 2021 con la candidatura alle primarie del centrosinistra nel V Municipio: 600 voti alle primarie di Centocelle-Tor Pignattara, raccogliendo le istanze dei musulmani in quelle zone. Poi la candidatura alle comunali con Demos a sostegno di Roberto Gualtieri.  In una città che conta 110mila musulmani, di cui 30mila con diritto di voto, la sfida si fa interessante. Con sale di preghiera già trasformate in palcoscenici elettorali nel 2021, MuRo27 si proietta verso una sfida che si estende dal diritto di culto alla lotta all'islamofobia, fino all'orizzonte dichiarato di una shari'a declinata in chiave italiana. L'obiettivo è esplicito: incidere sull'agenda politica muovendo dai principi della religione musulmana, portando a compimento il paradigma dell'islam tra poligamia, punizione per apostasia, sottomissione della donna, diffida della libertà individuale e condanna come peccato di tutto ciò che esce dal perimetro delle sue regole. L'islam nega la separazione tra Stato e culto: la domanda, allora, è dove intenda arrivare attraverso una rappresentanza istituzionale. La shari'a non si esaurisce nel rito, ma disciplina la famiglia, la società, l'economia, il diritto, l'organizzazione stessa della vita civile, collocandosi agli antipodi dei principi che regolano il modus vivendi italiano. È un impianto che trae legittimazione da un'autorità trascendente e ambisce a governare ogni ambito del vivere collettivo: non può che entrare in rotta di collisione con i sistemi giuridici degli Stati europei. HAMAS IN ITALIA Negli ultimi anni, questa volontà di affermazione ha mostrato la capacità di costruire legami e convergenze: la propaggine di Hamas in Italia, guidata dall'imam Hannoun, affiancata a sigle come Usb e Potere al Popolo; piazze gremite non più soltanto da gruppi di matrice islamica - come i Giovani Palestinesi Italiani, che il 7 ottobre scorso hanno sfilato a Bologna inneggiando alla strage di Hamas - ma anche da organizzazioni della sinistra radicale. È una saldatura che risponde a una logica di reciproca necessità: l'estrema sinistra utilizza la causa palestinese per colpire il governo italiano, mentre i musulmani sfruttano reti e connessioni profondamente radicate per rilanciare la propria battaglia, spingere l'Italia a recidere i legami con Israele e affermarsi nelle istituzioni, esibendo la forza del movimento.  In questa cornice, le varie sigle comprendono di poter osare di più, cercando consenso soprattutto nelle periferie e tra gli astenuti, intercettando malcontento e frustrazione. Non a caso a Roma sono comparse bandiere del Palestine Communist Party, con lo slogan in arabo: «Lavoratori del mondo unitevi», in una chiamata alla mobilitazione antigovernativa che salda la questione umanitaria a quella sociale. È qui che il quadro si ricompone. Nelle parole pronunciate in una recente diretta social da Brahim Baya, predicatore islamico di Torino, e da Davide Piccardo, coordinatore del Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano e Monza e Brianza, affiora senza filtri l'obiettivo perseguito da mesi: trasformare la presenza numerica della comunità islamica in forza politica consapevole. «La nostra comunità conta tre o cinque milioni di persone. Quello che voglio dalla comunità e da chi guida questa comunità è renderla in grado di essere consapevole dei suoi diritti, di come lottare per i suoi diritti insieme al resto della cittadinanza. Il problema è che la nostra comunità anche agli appuntamenti elettorali non è detto che sia partecipe e non è detto che sia consapevole del suo peso e della possibilità che ha di far valere i propri diritti ed è questo che fa sì che gli altri si azzardino sempre di più ad attaccarci». Una chiamata esplicita alle urne. L'ISLAM ITALIANO È ORGANIZZATO Baya non è nuovo a questa linea. È lui che sta spingendo la comunità islamica a votare "no" al referendum sulla giustizia; è lui che ha difeso con veemenza l'imam di via Saluzzo, Mohamed Shahin, lasciato in libertà dal Tribunale di Torino nonostante un decreto di espulsione perché ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale; ed è sempre lui che in passato ha celebrato Yahya Sinwar come martire, nonostante sia la mente dell'eccidio del 7 ottobre. E la liberazione dell'imam Shahin ha segnato un passaggio decisivo. Non è stata una sentenza come le altre: per la prima volta, i musulmani organizzati in Italia si sono mostrati come una forza capace di esercitare pressione, mobilitare consenso, ottenere risultati. A suggellarlo, le parole della giornalista Karima Moual, che sui social rivendica la svolta: «Per la destra islamofoba è finita la pacchia. L'islam italiano oggi è organizzato. La liberazione dell'imam Shahin ne è la prova». Il partito islamico torna ciclicamente a riaffacciarsi nelle cronache, come un'ipotesi che si dissolve e poi riemerge. Ricordiamo l'ultimo banco di prova che è stato Monfalcone, la scorsa primavera, dove una lista composta da candidati di fede islamica, tutti stranieri, guidati da Bou Konate, ex assessore di centrosinistra, originario del Senegal, non ha superato lo sbarramento, pur riuscendo a portare in consiglio comunale un consigliere musulmano eletto nelle file del Partito democratico. Prima di Monfalcone, un precedente si era già delineato a Magenta con La Nuova Italia. Partito nato su impulso di Munib Asfaq, ragioniere pakistano, contro l'amministrazione comunale che aveva negato alla comunità islamica la concessione di un'area per la preghiera settimanale. Il programma fissava obiettivi espliciti: ius soli, gestione dei permessi di soggiorno in ambito comunale e creazione di spazi di culto. Il potere dei nuovi leader islamici nasce, così, dalla capacità di negoziare e mediare con la società che li circonda, ma soprattutto di "costruire l'islam senza compromessi" dentro il contesto italiano. È su questo terreno che l'agenda del partito islamico prende forma: moschee, scuole, università e piazze sono i nodi di una rete pensata per trasformare l'identità islamica in forza politica che conta.

