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Commento teologico-pratico al vangelo della domenica (e delle feste liturgiche più importanti dell'anno)

  1. Omelia della IV Dom. di Quaresima - Anno A (Gv 9,1-41)

    3D AGO

    Omelia della IV Dom. di Quaresima - Anno A (Gv 9,1-41)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8421 OMELIA IV DOM. DI QUARESIMA - ANNO A (Gv 9,1-41) di Don Stefano Bimbi   La liturgia di questa quarta domenica di Quaresima è attraversata da un tema molto forte: la luce. Non è solo una luce materiale, ma la luce interiore della fede, quella che permette all'uomo di vedere la realtà con gli occhi di Dio. Il Vangelo del cieco nato racconta proprio questo passaggio: dalle tenebre alla luce, dall'indifferenza alla fede. Gesù incontra un uomo cieco dalla nascita. I discepoli fanno una domanda che riflette una mentalità molto diffusa anche oggi: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». In altre parole cercano una colpa, una spiegazione semplice al dolore. Qui tocchiamo una verità molto importante della fede cristiana. Dio non gode del dolore dell'uomo e non manda la sofferenza come castigo automatico. Il male esiste nel mondo a causa del peccato originale, ma Dio è capace di trasformare anche ciò che sembra negativo in un'occasione di bene e di salvezza. Pensiamo a quante volte nella vita accade proprio questo. Una malattia può diventare il momento in cui una famiglia si riavvicina e riscopre l'amore reciproco. Una difficoltà nel lavoro può portare una persona a rivedere le priorità della vita e a cercare di più Dio. Anche un fallimento può diventare l'inizio di un cammino nuovo. La logica di Gesù è diversa dalla nostra: non si ferma alla domanda "di chi è la colpa?", ma apre alla domanda più profonda: "che cosa vuole fare Dio in questa situazione?". Ed è proprio quello che accade nel Vangelo. Dove gli uomini vedono solo una tragedia (un uomo cieco dalla nascita) Gesù vede una storia che può diventare rivelazione della gloria di Dio. Questo cambia anche il modo di guardare la nostra vita. La fede non elimina tutte le prove, ma ci dona uno sguardo nuovo. Non siamo più soli dentro il dolore, perché Dio può entrare anche nelle situazioni più oscure e trasformarle in un cammino di luce. Proprio come accade al cieco nato, che passa dalle tenebre alla luce e arriva non solo a vedere con gli occhi, ma a riconoscere e adorare il Signore. IL FANGO Tutto questo avviene con un gesto sorprendente di Gesù: fa del fango con la saliva, lo spalma sugli occhi del cieco e lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe. Il fango richiama l'episodio della genesi della creazione dell'uomo dalla terra. È come se Cristo ricreasse gli occhi di quell'uomo. Gesù non è soltanto un guaritore: è il Creatore che restituisce all'uomo la sua pienezza. Ma il cieco deve fare qualcosa anche lui: deve andare a lavarsi. Qui troviamo un'altra dimensione molto importante della vita cristiana: la grazia di Dio agisce, ma chiede la collaborazione dell'uomo. Dio non salva l'uomo senza l'uomo. Pensiamo alla confessione. Molte persone sentono dentro il desiderio di liberarsi dal peso del peccato, ma rimandano sempre. La grazia chiama, ma bisogna fare quel passo: entrare in chiesa, avvicinarsi al sacerdote, aprire il cuore con sincerità. Da notare che il cieco comincia a vedere sempre di più, non solo con gli occhi del corpo, ma con quelli della fede. All'inizio dice: «Quell'uomo che si chiama Gesù». Poi afferma: «È un profeta». Infine arriva alla professione di fede: «Credo, Signore». La sua luce interiore cresce. Al contrario, i farisei, che fisicamente vedono, diventano sempre più ciechi. Sono prigionieri dei loro schemi, delle loro sicurezze, del loro orgoglio. Non accettano che Dio agisca fuori dalle loro categorie. Questo Vangelo ci mette davanti a una domanda molto seria: chi è veramente cieco? Non sempre chi non vede con gli occhi è il più cieco. La cecità più grave è quella del cuore. RIAPRIRE GLI OCCHI Anche oggi si può vivere una forma di cecità spirituale. Accade quando si perde il senso di Dio, quando non si distingue più il bene dal male, quando la coscienza si abitua al peccato. Accade quando si vive come se Dio non esistesse o fosse lontano dalla vita concreta. Pensiamo alla vita quotidiana. Una persona può essere molto competente nel lavoro, molto informata, molto intelligente, ma se non ha la luce di Dio rischia di non vedere ciò che conta davvero: la dignità delle persone, il valore della famiglia, il senso del sacrificio, la bellezza della fedeltà. La Quaresima è proprio il tempo in cui il Signore vuole riaprire i nostri occhi. Lo fa in diversi modi molto concreti. La preghiera, per esempio, è come la piscina di Siloe dove andiamo a lavarci. Quando una persona prega con sincerità, anche pochi minuti al giorno, lentamente la luce entra nel cuore. Le scelte diventano più chiare, si comprende meglio cosa è giusto e cosa non lo è. Lo stesso vale per la confessione. Il peccato è una forma di cecità, perché ci fa vedere le cose in modo distorto. Quando una persona si accosta con umiltà al confessionale è come se il Signore lavasse di nuovo gli occhi dell'anima. Anche la carità apre gli occhi. Quando ci si abitua a pensare solo a se stessi, si diventa ciechi verso gli altri. Invece un gesto di attenzione verso chi soffre (una visita a una persona sola, una parola di incoraggiamento, un aiuto concreto) fa crescere la luce nel cuore. C'è poi un ultimo dettaglio molto bello nel Vangelo. Il cieco guarito viene espulso dalla sinagoga. Viene rifiutato. Ma proprio allora Gesù lo va a cercare. Quando lo trova, gli rivela pienamente chi è. Questo è molto consolante. Quando una persona rimane fedele alla verità, può anche incontrare incomprensioni o solitudine. Ma proprio lì Cristo si avvicina di più. La vera luce non è l'approvazione degli altri, ma l'incontro personale con il Signore. LA CONVERSIONE DEL BEATO BARTOLO LONGO Per concludere, possiamo pensare a una conversione concreta che ricorda molto il cammino del cieco nato: quella del beato Bartolo Longo. Da giovane era lontanissimo da Dio. Durante gli anni dell'università si lasciò trascinare da ambienti anticlericali e arrivò perfino a partecipare a pratiche spiritistiche e occultistiche. Col tempo però la sua vita entrò in una grande oscurità interiore: inquietudine, paura, senso di vuoto. Aveva tutto per "vedere" secondo il mondo (studi, amicizie, successo) ma dentro era come cieco. Un giorno incontrò un sacerdote che lo aiutò a fare luce nella sua vita. Bartolo Longo si confessò, ricominciò a pregare e soprattutto riscoprì il Rosario. Da quel momento iniziò un cammino di conversione profonda che lo portò a dedicare tutta la sua vita alla Madonna e ai poveri. Da uomo smarrito diventò apostolo del Rosario e fondatore del grande santuario di Pompei che ancora oggi attira pellegrini da tutto il mondo. La sua storia mostra proprio quello che abbiamo ascoltato nel Vangelo: quando Cristo entra nella vita di una persona, gli occhi si aprono e tutto cambia. E questa è anche la speranza di questa Quaresima: nessuna cecità è definitiva se lasciamo che Gesù tocchi i nostri occhi. Lui può liberarci davvero dalle cecità interiori, dall'orgoglio, dall'abitudine al peccato, dall'indifferenza verso chi ci è accanto. E come il cieco guarito possiamo arrivare anche noi a dire con tutto il cuore: «Credo, Signore». Anche noi possiamo passare dalle tenebre alla luce e scoprire che la fede non è solo credere in Dio, ma vedere la vita con i suoi occhi. Non significa che la vita diventa facile, ma diventa luminosa, perché finalmente si vede la strada. E chi incontra davvero Cristo non solo comincia a vedere, ma diventa a sua volta luce per gli altri.