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  2. Campus inglesi islamizzati, l'allarme viene da Abu Dhabi

    JAN 27

    Campus inglesi islamizzati, l'allarme viene da Abu Dhabi

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8438 CAMPUS INGLESI ISLAMIZZATI, L'ALLARME VIENE DA ABU DHABI di Lorenza Formicola   Gli Emirati Arabi Uniti chiudono la porta. Le preoccupazioni sull'influenza dei Fratelli Musulmani nei college d'élite del Regno Unito sono impossibili da trascurare e Abu Dhabi ha deciso di escludere tutte le università britanniche dall'elenco ufficiale degli istituti idonei a ricevere borse di studio statali. Direttamente dalla rubrica: «qual è il colmo per gli Emirati Arabi? Vedere l'Europa islamizzare i propri figli». Tutto vero, nessuna boutade. Abu Dhabi ne è convinta: i Fratelli Musulmani hanno trovato spazio usando i campus inglesi come terreno fertile per la radicalizzazione e sfruttando associazioni studentesche per portare relatori islamisti e diffondere messaggi capaci di alimentare l'islamismo.  Per lungo tempo, la metropoli affacciata sul Tamigi ha rappresentato l'emblema stesso dell'affermazione sociale e professionale nel contesto europeo, in particolare agli occhi di chi guardava da Oriente. Trovarsi ai piedi della torre dell'orologio era il segno inequivocabile di un traguardo raggiunto. Oggi, però, per gli Emirati Arabi Uniti - storicamente tra i principali finanziatori della formazione accademica in Europa e a lungo sedotti da quel paradigma - quello scenario ha perso del tutto attrattiva. I loro figli, in mezzo a tutto quell'islamismo non ce li mandano più. Alla faccia dell'islamofobia. Così il Ministero dell'Istruzione Superiore ha pubblicato un elenco rivisto delle università straniere approvate: Stati Uniti, Australia, Francia, Israele. Il Regno Unito non c'è. Per la prima volta. È su questa linea che gli Emirati Arabi Uniti hanno scelto di intervenire, leggendo l'ascesa dell'islamismo nel Regno Unito come un rischio strutturale, non episodico. I numeri ufficiali britannici rafforzano il quadro: nell'anno accademico 2023-24, settanta studenti universitari sono stati segnalati per un possibile inserimento nel programma Prevent circa la radicalizzazione islamista nel Paese. Quasi il doppio rispetto all'anno precedente. Nell'anno concluso a settembre 2025, i visti per studio concessi a cittadini emiratini per studiare in Gran Bretagna sono stati appena 213: un crollo del 27 per cento rispetto ai dodici mesi precedenti e del 55 per cento rispetto al 2022. LE LAUREE BRITANNICHE Abu Dhabi ha tracciato una linea ancora più dura annunciando che non riconoscerà titoli di studio rilasciati da università escluse dall'elenco ufficiale, svuotando di fatto il valore delle lauree britanniche per i propri studenti. È l'estensione concreta di una strategia che gli Emirati Arabi Uniti portano avanti dal 2011, quando, all'indomani delle primavere arabe, hanno adottato una posizione senza compromessi contro i movimenti islamisti, in patria e all'estero, considerandoli un fattore strutturalmente destabilizzante per lo Stato. Sotto la guida dello sceicco Mohammed bin Zayed al-Nahyan, Abu Dhabi ha ripetutamente sollecitato Londra a mettere al bando la Fratellanza Musulmana, classificata come organizzazione terroristica. La Fratellanza Musulmana opera sotto il principio che «l'islam è la soluzione», con l'obiettivo dichiarato di fondare Stati governati dalla shari'a, specie in Europa. In questo quadro, la scelta emiratina non appare come un gesto isolato, ma come un messaggio politico.  E non arriva in un momento casuale. C'è innanzitutto il recente rapporto dell'intelligence francese che mette in guardia contro la penetrazione pervasiva dei Fratelli Musulmani in tutti gli ambiti della società e della vita politica d'Oltralpe, comprese scuole e università e mondo dello sport. È la stessa Parigi, poi, ad aver acceso i riflettori sull'uso di programmi paneuropei, come Erasmus+, ritenuti strumentali al sostegno di forme di attivismo riconducibili all'islamismo, sollecitando Bruxelles a rafforzare i controlli sulle attività di lobbying e sulle partnership istituzionali. UNA CELLULA DI HAMAS IN ITALIA E poi l'Italia, travolta dallo scandalo della maxi-inchiesta Domino, che ha portato alla luce una cellula di Hamas - braccio palestinese della Fratellanza - operante nel Paese, contestualmente all'emersione di una fitta trama di collegamenti tra centri culturali islamici e ambienti affiliati ai Fratelli lungo tutta la penisola e che è l'incubo di Governo e procure. Così, mentre il baricentro del movimento arretra in gran parte del Medio Oriente, l'influenza in Europa avanza.  Nel Regno Unito il fenomeno è da anni sotto osservazione ufficiale. Nel 2014, il Governo Cameron si trovò costretto ad avviare un'indagine per analizzare la Fratellanza tra i confini inglesi. La revisione concluse che l'ideologia e le pratiche del movimento erano in contrasto con i valori, gli interessi nazionali e la sicurezza del Regno Unito, ma Londra scelse di non vietare l'organizzazione né di classificarla come terroristica. È questa esitazione che oggi torna al centro dello scontro politico e diplomatico diventando punto di rottura. Sono i campus universitari, secondo gli Emirati, i luoghi dove l'attività legata alla Fratellanza Musulmana è maggiormente visibile. Le associazioni studentesche della London School of Economics o del King's College di Londra, per esempio, hanno ospitato relatori legati a movimenti islamisti ideologicamente allineati alla Fratellanza. Uno dei tanti casi emblematici è quello di Umar Farouk Abdulmutallab, il nigeriano volato a studiare all'University College London tra il 2005 e il 2008, conseguendo la laurea in ingegneria per poi, il giorno di Natale del 2009, tentare di farsi esplodere su un volo partito da Amsterdam e diretto a Detroit, con circa 290 persone a bordo: era stato addestrato da Al-Qaeda. Durante i suoi anni al college inglese s'era fatto notare fino a diventare il presidente della University College London Islamic Society, la comunità islamica più longeva e attiva in Gran Bretagna.  Sono diverse, inoltre, le organizzazioni con sede nel Regno Unito con leadership legate a reti influenzate dalla Fratellanza - tra cui enti di beneficenza come la Cordoba Foundation, citata nei resoconti parlamentari per i suoi legami con l'organizzazione e le campagne di sensibilizzazione islamista che si sono tradotte in un'influenza stabile e strutturata con la capacità di arrivare a far nascere persino tribunali paralleli dove la legge da applicare è solo quella islamica.  Per gli Emirati Arabi Uniti l'islamismo politico è una minaccia strategica e tutto ciò segue una traiettoria unica, non si tratta di episodi isolati: un conformismo capace di influenzare le giovani menti europee, normalizzare il terrorismo e, attraverso reti chiuse e informazione selettiva, trasformare la radicalizzazione in un fenomeno culturale. Quindi hanno deciso di scandire un messaggio senza ambiguità per il Regno Unito, per ora: se i vostri luoghi di formazione non sono in grado di restare tali, senza trasformarsi in fucine ideologiche, allora non formerete più la nostra la futura classe dirigente.

    9 min
  3. A scuola di shari'a, come l'islam si diffonde in Italia

    JAN 20

    A scuola di shari'a, come l'islam si diffonde in Italia

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8433 A SCUOLA DI SHARI'A, COME L'ISLAM SI DIFFONDE IN ITALIA di Lorenza Formicola   Non era una giornata pensata per finire sotto i riflettori. Eppure, domenica 4 gennaio, a Brescia, qualcosa si è mosso con metodo e precisione. Nella nuova moschea cittadina, il Centro Culturale islamico di Brescia, con il patrocinio dell'Associazione Islamica Italiana degli Imam e delle Guide, ha preso avvio una giornata di formazione tutt'altro che marginale. Il cuore dell'iniziativa è stato un corso dedicato allo studio degli obiettivi della shari'a. A guidare i lavori non un nome qualunque, ma Sheikh Amin Al-Hamzi, figura di rilievo nel panorama islamico europeo, attivo su scala continentale e membro di un organismo sovranazionale incaricato di elaborare pareri giuridico-religiosi. L'ente che ha sostenuto l'evento risulta in stretta relazione con l'Istituto Bayan, centro di studi con sede a San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona, specializzato nella formazione islamica. Non un istituto tra i tanti, ma protagonista del famigerato e terribile rapporto che l'intelligence francese ha dedicato al fenomeno del fondamentalismo islamico: reti tentacolari, organizzazioni segrete, quartieri islamizzati allo scopo di provare il reclutamento per instaurare uno Stato islamico sotto il giogo della shari'a in Europa. Secondo il rapporto degli 007 d'oltralpe, l'Istituto Bayan avrebbe ricevuto finanziamenti dal Kuwait attraverso l'International Islamic Charity Organisation, un'organizzazione caritativa internazionale, per diventare un polo centrale per la formazione degli imam in Europa, con tanto di rilascio di titoli destinati a scuole e centri islamici del Vecchio Continente.  Stando al rapporto francese, l'Istituto Bayan sarebbe parte di altri sette centri dislocati tra Francia, Regno Unito e Belgio. Quindi l'istituto con sede nel veronese è l'ingranaggio di un'ampia galassia associativa, operante in Europa, con l'obiettivo di esercitare un'influenza sistematica sulle istituzioni dei Paesi europei riconducibile all'area dei Fratelli Musulmani. Qualcosa che colloca la realtà italiana all'interno di dinamiche transnazionali ben più vaste e strutturate. Oltre che pericolose. Anche perché l'Istituto Bayan è in stretti legami con l'International Islamic Charity Organisation, ONG nata in Kuwait e oggi operativa in 56 Paesi. Attiva da oltre venticinque anni, l'organizzazione è riconosciuta da UNHCR e UNRWA per il suo impegno umanitario a favore degli immigrati. Proprio questo doppio livello - da un lato il profilo istituzionale e il riconoscimento internazionale, dall'altro le relazioni personali e associative - spiegherebbe l'attenzione riservata all'ente dai servizi di sicurezza francesi. Secondo le valutazioni degli 007, infatti, alcuni esponenti che nel tempo hanno fatto parte degli organi direttivi della ONG sarebbero figure di primo piano riconducibili alla Fratellanza musulmana. Un intreccio che, tra cooperazione umanitaria e influenza ideologica, contribuisce a delineare uno scenario complesso e tutt'altro che marginale nel cuore dell'Europa. PIACENZA COLORATA DALL'ISLAM Nel mentre, a Piacenza, nell'apparente lentezza di una provincia sempre più colorata dall'islam, si sta tracciando una traiettoria fatta di inviti formali, visite didattiche, ore di lezione che si aprono a un racconto altro. Protagonista è il frequentatissimo Istituto di Studi Islamici Averroè, che da tempo ha avviato un'attività di pressione culturale indirizzata direttamente agli istituti scolastici della città. L'offerta è strutturata, dichiarata, rivendicata. Ai docenti viene proposta la gita in moschea. E poi di accompagnare gli studenti dentro un percorso disciplinare che l'istituto promuove apertamente: adab, (l'etichetta islamica modellata sulla figura di Maometto); akhlaq (l'etica musulmana); sira (la biografia del Profeta); fiqh (la giurisprudenza islamica); gli hadith (le citazioni attribuite a Maometto); infine il Corano. Due classi di quinta elementare e due licei di Piacenza hanno già partecipato a queste lezioni. Sulle pagine social, l'Istituto Averroè non fa mistero della missione: tra le iniziative dichiarate figura esplicitamente quella di entrare nelle scuole che li invitano, durante le ore di storia e di religione, per raccontare l'islam alle nuove generazioni. A prendere posizione sulla piega piacentina sono esponenti di Fratelli d'Italia e della Lega, che segnalano rischi e chiedono chiarimenti. Il deputato leghista Rossano Sasso ha annunciato un'interrogazione al ministro dell'Istruzione Valditara, con un obiettivo preciso: che almeno venga garantito il necessario consenso informato delle famiglie. «Qui siamo dinanzi a una scuola coranica che manda i suoi docenti a fare lezioni di islam nelle nostre scuole, a ragazzi ma anche a bambini delle elementari. Bisogna fermare immediatamente l'ennesimo tentativo di islamizzazione delle nostre scuole», afferma Sasso. MILANO ESALTA IL LEADER DI HAMAS E se Piacenza restituisce l'immagine di un sistema di indottrinamento che l'islam sta progressivamente costruendo nel panorama delle scuole italiane, mostrando una rara capacità di infiltrarsi senza attriti e di raggiungere una platea ampia quanto sensibile, basta spostarsi verso la Lombardia per scoprire la forza dell'islam. Alla biblioteca comunale di Milano-Lambrate, s'è deciso di portare in primo piano, tra le letture consigliate, sotto la dicitura rassicurante Scelti per voi, un volume presentato come una saga familiare a sfondo autobiografico: Le spine e il garofano, pubblicato nel 2024. La scheda che lo accompagna parla di uno «sguardo lucido e appassionato di straordinaria intensità narrativa». E chi sarà lo scrittore che sa suonare corde straordinarie? Yahya Sinwar. Il defunto leader di Hamas, la mente dell'eccidio del 7 ottobre. Sembra di essere al centro di un punto di non ritorno di quel masochismo culturale che fino a pochi anni fa era solo paventato. Ora si manifesta nella sottomissione che supera l'immaginazione: non si propongono più i testi dei pensatori islamisti, ma direttamente dei terroristi. Tutto normalizzato. Non è un episodio isolato. Lo scorso inverno, una presentazione dello stesso libro era stata inizialmente bloccata all'Università La Sapienza di Roma, dove era prevista, paradossalmente, al dipartimento di Fisica. Promossa da Davide Picardo - coordinatore dei centri islamici milanese - e Maya Issa - attivista del movimento degli studenti palestinesi, dopo qualche mese di resistenza passiva s'è poi tenuta regolarmente: quindi papa Benedetto XVI no, ma il terrorista Sinwar, sì. A lamentare a lungo quel blocco era stato InfoPal, portale finito, poi, al centro della maxi inchiesta sui finanziamenti ad Hamas e sulla cellula italiana del terrorismo islamico palestinese. Il filo che unisce questi episodi è sottile, ma non invisibile. È l'islamismo che avanza senza clamore, sostenuto da una rete di alleanze esplicite o inconsapevoli. Così, passo dopo passo, ciò che fino a ieri era inconcepibile diventa ordinario.  E mentre ci si domanda quale narrazione prenda forma nelle lezioni che arrivano fino ai bambini, a cominciare dall'idea di donna, è importante sottolineare quanto sia superficiale liquidare le lezioni di islam in Italia come qualcosa di marginale e normale solo perché esistono comunità islamiche sul territorio e quindi fanno solo il loro dovere di credenti. La shari'a non si limita al culto: disciplina la sfera familiare, sociale, politica ed economica. Regola il diritto di famiglia, le successioni, la proprietà, l'organizzazione stessa della vita civile. Si fonda su norme ritenute di origine divina e, proprio per questo, immutabili. Non nasce dall'evoluzione storica degli ordinamenti, ma da una rivelazione diretta di Allah. Un sistema che trae legittimazione da un'autorità trascendente e che aspira a governare ogni aspetto della vita collettiva entra inevitabilmente in conflitto con i sistemi giuridici degli Stati europei. Questo quadro restituisce un dato preciso: l'assenza di una reale volontà di adattamento da parte di ampi settori delle popolazioni immigrate islamiche al contesto che li ospita. Le leggi comuni non sono un riferimento, figuriamoci i costumi. È una distanza che non si colma, ma si rivendica per entrare in contrasto. Alla fine, una certezza resta: anche l'Italia, oggi, va a scuola di jihad e di shari'a.