    9 min
  2. Omelia III Dom. di Quaresima - Anno A (Gv 4,5-42)

    MAR 3

    Omelia III Dom. di Quaresima - Anno A (Gv 4,5-42)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8468 OMELIA III DOM. DI QUARESIMA - ANNO A (Gv 4,5-42) di Don Stefano Bimbi   La liturgia di oggi ci fa contemplare due scene che si illuminano a vicenda: da una parte il popolo d'Israele nel deserto, nella prima lettura; dall'altra Gesù Cristo al pozzo di Sicar con la samaritana. Nel libro dell'Esodo il popolo ha sete. Si trova nel deserto e mormora contro Mosè arrivando a dire: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». È una sete fisica, ma dietro c'è una sete più profonda: la paura di essere abbandonati. Dio allora ordina a Mosè di percuotere la roccia e da quella roccia scaturisce acqua. Il luogo viene chiamato Massa e Merìba, cioè "prova e contestazione", perché lì Israele ha messo alla prova il Signore. Nel Vangelo ritroviamo la stessa sete, ma in forma personale. Non più un popolo intero, ma una donna sola. Non più un deserto geografico, ma un deserto interiore. Anche qui c'è una domanda implicita: Dio è davvero con me? Si interessa della mia vita concreta? La roccia percossa nel deserto e Cristo seduto al pozzo di Sicar sono due immagini collegate. San Paolo dirà che quella roccia era figura di Cristo. Come dalla roccia colpita sgorgò l'acqua, così dal costato di Cristo trafitto sulla croce sgorgheranno sangue e acqua, segni dei sacramenti. Nel deserto l'acqua salva dalla morte fisica; nel Vangelo l'acqua viva salva dalla morte spirituale. C'è però una differenza decisiva. Nel deserto il popolo mormora e pretende un segno. Al pozzo, invece, Gesù prende l'iniziativa: «Dammi da bere». Non attende la protesta, ma offre la grazia. Tuttavia anche noi, spesso, assomigliamo a Israele. Quando arrivano le difficoltà, le prove, le malattie, le incomprensioni, quante volte nel cuore riaffiora la domanda: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». L'ACQUA CHE DISSETA DAVVERO «Dammi da bere» è una frase sorprendente: Dio chiede da bere a una creatura. Colui che ha creato l'acqua, chiede acqua. Ma in realtà è Lui che sta offrendo qualcosa di infinitamente più grande. Come spesso accade nel Vangelo, Gesù parte da un bisogno materiale per condurre a una verità spirituale più profonda. La samaritana pensa all'acqua del pozzo. Gesù parla di un'acqua viva, capace di diventare sorgente che zampilla per la vita eterna. Quest'acqua è la grazia, è dono dello Spirito Santo, è la vita divina che ci viene comunicata nei sacramenti. Non è un sentimento passeggero, non è un'emozione religiosa: è una realtà oggettiva che trasforma l'anima. Il cristianesimo infatti non è in primo luogo uno sforzo morale, ma un dono da accogliere. San Paolo lo dice chiaramente: l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo. Prima ancora che noi cerchiamo Dio, è Dio che cerca noi. Prima ancora che noi abbiamo sete di Lui, è Lui che ha sete della nostra salvezza. Eppure, quante volte anche noi, come la samaritana, non capiamo subito. Restiamo alla superficie. Cerchiamo l'acqua che non disseta davvero. Il dialogo diventa più personale quando Gesù tocca la ferita morale della donna: «Hai avuto cinque mariti...». Il Signore porta alla luce la verità per guarire, non per umiliare. Il suo scopo è salvare. Quei "cinque mariti" possono rappresentare anche le nostre false sorgenti. Ognuno di noi sa dove ha cercato acqua e non l'ha trovata: nel successo, nel denaro, in relazioni sbagliate, nell'orgoglio, nelle abitudini di peccato. Il cuore resta inquieto quando si allontana dalla sorgente vera. Sant'Agostino diceva: «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». UNA BROCCA DA LASCIARE La Quaresima è il tempo in cui il Signore ci invita a fare verità. Non una verità generica, ma concreta. Dove sto cercando la mia felicità? Qual è il mio "pozzo" che non disseta? C'è qualche peccato che continuo a giustificare? C'è una situazione che rimando di affrontare? La risposta non è scoraggiarsi, ma fare come la samaritana: lasciarsi guardare da Cristo. Quando la donna comprende di essere davanti al Messia, cambia tutto. Lascia la brocca e corre in città ad annunciare: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto». La brocca abbandonata è il segno di un passato lasciato alle spalle. Ha trovato una sorgente più grande. Anche per noi c'è una brocca da lasciare. Forse è un'abitudine sbagliata o un vizio radicato in noi. Forse è la freddezza nella preghiera. Forse è la trascuratezza dei sacramenti. L'acqua viva richiama il Battesimo, ma anche la Confessione che rinnova la grazia battesimale e l'Eucaristia che alimenta la vita divina. Concretamente, questa settimana possiamo fare tre cose semplici ma decisive. Primo: dedicare alla preghiera ogni giorno qualche minuto in più del solito, magari rileggendo questo Vangelo e dicendo: «Signore, dammi sempre di quest'acqua». Secondo: fare ogni sera un serio esame di coscienza, chiedendoci dove abbiamo cercato la nostra sicurezza. Terzo: accostarci con umiltà al sacramento della Confessione, senza paura. Il peccato nascosto è come una sorgente inquinata; la grazia lo purifica. Chiediamo un appuntamento con il padre spirituale per verificare se il cammino della Quaresima procede bene. Infine, non dimentichiamo l'ultimo passaggio: la samaritana diventa missionaria. L'incontro vero con Cristo non si tiene per sé. Anche noi possiamo testimoniare con semplicità: una parola di fede in famiglia, un invito alla Messa, un gesto di carità fatto con amore. Oggi leggendo il vangelo anche noi siamo davanti al pozzo. Gesù ci guarda e dice: «Dammi da bere». Gli daremo la nostra fede? Gli consegneremo la nostra vita perché la trasformi? Gli permetteremo di entrare nelle nostre ferite più nascoste sicuri che Dio può far scaturire acqua anche dalla roccia più dura della nostra vita? Se non induriamo il cuore, questa Quaresima diventerà un tempo di vera conversione e di affidamento totale. Solo così potremo dire con sincerità: «Signore, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete».