    8 min
  4. La paura dell islam detta legge in treno, per anni un megafono Lgbt

    12/23/2025

    La paura dell islam detta legge in treno, per anni un megafono Lgbt

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8387 LA PAURA DELL'ISLAM DETTA LEGGE IN TRENO di Manuela Antonacci   Un'idea che arriva in seguito all'ultima aggressione e al tentato stupro subiti da una ragazza, il 15 ottobre scorso, in un treno regionale RER a Val-de-Marne, nella zona est di Parigi, deserto. L'ennesima, negli ultimi giorni, che ha fatto crescere un clima di paura e di esasperazione tali, da portare a formulare una petizione che chiede, in Francia, carrozze specifiche riservate alle donne sui treni suburbani e sulle metropolitane e che in poco tempo ha già raccolto 21.000 firme. E, in effetti, diverse donne francesi, sui social, raccontano di non sentirsi sicure sui mezzi pubblici. «Finché il sistema non ci proteggerà, vedo questa idea come una misura temporanea e necessaria, almeno per ridurre i rischi. E ad essere onesti, non credo nell'idea di rieducare gli uomini aggressivi. È una bella teoria, ma non funziona nella realtà» – afferma Marie K., autrice della petizione, residente in Val-d'Oise che prende regolarmente la RER D. Nella petizione si legge anche che «Questi treni avrebbero una segnaletica chiara e visibile per identificare questi vagoni». Ma il problema è davvero il "genere" dei passeggeri? O c'è una questione più sostanziale alla base? Si tratta di "mascolinità tossica" in generale o del fatto che la maggior parte degli aggressori sono immigrati? L'eurodeputata Marion Maréchal - che quest'estate ha rilasciato un'intervista esclusiva al nostro mensile (qui per abbonarsi) - sottolinea questo dato: «L'83% delle vittime di violenza sessuale sui trasporti pubblici nella regione dell'Île-de-France sono francesi, mentre il 61% delle persone accusate di questi crimini sono stranieri. Il problema non sono gli uomini; Il problema è l'immigrazione di massa». Dunque, una segregazione forzata, quella sulle carrozze, che rischia, a lungo andare, di rivelarsi inutile se il problema non verrà affrontato alla radice. Peraltro, considerata l'immigrazione islamica di massa, che è diventata una realtà, in un paese come la Francia, si rischia di adeguarsi allo standard sociale tipico di questa cultura che considera le donne come oggetto di peccato che, pertanto, è bene siano tenute lontane dagli uomini, in uno stato, appunto di segregazione. E ancora, questa misura, prevedendo carrozze dove la presenza di persone immigrate sarebbe esigua, trattandosi principalmente di donne, farebbe stracciare le vesti alle prefiche sinistroidi del politicamente corretto. Insomma, in qualunque modo la si pensi, non risulta proprio la soluzione più efficace. Forse il problema non sono le carrozze "aperte", ma la creazione che, di fatto si sta rivelando un'utopia, di una società multiculturale, aperta, anzi apertissima, al punto da essere diventata ormai fuori controllo...