    7 min
  3. Omelia II Domenica di Quaresima - Anno a (Mt 17, 1-9)

    FEB 24

    Omelia II Domenica di Quaresima - Anno a (Mt 17, 1-9)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8419 OMELIA II DOMENICA QUARESIMA - ANNO A (Mt 17,1-9) di Padre Stefano M. Miotto   Siamo giunti alla seconda Domenica di Quaresima e la prima lettura ci presenta il patriarca Abramo. Invitato da Dio, egli lascia la sua terra, la sua parentela e la casa di suo padre, per andare verso una terra sconosciuta che Dio gli indicherà. II racconto della vocazione di Abramo mette in luce la sua pronta obbedienza alla Volontà di Dio e la sua sconfinata fiducia nell'adempimento delle promesse divine. Dio promette ad Abramo di far di lui una grande nazione e che in lui si diranno benedette «tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3). Questa promessa si realizzerà pienamente con Gesù. Con Lui, discendente di Abramo secondo la natura umana, la salvezza è offerta a tutte le nazioni. Abramo parte senza sapere dove andare, animato da una grande fede. Il suo viaggio verso la terra che Dio gli indicherà simboleggia molto bene il nostro pellegrinaggio terreno verso la meta eterna che è il Paradiso. In questo cammino ci sono difficoltà d'ogni genere. Come Abramo, anche noi dobbiamo essere animati da una grande fiducia nelle promesse divine. Se saremo fedeli al Signore, raggiungeremo certamente il termine del nostro cammino. Come Abramo, anche noi dovremo lasciare tutto. Con noi porteremo solo il bene che abbiamo fatto, tutto il resto lo lasceremo su questa terra. Co me Abramo, anche noi dobbiamo essere obbedienti a Dio, compiendo fedelmente la sua Volontà ed evitando il peccato che intralcia il nostro cammino incontro a Lui. Come Abramo, anche noi saremo benedetti, con una benedizione eterna nei Cieli Il cammino è lungo e san Paolo, nella seconda lettura di oggi, così esorta Timoteo: «Soffri con me per il Vangelo» (2Tim 1,8). Per rimanere fedele al Vangelo, lungo il non facile cammino di questa vita, e per annunziarlo al mondo, il cristiano deve tener conto che inevitabilmente ci sarà qualcosa da soffrire. L'apostolato di san Paolo fu costantemente contrassegnato dalla croce. Questo non deve però spaventare il fedele discepolo del Signore. Dio - come abbiamo udito nel salmo di oggi - «è nostro aiuto e nostro scudo» (Sal 32,20) e ci sarà accanto nell'ora della prova. In questo cammino è indispensabile una grande fiducia nel Signore, nel suo aiuto onnipotente, e una fervida vita di preghiera, per avere la forza di andare sempre avanti. La necessità della preghiera è messa in luce dal brano del Vangelo che abbiamo prima ascoltato. Gesù condusse in disparte, «su un alto monte» (Mt 17,1), Pietro Giacomo e Giovanni e si trasfigurò davanti a loro, facendo loro scorgere un riflesso della sua Gloria divina. Per i tre Apostoli, l'esperienza della Trasfigurazione fu qualcosa di indimenticabile. Era così grande la loro gioia che avrebbero voluto rimanere lì per sempre, al punto che Pietro chiese di poter fare tre capanne, una per Gesù, una per Mosè e una per Elia. Pietro non aveva ancora compreso che per giungere alla Gloria di Dio bisogna prima passare per la croce.  Gesù condusse i tre Apostoli sul monte Tabor, il monte della Trasfigurazione, per fortificarli con l'esperienza della sua Gloria divina, nell'imminenza della sua Passione e Morte in croce. Era bello fermarsi lì, ma gli Apostoli dovettero ridiscendere quel monte e riprendere il cammino dietro Gesù che si incamminava verso un altro monte, quello del Calvario. L'episodio della Trasfigurazione ci insegna la necessità della preghiera. Anche noi dobbiamo salire il "monte della preghiera". Nel silenzio e nel raccoglimento, anche noi faremo una esperienza indimenticabile che darà a noi la forza di andare avanti e di affrontare le inevitabili prove della vita. In questo periodo di Quaresima, troviamo anche noi il tempo per "salire il monte della preghiera". Gesù ci aspetta. Nell'episodio del Vangelo di oggi c'è un altro particolare molto bello: la voce del Padre che dice: «Questi e il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (Mt 17,5). Il Signore ci parla nella preghiera, ispirandoci buoni propositi di miglioramento. Bisogna ascoltarlo. Il Signore ci parla inoltre attraverso la Chiesa, per mezzo dei suoi rappresentanti, iniziando dal Papa. Dobbiamo essere docili al suo Magistero, consapevoli che chi ascolta la Chiesa, e pertanto il Papa, ascolta il Signore.

    5 min
  4. Omelia I Domenica Quaresima - Anno A (Lc 4,1-13)

    FEB 18

    Omelia I Domenica Quaresima - Anno A (Lc 4,1-13)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8458 OMELIA I DOMENICA QUARESIMA - ANNO A (Lc 4,1-13) di Don Stefano Bimbi   La prima domenica di Quaresima ci conduce nel deserto con Gesù. Non è un semplice dettaglio del Vangelo: è come se la Chiesa, all'inizio di questo tempo santo, ci dicesse subito dove si gioca la partita della conversione. Il deserto è quel luogo dove le distrazioni diminuiscono, dove le false sicurezze si assottigliano e dove, finalmente, emergono le domande vere. È lì che Gesù viene tentato, e non per caso. Egli ha voluto entrare fino in fondo nella nostra condizione, perché nessuna zona della vita umana restasse fuori dalla sua redenzione, nemmeno quella lotta interiore che ciascuno conosce: la lotta tra la voce di Dio e le scorciatoie del male. È importante chiarire una cosa con semplicità, ma con precisione: la tentazione non è ancora peccato. La tentazione è una proposta, un invito a deviare dal bene; il peccato nasce quando io acconsento, quando cedo, quando dico "sì" a ciò che so essere sbagliato. E qui la fede ci dà una luce decisiva: Dio non tenta nessuno al male. Dio può permettere una prova per purificarci e rafforzarci, come si fa con l'oro nel fuoco; ma chi tenta per confondere e distruggere è il Maligno. E tuttavia non siamo soli, perché Cristo, facendosi tentare, ci mostra che nella prova è possibile restare in piedi e ci assicura che la grazia di Dio è reale, concreta, operante. 1) TRASFORMARE LE PIETRE IN PANE Le tentazioni di Gesù sono come tre grandi specchi nei quali riconosciamo le tentazioni di ogni tempo. La prima è quella di trasformare le pietre in pane. In apparenza sembra innocua: che male c'è nel soddisfare un bisogno? Ma sotto c'è una logica sottile: ridurre l'uomo ai bisogni immediati, farci credere che conti solo ciò che appaga subito, che basta riempire lo stomaco, o la mente, o le emozioni, per essere felici. E allora ci accorgiamo che questa tentazione ci visita spesso proprio quando siamo stanchi, vulnerabili, affamati in tanti sensi: non solo di cibo, ma di attenzione, di affetto, di riconoscimento. Quante volte, dopo una giornata pesante, cerchiamo un "pane" che in realtà non nutre, ma anestetizza: il telefono che divora tempo prezioso, lo sfogo che ferisce chi ci è vicino, la ricerca compulsiva di qualcosa che ci distragga. E Gesù risponde con una parola che è dottrina viva: non di solo pane vive l'uomo. Cioè: tu sei più dei tuoi impulsi, più delle tue necessità del momento; hai un'anima, hai una fame di infinito, hai bisogno di Dio. Ecco allora come può diventare pratica la Quaresima: imparare a rimettere la Parola di Dio prima delle pietre trasformate in pane. Un gesto semplice, ma decisivo, potrebbe essere questo: ogni giorno, prima di prendere in mano il telefono, aprire il Vangelo e restare dieci minuti con il Signore. Dieci minuti soltanto, ma veri, fedeli. E anche quando si sceglie un digiuno, farlo con intelligenza spirituale: non per dimostrare forza di volontà, ma per ricordare al cuore che quel vuoto è un invito a cercare il nutrimento che resta. 2) IL POTERE E LA GLORIA La seconda tentazione è ancora più evidente: il potere e la gloria, "tutto questo sarà tuo se ti prostri". Qui è in gioco l'adorazione. Adorare significa riconoscere chi è Dio. E quando non adoro Dio, inevitabilmente finisco per adorare qualcos'altro: il consenso degli altri, l'immagine, il successo, il denaro, il controllo, persino l'orgoglio di avere sempre ragione. È una tentazione molto quotidiana. Si manifesta nelle relazioni, quando voglio imporre la mia versione e non ascolto più nessuno; si manifesta nel lavoro, quando accetto compromessi piccoli ma ripetuti, dicendomi "lo fanno tutti"; si manifesta anche nei servizi per la parrocchia, quando si serve non per amore, ma per essere visti o considerati. La Quaresima, allora, diventa un allenamento a rimettere Dio al centro e a smascherare gli idoli. Un modo concreto per farlo potrebbe essere una domanda semplice, da portare la sera davanti a Dio: "Oggi chi ho adorato davvero? Il Signore o il mio ego?" E poi, a questa domanda, far seguire un gesto opposto al potere, un atto di umiltà reale: chiedere scusa quando è necessario, riconoscere il bene fatto da un altro senza gelosia, scegliere di tacere quando vorrei ferire, compiere un servizio che nessuno vede. Sono piccole medicine che guariscono il cuore. 3) COSTRINGERE DIO A INTERVENIRE La terza tentazione è quella di gettarsi giù per costringere Dio a intervenire: "Se sei Figlio di Dio, Dio manderà i suoi angeli". Qui la fede viene deformata e trasformata in ricatto: "Se mi ami, devi dimostrarmelo come dico io". È una tentazione più fine, ma molto diffusa. È la pretesa di segni, la spiritualità dello spettacolo, l'idea che Dio debba sempre rispondere secondo le mie condizioni. E quando non lo fa, allora mi irrigidisco, mi raffreddo, mi offendo. Oppure, dall'altra parte, c'è la presunzione: "Faccio ciò che voglio tanto poi Dio perdona". Gesù risponde con chiarezza: non tenterai il Signore Dio tuo. La fede non è un esperimento, è una relazione; non è una prova da superare per ottenere miracoli, ma una fiducia che cammina anche quando non sente nulla. E anche qui c'è un esercizio quaresimale semplice: mettere la preghiera al primo posto, ogni giorno, soprattutto nei giorni aridi. E poi fare un passo concreto di obbedienza al bene, scegliendo ciò che è giusto anche quando costa: una riconciliazione, un dovere troppo a lungo rimandato, una rinuncia a una parola cattiva, un atto di verità. TRE GRANDI VIE: LA PREGHIERA, IL DIGIUNO E LA CARITÀ Durante la quaresima, la Chiesa ci offre tre grandi vie, sempre attuali, che non sono tecniche ma terapie spirituali: la preghiera, il digiuno e la carità. La preghiera rimette Dio al centro e spegne gli idoli; il digiuno educa il desiderio e spezza le catene dell'impulso; la carità rompe l'egoismo e ci riconsegna la gioia del dono. Quando queste tre cose camminano insieme, il cuore cambia davvero, non per emozione, ma per conversione. E il punto più bello è questo: Gesù vince la tentazione non con effetti speciali, ma con la Parola di Dio. Questo è un insegnamento catechetico potentissimo. La Scrittura non è una decorazione religiosa, non è un libro per momenti solenni: è luce per discernere e forza per resistere. Anche noi spesso veniamo tentati attraverso pensieri che si presentano come "realistici", ma sono velenosi: "Tanto non cambia nulla", "Non ce la farai", "Che male c'è", "Sei solo". La Quaresima ci educa a rispondere con parole vere, con parole di Dio, con parole che rimettono ordine dentro: "Il Signore è con me", "Oggi scelgo il bene", "Non sono solo", "La grazia basta". In conclusione abbiamo imparato che il deserto non è una minaccia: è un'occasione. Non è il segno che Dio è lontano, ma spesso il luogo in cui Dio parla più chiaramente. Chiediamo la grazia di non vivere una Quaresima generica, fatta di buoni propositi vaghi, ma una Quaresima concreta e costante. Perché la santità non nasce da slanci occasionali: nasce da scelte quotidiane, ripetute, umili, sostenute dalla grazia. Con Gesù nel deserto impariamo questo: non dobbiamo dimostrare di essere forti; dobbiamo imparare a lasciarci sostenere da Dio. E allora la prova diventa cammino, la tentazione diventa occasione di libertà, e il deserto diventa luogo di incontro con Dio.