    4 min
  5. All'università di Catanzaro apre la prima moschea studentesca

    12/02/2025

    All'università di Catanzaro apre la prima moschea studentesca

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8370 ALL'UNIVERSITA' DI CATANZARO APRE LA PRIMA MOSCHEA STUDENTESCA di Lorenza Formicola   Al Policlinico universitario di Germaneto, tra i corridoi dell'Edificio delle Bioscienze, si apre una porta che segna una storica novità per l'università italiana. L'Università Magna Graecia di Catanzaro inaugura il primo spazio di culto islamico all'interno di un ateneo pubblico del Paese. Il progetto nasce da una richiesta presentata nel 2024 da un gruppo di studenti dell'Università Magna Graecia, approvata dagli organi accademici e formalizzata con una convenzione firmata il 12 settembre 2025 tra il rettore Giovanni Cuda e Antonio Carioti - nel frattempo diventato Antonio Omar dopo la conversione all'islam - presidente e imam dell'associazione musulmana Dar Assalam OdV di Catanzaro, ente iscritto al RUNTS, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore. Si tratta di un comodato d'uso gratuito, circoscritto e regolato, ma dal valore simbolico fortissimo: il primo spazio di culto islamico riconosciuto formalmente da un'università pubblica italiana. Un gruppo di studenti si dispone in silenzio, le scarpe lasciate fuori dalla porta. Il muezzin chiama alla preghiera. Ecco che a Catanzaro, si apre una pagina inedita: una università pubblica destina metri quadrati al sermone del venerdì dell'imam, anziché migliorare l'offerta formativa e i servizi per gli studenti italiani. L'accordo prevede la possibilità di fermarsi per le cinque preghiere quotidiane (quindi il diritto di assentarsi da lezioni o esami), il sermone del venerdì (Jumu'a) e le due principali festività islamiche, Eid al-Fitr e Eid al-Adha. Lo spazio sarà gestito direttamente dalla Dar Assalam, che ne curerà l'organizzazione. A guidarla sarà proprio Omar Carioti, convertitosi all'islam alcuni anni fa, accanto all'imam Khalid Elsheikh, riferimento della comunità locale. È importante sottolineare che il sermone del venerdì, o Khutbah, non è equiparabile ad una omelia, che circoscritta al contesto liturgico, afferisce alla parola di Dio. Il sermone dell'imam - figura non regolamentata da alcuna autorità ufficiale - è un discorso più ampio, che tocca temi sociali, civili e, in diversi contesti, anche politici. LA STRATEGIA DELLA FRATELLANZA MUSULMANA Ed è, inoltre, significativo che tutto questo accada proprio a Catanzaro, dove la comunità islamica è piccola, sebbene non piccolissima e certamente, a quanto pare, non irrilevante. Nella provincia vivono circa 12.000 musulmani, di cui 2.000 nel capoluogo. Provengono dal Marocco e dal Maghreb, ma anche da Bangladesh, Pakistan, Senegal, Sudan, Iraq, Costa d'Avorio e altri Paesi. In tutta la Calabria, i musulmani sono 24.500, pari all'1,72% della popolazione regionale. Eppure, da questa realtà minoritaria è partita la spinta capace di ottenere, di fatto, una moschea all'interno di un'università per la prima volta nella storia d'Italia.  In Francia, nei primi anni Duemila, un gruppo musulmano aveva proposto di utilizzare le chiese cattoliche dismesse per la preghiera, nel tentativo di risolvere i disagi delle celebrazioni in strada. In Italia, invece, il percorso ha preso un'altra direzione: si è partiti dalle università. Segno di un Paese che cambia, e va progressivamente islamizzandosi, dove la presenza musulmana assume forme nuove e sempre più organizzate. Ad aprile, a Monfalcone, è nata la prima lista elettorale islamica per le amministrative; in Campania, la candidata di origini palestinesi Souzan Fatayer (Alleanza Verdi e Sinistra) è finita al centro di polemiche per un video dai contenuti antisemiti; in Puglia, Jarban Bassem rappresenta un altro volto emergente di una rappresentanza politica musulmana strutturata. Tutto questo s'inserisce nel solco di un'azione più ampia, coerente con la strategia della Fratellanza Musulmana, la più grande confraternita islamista del mondo, fondata nel 1928 in Egitto da Hassan al-Banna e oggi diffusa in oltre 70 Paesi. Secondo l'economista egiziano Abdel-Khaliq Farooq, la Fratellanza gestirebbe ogni anno fondi non dichiarati per un valore compreso tra 200 e 250 milioni di dollari, destinati a finanziare una rete estesa di associazioni, scuole e ONG. Una di queste, la Islamic Relief Worldwide, ha registrato 456 milioni di sterline di entrate in soli quattro anni. Per loro il mondo delle scuole e quello accademico rappresentano un bacino di riferimento su cui il movimento punta per rafforzare la propria presenza. 80 MOSCHEE IN ITALIA  In Italia, diversi dossier indicano che l'organizzazione più influente del Paese, legata alla Fratellanza Musulmana, gestisce oltre 80 moschee e centinaia di sale di preghiera con donazioni provenienti anche da Paesi del Golfo. Una rete che traduce il Corano in italiano, organizza corsi, doposcuola e inventa strumenti per orientare i modelli culturali. Non un movimento clandestino, ma un sistema diffuso e capillare, in cui religione, identità e comunità si intrecciano. Obiettivo della Fratellanza non è la rivoluzione, ma la trasformazione lenta, quasi impercettibile, che passa attraverso i cuori e le menti. La sua forza non è nella segretezza, ma in una ambiguità strategica: un linguaggio doppio, una presenza discreta, una capacità di adattamento che le consente di radicarsi senza mai apparire destabilizzante. E il suo raggio d'azione guarda all'intero Occidente. Quando il movimento fu bandito o represso nei Paesi arabi, molti dei suoi ideologi cercarono rifugio in Europa, trovando nelle democrazie occidentali un terreno fertile per riorganizzarsi. In Svizzera, il genero di al-Banna, Saïd Ramadan, fondò nel 1961 il Centro Islamico di Ginevra, nucleo storico del pensiero islamista europeo. I suoi figli, Tariq e Hani Ramadan, ne ereditarono la missione, diventando due delle voci più influenti dell'islam politico nel continente. Da allora, la rete della Fratellanza si è ampliata con metodo. In tutta Europa, moschee, enti di beneficenza, istituti scolastici e associazioni civiche hanno costituito un mosaico organizzato, capace di promuovere la propria visione dell'islam sotto la forma della sensibilizzazione culturale e religiosa.  Pubblicamente promuove il dialogo e i diritti civili; privatamente tollera o incoraggia narrazioni antisemite, anti-occidentali. Non costruisce la propria influenza con le armi, ma con la rete. Non dirotta aerei, ma fa lobbying nei consigli scolastici. Non organizza attentati, ma apre start-up halal, scuole islamiche. La sua tattica è quella dell'infiltrazione legittima: lenta, decentralizzata, difficile da distinguere dall'attivismo civico. In Italia, il dibattito su queste dinamiche rimane quasi assente. Eppure, numerose organizzazioni musulmane operano da anni con legami diretti o ideologici con la Fratellanza. Per l'islam non si prevede separazione tra moschea e Stato, ritenuti indissolubili. La logica musulmana non riconosce nessuna permanente forma di potere o religione al di fuori dell'islam. Nel frattempo è dovere di ogni islamico fare ciò che gli è possibile per il raggiungimento dell'obiettivo madre: la sottomissione, anche con la forza, dell'interno mondo ad Allah. Se quindi a Catanzaro, si prende un'aula dell'università pubblica per farne una moschea, non si può parlare semplicemente di "libertà religiosa".  I fatti di Catanzaro ci dicono che la trasformazione culturale dall'interno è in atto. E che si sta ridefinendo il confine invisibile tra fede, identità e politica in un'Europa che fatica a riconoscere se stessa. Così, l'Italia, dopo l'imam in carcere, presenta la moschea in università all'Occidente.