    11 min
  5. Omelia mercoledi delle ceneri (Mt 6,1-6, 16-18)

    FEB 12

    Omelia mercoledi delle ceneri (Mt 6,1-6, 16-18)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/515 OMELIA MERCOLEDI' DELLE CENERI (Mt 6,1-6.16-18) di Don Stefano Bimbi   Oggi iniziamo la Quaresima con un gesto sobrio e potentissimo: le ceneri sul capo. Non sono un simbolo triste, ma di rinnovamento. Ci dicono due cose: la vita passa e, proprio per questo, la vita è preziosa. Le ceneri smascherano le maschere. E ci chiedono: davanti a chi sto vivendo? Per chi sto facendo quello che faccio? Nel Vangelo Gesù ci consegna il cuore della Quaresima con una frase che suona come un allarme: "Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati." Non dice che elemosina, preghiera e digiuno siano inutili. Al contrario: sono indispensabili. Ma c'è un rischio sottile: fare cose sante per un motivo sbagliato. Cercare lo sguardo degli altri, l'applauso, la reputazione. Una religiosità "in vetrina". E allora Gesù ripete tre volte una parola che è la chiave: "nel segreto". L'elemosina nel segreto. La preghiera nel segreto. Il digiuno nel segreto. E tre volte promette: "il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà." 1) ELEMOSINA: NON SOLO DARE, MA LIBERARE IL CUORE Quando Gesù parla di elemosina, non sta dicendo soltanto "fai una offerta ai poveri". Sta dicendo: rompi l'idolo del possesso. L'elemosina è la cura contro quel pensiero che ci stringe: "è mio, mi serve, non basta mai." Fare elemosina "nel segreto" significa: non la uso per sentirmi migliore, non la uso per costruirmi un'immagine. La faccio perché l'altro è mio fratello, perché Dio è Padre, perché ciò che ho l'ho ricevuto. Quaresima è un tempo buono per chiedersi: di chi mi sto dimenticando? chi sto lasciando solo? A volte l'elemosina più grande non è il denaro: è il tempo, l'ascolto, una visita, una telefonata, il perdono offerto. Esempi di impegni concreti per la Quaresima: - Una busta (o bonifico) quaresimale settimanale: scegliere una cifra fissa (anche piccola) e destinarla ogni settimana a Caritas/parrocchia/una famiglia in difficoltà, senza dirlo a nessuno. - Sostenere un bisogno reale di una persona che si conosce e non sta attraversando un buon periodo dal punto di vista dei soldi. - Tempo-dono: un pomeriggio alla settimana facciamo una visita a un anziano solo, un malato, o un servizio concreto in parrocchia o presso associazioni caritatevoli. - Carità in casa: spegnere una discussione sul nascere, chiedere scusa per primi, fare un atto di gentilezza senza farlo notare. 2) PREGHIERA: ENTRA NELLA STANZA, RIENTRA IN TE STESSO Gesù dice: "Quando preghi, entra nella tua camera e prega il Padre nel segreto". Non è un invito a disprezzare la preghiera comunitaria - che è fondamentale - ma a custodire la sorgente: l'incontro personale. La Quaresima non è anzitutto "fare di più", ma tornare a Dio. E tornare a Dio significa tornare alla verità del cuore. Nel segreto cadono le recite. Nel segreto si può dire: "Signore, tu mi conosci, eccomi come sono, aiutami a diventare quello che vuoi tu". Esempi di impegni concreti per la Quaresima: - dieci minuti di preghiera al giorno "non negoziabili" (cioè senza eccezioni, a meno di impedimenti gravi): stessa ora, stesso luogo. Meglio poco, ma fedele ogni giorno. - Un brano del Vangelo ogni giorno (potrebbe essere il Vangelo che si legge quel giorno alla Messa oppure la lettura continuata di un Vangelo): leggere, sottolineare una frase, portarla nel cuore durante la giornata, trasformarla in preghiera. - Preghiera breve, ma frequente: scegliere un'invocazione (es. "Gesù, confido in te", "Signore, abbi pietà di me peccatore", "Padre, sia fatta la tua volontà") e ripeterla spesso durante la giornata. - Una Via Crucis a settimana (preferibilmente in chiesa con la comunità). - Confessione programmata: decidere oggi una cadenza in Quaresima per confessarsi, senza rimandare "a quando avrò tempo". Ad esempio: ogni due settimane oppure ogni settimana. 3) DIGIUNO: NON PER MOSTRARSI, MA PER CAMBIARE DAVVERO Sul digiuno Gesù è molto concreto: "profùmati la testa e làvati il volto". Cioè: non farla pesare a nessuno. Non trasformare il sacrificio in teatro. Il digiuno è una medicina contro la schiavitù: quella di dover avere sempre, consumare sempre, riempirsi sempre. Il digiuno cristiano non è solo "togliere": è soprattutto fare spazio. Togli qualcosa perché torni a emergere l'essenziale. Digiuno per accorgermi di ciò che mi domina. Digiuno per riscoprire che il cuore ha fame non solo di pane, ma di senso, di amore, di pace. E qui possiamo capire il legame con le ceneri: oggi la Chiesa ci mette sul capo un segno che non si può esibire come un trofeo. È polvere. È fragilità. È verità. È come se ci dicesse: "Smettila di costruire un personaggio. Torna figlio". Esempi di impegni concreti per la Quaresima: - Digiuno "classico" con senso: un giorno a settimana con un pasto sobrio (o saltato), offrendo quella fame per qualcuno (una persona malata, una famiglia ferita, la pace con chi si è litigato). Ovviamente salvo restando il digiuno del mercoledì delle ceneri e del venerdì santo e l'astinenza dalle carni e dai cibi ricercati il venerdì. - Digiuno dagli acquisti: per tutta la Quaresima comprare solo l'essenziale; niente "sfizi" online. Mettere da parte il risparmio per la carità. Altrimenti se teniamo per noi il denaro risparmiato, la rinuncia è stato solo un attendere di poter usare quei soldi in un secondo momento. - Digiuno dalla lamentela: scegliere un giorno alla settimana in cui mi sforzo di non criticare, non mormorare, non parlare male. Di nessuno. - Digiuno dalle parole inutili: ridurre discussioni sterili (terminandole appena ci si accorge che non portano a nulla), eliminare risposte impulsive, ironie taglienti. Tutto questo per far spazio a una parola buona. - Digiuno dai social o dalle serie televisive: stabilire un limite (es. 30 minuti al giorno) e il tempo liberato va utilizzato per una maggiore presenza in famiglia, non solo fisica. - Digiuno "relazionale": rinunciare a "avere ragione" nei confronti di una persona concreta - Digiuno digitale: niente telefono nei primi 20 minuti del mattino (o dopo cena) e quel momento diventa tempo per la preghiera e lo stare con i familiari. Ovviamente tutti gli impegni quaresimali che desideriamo prendere vanno sottoposti al sapiente giudizio del Padre Spirituale per evitare eccessi, sia il troppo che il poco. Se non si ha il Padre Spirituale prendiamo l'impegno principale di trovare un sacerdote disponibile a seguirci nel cammino della vita. IL PADRE CHE VEDE NEL SEGRETO In conclusione ricordiamo che la parola più consolante del Vangelo di oggi è questa: Dio vede. Vede le fatiche che nessuno riconosce. Vede le rinunce che nessuno nota. Vede le lacrime nascoste. Vede anche il bene piccolo e silenzioso. E la sua "ricompensa" non è un premio solo simbolico: è la reale comunione con Lui, una libertà nuova, un cuore più leggero, una gioia più pulita. Iniziamo questa Quaresima non con l'ansia di dimostrare qualcosa agli altri, e neanche a noi stessi, ma con il desiderio di ritornare al Padre. Prendiamo seriamente qualcuno tra gli impegni concreti visti sopra o altri simili. Riassumendo, questi saranno: scegliere una cosa da lasciare (un'abitudine che ci appesantisce), una cosa da fare (un gesto di carità reale), e una cosa da custodire (un tempo quotidiano di preghiera). Nel segreto. Per il Padre.

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  6. Omelia VI Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 5, 17-37)

    FEB 10

    Omelia VI Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 5, 17-37)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8424 OMELIA VI DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5, 17-37) di Giacomo Biffi   UN FORTE RICHIAMO ALL'INTERIORITÀ Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Questa frase sembra essere il centro di tutta la pagina evangelica che abbiamo ascoltato: alla sua luce vanno letti e capiti i vari insegnamenti che qui sono proposti. È un brano del Discorso della Montagna; in esso Gesù contrappone il suo modo di intendere la legge di Dio (e quindi le norme di comportamento che egli ritiene indispensabili per la salvezza) a quello corrente dei maestri e dei capi del suo popolo. I farisei e gli scribi erano rigidi osservanti di tutti i precetti della religione ebraica. Non erano uomini gaudenti e giovani spensierati: erano austeri, impegnati, dediti al digiuno e alla preghiera. Eppure Gesù non li approva, anzi proclama l'urgenza di superare la loro "giustizia". Li ritiene dunque collocati sotto il livello minimo, necessario a chi vuol entrare nel "regno". Come mai? Quali sono i motivi di questa severità di giudizio, addirittura di questa recisa squalifica? È una questione seria, che merita di essere attentamente considerata. I farisei guardavano più all'esterno che all'interno dell'uomo. Ecco la fondamentale ragione del contrasto con la novità del Vangelo, che è tutto incentrato sulla conversione del "cuore"; qui sta dunque la ragione del biasimo del Signore. Essi si preoccupavano delle abluzioni rituali, delle posizioni da tenere nell'assemblea, dei vestiti adatti ai momenti della preghiera, delle frange dei loro mantelli. Gesù non dice che queste siano attenzioni cattive e nemmeno che siano del tutto inutili; ma ci insegna che ci sono valori più essenziali e decisivi, di cui ci si deve primariamente dar pensiero. Vuole farci capire che bisogna guardare, più che a ogni altra cosa, agli atteggiamenti dello spirito e alla purezza dell'animo. IL MALE VA ESTIRPATO ALLA RADICE Questo forte richiamo all'interiorità si precisa poi in alcune esemplificazioni concrete. Nel campo del rapporto col prossimo, non basta evitare l'omicidio, che è la più grave e clamorosa violazione del comando antico ed eterno: Non uccidere. Bisogna estirpare le più minute radici dell'omicidio, che affondano tra le pieghe dell'anima; bisogna eliminare ciò che anche solo inizialmente attenta all'amore che si deve a tutti: il rancore segreto, l'odio coltivato, la durezza del giudizio, ogni parola offensiva, ogni mormorazione contro il prossimo. Tutto questo intrico di sentimenti, di parole, di atti - che contrastano con il rispetto e la benevolenza verso i fratelli - è condannabile e va tolto dalla nostra vita. Come valuterà allora il Signore la società dei nostri tempi, dove così spesso si viola proprio il comando Non uccidere nei suoi imperativi primari e più gravi, e si arriva a sopprimere con la complicità della legge la vita umana innocente? Come valuterà un mondo, dove l'egoismo, l'odio, l'insensibilità ai diritti altrui si vanno imponendo con una arroganza nuova? Nel campo della morale sessuale, Gesù ci dice che non basta rifuggire dalle azioni esterne aberranti, ma va curata anche l'innocenza dei propositi e la rettitudine dei desideri. Come valuterà allora la società dei nostri tempi, che sembra farsi un punto d'onore di decantare il vizio in tutte le sue forme, anche le più strane e aberranti, e di deridere la virtù, presentata spesso come atteggiamento superato, oscurantista e perfino incivile? Nel campo dell'uso della parola, Gesù ci insegna che è troppo poco evitare gli spergiuri e la falsa testimonianza in tribunale. Occorre coltivare un'assoluta lealtà interiore, un'abitudine al parlare schietto, dove sì vuol dire sì, e dove no vuol dire no. Come valuterà allora la società dei nostri tempi, dove i mezzi di informazione alterano tanto spesso la presentazione della realtà, al servizio di questa o quella arbitraria ideologia? Dove la preoccupazione di "fare notizia" e di sollecitare l'interesse prevale su quella di dire le cose come stanno? UNA MORALE ALTA E LIBERANTE Abbiamo tutti di che meditare. Abbiamo un Signore che senza dubbio col suo insegnamento ci libera dalle angustie tiranniche dell'esteriorità e dei precetti minuti e formalistici, e ci conduce verso una vita dello spirito attenta ai valori più sostanziali. È una dottrina morale alta e liberante. Ma è anche impegnativa e totalitaria. Abbiamo un Signore, che proprio perché ci stima e ci ama, è esigente con noi. Così esigente da richiedere che sia l'offeso a domandare per primo la riconciliazione. Così esigente da suggerire il sacrificio di una mutilazione spirituale e di una rinuncia mortificante, pur di non venire a compromessi col male: Se il tuo occhio destro ti è occasione di inciampo, cavalo e gettalo via da te... Così esigente da ritenere che la reciproca donazione interiore degli sposi sia da considerare senza ritorno, essendo la fusione di due esistenze e di due destini: Chi sposa una divorziata, commette adulterio. Il Vangelo di Cristo ha due nemici: i formalisti, gli esteriorizzanti, i farisei di sempre, che, magari adducendo la difesa delle tradizioni e dell'uso antico, non si avvedono della loro spirituale grettezza e della loro durezza di cuore; e i partigiani del "tutto lecito", del "tutto consentito", del "che c'è di male?", che, magari con la scusa della libertà evangelica, non si fanno scrupolo di eludere i radicali impegni di vita che la parola di Gesù ci propone. Il Vangelo ci ha parlato oggi con serietà e con chiarezza. Adesso tocca a noi. Come abbiamo ascoltato nella prima lettura, davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Certo è possibile che di fronte al Vangelo abbiamo un po' a sgomentarci. Ed è vero che non è mai stato facile, in nessun tempo, essere cristiani davvero. Ma noi sappiamo che quel Signore che ci appare così esigente, è anche un Signore amico e pietoso: capisce le nostre debolezze, ci sa aiutare nelle nostre difficoltà, ci rialza dalle nostre cadute, ci consente sempre di cominciare da capo. Purché non abbiamo mai a vantare come valori le nostre trasgressioni e purché non abbiamo a chiamare bene il male e male il bene