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  6. Sacerdote a processo perchè ha detto che l'islam radicale è... radicale

    10/28/2025

    Sacerdote a processo perchè ha detto che l'islam radicale è... radicale

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8333 SACERDOTE A PROCESSO PERCHE' HA DETTO CHE L'ISLAM RADICALE E'... RADICALE! di Manuela Antonacci   «Le mie dichiarazioni non sono state mai né discriminatorie, né di incitazione all'odio», ha dichiarato deciso padre Custodio Ballester, catalano di nascita e sacerdote per vocazione, che mercoledì si è seduto sul banco degli imputati del Tribunale Provinciale di Malaga accusato di islamofobia. Oggi, ha 61 anni e pende sulla sua testa il rischio di una condanna a tre anni di carcere a causa delle dichiarazioni rilasciate nel 2017 sull'islam, nel talk show di un programma televisivo digitale "La ratonera" - ovvero "La trappola per topi". La frase incriminata sarebbe la seguente: «l'Islam radicale intende distruggere la civiltà cristiana e radere al suolo l'Occidente». Tuttavia aveva anche specificato come «in questo ambiente islamista, non tutti siano in grado di commettere atti violenti, ma che purtroppo coloro che si immolano e portano con sé coloro che considerano "infedeli" sono considerati santi». Dunque, il sacerdote aveva fatto subito un distinguo tra islam radicale e islam moderato e non di tutta l'erba un fascio, come lo si accusa. Tali dichiarazioni hanno suscitato la reazione dell'associazione "Musulmani contro l'islamofobia" finanziata dai fondi pubblici del governo catalano. Ciò che, secondo il sacerdote, lo avrebbe reso passibile della massima pena sarebbe proprio il suo ministero sacerdotale, perché secondo la procuratrice Verdugo, gli consentirebbe di "indottrinare" le folle, diffondendo "odio". Insieme a padre Ballestrer sono perseguiti l'autore della trasmissione e un altro sacerdote, padre Jesús Calvo. Nessuno di loro è mai stato interrogato dalla procuratrice. Durante il processo di mercoledì scorso, durato diverse ore e ora in attesa della sentenza, padre Custodio ha insistito su ciò che ha più volte commentato da quando si è saputo della denuncia, che le sue dichiarazioni si riferivano solo ai musulmani estremisti e si è rammaricato che sia in corso un evidente tentativo di punire la libertà di pensiero. «Sono calmo», ha detto ai giornalisti mentre lasciava l'aula, «l'esame finale è già stato fatto e ora aspetterò il verdetto». Al suo arrivo era sereno e sorridente ed era circondato da un gruppo numeroso di cattolici che gli hanno mostrato il loro sostegno recitando il Rosario alle porte del Tribunale di Malaga. Inoltre, i membri dell'Osservatorio per la Libertà e la Coscienza Religiosa, dell'Istituto di Politica Sociale (IPSE) e degli Avvocati Cristiani, hanno raccolto più di 27.000 firme per il ritiro dell'accusa contro i due sacerdoti cattolici e il direttore della trasmissione incriminata, Armando Robles, per il quale sono stati chiesti ben 4 anni di carcere e una multa di 3000 euro. Padre Custodio, tuttavia, si è detto soddisfatto del processo che ha definito «tecnicamente impeccabile». Ha, inoltre, sottolineato che «se si attiene alla logica giuridica ci dovrebbe essere l'assoluzione. Se la politica si intromette, potrebbe essere qualcos'altro». E a proposito della grande mobilitazione generale in suo favore ha affermato: «Penso che la gente si sia resa conto che i pubblici ministeri hanno portato i crimini d'odio a estremi ridicoli. Solo per delle semplici affermazioni chiedono le stesse pene che si applicano a reati molto gravi come gli abusi sessuali o le terribili aggressioni fisiche. Una vera e propria sciocchezza che può essere intesa solo come mezzo di minaccia e di controllo sociale: l'unico discorso consentito è quello dettato dal potere». Infine resta la gravità oggettiva di processi come questi, in cui l'oggetto del reato è qualcosa di imperscrutabile, ovvero la coscienza e le intenzioni e tutto ciò è tipico delle peggiori dittature, per non parlare poi del fatto che oggi sembra che gli unici a poter essere offesi impunemente siano i cattolici, mentre per le altre fedi, si arriva a chiedere il carcere. Ma la verità non può essere messa a tacere e se questo prete tacesse, parlerebbero le pietre.

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  7. Il coraggio della fede cattolica in mezzo alla violenza in Burkina Faso

    10/28/2025

    Il coraggio della fede cattolica in mezzo alla violenza in Burkina Faso

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8330 IL CORAGGIO DELLA FEDE CATTOLICA IN MEZZO ALLA VIOLENZA IN BURKINA FASO   Essere cristiani in Burkina Faso significa vivere ogni giorno tra paura e fede. La presenza costante di gruppi jihadisti rende pericoloso anche solo confessare Cristo. Mathieu Sawadogo decise di diventare catechista nel 2003. Dopo quattro anni di formazione, fu inviato con la moglie Pauline a Baasmere, nella diocesi di Dori, dove dal 2015 guidava una comunità di circa 150-200 fedeli. Nel 2018 la loro vita cambiò per sempre. «Un gruppo venne a casa mia», ha raccontato ad ACS. «Mi chiesero di smettere di pregare e di organizzare funzioni religiose. Non portavano armi ed erano vestiti normalmente. Riconobbi alcuni di loro. "Se continui a fare quello che stai facendo, ti accadranno brutte cose", mi minacciarono». Prima di andarsene, i miliziani bruciarono i negozi di liquori del villaggio. «La popolazione cristiana era terrorizzata e anch'io ebbi paura, ma pensai: "Non posso smettere di predicare la Parola di Dio, è per questo che sono qui"». Dopo una seconda visita dei jihadisti, Mathieu e gli altri catechisti della zona si riunirono con il sacerdote e il vescovo. Decisero di restare, ma Mathieu mise in salvo la moglie e i figli. Il 20 maggio 2018, vigilia di Pentecoste, Pauline tornò a Baasmere per la festa. A mezzogiorno, dieci uomini armati e mascherati irruppero nella loro casa. «Perché sei ancora qui?», gli chiesero. «Sono un catechista, questo è il mio dovere», rispose. Lo fecero stendere a terra, lo bendarono e lo legarono mani e piedi. Incendiarono la sua proprietà e lo portarono via in moto. Solo dopo scoprì che anche Pauline era stata rapita: «Aveva chiesto di non essere legata, perché all'epoca era incinta di cinque mesi, ma i terroristi ignorarono la richiesta». «Dopo la prima notte mi tolsero la benda e mi slegarono, e allora capii che c'era anche lei. Fu terribile. Ma non mi permisero di parlarle per tutto il viaggio». Arrivati a destinazione, i jihadisti portarono Mathieu davanti al loro capo, un arabo. Gli chiesero di divorziare da sua moglie e di convertirsi all'Islam. «Ogni giorno minacciavano di uccidermi dicendo: "Normalmente ti taglieremmo la gola, ma puoi scegliere come preferisci morire"». Gli diedero un nome musulmano, bruciarono i suoi vestiti e cercarono di insegnargli la dottrina islamica. «Durante tutto questo periodo, non smisi mai di pregare. Ricordo che una notte recitai settecento Ave Maria, contandole con dei sassolini. In quel periodo la preghiera era l'unica cosa che mi sosteneva. Non ci sentimmo mai abbandonati da Dio, recitare il rosario ogni giorno mi dava forza». Quando i rapitori capirono che non si sarebbero mai convertiti, iniziarono a discutere tra loro. «Alcuni dicevano che dovevano ucciderci, altri che dovevano liberarci. Infine, un giorno ci dissero che eravamo liberi di andare». Liberati dopo quattro mesi di prigionia, Mathieu e Pauline riuscirono a farsi aiutare da un pastore, che li condusse in ospedale. Pauline fu visitata, ma il bambino che portava in grembo era già morto. Mentre raccontava, il volto di Mathieu era rigato dalle lacrime: «Fu un dolore che ci ha segnati per sempre». Tornato a Baasmere, trovò la casa distrutta. Tra le macerie, solo due oggetti erano rimasti: la sua carta d'identità e la Bibbia. «Ciò mi commosse molto: era la Bibbia donatami dal Vescovo quando mi affidò il ruolo di catechista». Alla domanda sul perché non abbia ceduto, risponde con voce ferma: «Non potrei mai mentire a Dio, è meglio essere fedeli a Lui che agli uomini. Dobbiamo testimoniare e predicare Colui che seguiamo, ed essergli fedeli».

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  8. Sinistra e jihadisti in Francia fanno fronte comune