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  7. Omelia V Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 5, 13-16)

    FEB 3

    Omelia V Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 5, 13-16)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8423 OMELIA V DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5, 13-16) di Giacomo Biffi   Alla scuola di Gesù - l'unica scuola di vita, perché è l'unica dove si insegna la verità che è sempre uguale a se stessa, che vale sempre, che è sempre attuale per tutti fino all'ultimo minuto della loro esistenza - oggi l'argomento in programma è: come deve essere la presenza del cristiano nel mondo? E il nostro Maestro tratta questo tema con la sublime semplicità che gli è consueta, mediante il vigore, l'evidenza, la concretezza di due paragoni: il paragone del sale e il paragone della luce. IL DOVERE DI TESTIMONIARE CRISTO Voi siete il sale della terra (Mt 5,13). C'è in questa immagine un insegnamento implicito, che qui Gesù non sviluppa, e un insegnamento esplicito che apertamente viene proposto. L'insegnamento implicito è che il cristiano - normalmente e salvo una vocazione particolare - non deve isolarsi, ma deve restare a vivere nella condizione in cui il Signore l'ha posto. Il sale non si mangia a parte, ma si scioglie nelle vivande. Solo così riesce a esaltare i diversi sapori che diversamente rimarrebbero come nascosti e vanificati. Allo stesso modo noi cristiani non dobbiamo accarezzare il sogno di metterci per nostro conto, pretendendo di abitare un mondo tutto per noi. È normale e giusto che nei quartieri, negli ambienti di lavoro, nelle varie forme di socializzazione, credenti e non credenti si trovino insieme. E appunto in questa naturale coabitazione noi dobbiamo compiere il tentativo di tradurre in pratica gli insegnamenti del Vangelo. Questo è il bello e il difficile: essere cristiani in un mondo che non lo è. Posti in questo stato di mescolanza, è ovvio che i discepoli di Gesù siano disposti a comunicare cordialmente con tutti, senza chiusure impossibili e senza fanatiche intransigenze. Ma questo stato di mescolanza in tanto è accettabile in quanto diventa occasione per diffondere la verità che salva, anche solo con la silenziosa testimonianza dell'esempio. Il sale si scioglie negli alimenti per salarli, non per lasciarli insipidi come prima: colui che ha creduto al Vangelo si immerge nell'umanità che gli sta attorno per evangelizzarla. Questo dovere, che è di tutti i credenti, è espressamente richiamato dal Concilio Vaticano II che, proprio citando questa pagina di Vangelo, dice: «Tutti i cristiani dovunque vivano sono tenuti a manifestare con l'esempio della vita e con la testimonianza della parola l'uomo nuovo, che hanno rivestito col battesimo, e la forza dello Spirito Santo, dal quale sono stati rinvigoriti con la confermazione, così che gli altri, vedendo le loro opere buone, glorifichino il Padre e comprendano più pienamente il significato genuino della vita umana e l'universale vincolo di comunione tra gli uomini» (Ad Gentes, 11). Perché questo avvenga, occorre che, pur mescolandoci col mondo dell'incredulità, noi conserviamo nitida e viva la nostra identità cristiana, anche se può apparire ostica all'opinione mondana. Se no, non gioviamo agli altri e smarriamo noi stessi. Proprio questo è l'insegnamento che in modo diretto il Signore Gesù vuole impartirci col paragone del sale. Il sale ha in sé un sapore pungente. Ma appunto questo sapore lo rende indispensabile e gli consente di avvalorare ogni cibo. Un sale in cui questo sapore irritante fosse attenuato, un sale per così dire "dolcificato", sarebbe il più inutile degli ingredienti: A null'altro serve che a essere gettato via. Parimenti il discepolo di Gesù, che vive nel mondo in dialogo con tutti, deve mantenere intatta l'autenticità del messaggio che porta, anche se i palati mondani lo trovano aspro. Il nostro è un messaggio in cui si parla della salvezza raggiunta mediante la croce, si esalta il valore impareggiabile della sofferenza, si rovesciano i comuni criteri di comportamento (come ci ha insegnato domenica scorsa la pagina delle Beatitudini). È un messaggio in cui non si rinnega ciò che è terrestre e temporale, ma lo si finalizza al regno invisibile ed eterno. È un messaggio in cui non si disprezza né il corpo né tutta la sua varia vitalità, ma si rivendica il primato dello spirito. È un messaggio in cui la liberazione, il progresso, il benessere dell'uomo non possono e non vogliono essere ottenuti con la prepotenza o a prezzo della rinuncia a ogni disciplina morale, ma aprendo il proprio cuore al pentimento, alla fede, alla legge della carità. Ebbene, questo messaggio deve restare integro nella sua verità; e integro, senza sconti e senza alterazioni, va presentato anche al nostro tempo. Non illudiamoci che la "dolcificazione" di questo "sale" divino ci consenta di essere più facilmente accolti e capiti dal mondo. Ci condurrebbe piuttosto a "essere calpestati dagli uomini", i quali di un cristianesimo in larga parte assimilato alla mentalità ormai dominante non saprebbero proprio che fare. LA VERITÀ DI CRISTO NON PUÒ RESTARE NASCOSTA Voi siete la luce del mondo (Mt 5,14). La prerogativa di essere "luce" è propria del Figlio di Dio, la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). Ma qui è attribuita anche ai cristiani, perché appunto la presenza di un cristianesimo coraggioso e operante riesce, con la grazia di Cristo, a rompere il buio dell'errore, della menzogna, dell'ingiustizia che opprime la terra. La luce di sua natura si irradia in tutte le direzioni. Una fonte luminosa, se la si scherma o la si nasconde, è come se non ci fosse. Così la Chiesa di Cristo deve farsi conoscere, deve farsi sentire, deve proporre chiaramente la strada che conduce al Padre e al Regno, in mezzo all'intrico delle molte proposte aberranti, deve saper inquietare la falsa pace delle coscienze, deve arrivare ad offrire consolazione e speranza agli smarriti. Certo tutto questo va compiuto senza ostentazione, senza arroganza, senza trionfalismi, con la tranquilla mitezza della luce, la quale non fa violenza a nessuno, ma tutti affascina, tutti persuade, a tutti senza costrizione svela le cose come sono. La Chiesa, secondo le direttive del Signore che abbiamo ascoltato, non è una colleganza anonima e quasi impercettibile. È la città posta sul monte, che deve avere le sue strutture, i suoi mezzi di azione e di espressione, le sue opere di apostolato e di carità. È una città che non può restare nascosta, dal momento che è stata fondata perché tutti, vicini e lontani, vedano in essa un sicuro punto di riferimento nelle incertezze dell'esistenza e percepiscano il segno della presenza misericordiosa del nostro Dio, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (1 Tm 2,4).