    10/07/2025

    Sinistra e jihadisti in Francia fanno fronte comune

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8306 SINISTRA E JIHADISTI IN FRANCIA FANNO FRONTE COMUNE di Lorenza Formicola   C'è irritabilità nei corridoi de La France Insoumise. Un nervosismo vivo, che non nasce dalla crisi politica imposta da Macron - paradossalmente un'occasione che potrebbe perfino rafforzare le ambizioni elettorali della sinistra radicale parigina - bensì dall'imminente pubblicazione di un'inchiesta destinata a scuotere l'intero Paese: un libro che annuncia di rivelare i rapporti tra il movimento di Jean-Luc Mélenchon e l'islamismo. «Da giovedì - avverte con tono tagliente Omar Youssef Souleimane, autore dell'opera - consiglio ai parlamentari del partito (La France Insoumise, ndr) di acquistare il volume, leggerlo con calma, senza agitarsi, e poi trarre le proprie conclusioni. Se lo riterranno diffamatorio, hanno tutto il diritto di citarmi in giudizio: siamo pur sempre in un Paese in cui la libertà d'espressione è sacra. Vorrei ricordare che ho trascorso venticinque anni della mia vita in Siria e in Arabia Saudita. Là ero già giornalista e bastava pubblicare un articolo perché venissi aggredito dai servizi segreti, umiliato, persino picchiato. Sono fuggito da quell'ingiustizia per rifugiarmi in Francia, la patria dei diritti umani: non certo per rivivere lo stesso incubo». Parole al vetriolo, ma pronunciate in tutta calma all'indomani della clamorosa sconfitta legale inflitta al partito di Mélenchon che aveva tentato di fermare in tribunale la pubblicazione di un libro già diventato caso nazionale ancor prima di arrivare in libreria. Les Complices du mal, edito da Plon - in italiano I complici del male - squaderna i rapporti controversi tra candidati di LFI e progetti sovversivi di matrice islamista, tesi a imporre norme sociali compatibili con la shari'a. Un'opera osteggiata con forza dalla sinistra francese più dura e pura, e che ora, proprio grazie a quella battaglia legale persa, si prepara a diventare un detonatore politico.  Addirittura il partito aveva presentato un ricorso d'urgenza davanti al tribunale di Parigi contro la casa editrice Place des Éditeurs chiedendo una divulgazione anticipata e forzata dell'opera, con l'obiettivo di esaminarne le pagine prima che arrivassero in libreria. Ma i giudici hanno respinto la richiesta, pronunciandosi a favore di Omar Youssef Souleimane, che si era opposto con fermezza, rivendicando non solo la propria libertà d'autore, ma anche quella libertà di espressione che sarebbe stata irrimediabilmente compromessa da una simile imposizione. E La France Insoumise è stata pertanto condannata a pagare 1.500 euro a Place des éditeurs per le spese legali. RADUNI PRO-PAL Souleimane, ex cronista ricercato dai servizi segreti siriani per la sua attività contro il regime di al-Assad, racconta di aver costruito l'inchiesta calandosi dall'interno, infiltrandosi nelle primissime manifestazioni e raduni pro-Pal organizzati in Francia all'indomani del 7 ottobre 2023. E si è trovato di fronte a quella che descrive come una strategia mirata: un patto elettorale tra La France Insoumise e gli ambienti islamisti, calibrato con un obiettivo preciso, conquistare il "voto della comunità musulmana". Un'operazione politica che, secondo Souleimane, non è un episodio isolato, ma l'espressione di una tendenza più ampia. Ne emerge una narrazione aspra, in cui viene messa in evidenza «un'alleanza elettorale» pensata per conquistare il «voto della comunità musulmana». L'accusa - diretta, spiazzante e disturbante per l'opinione pubblica francese - è che alcuni dirigenti e candidati della gauche radicale abbiano intessuto rapporti con progetti tesi a introdurre regole sociali compatibili con la shari'a. D'altronde, la Francia, lo sappiamo, è il principale laboratorio europeo dell'islamo-gauchismo: la saldatura tra settori della sinistra radicale e istanze islamiste, un'alleanza tattica che sfrutta il linguaggio dei diritti e delle rivendicazioni sociali per aprire varchi all'interno della democrazia repubblicana.  Ma la shari'a - l'insieme di precetti che regolano non solo il culto, ma la vita familiare, i codici penale e civile, le norme bancarie e amministrative delle comunità islamiche - risulta profondamente inconciliabile con i principi che governano le società occidentali. Una vera e propria minaccia alla tenuta di qualsiasi Stato, in questo caso della Francia. Basti ricordare che lo jihad - lo "sforzo e dovere collettivo" volto all'edificazione di uno Stato islamico - non è un concetto marginale, ma parte integrante della shari'a stessa, che lo definisce come obbligo religioso e giuridico, subordinando la politica alla dimensione della guerra: accogliere la shari'a equivale a imporre un impianto normativo che non regola la fede, ma istituzionalizza il terrorismo. I FONDAMENTALISTI APPROFITTANO DELLA DEMOCRAZIA «Com'è possibile che in Francia, un paese laico, i fondamentalisti siano così presenti? Che approfittino della democrazia per infiltrare la loro ideologia? La cosa più inquietante è questa alleanza tra islamisti ed estrema sinistra: è semplicemente sconvolgente». Si interroga Souleimane che, in Complici del male, la battezza "sinistra halal". Il libro si apre con un ricordo personale: «Mi chiamo Omar, provengo da una famiglia musulmana praticante. E nella metropolitana di Parigi, nel gennaio 2015, un uomo mi ha scambiato per un ebreo e ha cercato di uccidermi. Solo dal mio aspetto, ha pensato che fossi ebreo. Venire in Francia, il Paese di Jean Jaurès e Paul Éluard, e rivivere ciò che avevo vissuto in Siria, è stato terribile». Souleimane approda Oltralpe nel 2012, dove ottiene prima l'asilo politico e poi la cittadinanza. Con l'ambizione di farsi poeta, pubblica diversi libri prima di arrivare a I complici del male, l'inchiesta che lo ha costretto a rivivere il passato: «tredici anni dopo, mi ritrovo di fronte a politici che vogliono ridurmi al silenzio!».  Nel suo J'accuse, Souleimane non esita a chiamare in causa anche l'eurodeputata Rima Hassan, volto di spicco de La France Insoumise, che, kefiah stretta al collo, sulla stampa nazionale, non sui canali arabi di ispirazione islamista, ha definito la Francia «un Paese colonialista» e persino «un Paese del Male», esprimendo sostegno aperto ad Hamas che avrebbe «agito legittimamente». «Sono esattamente le stesse parole dei Fratelli Musulmani», osserva Souleimane, tracciando una linea di continuità inquietante tra le dichiarazioni di una rappresentante politica francese e la retorica delle organizzazioni islamiste. I MIEI AMICI ARABI «Dal 7 ottobre ho perso la maggior parte dei miei amici arabi» racconta lo scrittore nato a Damasco. «Ai loro occhi, l'antisemitismo in Medio Oriente non dovrebbe essere rivelato agli occidentali, per non sostenere l'agenda "sionista". Soprattutto nel mezzo della guerra israelo-palestinese. [...] La cosa più triste è che sono stati miei compagni nella rivoluzione siriana, sanno benissimo che demonizzare Israele è una parte essenziale della propaganda del regime per restare al potere». Non sono mancate, così, neanche le minacce di morte. «Ho ricevuto insulti in francese e in arabo, semplicemente per aver detto una verità che tutti conoscono. Sappiamo bene che la parola 'ebreo' è un insulto in Medio Oriente».  Il tentativo di censura della sinistra si è già trasformato in un boomerang, un classico "effetto Streisand": più si tenta di mettere a tacere un contenuto, più cresce la sua visibilità. Il libro, infatti, è già salito in cima alle classifiche online dei bestseller prima ancora dell'uscita. E quando un libro finisce al centro di una battaglia legale e politica diventa il nodo visibile di tensioni più vaste. Il nervosismo all'interno delle stanze di partito di Mélenchon la dice lunga, ma soprattutto interroga: cosa hanno da nascondere o da temere?  Nel frattempo, l'ex imam salafita Bruno Guillot - oggi convertito al cattolicesimo -, intervistato il 13 settembre su Europe1, ha confermato che la strategia dei Fratelli musulmani è quella di entrare nella vita politica francese tramite Mélenchon: «I Fratelli musulmani sono molto consapevoli della situazione in occidente, conoscono molto bene i suoi difetti».

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Gli islamici applicano il Corano sull'esempio del loro fondatore Maometto... perché stupirsi delle conseguenze?