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  8. Omelia IV Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 5,1-12)

    JAN 27

    Omelia IV Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 5,1-12)

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8418 OMELIA IV DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5,1-12) di Giacomo Biffi Il Signore propone oggi alla nostra meditazione una delle pagine più celebri del Vangelo. Nella narrazione di Matteo il proclama delle Beatitudini apre il grande Discorso della Montagna, il quale offre ai discepoli di Gesù quasi una nuova legge di vita. Quella delle Beatitudini non era una forma letteraria ignota al mondo antico. L'uso di chiamare "beati" alcuni stati esistenziali si ritrova tanto tra i greci quanto tra gli ebrei. «Beato colui che ha buona fama», dice Pindaro. E Bacchilide: «Beato colui al quale un dio ha elargito in sorte dei beni e la possibilità di condurre una vita agiata». Insomma: beati i ricchi, beati i fortunati, beati gli uomini famosi e onorati. Questa era la mentalità antica, questa è, ancora oggi, la nostra mentalità. Come si vede, siamo agli antipodi delle beatitudini evangeliche, che appaiono dunque al confronto chiaramente rivoluzionarie. L'Antico Testamento rivela una visione spiritualmente più ricca e più religiosa, ma sempre molto lontana dalla "rivoluzione evangelica". Un esempio: Nove situazioni io ritengo felici nel mio cuore, la decima la dirò con le parole: un uomo allietato dai figli, chi vede da vivo la caduta dei suoi nemici; felice chi vive con una moglie assennata, colui che non ara con un bue e un asino, colui che non pecca con la sua lingua, chi non deve servire a uno indegno di lui; fortunato chi ha trovato la prudenza, chi si rivolge a orecchi attenti; quanto è grande chi ha trovato la sapienza, ma nessuno supera chi teme il Signore (Sir 25,7-10). Da questi testi si può misurare tutta l'ampiezza della "novità" portataci da Cristo. Tuttavia non dobbiamo farci illusioni: noi portiamo dentro di noi ancora molto della mentalità "greca" (cioè pagana) e della mentalità ebraica (cioè veterotestamentaria). La "evangelizzazione di noi stessi" è opera sempre in atto, sempre incompiuta, sempre da ricominciare. IN VISTA DI BENI SPIRITUALI ED ETERNI Nella pagina delle beatitudini c'è una struttura intrinseca che va colta. Tentiamo di farlo con alcune annotazioni semplicissime, che si direbbero addirittura grammaticali. Ciò che è indicato da Gesù come presente, come proprio dei suoi discepoli che vivono in questo mondo, è qualcosa di penoso, di duro, di aspro: povertà, afflizione, fame, persecuzione, insulti. Gesù non si è mai impegnato (anche se ce lo dimentichiamo regolarmente) a darci tranquillità, prosperità, successo, trionfo. Ciò che esprime possesso, ricompensa, godimento, è da lui messo al futuro: "saranno consolati, erediteranno, troveranno, vedranno". Quasi a dirci che ci sono garantiti beni grandi e ineffabili, ma non per il mondo di oggi, bensì per quello futuro e definitivo. Contrariamente alla saggezza mondana, Gesù ritiene che dobbiamo preferire la gallina di domani all'uovo di oggi. L'unico possesso presente è il Regno di Dio: "Vostro è il Regno dei cieli", perché nella rinascita battesimale già ci è stata donata la "vita eterna". Però la bella parola che scandisce tutto il testo: "Beati!", si riferisce al presente. I poveri, gli afflitti, i miti, i misericordiosi, i puri di cuore sono beati fin da adesso. La gioia non è dunque incompatibile col "presente cristiano"; anzi è la caratteristica del "presente cristiano". Anche se a prima vista può sfuggire, la ricompensa di cui si parla qui è sempre la stessa, ed è "escatologica", cioè posta oltre la fine della storia mondana. Il "Regno dei cieli", la "terra", la "consolazione", la "visione di Dio" ecc. indicano tutti la felicità ultra terrena. Non c'è nulla di più fuorviante di una "applicazione sociale" delle beatitudini. La giustizia sociale è un'idea che è doveroso perseguire (e questo appare da altre parti del messaggio evangelico); ma qui non c'entra niente. Anzi una lettura "sociale" delle beatitudini darebbe come risultato una loro interpretazione reazionaria: i poveri dovrebbero restare poveri, gli afflitti dovrebbero continuare a piangere, gli emarginati dovrebbero continuare ad aver fame e sete di giustizia, perché solo così essi sono "beati". E non ci sarebbe niente di più contrario al pensiero di Cristo. GESÙ CRISTO PER PRIMO VIVE LA LOGICA DELLE BEATITUDINI Ma proprio la riflessione su questo messaggio originale e rivoluzionario ci permette di socchiudere un poco alla nostra comprensione l'enigma più grande e tragico dell'universo e il senso autentico del nostro pellegrinaggio terreno. Noi spesso ci chiediamo: perché l'esistenza umana è, in se stessa, così povera e sventurata, tanto che si conclude immancabilmente con una catastrofe? Perché ha così largo spazio la sofferenza? Perché l'uomo onesto è troppe volte sopraffatto? Perché i discepoli di Cristo devono sperimentare nella più parte dei casi la sconfitta? Perché ci deve essere tanta fame e tanta sete di giustizia? La risposta è misteriosa come il Dio che sta all'origine delle cose, e come lui trascende e sconcerta la nostra piccola logica. Si tratta di riuscire a capire che il disegno di salvezza, che è stato pensato per noi, ha al suo centro proprio il Figlio di Dio che per primo si è sottoposto alla legge delle beatitudini, il Figlio di Dio umiliato e schiacciato dalle forze del male (ma dalle sue lividure noi siamo stati sanati); il Giusto condannato dai malfattori (ma così noi abbiamo meritato di essere assolti); il Signore del cielo e della terra che offre preghiere e suppliche con forti grida e lacrime (Eb 5,7) (e così abbiamo avuto speranza di essere esauditi); colui che è mite e umile di cuore, ed è stato avvilito dai superbi (e così siamo stati salvati dalle rovine del nostro orgoglio); colui che ha provato, più che quella del pane, la fame del suo cibo, che la volontà del Padre; colui che è misericordioso e non ha trovato misericordia; colui che è venuto a portare la vera pace, e ha scatenato contro di sé la guerra delle forze del male, colui che è la vita e si è sottomesso alla morte (ma così anche noi abbiamo ricevuto in sorte un destino di risurrezione e di gioia eterna). Se il disegno di Dio è questo, chi si conforma alla condizione di Cristo e rivive i suoi misteri è beato, perché si colloca al cuore del divino progetto, compie con lui il suo "passaggio" dalla sconfitta alla vittoria, dal dolore alla gioia, dalla morte alla vita, e con lui si fa principio della salvezza del mondo.

    9 min

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Commento teologico-pratico al vangelo della domenica (e delle feste liturgiche più importanti dell'anno)